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DIECI BOTTIGLIE VERDI

(Vi ho messo un post lungo perché rivado, anche se per poco, così avete il tempo di leggervelo con calma).

C’è una cosa confortante – una almeno – a leggere un libro come questo: sappiamo con certezza, fin dall’inizio, che la protagonista si è salvata. Ma a quale prezzo? Dopo quante e quali sofferenze, quante e quali violenze, quante e quali perdite?

Tutto il nostro mondo sta franando come una torre di carta. Giorno dopo giorno le libertà civili diminuiscono e la nostra vita è in pericolo. La prima settimana dopo l’annessione, gli ebrei non possono più accedere ai teatri, ai centri pubblici e alle biblioteche. Il 15 marzo viene annunciato che i funzionari pubblici di religione ebraica perderanno il posto di lavoro e due giorni dopo è il turno dei magistrati. Il 22, agli avvocati viene imposto di mettere la svastica sulle toghe. Gli imputati ebrei dovranno restare in carcere e non avranno diritto a un processo semplicemente perché sono ebrei. Il 26 gli studenti sono cacciati da scuole e università, dai mercati e dai macelli. Viene proibita la macellazione secondo il rituale Kasher. Dal 31 marzo, agli ebrei è vietato esercitare l'avvocatura. L’impatto immediato e improvviso di questi provvedimenti ha sulla nostra comunità un effetto devastante. La libertà è schiacciata in tutti i modi. I più deboli e gli anziani sono obbligati a inginocchiarsi e a strofinare i marciapiedi per cancellare gli slogan a favore di Schuschnigg. Alcuni sono portati in strada e obbligati a esibirsi in evoluzioni da circo equestre; ad altri vengono rasati i capelli. Ovunque si vada si viene derisi e insultati. Scuotiamo il capo increduli. Come è potuto accadere tutto, ciò?
All'arrivo di aprile la mia amata primavera viennese è diventata un acquerello della memoria, il cui gioco di luci e di ombre viene sostituito da zone di una cupezza sinistra, con pennellate brusche di odio e spargimento di sangue. Ci muoviamo come sonnambuli nelle nostre attività quotidiane, tenendo aperto il negozio malgrado le macchie di vernice sulla vetrina e le minacce dei passanti. Le lettere che ricevo regolarmente da Poldi mi confortano e a forza di rileggerle sono quasi rovinate. Quando gli scrivo, non ho altro da comunicare oltre alla disperazione. Adesso non esistiamo più come austriaci, siamo solo ebrei.
I soprusi quotidiani si susseguono: un vicino è stato aggredito, il marito di un'amica è stato portato via per essere interrogato e non è più tornato a casa, le cose che ci appartengono vengono vandalizzate senza che la polizia intervenga. Il pericolo è sempre più forte.
Ogni giorno temiamo un ulteriore peggioramento dell'assurda situazione che si è creata. La mattina del 23 aprile siamo nuovamente svegliati da rumori cui ormai ci siamo abituati, il suono delle urla di innocui cittadini trascinati a forza fuori dalle loro case per essere umiliati per le strade. Sbirciamo con circospezione da dietro le imposte e vediamo il tormento di quei poveretti per la strada. La gente viene trascinata via dai soldati che sono stati inviati oggi che è sabato, festività ebraica, e portati al Prater, il famoso parco giochi di Vienna. Non osiamo seguire la folla e aspettiamo chiusi in casa di sapere che cosa succederà.
Fritz è venuto a trovarci per portarci un po' di cibo. È troppo pericoloso uscire di casa e cerchiamo di farci bastare le ultime provviste che abbiamo.
"Che cos'è successo stamattina, Fritz?" gli chiedo prendendo il pane e il formaggio che mi porge. "Ci sono stati ancora dei disordini in strada e abbiamo visto dei nazisti che caricavano".
"Passando per il Prater ho notato una folla", risponde fissando il pavimento, con un'espressione di disgusto sul viso. "C’erano degli ebrei che venivano costretti a camminare a quattro zampe come cani". Fa una pausa.
"E poi che cos'è accaduto?".
"Li hanno obbligati a mangiare l'erba. Quei disgraziati ragazzi e ragazze e donne sono stati obbligati a ingoiarla e picchiati se rifiutavano. La folla incitava i nazisti a insultare le vittime. Non hanno avuto pietà neanche quando hanno cominciato a vomitare l’erba che era stata cacciata loro in bocca a forza. Alcuni sono svenuti, colti da infarto, altri sono addirittura morti dopo i fatti”.

