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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


15 settembre 2006

QUANDO LA LEGGE È CONTRO LA PERSONA

Silvia, come tante altre prima di lei, ha passato anni a denunciare le persecuzioni e le minacce del suo ex. Ora di denunce non ne arriveranno più perché Silvia, come tante altre prima di lei, è stata uccisa dall’uomo che la perseguitava e minacciava. Perché a una denuncia per minacce, nella nostra legislazione, non c’è alcun seguito.
Maria, nove anni, è stata violentata e seviziata nell’istituto in cui vive abitualmente, in Bielorussia. Di fronte al rischio di doverci tornare ha tentato il suicidio, ma la legge parla chiaro: deve tornare, e i genitori affidatari che per impedirlo l’hanno nascosta sono dei delinquenti. Come se non bastasse, per rimettere la bambina in mano ai suoi carnefici si usa anche, a livello diplomatico, l'infame ricatto del blocco sia delle adozioni che degli affidi temporanei.
Due casi emersi tragicamente in questi giorni; ognuno di noi, volendo, potrebbe riempirne volumi, di casi così. Quando una legge è sbagliata, si dice normalmente – e io per prima – ci si dà da fare e la si cambia. Bene. Giusto. È così che si deve fare. È questa la procedura da seguire. Ma nel frattempo, con quelli che cadono sotto la mannaia della legge ingiusta, che cosa si fa?

barbara

OT: nel caso qualcuno avesse intenzione di chiedermelo, prima o poi probabilmente parlerò di Oriana, ma adesso non mi va.




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15 settembre 2006

CIAO PINO

"Bisogna cercare di seguire la nostra vocazione, il nostro progetto d'amore.
Ma non possiamo mai considerarci seduti al capolinea, già arrivati. Si riparte ogni volta. Dobbiamo avere umiltà, coscienza di avere accolto l'invito del Signore, camminare, poi presentare quanto è stato costruito per poter dire: sì, ho fatto del mio meglio".


"E' importante parlare di mafia, soprattutto nelle scuole, per combattere contro la mentalità mafiosa, che è poi qualunque ideologia disposta a svendere la dignità dell'uomo per soldi.
Non ci si fermi però ai cortei, alle denunce, alle proteste.
Tutte queste iniziative hanno valore ma, se ci si ferma a questo livello, sono soltanto parole.
E le parole devono essere confermate dai fatti".

"Le nostre iniziative e quelle dei volontari devono essere un segno.
Non è qualcosa che può trasformare Brancaccio.
Questa è un'illusione che non possiamo permetterci.
E' soltanto un segno per fornire altri modelli, soprattutto ai giovani.
Lo facciamo per poter dire: dato che non c'è niente, noi vogliamo rimboccarci le maniche e costruire qualche cosa.
E se ognuno fa qualche cosa, allora si può fare molto...".


Se fosse vivo oggi compirebbe 69 anni ma, avendo scelto di opposi alla mafia, non li compirà: tredici anni fa, il suo compleanno, la mafia lo ha festeggiato così, chiudendogli la bocca per sempre.

Tra i suoi impegni pastorali, continua a dedicare particolare attenzione alla lotta contro la mentalità mafiosa, cui contrappone una cultura dell'amore e della legalità, cominciando dai più piccoli, come aveva fatto a Godrano. Cerca di instaurare un rapporto anche con le famiglie dei ragazzi e diviene guida spirituale di centinaia di persone. Chiede aiuto ad amici e volontari disposti a lavorare per la comunità con spirito di servizio gratuito, anche a rischio di inimicarsi i poteri criminali dominanti.
Nel 1992 l'Italia è scossa dalle stragi di Capaci e di via D'Amelio, in cui perdono la vita i giudici Falcone e Borsellino. Il 23 luglio i volontari di padre Pino scrivono una lettera al Presidente della Repubblica, Scalfaro, esponendo la situazione del loro quartiere. Dopo una sollecitazione giunta da Roma, a Brancaccio i poliziotti fanno sgomberare molti sotterranei occupati abusivamente, e utilizzati come deposito per il traffico d'armi e di droga, per le scommesse clandestine, e come luogo d'incontro per la prostituzione anche minorile.
All'indomani di una manifestazione nell'anniversario della strage di Capaci, guidata da padre Pino per le strade di Brancaccio, uomini di Cosa Nostra lanciano delle molotov contro la chiesa. Seguono intimidazioni e pestaggi ai danni di suoi parrocchiani. Lui stesso riceve minacciose telefonate e lettere anonime, e viene aggredito.
La sua opposizione alla mafia, così come ai politici e agli amministratori pubblici con essa collusi, prosegue ferma, ma mai aggressiva. Non prende di petto i suoi persecutori, bensì li affronta con il sorriso, considerandoli comunque persone da redimere. «Venite in chiesa alla luce del sole - dice ai mafiosi durante la messa - discutiamone. Riflettiamo insieme sulla violenza che sa generare solo altra violenza. Vorrei conoscervi e conoscere i motivi che vi spingono a ostacolare chi tenta di educare i vostri figli alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori dell'amore e della cultura». Solo in un'occasione perde la sua mitezza, quando, il 25 luglio 1993, tuona dal pulpito: «Chi usa la violenza non è un uomo, ma un animale. Abbiate il coraggio di uscire allo scoperto e di riflettere con noi su quello che sta succedendo». Considera il suo comportamento naturale e non si sente un eroe, né ama vedersi definire "prete antimafia".
Il 26 luglio 1993 viene pubblicata sul Giornale di Sicilia una sua intervista rilasciata a Delia Parrinello. «Brancaccio è la borgata più dimenticata della città. Non ha una scuola media, niente asilo e nemmeno un consultorio o un centro sociale comunale, ha solo una scuola elementare e una sezione di materna. E noi, la parrocchia, cosa abbiamo fatto finora? Lavoriamo da tre anni senza risultati. Nelle anticamere di tutti i sindaci, di tutti gli assessori, del prefetto, anche in questura, anche alla Usl, nella sala d'aspetto dell'amministratore straordinario della legge 62 e in quella del provveditore: a chiedere almeno una scuola media, un distretto sociosanitario di base e un po' di verde dove giocare e correre. Tutte richieste sostenute anche dal consiglio di quartiere. Risultato? Finora nessuno. C'è speranza per il distretto... i locali ci sono». Si riferisce agli scantinati di via Hazon, porto franco di Cosa Nostra. Nell'intervista Puglisi tende una mano ai suoi persecutori: «Spero che i protagonisti delle intimidazioni cambino modo di pensare e tornino alla ragionevolezza. Si affianchino a noi per chiedere alle istituzioni ciò che è indispensabile per la vita civile del quartiere. E' la questura a dire che a Brancaccio vivono parecchie famiglie a rischio, bambini che sono a un passo dal diventare come il fratello maggiore, la sorella, i genitori. Stiamo tentando di strapparli a questo destino, di comunicare loro i valori nuovi rispetto a quelli trasmessi dalla strada: perché fermarci? Chi usa la violenza non è un uomo, chiediamo a chi ci ostacola di riappropriarsi dell'umanità».
Il 15 settembre 1993, giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno, sta rientrando a casa, quando viene assassinato da un commando di Cosa Nostra. «L'omicidio non doveva apparire un delitto di mafia - racconterà al processo il suo assassino, Salvatore Grigoli - bensì come l'opera di un tossicodipendente o di un rapinatore. Per tale motivo fu utilizzata una pistola di piccolo calibro e al sacerdote fu sottratto il borsello. Lui arrivò. E io e Gaspare Spatuzza siamo scesi dalle auto mentre gli altri due aspettavano. Il padre si stava accingendo ad aprire il portoncino di casa. Aveva il borsello nelle mani. Fu una questione di pochi secondi: io ebbi il tempo di notare che lo Spatuzza si avvicinò, gli mise la mano nella mano per prendergli il borsello. E gli disse piano: "Padre, questa è una rapina". Lui si girò, lo guardò, sorrise, una cosa questa che non posso dimenticare, che non ci ho dormito la notte, e disse: "Me l'aspettavo". Non si era accorto di me, che ero alle sue spalle. Io allora gli sparai un colpo alla nuca». (fonte)

Cerchiamo, per quel poco che è nelle nostre possibilità, di far sì che la sua morte non sia stata inutile. E se non possiamo fare neanche questo, cerchiamo almeno di non dimenticarlo.

                                      

barbara




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14 settembre 2006

C’È CHI DICE NO

Google ha detto sì. Yahoo! ha detto sì. Msn ha detto sì: in cambio della possibilità di sfruttare il mercato cinese, si autocensureranno, oscureranno, fra i propri siti, tutti quelli sgraditi alle autorità cinesi. Lui
                                                  
invece ha detto no. Il fondatore di Wikipedia Jimmy Wales rinuncerà a uno dei più promettenti mercati mondiali ma non castrerà l’informazione. Chapeau a un uomo per il quale non è la legge del mercato a modellare principi e coscienza: forse, finché ci saranno persone così, c’è ancora speranza di salvezza.

barbara




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14 settembre 2006

KOFI ANNAN VIOLA LE RISOLUZIONI ONU

Rubo un post a liberopensiero per far conoscere questa riflessione a quelli fra i miei visitatori che eventualmente non lo frequentassero.

Arriverà la settimana prossima in Medio Oriente un inviato speciale del Segretario generale dell'Onu, Kofi Annan: darà il via ad una mediazione tra Hezbollah ed Israele su un possibile scambio di prigionieri. (Fonte: Corriere).
L'Onu che media come al solito, vien da pensare. Che c'è di strano? c'è di strano che la risoluzione Onu sosteneva (vedi qui): The Security Council, (...) "Emphasising the need for an end of violence, but at the same time emphasising the need to address urgently the causes that have given rise to the current crisis, including by the unconditional release of the abducted Israeli soldiers;
Insomma, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu sottolinea la necessità di risolvere rapidamente le cause della crisi israelo-libanese, includendo il rilascio INCONDIZIONATO dei soldati israeliani rapiti. Cosa fa Kofi Annan? nomina ufficialmente un inviato speciale che medierà (l'esatto opposto del concetto di rilascio INCONDIZIONATO) per la liberazione dei soldati israeliani. Un altro esempio di come l'Onu non sia affidabile. Anzi, chiedo scusa all'Onu: un altro esempio di come Kofi Annan non sia un uomo affidabile, visto che agisce illegalmente, contro lo stesso Consiglio di Sicurezza. Mi domando come sia possibile che nessuno dica nulla, tranne Israele (vedi qui), a bassa voce.
Brutto destino quello di Israele: se avesse detto no alla risoluzione 1701 senza il rilascio concreto dei soldati, sarebbe stata accusata dal mondo di avere reazioni sproporzionate. Accettata la risoluzione, ecco invece che inizia la tanto desiderata (dagli altri) trattativa. Che prevede, tanto per cominciare, la richiesta da parte di Hezbollah di liberare Samir Kantar, detenuto in Israele per aver ucciso tre israeliani nel 1979 (vedi qui). Insomma, Israele dovendo scegliere tra i rimproveri internazionali e il ricatto, ha scelto l'Onu. E l'Onu - attraverso Kofi Annan - ha scelto il ricatto. Bell'esempio per i terroristi di tutto il mondo.

