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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


8 aprile 2007

DEL SEDICENNE SUICIDA, DELLA SCUOLA E DI ALTRO

AVVERTENZA: post lungo e forse anche un po’ palloso. Siete avvisati, quindi se decidete di leggerlo non venite poi a lagnarvene.

Chiunque insegni e sia capace di vedere ciò che ha intorno lo sa: in ogni classe c’è un bersaglio fisso. Da sempre. Non ci sono eccezioni. Il più delle volte è uno bravo, ma occasionalmente può anche non esserlo. Quasi sempre è un maschio. Qualche volta i bersagli fissi sono due, e in questi casi sono sempre un maschio e una femmina. Una volta, quando ho avuto l’impressione che il rischio di suicidio da parte del bersaglio fosse molto elevato, ho chiesto l’intervento di un sociologo. Il preside per prima cosa ha chiesto al consiglio di classe se avesse notato qualcosa: naturalmente nessuno aveva notato alcunché di particolare. In questi casi la persona maggiormente ascoltata è la collega di arte, laureata in architettura e ora laureanda in psicologia. Ovviamente – e chi ha a che fare con psicologi e affini avrà ben chiaro il motivo per cui dico “ovviamente” – fra tutti noi è quella che ha il peggiore rapporto con gli scolari, non riesce a farsi rispettare, la sbeffeggiano, e per riuscire ad avere un minimo di ascolto impone una disciplina da caserma. E, va da sé, non capisce niente di quello che succede in classe. La situazione normale comunque è che io dico succede questo e succede quest’altro, tutti gli altri dicono no, io non ho mai visto succedere niente, e quindi non se ne fa niente. Nonostante l’episodio di M. Avevo, con lui, denunciato sintomi di gravissimo disagio. Avevo più che fondati sospetti che subisse violenza sessuale dal padre e sistematiche sevizie da parte della madre. Niente: M. è un rompicoglioni, punto e basta. Ho mosso mari e monti, per quel ragazzo, ma non sono riuscita ad impedire che la sofferenza superasse la sua capacità di sopportazione: ad un certo punto ha staccato la spina. Ha smesso di camminare, di muoversi, di mangiare, di parlare. Passava le giornate chiuso in casa immobile, muto, a fissare il vuoto con occhi privi di espressione. Dovrebbero saperlo, dunque, che quando grido al lupo farebbero meglio a guardarsi intorno perché il lupo c’è. E invece niente. Le cose strane succedono, ammesso che sia proprio vero che vero che succedono - perché anche questo viene messo in dubbio - solo da me, da loro non succede niente, è tutto normale, niente da segnalare. E così dunque anche con K. In quell’occasione, comunque, era fortunatamente successo che il preside aveva visto il ragazzo in questione che aspettava l’autobus delle superiori perché in quello delle medie non lo lasciavano salire. Non che se saliva poi lo maltrattavano, no: proprio gli impedivano materialmente di salire. Di conseguenza era discretamente propenso ad ascoltarmi. L’intervento del sociologo poi l’ho ottenuto, ma solo perché quella era una classe speciale, che seguiva un progetto particolare. Ci è costato, per inciso, un migliaio di euro. Attraverso drammatizzazioni di tipo teatrale, il sociologo è riuscito a portare allo scoperto molte cose prima nascoste. Poi ha discusso con loro, li ha fatti riflettere sulle varie dinamiche che agivano nei loro rapporti, ha fatto loro prendere coscienza della sofferenza immensa che certi comportamenti provocavano. Dopodiché nel loro comportamento è cambiato tutto: mentre prima colpivano a casaccio e spesso, ma non sempre, riuscivano a ferire K., da quel momento in poi ogni attacco era perfettamente mirato, e di colpi a vuoto non ce ne sono stati più. La crudeltà innata in bambini e ragazzi è cosa da dare la vertigine, ed è molto difficile trovare qualcuno che ne sia esente. Questo è un dato di fatto, e toccherà farsene una ragione. Non accade molto spesso che il bersaglio arrivi al suicidio, ma parecchi ci vanno molto vicino. Detto questo, nella vicenda di Matteo la cosa, a mio avviso, in assoluto più oscena, immonda, nauseante è stata la preoccupazione di preside insegnanti e psicologa per i compagni: «Il senso di colpa potrebbe travolgerli». Travolgerli?? Preoccupazione?? Ma io spero che ne siano schiantati! Io spero che la consapevolezza della loro colpa – consapevolezza, non senso: il senso di colpa è tutt’altra cosa – li accompagni fino al loro ultimo giorno di vita e impronti ogni loro azione e ogni loro scelta. Anche al mio amico D. è capitato. Oggi è sulla cinquantina, D., e i fatti risalgono a oltre trent’anni fa. Lo rincorrevano per i corridoi urlando “ammazziamolo, ammazziamolo il culattone!” e lui che si rifugiava nei bagni col cuore che gli scoppiava. Per inciso – non che sia importante: lo dico solo per amore di precisione – D. non era affatto finocchio, era solo dolce e gentile e sensibile. Poi è capitato che un giovane di buona famiglia, ricchissimo e molto “maschio”, giusto per dare prova della sua virilità, con l’aiuto di due amici che lo hanno tenuto fermo e di un terzo che, per togliergli ogni capacità di reazione, gli ha stritolato le palle, lo ha violentato. A questo punto ha perso anche la possibilità, quando gli dicevano rotto in culo, di replicare che non era vero. La prima volta che ci ha provato, è stato buttando giù un’intera confezione di sonniferi. Poi poco dopo ha cominciato a stare talmente male che si è infilato due dita in gola e ha buttato fuori tutto. La seconda volta ha scavalcato la ringhiera del terrazzino della mansarda, al quinto piano. Nel momento in cui stava per lanciarsi gli è arrivato lo strillo della vicina: «D.!! Cosa diavolo stai facendo?» Ha farfugliato su «Ah … no … niente … mi è caduto un … stavo cerc … ma sarà meglio che lasci perdere». Ha riscavalcato la ringhiera ed è rientrato. Poi credo di essere riuscita a convincerlo che anche con una situazione così, dopotutto, si può riuscire a convivere. Credo di essere l’unica persona al mondo a conoscere tutta la vicenda – sono parecchie, in effetti, le vicende che sono l’unica persona al mondo a conoscere, e un po’ pesano, devo dire, ma sono anche un bagaglio importante, al quale non potrei rinunciare. Comunque. La storia di D. l’ho raccontata per chiarire che c’è ben poco di nuovo sotto il sole. Da sempre, il meno ostentatamente maschio della classe diventa automaticamente IL finocchio, e che lo sia o non lo sia, è dettaglio del tutto secondario. Se per caso qualcuno ha intenzione di chiedermi quale soluzione, forte dei miei 32 anni in cattedra, potrei suggerire, la risposta è: boh. Non lo so. Quello che, in compenso, NON suggerisco è la tolleranza, l’indulgenza, la maggiore comprensione per i carnefici che per le vittime. Picchiare gli scolari è vietato per legge – giustamente, ci mancherebbe! Ma nessuno è mai andato a raccontare che gli ho tirato un poderoso calcio negli stinchi dietro l’angolo avvertendo: “La prossima volta ti andrà peggio”. I semi-slogamenti di polsi con mossa di karatè invece li faccio pubblicamente, perché fa fico da matti, e si sentirebbero terribilmente pirla ad andarsene a lamentare. E normalmente funziona, oh se funziona!

