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DEVO RACCONTARE

Nel sobborgo di Shnipeshik c’è stato un pogrom. I «banditi» hanno acceso un falò, hanno trascinato lì il rabbino del posto e qualche altro anziano dalla lunga barba, hanno portato fuori dalle sinagoghe i rotoli della Torah, hanno ordinato agli ebrei di gettarli nel fuoco, poi di spogliarsi nudi, prendersi per mano, ballare intorno al falò e cantare Katjuša. Poi li hanno bruciacchiati con il fuoco, li hanno trascinati per la barba, li hanno picchiati e costretti a ballare di nuovo.
È possibile? Come può un essere umano accanirsi così contro un altro essere umano?

Masha è giovane: non ha ancora quattordici anni. E l’occupazione tedesca è appena iniziata. Per questo l’umiliazione inflitta ai pii anziani le appare incommensurabilmente disumana. Ma presto dovrà imparare a conoscere e a vivere ben altro.

Fucilati... Portano gli uomini alle fosse, contro ciascuno di loro puntano un fucile dal quale volano fuori piccoli proiettili che penetrano nel cuore, e gli uomini cadono morti. No, non tutti vengono colpiti al cuore o alla testa, molti sono solo feriti e muoiono fra atroci tormenti. Quattromila vite sono state spezzate, falciati così tanti ragazzi spensierati, e tutto questo viene descritto con un'unica parola: «Fucilati»! Non avevo mai capito prima il senso di questa parola. «Fascismo», «guerra», «occupazione» erano solo vocaboli che comparivano nel manuale di storia...

I membri dello Judenrat sono stati convocati al Gebietskommissariat (lo Judenrat è stato creato da poco ed è composto dai cittadini più in vista). Gli hanno detto che agli ebrei di Vilna viene imposto un tributo - cinque milioni di rubli. E che tale somma deve essere raccolta e consegnata entro domattina alle nove. In caso contrario, alle nove e mezza cominceranno a uccidere tutti gli ebrei della città. I cinque milioni si possono versare non solo in denaro ma anche in oro, argento, gioielli, pietre preziose.
La mamma ha radunato fino all'ultimo centesimo, gli anelli, una catenina, ed è andata.
Sto alla finestra, guardo e piango: è terribile pensare che domani dovrò morire. Solo poco tempo fa studiavo, me ne andavo in giro per i corridoi della scuola, stavo alla lavagna e tutt'a un tratto - muori! E se io non voglio? Ho vissuto così poco! E non ho detto addio a nessuno. Neanche a papà. L'ultima volta l'ho visto mentre strisciava fuori dalla cantina. Non lo rivedrò più. Non vedrò, non sentirò, non proverò e non vorrò mai più niente. Non sarò più io. Quello che c'è intorno sarà sempre com'era - i campi fioriranno, gli uccelli cinguetteranno nei boschi, nelle città ferverà la vita, a scuola si terranno le lezioni. Ma io non sarò in nessun posto - né a casa, né per la strada, né a scuola... Non mi cercate, non mi troverete da nessuna parte... e forse nessuno mi cercherà. Sarò dimenticata. Per me stessa, per i miei familiari sono una «persona». Ma in mezzo a migliaia sono un granellino di sabbia, uno fra tanti. Di me, di tutte le mie aspirazioni, dei miei sogni forse un giorno qualcuno parlerà usando quest'unica parola: «Era». Era ed è morta in un giorno d'estate pieno di sole, quando gli ebrei non sono riusciti a raccogliere un tributo per gli occupanti. E forse anche questi tempi saranno dimenticati. I vivi evitano di parlare dei morti. E la morta sarò io!... Non voglio! Ho paura!
Qualcuno cammina nel corridoio... Il professor Jonaitis. Non ho neppure sentito quando è entrato. Si ferma accanto a me, mi appoggia la mano sulla spalla e tace. Ma non riesco a calmarmi: perché devo morire? Perché mi vogliono fucilare?
È arrivata la mamma. Dice che aspetterà nel cortile dello Judenrat fino a che non avranno contato il denaro raccolto. C'è molta gente là che aspetta.
Jonaitis vuota il portafoglio e prega la mamma di portare anche i suoi soldi. La mamma non li prende: quattrocento rubli, probabilmente è tutto il suo stipendio. Ma il professore non sente ragioni: lui in qualche modo se la caverà comunque, e questi soldi possono salvare almeno una vita umana.

Il trasferimento dal nostro ghetto di quelli che non sono operai specializzati va avanti già da qualche giorno. Ogni sera i poliziotti fanno il giro degli appartamenti e controllano i certificati. Quelli che non hanno il timbro richiesto vengono portati nel secondo ghetto.
È strano però - non ci sono notizie attendibili di quelli che sono stati trasferiti. E vero che alcuni hanno ricevuto delle lettere, ma molto vaghe. E quelli che sono stati trasferiti qui dal secondo ghetto (molto pochi, fra l'altro) assicurano che negli ultimi giorni là non hanno portato nessuno. E chiaro che è tutto un imbroglio … Dove sono finiti? …

Bambini. La giovane generazione. Faccine pallide, piedini scorticati dagli zoccoli e pance smagrite. Anche loro sono nemici del Führer. Anche da loro bisogna «ripulire l’Europa».

Finché ancora si vede voglio guardare gli alberi, i nidi degli uccelli, i rami, le case lontane, ogni finestra. Non li vedrò mai più. Tutto vive – ogni fogliolina, ogni goccia di pioggia, perfino un piccolo insetto. L’insetto sarà vivo anche domani, ma noi non ci saremo …

Solo due parole di commento: MAI PIÙ.

Masha Rolnikaite, Devo raccontare, Adelphi



barbara

Pubblicato il 9/12/2006 alle 13.4 nella rubrica Diario.

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