Israele, in conclusione, in tutte le situazioni ha davanti a sé due scelte: farsi fregare o farsi fregare.


barbara




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13 settembre 2006

AIUTI A HAMAS E LA FRODE UNRWA

L’articolo è di qualche mese fa, ma purtroppo non c’è alcun pericolo che appaia invecchiato.

La notizia buona è che gli Stati Uniti sembrano mantenersi fermi nel rifiuto di continuare a far affluire denaro all'Autorità Palestinese una volta saliti al potere gli uomini di Hamas recentemente eletti. Sebbene molti pensassero che Washington si sarebbe ben presto piegata su questa questione, l'amministrazione si sta attenendo alla linea della fermezza contro l'invio di anche solo un centesimo a Hamas. E il Congresso è pronto ad approvare misure restrittive che potrebbero funzionare da argine rispetto ad eventuali impulsi del Dipartimento di stato a cedere su questo tema.
Ma qui arrivano le brutte notizie. Stati Uniti e Unione Europea (che pure sta valutando un taglio degli aiuti all'Autorità Palestinese) intendono inviare come aiuti umanitari molti di quei soldi che finora sono stati usati per mantenere la cleptocrazia dell'Autorità Palestinese. Così, pensano, i palestinesi innocenti non saranno costretti a soffrire per i crimini dei loro nuovi capi. Il ragionamento sembra molto logico e umano. Il solo problema è che l'ente umanitario che riceverà il grosso degli aiuti è una delle agenzie più pervasivamente politicizzate e infiltrate da terroristi che vi siano al mondo, e cioè l'UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East).
Da cinquantasei anni l'UNRWA impersona il simbolo stesso del doppio standard applicato dalla comunità internazionale per quanto riguarda la guerra del mondo arabo contro Israele. Mentre le Nazioni Unite si occupano di tutti gli altri profughi del mondo attraverso un'unica agenzia – L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (United Nations High Commissioner for Refugees, UNHCR) –, per i profughi palestinesi è stata creata un'agenzia apposita, l'UNRWA appunto, che ha un mandato specifico e diverso. Purtroppo infatti, a differenza di tutti gli altri enti di aiuto ai profughi (compresi quelli che si sono occupati delle centinaia di migliaia di ebrei fuggiti dalle terre arabe dopo l'indipendenza di Israele), la principale ed esplicita missione dell'UNRWA non è mai stata quella di aiutare i palestinesi ad affrontare la realtà delle cose dopo la guerra del 1948. Aiutare i profughi palestinesi a reinserirsi non era il suo scopo. L'UNRWA esiste per lo scopo contrario: per mantenere i profughi palestinesi esattamente nella condizione e nel luogo in cui si trovano, affinché possano servire per giustificare l'infinita guerra contro Israele. Come è stato documentato da una serie di rapporti della Jewish Telegraphic Agency (http://www.jta.org), il curriculum dell'UNRWA è intessuto di complicità non solo con gli obiettivi politici del movimento palestinese, ma anche con le sue azioni più violente. Molti impiegati dell'UNRWA sono membri non solo delle principali fazioni terroristiche palestinesi come Fatah, ma anche del gruppo jihadista Hamas. Non più di due anni fa l'UNRWA si è trovata in grande imbarazzo quando il suo direttore di allora, il burocrate norvegese Peter Hansen, cercò di sostenere che questo fatto non era poi così importante. In effetti, fra i candidati della lista Hamas eletti nelle recenti elezioni palestinesi, un certo numero risulta sul libro paga dell'UNRWA. Naturalmente, perché mai dovrebbe preoccuparsi di queste infiltrazioni uno come Hansen, che nel 2002 contribuì in prima persona a diffondere la menzogna secondo cui le Forze di Difesa israeliane avevano commesso un indiscriminato massacro di civili nel campo profughi di Jenin? Il signor Hansen non si limitò a imbrogliare sul numero di vittime a Jenin, dove palestinesi armati di Hamas e Fatah avevano impegnato in una battaglia campale i soldati israeliani mandati a distruggere le basi del terrorismo all'indomani di una serie spaventosa di attentati stragisti palestinesi. Egli raccontò anche delle frottole sul dato di fatto che quello, come altri campi dell'UNRWA, da lungo tempo era stato praticamente trasformato in una roccaforte per i gruppi terroristi palestinesi sovvenzionata dall'Onu.
Hansen e l'UNRWA hanno approfittato del prestigio del loro puntello "umanitario" per attaccare regolarmente Israele per le sue operazioni nei campi palestinesi, senza menzionare quasi mai il fatto che Israele stava reagendo all'aggressione del terrorismo palestinese. Ma, di nuovo, questo è dovuto al fatto che l'Onu ha sempre preferito chiudere gli occhi sulla circostanza che quei campi sotto la sua giurisdizione erano i luoghi dove venivano pianificate e organizzate le stragi terroristiche.
Dipendenti dell'UNRWA hanno usato le strutture dell'agenzia per mettere terroristi al riparo da Israele, fino al punto di usare le sue ambulanze per trasportare armi e assassini. Hamas ha persino gestito la sua nuova emittente televisiva dall'interno di una moschea relativamente al sicuro nel campo profughi di Jabalya, gestito dall'UNRWA.
Quand'anche tutto questo non fosse sufficiente per far suonare un campanello d'allarme sulla realtà dei campi UNRWA, anche solo lo stillicidio costante di palestinesi che all'interno di questi campi restano vittime di "incidenti sul lavoro" – frutto di esplosioni accidentali di ordigni in preparazione per attentati terroristici – dovrebbe cancellare ogni dubbio anche del più ingenuo degli osservatori. (
Jonathan S. Tobin, Jerusalem Post, 19 marzo 2006 - da israele.net)

E invece non lo cancellerà: scommettiamo?


barbara




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13 settembre 2006

DONNE: SI COMBATTE COME SI PUÒ

Ne aveva parlato lui (lo potete leggere qui), e io lo avevo ripreso come aggiornamento a questo post. Ora torniamo ad aver notizie di lei in questo articolo di Antonio Ferrari. A volte un po’ scornata, ma sempre indomita.

                                   

«Io, piccola Schumi, vinco per le donne iraniane»


«Nel mio Paese ci sono libertà e divieti, grandi opportunità e altrettanti ostacoli. Ma se hai determinazione, prima o poi arrivi dove vuoi arrivare». Gli occhi neri e profondi di Laleh Seddigh brillano di gioia per trovarsi qui, a Monza, al Gp d'Italia, vicino a quello che considera il più grande campione dell'automobilismo di tutti i tempi. In Iran la chiamano la «piccola Schumi», perché in gara ha la grinta fredda e la voglia di vincere del pilota tedesco. Si presenta in tuta rossa e bianca, i capelli sciolti, il sorriso accattivante. Il suo viaggio nel nostro Paese è stato incoraggiato dall'ambasciatore della repubblica islamica a Roma. Laleh, infatti, è il volto suggestivo di un Paese problematico, che in questi giorni cerca di sottrarsi all'isolamento internazionale dopo la sfida sull'energia nucleare e, soprattutto, dopo le imbarazzanti esternazioni del suo presidente, Ahmadinejad. L'unica pilota donna dell'Iran ha partecipato a dodici gare, «ma quando, per una volta, sono finita sul gradino più alto del podio, la televisione non mi ha ripresa. C'erano le immagini del secondo arrivato, del terzo, ma non le mie. È ovvio che ci sia rimasta molto male. Ma cambierà. L'importante è avere la determinazione giusta. Guardi il mio caso: c'è chi mi incoraggia, e sostiene che rappresento le capacità e il valore delle donne iraniane, altri a cui do fastidio». […]

                                              

Vai, Laleh, vai, continua a correre e non lasciarti fermare.


barbara




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12 settembre 2006

FINALMENTE QUALCUNO COMINCIA AD ACCORGERSENE

Riporto, un po’ in ritardo perché altre ricorrenze urgevano, un articolo del Corriere della Sera che risveglia qualche speranza.

Il Consiglio dei diritti umani delude «Scelte politiche e sempre di parte»
Disperante. Quando si viene ai diritti umani, l'attività delle Nazioni Unite non può che fare allargare le braccia. Dev'essersene accorto anche Kofi Annan. Il segretario generale dell'Onu, infatti, ha inviato in fretta e furia in Libano e Israele quattro esperti indipendenti che, entro il 13 settembre, dovranno raccogliere fatti e testimonianze sugli abusi avvenuti durante la recente guerra. L'iniziativa è in qualche modo un tentativo di mettere il Palazzo di Vetro in una luce di imparzialità. Perché sulla questione c'è già un' altra commissione al lavoro, molto più politicizzata, quella istituita dal nuovo fiammante Consiglio per i Diritti Umani allo scopo di indagare «il targeting sistematico e l'uccisione di civili da parte di Israele». Succede infatti che il Consiglio stia ricalcando, forse peggiorando, l'esperienza dell'organismo che l'ha preceduto, la ridicola Commissione che si era segnalata per incapacità, partigianeria e difesa dei regimi peggiori proprio in fatto di diritti umani. E che era stata soppressa con ignominia. Una «chiara rottura» con il passato, si era augurato Annan alla seduta inaugurale del Consiglio, il 19 giugno scorso. Per ora, ne sarà deluso. In meno di tre mesi, il Consiglio ha fatto capire cosa intende per diritti umani. Il 30 giugno ha votato una risoluzione che decide di studiare le violazioni perpetrate da Israele nella «Palestina e in altri territori arabi occupati» e di discuterne nella sessione che inizierà il 18 settembre e finirà il 6 ottobre. Lo stesso 30 giugno ha approvato un documento in cui si dice preoccupato per «il crescente trend di diffamazione della religione» e per «l'incitamento all'odio razziale e religioso e le sue recenti manifestazioni», cioè le vignette danesi riguardanti l'Islam. L'11 agosto, ha votato una risoluzione per condannare «le gravi violazioni dei diritti umani da parte di Israele in Libano». Tutto, sempre senza mai citare Hezbollah e Hamas. Nel frattempo, la più grande tragedia umanitaria del momento, quella in Darfur, è stata presa in considerazione dal Consiglio per i Diritti Umani in un brevissimo dibattito e il governo del Sudan non è nemmeno stato criticato. In più, il Consiglio ha nominato ancora una volta tra i suoi esperti Jean Ziegler, uno dei fondatori dell'esilarante «Premio per i Diritti Umani Muhammar Gheddafi», di cui egli stesso è stato vincitore assieme a qualche negazionista dell'Olocausto. Ieri, tanto per chiarire il clima, un esperto Onu che dovrà fare rapporto al Consiglio, Martin Scheinin, ha detto che una legge anti-terrorismo in discussione da fine agosto in Giordania viola i diritti civili, prima di tutto a causa della «eccessivamente ampia definizione di terrorismo». Il fatto è che il nuovo Consiglio, alla formazione del quale si erano opposti gli Stati Uniti, è formato, come lo era la Commissione che l'ha preceduto, da molti Paesi che hanno una visione a testa in giù della materia di cui si tratta: per esempio, Russia, Cina, Arabia Saudita, Pakistan, Cuba, Algeria. E che i Paesi islamici riescono, soprattutto quando c'è di mezzo Israele, a condizionare i due blocchi di voti più importanti, i 13 africani e i 13 asiatici che assieme hanno la maggioranza dei 47 membri. Ieri, Hillel Neuer, direttore di UN Watch, ha pesantemente denunciato la situazione sull'Herald Tribune. E anche chi aveva salutato il Consiglio come una novità positiva inizia ad avere dubbi seri, da Amnesty International a Human Rights Watch. Disperati anche loro. (Danilo Taino)

