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LA CITTÀ CHE UCCIDE LE DONNE

In una strada sterrata, fuori da Ciudad Juárez, al limitare del deserto, la polvere avvolge una piccola costruzione di legno e cemento. Una tenda scolorita fa le veci della porta. Da qui uscì, una mattina di giugno del 2000, María Elena Chávez, 16 anni, per andare a lavorare. «Da quel giorno non abbiamo più saputo nulla di lei» racconta ora la sorella, Brenda, 18 anni. In ottobre la trovarono morta. A María Elena «fecero quello che fanno a tutte. Le violentano e le ammazzano. Sembra quasi che stia diventando un'abitudine».
A
Ciudad Juárez, al confine tra lo Stato messicano di Chihuahua e il Texas, sono quattordici anni che spariscono le donne. Vengono ritrovate senza vita, violentate, torturate, il corpo abbandonato in terreni dismessi.
E il governo non riesce ad arrestare i colpevoli e a mettere fine alla tragica serie. È quanto denunciano alcuni libri, come Ossa nel deserto di Sergio Gonzáles Rodríguez (Adelphi) e He visto el diablo de frente (Ho visto il diavolo in faccia, Artime Ediciones) di Maud Tabachnik. Ed è quanto è stato detto a gran voce in un megaconcerto tenuto l'anno scorso nella capitale messicana, organizzato, tra gli altri dalla Piattaforma spagnola delle artiste contro la violenza sulle donne.
Dal 1993 a oggi sono state assassinate 374 donne e 35, secondo la Procura generale, risultano ancora disperse. Ma sulle cifre non c'è alcuna certezza. Per Amnesty International, solo nel periodo tra il 1993 e il 2003 sono morte 370 donne e 85 risultano disperse. Victoria Caraveo, avvocato difensore di alcune madri delle vittime ed ex direttrice dell'Istituto della donna di Chihuahua, è convinta che sia fondamentale fare una distinzione tra omicidi frutto di aggressioni o violenze familiari e omicidi "seriali", che sono 114. Se non si fa questa distinzione, assicura, le autorità possono sostenere che l'80 per cento dei delitti è stato risolto. «Se anche così fosse, si tratterebbe solo dei delitti individuali, non di quelli seriali». Per questi ultimi, finora, un solo colpevole è stato condannato. Secondo alcune ong, come Justicia para nuestras hijas (Giustizia per le nostre figlie), la distinzione tra le tipologie di omicidi è solo un escamotage per minimizzare il problema. Si tratta in realtà, dicono, di un "femminicidio", di un
"genocidio di donne" secondo le parole dell'antropologa Marcela Lagarde. «Le donne sono vittime sia di conoscenti sia di estranei» dice. «Di singoli stupratori e assassini oppure di gruppi, improvvisati o professionisti. Ma sempre si tratta di morte crudele. Questo avviene perché lo Stato non garantisce la sicurezza di buona parte della popolazione, in concreto delle donne». La maggioranza delle donne scomparse hanno tratti comuni: sono giovani, belle, snelle. E tutte appartengono alle classi inferiori. La maggioranza degli abitanti di Ciudad Juárez vive in condizioni di estrema povertà nonostante un certo sviluppo economico portato qui, a partire dal 1965,
dalle maquila, fabbriche straniere che assumono manodopera locale a basso costo, in genere femminile. Si stima che ogni giorno arrivino in città circa trecento persone. «E gli alloggi non sono sufficienti» spiega Esther Chávez Cano, direttrice di Casa Amiga, un centro di sostegno perle vittime della violenza. «Così le donne finiscono nel deserto. Non hanno alternativa, cercano solo di sopravvivere».
Ma per le donne di Juarez sopravvivere è una questione di fortuna. Quasi tutte le vittime assassinate sono operaie delle maquila, commesse o studentesse. «Gli assassini le scelgono perché sanno che non possono difendersi. Alle ricche non fanno mai niente, non possono competere con i soldi» afferma Patricia Cervantes. Sua figlia Neyra Azucena, 20
anni, morì nel 2003 nella capitale dello Stato, Chihuahua. Anche in questa località, a partire dal 2001, si sono registrati una ventina di omicidi come quelli di Juarez. E anche in questo caso non sono stati catturati i colpevoli, né chiarite le circostanze.
