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DARFUR, IL GENOCIDIO IGNORATO

Si vedono soltanto la testa di una bambina che affiora e la mano di donna con la fede al dito che la cinge da sotto le macerie. Una madre e una figlia, l'ultima tenerezza prima di morire. È un'immagine del Libano, estate 2006. L'estate della strage di Cana. Tra dieci anni qualcuno dirà: ti ricordi Cana? E ci ricorderemo. Pochi, forse nessuno potrà dire: ti ricordi Korma? Pochi sanno dov'è Korma, cosa è successo a Korma. Anche chi scrive non ne aveva la più pallida idea, prima di parlare ieri con una signora gentile con la voce roca che si chiama Jemera Rone. «Ha sentito di Korma?». Rone è la responsabile per il Sudan dell'organizzazione umanitaria Human Rights Watch. Korma è un posto nel Darfur, la regione occidentale del Sudan, dove, tra il 4 e l'8 luglio 2006, 71 persone sono morte massacrate. Undici studenti, sette donne. Il mondo non ha pianto per Korma. Rone sta seduta in un comodo ufficio di Washington, ma sa cosa sta avvenendo in Darfur. «L'esercito sudanese ammassa truppe nel nord - racconta al Corriere - c'è la convinzione che vogliano attaccare i villaggi dei ribelli per mettere la comunità internazionale davanti al fatto compiuto. Il presidente Bashir vuol dire all'Onu che non c'è più bisogno di Caschi Blu». Do you remember Darfur? Alle Nazioni Unite fanno di tutto per ricordarselo. Ieri la Gran Bretagna appoggiata dagli Usa ha presentato al Consiglio di Sicurezza una bozza di risoluzione che chiede l'invio di una missione urgente in Darfur per fermare le violenze contro i civili. A maggio è stato firmato un accordo di pace tra il governo di Khartum e il principale gruppo dei ribelli (altri due hanno rifiutato). La guerra (200 mila morti dal 2004) è anche un conflitto etnico. Sudanesi di origine araba (il governo, le milizie Janjaweed) contro le tribù di ceppo africano dell'ovest. Il cessate il fuoco firmato oltre tre mesi fa è lettera morta. «La situazione per i civili è più grave di prima», dice Rone. Anche al Palazzo di Vetro ne sono convinti. Bisogna intervenire. La missione proposta dalla Gran Bretagna mira a portare sul terreno oltre 17 mila soldati. E proprio nel momento in cui tutti sono impegnati a trovare i 15 mila Caschi Blu da inviare nel Sud Libano. E' la solita sfortuna dell' Africa, come ha scritto Nicholas Kristof sul New York Times? Potendo scegliere, meglio essere un disgraziato in Medio Oriente che in Sudan o in Ciad o in Uganda. Kristof non è un grande estimatore del presidente George Bush ma gli riconosce un «trionfo»: aver promosso la pace tra il governo sudanese e i ribelli, dopo un conflitto durato decenni. Certo l'Africa è così ricca di conflitti che un Paese si può permettere il lusso di averne due. Quasi pacificato il Sud, rimane il Darfur. E qui nessuno può parlare di trionfi. Non solo gli Stati Uniti, ma l'Onu e tutti i Paesi dovrebbero fare di più, denunciano le organizzazioni umanitarie, da Amnesty International a Human Rights Watch. Potevano fare di più i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza. Ma non sono soltanto i Grandi a dover essere accusati di palleggiarsi le crisi del mondo usando due pesi e due misure. Il mondo arabo ha gridato ai massacri in Libano. Il Darfur fa meno notizia? O è più imbarazzante visto che i principali aguzzini sono musulmani di origine araba? Una forza di interposizione (di cui fanno parte truppe asiatiche e africane) è già presente, un po' come era già presente nel Sud del Libano. Va potenziata e rifocalizzata sul Darfur. Quanti hanno offerto la loro disponibilità? Secondo il Christian Science Monitor la lista dei Paesi disponibili a mandare soldati nel Sudan occidentale «assomiglia a un deserto». Rone non crede che questo sia il problema. «Il nodo vero è politico: indurre il governo sudanese ad accettare la missione. I soldati si trovano, anche nel pieno di questa emergenza Libano. Certo non è neppure utile che americani ed europei siano in prima fila». Altri osservatori pensano che il governo sudanese stia sfruttando l'impopolarità guadagnata dagli occidentali in Medio Oriente come scusa per dire no a una missione Onu in Sudan. Proprio ieri il presidente Bashir ha presentato un sedicente «piano di pace» che renderebbe inutile ogni coinvolgimento esterno. Un «piano di pace» nelle stesse ore in cui l'esercito prepara una nuova offensiva che viola le precedenti risoluzioni dell'Onu (una decina). Al Palazzo di Vetro sperano di arrivare a un voto sulla bozza di risoluzione Darfur entro due settimane. «Difficile», dicono a Human Rights Watch. La bozza riservata, che il Corriere ha potuto leggere, prevede regole di ingaggio che vanno sotto il capitolo VII, cioè un «robusto» uso della forza (contro i gruppi armati) maggiore di quello previsto per il Libano. La Cina, grande amica del Sudan e dei suoi pozzi petroliferi, potrebbe convincere il presidente Bashir ad accettare i Caschi Blu. Pechino assicura che è quello che sta facendo. Con scarsissimi risultati. Nella mappa delle atrocità in questa estate 2006, Korma è un puntino sepolto. (Michele Farina, Corriere della Sera)

L’Onu, è il caso di ricordarlo, si è rifiutato di classificare il genocidio del Darfur come genocidio: perché in caso di genocidio l’Onu è obbligato per
statuto ad intervenire, e di intervenire nel Darfur non ha mai avuto voglia nessuno. Così è bastato cambiare nome alla tragedia dei neri sudanesi, duecentomila morti e due milioni di profughi, ed è diventato legittimo lavarsene le mani. Cerchiamo di ricordarcene almeno noi, una volta ogni tanto.

barbara

Aggiornamento: completamente OT, ma è talmente bello che dovete assolutamente leggerlo.

Pubblicato il 21/8/2006 alle 0.24 nella rubrica Diario.

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