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NO WOMAN’S LAND

“Morivano bambini, donne di ogni età venivano violentate, c’erano campi di concentramento, esecuzioni sommarie, cecchini. La storia si ripeteva, e si ripeteva anche l’eterno diniego della barbarie. Drog mi portava videocassette e reportage che nessuna trasmissione accettava di trasmettere. A poco a poco mi arresi all’evidenza: qualcosa stava accadendo e noi non facevamo niente. Peggio ancora: infliggevamo alle vittime un’ulteriore violenza, negando la realtà del loro calvario. La mia cortese indifferenza si trasformò in sgomento e in costernazione, poi in un sentimento di rivolta impotente. Ma tutto questo a lui non bastava. Era deciso a ‘farmi capire’, e perché ci arrivassi era necessario che io provassi i suoi stessi sentimenti, come se anch’io fossi nata dalle sue parti, come se anch’io avessi dovuto abbandonare mio fratello, la mia collezione di dischi in vinile, gli amici d’infanzia, la mia casa. Come se tutto questo fosse andato a fuoco e io stessi vivendo da due anni in mezzo a gente che se ne infischiava alla grande”.

“Ogni tanto Drog si rivolgeva a me raccontandomi la loro storia.
«Lui ha perso la gamba tentando di salvare un bambino ferito. Un cecchino gli ha sparato, un colpo nel ginocchio, un altro nella coscia …»
«Lui è un soldato che Laggiù tutti conoscono, ha difeso la mia città con niente: un paio di fucili e altre quattro o cinque persone. Ha perso il braccio perché è stato colpito dalle … Come le chiami tu? Dalle schegge di una granata …»”.

“«Secondo Magdalen, si sono divertiti a organizzare una caccia alla corsa», aggiunge Stella. «Liberavano i meno robusti nel bosco e gli sparavano addosso. Sono convinta che qualcuno è riuscito a fuggire, e sono quelli che cerco, i sopravvissuti, quelli che potrebbero testimoniare». Rimango di stucco. Non ne ho mai sentito parlare. Lei mi spiega perché i giornalisti non ne hanno fatto menzione o ne hanno parlato al condizionale, perché le autorità hanno preferito confondere le tracce: «Stavano trattando per un pezzo di territorio, e questa storia era un intralcio. Hanno fatto forti pressioni sui media. Tutto ciò con il pretesto di portare avanti i negoziati di pace che, come vedi, non finiscono mai. Io disponevo di fonti sicure. Ero al corrente di tutto. Non ne potevo più, ho deciso di radunare una squadra per investigare. C’è voluto più di un anno». Schiaccia il sigaro sul fondo della sua ciotola di minestra. «Quindici mesi … È chiaro che dopo tutto questo tempo non sono né cadaveri interi né scheletri, quelli che dissotterriamo. È qualcosa che non ha nome in nessuna lingua, capisci? Corpi o pezzi di corpi in piena decomposizione»”.

“Si siedono in cerchio sulle sedie. Spesso io non dico niente. Spesso nessuno dice niente per un bel po’. Esitano a riferire ciò che è stato loro inflitto per paura di non essere creduti. Per paura di non crederci nemmeno loro, ascoltandosi. Non si ha idea di che cosa sia capace l’immaginazione umana. […] Quelle trovate barocche, quell’inventiva sadica. Il fuoco, il sale, il ghiaccio, i loro svariati usi. Far bere a una madre il sangue del figlio sgozzato. Stuprare le vecchie, le bambine, le paralitiche, stuprare la carne morta o morente. Legare la gente famiglia per famiglia con il filo spinato prima di lanciare una granata in mezzo al gruppo”.

Non c’è solo guerra, in questo romanzo: c’è anche amore, e c’è un bel po’ di sesso e musica e vagonate di canne e psicanalisi e sogni ed eroismo e tante altre cose ancora. Ma la guerra, in un Laggiù che non viene mai nominato ma che non abbiamo difficoltà a individuare, è sempre presente con tutto il suo carico di orrore, di disumanità, di barbarie che non di rado supera i limiti dell’immaginabile. E giochi politici, che non si fanno scrupolo di passare sulla pelle della gente. Romanzo, dicevo, ma costruito su esperienze vissute in prima persona, e che vale la pena di leggere.

Marianne Costa, No woman’s land, Giunti



barbara

Pubblicato il 18/10/2006 alle 18.43 nella rubrica Diario.

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