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KOBI E YOSSI, SEI ANNI FA

Avevano 13 anni. Doveva essere una bella mattinata, quella dell’8 maggio 2001 e, come a volte capita ai ragazzini, non avevano tanta voglia di andare a scuola. Così decisero di andarsene un po’ in giro, a passeggiare, a godere della natura. I loro corpi furono ritrovati il giorno dopo in una grotta del deserto della Giudea: erano stati massacrati a colpi di pietra da dei terroristi palestinesi. Le pareti della grotta erano coperte di sangue, brandelli dei corpi dei due ragazzini erano sparsi ovunque. Ricordiamo Kobi Mandell e Yossi Ish-Ran con questa lettera scritta dalla mamma di Kobi.

Perché stiamo in Israele


Adesso sembra da pazzi vivere in Israele. Alcuni se ne vanno. Li capisco. E' orribile vivere con la violenza e con l'angoscia e con lo stress che provocano. Siamo vulnerabili, noi israeliani: in macchina o sull'autobus, prendendo un caffè al bar o addirittura stando a casa. Tutto è circondato dal terrore. Tutto il tempo, di giorno e di notte, siamo coscienti di essere obiettivi da colpire.
Un venerdì notte, all'una, siamo stati svegliati dagli altoparlanti installati nella nostra comunità. Ci hanno avvertito che c'era un terrorista in Tekoa. "Chiudete porte e finestre a chiave, dormite con le armi, badate ai bambini e spegnete le luci."
Abbiamo velocemente spento le luci, nonostante il fatto che siamo osservanti dello Shabat.
Abbiamo chiuso a chiave porte e finestre. Abbiamo messo una sedia davanti alla porta dell'entrata. Poi suonò il telefono. Era il nostro vicino che controllava se avevamo sentito l'annuncio.

I bambini erano spaventati, tremavano. Ho detto loro che li avremmo protetti, che stavamo vicini. Che dovevano andare a dormire.
Loro si sono addormentati, tutti nel nostro letto. Ho pregato e poi mi sono addormentata, sperando che la mattina arrivasse presto.
Circa alle tre di nuovo l'altoparlante: l'emergenza era finita.
Per adesso. Ma, come ho detto ai miei figli, è raro che i terroristi ti avvisino.
Sicuramente non hanno avvisato mio figlio Koby, di 13 anni, prima di ammazzare lui e il suo amico Yosef, prendendoli a sassate prima di schiacciare i loro crani e renderli irriconoscibili. Koby e Yosef erano in giro vicino a casa nostra a Tekoa. I due ragazzi volevano scoprire la valle dietro le nostre case. Sono stati ammazzati per il loro amore per questa terra. Sono stati ammazzati perché ebrei.
Una mia amica era al cinema a Gerusalemme, sabato notte, per vedere un film, la notte dell'attentato al Moment Caffè che ha ucciso 11 persone. Il direttore del cinema ha fermato il film per dire al pubblico cosa era accaduto e per chiedere se volevano continuare a vedere il film. Non hanno voluto. Tutti sono andati a casa.
Perché la gente continua a stare qui nonostante siamo cacciati come bestie dai terroristi? Perché tanti di noi qui sentono un forte senso di appartenenza, al nostro paese, alla nostra cultura e storia.
Questo senso di appartenenza si manifesta in molti modi diversi. Oggi sono andata a fare la spesa al mio minimarket e lì un uomo stava riempiendo una scatola di cose buone per suo figlio nell'esercito. L'uomo prende una tavoletta di cioccolato al latte, e la commessa, Ranet, dice: "a tuo figlio non piace il cioccolato al latte, Noam preferisce quello amaro."
Un'altra storia. Ruth, una mia amica, è al banco frigo per comprarsi una bibita Una bambina timida arriva e chiede al negoziante "Cosa posso prendere con 2 shekl?" E lui dice: "Niente." Poi le dà un shekl. "Ma adesso ne hai tre. Puoi comprare una gomma o una caramella." Ruth pesca uno shekl dalla sua tasca. "Adesso ne hai quattro."
Qui c'è una sensazione di essere in famiglia Qui, nonostante il dolore e la sofferenza, non ci sentiamo soli. Ci sentiamo parte di una rete, di un tessuto che, nonostante sia pieno di buchi, è abbastanza forte per tenerci su.
Se facciamo un buco, il tessuto si indebolisce. Può essere riparato, naturalmente, ma non sarà mai più come prima.
Noi non vogliamo bucare il tessuto. Noi non vogliamo lasciare il posto dove è seppellito nostro figlio. Non vogliamo lasciare l'unico posto al mondo dove il tempo è misurato con il calendario ebraico, dove le celebrazioni coincidono con le festività ebraiche, dove la lingua è quella della Bibbia. Noi non vogliamo lasciare il centro della storia ebraica. Adesso facciamo parte di questa lunga storia dolorosa, siamo noi quel popolo ebraico che lotta per poter finalmente vivere sulla propria terra.
Mio figlio è morto perché ebreo. Io voglio vivere da ebrea!

Sherri Mandell

                          

E ricordiamo, con qualche giorno di ritardo, anche questoquestoquesto e questo.

barbara

Pubblicato il 10/5/2007 alle 17.12 nella rubrica Diario.

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