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HO SCOPERTO CHI HA FATTO FUORI MATTEI

Così disse Mauro De Mauro alla figlia. Poi sparì, e non se ne seppe più nulla.

Il giorno che sparì mio padre
Si guarda intorno fra questi palazzoni di Palermo e sembra tremare Franca De Mauro: “Ce lo diceva Boris Giuliano che i sequestrati a volte finivano nei pilastri degli edifici. Si vedeva anche nei film di mafia…”. Altra pena per la figlia di Mauro De Mauro, quel cronista di razza che lavorava a L’ora, inghiottito dai misteri siciliani il 16 settembre 1970, il corpo mai restituito ai suoi cari.
Professoressa di italiano e storia, appena sposata con un medico di fama, subito dopo il sequestro preferì fuggire a Ravenna. Una fuga per lavorare e per respirare. Poi, il ritorno. E la ricerca di una casa “costruita dopo il 1971” come spiega questa signora dai modi garbati, il tono pacato, allora angosciata: “E se finisco in un appartamento con mio padre affogato in un pilone? Sì, avevo queste ansie. Ma, per un gioco del destino, eccomi qui, proprio a piazza Tosti”. E con una punta di amara ironia, lasciato il soggiorno dove un cane e un gatto dormono abbracciati sotto le foto con lei e il marito sessantottini incorniciate sulla libreria, apre le imposte del balcone dove da anni fa sventolare le lenzuola antimafia e si ritrova di fronte a quello di Leoluca Bagarella. Meno di cinquanta metri. “Da latitante, s’era scelto un covo perfetto, nella stessa piazza dove abitano anche due magistrati. Proprio lui, il cognato di Totò Riina, l’assassino di Giuliano, il capo della Mobile che aveva indagato sul sequestro di mio padre. Ecco la città che avvolge, che può soffocarti” sussurra senza rassegnazione, pensando a quella sera di scirocco quando vide il padre parcheggiare davanti casa, in viale delle Magnolie.
Stavano per ritirarsi casualmente tutti insieme, compreso Salvo Mirto, il fidanzato carico di pacchi diretto all‘ascensore. Ma lei tornò indietro: “Papà ritardava. Mi affacciai sull’uscio e lo vidi ripartire alla guida della sua auto con due persone entro. Mi parve di sentire una voce in dialetto: «Amuninni», andiamo. La sua faccia fissava la strada, per non guardare me. Un’inquietudine mi prese. Ma senza allarme. Mentre adesso so che doveva avere una pistola puntata al fianco”. Non lo avrebbero mai più rivisto. La notte fu terribile. Come gli anni che seguirono. “Senza giustizia, con depistaggi e tanto fango” si danna lei. Lo stesso tormento della madre, Elda, 86 anni, e della sorella Junia che si è ammalata e non c’è più.
Resta il rovello di una frase ascoltata pochi giorni prima con distrazione in cucina dalla stessa Franca: «Ho scoperto chi ha fatto fuori Mattei».
Ed è attorno al mistero dell’attentato al presidente dell’Eni, precipitato nel 1962 alle porte di Pavia con un aereo privato manomesso dalla mafia a Catania, che ruota il giallo evocato dal ricordo di Franca: “Eravamo soli, mia madre in Austria, io sparecchiavo, l’acqua correva, andavo e venivo dalla cucina e lui parlava più con se stesso che con me: «Sono spaventato per quel che ho scoperto lavorando su un servizio. Il mondo della finanza è pericoloso. Spero che torni presto tua madre…». E io, stupita: Che c’entra mamma? «Lei è forte. Se succede
qualcosa è meglio che ci sia lei». Papà, che deve succedere? Ma troncò la conversazione dopo avere pronunciato quella frase rimasta sospesa, sovrastata dalla tv accesa: «Ho scoperto chi ha fatto fuori Mattei»”.
Che i due eventi si intreccino a doppia mandata lo prova il processo avviato un mese fa a Palermo grazie agli input di un magistrato di Pavia, Vincenzo Calia, riuscito a dimostrare la tesi dell’attentato. Come fece Francesco Rosi col suo memorabile film, dopo avere assegnato le ricerche sul campo proprio a De Mauro. Ipotesi soffocata per decenni dal potere ufficiale e dai servizi segreti. Mentre adesso si arriva al dibattimento con mandanti ed esecutori tutti deceduti, tranne un imputato, Totò Riina, allora luogotenente di Luciano Liggio con Bernardo Provenzano, arrestato l’11 aprile ma ‘archiviato’ durante la superlatitanza. Boss sui quali aveva scavato il cronista di quel giornale di trincea diretto da Vittorio Nisticò. Ultimo civile approdo di una vita avventurosa.
