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LO SPORT PREFERITO DI “LA NUOVA ECOLOGIA”: DIFFAMARE ISRAELE

Comunicato Honest Reporting Italia 15 febbraio 2007

Ancora una volta "La Nuova Ecologia" si dedica alla disinformazione su Israele, nobile causa che la rivista persegue con encomiabile e infaticabile dedizione fin dalla notte dei tempi. E dunque anche nel numero di febbraio attualmente in edicola troviamo la solita paccottiglia: ancora l'uranio impoverito, nonostante accurate indagini delll'Onu ne abbiano escluso la presenza, ancora il lamento sui danni ambientali provocati dalla guerra "portata da Israele" ignorando anni e anni di lanci di missili, attacchi terroristici, incursioni armate in territorio israeliano, rapimenti di soldati DOPO il ritiro israeliano, ignorando anche l'autentico atto di guerra portato in territorio israeliano che ha scatenato - finalmente! - la reazione israeliana. Ancora una volta silenzio assoluto sui danni ambientali provocati in Israele dagli attacchi di Hezbollah, sul milione e più di alberi bruciati con conseguente carneficina di animali, sugli israeliani uccisi dai missili, sulle distruzioni provocate dagli stessi: zero. Una sola vittima, i libanesi; un solo colpevole, Israele.

SOS LIBANO

L'ultima cattiva notizia della guerra in Libano è il ritrovamento di tracce di uranio impoverito rilasciate dagli ordigni sparati da Israele. Come se non bastasse la chiazza di carburante causata dai due attacchi aerei alla centrale di Jiyyeh, lunga 140 chilometri e larga 15, incombe sulla costa a nord del confine siriano-libanese. Una pesante eredità, quella che del conflitto dell'estate scorsa, che grava su una situazione ambientale già problematica. "Il Libano - dice Hala Achour Saffiedine, rappresentante dell'associazione libanese Green Line -  ha sempre sofferto dell'inquinamento atmosferico, della mancanza di una politica di gestione dei rifiuti e delle acque e di un forte degrado della zona costiera per la cementificazione selvaggia".

Sporca marea
Il danno economico dello sversamento è stimato in circa 200 milioni di dollari e la chiazza potrà raggiungere altri paesi limitrofi come Cipro, Turchia e Grecia a seconda delle correnti marine e delle condizioni metereologiche: l'80% è rimasto lungo le coste del Mediterraneo orientale mentre il 20% è evaporato. Il tipo di carburante che si è riversato nell'ambiente, olio combustibile pesante, è tra i più difficili da eliminare e la sua natura viscosa comporta una permanenza prolungata nell'ambiente marino. Ad aumentare l'impatto dello sversamento e a rendere ancora più complesso il processo di riqualificazione è stato il ritardo con cui sono iniziate le operazioni di pulizia, a più di un mese dalla data dell'incidente. Gli sforzi ufficilai per intervenire sull'area colpita sono cominciati dopo il cessate il fuoco e hanno visto l'intervento del Rempec, centro regionale di risposta alle emergenze derivanti dall'inquinamento del Mediterraneo, del ministero dell'Ambiente e di alcuni paesi esteri tra cui l'Italia. I 40 volontari dell'associazione libanese Green Line sono intervenuti sull'area ancor prima della fine dei bombardamenti. "Abbiamo iniziato a ripulire la spiaggia sabbiosa di Ramlet el Baida - spiega Hala Achour - l'unica spiaggia pubblica a Beirut, lavorando per due settimane. Gli strati di olio hanno raggiunto una profondità di oltre 35 cm e lungo la costa rocciosa la parte più pesante del fluido si è solidificata creando con il moto ondoso delle palle di catrame e dei blocchi che si sono depositati sui fondali". Green Line sta continuando a portare avanti le operazioni di pulizia delle zone colpite e ha avviato la predisposizione di una relazione sull'accaduto affinché possa essere utilizzata in termini legali per l'attribuzione della responsabilità e la richiesta del risarcimento del danno ambientale a Israele. L'associazione ha anche iniziato uno studio medico-scientifico sull'impatto dello sversamento sulla vita marina e sulla salute umana soprattutto per la ricaduta e la permanenza delle particelle di petrolio a Jiyyeh.