barbara




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6 aprile 2007

RUANDA, 6 APRILE 1994

Ruanda - 06.4.2004

Testimone di un massacro

Il genocidio in Ruanda attraverso gli occhi di un giornalista che lo ha vissuto

“Prima di raggiungere il cancello sono costretto a deviare per evitare un gruppo di cadaveri: il corpo decapitato di un bambino, e altri tre spiaccicati sul terreno…Oltre il cancello la traccia di morte continua. Su entrambi i lati del sentiero sono riversi altri corpi: una donna è coricata sul fianco, il volto atteggiato a sorpresa, la bocca spalancata e uno spacco profondo nella testa. Indossa un cardigan rosso sopra un abito blu, ma gli abiti sono lisi e lasciano intravedere un corpo in decomposizione. Per proseguire il sentiero devo scavalcare il cadavere di un uomo che sbarra orizzontalmente; sentendomi l’erba sfregare sulle gambe, guardo verso il basso e vedo , alla mia sinistra, il corpo di un bambino tranciato quasi in due da un colpo d’ascia” – Nyarabuye, aprile 1994


Il genocidio del Ruanda resta indelebile nella memoria di chi ne ha vissuto la follia e la drammaticità. Quasi un milione di morti in tre mesi, una media di diecimila persone al giorno: lo sterminio più rapido della storia.

Fergal Keane c’era. Il suo diario di quei giorni, scritto pochi mesi dopo la fine dei massacri, con la mente ancora affollata da pile di corpi orrendamente mutilati, è la testimonianza cruda delle sensazioni che si provano alla vista di un simile scenario: sconforto, paura, smarrimento. Un reportage, breve ma dettagliato, in cui l’autore unisce un resoconto dei giorni del genocidio e le sue sensazioni di europeo, catapultato nel cuore della regione dei Grandi Laghi, in una terra che non conosce e che lo accoglie con fiumi di sangue. “Perciò abbiate pazienza – scrive Keane nel prologo del libro – se qualche volta il filo del racconto s’inoltrerà nei sentieri del cuore, della mente e dell’anima. Perché questa è la cronaca di un incontro col male, un male che non ha paragone con nulla che io abbia conosciuto in passato. Benché avessi già visto la guerra e conoscessi il volto della crudeltà, il Ruanda mi è apparso calato in una dimensione di incubo, in cui la mia facoltà di capire, e ancora più di pensare razionalmente, venivano completamente travolte. Era un paese di cadaveri, di orfani, di terribili assenze. Era una terra in cui lo spirito perdeva la sua linfa vitale."