La speranza è che, dopo avere cominciato ad aprire gli occhi, si prosegua cominciando anche a rimboccarsi le maniche.

barbara




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12 settembre 2006

DUE PAROLE SU ROSY BINDI

Non mi è mai piaciuta. Non l’ho mai apprezzata: da nessun punto di vista. Ma quando sento qualcuno dire che “è più bella che intelligente”, ecco, mi viene da guardarla con maggiore attenzione; e dopo averla guardata con maggiore attenzione mi riesce quasi difficile negarle una sua sorta di fascino discreto. Quanto all’intelligenza, non c’è alcun dubbio che sia in ogni caso enormemente superiore a quella di chi ha coniato e di chi ha propagandato la battuta ritenendola, magari, un’arguta facezia.

barbara




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11 settembre 2006

I VENTI DELL’ODIO E LA MEMORIA

Ho ripescato dai meandri dei miei archivi questo bellissimo articolo pubblicato da Avvenire quattro anni fa, e ve lo propongo.

La data dell'11 settembre è ormai incisa negli annali della storia per la tragedia delle Twin Towers, ma altri ricordi si danno appuntamento per quel giorno.
Fu infatti l'11 settembre del 1942 che dal campo di Drancy partì il convoglio n. 31 con mille deportati ebrei di Francia, fra i quali 193 ragazzi dai due ai diciotto anni: destinazione il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, dal quale nel 1945 usciranno solo tredici sopravvissuti. Ogni anno, l'11 settembre, Serge Klasfeld e l'associazione dei Figli dei deportati ebrei di Francia si ritrovano a Drancy per la lettura dei mille nomi e mantenerne viva la memoria. In significativa coincidenza, lo stesso giornale francese che dà l'annuncio dell'appuntamento di Drancy, pubblica questo commovente necrologio: "Sessant'anni fa, l'11 settembre 1942, il giovane poeta ebreo polacco, Maurice Federman, veniva arrestato dalla Gestapo nella sua abitazione di Liegi per essere deportato con il convoglio n. IX nei campi di sterminio nazisti, e morirvi alla fine di gennaio del 1945 durante un trasferimento da Auschwitz a Buchenwald, pochi giorni prima della liberazione. In memoriam. Vera Feyder, sua figlia, e qualche amico se ne ricordano sempre con dolore". In epigrafe, due versi del poeta: "Non lascerò tracce sul sentiero della vita"; "I venti cancelleranno le tracce del passaggio di un'ombra".
È difficile, oltre che superfluo, aggiungere parole a questo vivo strazio. Ma sia consentito valorizzare ancora una volta la dignità e la bellezza del permanere della memoria: i mille di Drancy sono tuttora presenti non solo per coloro che ne ascoltano la lettura dei nomi, e del giovane poeta polacco, ricordato dalla figlia allora bambina e oggi, presumibilmente, una signora sulla settantina, noi conosciamo i due versi delicati che siamo in grado di smentire: sì, Maurice Federman ha lasciato la traccia almeno di quei due versi, non è passato come un'ombra e i venti dell'odio e dell'oblio non hanno cancellato la sua orma.
Per tornare alle Twin Towers, molti giornali hanno pubblicato foto delle stesse persone o degli stessi luoghi a un anno di distanza: la John Street di Manhattan, che l'11 settembre 2001 era un coacervo di detriti e di macerie, adesso è tornata a risplendere nelle insegne dei negozi che l'hanno restituita agli affari; il poliziotto Richie Adamiak, fotografato in una nuvola di polvere un anno fa, adesso ha ritrovato un assorto sorriso sotto il casco nuovo.
La foto più patetica è stata pubblicata dal "New York Times": il servizio da tè della signora Elaine Williamson, che abitava nel quartiere del crollo, fotografato l'11 settembre 2001 ricoperto da uno strato di cenere così compatto da farlo apparire emerso dagli scavi pompeiani, eccolo oggi ripulito e tirato a lucido dalla proprietaria. La stessa teiera, lo stesso colino, gli stessi bricchi per il latte e per il limone, sullo stesso vassoio, sono assurti a emblema della volontà di ricominciare, di ricostruire, di affermare la vita in ciò che la vita ha di più "normale", di più quotidiano, come risposta umile, ma determinata e ultimativa, all'odio e alla violenza. Lo stesso servizio da tè, prima e dopo. Ma non è più lo stesso: adesso è un simbolo, e la sua ritrovata funzionalità e lucentezza, rimanderà per sempre a quel tremendo 11 settembre di un anno fa. La memoria, per la signora Williamson, si è concretata in un oggetto, in una foto per chi ha sfogliato il "New York Times", nella sua descrizione per chi ha letto queste righe. (
Cesare Cavalleri)

Trovo in questo toccante articolo, particolarmente toccanti le ultime righe: toccanti e allo stesso tempo stimolanti, capaci di indicare a tutti noi una direzione. Seguiamola.


barbara




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11 settembre 2006

C'ERA UNA VOLTA

                      

               

  

 

 

     

barbara




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10 settembre 2006

ADDIO VALIOLLAH

                                                    

Ne avevo parlato quattro mesi fa, poi non se n’era saputo più nulla. Adesso, purtroppo, ne risentiamo parlare, per apprendere che questo coraggioso ragazzo non c’è più. Riporto integralmente l’articolo pubblicato dal sito delle donne iraniane.

Iran: Valiollah Feiz Mahdavi, membro dei Mojahedin, ucciso dai boia dei Mullah
08 Sep 2006

Nell’anniversario della fondazione dei Mojahedin del popolo iraniano, ed al termine di cinque anni di detenzione, Valiollah Feiz Mahdavi, membro dei Mojahedin è stato brutalmente assassinato dai mullah.
Il Sig. Feiz Mahdavi, 28 anni, arrestato nel 2001, fu condannato alla morte, ma grazie alle pressioni internazionali, ultimamente la sua condanna era stata commutata.
Il suo avvocato, Mohammad Sharif, ha dichiarato all'agenzia di stampa ufficiale ILNA: "domenica, quando mi sono recato al sesto ramo della sezione dell'applicazione delle condanne del tribunale della rivoluzione di Teheran, mi hanno annunciato che la condanna di morte del mio cliente non era stata cambiata in ergastolo". Una dichiarazione che dimostra bene che la decisione di uccidere Valiollah Feiz era stata presa molto tempo prima. Per dissimulare questo crimine, il regime dei mullah ha annunciato che Valiollah Feiz Mahdavi si è suicidato nel bagno della sua cella. Dopo avere assassinato Valiollah Feiz Mahdavi, gli agenti del regime hanno effettuato una violenta irruzione nella sezione 2bis della prigione di Gohardasht dove hanno cercato di costringere i detenuti a dichiarare davanti alle telecamere che Mahdavi si sarebbe suicidato. Tuttavia i prigionieri hanno rifiutato di prestarsi a questo macabro messa in scena. Fin dall'esecuzione di Hodjat Zamani anche lui membro dei Mojahedin, avvenuta in occasione della storica data dell’8 febbraio per la resistenza iraniana, sette mesi fa, i boia del regime avevano varie volte minacciato di morte Valiollah Feiz. Di conseguenza da alcune mesi gli era vietata qualsiasi visita dei familiari. I guardiani della rivoluzione gli avevano detto: "Poiché non fai altro che passare fuori delle informazioni sulla prigione, allora è meglio che tu non abbia le visite. Valiollah Feiz Mahdavi, il 23 agosto iniziò il sciopero della fame, e fu trasferito il 2 settembre nella sezione 2bis della famigerata prigione di Gohardasht. Nello stesso giorno, il capo guardia di questa sezione, Maghnian, ed il direttore esecutivo della prigione Ali Mohammadi, avevano minacciato di morte Valiollah.
La resistenza iraniana chiede al segretario generale dell'ONU, al Consiglio dei diritti dell'uomo ed all'alto commissario ai diritti dell'uomo ed a tutte le organizzazioni di difesa dei diritti umani di condannare immediatamente questo crimine e adottare delle misure urgenti per salvare la vita dei prigionieri politici. Chiede anche l’invio urgente di una commissione internazionale per indagare sulla situazione dei prigionieri politici in Iran e come questo prigioniero è stato giustiziato 5 anni dopo il suo arresto.

