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CAINO A ROMA

Sul numero del 28-29 settembre, «Il Lavoro fascista» riportava un testo di un giornale romano sul quale si leggeva: «Senza aver versato neppure una goccia di sangue, in una guerra da essi scatenata – gli ebrei dovrebbero naturalmente essere i soli beneficiari della catastrofe. Molti popoli cominciano già a deplorare di aver rinviata la radicale soluzione del problema ebraico». Il redattore fascista concludeva: «Prima, però, che gli ebrei possano succhiar sangue dai belligeranti esausti c’è tempo per rimediare all’errore».
Il giorno dopo un lettore, tale Marino Pedretti, mandò una lettera al giornale nella quale chiedeva alle autorità misure efficaci contro gli ebrei che «tanto altezzosamente» avevano rialzato la testa dopo il 25 luglio. La redazione rispondeva sinteticamente: «verrà il tempo per tutto e per tutti». (pp. 61-62)


I nazisti sono cattivi: lo sappiamo tutti. Ma, con tutta la buona volontà – o tutta la malafede, a scelta – come immaginare che da soli sarebbero riusciti a sterminare sei milioni di ebrei, andandoli a scovare casa per casa, in città che non conoscevano, in luoghi di cui non parlavano la lingua? Molte sono state, infatti, le complicità di cui ovunque hanno goduto. Complicità rimosse poi dietro l’alibi del “Eravamo tutti vittime”. E se in Germania, in qualche misura, i conti col proprio passato sono stati fatti, ben poco è stato fatto altrove. Per questo è particolarmente meritorio questo libro, che solleva qualche velo su quella pagina oscura della nostra storia. In cui apprendiamo, tra l’altro, che nei processi ai delatori e collaborazionisti celebrati nel dopoguerra, l’avere consegnato gli ebrei ai loro carnefici per motivi di odio razziale era considerato un’attenuante. Leggere per credere.

Amedeo Osti Guerrazzi, Caino a Roma, Cooper



barbara

Pubblicato il 1/8/2007 alle 0.31 nella rubrica Diario.

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