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AFFIDI NEGATI

Mi sono improvvisamente accorta, nell’accingermi a scrivere questa storia, che ignoro i nomi di tutti i protagonisti, e dunque saranno unicamente la signora, il figlio, il nipote. La signora, svizzera, l’ho conosciuta al mare: una bellissima donna, sui quarantacinque-cinquanta, credevo io, e invece ne aveva sessantacinque, splendidamente portati nonostante una vita di sofferenza e di violenze, fisiche e psicologiche. Me l’ha raccontata un po’ alla volta la storia di quel suo figlio un po’ sventato che a vent’anni si è ritrovato padre. Lei gli aveva suggerito prudenza: riconosci i bambino, stai vicino a lui e a sua madre, aiutali finanziariamente, ma pensaci un po’ prima di affrontare il matrimonio: è una scelta di vita, non si può deciderlo sull’onda di un’urgenza. Anche la madre della ragazza lo aveva messo in guardia: guarda che mia figlia non è una da sposare. L’amore è cieco, si sa: non ha dato retta a nessuno e nel giro di poche settimane si è sposato. Due mesi dopo la nascita del bambino lei era già in giro a cornificarlo a destra e a manca, dopo un altro paio di mesi se n’è andata e quando il bambino aveva un anno lo ha depositato in un istituto ed è scomparsa per sempre. La signora, allora, ne ha chiesto l’affido, e ha così scoperto che la legge svizzera non consente l’affido ai nonni: perché sono vecchi e non possono dare prospettive a un bambino, è la motivazione. La signora, per inciso, all’epoca aveva 45 anni: un’età in cui quasi tutte noi siamo ancora in grado di avere figli, e parecchie effettivamente li fanno. Niente. Il bambino è stato dato in affido a una famiglia, e lei e suo figlio andavano periodicamente a trovarlo. Si sono accorti, dopo qualche tempo, che il bambino aveva sempre le orecchie piene di croste. Ma tu guarda in che razza di sporcizia lo tengono, si sono detti. Ci hanno messo un bel po’ prima di rendersi conto che non era sporcizia: era sangue rappreso. Il bambino veniva sistematicamente seviziato. Hanno denunciato la cosa e hanno ottenuto che il bambino venisse tolto a quella famiglia, e hanno nuovamente chiesto l’affido: pensavano che, vista la situazione, si potesse ottenere una deroga. Niente deroga. Neanche in considerazione del fatto che, compatibilmente con gli impegni lavorativi, ci sarebbe stata una qualche presenza anche del padre – sia naturale che legale - del bambino: lei era la nonna e ai nonni l’affido non si dà. Punto. È stato riportato all’istituto e dopo qualche tempo affidato a una nuova famiglia. Anche questa, si è ad un certo punto scoperto, lo sottoponeva a sevizie fisiche e violenze psicologiche di ogni sorta. La nonna ha chiesto ancora una volta l’affido: negato. Il bambino è tornato all’istituto, e vi è rimasto fino alla maggiore età. Aveva vent’anni quando ha tentato per la prima volta il suicidio. A ventitre, al quinto tentativo, ci è finalmente riuscito. Alla nonna – sarà un caso, certo – pochi mesi dopo è stato diagnosticato un cancro al seno che, nonostante operazione e chemio e radiazioni e non so che altro, in due anni l’ha uccisa. Ma la legge è stata rispettata, la legalità è stata salvaguardata, ed è questo che conta.

barbara

Pubblicato il 21/10/2006 alle 0.11 nella rubrica Diario.

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