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IMMIGRATI CLANDESTINI: QUALCHE RIFLESSIONE, QUALCHE DOMANDA

Arrivano in continuazione, barconi su barconi, a decine, a centinaia. Quelli che li portano, si dice, pretendono un sacco di soldi: mille dollari a testa, a volte millecinquecento, a volte duemila, a volte di più. Quelli che arrivano, ci viene raccontato, sono dei disperati: vengono da aree in cui quelli fortunati guadagnano due dollari al giorno; quelli che arrivano qui, che lasciano tutto e si buttano allo sbaraglio, i disperati, credo di poter supporre, non fanno parte dei più fortunati. E chi guadagna un dollaro al giorno e ha una famiglia da mantenere difficilmente, penso, troverà modo di accantonare risparmi per pagare qualcuno che li porti qui. E dunque la prima domanda è: dove trovano tutti questi soldi? Chi glieli dà? E se consideriamo che ne arrivano decine di migliaia ogni anno e che chi finanzia tutto questo deve tirare fuori decine di milioni di dollari all’anno, la seconda domanda è: perché paga queste cifre astronomiche? In cambio di cosa? Con quale finalità? Se si tratta di beneficenza, perché persone tanto generose non offrono a queste persone il modo di crearsi condizioni di vita decenti nel proprio Paese, invece di mandarli allo sbaraglio in Paesi di cui non conoscono neanche la lingua? Un’altra osservazione riguarda il fatto che questi clandestini arrivano con la famiglia: bambini, anche piccoli, anche neonati; mogli, a volte incinte – a volte anche molto molto incinte. Si tratta di viaggi rischiosissimi, su carrette tenute insieme con lo sputo, attraverso un mare non sempre benevolo, con scafisti non sempre provetti: non sarebbe più logico che arrivassero gli uomini da soli e solo poi, una volta trovato modo di sistemarsi, facessero venire anche il resto della famiglia? E invece no, fanno venire tutti – altri mille-duemila dollari a testa anche per loro - facendo rischiare la vita a tutti loro, facendogliela, non di rado, perdere. La terza domanda è: perché?

barbara

Pubblicato il 30/8/2006 alle 0.28 nella rubrica Diario.

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