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Diario


9 maggio 2006

ADOLESCENTI IRACHENE SCHIAVE NEGLI HAREM

Riporto integralmente un articolo di Maurizio Molinari pubblicato su La Stampa alcuni giorni fa.

Nei bordelli della guerriglia sunnita o negli harem dei principi arabi del Golfo Persico cresce il numero delle giovani donne irachene che vengono usate come schiave sessuali.
Nei tre anni passati dalla caduta di Saddam Hussein sono almeno duemila le donne irachene scomparse nel nulla: la denuncia viene dall’organizzazione per la “Libertà delle donne irachene” e cela l'esistenza di traffici umani che riforniscono gli harem degli Emirati come anche le retrovie dei guerriglieri.
Lavorando sulla base delle informazioni raccolte dall’ente non governativo, di base a Baghdad, il magazine Time è riuscito a ricostruire l’odissea di un numero crescente di giovani donne che vengono individuate, rapite, dotate di documenti falsi, fatte uscire dal Paese e quindi vendute a bordelli di lusso a Dubai o altrove, dove i clienti sono in genere i principi locali oppure occidentali disposti a pagare prezzi da capogiro per trascorrere una notte con ragazze che molto spesso sono minorenni. Anche il Dipartimento di Stato ha ammesso l’esistenza di questo fenomeno in Iraq nel testo del rapporto sui traffici sessuali pubblicato nel giugno 2005, ammettendo che «le dimensioni esatte sono difficili da valutare» ma citando la testimonianza di un imprecisato numero di donne che hanno raccontato di essere state rapite e inviate in Yemen, Siria, Giordania o nei Paesi del Golfo per essere gestite come prostitute.
Aggiungendo un nuovo tassello alla descrizione di una realtà per molti versi ancora sconosciuta Time è andato a raccogliere alcune testimonianze di ex schiave del sesso nella prigione femminile di Khadamiyah, a nord di Baghdad. Da qui il racconto di una ragazza di appena 18 anni, di nome Amna, che ha spiegato di essere stata rapita in un orfanotrofio da una banda di uomini armati poco dopo l'inizio della guerra, nell’aprile 2003, per finire in un bordello di al-Qaim, vicino a Samarra, e quindi a Mosul prima di essere spedita a Baghdad, drogata, vestita da kamikaze con una cinta esplosiva e quindi lanciata contro una sede del governo iracheno per mettere a segno un devastante attentato.
Amna deve la sua salvezza al fatto di essere riuscita a resistere all'effetto delle droghe quanto necessario per consegnarsi alla polizia e da allora vive in carcere scontando una pena a sette anni con la quale il giudice ha detto di volerla «proteggere» dalle vendette della guerriglia. Altre due ragazze, Asmah di 14 anni e Sdadah di 15, hanno invece raccontato di essere state rapite da sconosciuti penetrati nel loro villaggio e portate, prima in auto e poi in aereo, negli Emirati Arabi Uniti per risiedere stabilmente in un harem dal quale sono riuscite miracolosamente a scappare, rifugiandosi in un commissariato di polizia a Dubai.
Il problema di queste ex schiave del sesso sta nel fatto che anche salvandosi non sanno dove tornare: le famiglie le considerano infatti pressoché morte e non sono disposte a riaccettarle per via del fatto che hanno perduto la verginità, e nessun uomo è disposto a sposarle per lo stesso motivo. In molti casi ciò comporta emarginazione e miseria se non la necessità di tornare alla prostituzione per poter sopravvivere.
Se all'origine del traffico di schiave del sesso c'è la diffusa mancanza di sicurezza sul territorio, un ostacolo al soccorso per le vittime sta anche nei ritardi con cui il governo iracheno autorizza l’elargizione di fondi a orfanotrofi, associazioni non governative e gruppi femminili che si propongono di accogliere queste donne e aiutarle a ricominciare una nuova vita.


