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ISRAELE, LA NOSTRA FRONTIERA

Panorama ci ripropone un articolo vecchio di quarant’anni, che vale davvero la pena di leggere.

da Panorama del 1 giugno 1967

di Carlo Casalegno*

Davanti alla tensione fra Israele e il mondo arabo, non si può restare distaccati e neutrali. Siamo in molti, penso, a non trovare soddisfacente l'olimpica imparzialità, con cui l'on. Fanfani mette le due parti sullo stesso piano e distribuisce a entrambe consigli di saggezza e di moderazione. Forse si deve approvare la cautela diplomatica delle grandi potenze, direttamente impegnate in una crisi di estrema gravità: all'Italia, che ha ben minori responsabilità politico-militari, e può far pesare invece un prestigio morale non trascurabile, si addice un energico richiamo alla legge internazionale, ai motivi ideali, alla giustizia. Il conflitto che incombe sulla Palestina non è una di quelle controversie per il tracciato d'una frontiera o la spartizione d'una provincia, dov'è difficile distinguere con un taglio netto la ragione e il torto; gli Stati arabi si propongono di cancellare Israele dalla faccia della terra. È una esplicita minaccia di genocidio.

Programma di sterminio. Che gli arabi sentano Israele come un corpo estraneo, inseritosi a forza nella regione che gli ebrei avevano perduto da diciannove secoli, è comprensibile; e si deve capire l'amarezza degli esuli, l'insofferenza e la frustrazione dei novecentomila profughi palestinesi. Ma lo Stato israeliano è sorto perché nel 1947 i nazionalisti arabi rifiutarono di accettare la pacifica convivenza dei due popoli; esiste da diciannove anni, è cresciuto per un milione e mezzo di emigrati; e i profughi vivono ancora nell'ozio miserabile e avvilente delle «bidonvilles» soprattutto per volontà dei Paesi «fratelli». Anziché accoglierli a proprio vantaggio (l'Onu e Israele avrebbero pagato le spese), hanno preferito mantenere quest'esercito di disperati, in cui è facile arruolare terroristi, e che serve come arma di ricatto internazionale. Il buon senso (se non l'astratta giustizia), l'interesse, le prospettive di una proficua collaborazione consigliavano agli Stati arabi – vastissimi, spopolati e depressi – di cercare un accordo ragionevole con la piccola nazione ebraica; dal 1948 non hanno rinunciato né allo stato di guerra né al programma di sterminio.
Dopo la rovinosa disfatta del '48, i governi arabi non hanno mai preso l'iniziativa di grandi operazioni militari, né (malgrado la prevalenza numerica di venti a uno) si sono cullati nell'illusione di una facile vittoria. Gli appelli alla «guerra santa» sono stati adoperati spesso come strumenti di politica interna; la corsa all'estremismo antisionista è servita a Nasser, ai colonnelli siriani, ai dirigenti algerini per conquistare posizioni egemoniche nel mondo arabo e per indebolire i «tiepidi»: re Hussein di Giordania, il presidente tunisino Burghiba. Alla guerra aperta, anche i fanatici hanno preferito il «bluff», il blocco dei confini, le incursioni dei terroristi. Ma anche questo gioco è distruttivo, e mortalmente pericoloso.
Israele sa di essere circondato da nemici irriducibili, che crescono di numero e che si vantano di educare all'odio i loro figli; che ricevono armi in quantità crescenti e imparano ad adoperarle meglio; che esercitano una pressione logorante su tutte le frontiere. L'Egitto ha chiuso il Golfo di Aqaba: Israele è isolata dal Mar Rosso e dalla via del petrolio. Terroristi ospitati, istruiti, armati in Siria e in Egitto, operano lungo 800 chilometri di confini terrestri particolarmente adatti alle imboscate.
Soltanto la superiore efficienza militare e un solido coraggio possono trattenere gli israeliani dalla guerra preventiva – o dalla disperazione. Israele è uno Stato più piccolo del Piemonte, ha meno abitanti di Roma, manca di confini naturali, è stretto fra quattro vicini soverchianti e nemici. Si estende fra le montagne del Libano e il Mar Rosso, su una lunghezza che è metà di quella dell'Italia; la larghezza massima non equivale alla distanza tra Torino e Milano, e un buon terzo del territorio si trova entro la portata dei cannoni appostati oltre frontiera. L'esercito non ha spazio per ritirarsi, né la popolazione civile per disperdersi: un attacco con i missili sarebbe il massacro.
Questa patria, gli israeliani non l'hanno ereditata da nessuno, né l'hanno tolta agli arabi: se la sono creata pezzo per pezzo. L'intera Palestina, ai tempi del dominio turco, consentiva un'esistenza stentata a mezzo milione di uomini; oggi nel solo Israele, che per metà è ancora un deserto, due milioni e mezzo di abitanti hanno il più alto tenore di vita del Medio Oriente. Alla fine dell'800, pochi pionieri incominciarono l'impresa folle e paziente di redimere la sterile terra promessa dalla Bibbia agli ebrei; da allora, ogni anno nuovi giardini, agrumeti, campi di grano sono strappati alle pietre delle colline, alla sabbia del Negev. Nella desolazione del Mar Morto è sorta una moderna industria chimica, e dalle miniere di Re Salomone sono tratti i fertilizzanti per un'agricoltura d'avanguardia.

Superstiti degli eccidi. L'esistenza stessa del popolo israeliano è una conquista. Esso ha una millenaria base razziale, e vede nella più antica delle religioni monoteistiche il fondamento della sua idea nazionale; ma si è formato negli ultimi decenni, con la fusione dei più diversi gruppi di immigrati: pionieri del sionismo, profughi dell'impero zarista, scampati dei «lager», intere comunità venute dal mondo islamico. Li unisce un tratto comune: le persecuzioni li hanno condotti in Palestina. L'idea sionista nasce dall'antisemitismo, negli anni dei Pogrom russi e dell'«Affare Dreyfus»; poi il razzismo hitleriano e il nazionalismo arabo hanno popolato Israele. La nuova patria ha dato un rifugio ai superstiti dell'eccidio, una speranza a milioni di perseguitati; ha restituito il senso del focolare a chi si sentiva disperso, e ha liberato gli oppressi dall'incubo della persecuzione. È doveroso tutelare i legittimi interessi degli arabi, ma non si può accettare che plachino il loro nazionalismo distruggendo questo Stato-santuario. Israele è una frontiera per tutti gli uomini civili.

*Carlo Casalegno fu ucciso dalle Br il 16 novembre 1977.



(Panorama, 3 agosto 2007)

E uno si chiede: com’è che quello che quarant’anni fa era chiaro a chiunque, dal grande giornalista al fruttivendolo, dallo statista al medico, dall’avvocato all’operaio, oggi non è più chiaro quasi a nessuno?


barbara

Pubblicato il 11/8/2007 alle 23.35 nella rubrica Diario.

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