Segretariato del Consiglio nazionale della resistenza iraniana
il 6 settembre 2006

Si vorrebbe sperare, almeno, che la morte non sia stata troppo dolorosa, che si siano accontentati di ucciderlo e basta ma non so, avendo buona conoscenza di ciò che accade nelle prigioni iraniane (da guardare solo se avete molto molto molto stomaco), quanto ci si possa contare. Addio, ragazzo.

barbara




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10 settembre 2006

SOMALIA ADDIO 4

Ogni tanto si andava a cena alla Croce del Sud, soprattutto quando si era in vena di fare quattro risate. Il copione era sempre lo stesso: si arrivava, ci si sistemava al tavolo lungo, quello sotto l’acacia, e dopo un po’ arrivava il cameriere, che snocciolava il menu: “Spaghetti pomodoro, penne palamito, risotto aragosta, minestrone verdura ...” Poi lo stesso con i secondi, con i contorni, con i dessert. Noi si ordinava, lui prendeva diligentemente nota di tutto, andava in cucina, dopo qualche minuto tornava e annunciava trionfante: “Risotto aragosta: non c’è!” Allora chi aveva ordinato risotto all’aragosta sceglieva qualcos’altro, lui andava in cucina, dopo qualche minuto tornava e con voce stentorea proclamava: “Penne palamito: non c’è!” E così fino alla fine della cena. Perché in realtà c’era sempre un unico primo, un unico secondo, un unico contorno e un unico dessert e il gioco, fra di noi, era a chi riusciva a sbagliare più volte.
Quella sera, come contorno, avevo ordinato “spinaci limone” e, miracolo, avevo azzeccato al primo colpo: di contorno, quella sera, c’erano proprio gli spinaci al limone. E mi arrivano, gli spinaci al limone, insieme alla bistecca ai ferri, terza scelta dopo aver fallito col pescespada alla brace e con il facocero al forno. Ne metto in bocca una forchettata e resto lì, con la bocca piena, gli occhi fissi e la faccia leggermente schifata: quello che ho messo in bocca sono degli spinaci bolliti, tirati fuori dall’acqua e messi nel piatto. Chiamo il cameriere: «Ahmed! – dico – Questi spinaci non sono al limone!» Stavolta è Ahmed a restare a fissarmi basito: mi guarda come se fossi uno zombie, letteralmente paralizzato dallo stupore, incapace di profferir parola. Alla fine si riscuote, il suo sguardo diventa di compatimento: «Signora – dice – certo che non sono al limone: se non ce lo metti!»
Abbiamo riso, naturalmente. Molto. Tutti. Poi però da quella volta ho imparato, prima di lamentarmi che il limone non c’è, a verificare se per caso non abbia trascurato IO di metterlo.

barbara


Tipico paesaggio extraurbano




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9 settembre 2006

E CI RITORNI IN MENTE

Grazie Lucioper tutte le grandi emozioni che ci hai regalato.



barbara




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8 settembre 2006

UOMO DI COLORE



Questa vignetta è molto vecchia e sicuramente l’avrete già vista tutti, ma mi serve da spunto per alcune riflessioni. Una volta si diceva negro. Non c’erano altri modi per indicare una persona dalla pelle molto scura. Poi a qualcuno il termine deve aver cominciato a sembrare offensivo. È vero: non essendoci altri termini, “negro” veniva usato anche per insultare: sporco negro, negro di merda. Si è estrapolato il concetto, e negro è diventato un insulto di per sé. E qui mi pongo la prima domanda: se io dico che la Francesca è una zoccola; se, essendo questa Francesca notoriamente zoccola, sono in molti a dire che la Francesca è zoccola; se qualcuno si diverte anche a scrivere sui muri “Francesca zoccola” e i bambini per spregio le vanno dietro per strada cantilenando “Francesca zoccola! Francesca zoccola!”, ecco, io mi domando: il nome Francesca diventa un insulto? Comunque. È stato deciso che negro è una brutta parola e che è meglio dire nero. Passa un altro po’ di tempo e anche nero comincia ad apparire poco fine: forse perché dice esattamente ciò che è la persona cui si riferisce: una persona di colore nero, e dire ciò che uno è non sta bene. Mai. Non si chiama cieco il cieco, sordo il sordo, spazzino lo spazzino, bidello il bidello. E si approda così al grottesco “persona di colore”. Grottesco, come mostra la vignetta, e in più anche falso. Perché tutti noi abbiamo imparato che ci sono tre colori fondamentali: giallo rosso e blu; quattro colori derivati: arancione da giallo e rosso, viola da rosso e blu, verde da blu e giallo, marrone dalla somma di tutti e tre; e due non-colori: il bianco e il nero. E, tanto per cominciare, mi chiedo se sia sempre necessario specificare il colore. Voglio dire: se il mio vicino mi ammazza perché ogni volta che lo incontro sulle scale gli dico sporco negro perché non crepi, il suo essere negro è parte integrante della notizia, ma se mi ammazza perché mando lo stereo a tutto volume fino alle tre di notte e lui ha la sveglia alle sei e quando ha provato a protestare l’ho cortesemente invitato ad andare affanculo, è davvero così importante sapere se l’assassino sia bianco o nero o giallo o pellerossa? Inoltre mi chiedo: ma non sarebbe meglio chiamarli negri e rispettarli piuttosto che chiamarli persone di colore e trattarli, come direbbe il mio amico newyorkese quasi purosangue “a pesci fettenti in faccia”?

barbara




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7 settembre 2006

OMICIDIO PER AMORE

Così alla radio hanno definito l’episodio avvenuto a Rimini, dove un uomo ha ucciso (per errore: ormai tocca proprio dirlo, non ci sono più gli assassini di una volta) un italiano e ferito gravemente un albanese, vero obiettivo dell’assassino. Secondo le dichiarazioni di un testimone, l’uomo avrebbe sparato nove colpi di pistola. Il motivo: l’albanese avrebbe mostrato un interesse non gradito nei confronti della fidanzata dell’assassino. Chiara la dinamica dei fatti. Chiari i ruoli dei protagonisti. Chiaro il movente. Una sola cosa non mi è chiara: la definizione data dal giornalista che ha dato la notizia alla radio. Omicidio per amore? Ma questa persona ha una qualche idea di che cosa significhi amore?

barbara




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7 settembre 2006

INTERVISTA A CARLO PANELLA

Carlo Panella, attento osservatore e studioso del mondo islamico e delle vicende mediorientali, ha accettato con grandissima disponibilità di rispondere a qualche domanda per il mio blog. A lui un sentito grazie.

La tua vita politica inizia con una militanza nell’estrema sinistra. Poi che cosa è successo: Carlo Panella ha smesso di essere sinistrorso o la sinistra ha smesso di essere panelliana?
La sinistra, a partire dagli anni '80 è semplicemente diventata culturalmente maggioritaria e quindi conservatrice: ha avversato tutte le riforme serie e l'unico riformismo sulla piazza, quello di Craxi, dagli euromissili sino al punto di contingenza; ha sposato tesi di estrema destra in campo giudiziario (Travaglio è il suo prototipo, ed è onestamente e dichiaratamente un "reazionario"); orfana dell'Urss, ha continuato ad essere assurdamente filosovietica e totalmente incapace di elaborare non solo strategie, ma addirittura analisi. Una morta gora con cui non ho nulla a che fare.

Il tuo interesse per il mondo islamico è nato di punto in bianco dopo l’11 settembre o te ne eri già occupato in precedenza?
Sono stato 9 mesi in Iran a seguire la rivoluzione Khomeinista. Allora ero certo che il blocco sociale modernizzatore e riformista interno al khomeinismo fosse una enorme occasione per l'ingresso dell'Islam nella modernità. In effetti quel blocco sociale esprimeva tutta la dirigenza politica rivoluzionaria dentro lo Stato (Bazargan, Banisadr, Yazdi, Gothbzadeh Sadegh, ecc...), ma fu eliminata in un baleno da Khomeini stesso che provvide anche a fare migrare quei 2 milioni di iraniani che ne erano il possibile referente sociale. Da allora ho iniziato a cercare nuove categorie per comprendere il Medio Oriente.

Alcune tue tesi (l’antiebraismo islamico che precede quello cristiano, le motivazioni religiose e non territoriali alla base del rifiuto di Israele da parte del mondo islamico) sono decisamente minoritarie – e io lo so bene, perché sono tesi che sostengo da una vita, sentendomi spesso dare della visionaria. Come la trovi, questa posizione di minoranza: scomoda ma necessaria (o, a scelta, necessaria ma scomoda), stimolante, divertente ...? 
Assolutamente scomoda, come sempre nella mia vita, quindi stimolante e divertente.

Mi capita spesso di sentir dire che persone che come te, come Magdi Allam o, nel mio piccolo, come me, che espongono queste convinzioni, sono fissate, paranoiche, complottomani, pazze: tu come reagisci, se reagisci, a queste accuse?
Nessuno mi ha mai accusato di questo, perché sommergo gli avversari con una conoscenza impeccabile del contesto (Magdi, su questo, è pieno di pecche: non sa nulla di filosofia islamica, di sciismo, di Iran. E' un ottimo cronista, non uno studioso o un analista). Vengo rifiutato sempre in nome di dogmi urlati, non di contro tesi, rispetto alle mie ricerche storiche o filosofiche.

Hai l’impressione che nel corso degli anni i tuoi articoli, i tuoi libri e quelli dei pochi altri che vanno nella tua stessa direzione siano riusciti a smuovere le acque?
Sì, ma grazie all'evoluzione della crisi, non per merito nostro. La ingloriosa fine di Arafat, poi la vittoria di Hamas, il suo rifiuto di riconoscere Israele e oggi la follia lucida di Ahmadinejad hanno messo in crisi degli schemi dogmatici che resistono, ma con crepe tanto evidenti che è più facile farvi breccia.

Sulla base delle conoscenze che hai maturato, quali sviluppi prevedi nel mondo islamico e nei rapporti fra il mondo islamico e noi?
Pessimi, perché lo scontro con l'Iran diventerà sempre più caldo e peraltro né l'Arabia Saudita, né l'Egitto riusciranno a sopravvivere ancora a lungo alla crisi esplosiva di regime che li corrode.

Un obiettivo che ti sei posto e che non sei ancora riuscito a raggiungere?
Organizzare una forte presenza sui media italiani dei tanti analisti e uomini politici che condividono con me la lettura del Medio Oriente attraverso una Fondazione. Ci sto lavorando. Credo che ci riuscirò.

Libri in programma o in cantiere?
Con la Rizzoli ho già concordato la seconda edizione del Libro Nero dei Regimi Islamici che uscirà nell'aprile 2007 nella Bur, con una cinquantina di pagine per gli aggiornamenti. Ho poi scritto due romanzi, uno su Cristoforo Colombo, uno sui miei cani e il mio cancro, e sto lavorando per pubblicarli.

E infine la domanda più seria: hai scritto che, a causa delle convinzioni familiari, non hai mai imparato a ballare: ti è mai capitato di rimpiangere di non saperlo fare?
Sempre, con tristezza.