Il genocidio in Ruanda – sostiene Keane – è stato pensato, calcolato, pianificato mesi, anni prima del suo effettivo inizio. Ha avuto una fase di incubazione, l’odio tra due popoli che in molti – a cominciare dai coloni belgi – hanno voluto dividere e differenziare, categorizzandoli in base all’altezza, i lineamenti e il colore della pelle (piccoli, tozzi e scuri gli hutu, alti, slanciati e chiari i tutsi). Un atteggiamento che ha inevitabilmente portato a favoritismi verso i tutsi, ricchi proprietari terrieri, e la convinzione degli hutu di appartenere ad una razza subumana destinata ai lavori sporchi ed umilianti nei campi. Un terreno fertile per l’invidia, anticamera dell’ostilità aperta che nei casi peggiori – si sa – conduce alla violenza. Ne hanno colpa i colonizzatori belgi, per aver introdotto nel 1933 le carte d’identità con l’etnia di appartenenza indicata tra i dati personali, creando quelli che, sessant’anni dopo sarebbero stati passaporti per l’inferno. Ne hanno colpa i politici locali, che dopo l’indipendenza del paese, nel 1962, non hanno potuto o voluto riportare la stabilità e la pace tra le due popolazioni, mentre da entrambe le parti il numero di morti e profughi cominciava a lievitare. Ne ha colpa l’Occidente, Francia in primis, che ha appoggiato il dilagante estremismo hutu francofono contro i tutsi in rientro dall’esilio forzato nei paesi anglofoni (Uganda e Tanzania). Infine, conclude Fergal, ne ha colpa il presidente del Ruanda, Juvenal Habyarimana, che ha dato vita alla milizia assassina hutu dell’Interahamwe e fomentato l’odio attraverso la Radio-Television Mille Collines, oltre ad aver acceso con la sua morte, nell’attentato del 6 aprile 1994, la polveriera di odio da lui stesso creata.

Il viaggio in Ruanda porterà Keane tra gli orfani di Byumba, gli assassini di Butare e in uno dei luoghi più tetri del genocidio: Nyarubuye, il villaggio orientale dove migliaia di persone barricate dentro ad una chiesa e nelle capanne circostanti sono state fatte a pezzi dai miliziani dell’Interahamwe. Poi la corsa verso i sovraffollati campi profughi della Tanzania, alla ricerca di Sylvestre Gacumbitsi, sindaco di Nyarubuye che alcuni testimoni accusano di aver pensato e causato l’eccidio. E il successivo incontro con l'uomo, mimetizzatosi tra i fuggiaschi delle tendopoli.

Un viaggio che cambierebbe chiunque. Un viaggio da cui è nato un libro, Stagione di sangue – un reportage dal Ruanda, (Feltrinelli, 1995) che tiene viva la memoria di una delle pagine più nere della storia contemporanea. Perché, come scrive Keane, “gli abitanti di quelle regioni, che sembrano così remote appartengono come noi alla grande famiglia dell’uomo...gli eccidi di massa che avvengono in Africa ledono la dignità di tutti gli esseri umani”. (
Pablo Trincia, qui)

Mai più, si è detto sulle ceneri di Auschwitz, mai più si torna a ripetere compuntamente ad ogni giorno della memoria. E invece siamo costretti ad assistere ad una interminabile catena di ancora e ancora e ancora e ancora e poi di nuovo ancora (ancora non è contenta di sangue la belva umana …). Questo genocidio, a differenza di quello degli armeni, a differenza di quello degli ebrei, a differenza di altri precedenti massacri, si è svolto interamente sotto i nostri occhi, al tempo della globalizzazione, al tempo dei mass media onnipresenti, al tempo di televisione e telefoni satellitari e computer. E che cosa è stato fatto per impedirlo? Niente. Anzi, peggio che niente: si è corsi in aiuto agli assassini sterminatori. Lo hanno fatto nazioni sedicenti civili, lo hanno fatto associazioni “umanitarie”, lo ha fatto l’Onu. Per una esauriente informazione sul genocidio del Ruanda invito a leggere anche il bellissimo e agghiacciante “Desideriamo informarla che domani verremo uccisi con le nostre famiglie” di Philip Gourevitch, Einaudi.



barbara




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5 aprile 2007

E NEL FRATTEMPO

sempre a proposito di bambini, nel giro di una decina di giorni la televisione palestinese ha mandato in onda una oscena intervista ai due figli di una terrorista suicida, bambini dell’asilo, orrendamente violentati nella loro innocenza spingendoli a voler imitare la madre; poi un videoclip in cui attori impersonano la terrorista suicida e i suoi figli, e la bambina si procura dell’esplosivo per seguire l’esempio materno, dopo avere appreso che ciò che la madre stringeva fra le braccia, ossia la bomba con cui uccidere gli israeliani, era realmente più importante dei suoi figli; infine un altro video (qui l’articolo che lo illustra) in cui i bambini vengono esplicitamente spinti al terrorismo.
Se poi qualcuno alla commissione per i diritti umani dell’Onu osa dire la verità su come stanno realmente le cose, viene aspramente rampognato, e avvertito che non gli verrà mai più consentito di riprovarci.
Per inciso, qualcuno ha trovato traccia di tutto questo nei nostri giornali, nelle nostre televisioni, nelle nostre radio, nei discorsi dei nostri politici?

barbara




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5 aprile 2007

MARIA GEUSA: VE LA RICORDATE?

