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UN GRANDE TONI CAPUOZZO

E’ sempre colpa nostra. L’insostenibile autoflagellazione dell’occidente

E’ sempre colpa nostra. Uccidono un povero ragazzo pacifista a Gerusalemme, e il padre – ai padri va perdonato tutto, sì – non trova di meglio che dire che non ce l’ha con il povero cristo che lo ha ucciso, ma con le ingiustizie del mondo. Nonostante il povero cristo avesse scelto un coltello in grado di uccidere, sapesse come sferrare un unico colpo mortale, e forse avesse addirittura indossato un guanto per non lasciare impronte, alla faccia del povero cristo. Sgozzano una tenera ragazza pachistana che vuole vivere, e la colpa è delle abitudini tribali del Punjab, secondo l’imam locale, e non bisogna dimenticare, secondo Dacia Maraini, le colpe dei cristiani, e comunque non addossare la colpa agli islamici. Ma che cosa ci vuole per far ribollire il sangue nelle vene, per trovare in quei gesti, in queste storie, le vere ingiustizie del mondo, per avere un sussulto di dignità e di rabbia, per avere il coraggio di indignarsi e di ribellarsi? Non basta – e su questo non scrivono nulla – quell’esecuzione di un sospetto collaborazionista nella piazza di Jenin, quel rito osceno, quegli applausi al cadavere scalciato, per dire basta? Non lo so, ma so che è come se tutto l’odio di cui si è capaci fosse stato esaurito nell’indirizzarlo verso Berlusconi, o verso Farina, o verso Pompa, o verso Ricucci, o verso Previti, non so, è come se la capacità di indignarsi fosse già stata svuotata, e quelle scene – il ragazzo accoltellato a caso, la ragazza condannata a morte e sepolta nel cortile, il sospetto ucciso in piazza – richiedessero, invece, comprensione, giustificazione, e rimandassero ancora una volta a Bush, alla protervia dell’occidente, a chissaché, e non facessero tremare i polsi. Però sono contento di una cosa, nel disordine di quest’agosto: che Israele, perdendo, ci ha trascinato nella sconfitta. Perché Israele ha perso, non c’è dubbio. Ha mostrato per la prima volta, di essere Golia e non Davide, o se preferite di essere il gatto Tom e non il topo Jerry: un esercito tra i più forti del mondo non è riuscito ad aver ragione delle bande di miliziani Hezbollah, in trentatré giorni, e la tattica terrorista ha dimostrato di essere imbattibile, sul suo terreno. Dalla Siria Assad a ragione indica nelle nuove generazioni quelle della rivincita sull’imbattibilità di Israele, ovunque il mondo arabo festeggia, e Israele è dilaniata dalle critiche, e sa di aver perso il potere di deterrenza su cui poggia la sua minuscola e isolata sopravvivenza. E’ ridotta, come il generale William Westmoreland ai tempi del Vietnam, a sbandierare le perdite del nemico, per avvolgere in una cortina fumogena i propri scacchi, il non essere riuscita a intercettare un missile che fosse uno, e aver lasciato, dopo un mese, quasi intatta la capacità di Hezbollah di costringere due milioni di israeliani a vivere, loro sì, come topi nei rifugi. Ma in una cosa Israele ha vinto, continuando a bombardare, e ad animare il risentimento del mondo arabo, e di quello europeo, anche, nei suoi confronti. Ha obbligato l’Europa a mettersi in mezzo, se davvero voleva la cessazione delle ostilità: e adesso sarà l’Europa – inglesi e americani non manderanno un solo uomo – a fare i conti con il disarmo di Hezbollah, adesso siamo tutti nella merda, basta prediche saputelle da lontano, e basta equilibrismi. Ci ha messo in mezzo, ha fatto in modo che fossimo noi, adesso, a dimostrare come si fa. Non avremo problemi con il ritiro israeliano, strette di mano e tanti saluti, ne avremo di inimmaginabili con la resa dei conti libanese, con un esercito imbelle e con una milizia che non si farà facilmente traslocare nei quadri di quell’esercito, e non accetterà con dolcezza l’ammassamento in magazzini ufficiali dei propri arsenali. Faremo i conti con lo spettro della guerra civile, e con Damasco, e con Teheran. Come ci apprestiamo a farlo? Con i quadri sinottici sulle forze italiane sopravvissute ai tagli al bilancio della Difesa, e con dichiarazioni provinciali: l’Italia sarà unita. E chissenefrega dei senatori dissenzienti e dell’atteggiamento dell’opposizione, chissenefrega della prova di governo, bisognerebbe andarci guardando ai problemi sul terreno, non a quelli di casa nostra. E invece sono quelli a fare i titoli, e le dichiarazioni, e a misurare gli umori. Non sono ottimista sull’esito della missione, e peggiora il mio stato d’animo vedere come ci andiamo allegramente, e tutti compresi del nostro voto, non di quello cui andiamo incontro, e di quello cui mandiamo incontro i bravi ragazzi della Pozzuolo e dell’Ariete, i lagunari e i marò, e i paracadutisti. Possiamo far finta di non sapere che la ridicola missione Unifil, impotente e inutile, è costata quasi trecento morti in diciassette anni? Figurarsi quel che costa fare sul serio. Ma a proposito di vittime, non volendo fare l’uccello del malaugurio, lasciatemi ricordarne una, che lo sgomento per la morte del giovane Grossman ha fatto passare in secondo piano, o dimenticare. La letteratura passa giorni duri, da Grass che si rivela uno Scalfaro o un Fo qualunque, a Grossman che rivela una grandezza di padre superiore alla grandezza della scrittura, e fa male a ogni padre del mondo, perfino all’immagine del padre del volontario ucciso a Gerusalemme. Ma il più vecchio tra i caduti d’Israele, che per ciò stesso meriterebbe una nota, non l’ha avuta. Voi sapete che in Israele si può essere richiamati fino ai quarantacinque anni. Yaron ne aveva quarantaquattro ed era stato richiamato per una settimana, medico militare, all’inizio del conflitto. Aveva stazionato ai confini del nord, ed era stato rimandato a casa. L’hanno richiamato una seconda volta nell’ultima settimana di guerra. Ha salutato la moglie come se avesse un presentimento, e anche gli amici, che ora lo descrivono come un uomo unico – questo hanno le vittime israeliane, che non hanno quelle arabe, di essere presentate nell’irriducibile unicità che ha ogni vita, è un mondo in cui non si muore per caso, e non si uccide per caso, e a spiegare la differenza non sono i numeri, poche vittime da una parte molte dall’altra, ma un sistema di valori – con una grande ironia, e un grande capacità di essere diretto, e una grande, schiva religiosità. E’ stato ucciso da un missile anticarro, in Libano, e lascia la moglie e tre figli. Si chiamava Yaron Amati, e dunque era un ebreo di origine romana. Non è solo per questo che voglio ricordare la vittima meno giovane, tra i soldati di Tsahal, della seconda guerra del Libano.

Ringrazio Stella per avermi segnalato questo splendido articolo che condivido praticamente in toto e che, quand’anche non lo si condivida, fornisce comunque buoni spunti di riflessione.

barbara

AGGIORNAMENTO: qui maggiori dettagli sulle dichairazioni dell'UCOII cui fa riferimento l'articolo di Magdi Allam.

Pubblicato il 19/8/2006 alle 18.57 nella rubrica Diario.

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