Ringrazio ancora Carlo Panella per le sue risposte, e naturalmente gli auguro il più grande successo per i suoi progetti.

barbara




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6 settembre 2006

CORRIERE DELLA SERA: GIUSTO PER NON SMENTIRSI MAI

Mi colpiscono alcuni passaggi interessanti nell’articolo “La base degli italiani tra le bombe a grappolo” di Giuliano Gallo. Scrive per esempio: «Un aereo israeliano ha scaricato qui uno dei suoi micidiali ordigni, una Cluster, una bomba a grappolo. Forse anche più di una. Per sbaglio o proprio per cattiveria, per far del male (il corsivo, qui e più avanti, è mio, ndb) a chi si fosse arrampicato fin qui in questo magnifico nulla da cui si vede il mare. Difficile saperlo». Già: difficile saperlo, ma non sia mai che ci si lasci scappare l’occasione per deporre qualche insinuazione sull’innata malvagità dei perfidi giudei. Tutti sanno, naturalmente, che la prima regola del giornalismo dovrebbe essere quella di tenere ben distinti i fatti dalle opinioni – e qui, oltretutto, non si tratta neppure di opinioni bensì di volgari quanto gratuite insinuazioni – ma a volte capita che i giornalisti lo dimentichino. La cosa interessante è osservare quali volte lo dimenticano. Ma il meglio, in questo articolo, deve ancora venire. Leggiamo infatti, poco più avanti: «Questi ordigni, di fabbricazione americana, servono in genere per rendere inutilizzabile la pista di un aeroporto o per mettere fuori uso dei carri armati. Poi c’è l’uso più perverso: buttarle in un luogo qualunque, contando sui danni che procureranno quelle inesplose. “I rischi più grossi li corrono i bambini – spiega Simona Pari, una delle due Simone rapite a Bagdad che a Tiro lavora per un progetto di Intersos finanziato dall’Unicef, per insegnare a difendersi dalle Cluster – perché loro sono i più attratti da questi piccoli oggetti”». Adesso dunque è tutto chiaro: non per una qualche scelta strategica, non per una qualche necessità tattica Israele ha usato le Cluster, ma per il preciso calcolo (contando) di far fuori o mutilare in seguito tutti i bambini che andranno a prendere in mano le mini bombe inesplose – perché lo sanno tutti che i bambini ne sono attratti. E tanto per andare sul sicuro, se ne chiede naturalmente conferma alla massima esperta mondiale di tutte le faccende riguardanti il Medio Oriente. Ma prima di terminare l’articolo, giusto per non lasciare niente di intentato, arriva l’ultima spruzzatina di veleno: «Gli israeliani dicono di non aver usato proiettili all’uranio impoverito». Nessuno, naturalmente, aveva mai parlato di uranio impoverito, né l’articolo finora aveva minimamente accennato ad eventuali accuse o sospetti sull’uso di uranio impoverito, ma adesso, dopo questa magistrale battuta, il sospetto a qualcuno sicuramente verrà. Soprattutto dopo aver appreso che gli israeliani dicono di non averlo usato.
Segue un’altra chicca, a firma di Mara Gergolet, dal titolo “Ebrei di sinistra all’indice sul web: «Minacciano Israele»”. Riferisce, la signora Gergolet, di un sito internet curato «da un’organizzazione ebraica di estrema destra», «kahanisti forse» - quindi nessuna certezza, nessun elemento probante, neanche qualche vero e proprio indizio, ma che sarà mai? Da quando in qua è il caso di farsi tanti scrupoli prima di scrivere e pubblicare? - che stila una lista di ebrei la cui unica colpa è quella di «essere di sinistra, a favore del dialogo coi palestinesi, gay, lesbiche, radicali». C’è da pensare, però, che qualcuno nasconda alla signora Gergolet parecchie informazioni. Amira Haas, per esempio, non è una a favore del dialogo coi palestinesi: è una che pubblica notizie clamorosamente false finalizzate a scatenare l’odio palestinese contro gli israeliani (un esempio: dopo il funerale di Feysal Hussein ha scritto che degli israeliani erano andati a sputare sul suo cadavere esposto sul Monte del Tempio. Peccato – per lei - che sul Monte del Tempio nessun ebreo possa mettere piede. Peccato – per lei - che solo un folle possa immaginare un ebreo israeliano che va a sputare sul cadavere di un palestinese, in mezzo a migliaia di palestinesi, e ne esce vivo. Di conseguenza non ha dovuto faticare molto per cercare le prove, il giudice che l’ha condannata per pubblicazione di notizie false recanti grave danno a Israele). Benny Morris è uno che ha fatto fortuna cavalcando l’onda del revisionismo e pubblicando notizie mutilate di parti fondamentali che nuocevano al mosaico da lui fabbricato (poi ha fatto una parziale marcia indietro dicendo che effettivamente alcuni eventi non erano stati da lui presentati in modo del tutto corretto in quanto era all’oscuro di documenti emersi in seguito. I documenti in realtà erano lì da sempre: io per esempio ne avevo alcuni molto prima che uscisse il libro). Jemima Goldsmith non si è limitata a sposare un musulmano: si è anche convertita all’islam: scelta legittima, beninteso, ma quando si dicono le cose a metà è forte il sospetto che ci sia un intento preciso nel nascondere l’altra metà. E ci si chiede quale sia lo scopo della giornalista (?) nel trasformare un qualcosa di «cool tra certi blogger di destra» in un fenomeno planetario. Sarà lecito nutrire qualche perplessità? Ah, dimenticavo: chi saranno mai questi “radicali” coi quali gli ebrei buoni sono disposti a dialogare e gli ebrei cattivi no?

barbara

Aggiornamento: mi si informa, da fonte che ha non solo conoscenza diretta del sito di cui parla la signora Gergolet, ma anche conoscenza personale di uno dei suoi gestori, che tale sito è più o meno l’equivalente del nostro amatissimo e stimatissimo topgonzo, nelle finalità (prendere educatamente per il didietro i fessi che si prendono sul serio) e, almeno in parte, anche nei metodi. La mia fonte, trattandosi di un gentleman, ha evitato di dirlo esplicitamente, ma il suo evidente – e condivisibile – pensiero, era che solo una fessa integrale può aver preso tale sito per un covo di fanatici assetati di sangue arabo ed ebraico-sinistrorso (ebbene sì, anche il sangue ha un orientamento politico) meritevole di un articolo-denuncia di mezza pagina.




