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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


16 agosto 2006

IL PEGGIOR GOVERNO DELLA STORIA DI ISRAELE

Abbiamo terminato un calmo Shabbat in relativa sicurezza a Gerusalemme, per poi controllare le notizie e venire a conoscere l'agghiacciante novità che altri sette soldati israeliani sono stati uccisi e altri ottantaquattro sono stati feriti nella guerra più mal condotta della storia d'Israele [nel frattempo il numero dei morti e dei feriti è aumentato, ndr].
Oltre a questo, il governo - che ha continuamente interferito con l'esercito (cioè "vinci la guerra senza far arrabbiare la CNN e la BBC") imponendo direttive che hanno contribuito a far uccidere a destra e a manca non soltanto i nostri ragazzi ma anche i nostri civili - adesso ha deciso di accettare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza in cui si assicura che il nostro popolo ha fatto il suo estremo sacrificio per niente: i nostri soldati rapiti non saranno restituiti, Hezbollah non sarà disarmato e l'esercito israeliano sarà sostituito da qualche forza ONU e da un gruppo di Europei antisemiti che permetteranno agli Hezbollah di riarmarsi.
Il testo completo della risoluzione è stato pubblicato su YNET e fino ad ora 1.784 israeliani hanno risposto nel suo talkback. La grandissima maggioranza ha risposto qualcosa di simile:

Siamo andati in guerra per liberare i nostri soldati rapiti. Perché non sono stati menzionati?
Vergogna! Olmert, Peretz, Halutz, il triumvirato dei perdenti.

E io aggiungo: Sig. Olmert, Sig. Peretz, Sig. Halutz, voi avete buttato via le vite dei nostri soldati. Voi avete sciupato l'occasione di liberare la nazione d'Israele da un nemico mortale. Voi avete posto le premesse per la prossima guerra.
A settembre saremo di nuovo sotto attacco. Fate la cosa più decente: dimettetevi tutti, e lasciate che il Sig. Netanyahu e il Generale Ya'alon (che è stato buttato fuori perché si è rifiutato d proseguire nel disimpegno) vi sostituiscano.
Si dimetta, Sig. Olmert, si dimetta per la vergogna della sua incompetenza, della sua incapacità di realizzare uno solo degli obiettivi così clamorosamente annunciati all'inizio di questa guerra. Senza tutti voi, e senza il vostro incompetente governo, saremmo più protetti e meglio preparati contro i razzi che dovessero riprendere subito a cadere che non contro quelli che inevitabilmente cadranno quando gli ONU e i francesi guarderanno i nostri confini.
E se lei non vorrà fare questa onorevole cosa, saremo noi a fare tutto il possibile per farla dimettere. Lei mi fa star male. Mi vergogno di essere un cittadino del mio paese sotto la sua guida. Inorridisco al pensiero di avere un figlio nell'IDF sotto la sua guida.
Vergogna, vergogna, vergogna! (
Naomi Ragen, israelinseider, 12 agosto 2006, trad. www.ilvangelo.org, grazie a “Notizie su Israele”).

qui un altro interessante articolo, per chi non ha problemi con l’inglese.


barbara




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16 agosto 2006

RISOLUZIONE ONU 1701

Con qualche commento mio in corsivo

Il Consiglio di Sicurezza dell'Onu

"Esprimendo la massima preoccupazione per la continua escalation delle ostilità in Libano e in Israele"
"sottolineando la necessità di mettere fine alla violenza… ma anche di risolvere urgentemente le cause che hanno portato alla crisi corrente, incluso il rilascio dei soldati israeliani rapiti",
"conscio della delicatezza della questione dei prigionieri e incoraggiando gli sforzi per risolvere con urgenza la questione dei prigionieri libanesi detenuti in Israele", (si mettono dunque sullo stesso piano i soldati israeliani rapiti in territorio israeliano durante un servizio di pattugliamento, e i terroristi libanesi, processati e condannati per atti di terrorismo)
"felicitandosi degli sforzi del primo ministro libanese e dell'impegno del governo libanese, nel suo piano in sette punti, a estendere la propria autorità su tutto il territorio attraverso le forze armate legittime", (se il governo libanese è in grado di estendere la propria sovranità su tutto il territorio, perché non lo ha fatto prima? Perché era complice con gli hetzbollah? Se invece non lo ha fatto per incapacità, che cosa dovrebbe indurci a credere che oggi ne sia improvvisamente diventato capace?)
"determinato ad agire per il ritiro delle forze israeliane dal sud del Libano il prima possibile",
"felicitandosi per la decisione unanime di dispiegare una forza di 15.000 uomini dell'esercito libanese nel sud del paese" (vedi domanda precedente)
e dopo aver "preso atto che la situazione in Libano costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale"

Il Consiglio

"1 chiede un'immediata cessazione delle ostilità, basata, in particolare, sull'immediata cessazione da parte di Hezbollah di tutti gli attacchi e la cessazione immediata da parte di Israele di tutte le operazioni militari offensive" (operazioni offensive quelle di Israele? Si vorrebbe chiedere all’Onu: è per matrimonio o per prostituzione che ha assunto in toto le posizioni dei terroristi hetzbollah?)
"2 Dal momento della cessazione delle ostilità, chiede al governo libanese e alla Unifil (forza temporanea dell'Onu in Libano, ndr) (quella che da anni sta a guardare tutte le violazioni, tutte le infiltrazioni, tutti i lanci di missili, tutti i rapimenti, tutti gli assassini perpetrati dai terroristi hetzbollah in territorio israeliano)… di dispiegare insieme le loro forze in tutto il Sud e chiede al governo israeliano, nel momento in cui tale dispiegamento comincerà, di ritirare in parallelo tutte le sue forze dal Libano meridionale"
"3 Sottolinea l'importanza del fatto che il governo libanese estenda la sua autorità all'insieme del territorio libanese…in modo da esercitare integralmente la sua sovranità e da far sì che nessuna arma vi si trovi senza il consenso del governo libanese e che nessuna autorità vi sia esercitata al di fuori di quella del governo" (senza il consenso del governo? Ma del governo non fa parte anche hetzbollah?)
"4 Riafferma il suo fermo appoggio al pieno rispetto della Linea blu"
"5 Riafferma anche il suo fermo attaccamento ... alla integrità territoriale, alla sovranità e all'indipendenza politica del Libano all'interno delle frontiere internazionalmente riconosciute come previsto dall'accordo di armistizio del 1949" (e di Israele …?)
"6 Chiede alla comunità internazionale di adottare misure immediate per estendere il soccorso umanitario e finanziario al popolo libanese, in particolare facilitando il ritorno degli sfollati… riaprendo porti e aeroporti..." (e il quasi mezzo milione di sfollati israeliani, beh, quelli che si impicchino)
" 7 Afferma che tutte le parti sono tenute a controllare che non sia condotta alcuna azione contraria al paragrafo 1 che potrebbe pregiudicare la ricerca di una soluzione a lungo termine, all'accesso degli aiuti umanitari, inclusi passaggi sicuri per i convogli umanitari, e il ritorno sicuro degli sfollati nelle loro case"
"8 Chiede a Israele e al Libano di sostenere un cessate il fuoco permanente e una soluzione a lungo termine fondata sui principi e sugli elementi che seguono:

- stretto rispetto delle due parti della linea blu;
- dispositivo di sicurezza che impedisca la ripresa delle ostilità, in particolare la creazione, tra la Linea blu e il Litani, di una zona in cui non sia dispiegato personale armato se non quello del governo libanese e della missione Onu come autorizzato al paragrafo 11 (governo libanese di cui, ricordiamo ancora una volta, fa parte hetzbollah)
- piena applicazione delle disposizioni comprese negli accordi di Taef e nelle risoluzioni 1559 e 1680 che esigono il disarmo di tutti i gruppi armati in Libano
- nessuna presenza di forze straniere in Libano senza il consenso del suo governo (vedi sopra)
- divieto di vendere o fornire armi e materiale militare al Libano, a meno che non ci sia l'autorizzazione del governo libanese (vedi sopra)
- comunicazione all'Onu delle Carte dei campi minati presenti in Libano e ancora in possesso degli israeliani

Nei punti successivi (9, 10) il Consiglio chiede poi al segretario generale (Kofi Annan) (beh, sinceramente non so se sia il caso di provare a chiedere qualcosa al signor Kofi Annan senza portare in dono qualche contropartita petrolifera …) di "appoggiare gli sforzi miranti a ottenere al più presto accordi di principio da parte del governo libanese (sempre lui, quello di cui fa parte hetzbollah …) e di quello israeliano in vista di una soluzione a lungo termine" e di "mettere a punto, in coordinamento con le parti internazionali interessate, proposte per attuare gli accordi di Taef e le risoluzioni 1559 e 1680", inclusi, "la delimitazione dei confini internazionali del Libano, specialmente in quelle aree in cui il confine è conteso o incerto, includendo anche l'area delle fattorie di Shebaa". (“conteso o incerto”? L’Onu non aveva già DEFINITIVAMENTE stabilito che le fattorie di Shebaa appartengono alla Siria?) Annan viene invitato a presentare delle proposte in materia entro 30 giorni. Al punto 11 poi il Consiglio "decide di autorizzare un incremento degli effettivi dell'Unifil fino a un massimo di 15mila uomini". I compiti di questa forza, prosegue la risoluzione, saranno: "controllare la cessazione delle ostilità", "accompagnare e aiutare le forze armate libanesi nel loro dispiegamento nel Sud, fino alla Linea blu, mentre Israele ritira le sue forze dal Libano"; "fornire assistenza per assicurare aiuti umanitari alla popolazione civile", "assistere le forze armate libanesi nella realizzazione dell'area a cui ci si riferisce nel paragrafo 8" e "assistere il governo libanese nel portare avanti il paragrafo 14", ovvero quello relativo alla "messa in sicurezza dei suoi confini e dei punti di accesso al proprio territorio, per evitare l'ingresso senza il suo consenso di armi o materiale connesso". Anche i punti 12 e 13 sono relativi alla missione Onu e sostanzialmente autorizzano la Unifil "ad adottare tutti i provvedimenti necessari nel suo settore di competenza perché il suo teatro di operazione non sia utilizzato per attività ostili di qualsivoglia natura, e di resistere ai tentativi di impedirle di assolvere ai suoi impegni secondo il mandato Onu" e chiedono al segretario generale di prendere "misure che assicurino che la Unifil sia capace di svolgere i compiti previsti nella risoluzione" e che "gli stati membri facciano contributi appropriati alla missione". (esattamente come è stato finora. E dunque l’Unifil continuerà a fare ciò che ha fatto finora …) La risoluzione chiede poi a tutti gli Stati di prendere misure "adeguate a impedire" che propri cittadini vendano o forniscano armi a persone singole o entità in Libano. La risoluzione si conclude con la proroga del mandato della Unifil fino al 31 agosto 2007 (punto 16), l'invito ad Annan a "rendere conto, al massimo tra una settimana e poi a intervalli regolari, dell'applicazione della presente risoluzione" (punto 17), sottolineando infine (al 18esimo e ultimo punto) "la necessità di instaurare una pace globale, equa e duratura in Medio Oriente". (Fonte: MISNA, grazie a “Notizie su Israele”)

E si prega di notare che in nessuno dei punti di questa risoluzione si fa non dico obbligo, ma neanche una semplice cortese, discreta richiesta all’hetzbollah di restituire i soldati israeliani rapiti. A questo va aggiunto il fatto che la risoluzione è stata approvata in base al capitolo 6 e non in base al capitolo 7 che avrebbe reso esecutiva l’applicazione dei provvedimenti in caso di inadempienza da parte di uno dei contendenti. E questa roba il governo israeliano l’ha accettata: se non è suicidio questo!

barbara

AGGIORNAMENTO: a proposito di bombardamenti, bufale e taroccamenti, qui un'interessante documentazione.




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15 agosto 2006

E FOSSE ALMENO SERVITO

    

 















Poi c’erano le serre, che davano lavoro ad alcune centinaia di palestinesi:







Un filantropo americano le ha comprate per regalarle ai palestinesi, affinché non perdessero i loro posti di lavoro. Le hanno ridotte così:

 

 

E le sinagoghe. Le case le avevano demolite, gli israeliani, prima di lasciarle, su precisa richiesta dell’Autorità Nazionale Palestinese, ma le sinagoghe no: più di tanto non si può ragionevolmente chiedere, neanche a dei masochisti nati come gli israeliani. Questo è quanto avvenuto alle sinagoghe una volta rimaste in mano palestinese.

  



 



Con la vetta di grottesco raggiunta dal Corriere della Sera che ha commentato questa foto

con la didascalia “Un palestinese partecipa alla devastazione della moschea di Netzarim (Reuters)”. D’altra parte, se si pensa alla fine che hanno fatto TUTTI indistintamente i luoghi santi ebraici, compresi quelli storici, man mano che Israele, in base agli accordi di Oslo, consegnava le terre in mano palestinese, non è molto logico sorprendersi di quanto accaduto a Gaza.
Per non parlare di quello che è successo dopo. Lo so, non è bello dire “Io l’avevo detto”. Però lo avevo detto. Lo avevo sempre detto che il ritiro avrebbe fatto aumentare il terrorismo. Lo avevo sempre detto che il ritiro avrebbe portato alla catastrofe. Perché era logico. Perché era evidente. Perché era chiaro come il sole. Lo avevo detto anche per il Libano, cinque anni prima, ma allora era solo un forte timore. Dopo di quello no, nessuno poteva più dubitarne: dopo il ritiro dal Libano le conseguenze catastrofiche del ritiro erano una certezza assoluta. I fautori del ritiro dicevano: “Dopo sarà tutto più chiaro. Ogni aggressione, dopo, risulterà chiaramente un’aggressione agli occhi del mondo intero. A ogni aggressione, dopo, risponderanno immediatamente, e nessuno al mondo potrà più avere da ridire”. Bene, lo abbiamo visto. Per un anno intero si sono armati, e Israele non ha fiatato. Per un anno intero hanno fatto attentati, e Israele non ha fiatato. Per un anno intero Israele si è lasciato bastonare. Poi, quando è stato portato un vero, autentico atto di guerra da Gaza in territorio israeliano, Israele si è finalmente deciso a rispondere e nel mondo intero si è scatenata la solita canea: criminali, assassini, nazisti. Come prima. Peggio di prima. Pare che Hitler abbia detto: “Il mondo mi ringrazierà per avergli sbrigato il lavoro sporco”. Probabilmente aveva ragione. E oggi, con ancora maggiore probabilità e attendibilità, potrebbero dire la stessa cosa hamas e hetzbollah.

barbara

Aggiornamento (parzialmente OT): dura neanche due minuti, ma ci ho pianto tutte le mie lacrime. Rubato a lui.