Due domande mi pongo. La prima: ma davvero prima, quando c’era Saddam, queste cose non succedevano? Abbiamo appreso, subito dopo la sua caduta, che la CNN per decenni ha saputo e taciuto tutto ciò che accadeva sotto quel regime, uno dei più feroci del pianeta; sappiamo che tante ONG, come “un ponte per” hanno sempre chiuso occhi e orecchie su tutto ciò che avveniva: per quale ragione dovremmo adesso credere, solo perché prima nessuno ne parlava, che questo immondo traffico di ragazzine sia iniziato solo adesso? La seconda: ma questi “guerriglieri” delle retrovie che si fanno portare le ragazzine rapite dalle loro case, non sono quelli stessi che sgozzano oneste giornaliste ree di mostrare il proprio viso alla televisione? Non sono quelli che si incaricano di diffondere a suon di sgozzamenti e scannamenti la purezza di costumi comandata dal signor Allah? Non sono quelli che le donne le toccano solo dopo morti? Ma allora, forse, non ce la stanno contando proprio del tutto giusta?


barbara




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8 maggio 2006

E RICORDIAMO ANCHE UN ALTRO 8 MAGGIO

Quello di due anni fa.

Nick Berg prima di morire è stato costretto a presentarsi legato davanti alla telecamera. "Mi chiamo Nick Berg, mio padre si chiama Michael e mia madre Suzanne", dice l'uomo nel video. "Ho un fratello e una sorella, David e Sara. Vivo a Filadelfia". Poi i cinque aguzzini gli puntano il coltellaccio al collo. Si sente un grido mentre gli uomini lo decapitano: "Allah Akhbar", Allah è grande.
La testa tagliata viene quindi esibita come un trofeo e un lungo messaggio accompagna le immagini.
Berg era andato in Iraq da civile per aiutare a ricostruire le antenne della rete di comunicazioni irachene e dal 9 aprile non aveva più dato notizie. "Aveva questa idea, che poteva aiutare nella ricostruzione delle infrastrutture", ha detto Suzanne, la madre.

Nick Berg aveva ventisei anni. Era ebreo – come Daniel Pearl. Forse un caso. O forse no. Daniel Pearl doveva essere pesantemente drogato: ho visto il video, e durante tutto il tempo non ha la minima reazione. Nick Berg invece, mi è stato detto, doveva essere ben sveglio e ha urlato fino al momento della morte in maniera orrenda: forse la sola morte era troppo poco per espiare la colpa di essere americano, e per giunta ebreo. O forse c’era troppo poco gusto a uccidere qualcuno che non si rende neanche conto di ciò che gli sta accadendo e che comunque non sta soffrendo abbastanza. Forse il loro Allah non era abbastanza glorificato da una morte semi-indolore. Forse. Chissà.



barbara




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8 maggio 2006

JUDEN HABEN WAFFEN!

 


E’ con questo grido sgomento che i tedeschi accolgono l’incredibile, l’impensabile, l’inimmaginabile: gli ebrei hanno armi. Questo branco di Untermenschen, questa ammucchiata di straccioni pidocchiosi indegni di vivere, hanno deciso di ribellarsi al destino loro assegnato: moriranno, sì, ma non in una camera a gas. Moriranno, sì, ma con le armi in pugno. Moriranno, sì, ma morirà con loro anche qualche combattente dell’esercito più potente del mondo, qualche rappresentante della razza dei superuomini, qualche orgoglioso dominatore ariano. E questa banda di straccioni riuscì a resistere all’esercito tedesco per quasi un mese: fino all’8 maggio 1943.



Quello che segue è un brano dal diario di Zvia Lubetkin, che fu tra i capi dell'insurrezione del Ghetto di Varsavia (aprile 1943). Dopo la guerra, Zvia è emigrata in Israele con altri superstiti e nel giugno del 1946 ha rilasciato la sua prima testimonianza al Comitato del Kibbutz Hameuhad, al kibbutz Yagur. Zvia è stata tra i fondatori del kibbutz "Lohamei haghetaot", in cui si è spenta nel 1978, a 64 anni.


Si fa sera. Io e Haim Primer, del gruppo Akiva, ci mettiamo in cammino e Marek Edelman è con noi. Siccome anche Marek rientra nel nòvero dei "ragazzi indisciplinati", quelli cioè che se ne infischiano degli accorgimenti di sicurezza, ecco che allora prendiamo con noi una candela per illuminarci la strada. La cosa è assolutamente proibita. La candela potrebbe metterci nei guai, ma, del resto, è difficile farne a meno e noi dobbiamo procedere furtivamente tra le rovine.

