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LA FINE DI ISRAELE

Questo è il primo capitolo. È lungo, ma ve lo beccate tutto (tanto vado via, e di tempo ne avete). E che nessuno si azzardi a non leggerlo.

1. Perché sto scrivendo queste pagine

Ero a Pesaro, alla Festa Nazionale dell’Unità, il 16 settembre 2006, un giorno di tempesta ma anche di folla, la folla di quei militanti di sinistra, persone anziane e giovani, famiglie intere con i bambini, uomini e donne che ricordano ancora la Resistenza come un pezzo della loro vita, uomini e donne che non hanno mai veramente separato il loro impegno morale sui diritti umani da quello sindacale in difesa del lavoro, da quello politico in difesa della democrazia. Eccoli, sono in tanti nonostante la pioggia violenta. Occupano – seduti o in piedi – tutti gli spazi del tendone «La Libreria» dove accanto ai tradizionali dibattiti politici che avvengono nel tendone più grande - quello da mille posti – si parla di libri.
Quando entro, completamente inzuppato di pioggia, l'applauso è grande, affettuoso, lungo, come accade a volte nelle feste dell'Unità, in cui molti vogliono ancora dire il loro grazie e il loro sostegno al giornale ritrovato.
Quando, due ore dopo, il dibattito è finito, gli applausi sono gentili e brevi, ma anche un po' imbarazzati. Un uomo della mia età mi abbraccia e dice: «Ti voglio bene per quello che hai fatto a l'Unità. Ma non sono d'accordo neanche con una parola di quello che hai detto». Le dediche e le firme richieste sono poche, nessuna sul libro che ho presentato. Spesso mi chiedono, per affetto, di firmare libri non miei (come quelli di Tiziano Terzani) alla fine delle presentazioni. Non questa volta. Questa volta il libro era La sinistra e Israele, atti di un seminario a sostegno di Israele che ha avuto luogo un anno fa. Qualcuno fra il pubblico ha notato un fatto curioso, e me lo sussurra nel breve «dopo dibattito», mentre il temporale, fuori, continua furioso. Guardando i nomi nella copertina del libro, nota che «per trovare quelli che sostengono Israele a sinistra, bisogna andare molto a destra della sinistra. Tu li disorienti perché arrivi così a sinistra nella tua intransigenza contro Berlusconi, contro la destra postfascista, la Lega e il "regime". E poi sei il più accalorato a sostenere Israele. Come si spiega?».
Si spiega con il proposito di quell'intervento a Pesaro e di queste pagine. Israele appartiene al mondo e ai valori della sinistra. Senza il sostegno della sinistra del mondo Israele muore. Questa frase non piace e sarebbe accolta con sprezzo dalla destra israeliana. Ma anche in Italia, anche a Roma, ricordo una sera d’estate - il 17 luglio di quello stesso anno in cui in tanti, ebrei e non ebrei, ci siamo raccolti davanti alla sinagoga di Roma, ci siamo arrampicati su una pedana e abbiamo espresso sdegno e tormento per le parole di Ahmadinejad, presidente dell'Iran, che aveva lanciato la parola d'ordine «cancellare Israele». Abbiamo detto sostegno a Israele attaccata dal Libano. Abbiamo detto solidarietà a Israele che - circondato da nord e da sud - aveva cominciato a respingere gli Hezbollah in Libano (dopo il rapimento di tre soldati).
Di quella notte mi sono rimaste impresse tre cose. Alcuni di coloro che hanno parlato erano di sinistra. Nessuno, tra la folla di via Portico d’Ottavia, che pure è la stessa strada, lo stesso luogo, del rastrellamento della notte del 16 ottobre 1943 (mille uomini, donne, bambini, neonati e ammalati, che non sono mai più ritornati, benché di qui si veda - appena al di là dal Tevere - la cupola di San Pietro). L'applauso più grande, più lungo ha salutato Gianfranco Fini. Fini ha fatto molte cose per meritare quell'applauso nella sua vita politica. Ma la sua vita politica è stata iniziata da Giorgio Almirante, segretario di redazione della rivista La difesa della razza, appena una generazione fa. Dalla folla alcuni giovani hanno gridato in coro - benché brevemente - «vinceremo». È stato come un capogiro, una vibrazione triste che per un istante è sembrata salire da quella folla. C’era come un cortocircuito nel tempo e nello spazio. L'abbandono della sinistra stava provocando una caparbia rivalsa. Si manifesta quando gli ebrei di Roma si stringono intorno a Fini. Si manifesta quando - a uno a uno – rappresentanti e notabili dello schieramento di Berlusconi si susseguono passandosi il microfono per dire che c'è un legame tra Prodi e gli estremisti islamici. E tutto porta ovazioni, come se si stesse discutendo davvero della vita di Israele.

