Blog: http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it

HO REINCONTRATO MAGDI ALLAM

E stavolta non mi sto leccando le dita, e neanche potrei, perché ancora mi tremano le mani. Prima avevo una mezza idea di scriverne, poi ho rinunciato, perché l’incontro mi ha scatenato una tale tempesta di emozioni da essere incapace di districarle e trasformarle in frasi di senso compiuto. Poi da varie parti sono stata sollecitata a provarci, almeno, e dunque ci provo. Ma senza alcuna garanzia sui risultati.

L’incontro doveva essere, come sempre, finalizzato alla presentazione del libro, ma altre cose urgevano, e di quelle ha parlato Magdi. Introdotto dal sindaco, che non va mai a nessuno dei numerosi incontri con l’autore che l’assessorato alla cultura organizza ogni anno (neanche al mio, è venuto, sniff sniff!), ma all’incontro con Magdi non manca mai. Ha letto, con la voce rotta che sempre più, via via, si andava rompendo, una poesia – italiana, lui di madrelingua tedesca – di don Giuseppe Puglisi, assassinato dalla mafia. Versi toccanti che dicevano: che senso ha vivere se non ci si batte, anche a costo della propria vita, per le cose in cui si crede? Poesia, di un uomo che ha sacrificato la propria vita per le cose in cui credeva, dedicata a Magdi Allam, che ogni giorno rischia la vita per continuare a battersi per le cose in cui crede. Ha continuato l’assessore alla cultura: voce rotta, anche lui, gola strozzata. E io con un occhio e un orecchio e mezzo cervello seguivo loro. Col resto guardavo Magdi. Ero stata sistemata, per ragioni che non vale la pena di raccontare, in una delle poltroncine riservate alle autorità, in prima fila, e lo vedevo un po’ di sguincio, ma chiaramente. Lo guardavo, guardavo il suo viso calmo e pensavo: quest’uomo sta rischiando la vita. Ogni giorno. Ogni ora. Ogni minuto. È stato condannato a morte per quello che fa, e lui continua a farlo. Per coerenza. Per onestà. E ho pianto. Di commozione. Di emozione. Di riconoscenza. Ascoltavo, guardavo, e piangevo. E poi ha parlato lui. Non del suo libro, no. Ha parlato di Hina, sgozzata perché amava un italiano. Chissà se nella sua voce leggermente velata di commozione c’era anche il ricordo del se stesso quindicenne, finito in una caserma della polizia egiziana per il crimine di amare una ragazzina ebrea … O se c’erano solo la rabbia, l’indignazione, la commozione, il dolore per una vita stroncata da una cultura di morte. Io ho pianto di nuovo, comunque, emozionata dalla sua emozione. Poi ha parlato del conflitto in Libano. Della tregua. Di tutta la situazione. Ne ha parlato a lungo, la voce, anche in questo, vibrante di emozione. Di passione. Ecco, se dovessi caratterizzare Magdi Allam con un’etichetta, credo proprio che userei questa: passione. È la passione a guidarlo, sempre, nello svolgere una professione non sempre onorata da chi la esercita, nello scegliere le cause per cui battersi, nello sfidare a testa alta (e a muso duro, direbbe il compianto Pierangelo Bertoli), la morte che gli è stata comminata da chi non accetta che si preferisca la vita alla morte. Ed è con questa sua immensa passione che ha parlato di Israele, delle minacce che incombono su di esso, precisando e rimarcando ancora e ancora, per i disinformati, per i diffidenti, per i renitenti, che Israele è stato attaccato senza motivo, che si sta difendendo, che è in atto un tentativo premeditato, programmato, lungamente studiato di portare a termine la sua distruzione, che il discorso della sproporzione è assolutamente assurdo e insensato. E questa passione, questa passione immensa che impregnava ogni sua parola, che trapelava da ogni suo poro, che traboccava dalla sua voce. E che mi strozzava la gola e mi velava, ancora una volta, gli occhi di lacrime. Poi qualcuno gli ha chiesto che cosa risponde alle accuse che si trovano dappertutto in internet di essersi sostanzialmente messo al servizio dei poteri forti ossia, in pratica, degli Stati Uniti e del sionismo. E anche lì ha dato una risposa stupenda: stare dalla parte di Israele, ha detto, non è una questione politica: è una questione etica. Stare dalla parte di Israele significa, semplicemente, stare dalla parte della vita e combattere chi sta dalla parte della morte. Stare dalla parte di Israele e riconoscere il suo diritto ad esistere significa anche, automaticamente, riconoscergli il diritto di difendersi con tutti i mezzi necessari. Mi fermo qui, nella rievocazione delle cose dette da Magdi Allam nell’«incontro con l’autore» di domenica scorsa. Ha detto anche altre cose, ma io non le so più: sono tutte confuse nella mia mente e sulla mia pelle, e nelle mie mani che ancora tremano sulla tastiera, in questo maldestro tentativo di tradurre Magdi Allam in parole che mai, lo so, riusciranno a renderne la grandezza. La passione. L’emozione che la sua sola presenza regala a chiunque abbia la ventura di goderne.

barbara

Pubblicato il 17/8/2006 alle 12.32 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web