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14 agosto 2006

AVVENTURA AL MARE

Sono passati cinque anni ma, come si suol dire, me lo ricordo come se fosse ieri.
Me ne stavo lì spaparanzata al sole – non sono un tipo sportivo, e neanche ginnasticoso, e la mia attività principale, quando sono al mare, è appunto quella di starmene spaparanzata al sole – quando l’ho visto avvicinarsi al mio lettino, col passo un po’ sghembo delle sue gambette corte e storte, sormontate da uno striminzito slippino azzurro dal contenuto, ancorché impettito, decisamente modesto. Arriva, si ferma, mi guarda e dice:
«Possiamo fare due chiacchiere?»
«Se proprio vuole».
Vuole proprio. E comincia a parlare. E parlare. E parlare. Mi racconta di un suo zio che era autista di un onorevole e lo portava anche a Ostia, dove a volte era invitato anche lui, e dove incontrava persone importanti, una volta ha visto da vicino anche Gina Lollobrigida – e qui fa una lunga pausa fissandomi negli occhi, per darmi il tempo di assimilare la cosa e rendermi pienamente conto dell’immensità del suo valore aggiunto.
«Capisci? – Io ti do del tu: posso?»
«Se proprio vuole»
Vuole proprio. Poi i suoi occhi cominciano a scorrazzare in lungo e in largo sul mio corpo:
«Io guardo, eh? Posso?»
«Se proprio vuole»
Vuole proprio, e continua a guardare.
«Ma non ci davamo del tu?»
«Io no»
Non so quanti anni avesse, ma ne aveva comunque troppi. Se ne avesse avuti dieci di meno sarebbero stati troppi lo stesso: un uomo coi capelli tinti ha sempre troppi anni. A prescindere. Mi racconta di quando è andato in vacanza a Trieste e non lo cagava nessuno, poi un giorno “un pezzo grosso” lo ha portato a fare un giro sul suo yacht e tutti lo hanno visto e da quel momento quando passava tutti si inchinavano e dicevano: «Buon giorno, dottore!».
Continua a parlare – non so di che cosa, perché non ascolto più. Ad un certo momento commetto l’errore di spostare un piede, e lui ne approfitta per sedersi immediatamente sul lettino, nello spazio rimasto libero. Poco dopo mi posa una mano sul ginocchio, io sposto il ginocchio, lui sposta la mano e ri-raggiunge il ginocchio, io lo risposto e lo metto fuori dalla sua portata. Mi guarda perplesso: non riesce a capire. Finalmente, dopo oltre un’ora di tortura, se ne va.
E da quel momento in poi si è comportato come se tutto, fra di noi, fosse ormai deciso, e si stesse solo aspettando l’occasione opportuna per poter “consumare”. Io arrivavo in spiaggia, lui faceva per alzarsi dal suo lettino per raggiungermi, io mollavo la borsa sul mio e partivo per interminabili camminate; quando non ne potevo più di camminare andavo a fare il bagno, e poi ancora a camminare, fino a quando lui non lasciava la spiaggia. Quando arrivavo che lui non c’era e mi mettevo a prendere il sole e poi lui arrivava, facevo finta di dormire. Lui chiamava, picchiettava con le dita sul bordo del lettino, picchiava più forte, infine prendeva a scuoterlo energicamente: niente, io dormivo. Gli passavo a mezzo metro, rientrando in albergo, lui si muoveva per salutarmi, ma io non lo vedevo e passavo dritta. Mi sfiorava il braccio passandomi vicino in sala ristorante, miagolando «Ciaaaoooo, stella!» e io facevo un salto di mezzo metro, con sedia e tutto. E lui continuava ad aspettare un’occasione per concludere.
È andata a finire con una scena madre, di quelle di cui sono un’autentica maestra e che mi fanno godere da pazzi: lui che passando vicino al mio tavolo allunga una mano per toccarmi il braccio, io che faccio il solito salto e urlo con quanto fiato ho in gola: «E non si azzardi mai più a mettermi le mani addosso!»; duecento persone che, con la testa sprofondata nel piatto, si danno un gran daffare a fingere di non vedere e non sentire – dopotutto siamo in un decorosissimo quattro stelle; lui annichilito che non riesce a capire; la moglie, un metro più in là, che aspetta pazientemente che si tolga, in qualche modo, d’impiccio, con l’aria di quella che la situazione la conosce, oh se la conosce!
Sono passati cinque anni ma, come si suol dire, me lo ricordo come se fosse ieri.

barbara




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13 agosto 2006

L’AMARO DESTINO DEI PROFUGHI PER NASCITA

Domanda: qual è la differenza fra i profughi palestinesi e gli oltre 135 milioni di altri profughi del XX secolo?
Risposta: in tutti gli altri casi, con il tempo sono andate scomparendo la sofferenza per la perdita, le privazioni, la condizione di apolide. I profughi che non hanno potuto rientrare subito nelle loro case, alla fine si risistemano da altre parti. E con il tempo invecchiano e muoiono. I loro figli, che vivano in Sud Corea, in Vietnam, in Pakistan, in Israele, in Turchia, in Germania o in America, si sbarazzano dello status di profugo ed entrano a far parte della maggioranza della popolazione.
Non così per i palestinesi. Per loro la condizione di profugo passa eternamente in eredità da una generazione all'altra, creando un inestinguibile serbatoio sempre più grande di afflizione e malcontento.
Diversi sono i fattori che spiegano questa anomalia, ma uno degli elementi chiave è la struttura burocratica di cui si sono dotate le Nazioni Unite per affrontare il problema. L'Onu ha creato due enti distinti che si occupano di profughi, e ognuno di questi due enti ha la propria definizione del concetto di "profugo".
Uno è l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, che si occupa dei profughi in tutto il mondo e che definisce come "profugo" colui che "a causa del fondato timore di essere perseguitato [...] si trova al di fuori dal paese di cittadinanza". Questa definizione non comprende come "profughi" i discendenti del profugo: per l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, i cubani che sono fuggiti dal regime castrista sono profughi, ma non lo sono i loro figli nati in Florida. Gli afgani che sono fuggiti dal proprio paese sono profughi, non lo sono i loro figli nati in Iran. E così via.
L'altro ente è l'agenzia UNRWA, creata appositamente per i profughi palestinesi nel 1949, e che definisce il concetto di profugo palestinese in modo diverso da quello valido per tutti gli altri profughi del mondo. Secondo l'UNRWA, sono profughi coloro che vivevano nella Palestina Mandataria "tra il giugno 1946 e il maggio 1948" e che "hanno perduto le loro case e i loro mezzi di sostentamento in conseguenza del conflitto arabo-israeliano del 1948". È particolarmente rilevante il fatto che l'UNRWA estende lo status di profugo "ai discendenti delle persone divenute profughi nel 1948". Considera profugo addirittura chi ha un solo genitore profugo.
In pratica, la definizione di profugo dell'Alto Commissariato delle Nazioni Unite tende a ridurre e far scomparire la popolazione di profughi; la definizione di profugo dell'UNRWA tende al contrario a farla aumentare all'infinito. Proviamo ad applicare le due diverse definizioni al caso dei profughi palestinesi causati dalla guerra araba contro Israele nel 1948, che all'epoca furono, secondo i dati Onu, 726.000 (stime di altri studiosi variano tra i 420.000 e i 539.000).
Secondo l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite, oggi i profughi palestinesi sarebbero quelli ancora vivi di quei 726.000, cioè circa 200.000.
L'UNRWA invece a questi 200.000 aggiunge i figli dei profughi (o di un solo profugo), i nipoti e i pronipoti, oltre ai palestinesi che hanno abbandonato le loro case nel 1967 con a loro volta i loro figli e nipoti, fino ad arrivare a un totale di circa 4 milioni e 250.000 profughi.
I 200.000 profughi palestinesi secondo la definizione che vale in tutto il resto del mondo sono meno del 5% dei 4,25 milioni secondo la definizione dell'UNRWA. Per lo standard internazionale, il restante 95% non sono profughi. In realtà, attribuendo lo status di profugo a questi milioni di palestinesi che non sono mai fuggiti da nessuna parte, l'UNRWA condanna di fatto un popolo creativo e intraprendente a vivere una vita di esclusione, autocommiserazione e di nichilismo.
La politica adottata in tutti questi anni dai paesi arabi non ha fatto che peggiorare le cose, mantenendo i palestinesi (profughi e loro discendenti) bloccati in una artificiale condizione di profughi eternamente provvisoria. In Libano, ad esempio, vivono 400.000 apolidi palestinesi cui non viene riconosciuto il diritto di frequentare le scuole pubbliche, di possedere proprietà e nemmeno di apportare migliorie alle proprie condizioni abitative.
Ciò che bisogna fare urgentemente, invece, è aiutare queste generazioni di non-profughi a uscire dalla condizione di profugo affinché possano diventare cittadini, assumersi le loro responsabilità e costruire il loro futuro. La cosa migliore per loro sarebbe chiudere del tutto l'UNRWA e lasciare che l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite si occupi dei veri profughi palestinesi, in costante diminuzione. Ciò potrà avvenire solo se Stati Uniti e comunità internazionale prenderanno consapevolezza del ruolo che l'UNRWA ha giocato nel perpetuare la miseria dei palestinesi.
(New York Post, 19 agosto 2003 - Archivio Daniel Pipes)

Sempre per restare al tema “due pesi due misure”, in questi giorni tutti si sfiatano a parlare dei poveri sfollati libanesi, e mai un cane che voglia spendere una parola per il circa mezzo milione di sfollati israeliani. E meno male che gli ebrei, coi loro complotti, avrebbero in mano, oltre a tutte le leve del potere, anche i mass media
.

barbara

IMPERATIVO CATEGORICO: leggere la lista completa (finora ...) dei taroccamenti messi in atto sulla guerra in Libano nel blog di Simone.




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13 agosto 2006

L’OSSESSIONE ANTISRAELIANA

Direi che i casi sono due: o l’autore ha attinto a piene mani al mio lavoro su Informazione Corretta – anche a lavori altrui, ma soprattutto al mio – o siamo anime gemelle. Con ampia documentazione il libro mostra il modo perverso in cui i mass media manipolano e distorcono tutta l’informazione relativa alle vicende che riguardano Israele, demonizzando un Paese che dal giorno della sua nascita sta subendo un attacco su tutti i fronti che non ha precedenti nella storia, capovolgendo la storia e la cronaca fino a farlo passare per aggressore. Un libro che vale la pena di leggere.

Edoardo Tabasso, L’ossessione antisraeliana, Ipermedium libri


barbara




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12 agosto 2006

L’ULTIMO SPETTACOLO

Ascolta, ti ricordi quando venne
la nave del fenicio a portar via
me, con tutta la voglia di cantare
gli uomini, il mondo, e farne poesia...
con l'occhio azzurro io ti salutavo,
con quello blu io già ti rimpiangevo,
e l'albero tremava e vidi terra,
i Greci, i fuochi e l'infinita guerra
li vidi ad uno ad uno
mentre aprivano la mano
e mi mostravano la sorte
come a dire "Noi scegliamo,
non c'è un Dio che sia più forte"
e l'ombra nera che passò,
ridendo ripeteva no...

Ascolta, ero partito per cantare
uomini grandi dietro grandi scudi,
e ho visto uomini piccoli ammazzare,
piccoli, goffi, disperati e nudi...
laggiù conobbi pure un vecchio aedo
che si accecò per rimaner nel sogno,
con l'occhio azzurro invece ho visto e vedo,
con l'occhio blu mi volto e ti ricordo...

Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa
dentro il muro, quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro:
e mille solitudini
e i buchi per nascondersi...

Ho visto fra le lampade un amore:
e lui che fece stendere sul letto
l'amico con due spade dentro il cuore,
e gli baciò piangendo il viso e il petto...
e son tornato per vederti andare,
e mentre parti e mi saluti in fretta,
fra tutte le parole che puoi dire
mi chiedi "Me la dai una sigaretta?"

Io di Muratti, mi dispiace, non ne ho
il marciapiede per Torino, sì lo so;
ma un conto è stare a farti un po' di compagnia,
altro aspettare che il treno vada via,
Perché t'aiuto io ad andare non lo sai,
sì, questo a chi si lascia non succede mai,
ma non ti ho mai considerata roba mia,
io ho le mie favole, e tu una storia tua

Ma tu non mi parlavi
e le mie idee come ramarri
ritiravano la testa
dentro il muro, quando è tardi
perché è freddo, perché è scuro...
E ancora solitudini
e buchi per nascondersi...

E non si è soli quando un altro ti ha lasciato,
si è soli se qualcuno non è mai venuto
però scendendo perdo i pezzi sulle scale,
e chi ci passa su, non sa di farmi male.
Ma non venite a dirmi adesso lascia stare
o che la lotta in fondo deve continuare,
perché se questa storia fosse una canzone
con una fine mia, tu non andresti via.

