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OCCUPAZIONI DI SERIE A E OCCUPAZIONI DI SERIE B

Arabi massacrano arabi nel Sahara

Negli anni Sessanta e Settanta, con la fine della colonizzazione e il raggiungimento della piena indipendenza, in quasi tutti i Paesi arabi e in buona parte di quelli islamici si aprirono crisi con le minoranze nazionali e religiose. Vennero tutte affrontate con la violenza e la repressione, sia che si trattasse di kurdi (in Iraq, Iran, Siria, Turchia), di berberi (in Tunisia), di kabili (in Algeria), di tribù animiste africane (in Sudan), di minoranze religiose (i copti in Egitto e i cristiani). Il culmine delle tensioni interreligiose si ebbe, come è noto, nella guerra civile del Libano.
All'estremo ovest del Maghreb si aprì nel 1975 anche una spinosa questione che riguardava la decolonizzazione del Sahara spagnolo, costituito da due province che le Cortes di Madrid nel 1958 avevano equiparato a quelle spagnole: Rio de Oro e Saguia el Hamra. La motivazione di quella annessione tardiva non risiedeva tanto nella mentalità reazionaria del regime franchista, quanto nella scoperta di immensi giacimenti di fosfati (elemento base per la produzione di concimi chimici) che facevano di quel territorio un ricchissimo possedimento.
Nell'autunno del 1975, nonostante gli avvertimenti contrari dell'Organizzazione dell'unità africana (che rappresenta tutti gli Stati del continente) e dell'Onu, re Hassan II approfittò del protrarsi dell'agonia del dittatore Francisco Franco per annettere al Marocco la colonia spagnola. Lo fece con grande inventiva e senso dello spettacolo: organizzò infatti una marcia verde, che iniziò a radunarsi ai confini il 23 ottobre del 1975 e che partì in direzione di El Ayoun il 6 novembre. Re Hassan II apriva la marcia ora a bordo di una Land Rover, ora in groppa a un cammello. Le riprese televisive dell'evento ricordano alcune scene di Lawrence d’Arabia, il grande successo di una quindicina d'anni prima: con questo espediente hollywoodiano Hassan II mascherò l'occupazione militare del territorio (le divisioni marocchine seguivano a distanza la marcia verde, in apparenza solo per proteggerla) e arrivò sino alla capitale saharaoui, El Ayoun, dove instaurò una giunta civile e un governatorato marocchino.
Lì, pochi giorni prima, il 2 novembre, il giovane re Juan Carlos, diventato capo dello Stato il 30 ottobre, aveva garantito al mondo che la Spagna si sarebbe comportata con onore. Messo di fronte all'occupazione di fatto delle due province africane da parte del Marocco e della Mauritania (che aveva contemporaneamente occupato i territori meridionali), Juan Carlos fece fatica a mantenere la parola data. Franco era ancora agonizzante (sarebbe morto il 20 novembre) e la Spagna era dunque impegnata in una transizione drammatica e piena di incognite che non le permetteva di affrontare con equilibrio una crisi di decolonizzazione. Un passo falso del sovrano avrebbe potuto innescare feroci odi sopiti da quarant'anni. Juan Carlos prese atto della sua mancanza di margini di decisione e il 14 novembre a Madrid siglò con Marocco e Mauritania un accordo tripartito che assegnava loro l'amministrazione, non la sovranità, delle due province.
A partire da quel momento si sviluppò una crisi drammatica (in corso tuttora) che vide come protagonisti il Marocco, la Mauritania, l'Algeria e il popolo saharaoui, diviso in tre fazioni. Alle componenti saharaoui favorevoli all'annessione sia alla Mauritania che al Marocco, si contrapponeva una forte componente beduina, organizzata nel Fronte Polisario. Il Fronte aveva condotto iniziative armate già contro gli spagnoli e il 26 febbraio 1976 proclamo l'indipendenza della Repubblica araba saharaoui democratica (Rasd), che tradiva anche nel nome l'appartenenza dei suoi dirigenti al blocco filosovietico (molti di loro erano stati addestrati a Cuba), causa non secondaria del suo infelice futuro. La Rasd, infatti, non è mai esistita ufficialmente, nonostante nel 1982 sia stata riconosciuta dai Paesi africani dell'Oua quale cinquantunesimo Stato membro.
Dal 1976 fino al 1991, dunque, gli indipendentisti saharaoui condussero un'intensa attività di guerriglia contro la Mauritania e il Marocco, che provocò migliaia di morti (il Marocco non si fece scrupolo di usare l'aviazione contro la popolazione civile) e l'esodo di alcune decine di migliaia di profughi saharaoui verso l'oasi algerina di Tindouf, in cui vivono tutt'oggi grazie al sostegno delle organizzazioni internazionali. […]
A fronte di questo quadro desolante, è doverosa una notazione politica positiva. Nonostante la miseria del popolo saharaoui lo ponesse all'ultimo posto nella scala dei redditi dei Paesi poveri; nonostante la ferocia dell'avversario (ne sono testimoni i rapporti di Amnesty International) sia stata grande (anche se va detto che buona parte della popolazione saharaoui vive da sempre con entusiasmo l'unione col Marocco) e nei campi profughi di Tindouf abbiano visto la luce intere generazioni di giovani cento volte più sfortunati dei loro coetanei nati a Gaza o a Sabra e Chatila; nonostante la religione dei saharaoui sia l’Islam e gli algerini del Fnl, sponsor del Polisario, siano stati i campioni del più feroce terrorismo contro civili innocenti, la direzione politica del Polisario - o per meglio dire, «le» direzioni politiche, perché ve ne sono state varie, alcune molto ben disposte verso il Marocco, ma subito sostituite dagli algerini - hanno sempre lucidamente escluso ogni attività terroristica contro i marocchini. A smentita di tutte le analisi sul terrorismo islamico correnti, va loro riconosciuto il merito di non aver mai compiuto un solo atto di terrorismo contro la popolazione civile.
(Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, Rizzoli, pgg. 222-226)

Mai sentito di marce e manifestazioni e proteste contro questa occupazione qui, io. E rarissimi i servizi giornalistici che se ne siano occupati. Chissà come mai.


barbara

Pubblicato il 23/10/2006 alle 1.0 nella rubrica Diario.

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