Il dirottamento funziona e la gente sembra felice di battere le mani a Schifani e a Cicchitto, come a simboli dell'identità e del senso storico di Israele. Come un treno sullo scambio sbagliato, il convoglio di quella notte, che avrebbe potuto chiamarsi «con la destra per Israele», correva con qualcuno di noi aggrappato fuori. Ma la sinistra era altrove, a denunciare Israele e la sua guerra, immaginata come una decisione inutile e crudele.

Ho posto al pubblico dell'incontro di Pesaro che sto raccontando, tre domande: doveva proprio esserci uno stato di Israele? Doveva proprio essere lì? È stato il solo nuovo paese nato in terra d'altri?
Ho iniziato a raccontare il rastrellamento e la deportazione degli ebrei nella notte del 16 ottobre 1943. Ho ricordato l'evento della principessa romana che - avvertita di quanto stava accadendo - ha avvertito a sua volta la Santa Sede. Avendo accesso in Vaticano, la principessa ha chiesto di informare al più presto il Papa.
Il cardinale Maglione si è limitato a convocare per un colloquio l'ambasciatore tedesco a Roma, Rahn. Alla principessa ha detto: «Non possiamo convocare nessun altro. Non c'è un consolato degli ebrei a Roma».
Ho ricordato un documentario che mi hanno fatto vedere nella sinagoga di Cracovia, materiale girato dai militari tedeschi: si vede un gruppo di bambini che viene fatto sloggiare da una scuola, ciascuno con la sua seggiolina. Camminano su un viale affollato di passanti. Tutti i bambini hanno la stella gialla. Vengono spinti in un vicolo e - mentre si voltano e guardano insieme a molti che erano già nel vicolo – alcuni muratori costruiscono subito un muro, una fila di mattoni sopra l'altra, finché i bambini non si vedono più. È il muro del ghetto di Varsavia. Neanche a Varsavia c’era un consolato degli ebrei. Ma più avanti, in un'altra scena dello stesso documentario, c'è l'assedio al ghetto. Nelle strade circostanti la gente continua a passare come in giornate normali. Dal marciapiede i soldati tedeschi sparano a chi si affaccia dalle case al di là del muro. Un passante avverte un soldato sbadato, gli indica un volto alla finestra. Il soldato spara subito.
Ma lo stato di Israele è in Medio Oriente per una scelta arbitraria? Gli israeliani hanno cominciato ad abitare un piccolo pezzo di Palestina, quando era territorio dell'ex Impero ottomano reclamato come proprio dalla Giordania, e occupato dalle truppe e dalla amministrazione dell’Impero britannico. Lo hanno fatto su mandato delle Nazioni Unite (1948). Nello stesso giorno è stato istituito un