Quando Vecchioni faceva il suo mestiere di cantautore, e lo faceva in maniera superba. A chi non la conoscesse, raccomando caldamente di ascoltarla: i brividi alla schiena sono garantiti.

barbara




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12 agosto 2006

TELL AL ZATAR, 12 AGOSTO 1976

Chiunque parli oggi di Sabra e Chatila sa che i suoi interlocutori intendono cosa voglia dire. Quei due nomi accomunano un massacro di innocenti, la riprova delle colpe di Israele, l'intollerabile responsabilità omicida di Ariel Sharon.
Chi invece parlasse oggi di Tell al Zatar, anch'esso in Libano, non troverebbe comprensione altrettanto pronta. Eppure la strage di profughi palestinesi compiuta a Tell al Zatar fu molto più imponente di quella di Sabra e Chatila: i dati dell'Olp parlano di tremila morti a Tell al Zatar e di millequecento innocenti massacrati a Sabra e Chatila.
La ragione per cui tutti ricordano Sabra e Chatila è che pochi giorni dopo la strage, il 25 settembre 1982, quattrocento mila israeliani scesero in piazza a Tel Aviv per urlare il loro sdegno contro Sharon che, non impedendo il massacro, aveva compromesso l'onore del Tzahal, l'esercito israeliano. Nessuno invece scese nelle piazze delle città arabe per denunciare la vergogna del massacro di Tell al Zatar, compiuto dalle milizie cristiane arabe – le stesse di Sabra e Chatila - dai feddayn palestinesi del partito filo siriano di Al Saiqa. Le due stragi hanno la loro origine nella sciagurata decisione dell'Olp e di Yasser Arafat di sviluppare in Libano la stessa strategia jihadista fallita durante il Settembre nero in Giordania. Se si guarda al complesso degli avvenimenti della guerra civile libanese tra il 1975 e il 1982, si contano ben cento-centocinquantamila morti e si nota come nelle fasi salienti del conflitto l'Olp abbia assunto la funzione di detonatore della crisi. In Libano, come in Giordania, i palestinesi scelsero di allearsi con i partiti e gli ufficiali dell’esercito nasseriani, con il Baath, con le organizzazioni sindacali legate ai partiti comunisti locali, a Beirut assemblate nel Mouvement National Libanais (Mnl), il cui leader era il druso Kemal Jumblatt. A differenza della Giordania, però, l'instabile equilibrio interno del Libano si era retto, sino al 1975, sul rapporto ben calibrato tra partiti e milizie cristiane, sunniti, sciiti, drusi, in un Paese che conta diciassette nazionalità e circa otto religioni.
A partire dal 1974, Arafat buttò sulla bilancia il peso di alcune migliaia di feddayn fuggiti dalla Giordania e ben riparati nei campi profughi. Alleatisi col Mnl, i dirigenti dell'Olp schierarono con la sinistra libanese i propri feddayn in tutti gli incidenti a fuoco che cominciarono a susseguirsi. Lavorarono anche per fare implodere l'esercito nazionale libanese che rapidamente si disgregò, seguendo le linee di frattura confessionali ed etniche. Istruito direttamente dai feddayn si formò anche un esercito del Libano arabo, comandato da Ahmad al Khatib, un ufficiale nasseriano pro Olp.
La Siria, comandata dal 1970 dal generale baathista Hafez al Assad, non aveva però alcuna intenzione di assistere senza intervenire alla formazione di un governo arabo-palestinese fortemente aggressivo in un Paese come il Libano, che considerava parte integrante della propria sfera d'influenza. Il primo giugno 1976 un corpo di spedizione, forte di ben diecimila soldati e duecentocinquanta blindati, passò quindi la frontiera siro-libanese, ufficialmente in
difesa di due villaggi cristiani attaccati dall'esercito del Libano arabo, per stendere la longa manus di Damasco sul Paese dei cedri.
Il 22 giugno una parte di questo contingente, affiancato da milizie cristiane e da reparti di Al Saiqa (l'organizzazione fondata da dirigenti palestinesi formati nell'esperienza baathista durante gli anni Cinquanta e Sessanta), assediò campo di Tell al Zatar, in cui vivevano cinquantamila profughi palestinesi.
Per cinquantadue giorni si scatenarono ben settanta attacchi: gli assedianti impedirono l'ingresso nel campo di cibo e acqua e gli abitanti iniziarono a morire di fame e di sete. I feddayn palestinesi, però, non fecero nulla per alleggerire le sofferenze dei profughi, non permisero esfiltrazioni e continuarono a considerare il campo come il loro fortino assediato.
L’opinione pubblica araba e mondiale, informata giorno per giorno dell'agonia dei palestinesi di Tell al Zatar, non sollevò una sola voce di protesta.
Il 12 agosto, infine, i feddayn alzarono bandiera bianca. Gli assedianti, libanesi cristiani e palestinesi di al Saiqa, penetrarono nel campo, mitra alla mano. In dodici ore uccisero più di millecinquecento persone, donne, vecchi, bambini, alcuni feddayn, che si aggiunsero alle altre centinaia morte nelle settimane precedenti. L'ennesima sconfitta della strategia jihadista di Arafat consolidò il peso della Siria nella crisi libanese. (Carlo Panella, Il libro nero dei regimi islamici, Rizzoli, pagg. 225 sgg)

barbara




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11 agosto 2006

COMUNICATO UFFICIALE: MI SONO ROTTA I COGLIONI

Vi informo pertanto che d’ora in poi saranno sistematicamente eliminati tutti i commenti del cazzo. Va da sé (fr. savasandir) che essendo io l’unica signora e padrona di questo blog, sarò io a stabilire a mio unico e insindacabile giudizio quali commenti siano da considerare come commenti del cazzo. Se a qualcuno la cosa non sta bene, tanto di guadagnato: fare mezzo migliaio e passa di visite al giorno a scapito della qualità non è fra gli scopi di questo blog, quindi se provocatori, troll, nani e ballerine, ritardati, rompicoglioni vari misti migreranno altrove, potremo finalmente riprendere le nostre sane e costruttive discussioni, senza parassiti tra i piedi.

barbara




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11 agosto 2006

ORGOGLIOSE MADRI DI «MARTIRI»

Le madri di martiri Hezbollah: Siamo molto felici e vogliamo sacrificare altri figli

In occasione del “Giorno dei martiri”, la TV dell’Hezbollah Al Manar ha recentemente trasmesso le dichiarazioni di madri di vari martiri, fra cui l’intervista con Umm Said (“Madre di Said”). Le donne hanno espresso orgoglio e gioia per le azioni dei loro figli. La trasmissione è stata tradotta da MEMRI TV Monitor Project. Eccone alcuni brani: (1)

Umm Said:
“Questo è un giorno benedetto, il giorno in cui mio figlio mi ha dato motivo di andare a testa alta”
Intervistatore
: “Non solo tu sei la madre di un martire, ma è accaduto che tuo figlio Said venisse martirizzato proprio questo giorno, “Il giorno dei martiri”. Cominciamo con poche parole che ti chiediamo di rivolgere a tutti i nostri telespettatori. Quali sono i sentimenti e le emozioni della madre di un martire ogni anno in questo giorno?”
Umm Said: “In nome di Allah clemente e misericordioso, sia lodato Allah per avermi concesso mio figlio in questo giorno benedetto. Non posso cominciare a spiegare cosa significa per me questo giorno, come sia grande e significativo, per me e per tutte le madri dei martiri. Io sto parlando delle madri dei martiri e di tutte le madri in Libano. Qualunque cosa possa dire di loro, non sarebbe abbastanza, soprattutto perché essi hanno pagato un prezzo di sangue, hanno liberato il Libano meridionale e ci hanno portato più vicino alla vittoria. Ci hanno concesso una grande ricompensa.
Sarebbe abbastanza che essi ci abbiano concesso il paradiso, la cosa più bella del mondo. Io auguro un buon anno a tutte le madri dei martiri e ai nostri figli, possa Allah onorarli. Allah sia lodato per averci concesso i nostri figli. Allah sia lodato”.
Intervistatore: “Tu pensi, come madre di un martire, di godere di una condizione speciale che è diversa da quella delle madri che non hanno avuto figli martiri?”
Umm Said: “Certamente, certamente …”
Intervistatore: “Come riesci ad affrontarlo?”
Umm Said: “Se sono in compagnia di altri avverto rispetto e orgoglio. Loro dicono: "Quella è la madre di un martire". Cosa significa questa parola? Per me molto. Cammino a testa alta. Sia lodato Allah, sia lodato Allah ogni ora e ogni minuto”.
Intervistatore: “Ci puoi dire come vengono commemorati i martire fra le loro famiglie, fratelli e parenti? Che cosa si lasciano dietro? Quando i martiri se ne sono andati, non è così? Cessano di esistere anche se solo nel pensiero e in spirito? O è il contrario e se ne sente ancor di più la presenza?”
Umm Said: “Al contrario, la loro presenza è ancora più grande e il loro ricordo è inciso nel nostro cuore. Noi stavamo seduti per celebrare il mese del Ramadan, possiamo godere tutti di un buon anno. Quando sediamo per il Ramadan, io guardo la sua foto così. Tutti pensano che io stia per recitare la benedizione “In nome di Allah clemente e misericordioso”, per cominciare il pasto che interrompe il digiuno. Io lo guardo e dico: “Avrei voluto che il mio giorno fosse giunto prima del tuo, che Allah ti benedica. Io avrei voluto che tu fossi qui con noi”. Ecco come gli parlo quando mi siedo per mangiare”.
Intervistatore: “Cosa ti dicono i suoi fratelli, i suoi figli e gli altri? Se Allah lo vuole, tu sarai sempre un modello di fermezza e di sopportazione”.
Umm Said: “Allah sia lodato. Al contrario, io sono molto felice, specialmente in questa occasione”.
Intervistatore: “… Naturalmente, la ricompensa di Umm Said e di tutte le madri dei martiri non è in vano. La pazienza, la forza di sopportare il dolore e l’esempio che ci danno. Non solo qui, questa è un’esperienza condivisa da tutte le società. Noi diciamo sempre - come hai ricordato prima - che Allah ti darà forza e sopportazione. Vorrei che tu concludessi con una nota ottimistica”.
Umm Said: “Allah sia lodato, io sono molto felice. Di più, piango di felicità. Questo è un giorno benedetto, il giorno in cui mio figlio mi ha dato motivo di andare a testa alta …”

Madri di altri martiri lodano le azioni dei loro figli

Madre n.2
: “Noi conserviamo la memoria del sangue del martire. Sono orgogliosa del martirio del mio figlio”.

Madre n.3: “Sono pronta a sacrificare la mia vita. Tutto quello che voglio è il martirio. Sono pronta a diventare martire per tutti i miei figli. Possa anche mio marito diventare un martire e se Allah lo vuole, possa anch’io morire da martire”.

Madre n.4: “In confronto ad altre quello che ho sacrificato io è nulla. E’ vero che ho sacrificato un figlio, ma altre ne hanno sacrificato due o tre. Spero che altri miei figli diventino martiri”.

Madre n.5: “Allah sia lodato. Io ringrazio Allah per tutto il bene che ci ha concesso. Ci ha benedetto col martirio. Se Allah lo vuole, anche noi moriremo da martiri come sono morti loro”.

Nota: (1) Al Manar TV (Libano), 11 novembre 2004.

(The Middle East Media Research Institute, 26 novembre 2004)

barbara




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11 agosto 2006

DUE PAROLE SU LONDRA

La prima: ogni volta che qualcuno - che può essere Magdi Allam, può essere Carlo Panella, può essere qualcuno dei pochissimi altri che hanno le idee chiare su come stanno le cose e su ciò che sta accadendo – tenta di lanciare un grido d’allarme, gli si dà del paranoico, gli si dà del pazzo, gli si dà del fissato, gli si dà del complottomane, gli si dà dell’ossessionato. Prima o poi, certo, arriverà il momento in cui a ognuno sarà chiaro che avevano ragione loro. Quel giorno però, temo, sarà troppo tardi per tutti noi. E anche per tutti loro.
La seconda: a scoprire in tempo il finimondo che stava per scatenarsi e salvare la vita a centinaia, forse anche qualche migliaio, di persone, sono state naturalmente le operazioni di intelligence. Che forse non sempre saranno state condotte con i guanti di velluto. Immagino che qualcuno avrebbe preferito i terroristi a piede libero e le migliaia di innocenti morti dilaniati, senza neanche un corpo da seppellire e una tomba su cui piangere. Io mi permetto, sommessamente, di dissentire.

barbara




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10 agosto 2006

COME SI FABBRICA UN TERRORISTA 4

Intervista alla madre di un suicida-bomba

The Middle East Media Research Institute, dispaccio 391, 19 giugno 2002


Il quotidiano londinese in lingua araba Al-Sharq Al-Awsat ha pubblicato un'intervista a Umm Nidal, la madre dello shahid [martire] Muhammad Farhat. Ecco alcuni brani dell’intervista:

D: "Lei ha avuto un ruolo nell’innestare questo spirito in Muhammad?"
Umm Nidal: "Allah sia lodato, io sono una mussulmana e credo nella Jihad. La Guerra Santa è uno degli elementi della fede ed è questa che mi ha incoraggiato a sacrificare Muhammad nella Jihad per amore di Allah. Mio figlio non è stato distrutto, non è morto; sta vivendo una vita più felice della mia. Se i miei pensieri fossero stati limitati a questo mondo, non avrei sacrificato Muhammad".
"Io sono una madre compassionevole verso i miei bambini ed essi lo sono nei miei confronti e si prendono cura di me. Poiché amo mio figlio, l'ho incoraggiato a morire come martire per amore di Allah... La Jihad è un obbligo religioso che incombe su di noi e noi dobbiamo eseguirlo. Io ho sacrificato Muhammad come parte del mio obbligo".
"Questa è una cosa facile. Non c'è disaccordo [tra gli studiosi] su questi argomenti. La felicità in questo mondo è una felicità incompleta; la felicità eterna è la vita nel mondo a venire, attraverso il martirio. Allah sia lodato, mio figlio ha ottenuto questa felicità".
D: " 'Imad 'Aql ha vissuto con voi ed è stato ucciso nella vostra casa. La sua personalità ha influito su Muhammad?"
(Durante la prima Intifada, Umm Nidal aveva nascosto per più di un anno nella casa di famiglia 'Imad 'Aql, il comandante dell'ala militare di Hamas "Izz Al-Din Al-Qassam Brigades")
Umm Nidal: "Muhammad aveva sette anni quando il martire 'Imad 'Aql viveva a casa con noi. Muhammad si è unito alle [Izz Al-Din] Al-Qassam Brigades all'età di sette anni. Malgrado la sua giovane età, era [un] assistente di 'Imad 'Aql, il comandante di Al-Qassam nella Striscia di Gaza. Mentre i suoi fratelli erano assenti, lui guardava la strada e prendeva messaggi da 'Aql per i mujahideen. Il martire Muhammad era l'allievo di Imad. Muhammad ascoltava 'Imad e lo osservava pianificare le operazioni ".