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6 settembre 2006

MONACO, 6 SETTEMBRE 1972

[…] Quella stessa sera, una buona parte della delegazione israeliana si era recata in città per assistere alla commedia musicale "Il Violinista sul Tetto" di Joseph Stein con il famoso attore Shmuel Rodensky come protagonista. Alcune foto ritraggono gli atleti sorridenti dietro le quinte con gli attori durante l'intervallo. Verso le 4 del mattino il commando di terroristi si avvicinò alla recinzione del villaggio olimpico. In quel momento spuntò dalla strada un gruppo di atleti americani, un po' alticci dopo aver trascorso la notte nei locali di Monaco. Credendo di trovarsi di fronte altri atleti, gli americani scherzando e ridendo aiutarono i terroristi a scavalcare la recinzione con le borse contenenti le armi. All'interno delle palazzine che ospitavano la delegazione di Israele erano alloggiati, tra gli altri
1) David Berger, 28 anni, pesista, nato negli Stati Uniti d'America e recentemente emigrato in
Israele
2) Ze'ev Friedman, 28 anni, pesista, nato in Polonia e sopravvissuto alle persecuzioni razziali
3) Yossef Gutfreund, 40 anni, arbitro di
lotta greco-romana, padre di due figlie
4) Eliezer Halfin, 24 anni, lottatore, nato in
Unione Sovietica, cittadino israeliano da pochi mesi
5) Yossef Romano, 31 anni, pesista, nato in
Libia, padre di tre figli e veterano della Guerra dei Sei Giorni
6) Amitzur Shapira, 40 anni, allenatore di atletica leggera, nato in Israele, padre di quattro figli
7) Kehat Shorr, 53 anni, allenatore di
tiro a segno, nato in Romania, aveva perso la moglie e una figlia durante le persecuzioni razziali
8) Mark Slavin, 18 anni, lottatore, nato in
Unione Sovietica ed emigrato in Israele nel maggio 1972
9) André Spitzer, 27 anni, allenatore di
scherma, nato in Romania e padre di una bimba di pochi mesi
10) Yakov Springer, 51 anni, giudice di
sollevamento pesi, nato in Polonia e unico sopravvissuto del suo nucleo familiare alle persecuzioni razziali
11) Moshe Weinberg, 33 anni, allenatore di
lotta greco-romana, nato in Israele
Non è chiaro, a tutt'oggi, se i terroristi disponessero di grimaldelli per aprire le porte o di chiavi false. E' stata avanzata l'ipotesi che le chiavi false siano state fornite dalla
Germania Est o da delegazioni delle Nazioni arabe, ma nessuna prova conclusiva si è mai avuta a riguardo.
Alle 4:30 del 5 settembre 1972, il
commando tentò di aprire la porta dell'appartamento situato al piano terra. Yossef Gutfreund venne svegliato dal rumore e non appena vide spuntare le canne dei fucili dalla porta appena aperta, vi si gettò a peso morto urlando: "Al riparo, ragazzi!". Con i suoi 132 chili di peso, Gutfreund riuscì a far guadagnare secondi preziosi, permettendo al suo compagno di stanza, l'allenatore di sollevamento pesi Tuvia Sokolovski di sfondare una finestra e di fuggire attraversando il giardino posto sul retro dell'edificio. I terroristi, facendo leva con le canne dei fucili, riuscirono ad entrare e a gettare Gutfreund a terra. Velocemente, il gruppo entrò in una stanza e prese prigionieri Amitzur Shapira e Kehat Shorr. In un'altra stanza adiacente, Moshe Weinberg afferrò un coltello da frutta posto sul comodino e si avventò su Issa, che entrava in quel momento e che schivò il colpo. Un altro membro del commando terrorista, vedendo la scena, aprì il fuoco e ferì Weinberg con un colpo, trapassandogli la guancia da parte a parte. Il commando si mosse velocemente e in un'altra ala dello stesso appartamento catturò Yakov Springer e André Spitzer. A questo punto, il gruppo si divise: due fedayyin rimasero a guardia dei prigionieri, mentre Tony e altri cinque terroristi si recarono nell'appartamento adiacente assieme a Weinberg (che tamponava la ferita con un fazzoletto) attraversando un breve tratto di Connollystrasse. I terroristi superarono la palazzina che ospitava gli atleti che gareggiavano nelle discipline di scherma e atletica leggera. E' probabile che Weinberg li abbia guidati alla palazzina che alloggiava i pesisti e i lottatori con l'intento di tentare una sortita facendo affidamento sulla stazza fisica degli atleti in questione. Gli occupanti dell'appartamento erano stati svegliati dal colpo esploso ed erano accorsi a vedere cosa stesse succedendo. In questo modo, il commando riuscì a prendere prigionieri David Berger, Yossef Romano, Mark Slavin, Ze'ev Friedman, Eliezer Halfin e un altro pesista: Gad Tsobari. Mentre questo gruppo veniva spostato per raggiungere gli altri prigionieri, David Berger si rivolse ai suoi colleghi in ebraico dicendo: "Non abbiamo nulla da perdere, cerchiamo di sopraffarli". Uno dei terroristi che comprendeva l'ebraico spianò il proprio fucile contro gli ostaggi per prevenire reazioni. Gad Tsobari decise di rischiare il tutto per tutto e imboccò la porta che comunicava col garage sotterraneo fuggendo a zig zag e riparandosi dietro i piloni di sostegno. Un membro del commando sparò diversi colpi in direzione di Tsobari, mancandolo di poco. Nella confusione di questo momento, Weinberg, benché ferito, con un pugno atterrò Badran, facendogli saltare diversi denti e fratturandogli la mascella. Afferrò il suo fucile, ma nella colluttazione che seguì, fu raggiunto da un colpo di arma da fuoco in pieno petto e fu ucciso. Tsobari riuscì comunque a fuggire.
Il
commando si riunì nuovamente e sembra che a questo punto Yossef Romano (che camminava con l'ausilio di stampelle, essendosi infortunato ad un legamento del ginocchio durante la sua gara) abbia provato a togliere di mano un fucile ad un terrorista. Forse fu ucciso all'istante da una raffica di mitra, anche se rimane il sospetto (non confermato) che sia stato solo ferito e poi successivamente torturato a morte, addirittura evirato. Il giorno seguente, Romano sarebbe dovuto tornare in Israele per sottoporsi ad un esame e ad un'operazione al ginocchio. Il suo corpo fu posto di fronte agli ostaggi israeliani legati, come monito a non tentare sortite. […]
Alle 5:08 due fogli di carta furono gettati dal balcone del primo piano e raccolti da un poliziotto tedesco: si richiedeva la liberazione di 234 detenuti nelle carceri israeliane e dei terroristi tedeschi
Andreas Baader e Ulrike Meinhof, detenuti in Germania. L'ordine avrebbe dovuto essere eseguito entro le 9:00 del mattino. In caso contrario, Issa (che aveva assunto il ruolo di negoziatore) minacciò che sarebbe stato ucciso un ostaggio per ogni ora di ritardo e che i cadaveri sarebbero stati gettati per strada. Alle 8:15 era in programma alle Olimpiadi una gara di equitazione che si svolse regolarmente. Il Presidente del Comitato Olimpico Internazionale, Avery Brundage, fu informato dell'accaduto ma decise che le Olimpiadi non si sarebbero dovute fermare. Nel frattempo, il nuotatore ebreo americano Mark Spitz, vincitore di sette medaglie d'oro, veniva prelevato dalla Polizia e rimpatriato negli Stati Uniti d'America, col timore che potesse costituire un obiettivo per i terroristi.
I tedeschi assemblarono un'unità di crisi composta dal capo della Polizia di Monaco, Manfred Schreiber, dal Ministro Federale degli Interni, Hans-Dietrich Genscher e il Ministro degli Interni della Baviera, Bruno Merk. Il Cancelliere Federale Willy Brandt contattò immediatamente il Primo Ministro Israeliano, Golda Meir, per rendere note le richieste dei terroristi e cercare una soluzione al caso. La posizione del Governo di Israele fu fermissima: Nessuna concessione al ricatto dei terroristi. Tuttavia, il Governo israeliano si offrì di inviare in Germania un'unità di Forze Speciali per tentare un blitz. I tedeschi declinarono l'offerta e cercarono di prendere tempo con i terroristi. […]
Nel frattempo, il programma delle Olimpiadi andava avanti, nonostante si fosse ormai diffusa in tutto il mondo la notizia dell'azione del commando.
L'ultimatum fu spostato alle 15:00 e successivamente alle 17:00. I terroristi sapevano bene che in tal modo l'audience televisiva sarebbe aumentata, fornendo loro un formidabile strumento di propaganda. […]
Poco prima delle 17:00 i terroristi avanzarono una nuova richiesta: Volevano essere trasferiti assieme agli ostaggi al Cairo e da lì proseguire le trattative. Le Autorità tedesche chiesero di potersi prima sincerare delle condizioni degli ostaggi e del loro assenso a proseguire per il Cairo. Kehat Shorr e André Spitzer si affacciarono alla finestra del secondo piano mentre un terrorista li teneva sotto tiro. Spitzer, che conosceva il tedesco, riuscì a parlare per circa un paio di minuti prima di essere colpito alla testa col calcio di un fucile e riportato dentro. Genscher e Tröger furono poi accompagnati da due terroristi in una stanza del secondo piano. In quell'occasione videro il cadavere di Yossef Romano, notarono che David Berger era stato ferito da un proiettile alla spalla e che molti di loro, specialmente Yossef Gutfreund, erano stati malmenati. Nel frattempo, il Cancelliere federale Willy Brandt provò a contattare il presidente egiziano Anwar al-Sadat per ottenere il permesso di trasferire al Cairo il gruppo. I tentativi si rivelarono inutili, sinché verso le 20:20 Brandt riuscì a parlare col Primo Ministro egiziano Aziz Sidky che negò l'assenso del suo Governo all'operazione. Issa pose un estremo ultimatum per le ore 21:00, rinnovando la minaccia dell'uccisione di un ostaggio per ciascuna ora di ritardo.
Si decise allora di esperire gli ultimi tentativi per salvare gli ostaggi: I terroristi e gli ostaggi avrebbero raggiunto un piazzale del villaggio olimpico e da lì sarebbero saliti su due elicotteri per dirigersi all'aeroporto. Lì avrebbero trovato un Boeing 727 della Lufthansa che li avrebbe portati al Cairo. I terroristi avrebbero voluto dirigersi all'aeroporto internazionale di Riem, ma i negoziatori riuscirono a convincerli del fatto che l'aeroporto di Fürstenfeldbruck avrebbe rappresentato una scelta migliore. Le intenzioni dell'unità di crisi consistevano nel tentare di uccidere i terroristi mentre percorrevano a piedi il tragitto verso gli elicotteri oppure, di compiere un'azione all'interno dell'aeroporto. La prima ipotesi fu abbandonata quando Issa, sospettando un agguato, richiese che il trasferimento verso il piazzale avvenisse con un minibus. Alle 22:10 il gruppo lasciò l'edificio e subito dopo salì su due elicotteri Bell UH-1 Iroquois. Nel primo presero posto Shapira, Spitzer, Slavin, Shorr e Gutfreund, insieme a Issa e ad altri tre terroristi. Nel secondo entrarono Berger, Friedman, Halfin e Springer, accompagnati da altri quattro terroristi. Fu in questo frangente che le autorità tedesche si accorsero che il commando era formato da otto persone e non cinque, come avevano creduto sino a quel momento. In seguito, emerse che un gruppo di postini tedeschi aveva visto il commando scavalcare la recinzione la notte precedente e che si erano recati presso la Polizia per fornire la loro versione dei fatti. Secondo le deposizioni, il commando era composto da un numero variabile da otto a dodici terroristi, ma la loro testimonianza, inspiegabilmente, non fu ritenuta attendibile. Schreiber delegò il suo vice, Georg Wolf, all'organizzazione delle operazioni a Fürstenfeldbruck . Il piano di Wolf prevedeva che gli elicotteri atterrassero a breve distanza dal Boeing 727. All'interno dell'aereo era stata posizionata una squadra della Polizia tedesca travestita con uniformi di volo della Lufthansa. All'esterno, intorno alla pista e sulla torre di controllo erano posizionati cinque agenti con fucili di precisione che avrebbero dovuto uccidere i terroristi. Come rinforzi, il piano prevedeva l'utilizzo di un'ulteriore squadra di Polizia che sarebbe giunta sul posto a bordo di un altro elicottero e altre squadre a bordo di veicoli blindati. Secondo il racconto di Samir, l'atmosfera a bordo degli elicotteri era più rilassata. Ostaggi e terroristi chiacchieravano insieme, confidando in una soluzione positiva.
Il volo dal villaggio olimpico sino all'aeroporto di Fürstenfeldbruck durò all'incirca una ventina di minuti. All'interno della torre di controllo dell'aeroporto si trovavano il comandante del Mossad, Zvi Zamir e un suo assistente, Victor Cohen, in qualità di osservatori. Pochi minuti prima che gli elicotteri con gli ostaggi atterrassero, la squadra di Polizia posizionata all'interno dell'aereo subì un crollo psicologico. Alcuni agenti notarono che uno scontro a fuoco all'interno di un aereo pieno di carburante e privo di vie d'uscita avrebbe rappresentato la morte sicura. In più, le false uniformi della Lufthansa erano incomplete e male assemblate. Il comandante della squadra decise di sottoporre a votazione la permanenza all'interno del velivolo e tutti i membri della squadra votarono per l'annullamento della missione. Gli agenti uscirono dall'aereo mentre gli elicotteri con gli ostaggi volteggiavano attorno all'aeroporto per dar modo ad un terzo elicottero che trasportava Genscher, Merk e Schreiber di precederli. Non appena Schreiber incontrò Wolf, si verificò tra i due il seguente scambio di battute:
Schreiber: "Che disgrazia che questa cosa si sia saputa solo all'ultimo momento"
Wolf: "A cosa ti riferisci?"
Schreiber: "Al fatto che siano in otto"
Wolf: "Cosa? Vuoi dire che ci sono otto arabi?"
Schreiber: "Cosa? Vuoi dire che lo stai scoprendo solo ora?"
A questo punto, le speranze erano poste tutte nei cinque agenti di Polizia posizionati ai bordi della pista. Essi erano equipaggiati con fucili di precisione, ma nessuno di loro disponeva di attrezzature essenziali come elmetti, giubbotti antiproiettile, visori notturni e ricetrasmittenti. Inoltre, uno degli agenti era posizionato nella linea di tiro degli altri, nessuno sapeva dove fossero posizionati i colleghi e nessuno di loro aveva ricevuto un addestramento specifico come tiratore di precisione. A quell'epoca la Germania non disponeva infatti di squadre speciali antiterrorismo e l'unico motivo per cui gli agenti erano stati selezionati consisteva nel fatto che si dilettassero nella disciplina del tiro a segno.
Verso le 22:35 gli elicotteri con gli ostaggi atterrarono all'aeroporto. Immediatamente scesero i quattro piloti e sei terroristi. Issa e Tony, già insospettiti dal ritardo nel trasferimento, si recarono immediatamente a ispezionare l'aereo mentre i quattro piloti venivano tenuti sotto tiro, con le mani sulla testa. Non appena si accorsero che l'aereo era vuoto, compresero che si trattava di una trappola e tornarono di corsa agli elicotteri. Fu a quel punto che Wolf dette ordine di aprire il fuoco. Erano all'incirca le 23:00. Le luci che erano state posizionate per illuminare a giorno l'area si accesero e gli agenti cominciarono a sparare. Il poliziotto che era posizionato accanto a Wolf mancò il primo colpo, ma riuscì a ferire Tony alla gamba al secondo tentativo. I piloti degli elicotteri si dettero alla fuga mentre Issa correva a zig zag verso gli ostaggi schivando i colpi. Immediatamente furono colpiti a morte Paolo e Abu Halla. I terroristi superstiti presero di mira i fari, posizionandosi dietro e sotto gli elicotteri. In questa circostanza, un colpo mortale raggiunse l'agente Anton Fliegerbauer. Seguì un fitto scambio di colpi per circa un'ora. Gli ostaggi, che nel frattempo erano rimasti legati all'interno degli elicotteri, provarono a liberarsi mordendo le corde. L'elicottero che trasportava la squadra dei rinforzi atterrò, per cause ignote, sull'altro lato della pista, a più di un chilometro di distanza dal luogo della sparatoria e gli agenti non entrarono mai in azione. Nel frattempo, tutta l'area adiacente all'aeroporto e le vie d'accesso erano state occupate da giornalisti e curiosi. Questa circostanza aveva fatto sì che i veicoli corazzati che dovevano servire da rinforzo rimanessero coinvolti nel traffico. Inoltre, uno dei veicoli a causa di un errore si diresse verso l'aeroporto internazionale di Riem, situato dall'altra parte della città. Quando il conducente apprese che il teatro dell'azione era a Fürstenfeldbruck, inchiodò con i freni, causando un massiccio tamponamento a catena. Zamir e Cohen, in un ultimo disperato tentativo, presero un megafono e provarono a intimare ai terroristi di arrendersi. I terroristi risposero sparando contro di loro una raffica di mitra. Ormai era troppo tardi per negoziare. I veicoli corazzati giunsero all'aeroporto poco prima della mezzanotte del 6 settembre e si decise di farli subito entrare in azione. Vistisi perduti, i terroristi decisero di uccidere gli ostaggi. Alle 00:04 uno dei terroristi, probabilmente Issa, svuotò un intero caricatore all'interno di un elicottero uccidendo Ze'ev Friedman, Eliezer Halfin, Yakov Springer e ferendo ad una gamba David Berger. Subito dopo, lo stesso terrorista lanciò una bomba a mano nel velivolo che fu avvolto dalle fiamme. Issa si allontanò dall'elicottero assieme a Salah, sparando all'impazzata in direzione degli agenti ed entrambi furono uccisi. Il poliziotto che si trovava nella linea di tiro dei colleghi riuscì a sparare in tutta l'azione un solo colpo con il quale uccise Salah. Ma i suoi colleghi, avendolo scambiato per un terrorista, spararono contro di lui ferendolo. Anche un pilota, Ganner Ebel, rimase ferito dai colpi sparati dagli agenti. La dinamica relativa agli ostaggi dell'altro elicottero non è accertata, ma a quanto pare il terrorista conosciuto come Denawi, subito dopo l'esplosione, sparò all'interno del velivolo uccidendo Yossef Gutfreund, Amitzur Shapira, Kehat Shorr, Mark Slavin e André Spitzer.
Rimanevano quattro terroristi: Samir e Badran si finsero morti e furono catturati dalla Polizia. Samir era ferito al polso destro, mentre Badran era stato raggiunto alla gamba. Denawi fu catturato completamente illeso. Tony fu localizzato da una pattuglia con l'ausilio di cani poliziotto mentre si nascondeva nei pressi di un vagone ferroviario situato lì vicino. La Polizia provò a farlo uscire utilizzando gas lacrimogeni, ma fu ucciso dopo un breve conflitto a fuoco. Alle ore 1:30 del 6 settembre 1972, era tutto finito.