piccolo stato palestinese - altrettanto nuovo e mai esistito prima - che però tutti gli arabi (non i palestinesi, ma il potere dei grandi paesi arabi dell'area) hanno rifiutato, iniziando subito una catena di guerre. Dopo una di quelle guerre per stroncare subito l’invasione egiziana, giordana, siriana e libanese, gli israeliani hanno conquistato e dichiarato israeliana Gerusalemme (1967).
Che cosa c'è di diverso dalle guerre del Risorgimento italiano che - una dopo l'altra - hanno aggregato pezzi di territorio che non erano mai stati «italiani», se non nel sogno di Petrarca e Leopardi (un sogno sionista?), strappandoli con sangue, violenza, odio, a vicini europei (con cui oggi l’Italia forma l’Unione Europea)? Che cosa c'è di diverso rispetto alla conquista di Roma – la nostra celebrata «breccia di Porta Pia» - che per duemila anni, proprio come Gerusalemme, era stata capitale religiosa e sede di un altro stato e di un altro governo che ha dovuto cedere alla forza e si è barricato nell'isolamento, nel non riconoscimento del governo italiano, nella scomunica per cinquant'anni, prima di ricominciare a vivere accanto e insieme, in un incrocio di diritti reciproci con lo stato italiano?
Se una diversità c'è, è che il Risorgimento italiano ha conquistato e dichiarato italiani pezzi di territorio austriaci e balcanici (in una Europa in cui tutti i confini erano stati stabiliti arbitrariamente dal susseguirsi di diversi poteri). Israele ha bensì realizzato un proprio autonomo sogno risorgimentale (detto «sionismo» o ritorno alla terra degli ebrei), ma ha occupato e preso possesso di una piccola parte di quella terra solo dopo un voto e una autorizzazione - bilanciata da autorizzazione equivalente stabilita per gli abitanti della Palestina - delle Nazioni Unite. E non ha tolto terra ad un altro stato più di quanto l'India o il Pakistan lo abbiano tolto all'Impero britannico. I risorgimenti, il sionismo, i grandi movimenti di liberazione dal colonialismo e dalle persecuzioni sono sempre fondati sul reclamo di un territorio, sulla presa di possesso fisica di quel territorio, sulla ricerca di riconoscimento internazionale per quell'evento. E – fatalmente – su molto sangue e continui spossessamenti. Come l'India e il Pakistan, Israele ha ottenuto il riconoscimento internazionale (con l'eccezione - durata decenni - del Vaticano). A differenza dell'India e del Pakistan, uno dei due stati non ha mai accettato di esistere. O non gli è stato permesso dalle potenze arabe dell'area. Ed è cominciata la guerra infinita.