” 'Imad ha vissuto con noi per 14 mesi ed ha avuto una stanza nella nostra casa dalla quale pianificava le operazioni. I mujahideen venivano da lui e pianificavano e delineavano tutto, e il piccolo Muhammad era con loro, a pensare e pianificare. Questa è stata l’origine della passione di Muhammad per il martirio".
"Questa è stata l'atmosfera in cui la passione per il martirio si è sviluppata nell'animo di Muhammad. Come madre, naturalmente, io ho incoraggiato la passione per la Jihad nell'animo di Muhammad e in quello di tutti i miei figli, tutti appartenenti alle Al-Qassam Brigades. Mio figlio più grande, Nidal (31 anni), è ricercato ora dagli israeliani. Il mio secondo figlio si è preparato per un'operazione di martirio, ma è stato scoperto, arrestato e condannato a 11 anni di prigione. Ho un altro figlio, [Mu'min Farhat], che è la scorta dello Sceicco Ahmd Yassin".
"L'atmosfera a cui Muhammad era esposto era piena di fede e di passione per il martirio. Io sostengo che la fede di un uomo non raggiunge la perfezione se non arriva al sacrificio di se stessi...".

D: "Come l’ha salutata Muhammad, prima di compiere l'operazione?”.
Umm Nidal: "Muhammad era desideroso di compiere qualsiasi operazione di martirio... Mi ha giurato che l'unica ragione per cui amava la vita era la Jihad. Mi diceva che se il suo turno per la Jihad non fosse venuto, avrebbe lasciato l’ala militare del movimento, avrebbe preso la sua arma e sarebbe andato al campo di battaglia a combattere per conto suo".
"Ci ha provato molte volte. Usciva sulla strada di Al-Muntar, prendendo la sua pistola e le sue bombe, ma l’opportunità non si presentava. Tornava con il sangue bollente perché non era riuscito a compiere un'operazione. Agitava la sua arma e mi diceva: 'Mamma, questa è la mia sposa'. Amava così tanto la sua pistola".

"Mi informava, 'sto andando ora [a un attacco] . Non mi posso controllare’. Io gli rispondevo: ‘Avrai ancora una grande opportunità. Sii paziente, pianifica bene, in modo da non sacrificarti invano. Agisci con la mente, non con le emozioni...' ".
"Il giorno dell'operazione, è venuto a informarmi: 'Adesso, madre, parto per la mia operazione'. Si è preparato per l'operazione con due giorni di anticipo, quando è stato filmato il video. Mi ha chiesto di essere fotografata con lui, e durante la ripresa brandiva la sua pistola. Ho personalmente chiesto di fare il film in modo da poterlo ricordare".
"S’è preparato per compiere l'operazione e, quando è arrivato all'area, ha passato lì la notte con i suoi amici. Ero in contatto con lui e gli ho chiesto com’era il suo morale. Mi ha detto che era molto felice. Infatti, ho visto la sua faccia più felice che mai”.
"Si è preparato per la sua operazione con freddezza di nervi, completamente calmo e fiducioso, convinto che l'operazione avrebbe avuto successo".

"Ma mi sono preoccupata e ho temuto molto che l'operazione non sarebbe riuscita e che sarebbe stato arrestato. Ho pregato per lui quando ha lasciato la casa e ho chiesto ad Allah di far riuscire la sua operazione e di dargli il martirio. Quando è entrato nell’insediamento, i suoi fratelli nell'ala militare [di Hamas] mi hanno informato che era riuscito a infiltrarsi. Allora ho cominciato a pregare Allah per lui”.
"Ho pregato dal profondo del cuore che Allah desse successo alla sua operazione. Ho chiesto ad Allah di darmi 10 [israeliani] per Muhammad; Allah ha esaudito la mia richiesta e Muhammad ha realizzato il suo sogno, uccidendo 10 coloni e soldati israeliani. Il nostro Dio l'ha onorato ancora di più, visto che ci sono stati molti israeliani feriti".

"Quando l'operazione è finita, i media hanno trasmesso la notizia. Poi, il fratello di Muhammad è venuto da me e mi ha informata del suo martirio. Ho cominciato a piangere, ‘Allah è il più grande' e ho pregato e ringraziato Allah per il successo dell'operazione. Ho iniziato a emettere gridi di gioia e abbiamo dichiarato che eravamo felici. I giovani hanno cominciato a sparare in aria per la gioia del successo dell'operazione, come avevamo sperato per lui”.
"Dopo l’operazione da martire, il mio cuore era sereno su Muhammad. Ho incoraggiato tutti i miei figli a morire da martiri, e lo desidero persino per me stessa. Dopo tutto questo, mi sono preparata a ricevere il corpo di mio figlio, il puro shahid, per vederlo l'ultima volta e ricevere gli ammiratori che [sono venuti] da noi in gran numero e hanno partecipato alla nostra gioia per il martirio di Muhammad... ". (Al-Sharq Al-Awsat (Londra), 5 giugno 2002)

Qui gli altri.


barbara




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10 agosto 2006

HO CENATO CON GIAN ANTONIO STELLA

Ma non ve la posso raccontare, perché domani sarei ancora qui a scrivere. Posso solo dire che è una persona strepitosa, travolgente, unica. Capace di tirare fuori quantità mostruose di conoscenze come da una borsa di Mary Poppins, di raccontare con un garbo e una grazia ineguagliabili le barzellette più spinte, di prodursi in incomparabili imitazioni di ogni sorta di personaggi pubblici – per non parlare di quando fa le imitazioni delle imitazioni. E poi sentirgli raccontare la storia del gallo evaso con due galline, e i commenti sui politici a microfoni spenti, e di quando voleva fare uno scherzo a Magdi Allam e per un pelo non è finito impallinato dalla scorta, e le preoccupazioni di sua moglie per la gallina frustrata, e l’abete bianco cazzificato dai cervi e poi anche, sì, la voce che, come dice zemzem, è una voce per la quale si può anche prendere una cotta. Io non l’avevo mai sentita perché, come tutti sanno, non guardo la televisione, ed è stata davvero una gradevole sorpresa. Veramente una serata ricca. E per farmi perdonare di non raccontarvela, vi anticipo qualche notizia sul suo prossimo libro, che si baserà su una storia vera svoltasi nel Cinquecento tra Venezia e Istanbul. Adesso sta raccogliendo materiale documentario e poi partirà con la stesura. E voi, quando sarà il momento, ve ne beccherete la recensione.

barbara




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9 agosto 2006

DONNE: LA STRADA È ANCORA LUNGA

Riporto un articolo di Massimo A. Alberizzi pubblicato qualche giorno fa sul Corriere

In quest'enorme e ricchissimo Paese africano, dove domenica si sono svolte le prime elezioni libere da 40 anni, la popolazione continua a vivere in uno stato di soggezione, fisica e psicologica, verso i potenti, dai capi tribù, fino al presidente della Repubblica. E mentre si attendono i risultati del voto - non prima di due settimane - per sapere se verrà confermato il presidente Joseph Kabila o se a vincere sarà invece lo sfidante Jean-Pierre Bemba, la maggior parte della gente continua a subire violenze quotidiane. I più colpiti sono i bambini e le donne: i primi usati come forza lavoro o soldati, le seconde violentate, picchiate, torturate, schiavizzate. A Goma, nell'estremo est del Congo - al centro di una zona ricca di miniere, contesa da fazioni, milizie e vari signori della guerra, dove i saccheggi nei villaggi sono continui e i capi villaggio hanno perso il tradizionale ruolo di protettori delle comunità - opera un ospedale chirurgico che si occupa di donne stuprate. «Nonostante gli accordi di pace, ogni giorno ne arriva qualcuna - spiega Gwendolyn Lusi, una canadese che ha fondato la struttura nell'aprile 2003 -. Possiamo immaginare che a subire le violenze ce ne siano due, tre volte di più di quante arrivano qui. In due anni abbiamo trattato oltre 5mila donne. In maggioranza hanno avuto la famiglia massacrata e la casa distrutta». Le statistiche sono impressionanti: nel Congo orientale vengono violentate bambine di pochi mesi e donne che hanno superato gli 80 anni. Fino a pochi mesi fa erano due, trecento al giorno: ora sembra, per fortuna, che il loro numero sia sceso, poiché la fase intensa della guerra è passata. Le pazienti ricoverate nell'ospedale del Docs (Doctors on Call for Service) sono affette soprattutto dalla rottura della membrana che separa la vagina, la vescica e il retto. La lacerazione si può verificare per problemi di parto ma qui, molto più spesso, è provocata da stupri multipli e continuati e da torture inflitte con baionette, coltelli, bastoni, asce. «Talvolta infilano la canna di una pistola e poi sparano», racconta Francesca Morandini, Protection Officer dell'Unicef, che fa da tramite per parlare con le pazienti che si vergognano di raccontare le loro storie a uomini sconosciuti. Le donne ricoverate nell'ospedale di Goma rivelano particolari agghiaccianti, difficili da credere. Ma qui, in questo remoto angolo del pianeta convivono in un antagonismo perenne il paradiso terrestre del pianeta - con le sue foreste meravigliose e incontaminate e i vulcani fumanti sullo sfondo - e l'inferno della realtà quotidiana, fatta di massacri feroci, spietati e senza senso. Francine, 24 anni di Shabunda. «Cinque uomini di una banda armata Interahmwe (estremisti hutu ruandesi: combattono contro il governo del Ruanda ma sono sbandati in Congo, ndr) sono entrati nella mia capanna, hanno ammazzato mio marito e i miei figli. Mi hanno trascinato nella foresta e, dopo avermi fracassato con le baionette le braccia, mi hanno violentata a ripetizione. Così per nove mesi sono rimasta loro prigioniera nella foresta. Poi sono arrivati dei cercatori di miele. Mi hanno liberata e mi hanno indicato la strada per l'ospedale di Goma, dove sono stata aiutata e operata quattro volte. Non ho più nessuno e quando uscirò di qui non so dove andare». Linda, 24 anni, di Ufamando. «Ero incinta e stavo lavorando il campo quando sono arrivati i nemici e mi hanno stuprato. Il bimbo ha cercato di nascere ma è morto. Perdevo urina da tutte le parti e in queste condizioni ho raggiunto il mio villaggio. Tutte le case erano state bruciate e la gente, compresa mia madre, uccisa. Mi ha raccolto una cognata che mi ha portato in quest'ospedale. Mio marito si è sposato con un'altra. Ora sono sola. Spero che Dio mi assista». Bernardine, 20 anni. «Sono stata rapita dagli Interahmwe e portata nelle foresta. Mi violentavano in continuazione, senza alcuna pietà. Quando sono rimasta incinta i miei carcerieri hanno deciso di rimuovere il mio bambino prima con le mani, poi con una baionetta. Mi hanno devastata e lasciata in una capanna. Ho sofferto tantissimo. Sono stata salvata dai soldati che hanno attaccato il campo dei ribelli». Queste sono tre testimonianze, ma nell'ospedale di Goma se ne possono raccogliere a decine. Vedove con cinque o sei figli che sopravvivono vendendo acqua o banane e guadagnano 5 dollari al mese, ragazze ancora giovani, che però hanno un aspetto decrepito, rifiutate e abbandonate dai mariti a causa delle violenze subite. Donne cui è stata strappata la dignità, zombie senza alcuna aspettativa di vita che aspettano solo di morire. Persone che hanno visto e subito ogni genere di violenza. Le elezioni forse porteranno la democrazia in Congo, ma nessuno potrà mai ridare a questa umanità disperata e sofferente quello che ha perso per sempre: una vita decente.

E noi nel frattempo, come già altrove ho avuto occasione di dire, stiamo a farci le pippe con le quote rosa e con le discussioni se le signore in parlamento si debbano chiamare ministri o ministre.

barbara

Aggiornamento OT: raccomando caldamente a tutti di visitare assiduamente il blog di Simone, che sta attivamente staroccando tutti i tarocchi fabbricati in questi giorni dai complici massmediatici degli hetzbollah.




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9 agosto 2006

SENZA PAROLE



barbara




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8 agosto 2006

8 AGOSTO 1956

Riporto integralmente, per ricordare la tragedia di cinquant’anni fa, il bell’articolo di Gian Antonio Stella.

Marcinelle, morire nelle miniere quando l' Europa era ancora amara


CAUSA DEL DISASTRO Un cavo elettrico che correva accanto al tubo dell' olio

«Per portar via quei poveri corpi certe volte dovevamo squartare i cavalli. Troppo pesanti, non riuscivi a spostarli. E le carcasse ostruivano i cunicoli. C'erano decine di cavalli, a Marcinelle, nelle stalle sotterranee. Cavalli grossi, razza olandese. Capaci di tirare file intere di carrelli. Ne facemmo a pezzi diversi, per farci largo e recuperare i cadaveri. Fu dura. Dietro una porta, di quelle piazzate sulle gallerie per le correnti d'aria, trovai un bambino. Un ricciolotto. Aveva forse 14 anni ma con quei ricci sembrava ancora più piccolo. Era abbracciato a un altro minatore». Francesco Randazzo, l'ultimo dei soccorritori ancora vivo, se la ricorda come ieri la volta che scese nelle viscere di Bois du Cazier. Era in Belgio da dieci anni. Il padre, Michele, era stato tra i primi a partire dalla Sicilia («C'era la fame, le solfatare non pagavano manco in lire ma in buoni alimentari») in base all'accordo Roma-Bruxelles del 1946: «Per ogni scaglione di 1.000 operai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà in Italia: tonn. 2500 mensili di carbone, se la produzione mensile sarà inferiore a tonn. 1.750.000; tonn. 3500 mensili, se la produzione sarà compresa tra 1.750.000 e 2.000.000 tonn.; 5000 mensili se...». Pochi mesi e lui l'aveva raggiunto con la mamma e il fratello Bernardo: «Io avevo 14 anni, lui 15. La "casa" era un magazzino dismesso di carbone. Le pareti erano nere, non c'era il cesso, né la luce, né l'acqua». Spediti da subito in miniera, quell'8 agosto 1956 i due avevano ancora muscoli da torelli ma già l'esperienza dei minatori esperti. Ed erano stati arruolati nella squadra di salvataggio della società Ressaix: «Gli incidenti erano continui. Non passava settimana senza un morto». Quella mattina era di turno: «Suonò il telefono, risposi io, diedi l'allarme. L'ingegnere disse: "Tutti a Marcinelle!" Quando arrivammo, dalla "mina" usciva una nuvola nera.