E ne sorride un po’ Franca ripensando a follie e infatuazioni del padre: “Passò dalla Repubblica di Salò alla Decima Mas quando tutto era perso: «Non voglio perdermi la sconfitta». Bloccato dagli americani in via Solferino dove tentava di collaborare con il Corriere della Sera, fu arrestato, ma evase per caso in compagnia di sua madre. Nascosto a Napoli, si sfamava barattando cibo e qualche spicciolo con i numeri del Lotto perché s‘era sparsa la voce che li azzeccava. E tutti: «Signurì ci dà i numeri?». Lui dava, loro vincevano”.
Terrorizzato d’essere scovato dagli antifascisti nel dopoguerra, partì per Palermo dove cambiò vita, idee, impegno, come ha ricostruito Franca: “Viveva sotto falso nome, in subaffitto, ma la polizia politica sapeva e un maresciallo un giorno lo andò a trovare: «S’è scelto il nome di un ricercato, lo cambi». Il lavoro di quegli anni nel giornale schierato contro la mafia lo segnò. Ricordo una sera davanti alla tv guardando un filmato sui campi di concentramento. Io e mia sorella già grandi con idee di sinistra, severe: «Bravi, e voi avete contribuito». Mia madre sbottò: «Noi non sapevamo niente». E lui: «No Elda, hanno ragione. Noi siamo ugualmente
Corresponsabili». Mia madre: «Cambiate canale». E lui: «No, debbono sapere cosa è accaduto»”.
Episodio chiarificatore per Franca: “Sgombra il campo dalle dicerie sul De Mauro nostalgico, vicino al principe Junio Valerio Borghese. E credo poco alla pista dello scoop sul mancato golpe del principe nero insieme alla mafia di Liggio”. Perché lei, come anche il fratello di De Mauro, Tullio, insigne linguista ed ex ministro della Pubblica istruzione, crede di più alla pista rilanciata da Pavia, quella del ‘presidente’. Appunto, il caso Mattei.
Sa che Francesco Rosi ha sempre minimizzato la portata della collaborazione centrata sugli intrighi nel mondo del petrolio e delle Sette sorelle americane. Ma cita un virgolettato dello stesso Rosi: «Numerose persone soprattutto siciliane mi hanno fatto capire il pericolo che chi aveva fatto sparire De Mauro avrebbe potuto nuocermi». Il processo di Palermo potrebbe far venire fuori quei nomi e altri, ma il dubbio della signora Franca è grande: “Troppi morti, troppe piste aperte”. E se potesse lei restringerebbe il campo, magari ricordando le parole di Boris Giuliano: “Mi disse di avere capito che nel giallo c’era l’ombra di Fanfani e quella di Vito
Guarrasi, il mister X di tanti misteri siciliani. E che Oronzo Reale era a conoscenza dei fatti”.
Più che fatti, ipotesi di lavoro su schieramenti contrapposti: “Con Mattei deciso a costruire il gasdotto algerino, sconvolgendo i piani di una cordata che puntava alle navi cisterna, si diceva”. Mattei contro Fanfani? Mattei contro Cefis? Mattei insidiato dal suo vice che guidò l’Eni dopo il disastro di Pavia? Quesiti da 36 anni senza risposta. Che sia arrivato il momento giusto se lo augura Franca De Mauro: “Anche per sancire che mio padre è stato una vittima di mafia. Dato ancora non riconosciuto dallo Stato. Lo faccio per lui, mentre il tempo fugge. Io ho quasi 60 anni e lui ne aveva 50. Ma lui è rimasto a 50. Mi sembrava vecchio, allora. Invece, adesso, a essere più vecchia sono io”. (Felice Cavallaro, L’Espresso, giugno 2006)

Più di 5000 sono state le vittime della mafia. Essendo impossibile ricordarle tutte, ricordiamo almeno qualche caso esemplare, per non lasciare arrugginire la nostra memoria e intiepidire il nostro sdegno.



barbara

Pubblicato il 16/9/2006 alle 0.15 nella rubrica Diario.

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