Nessuno dei movimenti risorgimentali in cui la lotta porta alla creazione di una patria è esente da fatti sanguinosi anche tremendi. Nel Risorgimento italiano, per esempio, nessuno ha calcolato il costo di vite umane. Molti studi stimano questo costo grandissimo. In gran parte è stato provocato dalla lotta al «banditismo», vere e proprie operazioni di guerra, spesso comandate dagli stessi celebrati protagonisti del Risorgimento - come Nino Bixio - che hanno fatto strage di contadini in rivolta perché si ritenevano spossessati o ritenevano illegittimo e «occupante» il governo piemontese. Ma a quei fatti di sangue del Risorgimento italiano (teoricamente italiani contro italiani, ma in realtà vissuti come l'invasione oppressiva e poliziesca degli occupanti e della loro sproporzionata potenza contro uno stato di cose visto come «migliore» o «normale» dal popolo del Sud che ha subito l’invasione) appaiono modesti se confrontati con l’immediato effetto del «Risorgimento» indiano e di quello pakistano. Da entrambe le parti, induisti uccisi per mano di islamici e islamici sterminati per mano degli induisti, sono stati almeno due milioni.
Le tensione - fino al punto della mobilitazione e dell’arma atomica, affannosamente cercata e ottenuta da entrambi i contendenti – continua tuttora e si manifesta costantemente, fra assalti, attentati, terrorismo e guerra locale, nella disputa sul territorio del Kashmir. In quegli stessi anni del secondo dopoguerra l'abbandono del dominio coloniale ha provocato scontri spaventosi tra comunità diverse (per esempio, tra malesi e cinesi in Malesia, tra indonesiani e cinesi in Indonesia, fra tamil e cingalesi: un conflitto che continua tuttora in Sri Lanka) che hanno coinvolto aree molto ampie, centinaia di milioni di persone e milioni di vittime. L'improvvisato disegno coloniale dei nuovi confini ha portato a situazioni intollerabili, come quella del Pakistan - suddiviso in due grandi province separate e senza comunicazione, la provincia dell'Ovest e la provincia dell'Est. Quest'ultima, nel 1971, con una sanguinosa rivolta, è diventata il Bangladesh, dando luogo a un nuovo stato artificiale, ricavato in un territorio dove si sono succeduti in pochi decenni due stati, l'Unione Indiana e il Pakistan.
Nel mondo gli stati che si sono autoproclamati con la caduta o il ritiro del potere coloniale, o che sono stati riconosciuti o proclamati dalle Nazioni Unite sono quarantanove. Uno dei più piccoli è Israele. Occupa il 2 per cento di tutto il territorio del Medio Oriente e rappresenta l'1.3 per cento della popolazione dell'area. È il solo che non sia nato sovrapponendosi a uno stato già esistente, ma come uno dei due stati progettati e disegnati dalle Nazioni Unite su una ex provincia dell'Impero ottomano, ambita da Siria, Giordania ed Egitto, sotto l'amministrazione coloniale inglese e sotto il controllo di truppe inglesi. La creazione di uno «stato palestinese» è stata proposta per la prima volta dalle Nazioni Unite. Sarebbe stato il solo, insieme allo stato ebraico, a nascere in quell'area sotto l'egida delle Nazioni Unite e per voto dell'assemblea generale, e non come decisione arbitraria degli ex dominatori coloniali (Inghilterra e Francia), come era accaduto per Egitto, Giordania, Siria, Libano, Iraq e Kuwait.
È
difficile contestare le affermazioni che seguono: quando è nato lo stato di Israele non c'era uno stato palestinese. Uno stato palestinese è stato proposto per la prima volta contestualmente dalle Nazioni Unite nelle stesse dimensioni e con stesse risorse di Israele e con la stessa data di nascita (1948). Ma è stato rifiutato dalle potenze arabe dell’area, che avevano voci e mezzi per fare la guerra e hanno deciso di farla usando i palestinesi.
Nessun paese arabo ha mai proposto la creazione di uno stato palestinese prima che ci fosse lo stato di Israele. E infatti, subito dopo la prima guerra di tutti i paesi arabi contro Israele, nel 1948, l'Egitto ha occupato per sé la striscia di Gaza, e la Giordania ha annesso tutta la parte a ovest del fiume Giordano, facendo diventare giordana una parte della popolazione palestinese e reprimendo – anche con violente azioni di guerra (Settembre nero) - ogni tentativo di affermazione nazionalista palestinese all'interno della Giordania. Se ci sarà, come desidera tutto il mondo democratico, uno stato di Palestina, ciò avverrà perché c'è - e finché ci sarà – uno stato di Israele. La storia dell'area suggerisce che, senza lo stato di Israele, la Palestina sarebbe già stata dispersa da decenni (territori e popolazioni) fra tutti gli stati arabi confinanti.