                              

E tutte le donne, i figli, i fratelli erano lì». 

                         

C'è una foto: una donna, angosciata, chiede notizie ad Angelo Galvan, uno dei soccorritori che, sconvolto, tiene gli occhi bassi: «Cosa è successo?». Certo non avrebbe fatto luce il processo, chiuso con un verdetto di «non competenza». Un errore umano, pare: un carrello sfuggito a un minatore, a 975 metri, aveva tranciato un cavo elettrico. Fin qui l'errore. Il resto no, il resto era dovuto a responsabilità precise. Sfruttata dal 1822, la miniera era stata via via ampliata di aggiunta in aggiunta. Risultato: lì dove era successo l'incidente il cavo elettrico correva (incredibile) accanto al tubo dell'olio, che con la scintilla aveva preso fuoco. Incendiando via via, come micce, tutte le condotte. I morti furono 262: belgi, polacchi, ungheresi, greci, marocchini... Ma soprattutto italiani: 136. Alcuni mai ritrovati, altri sepolti con la scritta «inconnu» (ignoto), altri ancora identificati grazie a un anello o alla lampada... Molti, spiega Randazzo, furono trovati intatti, asfissiati, dopo che avevano disperatamente cercato di sfuggire al fuoco, di galleria in galleria: «Ne trovammo a diversi chilometri. Ricordo una scritta su una tavola, firmata dal pourion (caposquadra) Goret. Diceva: "Scappiamo verso la 26PO". Era impossibile trovarli vivi, ma volevamo crederci... Niente. Tutti morti». Restarono a Marcinelle 23 giorni, Francesco, Bernardo e la squadra, a recuperare i morti: «Sei o sette erano annegati. L'acqua buttata nella "mina" contro l'incendio aveva allagato certi cunicoli e non avevano avuto scampo. Dovemmo calare dei gommoni, un chilometro sotto terra, per tirarli su». Sente ancora sul petto le pareti di una lunga vena di carbone nella quale dovette infilarsi: «Era una fessura così stretta che i piedi, strisciando, dovevi tenerli allungati in orizzontale: 30 centimetri, non di più. Un piccolo assestamento e sarei rimasto lì». Sua moglie, Rosa, ricorda quelle settimane come un incubo: «Andavo lì tutti i giorni. Ma lui era sempre sotto. Ero terrorizzata. Ricordo l'odore della morte. Mio Dio, l'odore! L'ho ancora nelle narici». Al funerale collettivo, scrisse il Sole d'Italia, c'erano 80 mila persone.

                            

C'era, bontà sua, anche il nostro ambasciatore. Non il presidente Giovanni Gronchi, non il capo del governo Antonio Segni, non un solo ministro. Neppure uno.

Ricordiamo questa immane tragedia, e tutte le sue vittime che non hanno mai ottenuto giustizia.

barbara




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8 agosto 2006

LA STORIA DELL’AMORE

«Mi arrotolo i pantaloni sul polpaccio, guardo quelle due estremità decrepite che sono i miei piedi e aspettiamo insieme che trascorra un minuto d’orologio prima che lui capisca che sto aspettando proprio quello, e cioè che lui mi infili gli stivaletti. Alla fine non compro mai niente. La sola cosa che non voglio è morire senza che quel giorno qualcuno si sia accorto di me». E si può capire: si può ben capire che chi ne ha visti scomparire milioni senza che nessuno si accorgesse di loro desideri più di ogni altra cosa che qualcuno si accorga di lui quando se ne andrà.
Il libro, comunque, non è la storia dell’amore, bensì la storia del libro “La storia dell’amore”. E di come si è perso e poi ritrovato. E della ragazza cui è stato dato il nome della protagonista di tutte le storie della storia dell’amore, che con l’aiuto del padre morto e di Saint Exupery si mette tenacemente a caccia di tracce e di indizi, e dell’uomo pronto a pagare una fortuna alla madre della ragazza perché gli traduca la storia dell’amore, e di uno scrittore che forse non era uno scrittore, e di un morto che forse non è morto. O forse sì. E di un figlio che non sa di chi è figlio. O forse sì. E di un bambino che forse è il Messia. O forse no, ma un piccolo miracolo riesce ugualmente a compierlo. Forse. Un capolavoro assoluto, da leggere tutto in una notte.



Nicole Krauss, La storia dell’amore, Guanda

barbara




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7 agosto 2006

UNA DOMANDA ALLE ANIME BELLE

La guerra no, perlamordiddio! La guerra è brutta sporca e cattiva e muoiono i bambini innocenti, non è questo il modo di combattere il terrorismo! L’embargo no, perlamordiddio! L’embargo è brutto sporco e cattivo e muoiono i bambini innocenti, non è questo il modo di combattere il terrorismo! E allora, come si dovrebbe combattere il terrorismo? Ma è chiaro: CON L’INTELLIGENS!! Il terrorismo si combatte con un buon lavoro di INTELLIGENS, che individui i terroristi e li neutralizzi. È dall’11 settembre che lo sentiamo questo mantra, vero? È dall’11 settembre che ci sentiamo dire che un’alternativa – l’unica valida, l’unica possibile, l’unica che non sia immorale e criminale - all’uso di strumenti che, come la guerra e l’embargo, coinvolgono inevitabilmente anche chi con il terrorismo non ha niente a che fare, è appunto un uso massiccio dell’intelligence. Ebbene, ad un certo momento è accaduto che qualcuno ha commesso un errore e un’operazione di intelligence, che per sua natura sarebbe dovuta rimanere coperta, è diventata di pubblico dominio. E che cosa è successo? Che si è scatenato il finimondo. È un’illegalità! si sono messe a starnazzare le anime belle come tante galline spennate. È un’indecenza! È una vergogna È inammissibile! È inconcepibile! È intollerabile! Fermare! Bloccare! Arrestare! Incarcerare! Condannare! Impedire! Mai più!
La domanda alle anime belle è: scusate, ma voi che cosa intendete per intelligence? Che cosa credete che siano le operazioni di intelligence? Come credete che funzioni l’intelligence? E non venitemi a dire, per favore, che intendete operazioni rispettose della legalità, perché allora dimostrate di essere ancora più deficienti del già immensamente deficienti che sapevamo da sempre.

barbara




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7 agosto 2006

7 AGOSTO 1998

A distanza di soli dieci minuti due esplosioni sventrano le ambasciate americane di Nairobi, in Kenya e Dar-es-Salaam, capitale della Tanzania. Il primo attentato causa 222 morti (tra cui 12 diplomatici Usa) e oltre 4.500 feriti. La seconda bomba causa 11 morti e 85 feriti. Dietro a entrambi gli attentati l'ombra di Osama Bin Laden.

E non avevamo capito. E qualcuno continua a non capire ancora oggi.

                        

barbara




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6 agosto 2006

HO INCONTRATO MAGDI ALLAM (e ancora mi sto leccando le dita)

Avevo scritto questo pezzo due anni fa, per “Ebraismo e dintorni”, e ho voglia di riproporvelo.

Sì. Mi ero impegnata a scrivere un resoconto dell'incontro con Magdi Allam - nell'ambito degli "Incontri con l'autore" organizzati ogni anno dal Comune durante la stagione turistica - ma se avessi saputo prima che è così affascinante non so se avrei preso questo impegno: distogliere gli occhi da quel suo viso bruno - molto più giovane di quanto l'anagrafe vorrebbe raccontare - dal sorriso di bambino timido, con gli occhialini da scolaro modello, per rivolgerli al blocco degli appunti, ridurre la sua voce melodiosa a mero strumento di informazioni, davvero, non è stato per niente facile, ma ho tentato di fare del mio meglio, ed ecco qui il risultato.

Ha parlato molto, Magdi Allam, e ha detto molte cose - questo va precisato, perché non sempre le due cose coincidono - e ogni sua parola era balsamo sull'anima graffiata da tante menzogne, da tanta malafede, da tanto odio. Ha parlato del terrorismo islamico chiamandolo terrorismo islamico, senza gli ipocriti eufemismi inalberati da troppi buonisti terzomondisti nostrani. E noi dobbiamo smetterla - questo è un messaggio su cui Magdi Allam batte con forza - di attribuire la causa del terrorismo alle "colpe dell'occidente", dobbiamo smetterla di pensare che noi ne siamo i responsabili, dobbiamo smetterla di credere che il terrorismo sia la reazione ai torti da noi inflitti al resto del mondo: queste idee sono del tutto infondate, il terrorismo non è reattivo bensì aggressivo. E non va dimenticato che Osama bin Laden non è un miserabile disperato uscito dai campi profughi palestinesi, bensì un miliardario ben istruito, che ha scelto di investire i suoi miliardi nel terrorismo come via più semplice e più breve per conseguire il potere, perché questo è l'obiettivo di Bin Laden: non la redenzione dei poveri della terra, bensì IL POTERE. E se non arriveremo a capire questo, difficilmente potremo combattere efficacemente contro il terrorismo. Un altro nostro errore è quello di credere che il terrorismo sia un fenomeno di importazione: non è così. Sia i terroristi dell'11 settembre che quelli dell'11 marzo erano arrivati in Europa laici, e qui sono stati indottrinati. Che cosa dobbiamo dunque fare per combattere questo fenomeno? Innanzitutto avere le idee ben chiare su che cos'è e come funziona. E tenere presente che al Qaeda è una rete: il centro dà l'ispirazione, le idee guida, ma le varie cellule disseminate ovunque sono autonome, e dunque, di fronte a un terrorismo globalizzato, anche la nostra azione dev'essere globale, e non limitarsi a colpire il singolo terrorista, o la singola cellula. E una grossa responsabilità pesa anche sui giornalisti, che senza una corretta comprensione del fenomeno e dei suoi meccanismi rischiano di farsi megafono del terrore. Infine dobbiamo ricordare che il "popolo delle moschee" - quello a forte rischio di indottrinamento - rappresenta non più del 5% dei musulmani presenti in Italia. E dunque si prospettano due tipi di intervento: uno, inevitabile, di tipo repressivo, nei confronti dei burattinai del terrore; l'altro di tipo politico, consistente nel tendere la mano a quelli che si vogliono integrare, instaurando un rapporto costruttivo con la comunità musulmana. E qui sta il limite, l'errore della politica americana (e sempre e solo di errori, parlerà per tutta la durata dell'incontro, mai di colpe): in un intervento basato esclusivamente sulle armi, senza il supporto di un piano politico per recuperare chi terrorista non è.
E arriva, inevitabile come la pioggia d'autunno, la neve d'inverno, il vento di primavera nelle valli dolomitiche, la domanda imbecillina e provocatoria: sappiamo benissimo che l'America è andata in Iraq solo per il petrolio blablabla, e l'invasione e l'occupazione blablabla, e le colpe dell'occidente blablabla, e perché un kamikaze non dovrebbe farsi saltare? Io lo capisco benissimo, uno che va a farsi saltare! E inevitabile come la pioggia d'autunno ecc. ecc. arriva anche l'applauso del pubblico imbecillino. E Magdi Allam non fa una piega: con la pazienza di un maestro paziente alle prese con scolari un po' tardi riparte daccapo: la dobbiamo smettere di darci la colpa di tutto ciò che succede; Osama bin Laden è miliardario; PRIMA ci sono stati gli attacchi terroristici e POI le risposte americane - e qui apre un nuovo capitolo: l'Iraq era FONDATAMENTE considerato la guida degli stati canaglia: Saddam pagava 25.000 dollari a ogni famiglia di terroristi suicidi palestinesi, dava rifugio ad Abu Nidal e Abu Abbas, e altro ancora. Ed è ridicolo pensare che l'America abbia fatto la guerra per andarsi a prendere il petrolio in una regione in cui, oltretutto, stava già da prima. E ricorda ancora una volta che senza l'11 settembre non ci sarebbe stato l'intervento in Afghanistan, e se Saddam Hussein non fosse stato uno sponsor del terrorismo internazionale non ci sarebbe stato l'intervento in Iraq. E l'applauso per Magdi, per fortuna, è decisamente più forte di quello prima dedicato all'imbecillino. Poi arriva una domanda ancora più imbecille: lei è figlio della cultura araba musulmana, dice uno, ma vive nella cultura occidentale. Adesso che c'è questo conflitto fra islam e occidente, lei da che parte sta, di quale cultura si sente figlio? Domanda fatta in quel tono arrogante e provocatorio con cui capita di sentir chiedere agli ebrei se stanno con lo stato in cui vivono o con Israele. Come se l'Italia fosse in guerra con Israele. O con la religione di Magdi Allam. Magdi Allam solleva per un istante le mani, ad accarezzare l'aria. Mani bellissime, dalle dita d'avorio lunghe e affusolate, delicate come aurore boreali. E tuttavia asciutte e forti, come constaterò quando andrò a salutarlo. Mani da pianista. Mani da levatrice, mi viene improvvisamente da pensare, che da un ammasso di sangue e feci traggono alla luce, intatta, la vita. La speranza. Il futuro di tutti noi. La risposta arriva lenta, ma forte, sicura, e la voce echeggia tra le volte del patio: io sono figlio di una civiltà comune, che crede in valori comuni, che crede nella sacralità della vita.
E poi c'è un signore indignato, scandalizzato, inorridito, che ha letto sul giornale, e poi l'ha anche visto alla televisione ("perché io la seguo, sa, io la seguo da tanto, ma proprio da tanto tanto, la seguo sempre io, sa!"), e gliel'ha rimproverato anche Bruno Gravagnuolo sull'Unità ("lei lo conoscerà, immagino") insomma, Magdi Allam era favorevole alla guerra in Iraq! Impassibile come Ramses II nel tempio di Abu Simbel Magdi ascolta il lungo sproloquio e poi risponde. Con voce secca. Sì, lui è stato favorevole alla destituzione di Saddam Hussein, responsabile del genocidio del suo popolo, responsabile di due guerre, responsabile della sponsorizzazione del terrorismo, responsabile di aver costretto due intere generazioni di iracheni a crescere conoscendo solo la guerra. L'errore di Bush è stato quello di aver puntato sulla scoperta delle armi di distruzione di massa come pistola fumante quando di pistole fumanti, in realtà, in Iraq ce n'erano milioni, e sotto gli occhi di tutti. Ricorda inoltre che l'intervento in Bosnia e in Kosovo, che ha comportato combattimenti e bombardamenti, NON aveva il supporto dell'Onu, ed era stato tuttavia approvato da un governo di centro-sinistra. Quindi se era legittimo quell'intervento, gli stessi criteri devono valere anche per l'Iraq, e anche questo intervento deve essere considerato legittimo.
E giunge l'ultima domanda, certamente attesa, forse, chissà, anche sperata: quanto può aver influito il conflitto arabo-israeliano (dice proprio così, questo signore che ha un po' di anni sulle spalle: arabo-israeliano, come si chiamava quando è cominciato, e non israelo-palestinese, come si è chiamato dopo il 1967) in queste forme di estremismo? Non è la domanda provocatoria di chi ha in tasca la propria verità e sfida l'interlocutore a contestargliela: è la domanda pacata di un onest'uomo che sta cercando di capire e si rivolge con fiducia a chi ne sa di più. E Magdi Allam parte come un panzer. Non aggressivo, no, aggressivo non lo è mai, ma con la decisione e la forza di un panzer - vorrei dire (posso dirlo?) di un Merkava - che si butta dritto sul bersaglio. E il bersaglio di Magdi Allam è, ancora una volta, la verità: una verità che non molti conoscono e meno ancora vogliono conoscere. Ricorda che nell'atto costitutivo del "Fronte internazionale islamico per la Guerra santa contro gli ebrei e i crociati" di bin Laden la questione palestinese non entra se non di sfuggita, molto marginalmente, e solo dopo l'11 settembre Bin Laden comincia a parlare dei palestinesi, che sono usati in modo strumentale, e non certo perché bin Laden si interessi alla loro sorte. Naturalmente se si riuscisse a risolvere pacificamente il conflitto verrebbe meno un elemento forte su cui il terrorismo islamico oggi fa leva per arruolare giovani e per avere un grosso impatto sull'opinione pubblica occidentale, ma resta il fatto che il conflitto viene strumentalizzato dai burattinai del terrore per i loro interessi, e non per amore dei palestinesi. E non va dimenticato che ci sono gruppi terroristici palestinesi che rifiutano la pace, che rifiutano l'esistenza di Israele, che ogni volta che si profila un incontro che potrebbe aprire uno spiraglio alla pace compiono un attentato per impedirlo e per provocare la risposta israeliana, innescando così la solita spirale attentato palestinese - rappresaglia israeliana (sì, anche Magdi Allam si serve del luogo comune della "spirale" però, a differenza di tanti suoi colleghi, ne colloca correttamente l'origine negli attentati palestinesi, e non nelle risposte israeliane).
E quali sono le prospettive per il futuro? Magdi Allam si dice fiducioso. Ricorda che nell'Egitto degli anni Cinquanta, in cui è nato, e Sessanta, in cui è cresciuto, non si vedevano donne velate, la politica era nettamente separata dalla religione, lo stato era laico, proiettato verso la modernità e l'occidente; l'involuzione e la fatale discesa verso l'integralismo sono cominciati dopo, in Egitto come in tutto il mondo islamico. E come tutti gli organismi, anche l'integralismo terrorista, dopo essere nato è cresciuto, e adesso sembra stia toccando l'apice della maturità; e dunque ci si può ragionevolmente aspettare che a questa fase seguirà quella della regressione, fino alla sua totale scomparsa.
Che altro dire? L'umanità e l'apertura di Magdi Allam, innanzitutto: quando elenca i bersagli e le vittime del terrorismo e dell'odio, gli ebrei sono sempre nominati per primi. E la sua dignità. Quella per esempio, davvero regale, con cui, a chi arrogantemente gli rinfaccia: "Dove sarebbero i musulmani moderati? Io non ne sento uno che condanni il terrorismo" risponde: "Io sono musulmano. E sono qui a testimoniare la mia condanna al terrorismo". E il suo coraggio. Perché a dire quello che dice, a scrivere quello che scrive, Magdi Allam rischia, e molto. Basta fare un giro in internet per accorgersi di quanto odio lo circondi e lo segua ovunque. E poi una cosa ancora. Anni fa, in occasione dei mondiali di calcio, un giornalista pubblicava ogni giorno i suoi commenti sotto forma di finte discussioni al bar Sport, e aveva inventato un personaggio, non ricordo se etiope o somalo che, unico nel gruppo, sapeva tutti i congiuntivi perché aveva studiato nelle scuole italiane all'estero. Mi è tornato alla mente ascoltando e leggendo Magdi Allam, al quale mi permetto di dare un consiglio: caro Magdi, perché non cerca di trovare un po' di tempo per dare qualche lezione di italiano ai suoi colleghi che hanno studiato nelle scuole italiane in Italia? Sapesse quanto gliene sarebbero grati tutti i lettori!