Aveva due anni e sette mesi. La mammina la portava tutti i giorni al carnefice. Dribblava abilmente le domande delle suore dell’asilo, sconcertate da lividi e strani segni. La teneva a casa quando i segni erano troppo espliciti per poterli mascherare con qualche scusa. Scansava gli interventi della vicina, impensierita dalle troppe cose che le capitava di notare. Faceva i salti mortali, la mammina, pur di non far mancare al carnefice la sua dose quotidiana di sevizie e di stupri sul corpo di quella bambina di due anni e sette mesi, e a se stessa l’incommensurabile godimento che prova una mamma nel consegnare la propria figlia al carnefice. L’avete mai vista, voi, la faccia di una mamma mentre consegna la figlia al carnefice? Beh, se ve ne capita l’occasione non lasciatevela scappare: guardatela bene, e saprete che cos’è la quintessenza del godimento, il piacere assoluto, il paradiso in terra. Fino al giorno in cui stupri e sevizie non sono bastati più, e Maria è stata assassinata. Il 5 aprile di tre anni fa. Quattro giorni fa sono andata in google immagini a cercare una foto di Tommaso: ce n’erano mille. Oggi ci sono tornata per cercare quella di Maria: non ce n’è neanche una. Nessun sito intitolato al suo nome, nessuna fondazione, nessun ricordo sui giornali. Ricordiamo almeno noi questa infelice creatura che non ha neppure avuto il beneficio di una morte rapida.

POST SCRIPTUM: io il 5 per mille lo do a telefono azzurro. Il codice è: 920 126 903 73

barbara




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4 aprile 2007

PER RILASSARCI UN PO’

Dall’amico Edward, newyorkese quasi purosangue (con bellissima moglie napoletana)

Durante la guerra di Sei Giorni, un esercito arabo (non importa quale) marciava nel deserto.
Ad un tratto un Ebreo appare da dietro una duna e spara un colpo.
"Disgraziato!" urla il generale, "Prima Divisione, avanti! Ammazzatelo!"
Spariscono dietro la duna, e si sente un baccano terrificante - bombe, mitra, esplosioni, ecc. Poi niente.
"Seconda Divisione, forza - fallo fuori!" Anch'essi corrono dietro la duna, con lo stesso risultato, sennonché si vede trascinarsi da dietro la duna un solo soldato arabo, sfinito, macchie di sangue, sul punto di svenire.
"Generale, ritiratevi! Ritiratevi! Ci ammazzano tutti! E stato un tranello! Dietro la duna, di Ebrei ce ne sono due!"

E chissà se è davvero solo una barzelletta …

barbara




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4 aprile 2007

CONOSCIAMO VERAMENTE ISRAELE?