Di spiegazioni ne sono state proposte diverse. Traffico di organi, prostituzione, tratta delle bianche, film pornografici, riti satanici, azioni di maniaci sessuali. Anche il narcotraffico, la cui presenza è di dominio pubblico, è stato proposto come possibile causa. Per ora, l'unica cosa chiara ai familiari è il ruolo dei funzionari pubblici, in particolare della polizia. «O le autorità sanno chi sono i colpevoli e prendono soldi per non denunciarli, o sono direttamente responsabili dei delitti» denuncia María Esther Luna Hernandez, la cui figlia, Brenda Esther Alfaro, di 15 anni, fu assassinata nel 1997. In effetti, in due relazioni pubblicate nel 2004 dal procuratore speciale dell'epoca María Lopez Urbina, sono elencati i nomi di 130 funzionari ed ex funzionari pubblici accusati di negligenza od omissione. «Ma ci è voluto più tempo per rendere noti i nomi delle persone coinvolte che per licenziarle» lamenta Silvia Solís del Comitato rurale contro il Femminicidio e l’impunità a Ciudad Juárez e a Chihuahua. In molte occasioni, la polizia dà addirittura la colpa alle vittime. Quando, nel dicembre 2000, Hortensia Enríquez denunciò a Chihuahua la scomparsa della figlia Erika Noemí Carrillo gli agenti le dissero le stesse cose che ripetono a tutte le madri: che la figlia era scappata con un ragazzo e che sarebbe tornata un giorno con un bebè. Ma Erika Noemí, che lavorava per pagarsi la laurea in ingegneria, non è mai tornata. «Sono andata in Procura a far vedere i suoi risultati a scuola, tutti nove e dieci. Perché non dicessero che era una ragazza disadattata» racconta Hortehsia.
Molte indagini sono piene di contraddizioni. Erika Ivón Ruiz Zavala scomparve da Chihuahua nel 2001 e fu ritrovata dalla madre sei giorni dopo, semisepolta nel cimitero locale. Secondo la polizia causa della morte era un'overdose. Ma nel dossier degli investigatori il referto del medico legale ammette che non ci sono prove di un'eventuale overdose e non segnala le numerose pugnalate visibili sul corpo. Così il reato ipotizzato nel caso di Erika, non è - come sembrerebbe ovvio - l'omicidio, ma una semplice "inumazione clandestina".
Capita anche che l'identificazione dei cadaveri sia carente e che l'identità delle presunte scomparse sia incerta. Nel caso di Neyra Azucena, la ventenne figlia di Patricia Cervantes, un perito indipendente stabilì che il cranio del cadavere non poteva appartenere a una ragazza della sua età. Mentre i successivi esami del Dna stabllirono con certezza che i resti erano di Neyra. Come se non bastasse, quando la famiglia chiede giustizia con troppa insistenza, le autorità cercano i colpevoli tra i parenti, arrivando a inventarseli. Tre giorni dopo la scomparsa di Neyra, il cugino David Meza arrivò dal Chiapas fino a Juárez per partecipare alle ricerche. Quando - tre mesi dopo - la polizia trovò i resti di Neyra, arrestò David e lo torturò fino a fargli firmare una confessione. David, in carcere da due anni senza essere stato condannato, rivendica la sua innocenza. «Ma quello che voglio di più è giustizia per Neyra» ha dichiarato in un'intervista telefonica.
Le associazioni di familiari e varie ong hanno tentato di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale perché esiga che il governo messicano metta fine a questo scandalo. «Le uniche risposte ottenute finora sono azioni di pura facciata» dice l’esperta Silvia Solís. «Anche se sono state create una commissione e una Procura speciale, non sono state conferite loro né le risorse né le competenze necessarie». Il nuovo viceprocuratore per i diritti umani e l'attenzione alle vittime di delitti, Arturo Licón, riconosce che ci sono state negligenze e assicura la riapertura di vari casi. Quanto ai funzionari accusati nel 2004, «per alcuni valuteremo le responsabilità amministrative» spiega. «Per altri, siamo in attesa di elementi che comprovino eventuali responsabilità penali». Nel frattempo l'unico desiderio delle famiglie è che riprendano le indagini. Una buona notizia è rappresentata dall'attivazione - grazie a fondi dei governi del Chihuahua, degli Usa e del Canada – di un team di antropologhe forensi argentine. Dovranno stabilire le cause delle morti e, tramite il Dna, dare un nome ai corpi non identificati: nelle celle frigorifere della Procura generale ce ne sono almeno 50. Benché sembri paradossale, questo allevierebbe il dolore dei genitori. «Dentro di me so che Erika è morta» dice Hortensia Enríquez, «Ma continuo ad aspettarla. Un risultato, buono o cattivo che sia...
Voglio sapere dov'è». (Laurence Pantin, Io donna)

Delle donne di Ciudad Juárez avevo già parlato qui, e poi qui, e ancora un accenno qui. E torno a parlarne e ancora tornerò a farlo, perché dimenticare chi è stato assassinato significa assassinarlo una seconda volta e io, di questo, non mi farò complice mai.



barbara

Pubblicato il 1/4/2007 alle 18.33 nella rubrica Diario.

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