Ho recuperato questa ricostruzione in Wikipedia, uno dei pochissimi siti tra le decine di migliaia presenti in internet, che parlino della vicenda e non del film, quindi non avevo molta scelta. Non posso garantire che ogni dettaglio sia esatto, ma, come la ricordo io, mi sembra una ricostruzione fedele ai fatti. Una cosa che da sempre mi chiedo è come mai nessuno abbia mai trovato alcunché di strano nel fatto che un gruppo terroristico che prende il nome da una strage perpetrata contro i palestinesi dalla Giordania abbia impiegato tutte le proprie energie a fare stragi contro israeliani e anche contro ebrei non israeliani: verrebbe voglia di dire che, in certi campi, si dà sempre tutto talmente per scontato che neanche viene in mente di porsi qualche domanda. Ricordiamo questa azione infame, che ha aperto la strada a un’infinita serie di azioni che ancora oggi continuano.


barbara




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5 settembre 2006

AVVISO

Fra due giorni scoop eccezionale su ilblogdibarbara.

barbara




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5 settembre 2006

NUOVO PICCOLO POST AUTOREFERENZIALE

                  

Ebbene sì, mi hanno dedicato anche un francobollo.
barbara




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5 settembre 2006

BUON COMPLEANNO, NONOSTANTE TUTTO

"Se dovessi morire domani, non mi preoccuperei. Dalla vita ho avuto tutto. Rifarei tutto quello che ho fatto? Certo, perché no? Magari un po' diversamente! Io cerco solo di essere genuino e sincero e spero che questo traspaia dalle mie canzoni". (Freddie Mercury, 1986)

                              

"Alla fine tutti gli errori e tutte le scuse sono da imputare solo a me. Mi piace pensare di essere stato solo me stesso e ora voglio soltanto avere la maggior quantità possibile di gioia e serenità, e immagazzinare quanta più vita riesco, per tutto il poco tempo che mi resta da vivere." (Ultima intervista di Freddie Mercury, 1991).

                                          

Oggi Farrokh Bulsara, compie sessant’anni. Artista fra i più grandiautentica forza della natura nonché stupendo esemplare di maschio umano dalla bellezza quasi insostenibile, era nato a Zanzibar da genitori indiani di etnia parsi. Credo di poterlo definire – anche se qualcuno sicuramente dissentirà – un vero uomo. Io gli auguro buon compleanno, anche se da quindici anni non li compie più, perché è così, ne sono sicura, che lui avrebbe voluto (e nel suo paese natale, nel frattempo …).

                                

barbara




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4 settembre 2006

E RILASSIAMOCI UN PO'

                            

barbara




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4 settembre 2006

DISTRUZIONI

                  

                 

                 

                    

                 

                 

                 

                 

                              

                                          

                 

Libano bombardato da Israele? No: Israele bombardato dagli hetzbollah libanesi. Ve le faccio vedere perché so che i mass media e le agenzie di informazione, poverini, non ce l’hanno fatta a mostrarvi queste cosine, occupati com’erano, a tempo pieno, a taroccare foto col fotoshop; a estrarre dieci volte dalle macerie sempre lo stesso bambino, nell’arco di varie ore, da presentare subito dopo all’obiettivo del fotografo sempre, miracolosamente, senza una goccia di sangue e con al collo un ciuccio senza un granello di polvere; a fotografare innumerevoli volte una povera donna disperata, sempre la stessa, davanti alla sua casa distrutta – ogni volta, beninteso, una casa diversa; a mettere i morti in posa sotto il lenzuolo – e sul più bello capita che un morto, stufo di stare là disteso, si alza a sedere (a chi se la fosse lasciata sfuggire, suggerisco di dare un’occhiata alla sterminata e preziosissima documentazione raccolta dall’infaticabile S1m0ne per tutto il mese di agosto). E non hanno neanche avuto il tempo di parlarvi delle centinaia di migliaia di sfollati israeliani in fuga dai missili di hetzbollah, e delle altre centinaia di migliaia di israeliani costretti per oltre un mese a vivere nei bunker e dei morti e dei feriti e degli invalidi permanenti e dei bambini traumatizzati e dei miliardi di dollari di danni che nessuna organizzazione umanitaria aiuterà a riparare, che nessun ente internazionale contribuirà a risarcire. Eh, lo so, vita dura quella del cronista di guerra: come si fa a vedere tutto e sentire tutto e riferire tutto? Di loro
   

                                   
nel frattempo, nessuna notizia. Né sembra che ai Facitori Di Pace importi molto della loro sorte, e nemmeno di sapere se siano vivi o morti. Qui, poi, potete trovare alcune interessanti considerazioni sulle ultime accuse rivolte a Israele (eh già, inevitabile: una volta smontate le accuse precedenti, bisognava pure trovare qualcos’altro di nuovo, no?)

barbara

AGGIORNAMENTO: qui un'altra quisquilia di cui forse i nostri mass media non avranno tempo di occuparsi.