I mass media scelgono solo le notizie negative e gli scandali, nessuno parla mai dei successi.
È un fenomeno interessante. Israele è un Paese di cui nessuno conosce veramente la storia o la realtà. Al contrario di qualsiasi altro Paese, la cui copertura si basa su reali caratteristiche locali, eventi fuori del normale che fanno notizia, storie umane e politiche, dibattiti culturali, Israele viene coperta secondo uno stretto criterio di negatività. Guerra, corruzione, sconcerto, errori, rottura di miti, lapsus e falli della classe dirigente, episodi di crudeltà.
Nell’immaginario collettivo, Israele e il sionismo sono esattamente il contrario della loro realtà. Di Israele si ha un’immagine che è esattamente il contrario della sua realtà. Non si sanno cose fondamentali. Non si conosce la pure interessantissima sessantennale costruzione di un uomo solidale, attentissimo ai suoi diritti, ipercritico della classe dirigente, eroico quando bisogna… eppure sembra davvero il tempo giusto per farlo. L’informazione su Israele toglie al cittadino il diritto di sapere una cosa fondamentale per il nostro stesso futuro: una democrazia sul fronte di una guerra di difesa come la fronteggia, come si trasforma, quali sono i pregi e i difetti che sviluppa? Qualche giorno fa sedevo con la mia amica Petra Heldt, pastore luterano ordinato, una signora tedesca che giunse in Israele a ventisette anni con lo scopo di vivere nello stesso Paese in cui è vissuto Gesù; Gesù era un buon ebreo, e lei, che è una teologa rinomata autrice di parecchi testi accademici, membro di svariate commissioni di studio, e che ha grandi occhi curiosi e un sorriso molto comunicativo, ha voluto concedersi l’emozione di vivere la sua vita fra i fratelli carnali di Cristo, che come lui recitano lo Sh’ma Israel tutti i giorni e amano Gerusalemme dello stesso amore, dice Petra. Per Petra amare gli ebrei è sempre stato un fatto naturale. Strano? A lume di logica non dovrebbe esserlo, ma se si pensa quanto poco i nostri cattolici siano invece consapevoli del fatto che Gesù fosse un buon ebreo che amava, conosceva, viaggiava per la sua terra e la viveva per il suo significato ebraico in ogni luogo, da Nazareth a Gersualemme, a Betlemme, al lago di Tiberiade, ai monti della Galilea, certo che è strano. Strano che i cristiani lascino passare le tesi islamiste che il tempio in cui Gesù cacciò i mercanti non sia mai esistito. Così strano anche che la maggior parte dei pellegrini che vengono in Israele accompagnati dai loro parroci o da organizzazioni cattoliche varie, non facciano quasi nessuna mossa per capire e conoscere gli ebrei proprio quando vengono nella loro Terra, tanto che i viaggiatori tornano a casa avendo fatto esperienza quasi esclusivamente degli abitanti arabi di Gerusalemme e del Paese degli Ebrei in genere. In genere, essi non vengono in Israele, ma “in Palestina”.
Quanti hanno letto una storia di questo genere sui giornali europei? Quanti conoscono le continue storie di eroismo che caratterizzano la costruzione dell’uomo israeliano? Del cameriere ventenne che al cafè Cafit di Gerusalemme ha tolto la borsa dalle spalle del terrorista che cercava di entrare e l’ha portata lontano dai clienti del caffè e poi mi ha risposto: “Che c’è di strano, scusi? E’ ovvio che era molto meglio che morissi io, da solo, piuttosto, che tutte quelle persone ai tavoli..”. Chi conosce le storie degli eroi moderni come le decine di guidatori di autobus, di camerieri, di casuali guardiani studenti da pochi shekel l’ora che si gettano col proprio corpo, unica barriera di difesa per i propri concittadini, sui terroristi? Quanti episodi conoscete delle centinaia di storie di eroismo militare di ragazzi ventenni, dell’ufficiale che è morto gridando Sh’ma Israel mentre si lanciava su una bomba a mano per difendere i suoi soldati; del soldato Michael Levin, uno dei tanti ventenni venuto da solo da Philadelphia come migliaia di altri per difendere Israele caduto nella guerra contro gli hezbollah; o di Or Ben On che ha perso tutte e due le gambe a Marun al Ras il 20 di luglio (salvato dal suo comandante che l’ha sfilato dal carro armato e poi l’ha difeso dal fuoco nemico fino a che non sono arrivati i soccorsi) e che adesso è tornato a suonare la chitarra nel suo gruppo rock, e si ritiene fortunato? Che cosa si sa del coraggio, della disperazione, della solidarietà, della fede, della difesa della propria casa cercando, anche se a volte si sbaglia, di mantenere la purità delle armi? Che si sa dello sforzo enorme messo dall’esercito per insegnare ai soldati standard di salvaguardia del nemico sconosciuti in tutti gli altri paesi del mondo costretti alla guerra? Sappiamo solo quando si compiono errori, o supposti tali, e non si esita a accusare di immoralità e anche di crimini di guerra.
Lo sapete che in Israele la cura per l’Alzheimer è in fase di ricerca oltremodo avanzata? Che la costruzione di passerelle, strutture, canali di inserimento delle persone disabili è una priorità? Lo sapete che proprio in questi giorni, mentre in vari atenei negli USA e in Canada una inverosimile quanto consueta settimana “contro l’apartheid in Israele” mette in scena sgangherati comizi che descrivono Israele come Paese razzista, proprio qualche giorno fa lo stesso Riccardo Muti ha donato tutti i proventi della sua serata con la filarmonica di Tel Aviv il 15 di febbraio in memoria di Arturo Toscanini a un ospedale pediatrico, lo Schneider di Petah Tikva che si occupa di oncologia in cui il trenta per cento dei bambini ospitati sono arabi? “Un ospedale pieno di colori e di giuoco, in cui si vede come si possa fare scaturire anche dal dolore un senso di vita e di interna pace, e anche un significato di esperienza comune” ha commentato Muti. E non c’è ospedale israeliano in cui la presenza di pazienti arabi non sia immediatamente percepibile. (Fiamma Nirenstein, Shalom marzo 2007)

Già il solo pensiero che Israele esista è cosa in grado di commuovermi; il leggere poi cose così mi scioglie proprio.



barbara




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3 aprile 2007

LA LOGICA DELLA PUBBLICITÀ

Lui: Assunta! Quante votte te debbo dire che non ti vogghio più vedere in bikini sul baccone, ah? Offrire il tuo giovane coppo -- agli sguaddi indiscreti -- dei vicini di casa?!? Ma che siamo impazziti?? Vestiti subbito! Dietro le pessiane devi stare! E SE PROPRIO DEVI PRENDERLO, QUESTO BENEDETTO SOLE, a P. telefoniamo e una bella tenda da sole oddiniamo! Contenta Assunta?
Lei: Contenta sì! Perché le tende da sole di P. sono bellissime, E SOPRATTUTTO RIPARANO DAL SOLE e dagli sguardi indiscreti.

Ma ci pensate che li pagano pure?

barbara




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2 aprile 2007

GLI AIUTI INTERNAZIONALI AL GOVERNO PALESTINESE DI HAMAS SONO DIMINUITI VERAMENTE?

Grazie alla brava Elena Lattes che ha provveduto a raccogliere i dati, a noi rimane solo la fatica di leggerli.