Una nota: quando ho scritto questo pezzo non sapevo che Magdi Allam era sotto scorta in quanto condannato a morte dagli integralisti islamici. Per questo ho parlato solo dell’odio che lo circonda e delle porcherie incontrate in internet.

barbara




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6 agosto 2006

AMARA VERITÀ



E ricordiamo che le vittime non sono solo libanesi.

barbara




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5 agosto 2006

LA VOGLIA DI FAVOLE DEL MONDO ARABO – PARTE SECONDA

Potrei andare avanti con questa storia dimenticata­ deliberatamente scordata. Ma ormai avete capito. Non c'è stato alcun complotto ebraico per scacciare gli arabi dalle loro case nel 1948. Non è mai accaduto. Ci sono invece copiose prove che mostrano come gli ebrei avessero pregato i loro vicini arabi di restare e vivere in pace e armonia. Tuttavia, nonostante le parole chiare e per niente ambigue degli osservatori arabi dell'epoca, la storia è stata efficacemente riscritta per far apparire gli ebrei come i cattivi.
Gli stati arabi che hanno cominciato le ostilità non hanno mai accettato la responsabilità - nonostante le loro enormi ricchezze e la loro capacità di assorbire decine di milioni di rifugiati nelle loro grandi nazioni sotto-popolate. E gli altri stati non hanno fatto accettare loro questa responsabilità.
Oggi, naturalmente, questa farsa crudele continua. Le sofferenze di milioni di arabi vengono perpetuate soltanto per motivi politici dagli stati arabi. Sono semplici pedine nella guerra per distruggere Israele.
C'erano circa 100 milioni di profughi nel mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale. I palestinesi sono gli unici nel mondo a non essere stati assorbiti o integrati nelle loro terre. Da allora, milioni di profughi ebrei da tutto il mondo sono stati assorbiti nel piccolo stato di Israele.
Non ha senso aspettarsi che lo stesso piccolo stato risolva la crisi dei profughi che non ha creato. Pensate forse che agli arabi interessi veramente la sorte dei profughi? Vorrei farvi notare che Israele, fra tutti gli stati mediorientali, ha trattato i profughi arabi con maggior correttezza e compassione.
Lasciate che vi faccia un esempio:
Secondo il "Jordan Times" "i profughi palestinesi in Libano, ai quali sono a lungo stati negati molti diritti civili, compreso il diritto al lavoro, devono adesso affrontare un ulteriore ostacolo alle loro esistenze precarie. In base a un decreto introdotto dal parlamento l'anno scorso, gli arabi palestinesi saranno privati del diritto alla proprietà. Chi già possiede delle proprietà non potrà passarle ai propri figli"
Provate a immagine cosa sarebbe successo se Israele avesse emanato una legge simile? Vi lascio immaginare quali strepiti sarebbero stati fatti a livello internazionale. Cosa avrebbero detto le Nazioni Unite? Come avrebbero vista i media occidentali un piano così draconiano?
Tuttavia questo è successo in paese arabo senza che praticamente nessuno lo abbia commentato - a parte qua [negli Stati Uniti. N.d.T.].
E riflettiamo sulla motivazione lucida per questa azione in Libano, come viene descritta dal "Jordan Times": "Il parlamento libanese ha approvato questa legge per proteggere il diritto dei profughi palestinesi al ritorno nelle loro case da cui sono fuggiti dopo la creazione dello stato di Israele su terre palestinesi nel 1948". Non vi sembra bello? "Proteggiamo i vostri diritti negando i vostri diritti".
Mentre Israele muore dalla voglia di fare concessioni agli arabi palestinesi - soprattutto quelli vittime della guerra del 1948 - gli stati arabi hanno solo cercato di sfruttare le loro miserie. E lo sfruttamento continua ancor oggi. È nascosto. È una questione legale. E il mondo non lo nota.
Fin da quando ho scritto un articolo nell'ottobre del 2000, chiamato "I Miti del Medioriente", i lettori da tutto il mondo mi hanno chiesto cosa significa il termine "palestinesi": La semplice risposta è che significa qualsiasi cosa Arafat voglia che significhi.
Arafat stesso è nato in Egitto. In seguito si è trasferito a Gerusalemme. Infatti la maggior parte degli arabi che adesso vivono nei confini di Israele sono venuti da qualche altro paese arabo in un qualche momento della loro vita. Gli arabi continuano a migrare verso Israele anche oggi. Continuano a trasferirsi nell'Autorità Palestinese. Immigravano là prima ancora che Israele ne abbandonasse il controllo.
Gli arabi hanno costruito 261 insediamenti in Cisgiordania dal 1967. Non sentiamo parlare molto di questi insediamenti. Sentiamo invece parlare degli insediamenti ebraici che sono stati creati. Sentiamo come essi siano destabilizzanti, come siano provocatori. Tuttavia soltanto 144 insediamenti ebraici sono stati costruiti dal 1967, compresi quelli intorno a Gerusalemme, in Cisgiordania e Gaza.
Questo fenomeno è nuovo? Assolutamente no. È sempre stato così. Gli arabi migravano verso Israele e il suo ambiente fin da quando è stato creato e anche prima, contemporaneamente all'ondata migratoria ebraica in Palestina prima del 1948.
Winston Churchill nel 1939 disse: "Lungi dall'essere perseguitati, gli arabi hanno affollato il paese e si sono moltiplicati tanto che la loro popolazione è aumentata così tanto che perfino tutto l'ebraismo mondiale non sarebbe in grado di far aumentare altrettanto la popolazione ebraica".
E questo solleva una domanda che non ho mai sentito fare: Se la politica di Israele rende la vita così intollerabile per gli arabi, perché continuano ad immigrare nello stato ebraico?
Questa è una domanda importante ora che vediamo il dibattito palestinese spostarsi sul "diritto al ritorno". Secondo le stime più liberali delle fonti arabe da 600.000 a 700.000 se ne andarono da Israele intorno al 1948, quando fu creato lo stato ebraico. La maggior parte non venne cacciata dagli ebrei, ma se ne andò su sollecitazione dei capi arabi che avevano dichiarato guerra a Israele. Tuttavia vi sono molti più arabi che vivono nei territori oggi che allora. E la maggior parte di coloro che se ne andarono nel 1948 era originaria di altri stati arabi.
Ecco perché è difficile definire il termine "palestinesi". Lo è sempre stato. Cosa significa? Chi è un "palestinese"? È qualcuno venuto a lavorare in Palestina per via di una economia fiorente e maggiori opportunità di lavoro? E qualcuno che è vissuto nella zona per almeno due anni? Cinque anni? Dieci anni? È qualcuno che una volta ha visitato quella zona? È qualsiasi arabo che voglia vivere in quella zona?
Sebbene gli arabi siano molti di più degli ebrei in Medioriente - in una proporzione di 100 a 1 -, la popolazione araba di Palestina era storicamente molto bassa, fino al rinnovato interesse ebraico per quelle zone agli inizi del XX secolo. Per esempio, una guida turistica della Palestina e Siria, pubblicata nel 1906 da Karl Baedeker, illustra come, anche quando l'Impero Ottomano governava la zona, la popolazione musulmana di Gerusalemme era minima. Il libro stima che la popolazione totale della città sia di 60.000 persone, di cui 7000 musulmani, 13.000 cristiani e 40.000 ebrei.
"Il numero degli ebrei è cresciuto grandemente negli ultimi decenni, nonostante il fatto che sia loro vietato immigrare o possedere proprietà terriere" dice il libro. Nonostante gli ebrei fossero perseguitati, venivano lo stesso a Gerusalemme e costituivano la stragrande maggioranza della popolazione già nel 1906.
Perché i musulmani erano così pochi? Dopotutto ci dicono che Gerusalemme è la terza città santa dell'Islam. Sicuramente se questo fosse stato creduto nel 1906, i più devoti si sarebbero stabiliti là. La verità è che la presenza ebraica a Gerusalemme e in tutta la Terra Santa è continuata in tutta la sua sanguinosa storia, come documentato dal libro fondamentale di Joan Peters sulle origini del conflitto arabo-israeliano nella regione, "Da tempo immemorabile".
È anche vero che la popolazione araba è cresciuta dopo l'immigrazione ebraica nella zona. Gli arabi arrivarono per via delle attività economiche. E, che lo si creda o no, vennero perché c'erano più libertà e più opportunità in Israele che nelle loro patrie.
È tempo di inserire la questione dalla libertà nel dibattito. Negli ultimi anni Freedom House, l'organizzazione per i diritti umani che controlla come gli stati del mondo trattino i propri cittadini, ha notato che vi è una tendenza globale ad allontanarsi dai regimi totalitari e autoritari per andare verso maggiori libertà, dappertutto tranne che nel mondo arabo.
Ci sono 22 stati arabi, tutti a loro modo stati di polizia. Se gli Stati Uniti continuano a premere per uno stato palestinese sotto la leadership di Yasser Arafat, ce ne saranno 23. Speriamo e preghiamo che questa amministrazione cominci a capirlo. Ci sono forti indicazioni che stia avvenendo. La prossima campagna in Iraq può rappresentare uno spartiacque nella storia del Medioriente. Immaginate un Iraq libero. Immaginate un Afghanistan libero. Immaginate un Iran libero. Immaginate un Libano libero.
Tutto questo può accadere. Se ci poniamo degli obiettivi alti e agiamo responsabilmente, se siamo coraggiosi e risoluti nell'affrontare questa guerra al terrorismo - questa guerra che non abbiamo iniziato - tutto questo può accadere. (WorldNetDaily.com, 24 febbraio 2003 - da "Amici d'Israele", traduzione italiana di Valentina Piattelli)

barbara




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4 agosto 2006

LA VOGLIA DI FAVOLE DEL MONDO ARABO – PARTE PRIMA

Quello che segue è un pezzo fatto sulle osservazioni di Joseph Farah al simposio della Coalizione Cristiana sull'Islam, il 15 febbraio 2003 a Washington, D.C., e quindi trasmesso due volte su C-SPAN [canale televisivo specializzato in politica]. Centinaia di telespettatori hanno scritto chiedendo una trascrizione del suo discorso; questa ne costituisce una versione ridotta.

