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SOMALIA ADDIO 1

Perché questo è un addio, certo, anche se finora non l’avevo capito. Come quando si deve prendere atto che un amore è finito, e continuiamo a raccontare e raccontarci storie, per ingannarci, per non essere costretti a guardare la realtà. Così ho lasciato sedimentare quei primi abbozzi per diciotto anni. E poi per alcuni mesi ho scritto nuove osservazioni, e poi ancora per due mesi ho lasciato sedimentare anche quelle.
Ero in Kenia, alla fine del primo soggiorno: terra generosa dalla natura lussureggiante; e a lume di candela, in una sera di black-out, ho scritto a un’amica: «Il Kenia ti prende l’anima; la Somalia invece ti prende le budella, perché sta morendo e nessuno muove un dito per salvarla
». Ed è morta poi, infatti. Senza che nessuno muovesse un dito per salvarla.
Elaborazione del lutto, si chiama. E io non l’ho ancora fatta. Ed è tempo ormai che mi accinga ad affrontare quest’ultima fase. Mi ci vorrà un po’, naturalmente, e molte parole: non si può dire addio da un giorno all’altro a ciò che si è amato come poche altre cose al mondo. Perché di te ho davvero amato ogni cosa: l’aria rovente che mi ha accolta sulla scaletta dell’aereo facendomi provare, per la prima volta nella mia vita, la sensazione del “finalmente a casa”, e la tua natura aspra; le tue donne dolenti e bellissime, dal sorriso che penetra fin sotto la pelle; il tuo sole cocente e le tue piogge infinite; il caos delle strade e il silenzio della boscaglia; le spiagge candide e le dune rosse; il tuo mare di cristallo e i tuoi tramonti che tolgono il respiro. Perfino le pietre sconnesse dei tuoi marciapiedi, ho amato! E dunque lasciatemi parlare ancora un po’: devo estrarre gli ultimi ricordi. Devo distillare le ultime riflessioni. Devo covare gli ultimi pensieri. Devo maturare le ultime conclusioni. Per poi tacere, forse, per sempre.
(Il consiglio del giorno: quando Egypti una Egypta Egyptente, Egypti un Egypterio)



barbara

Pubblicato il 25/5/2006 alle 0.29 nella rubrica Diario.

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