Perché ho insistito sulla questione storica, e sul legame che ha generato, insieme, negli stessi anni, con le stesse lotte, l'antifascismo, la Resistenza e la nascita di Israele? Perché di questo legame non trovo quasi più traccia. Tutti i dati storici, in ogni incontro, in ogni dibattito, in ogni convegno o manifestazione popolare per la Palestina, appaiono cancellati dai segni molto forti della legittima ma penetrante propaganda palestinese. In essa, come in tutte le storie di rivendicazione, i fatti sono alterati. Domina, nella cultura della sinistra che trovo in quasi ogni sezione o «unione» dei Ds, quando partecipo a un dibattito su questo argomento, la parola
«occupazione» che oscura tutto: una grande occupazione continua di colonizzatori bianchi, prepotenti, ricchi, armati, «americani» alla quale una lotta di popolo deve opporsi. È giusto che una lotta di popolo sia sostenuta dalla sinistra. Ma chi si è formato nel ricordo della resistenza, che è stata liberazione dal razzismo e dalle persecuzioni, con amara sorpresa si trova di fronte a un aspro sentimento di rabbia e di sdegno contro Israele, nato dalla vittoria contro il nazismo e il fascismo, e quindi dalla Resistenza.
Sono quarantanove, come ho detto, i nuovi stati dell'Onu nati nella guerra, nati dentro il territorio degli altri (ma, come ho detto, anche l'Italia del Risorgimento è nata nella terra degli altri). Sono oltre un centinaio i conflitti aperti in questo momento nel mondo, in Asia, in Africa; il più crudele e spaventoso nel Darfur, genocidio che non finisce. In Algeria vi sono stati per anni indescrivibili sgozzamenti di inermi e indifesi (migliaia e migliaia di bambini) ogni notte, in una guerra interna spaventosa fra fondamentalisti che avevano vinto le elezioni e i militari che le hanno bloccate.
La sinistra italiana
è
rimasta ferma, con un atteggiamento irremovibile, che non varia nemmeno di fronte alle stragi delle bombe umane negli autobus israeliani nell'ora della scuola, accanto ai palestinesi; e definisce «muro della vergogna», o «muro dell'apartheid», un muro che ha posto fine a quelle stragi quotidiane per le strade delle città israeliane. Non ha mai notato il tempo in cui le madri israeliane dovevano dividere i figli fra un autobus e un altro, sperando che almeno uno tornasse vivo. Si astiene dal denunciare la spaventosa corruzione palestinese, che assorbe ogni risorsa di quel povero paese. Ma l'argomento della corruzione diventa utile e logico per giustificare la vittoria elettorale di Hamas (gruppo politico incline al terrorismo e deciso a negare l'esistenza di Israele) contro Al-Fatah, ovvero ciò che resta dell'immensa corruzione dell'Anp. Ti dicono che, riconoscano o non riconoscano Israele, si tratta di elezioni democratiche.
E da quel momento l'impegno di distruggere Israele proclamato da Hamas è dimenticato. L'invettiva, l'accusa, il rimprovero nei casi più ragionevoli rimangono identici: perché Israele non vuole fare la pace?
Mi accorgo che tutto è dimenticato. Oppure ci si imbatte in un modo di pensare, a sinistra, in cui tutto è conosciuto ma disprezzato, o non creduto. Ma ciò che accomuna lo scetticismo antisraeliano di chi non sa, e di chi non vuol sapere, è una fierezza militante contro tutto ciò che riguarda Israele, come se si trattasse di tante trappole dell'informazione imperialista e un servizio in più agli americani.
A Pesaro, un giovane si è tenuto pronto vicino al microfono per il momento delle domande. Nelle sue domande ho notato particolari precisi e tremendi di azioni militari israeliane, L'elenco di una catena di delitti conosciuti e descritti nei dettagli. Non c'è alcuna traccia di possibili errori palestinesi – o del mondo arabo verso Israele - e della responsabilità - o almeno corresponsabilità - nel non avere fatto la pace. La colpa è tutta israeliana. Non c'è memoria delle «stragi degli autobus», che spieghi tentativi di difendersi degli israeliani. Due espedienti guidano prontamente (certo, non per astuzia retorica, ma per antica abitudine a discutere e sentir discutere dell'argomento, da decenni sempre lungo lo stesso percorso, sia nel versante della sinistra che in quello cattolico) a uscire dalla descrizione dello stato dei fatti. Uno è di ricordare con esattezza - comprese le date e i numeri delle vittime - eventi che fanno apparire Israele un persecutore arbitrario e malvagio. L'altro è di ascoltare attentamente i richiami della Shoah, soprattutto della Shoah italiana, soprattutto della complicità italiana in quel genocidio, un argomento che a me pare essenziale e che dovrebbe spiegare il nostro passato, dare un senso al nostro presente: senza l'Italia, le sue leggi tremende, e tutto il suo peso anche di immagine nell’Europa di allora contro gli ebrei, la persecuzione e il progetto di distruzione totale sarebbero stati impossibili. Ma la risposta, quasi invariabilmente, è: «Proprio loro, che hanno conosciuto la tragedia della persecuzione, non dovrebbero farsi carnefici di altri».