Sono veramente infastidito, soprattutto dopo l'11 Settembre, da tutti i portavoce autoproclamati arabi-americani o musulmani-americani che vedo nelle varie trasmissioni. Quel che mi infastidisce è il modo in cui palesano la loro mancanza di apprezzamento per come gli americani sono tolleranti, privi di pregiudizi e di mentalità aperta verso di loro e verso il mondo arabo e musulmano. Gli americani sono così buoni, così corretti e così comprensivi. Non sono certo pronti a generalizzare e imporre stereotipi - anche quando sarebbe nel loro interesse.
Questa settimana in due giorni ho preso 9 differenti voli aerei e sono passato da 9 diversi controlli di sicurezza degli aeroporti. Neanche una volta in questi due giorni mi è stato rivolto lo sguardo più di una volta dal personale di sicurezza. Né sono stato sottoposto a particolari controlli extra. E sono un arabo americano. Ho un faccia araba e un nome arabo. Ma non mi hanno controllato più degli altri. Invece ho visto giovani madri con bambini piccoli lottare per convincerli a passare ulteriori controlli. Ho visto anche una nonna affrontare l'insolenza di controlli extra.
E nel frattempo le lobby dei musulmani-americani e gruppi anti-discriminazioni degli arabi-americani denunciano questo paese come se fosse razzista e attuasse una politica discriminatoria nei loro confronti. Non è vero. E quel che è peggio è che ci sarebbe ogni ragione di buon senso per farlo.
La minaccia del terrorismo negli Stati Uniti viene in gran parte, se non esclusivamente, dagli arabi e dai musulmani. Noi ignoriamo questo fatto a nostre spese. Quando viaggio in Medioriente, uso spesso l'El Al (la compagnia aerea israeliana). In realtà è la mia preferita. Perché? Per la sua grande sicurezza. So che per la mia origine araba i miei bagagli saranno controllati più scrupolosamente degli altri. Questo mi dà fastidio? Per niente. In realtà sono loro grato, perché so che questo personale di sicurezza non sta solo proteggendo i passeggeri, stanno proteggendo me. Ha senso fare queste differenze - soprattutto quando siamo in guerra e il nostro stile di vita è a rischio.
Per chi di voi non ha letto i miei scritti sul Medioriente e il conflitto fra Occidente e Islam, non ritengo che queste battaglie avvengono per scarsa comprensione. Non credo siano dovute alla difficoltà di comunicare. Non credo dipendano dall'incapacità di trovare un compromesso. Penso dipendano da persone malvagie che fanno cose malvagie, ecco la verità pura e semplice.
Sono arrivato ad occuparmi della questione mediorientale in un modo un po' diverso da quello di altri. Sono un giornalista arabo-americano cristiano. Sono arrivato alle conclusioni appena esposte attraverso esperienze di prima mano, occupandomi per lavoro di Medioriente in loco. Nei miei 25 anni di carriera come inviato di un giornale, ho avuto due obiettivi: Hollywood e il Medioriente. Vi chiederete cosa abbiano in comune. Hanno in comune il fatto che entrambi sono a metà fra realtà e sogno. Entrambi si basano su leggende. In realtà la capacità degli arabi di creare favole, reinventando la storia e drammatizzando i fatti farebbe arrossire Oliver Stone. E sono queste leggende che vorrei affrontare oggi nel poco tempo che abbiamo.
Qual è la contesa? Quali sono le radici del conflitto? Se credete a quello che sta scritto negli articoli, i palestinesi vorrebbero una patria e i musulmani vorrebbero controllare luoghi che considerano sacri? Semplice, no? Sbagliato! In realtà queste due richieste non sono altro che mosse strategiche, giochetti della propaganda. Non sono altro che scuse false e tentativi di razionalizzare il terrorismo e l'assassinio degli ebrei. Il vero obiettivo di chi fa queste richieste è la distruzione dello stato di Israele.
La prova è che prima della guerra arabo-iscraeliana del 1967, non c'erano seri movimenti per la creazione di uno stato palestinese. Perché? Nel 1967, durante la guerra dei sei giorni, gli israeliani conquistarono la Giudea, la Samaria e Gerusalemme Est, ma non presero questi territori ad Arafat. Li conquistarono a Hussein, Re di Giordania. Perché i cosiddetti palestinesi improvvisamente scoprirono la loro identità nazionale dopo che Israele aveva vinto la guerra? Perché non c'era stata prima la richiesta di uno stato palestinese?
La verità è che la Palestina non è più reale del paese dei balocchi. La prima volta che questo nome è stato usato è stato nel 70 D.C., quando i romani commisero un genocidio nei confronti degli ebrei, distrussero il Tempio e dichiararono che le terra di Israele non sarebbe esistita più. Da allora, promisero i romani, sarà chiamata Palestina. Il nome deriva, si pensa, dai filistei, un popolo conquistato dagli ebrei secoli prima. Contrariamente a quello che vi dirà Arafat, i filistei erano estinti all'epoca. Ad Arafat piace fare finta che il suo popolo sia il discendente dei filistei. Invece il nome era stato scelto semplicemente per insultare gli ebrei - non erano stati annientati, ma la loro terra veniva chiamata con il nome di un popolo che avevano conquistato.
La Palestina non è mai esistita - prima o dopo - come stato nazione. Quella terra stata governata a turno da Roma, dai crociati cristiani e islamici, dall'Impero Ottomano e, per un breve periodo, dai britannici, dopo la Prima Guerra Mondiale. I britannici accettarono di restituire almeno una parte della terra al popolo ebraico quale loro madre patria. Chi respinge l'idea? Gli arabi. Gli ebrei non potevano avere un posto nel Medioriente. Nessuno. Zero. Zip. Nada.
Adesso, almeno agli occidentali, Arafat e alcuni cosiddetti arabi "moderati" vi diranno che è giusto che anche gli ebrei abbiano una patria - a fianco degli arabi. Perché non andava bene nel 1948?
Non esiste una lingua nota come "palestinese". Non esiste una distinta cultura palestinese. Non c'è mai stata un terra chiamata Palestina, governata da palestinesi. I palestinesi sono arabi, indistinguibili dai giordani, dai siriani, dai libanesi, dagli iracheni etc. Ricordatevi che gli arabi controllano il 99,9% delle terre arabe. Israele costituisce l'uno per mille di quelle terre. Ma questo è troppo per gli arabi. Vogliono tutto. E questo è alla fine il motivo dei combattimenti in Israele oggi. Non importa quante concessioni territoriali farà Israele, non sarà mai abbastanza.
Arafat stesso ha spiegato il trucco dei negoziati con Israele in un discorso del 1994 in Sudafrica, in inglese. L'ha spiegato in arabo decine di volte. Prima creiamo uno stato nostro, poi usiamo questo stato per liberare tutta la Palestina. Ecco lo scopo. È sempre stato lo scopo.
Arafat e i suoi sostenitori vi diranno che c'è bisogno di uno stato arabo perché gli arabi sono stati forzatamente rimossi dalle loro proprietà nella guerra del 1948. Ma sentite cosa dicevano gli arabi riguardo ai rifugiati dopo la guerra:

- "Il fatto che vi siano questi rifugiati è una diretta conseguenza delle azioni degli stati arabi contro la spartizione e lo stato ebraico. Gli stati arabi concordano con questa politica unanimemente e devono condividere l'onere della soluzione del problema" (Emile Ghoury, segretario dell'Alto Comitato Arabo Palestinese, in un'intervista con il "Beirut Telegraph" 6 settembre 1948).

- "Gli stati arabi, che hanno incoraggiato gli arabi palestinesi a lasciare le proprie case temporaneamente in modo da non intralciare l'invasione degli eserciti arabi, non hanno poi mantenuto la promessa di aiutare i rifugiati" (quotidiano giordano "Falastin", 19 febbraio 1949).

- "Chi ha portato i palestinesi in Libano come rifugiati, facendo loro soffrire l'atteggiamento malevolo dei giornali e dei leader comunali che non hanno né onore né coscienza? Chi li ha portati nella miseria e nella povertà, dopo aver perso l'onore? Sono stati gli stati arabi e il Libano fra questi" (Settimanale di Beirut "Kul-Shay" 19 agosto 1951).

- "Il 15 maggio 1948 arrivò .. Quel giorno il muftì di Gerusalemme si appellò agli arabi di Palestina affinché lasciassero il paese perché gli eserciti arabi stavano per arrivare e combattere per loro" (quotidiano cairota "Akhbar el Yom", 12 ottobre 1963).

- "Per la fuga e la caduta degli altri villaggi sono i nostri capi ad essere responsabili a causa della loro propaganda di voci che esageravano i crimini degli ebrei e li descrivevano come atrocità per infiammare gli arabi. Diffondendo le voci di atrocità ebraiche, uccisioni di donne e bambini ecc., hanno indotto paura e terrore nei cuori degli arabi di Palestina fino a farli fuggire lasciando le loro case e proprietà al nemico" (quotidiano giordano "Al Urdun" 9 aprile 1953).

barbara




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4 agosto 2006

MALEDETTO ISRAELE!



barbara




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4 agosto 2006

AVANTI POPOLO

Brillante da fare invidia a Maria Laura Rodotà e a Costanza Rizzacasa D’Orsogna, tosto da fare invidia a Marco Travaglio, graffiante da fare invidia a Beppe Grillo (sì, vabbè, non è che ci voglia poi molto …), capace di indignarsi come solo le coscienze cristalline sanno fare, ecco di nuovo a noi il grande Gian Antonio Stella, giornalista di razza che scrive con la testa, con il cuore e con le palle. Dopo aver fatto le pulci alla destra al governo, ora le fa alla sinistra al governo, da autentico cane da guardia senza altri padroni che la verità e la giustizia. Sfila così davanti ai nostri occhi una gustosissima galleria di personaggi, alcuni ritratti con simpatia, altri con rispetto, qualcuno con rabbiosa indignazione, una con dolente partecipazione. Tutti con la mano sapiente del grande scrittore, capace di farci ridere fino alle lacrime con l’uomo che abbaiava ai gatti (e afforchettava gambe) per poi farci passare, senza soluzione di continuità, alle lacrime vere. Se non lo leggete vi picchio, siete avvertiti.



Gian Antonio Stella, Avanti popolo, Rizzoli

barbara




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3 agosto 2006

I BAMBINI DI SDEROT

Un vecchio articolo di Deborah Fait, per uno stimolo alla riflessione.