Quante volte abbiamo sentito o letto che gli impiegati dell'Autorità Palestinese non ricevevano da mesi lo stipendio a causa dell'embargo? E quante volte abbiamo sentito o letto che i palestinesi morivano di fame per la mancanza di aiuti umanitari? E ancora, quante volte abbiamo sentito o letto che gli scontri interni tra Hamas e Fatah sono anch'essi dovuti all'embargo?
Insomma, l'embargo (o presunto tale e vedremo il perché) è diventato il nuovo mantra e come l'occupazione è stato in questi ultimi dodici mesi, il simbolo e l'apice di tutti i mali che affliggono il Medio Oriente, nonché la scusa per qualunque azione negativa perpetrata dai palestinesi.
E invece mercoledì scorso, tutti i media nel mondo riportavano un rapporto dell'Onu e del Fondo Monetario Internazionale secondo il quale nel 2006 i palestinesi avevano ricevuto più del doppio degli aiuti finanziari, rispetto al 2005.
Nonostante l'embargo adottato dagli USA e dall'Europa, i primi sono arrivati a dare (forse sarebbe più adatto usare il termine regalare) 468 milioni di Dollari, rispetto ai 400 del 2005, mentre la seconda si è accollata il completo mantenimento di un milione di persone equivalente ad un quarto degli abitanti di Gaza e West Bank.
Un rappresentante dell'Unione Europea a cui è stato chiesto se gli aiuti sarebbero stati maggiori nel caso in cui ci fosse stato il riconoscimento del nuovo governo, sempre guidato da Hamas, ma con qualche ministro di Fatah e altri partiti minori, si è messo a ridere affermando che probabilmente sarebbero stati invece inferiori.
Mentre questi aiuti, sempre secondo il rapporto, sono andati direttamente alla popolazione, i 100 milioni di dollari, provenienti dalle rimesse doganali, che Israele ha versato a gennaio a Mahmoud Abbas, sono stati usati anche per pagare gli stipendi degli uomini armati da Hamas, che in parte erano già stati pagati nella seconda metà del 2006 proprio dai Paesi Occidentali.
Come se non bastasse, l'Onu, soltanto nell'inizio del 2007, ha provveduto a raddoppiare i contributi dati nello stesso periodo dell'anno precedente, pari a 450 milioni di dollari.
In questo modo l'Autorità Palestinese risulta essere terza al mondo in quantità di aiuti ricevuti, immediatamente dietro a Sudan e Congo e davanti ad altri 18 Paesi devastati da guerre o disastri naturali.
Tutto questo, naturalmente, senza contare il flusso di denaro e armi che arriva copioso da vari Paesi arabi e dall'Iran di Ahmadinejad che supporta non soltanto Hezbollah, ma anche Hamas.
A questo punto verrebbe da chiedersi a cosa serve tutto questo denaro, considerando che la soglia di povertà nei territori dell'AP è aumentata, contrariamente a quanto sarebbe dovuto ovviamente accadere.
In effetti questi finanziamenti gratuiti sono una droga che indebolisce il sistema economico palestinese, già sfibrato e che continua irrimediabilmente ad affondare, contribuendo ad aumentare la mentalità assistenziale che s'aggrappa agli aiuti internazionali come risorsa di ordinaria sopravvivenza.
Verrebbe anche da chiedersi a cosa è servita la richiesta che i Radicali avanzarono al Parlamento Europeo negli anni bui della seconda intifada di render conto dei soldi elargiti all'allora vivo Arafat e soprattutto a cosa serve dichiarare un boicottaggio che in realtà non è mai stato seriamente applicato.
Tanto più oggi che mentre alcuni politici mostrano di voler appoggiare pienamente il governo di Hamas e quello siriano, la comunità internazionale ha votato per l'inasprimento delle sanzioni verso la teocrazia iraniana.
(Elena Lattes, Nuova Agenzia Radicale, 25 marzo 2007)

Ecco: ogni tanto, invece di abbandonarci al compianto per i poveri palestinesi che muoiono di fame per colpa dei kattivissimi sionisti e di indulgere a larghissime giustificazioni per ogni sorta di infamia, si potrebbe magari fare lo sforzo di confrontare i mantra con i fatti.


barbara




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2 aprile 2007

E LA CHIAMANO “LEGITTIMA CRITICA”

Fra i blog linkati qui a lato ce n’è uno di cui è titolare una giovane israeliana di origine italiana. Nel suo ultimo post annuncia di essere incinta, parla con timore della crescente aggressività siriana e iraniana, esprime i suoi timori di una nuova guerra, formula i suoi auspici per una pace duratura, per una vita tranquilla e normale in cui far crescere le sue figlie. Molti i commenti. Molti, fra questi, quelli grondanti ignoranza e odio. Uno, in particolare, è riuscito a sconvolgermi:
mi auguro che tuo figlio non venga mai al mondo...me lo auguro per la vita di almeno una decina di palestinesi che uccidera quando crescera!
Da cui si deduce che:
a) TUTTI gli israeliani, senza eccezione, sono assassini
b) ogni israeliano che viene al mondo uccide almeno dieci palestinesi (e, per inciso, dato che circa cinque milioni di ebrei israeliani dovrebbero avere finora ucciso almeno cinquanta milioni di palestinesi, non si capisce davvero come mai la popolazione palestinese continui ad aumentare)
c) tutti i palestinesi uccisi dagli israeliani sono creature innocenti assassinate così, senza motivo, per puro sfizio
d) gli ebrei israeliani (o gli ebrei e basta? Conoscendo molto bene il soggetto, mi sembra ipotesi tutt’altro che peregrina) è meglio che non esistano (“l’unico ebreo buono è l’ebreo morto”?)
Una cosa, comunque, mi sembra certa: finché la “causa palestinese” sarà sostenuta da tifosi di questo genere, per i poveri palestinesi la vedo dura, ma dura davvero.