Il giovane di Pesaro - con un sorriso - mi ricorda la frase di Edward Said (l'illustre docente di letteratura inglese della Columbia University nato a Gerusalemme e mio collega per tanti anni) che ha scritto: «Che cosa terribile essere vittime delle vittime». È un'affermazione che certifica, a livello alto della fama accademica, l'accusa delle vittime divenute carnefici. Ma il giovane col sorriso ha un altro argomento. Domanda, con tono di sfida: «Lo sai in che modo crudele e sistematico gli ebrei hanno sterminato gli arabi in ogni casa, in ogni villaggio, nei giorni in cui è nato lo stato degli ebrei?». Mi cita l'autore di un libro che gli è caro. È lo storico israeliano Benny Morris. Il giovane sembra non conoscere (o semplicemente non cita) La rabbia del vento di S. Yizhar, combattente di quella guerra e primo scrittore della storia e della letteratura israeliana. Ma gli preme il tema: gli ebrei - mentre non sono ancora israeliani - sono già assassini. Gli sembra importante citare le fonti israeliane non per riconoscerne il senso (un paese libero non nasconde nulla di se stesso e comunque autorizza qualunque voce), ma per rendere definitiva la condanna. Una ragazza in fondo alla sala (è lontana dal microfono) cerca, con tutta la forza della sua giovane voce, di stabilire la stessa persuasione appassionata e senza perplessità. Quella persuasione a lei appare una verità. Gli israeliani, ovvero gli ebrei, appena arrivati dall'Europa e dai campi a cui erano sopravvissuti, sono subito assassini.
Il mio pubblico (quello che mi vuole bene per ricambiarmi dei giorni non facili in cui ho diretto l’Unità) evita di chiedere la parola. Alcuni, specialmente uomini e donne che potrebbero avere la mia età e dunque gli stessi ricordi, quella sera scuotevano la testa mentre parlavo.
Ci sono degli affettuosi «Ma dài…» per dire: «Siamo amici
e
restiamo amici, però su Israele non siamo d'accordo. Non è forse vero che...», e capisci che hanno pronto un lungo elenco di certezze. Quelle certezze riguardano sempre delitti commessi da Israele. In un mondo di conflitti, tensioni, violente ferite etniche e religiose, migrazioni di popoli e cambiamenti a volte riconosciuti, a volte arbitrari, di confini, nel mondo degli sgozzamenti algerini e nel massacro dei bambini di Beslan, una immagine tremenda è fissata nella mente di. coloro che mi parlano. E che sorridono per esprimere incredulità e scetticismo e sospetto quando tento (e li supplico) di allargare la fessura del loro punto fisso di osservazione: Israele ricco, potente, usurpatore di case e di terre, colpevole di occupazione, esecutore di «apartheid» e del «muro della vergogna». Israele assassino.

E voglio vedere chi ha ancora la faccia di bronzo di invocare la buona fede (e non azzardatevi a tornare qui dentro finché non avrete letto il libro). (Sì, vabbè, con l’isterico mantra della “guerra sbagliata in Iraq” ripetuto diciottomila miliardi di volte fa un par di palle che non finiscono più, ma dopotutto nessuno – quasi – è perfetto).
Ancora una cosa, ancora una annotazione: capita di sentir proporre paragoni tra il Risorgimento italiano e affini da una parte e la guerra di Hamas dall’altra. Niente di più assurdo: le lotte di liberazione, fra cui il risorgimento italiano, hanno come obiettivo la creazione di uno stato. La guerra di Hamas no. Hamas non ha affatto in agenda la creazione di uno stato. L’unico obiettivo di Hamas è la distruzione di Israele, che è d’intralcio per la creazione del califfato islamico: è scritto nel suo statuto, continuano a ripeterlo i suoi dirigenti, ha sempre continuato a dimostrarlo con i fatti dal giorno della sua nascita.

Furio Colombo, La fine di Israele, Il Saggiatore



barbara

Pubblicato il 23/8/2007 alle 0.34 nella rubrica Diario.

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