Sono arrivati cinque autobus da Sderot, cinque autobus pieni di bambini stressati dai continui bombardamenti palestinesi sulla citta' israeliana del Neghev.
Ho voluto incontrarli per testimoniare a chi non sa e non immagina, a chi legge distrattamente che sono caduti altri razzi Qassam su Sderot o sui kibbuz e villaggi israeliani della zona e poi gira pagina e dimentica immediatamente.
Yosef-Ori' ha otto anni e mezzo, ci tiene che scriva anche il "mezzo", capelli neri corti, kippa' in testa come gli altri e due occhi nerissimi e vivacissimi che mentre parla diventano cupi e spaventati.
La parola che esce costantemente dalla sua bocca e' "pachad" , paura, e mi fa venire un brivido di emozione mentre si butta a terra per farmi vedere in che posizione devono mettersi ogni volta che il lancio dei qassam li sorprende per la strada: ventre a terra, schiacciandosi il piu' possibile contro il selciato e mani strette alla nuca.
"Due giorni fa sono caduti 11 qassam davanti a casa mia, a cinque metri da noi, tutto tremava, abbiamo avuto tanta paura e non abbiamo fatto nemmeno in tempo a correre nel rifugio" mi racconta con gli occhi spalancati ma senza una lacrima.
Si rasserena quando si mette a descrivere l'accoglienza che hanno ricevuto qui a Rehovot dove sono stati invitati da un'organizzazione religiosa Chabad che ha un nome molto significativo "Vivere con dignita'" .
"Ci hanno portati nel Giardino dell'Eden" dice sorridendo felice.
Il Giardino dell'Eden sarebbe un ambiente antistress dove i bambini israeliani spaventati dal terrorismo e dai bombardamenti dei palestinesi vengono curati psicologicamente da personale specializzato.
E' un ambiente pieno di giochi, di fontanelle, di colori dove i bambini possono rilassarsi, stare a piedi nudi e correre, sdraiarsi a terra su un pavimento morbido, ascoltare la musica che viene suonata in continuazione e parlare con medici e paramedici vestiti come loro, come loro a piedi nudi, che giocano e ascoltano , soprattutto ascoltano.
Chaia ha 14 anni, ne dimostra meno, e' una bella bambina con lunghi capelli castani, sorridente, mi racconta che non possono mai fare la doccia da soli ma sempre con un adulto della famiglia, che non possono mai uscire da soli, che escono poco e sempre vicinissimi ai rifugi perche' dall'allarme alla caduta del razzo passano SOLO 15 secondi.
Credo di aver capito male "15 minuti ?" chiedo a conferma di quella che e' solo una mia speranza.
"NO, 15 secondi" E dove vanno in 15 secondi? corrono nei rifugi o si gettano a terra , mani sulla testa. Non possono fare nient'altro! E sperare di non morire.
Chaia mi parla di Ella, la ragazzina di 17 anni uccisa da un razzo mentre col suo corpo proteggeva il fratellino piccolo. Ella era amica della sorella maggiore , la vedeva spesso a casa.
"Adesso e' morta". Abbassa gli occhi e non dice altro.
Chiedo a Daniel, 10 anni e a Nachum 11 se questo e' quello che succede tutti i giorni. "Si, tutti i giorni e piu' volte al giorno". Raccontano che a scuola e' piu' pericoloso perche' sono in tanti e che fanno ogni giorno le prove per andare nei rifugi in modo ordinato e tranquillo, senza correre e senza agitarsi.
Ho la gola chiusa.
A 60 anni dalla Shoa', penso, ancora bambini ebrei devono vivere costantemente colla paura di essere ammazzati. Non c'e' mai stata una tregua, finita la persecuzione in Europa sono incominciate le guerre arabe qui a casa nostra e il terrorismo arabo sempre dentro casa e bambini ammazzati e bambini spaventati, senza sosta. Senza un attimo di sosta, dall'odio europeo all'odio arabo, dall'orrore di Aushwitz a Ma'alot, a sei guerre, a centinaia di bambini ammazzati nei roghi degli autobus. Quando finira'?
Sono piena di ammirazione per questi bambini coraggiosi che raccontano la loro tragedia senza fare scenate isteriche, senza piagnistei , anche se ne avrebbero tutto il diritto. Mi parlano tranquillamente, serenamente, con chiarezza e con coraggio.
Chiedo "Cosa vorreste ricevere in regalo?"
Chaia risponde timidamente "La fine della paura".
Josef-Ori', con gli occhioni sorridenti: "ci piacerebbe avere a Sderot il Giardino dell'Eden ma costa tantissimi soldi".
Facciamo un colletta? Chiedo. "Magari" e' la risposta di tutti e sono tornati ad essere dei bambini sorridenti che aspettano un regalo.
Cosa vorreste dire agli italiani?
E il piccolo Josef-Ori' al quale non manca mai la battuta, mi guarda serio serio e dice lentamente, quasi soppesando ogni parola: " Cosa direbbero la' in Italia se i loro figli dovessero vivere come viviamo noi?".
30.01.05

barbara




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3 agosto 2006

DACIA MARAINI: SCHIFO SENZA LIMITI

La colpa è anche mia, dopotutto: alla mia veneranda età dovrei averlo ormai imparato che non si dovrebbe leggere il giornale subito dopo mangiato. O, se proprio si deve, sarebbe almeno il caso di evitare la lettura di certi articoli. Purtroppo non mi sono attenuta a queste elementari regole di prudenza, e così mi sono beccata la nausea devastante che mi ha provocato l’articolo della signora Maraini, che è quasi riuscita a superare se stessa nell’esibizione di ignobile faziosità, ipocrisia e cinismo. Lo riporto quasi integralmente con gli opportuni commenti.

bisogna dire basta, quei morticini che passano sotto la telecamera sono osceni, di quella oscenità che solo la guerra sa mostrare in modo tanto plateale e ineluttabile.
Giusto. Israele per esempio non ha mai fatto passare sotto le telecamere i suoi morticini, i suoi bambini mutilati, sventrati, bruciati, seviziati, fatti talmente a pezzi da dover ritardare i funerali per poter ricostruire quali pezzi appartengano a chi. Israele non chiama cameramen e fotografi quando qualche “resistente” entra in una casa e assassina bambini nelle loro culle davanti agli occhi della mamma, sparando loro da mezzo metro di distanza, guardandoli bene negli occhi. Non tutti, in effetti, hanno l’abitudine di fare oscenamente passare sotto le telecamere, in modo tanto plateale, i propri morticini.
Israele d' altronde che fa? Chiede scusa
e fa malissimo, naturalmente: dovrebbe prendere esempio dalla controparte, che quando ammazza un po’ di bambini ebrei scende in strada a festeggiare
ribatte che i missili sono partiti proprio da quella casa dove si trovavano i bambini. Che cosa se ne deduce? Che gli Hezbollah si nascondono dietro i civili, che hanno probabilmente contato sulla strage dei bambini. Forse è anche vero
no, signora, non “forse” è “anche” vero: è vero e basta. È documentato, quindi la smetta con i suoi sofismi per favore
Non potevano prevedere che stavano per cadere in un trabocchetto, ammesso che si sia trattato veramente di una trappola?
Il dubbio è d’obbligo, ovviamente, trattandosi di gentaglia ebrea …
Ebbene, se non si sono comportati da carnefici incoscienti, si sono comportati da stupidi.
Non ci son santi, quando si tratta di Israele: innocenti non possono essere, e qualche colpa, in un modo o nell’altro, toccherà trovarla per forza (superior stabat lupus …)
Come non capire che quelle immagini di bambini trucidati
Zingarelli: ” trucidare v. tr. Uccidere con particolare crudeltà o efferatezza”. Quindi, si suppone, uccidere con le proprie mani e con chiara visione di ciò che si sta compiendo, poiché appare un po’ difficile uccidere con particolare crudeltà o efferatezza persone che neanche si vedono
valgono più di cento bombe, cento razzi?
Vede, cara signora, Israele da 58 anni ha un problema di sopravvivenza: non credo abbia molto spazio per occuparsi anche dei problemi di immagine. A parte questo, di fronte a decine di bambini “trucidati” a lei non vengono in mente altro che questioni di immagine? Non le sembra leggermente osceno, signora?
Nessuno, credo, salvo gli estremisti arabi, vuole togliere a Israele il suo diritto a esistere, il suo diritto a difendersi.
Vero: nessuno gli vuole togliere il diritto a difendersi. L’unica cosa che gli volete togliere sono gli strumenti per difendersi.
Non sanno che lo sterminio
sterminio …
di quei bambini provocherà diffusissimi sentimenti di vendetta che si ritorceranno contro di loro per anni, che la violenza strisciante si insinuerà nelle menti e nei progetti di molti che magari fino a ieri erano solo passivi osservatori di una guerra non voluta?
Ma quanta sollecitudine, gentile signora! Ne siamo addirittura commossi! Peccato che le stesse identiche cose lei e quelli della sua banda ce le abbiate raccontate anche in occasione degli omicidi mirati di capi terroristi dalle mani grondanti di sangue. Memoria corta? O semplicemente per voi non c’è differenza tra bambini innocenti e terroristi assassini?
Chiedono scusa, ma non ci sono scuse
la Divinità si è pronunciata
di fronte al massacro
massacro …
degli innocenti. Non possono non sapere che i combattimenti si fanno ormai sulle emozioni suscitate da foto e filmati sotto gli occhi di tutto il mondo. Se vogliono far credere in una difesa,
perché naturalmente non è che ci si creda poi tanto, che quelli là si stiano davvero difendendo …
che mostrino i guasti, i morti e i feriti che i bombardamenti degli Herzbollah provocano nelle loro città. Non sanno gli Israeliani che la visione di quegli eccidi avrà effetti devastanti, molto superiori alle dimostrazioni di forza che stanno compiendo?
Lurida ipocrita infame vigliacca schifosa! Le state avendo davanti agli occhi da dodici anni le immagini delle devastazioni provocate dai terroristi! Le state avendo davanti agli occhi da dodici anni le immagini di autobus sventrati, di mercati devastati, di locali ridotti in macerie, di vecchi sopravvissuti alla Shoah e neonati in braccio ai genitori presi di mira a sangue freddo e fatti a brandelli! Li state avendo davanti agli occhi da dodici anni i massacri perpetrati ogni volta che sembra intravedersi uno spiraglio di pace! Quali devastazioni ha provocato tutto questo su di lei? Quali reazioni le ha suggerito? Quali proteste le ha fatto levare? Mi dica, signora: ce la fa ancora a guardarsi allo specchio senza vomitarsi addosso?
Se vogliono vincere una guerra questo certamente è il modo peggiore. Le battaglie sono fatte di messaggi che ci arrivano attraverso i media. Ebbene quei messaggi di bambini dalle facce impastate di polvere, dalle braccia sollevate per prevenire la morte, sono più potenti di qualsiasi ragionamento politico-strategico. E suscitano, in chiunque guardi, un senso di sbigottimento e di riprovazione, un senso di ripugnanza e di rifiuto che non si possono reprimere. Se è vero che le guerre si fanno soprattutto sulle emozioni, la loro è una guerra persa.
La guerra è persa perché il mondo è pieno di gente infame come lei, signora Maraini, sempre dalla parte degli assassini. Ci dica, cara signora, dov’è lei quando vengono fatti a pezzi i bambini israeliani? E dov’è quando i bambini palestinesi vengono usati come scudi umani? Dov’è quando vengono mandati al macello dai loro padroni? Dov’era quando Arafat invocava mille martiri bambini per arrivare a Gerusalemme? Dov’era quando Arafat in occasione degli scontri faceva chiudere le scuole e mandava gli autobus a prenderli per portarli in prima linea? La regina di Svezia è intervenuta e lo ha fatto smettere: lei invece che cosa ha fatto, oltre a leccare il culo a tutti i terroristi del pianeta? E dov’è quando la televisione palestinese manda in onda programmi per istigare i bambini al martirio? Dov’è quando bambinetti di sei sette anni vengono mandati nei campi militari a lezione di terrorismo? Dov’è quando nelle scuole hanno l’odio come materia di studio? I cadaveri dei bambini palestinesi le interessano solo quando sono stati colpiti da proiettili israeliani, altrimenti vadano pure a farsi fottere? Lasci che glielo dica, signora Maraini: le sue mani sono imbrattate di sangue quanto quelle dei suoi amici terroristi.


barbara




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2 agosto 2006

PER CASO

Nel pomeriggio dovevo andare dal dentista per finire un lavoro e poi, la mattina dopo, partire per il mare. Poco prima dell’una suona il telefono: è la segretaria del dentista che mi informa, scusandosi, che al dentista è sopravvenuto un contrattempo: nel pomeriggio non gli sarà possibile essere in ambulatorio, e mi prega dunque di andare la mattina dopo. Mando un mezzo accidente all’indirizzo del dentista, chiamo l’albergo per avvertire che arriverò solo la sera – sono amici e non vorrei che, non vedendomi arrivare all’ora consueta, si preoccupassero – e mi rassegno all’imprevisto. Così la mattina dopo, anziché a Bologna, in attesa di coincidenza e dunque, con tutta probabilità, in sala d’attesa oppure al bar, me ne sto sotto il trapano del dentista. Per questo, per quel fastidiosissimo contrattempo del dentista, sono qui a raccontarla, con tutti i miei pezzi ancora ben attaccati. Per loro, invece, non c’è stato scampo. Ricordiamoli.

                        

barbara




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1 agosto 2006

UNA GIURIA DI SOLE DONNE

Si occupano di quisquilie, le donne, si sa: spettegolano sui vestiti, disquisiscono di marmellate, discutono sulla scelta di cucire o annodare una trapunta. Loro, nel frattempo, gli uomini, si occupano di cose serie: osservano ambienti, cercano indizi, inseguono moventi. E ridono, con benevola condiscendenza, delle donne che si perdono a seguire la crepa di una stufa. Perché non lo sanno, loro, che è seguendo una cucitura che si scovano le prove, che è frugando nel cesto del cucito che si scoprono i moventi, che è contemplando una gabbietta vuota che si arriva ad emettere la sentenza più equa. “Una giuria di sole donne” si legge in un’ora; rimane sulla pelle per tutta la vita.



Susan Glaspell, Una giuria di sole donne, Sellerio

barbara




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1 agosto 2006

TRE PAROLE

“Si tratta con chi c’è”. “Non sempre gli interlocutori si possono scegliere”. “Se abbiamo di fronte Hamas bisogna trattare con Hamas. Dopotutto è il governo democraticamente scelto dai palestinesi in democratiche elezioni”. Già sentite - vero? - queste belle frasi. Miliardi di volte. Ecco, ora io vorrei chiedere ai sostenitori della trattativa: voi avete letto lo statuto di Hamas? Letto tutto? Letto bene? Io l’ho fatto, e vorrei scambiare con voi due chiacchiere su questa faccenda. Probabilmente avete intenzione di dirmi che non mi dovrei impuntare sulla questione pregiudiziale della distruzione di Israele, perché su quella magari si potrebbe anche indurre Hamas a venire a patti. Se è questo che volete dirmi, risparmiatevi la fatica: non intendo parlare di questo. La questione della distruzione di Israele non mi interessa. Non in questo momento. Non in questo contesto. Non intendo occuparmi neanche del rifiuto pregiudiziale da parte di Hamas di qualunque trattativa nei confronti di Israele: anche questo, dopotutto, è secondario. Ciò di cui voglio parlare è altro. Ciò di cui mi voglio occupare sono tre parole. Tre parole che nello statuto di Hamas non ci sono. Tre parole che rappresentano il mantra di tutti i fautori del dialogo ad oltranza: “Stato di Palestina”. Non ci sono. Lo statuto di Hamas non parla di stato di Palestina. Non c’è un articolo, non c’è un comma, non c’è un paragrafo, non c’è una frase in cui compaiano le parole “Stato di Palestina”. Lo stato di Palestina non fa parte dei programmi di Hamas. Lo stato di Palestina non è nei progetti di Hamas. Lo stato di Palestina non rientra negli obiettivi di Hamas. Se Hamas vincerà la guerra e distruggerà Israele, dalle ceneri di Israele non nascerà lo stato di Palestina. La domanda, alla quale i dialoghisti senza se e senza ma sicuramente avranno una miriade di risposte da proporre, è: su che cosa trattiamo, con Hamas?

barbara




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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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