barbara




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1 aprile 2007

LA CITTÀ CHE UCCIDE LE DONNE

In una strada sterrata, fuori da Ciudad Juárez, al limitare del deserto, la polvere avvolge una piccola costruzione di legno e cemento. Una tenda scolorita fa le veci della porta. Da qui uscì, una mattina di giugno del 2000, María Elena Chávez, 16 anni, per andare a lavorare. «Da quel giorno non abbiamo più saputo nulla di lei» racconta ora la sorella, Brenda, 18 anni. In ottobre la trovarono morta. A María Elena «fecero quello che fanno a tutte. Le violentano e le ammazzano. Sembra quasi che stia diventando un'abitudine».
A
Ciudad Juárez, al confine tra lo Stato messicano di Chihuahua e il Texas, sono quattordici anni che spariscono le donne. Vengono ritrovate senza vita, violentate, torturate, il corpo abbandonato in terreni dismessi.
E il governo non riesce ad arrestare i colpevoli e a mettere fine alla tragica serie. È quanto denunciano alcuni libri, come Ossa nel deserto di Sergio Gonzáles Rodríguez (Adelphi) e He visto el diablo de frente (Ho visto il diavolo in faccia, Artime Ediciones) di Maud Tabachnik. Ed è quanto è stato detto a gran voce in un megaconcerto tenuto l'anno scorso nella capitale messicana, organizzato, tra gli altri dalla Piattaforma spagnola delle artiste contro la violenza sulle donne.
Dal 1993 a oggi sono state assassinate 374 donne e 35, secondo la Procura generale, risultano ancora disperse. Ma sulle cifre non c'è alcuna certezza. Per Amnesty International, solo nel periodo tra il 1993 e il 2003 sono morte 370 donne e 85 risultano disperse. Victoria Caraveo, avvocato difensore di alcune madri delle vittime ed ex direttrice dell'Istituto della donna di Chihuahua, è convinta che sia fondamentale fare una distinzione tra omicidi frutto di aggressioni o violenze familiari e omicidi "seriali", che sono 114. Se non si fa questa distinzione, assicura, le autorità possono sostenere che l'80 per cento dei delitti è stato risolto. «Se anche così fosse, si tratterebbe solo dei delitti individuali, non di quelli seriali». Per questi ultimi, finora, un solo colpevole è stato condannato. Secondo alcune ong, come Justicia para nuestras hijas (Giustizia per le nostre figlie), la distinzione tra le tipologie di omicidi è solo un escamotage per minimizzare il problema. Si tratta in realtà, dicono, di un "femminicidio", di un
"genocidio di donne" secondo le parole dell'antropologa Marcela Lagarde. «Le donne sono vittime sia di conoscenti sia di estranei» dice. «Di singoli stupratori e assassini oppure di gruppi, improvvisati o professionisti. Ma sempre si tratta di morte crudele. Questo avviene perché lo Stato non garantisce la sicurezza di buona parte della popolazione, in concreto delle donne». La maggioranza delle donne scomparse hanno tratti comuni: sono giovani, belle, snelle. E tutte appartengono alle classi inferiori. La maggioranza degli abitanti di Ciudad Juárez vive in condizioni di estrema povertà nonostante un certo sviluppo economico portato qui, a partire dal 1965,
dalle maquila, fabbriche straniere che assumono manodopera locale a basso costo, in genere femminile. Si stima che ogni giorno arrivino in città circa trecento persone. «E gli alloggi non sono sufficienti» spiega Esther Chávez Cano, direttrice di Casa Amiga, un centro di sostegno perle vittime della violenza. «Così le donne finiscono nel deserto. Non hanno alternativa, cercano solo di sopravvivere».
Ma per le donne di Juarez sopravvivere è una questione di fortuna. Quasi tutte le vittime assassinate sono operaie delle maquila, commesse o studentesse. «Gli assassini le scelgono perché sanno che non possono difendersi. Alle ricche non fanno mai niente, non possono competere con i soldi» afferma Patricia Cervantes. Sua figlia Neyra Azucena, 20
anni, morì nel 2003 nella capitale dello Stato, Chihuahua. Anche in questa località, a partire dal 2001, si sono registrati una ventina di omicidi come quelli di Juarez. E anche in questo caso non sono stati catturati i colpevoli, né chiarite le circostanze.