Terra e acqua
"I danni della guerra non finiscono qui - continua Hala - Secondo l'Oxfam fino all'85% degli agricoltori libanesi ha perso parzialmente o totalmente il raccolto. La maggior parte di questi agricoltori possiede piccole aziende di un ettaro o meno e sono generalmente poveri". Secondo stime della Fao, in tutto il territorio del Libano l'agricoltura fornisce un'occupazione diretta al 9% della popolazione, ma un secondo 40% è coinvolto in attività lavorative che sono collegate all'agricoltura. La guerra ha provocato la devastazione di migliaia di ettari di frutteti, coltivazioni di tabacco e oliveti nonché la distruzione di piantagioni di patate, banane e di centinaia di ettari di serre a causa dei bombardamenti e degli incendi. Inoltre decine di migliaia di capi di bestiame e di pollame sono stati uccisi e le infrastrutture agricole, come strade, macchinari, edifici, fattorie e impresi di trasformazione alimentare sono state distrutte. Anche le attività di pesca e di sussistenza sono state gravemente colpite dalla guerra: la popolazione è stata impossibilitata a uscire con le barche a causa del pericolo e del blocco navale imposto durante la guerra, senza contare che i bombardamenti di porti e zone costiere hanno pregiudicato le infrastrutture di questo settore. I porti di Tyre e di Ouzai ne sono un chiaro esempio: più di 400 imbarcazioni sono state distrutte insieme alle attrezzature e alle infrastrutture collegate alla pesca (reti, mercati, magazzini, celle frigorifere, camion refrigerati per il trasporto).

Circa 8.000 famiglie libanesi basano il loro mantenimento su questa attività.

Pozzi a pezzi
La situazione è preoccupante anche per l'acqua. I bombardamenti hanno distrutto pozzi, condotte, vasche di deposito, centrali di pompaggio, reti di distribuzione e impianti di trattamento in tutto il sud del Libano. In molti luoghi dei quartieri periferici di Beirut e dei villaggi del sud le perdite dalle condutture delle acque di scarico sono andate a finire nelle falde acquifere e in altre fonti di acqua potabile. I bombardamenti di industrie dove erano presenti sostanze chimiche e materiale pericoloso potrebbero aver causato inquinamento delle acque.
Un'altra fonte di contaminazione sono i rifiuti di demolizione smaltiti senza il necessario rivestimento protettivo e le acque d'infiltrazione delle disacariche rappresentano una minaccia per le falde acquifere sotterranee. "Ci aspettiamo - conclude Hala - che la comunità internazionale ci sostenga presso la Corte internazionale per riconoscere i responsabili della violazione dei diritti umanitari sulle popolazioni civili libanesi". È auspicabile inoltre che la comunità internazionale, in un momento così difficile per il Libano, preveda assistenza tecnica e finanziaria per sostenere la ripresa ambientale.(Osservatorio sul Mediterraneo, dipartimento Internazionale di Legambiente)

Naturalmente nessun auspicio di interventi della comunità internazionale per fornire assistenza tecnica e finanziaria a Israele, nessun desiderio di sostenere la ripresa ambientale in Israele, nessun moto di simpatia per le sofferenze patite dagli israeliani.
Letteralmente delirante, poi, il box che riprende la grottesca bufala dei "più di 1,2 milioni di bombe a grappolo, di cui circa il 90% è stato utilizzato durante le ultime 72 ore di guerra". Vogliamo fare due conti? Il 90% di oltre 1,2 milioni di bombe in 72 ore sono 15.778 bombe all'ora. Quante bombe può caricare un F16? Due? Quattro? Vogliamo generosamente arrivare fino a sei? Quanto tempo ci vuole per caricarle, decollare, arrivare sull'obiettivo, sganciare e tornare alla base? Di quanti F16 dispone l'aviazione israeliana? Qualcuno si è reso conto che il bombardamento ipotizzato dai nostri pittoreschi amici trasforma quello di Dresda in una partita a boccette?
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barbara

Pubblicato il 15/2/2007 alle 22.36 nella rubrica Diario.

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