Quando ci rechiamo al cimitero sulla tomba di papà e della nonna, che è morta alcuni anni fa, ci troviamo di fronte al terribile spettacolo delle nostre tombe profanate. Tutto è stato deturpato con violenza gratuita: le aiuole calpestate, le lapidi divelte e ovunque campeggia l’odiata svastica.

Quando la spossatezza ha il sopravvento e non riesce più neanche a piangere, guarda le nostre facce spaventate e solcate di lacrime mentre ci comunica che tutti i conti correnti degli ebrei sono stati congelati, sequestrati dai nazisti: non abbiamo più niente.
Se mi si fosse aperta la terra sotto i piedi e avesse inghiottito tutta la città, avrebbe avuto più senso per me. Com'era possibile che tutto ciò che papà aveva risparmiato per noi ci fosse stato tolto di punto in bianco?
"Ma, mamma, dove sono andati a finire tutti i soldi di papà e quelli del negozio?", le chiedo incredula.
"Oh, Nini, che cosa ti devo dire? Non c'è nessuno a cui chiedere e nessuno contro cui rivalersi", risponde la mamma rassegnata.
"Ma i soldi?", ripete Willi confuso quanto me. "Tutti i nostri risparmi sono nelle mani dei tedeschi e ci governano le loro leggi. Ce li hanno rubati come fanno i delinquenti comuni e non ce li restituiranno. Siamo ebrei e non abbiamo diritti: non possiamo chiedere che ci venga restituito il maltolto, non possiamo lavorare, non possiamo vivere in pace".
Fissa il vuoto incapace anche di piangere ormai. Ci guardiamo l'un l'altro pallidi in volto. Per la prima volta ci rendiamo conto che la mamma è distrutta a livello emotivo; non può aiutarci e dovremo trovare da soli una via d’uscita.
Ovviamente, non siamo gli unici. Quasi ogni giorno la mamma viene a sapere di parenti che sono stati privati dei loro beni. Non abbiamo più contatti con le zie, ma sappiamo che i nazisti hanno chiuso le loro attività commerciali e sequestrato gli immobili. I nostri amici e vicini ebrei che conosciamo da una vita stanno scomparendo uno dopo l'altro prelevati nelle loro case dai soldati per essere sottoposti a interrogatori in luoghi da cui non sono più tornati. I vicini non ebrei ci guardano come se fossimo appestati. Le finestre vengono vandalizzate, o per dipingere stelle gialle e scrivere "Juden" o semplicemente per rompere i vetri. Ogni attività commerciale è impossibile e le forze dell'ordine sono diventate i nostri nemici. Le leggi sono soppiantate dalla corruzione e dallo spargimento di sangue. Detenuti per omicidio vengono rilasciati in massa dalle prigioni per vestire la divisa nazista e ai più violenti vengono date promozioni. Il terrore è a livelli parossistici.