Di spiegazioni ne sono state proposte diverse. Traffico di organi, prostituzione, tratta delle bianche, film pornografici, riti satanici, azioni di maniaci sessuali. Anche il narcotraffico, la cui presenza è di dominio pubblico, è stato proposto come possibile causa. Per ora, l'unica cosa chiara ai familiari è il ruolo dei funzionari pubblici, in particolare della polizia. «O le autorità sanno chi sono i colpevoli e prendono soldi per non denunciarli, o sono direttamente responsabili dei delitti» denuncia María Esther Luna Hernandez, la cui figlia, Brenda Esther Alfaro, di 15 anni, fu assassinata nel 1997. In effetti, in due relazioni pubblicate nel 2004 dal procuratore speciale dell'epoca María Lopez Urbina, sono elencati i nomi di 130 funzionari ed ex funzionari pubblici accusati di negligenza od omissione. «Ma ci è voluto più tempo per rendere noti i nomi delle persone coinvolte che per licenziarle» lamenta Silvia Solís del Comitato rurale contro il Femminicidio e l’impunità a Ciudad Juárez e a Chihuahua. In molte occasioni, la polizia dà addirittura la colpa alle vittime. Quando, nel dicembre 2000, Hortensia Enríquez denunciò a Chihuahua la scomparsa della figlia Erika Noemí Carrillo gli agenti le dissero le stesse cose che ripetono a tutte le madri: che la figlia era scappata con un ragazzo e che sarebbe tornata un giorno con un bebè. Ma Erika Noemí, che lavorava per pagarsi la laurea in ingegneria, non è mai tornata. «Sono andata in Procura a far vedere i suoi risultati a scuola, tutti nove e dieci. Perché non dicessero che era una ragazza disadattata» racconta Hortehsia.
Molte indagini sono piene di contraddizioni. Erika Ivón Ruiz Zavala scomparve da Chihuahua nel 2001 e fu ritrovata dalla madre sei giorni dopo, semisepolta nel cimitero locale. Secondo la polizia causa della morte era un'overdose. Ma nel dossier degli investigatori il referto del medico legale ammette che non ci sono prove di un'eventuale overdose e non segnala le numerose pugnalate visibili sul corpo. Così il reato ipotizzato nel caso di Erika, non è - come sembrerebbe ovvio - l'omicidio, ma una semplice "inumazione clandestina".
Capita anche che l'identificazione dei cadaveri sia carente e che l'identità delle presunte scomparse sia incerta. Nel caso di Neyra Azucena, la ventenne figlia di Patricia Cervantes, un perito indipendente stabilì che il cranio del cadavere non poteva appartenere a una ragazza della sua età. Mentre i successivi esami del Dna stabllirono con certezza che i resti erano di Neyra. Come se non bastasse, quando la famiglia chiede giustizia con troppa insistenza, le autorità cercano i colpevoli tra i parenti, arrivando a inventarseli. Tre giorni dopo la scomparsa di Neyra, il cugino David Meza arrivò dal Chiapas fino a Juárez per partecipare alle ricerche. Quando - tre mesi dopo - la polizia trovò i resti di Neyra, arrestò David e lo torturò fino a fargli firmare una confessione. David, in carcere da due anni senza essere stato condannato, rivendica la sua innocenza. «Ma quello che voglio di più è giustizia per Neyra» ha dichiarato in un'intervista telefonica.
Le associazioni di familiari e varie ong hanno tentato di attirare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale perché esiga che il governo messicano metta fine a questo scandalo. «Le uniche risposte ottenute finora sono azioni di pura facciata» dice l’esperta Silvia Solís. «Anche se sono state create una commissione e una Procura speciale, non sono state conferite loro né le risorse né le competenze necessarie». Il nuovo viceprocuratore per i diritti umani e l'attenzione alle vittime di delitti, Arturo Licón, riconosce che ci sono state negligenze e assicura la riapertura di vari casi. Quanto ai funzionari accusati nel 2004, «per alcuni valuteremo le responsabilità amministrative» spiega. «Per altri, siamo in attesa di elementi che comprovino eventuali responsabilità penali». Nel frattempo l'unico desiderio delle famiglie è che riprendano le indagini. Una buona notizia è rappresentata dall'attivazione - grazie a fondi dei governi del Chihuahua, degli Usa e del Canada – di un team di antropologhe forensi argentine. Dovranno stabilire le cause delle morti e, tramite il Dna, dare un nome ai corpi non identificati: nelle celle frigorifere della Procura generale ce ne sono almeno 50. Benché sembri paradossale, questo allevierebbe il dolore dei genitori. «Dentro di me so che Erika è morta» dice Hortensia Enríquez, «Ma continuo ad aspettarla. Un risultato, buono o cattivo che sia...
Voglio sapere dov'è». (Laurence Pantin, Io donna)

Delle donne di Ciudad Juárez avevo già parlato qui, e poi qui, e ancora un accenno qui. E torno a parlarne e ancora tornerò a farlo, perché dimenticare chi è stato assassinato significa assassinarlo una seconda volta e io, di questo, non mi farò complice mai.



barbara




permalink | inviato da il 1/4/2007 alle 18:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (10) | Versione per la stampa


1 aprile 2007

UN ANNO FA

In realtà era morto già da tanto, ma è in questo giorno che noi lo abbiamo saputo. È in questo giorno che sono esplosi il dolore e la disperazione e più grande si è fatta la rabbia. Ed è in questo giorno che lo voglio ricordare.



barbara




permalink | inviato da il 1/4/2007 alle 2:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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