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MINCHIA, SIGNOR TENENTE

Forse possiamo cambiarla ma è l'unica che c'è
Questa vita di stracci e sorrisi e di mezze parole
Forse cent'anni o duecento è un attimo che va
Fosse di un attimo appena sarebbe con me
Tutti vestiti di vento ad inseguirci nel sole
Tutti aggrappati ad un filo e non sappiamo dove

Entro in camera, e ancora una volta, come ogni volta, guardo la foto. E ancora una volta, come ogni volta, mi ritrovo a pensare: minchia, signor tenente.

Minchia signor tenente che siamo usciti dalla centrale
Ed in costante contatto radio
Abbiamo preso la provinciale
Ed al chilometro 41 presso la casa cantoniera
Nascosto bene la nostra auto ca’sse vedesse che non c'era
E abbiam montato l'autovelox e fatto multe senza pietà
A chi passava sopra i 50 fossero pure i 50 di età
E preso uno senza patente

Lui coi baffoni neri, lei con la cascata di riccioli scuri. La toga sulle spalle entrambi, entrambi chini su un documento.

Minchia signor tenente faceva un caldo che se bruciava
La provinciale sembrava un forno
C'era l'asfalto che tremolava e che sbiadiva tutto lo sfondo
Ed è così tutti sudati che abbiam saputo di quel fattaccio
Di quei ragazzi morti ammazzati
Gettati in aria come uno straccio caduti a terra come persone
Che han fatto a pezzi con l'esplosivo
Che se non serve per cose buone
Può diventar così cattivo che dopo quasi non resta niente


Una vita di rinunce. Rinuncia a una vita normale. Rinuncia a una speranza di felicità. Rinuncia alle gioie della paternità («Non si mettono al mondo orfani»).

Minchia signor tenente e siamo qui con queste divise
Che tante volte ci vanno strette
Specie da quando sono derise da un umorismo di barzellette
E siamo stanchi di sopportare quel che succede in questo paese
Dove ci tocca farci ammazzare per poco più di un milione al mese
E c'è una cosa qui nella gola, una che proprio non ci va giù
E farla scendere è una parola, se chi ci ammazza prende di più
Di quel che prende la brava gente

Perché lo sapevi, il destino che ti aspettava. E sapevi anche che razza di gente ti circondava: uno scrittorello che blatera di “professionisti dell’antimafia” che sulla lotta alla mafia ci costruiscono le carriere (sfolgorante, infatti, la tua carriera. Esplosiva, praticamente); un sindaco che ciancia di dossier nascosti nei cassetti; una banda di cialtroni che disquisisce su un attentato-messinscena autoprodotto per puro protagonismo, un corvo che gracchia e sputa veleno.

Minchia signor tenente lo so che parlo col comandante
Ma quanto tempo dovrà passare che a star seduto su una volante
La voce in radio ci fa tremare, che di coraggio ne abbiamo tanto
Ma qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti
Con il coraggio della paura, e questo è quel che succede adesso
Che poi se c'è una chiamata urgente se prende su e ci si va lo stesso
E scusi tanto se non è niente

Uno stato che ti abbandona, ti isola, ti offre su un piatto d’argento ai tuoi carnefici. Oggi fanno quattordici anni: quattordici anni trascorsi a smantellare freneticamente tutto ciò che avevi costruito, a isolare sistematicamente tutti coloro che avevano collaborato con te, a distruggere meticolosamente tutte le speranze a cui avevi dato vita. Quattordici anni, e ancora non mi va giù. E non voglio, non voglio che vada giù, non deve andare giù. Mai più, fino a quando, se mai sarà, avrai ottenuto giustizia, fino a quando, se mai sarà, potremo dire: «almeno è morto per qualcosa».

Minchia signor tenente per cui se pensa che c'ho vent'anni
Credo che proprio non mi dà torto
Se riesce a mettersi nei miei panni magari non mi farà rapporto
E glielo dico sinceramente

Buona notte, Francesca. Buona notte, Giovanni. Buona notte Rocco, Vito, Antonio. E buona notte a tutti noi.

Esco dalla camera. Un ultimo sguardo alla foto mentre, per la miliardesima volta, penso

Minchia, signor tenente


barbara

Aggiornamento: qui potete ascoltare un emozionante audio (real player) che ho scippato a cuntrastamu.

Pubblicato il 23/5/2006 alle 0.20 nella rubrica Diario.

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