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3 settembre 2006

CARLO ALBERTO DALLA CHIESA, 3 SETTEMBRE 1982

Riposa in pace, generale dalla Chiesa. Non scrutare, se mai lo puoi, quel che accade in questo paese, che è il tuo paese. Non scrutare nemmeno le memorie televisive, nemmeno quelle che dovrebbero consegnare il tuo esempio alle nuove generazioni. Nemmeno quelle che si nutrono delle dichiarazioni dei tuoi figli, dei tuoi amici o dei tuoi ufficiali di un tempo. C'è sempre lo spazio per i veleni che ad altri martiri si eviterebbero. C'è sempre la voglia di rivelazioni. Una voglia più forte del rispetto, non dico della pietà, che non è cosa degli storici e tanto meno dei giornali. Non basta quel che hai fatto, detto, spiegato, sofferto. C'è sempre pronto un Cossiga al quale si lascia dire che la nostra è stata una famiglia di massoni. Tu, tuo padre, tuo fratello. E noi, figli, che non lo sapevamo. Fessi a non accorgerci, per decenni, che c'era una tradizione massonica in casa nostra, l'idea di uno Stato parallelo dietro un'educazione tutta rivolta a trasmettere il senso delle istituzioni, con la parola e con l'esempio, mai un trasferimento rifiutato, anche tre in un anno, mai accolte le sirene che promettevano tanti guadagni in più in questa o in quell'industria privata, mai un sacrificio scansato se c'era di mezzo lo Stato da servire. Fosse il banditismo in Sicilia, le indagini difficili, la vita da latitante, la famiglia trascinata in mezzo ai rischi. Tutte balle. L'ha avuta lui, Cossiga, l'ultima parola. Massoni, ha detto. Sulla base di nulla, di non si sa che cosa. Ma l'ha detto, come tante altre volte, ed è stata la sua l'ultima parola, quella che rimarrà incisa nella mente del giovane che non sa nulla, del figlio di chi (ce ne sono, sai?) non ha voglia di raccontargli la tua vera storia, come quel ragazzo che a scuola fece trovare a tuo nipote Carlo Alberto una scritta accanto al suo nome: "nipote di massone". Ci sono, sai, questi esemplari umani, e d'altronde se non ci fossero forse avresti vissuto più a lungo. Massone.
E questo, questo fango la Rai, anzi Rai educational (pensa tu se fosse "diseducational"...), ossia il fior fiore del servizio pubblico, va a offrire come ghiotta anticipazione alla stampa quotidiana della trasmissione in tua memoria. Anzi, questo fango e altro ancora. Già, perché Cossiga mica qui si è fermato. Macché. Ha pure aggiunto che la lista della P2 aveva una pagina strappata in corrispondenza del tuo nome. Pensa che fessi, che grulli, quelle due toghe rosse e tonte, Gherardo Colombo e Giuliano Turone, che non si accorsero di quella pagina mancante indagando su Castiglion Fibocchi. Pensa che dilettanti allo sbaraglio, che nulla videro e capirono e te la fecero scampare. E pensa com'è ridotto questo paese, dove queste cose uno non le dice subito, e nemmeno dopo cinque anni, o mentre c'è il processo, ma dopo un quarto di secolo, pur essendo stato presidente del Senato e presidente della Repubblica. Il tempo, gli anni passano. Ma il tempo non è galantuomo come dicevi tu. Quante cose, su di te, sono state raccontate da chi aveva pubbliche funzioni solo dopo tanti anni, come quel maresciallo delle guardie carcerarie che andò da Santoro in prima serata, accreditato lì come il tuo "braccio destro" e che dopo undici anni che nessuno sapeva chi fosse raccontò cose da non credere, ma che avevano un'efficacia straordinaria nel presentarti (senza contraddittorio, proprio come l'altra sera da Minoli) alla stregua di un mestatore. Cose smentite dal tuo diario, scritto, come si dice, "in velo d'ignoranza", ossia senza sapere che cosa sarebbe successo e che cosa si sarebbe insinuato su di te negli anni a venire. Ma il tuo diario di fronte ai "misteri" non fa fede, neanche se rende incompatibili date, orari e luoghi. Non c'è nessuno che si faccia molti scrupoli quando ci sei di mezzo tu. Non se ne fecero nemmeno nella commissione stragi, che invece di occuparsi di Brescia o di Bologna si occupava di te (!), ansiosa di trovare un mistero sempre più misterioso nella tua attività di nemico delle Brigate rosse.
No, non voglio e nessuno pretende che tu non sia sottoposto a critiche. Tutti sono discutibili, anche gli eroi. Sarebbe bello che però su di loro si avesse un po' più di pudore a raccontare il falso, a dire cose non provate. E a renderle verità di fatto. E invece con te si segue esattamente questo procedimento: si parte dalla tesi suggestiva che forse hai compiuto questo o quel misfatto, poi non lo si riesce a dimostrare, e siccome non ci si riesce si finisce con il dire che non si sa, che c'è un mistero. Che ne dici, generale? L'altra sera, per ricordarti come si deve, hanno anche detto che non è certo se le carte di Moro sono arrivate integre dalle tue mani a quelle del governo, a cui le portasti personalmente. Sì, la solita storia. E dunque te lo chiedo anch'io, stavolta. Lascia perdere la tua etica di soldato e dimmi: te le sei tenute tu le carte di Moro? Ma che volevi farne? Tenerle nascoste al governo a cui dovevi in quel momento tutto il tuo potere e il tuo prestigio? Metterti in condizione di farti licenziare da quel tonto di Andreotti, che non si sarebbe mai accorto (questo pensavi, vero?) delle pagine sottratte? Io che ti ho conosciuto bene non so spiegarmi che senso e che utilità avesse per te tenertele. E nemmeno come avresti potuto in un'ora decidere che cosa tenerti, visto che quel che è venuto comunque fuori mica era acqua di rose, sarebbe bastato in un paese civile a far dimettere a vita tre o quattro ministri.
No, non ti hanno trattato male l'altra sera, quanto alla vita privata. Molte immagini tenere. Forse a noi figli sarebbe piaciuto di più che, raccontando la tua lettera-testamento, invece di parlare della divisione dei pochi gioielli di mamma, di quella divisione che avevi stabilito pensando anche alla futura nipotina, si parlasse del tuo ultimo desiderio: vogliatevi sempre bene come ve ne volete oggi. Ma sono ubbie da figli, che giustamente possono anche apparire urtanti o sdolcinate o a un estraneo. Forse potevano evitarti quel riferimento alla patta dei pantaloni ancora aperta in prefettura mentre rientravi solo dalla toilette. Bocca, certo, poteva lasciarselo scappare quel dettaglio, ma io, per un martire delle istituzioni forse quell'immagine non l'avrei data in tivù, nemmeno, come si dice in questi casi, per renderlo "più umano".
Ho dentro una grande amarezza, generale. L'altro giorno in commissione Antimafia ho dovuto citare quel che avevi detto tu in quella sede, trentacinque anni fa, quando ci andasti con il colonnello Russo con le vostre antidiluviane planimetrie delle famiglie e degli affari (e degli appoggi elettorali) mafiosi. Vuoi sapere che ho fatto? Ho preso i resoconti verbali di allora e li ho letti durante il mio intervento. Ho fatto risuonare lì le tue parole perché troppa, troppo grande mi sembrava l'offesa di trovare scritto, un terzo di secolo dopo, che la mafia non sposta i voti, che quella che tu indicavi per iscritto al presidente del Consiglio dell'82 come "la famiglia politica più inquinata del luogo" in realtà non ha avuto troppe responsabilità, nemmeno morali. Ho riletto anche il passo del '70 in cui facevi per la prima volta il nome di Ciancimino. E ho raccontato di quando la Commissione volle "rielaborare" (usarono questo verbo) il rapporto mandato dalla Legione Carabinieri di Palermo, quello in cui parlavi di Lima e di Gioia, che da quella "rielaborazione" vennero fatti sparire.
Ti ho visto e seguito per tanto tempo. Abbiamo anche discusso e litigato e quindi so che hai avuto atteggiamenti discutibili. Ed è giusto che altri lo dicano, se lo pensano, magari con quel di più di pietà che si dovrebbe in questi casi. Ma una cosa so per certo: le cose false, le insinuazioni gratuite, se fanno trasmissioni su altri martiri della Repubblica non le rimestano. Eppure anche su molti di loro, in vita, sono state dette cattiverie e sono stati propalati dubbi. Con te si fa diversamente. Perché c'è chi in fondo non ti amava quando combattevi il terrorismo, e mal volentieri rinuncia del tutto a quel che pensò di te, l'uomo della grande repressione. E c'e' poi chi non ti ha amato quando ti sei messo in testa quella pazza idea di tagliare la testa della piovra. Messi insieme fanno buona parte dell'establishment di oggi, un po' di istituzioni, un po' di professioni, un po' di informazione. Per questo mi chiedo quel che mai ci si vorrebbe chiedere quando si e' nella mia condizione, per questo mi pongo l'interrogativo che raschia nel profondo ogni familiare: se ne sia valsa la pena. Tu risponderesti, come diceva anche Falcone, che il problema non è mai se ne valga la pena, ma se sia il proprio dovere. Lo so benissimo. Ma io lo stesso mi guardo intorno e per la prima volta provo un senso di sgomento davanti a questa grande, sfumata, gelatinosa e resistente entità sociale che non ti meritava.
Perciò non scrutare, se puoi, questo paese. Non sentire queste parole che ti consegno sperando che qualcuno te le sappia filtrare con amore. Dormi nel gelo di Parma, tra l'ultimo biglietto di una scolaresca e il fiore appassito di un tuo anziano carabiniere. Riposa in pace, generale.
Nando Dalla Chiesa

Riposa in pace, generale. E riposa in pace anche tu, Emanuela.



barbara




permalink | inviato da il 3/9/2006 alle 0:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa


2 settembre 2006

SFOGLIANDO IL GIORNALE

Leggo di un satellite della Nasa che ha fotografato l’esplosione di una stella. Leggo che l’esplosione, anche se noi l’abbiamo vista solo adesso, è “accaduta 440 milioni di anni luce fa”. E mi pongo due domande. La prima: ma a quelli che credono ciecamente che possono essere felici unicamente con una persona nata sotto quella stella lì perché loro sono nati sotto quell’altra stella là, non capita mai di pensare che quella stella lì, quando sono nati loro, potrebbe essersi trovata da tutt’altra parte dell’universo, o addirittura avere smesso di esistere da centinaia di milioni di anni? La seconda: ma questi imbrattacarte che vengono pagati per scrivere sui giornali, hanno una qualche vaga, minuscola idea di che cosa sia un anno luce?
Leggo poi di una bambina colombiana di 11 anni, violentata dal patrigno e rimasta di conseguenza incinta. Leggo che un’équipe medica l’ha fatta abortire. Leggo che il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, chiamandoli malfattori, ha scomunicato i medici che hanno praticato l’intervento, in base all’articolo 1398 del Codice di diritto canonico. Chi mi conosce sa che non accetto l’aborto, a nessuna condizione. Ma se c’è una cosa che mi fa ancora più orrore dell’aborto è che un maledetto bastardo figlio di puttana si permetta di ficcare il suo lurido naso schifoso in una vicenda del genere. (Piccola nota a margine: mi sembra, per inciso, ragionevole supporre – altrimenti sarebbe stato, immagino, riportato anche questo – che nessuna scomunica sia toccata al patrigno stupratore).

barbara




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1 settembre 2006

SOLO SILENZIO









 



































barbara




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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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