"Karpel". Dico il nostro cognome a un funzionario della Gestapo. "Mio fratello. È mio fratello, Willi. L’hanno portato qui”.
"Sì, lei è la sorella. Dobbiamo porre delle domande anche a lei". Non sento più le braccia, sono intorpidite, ho la bocca inaridita e le mani si fanno sudate e gelide mentre lo seguo; mentre mi chiedo se mi si piegheranno le ginocchia mi viene in mente che la mamma sta per tornare dal negozio e si preoccuperà. Non le avevo lasciato un biglietto, ma d'altra parte che cosa potevo dirle?
Mi porta in un'altra stanza e apre una porta pesante. All'interno la luce è fioca ma riesco a vedere Willi seduto su una sedia, con la luce che si riflette sulle lenti degli occhiali. Gocce di sudore gli imperlano la fronte, ma quando gli prendo la mano la sento fredda come la mia.
Veniamo interrogati per ore da ufficiali delle SS, dei duri con cicatrici sulla faccia che ci fissano, incapaci di vedere degli esseri umani davanti a loro. Abbaiano ordini e fanno domande assurde, ci accusano di mettere in pericolo il governo austriaco, di complotti politici, di essere colpevoli persino di essere nati e di esistere, di far parte di una cospirazione giudaica e di qualsiasi altra follia che venga loro in mente. Non possiamo ribattere a queste accuse insensate e rimaniamo in silenzio per tutto l'interrogatorio. Gli uomini scambiano qualche parola tra loro, poi uno ci porta sotto nella hall e da qui in un'altra stanza, ci ordina di rimanere lì e se ne va sbattendo la porta.
Rimaniamo da soli, in piedi in una stanzetta buia senza finestre né sedie. Manca l'aria. Parlottiamo con il terrore nella voce. Potremo ancora vedere la luce del giorno o verremo portati via per non fare più ritorno? La porta viene spalancata. Ci proteggiamo gli occhi con le mani per non essere colpiti dalla luce improvvisa. Ci sono tre della Gestapo.
"Tu", mi urla uno di loro mentre batte un pugno sul tavolino che gli sta di fronte, hai complottato contro il Reich falsificando visti per permettere agli ebrei di sottrarsi al meritato castigo. Sei una traditrice e i traditori devono morire!".
“No non è vero
"
Sei stata vista con altri traditori mentre vi incontravate e lavoravate di notte come i topi, come fanno gli ebrei per penetrare nella fortezza tedesca. Vi distruggeremo tutti prima che possiate portare a termine i vostri progetti”.
“Dov’è vostro padre?".
“È morto", rispondo con pacatezza.
“Quando è morto? Come è morto? Pensiamo che si nasconda da qualche parte a commettere crimini contro lo stato".
Rabbrividiamo per l'orrore al sentire questa accusa.
“No, ci ricordiamo che i medici dissero che era morto".
"Certo, per i medici ebrei che hanno firmato il certificato di morte. Sappiamo che voi siete tutti bugiardi e cospirate per accumulare sempre più soldi”.
"Eravamo molto piccoli ma lo sappiamo. Non lo vediamo dal 1922. Sono già passati quindici anni. Siamo andati al funerale e abbiamo visto la cassa di legno ricoperta di terra. Andiamo a trovarlo al cimitero".
"Chi si occupa dei vostri beni allora? Questo ragazzo?".
"No, la mamma. Vi potrà dire lei stessa che nostro padre ha lavorato duramente per far andare bene il negozio. Lo sanno tutti".
“Anche noi siamo austriaci", dice Willi, con voce malferma e quasi impercettibile.
"Gli ebrei non sono nulla. Non hanno diritto di camminare dove camminano gli austriaci o di respirare la stessa aria. Dite a vostra madre che le SS andranno a cercarla domani mattina. Firmerà tutto quanto o la punizione sarà più severa di quanto possiate immaginare”.


Poi, quando tutto è finito, hanno recitato di fronte al mondo il ruolo di vittime: erano stati invasi, loro, e occupati, annessi dai cattivi nazisti, vittime più o meno come gli ebrei, non colpevoli, non carnefici: e quando mai?! E poco importa che l’annessione l’avessero invocata e accolta con gioia, poco importa che le loro violenze contro gli ebrei siano state addirittura superiori a quelle verificatesi in Germania, poco importa che la loro presenza – volontaria! – nei campi di sterminio fosse enormemente superiore alla loro percentuale nella popolazione del Reich: vittime! Nient’altro che povere vittime, senza alcun bisogno di fare i conti col proprio passato. E non è certo un caso che in Austria, a differenza che in Germania, non è mai stata pronunciata una sola condanna nei confronti di criminali nazisti.
Poi, sì, ci sono anche cose così:

Comincio a tremare di nuovo.
“Non faccia così, cerchi di avere un po’ di fiducia in me”. Continua a chiedere altri dettagli e scrive tutto. Alla fine smette di scrivere e si toglie gli occhiali. "Mi vergogno della mia gente. Che cosa mai è accaduto all'integrità degli austriaci?", chiede sospirando. "Ci sono però rimasti alcuni di noi disposti a rischiare qualcosa per aiutare un altro essere umano. Voglio che lei smetta di preoccuparsi adesso. Lasci la questione nelle mie mani. Conto ancora qualcosa in questo paese, nonostante il regime di terrore che hanno instaurato".
"Non avevo nessun altro a cui rivolgermi, avvocato Berger", aggiungo, ansiosa di spiegare la mia presenza nel suo studio. "Certo non voglio che lei metta a repentaglio la sua sicurezza. Siamo sicuri che andrà tutto bene e che la Gestapo non la incolperà di niente?".
"Non deve preoccuparsi di questo. Ho dedicato la vita al rispetto della giustizia e al suo servizio. Ma ora questa parola è priva di significato e quindi risponderò solo al mio senso di giustizia".
Anche se sono determinata a non farmi prendere dall'emozione, mi si riempiono gli occhi di lacrime. Proprio quando mi ero convinta che non ci fossero più persone coraggiose e moralmente integre in tutta Vienna, quest'uomo si è offerto di rischiare la propria vita per salvare le nostre.
"Signorina, so che è disperata, ma farò del mio meglio e le farò sapere entro un giorno o due". Alzandosi dalla sedia, aggiunge: "Non si preoccupi per i soldi adesso”, e mi mette una mano sulla spalla. “Anticiperò tutto il contante necessario e un giorno, quando la guerra sarà finita e forse potremo tornare a una vita normale, me li restituirà".
"Non so come ringraziarla, avvocato Berger". Gli stringo la mano vigorosamente.
Quando finalmente torno a casa, dico alla mamma e a Willi quello che ho fatto. Non riescono a credere che abbia avuto il coraggio di rivolgermi a un estraneo, come l'avvocato Berger, che non è ebreo, influente e probabilmente collegato ai nazisti e sono ancora più stupiti che sia disposto non solo ad aiutarci, ma a usare i suoi soldi per farlo. Pensano che sarebbe meraviglioso se ciò accadesse, anche se sono scettici.
Ma l'avvocato ha mantenuto la parola e dopo due giorni viene lui stesso da noi. Usare un intermediario sarebbe stato troppo rischioso. Si siede con la mamma, Willi e me nel nostro salotto e ci dice quello che ha organizzato. Ha comprato tutti e cinque i biglietti. Dobbiamo solo farci rilasciare i documenti necessari per emigrare e potremo espatriare.

E ogni volta che si incontrano persone così ci si chiede, con rabbia: se un solo uomo dotato di coraggio e buona volontà è riuscito a salvare così tante persone, quante vittime ci saremmo risparmiati se gli uomini degni di questo nome fossero stati un po’ di più? Vogliamo provare a ricordarne qualcuno? Perlasca più di 5000, Schindler 1200, Zamboni 280, Zofia Kossak, scrittrice polacca antisemita, circa 6000, Gerard e Jacob Musch, adolescenti olandesi, centinaia di bambini, Palatucci circa 5000, Danimarca e Bulgaria tutti …
P.S.: Il libro è stupendo: leggetelo!
P.P.S.: E si ficchino bene in testa una cosa, le anime belle: quando gli ebrei, sulle ceneri di Auschwitz, hanno detto “mai più”, intendevano dire mai più.

Vivian Jeannette Kaplan, Dieci bottiglie verdi, Edizioni Il punto d’incontro



barbara

Pubblicato il 5/8/2007 alle 0.50 nella rubrica Diario.

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