Un soffio di vento spegne il lume. Rimaniamo bloccati tra le rovine di un caseggiato completamente buio, senza sapere dove siamo e dove andiamo. Cominciamo a scalare quell'ammasso di detriti. Ad un tratto, non so come, scivolo rovinosamente e cado dentro ad una buca tra le rovine. So che non devo urlare. Il primo pensiero che mi salta in mente è questo: dov'è la pistola? I miei compagni si sono spaventati più di me, perchè non sanno cosa mi sia successo. A fatica mi tirano fuori dalla buca. Zoppicante e piena di graffi, continuo il cammino.
Ci avviciniamo a via Mila 18, dove ha sede il bunker principale dell'Organizzazione Ebraica di Combattimento. Il nostro spirito si rianima. Ci mettiamo a programmare degli scherzi da fare ai compagni che stanno di guardia all'entrata. Ma, ben presto, nei pressi del bunker, rimaniamo sorpresi perchè ci accorgiamo che qualcosa è cambiato, rispetto ai giorni passati. Non riesco a riconoscere il posto e, anzi, per un momento, mi sembra che abbiamo sbagliato strada. C'è qualcosa di diverso. Le rovine sono piene di brecce. Non ci sono le sentinelle vicino al nascondiglio, e il nascondiglio stesso, dov'è andato a finire? A un tratto, sono presa da un senso di angoscia, provo a soffocarla, forse i guardiani del bunker si sono spostati per coprirsi meglio. E loro stessi hanno messo le pietre all'entrata per camuffarla. Il bunker ha sei entrate. Noi ci dirigiamo verso la seconda, la terza, la quarta. Non esistono più e non si vede neppure traccia di un guardiano. Il cuore si riempie di orrore e ha tristi presagi. Uno di noi pronuncia la parola d'ordine, nel caso che una sentinella nascosta ci risponda, ma non si ode voce o segno di risposta.
A questo punto, cominciamo a muoverci nervosamente e il timore di una disgrazia si fa largo nei nostri cuori. Nel cortile accanto, vediamo d'un tratto delle ombre che si muovono nelle tenebre, c'è chi è seduto e chi cammina. In un primo tempo, abbiamo l'impressione che il nostro gruppo si sia messo in azione come è solito fare al calar della sera. Ci dirigiamo gioiosamente verso quelle figure indistinte, che riconosciamo come i nostri compagni. Ma, subito dopo, ci arrestiamo davanti ad uno spettacolo terribile: davanti ai nostri occhi si presentano degli esseri sporchi di fango e di sabbia, stremati e tremanti come se non fossero di questo mondo. Uno di loro si accascia al suolo svenuto, un altro respira a fatica, Yehuda Vangrobar, dell'Hashomer hatzair, emette dei rantoli soffocati, pesanti e Tossia Altman giace a terra, ferita alla testa e alle gambe. Siamo attorniati da gente a pezzi, che, in modo concitato, ci racconta ciò che è successo, in che modo è andato distrutto il bunker dei combattenti ebrei di via Mila 18 e come in pochi siano riusciti a mettersi in salvo.
Qui incontriamo tre compagni, che come noi sono usciti l'altro ieri dal bunker per andare in missione nella parte ariana e sono tornati poco fa. Tuvia Bojikowsky, Mordechai Grovas, comandante di una delle compagnie dell'Hashomer Hatzair, soprannominato Mardek e Israel Kanal. Anche loro sono usciti in missione al di là della parte ariana, sono rimasti bloccati da qualche parte come noi e non hanno potuto fare ritorno. Si sono imbattuti e scontrati con una pattuglia tedesca, ne sono usciti illesi e sono rimasti nascosti tra gli ammassi di detriti, pronti ad affrontare il nemico. Sono arrivati qui prima di noi e hanno sentito le cose terribili avvenute nel bunker di via Mila 18.

E questo è quanto abbiamo raccolto dalle testimonianze dei superstiti:

Nel pomeriggio, mentre giacciono mezzi nudi sui loro giacigli, una sentinella dell'avamposto fa correr voce che dei gendarmi tedeschi si stanno avvicinando al bunker e, infatti, si sentono distintamente i loro passi. In questi casi, i combattenti prevedevano di reagire in due modi diversi. Secondo il primo, siccome i tedeschi inizialmente erano soliti ingiungere agli ebrei di venir fuori, allora usciva prima la nostra compagnia con le armi nascoste e dopo qualche secondo apriva il fuoco sul nemico e, nel trambusto che ne seguiva, i combattenti si sarebbero dileguati in ogni parte. Alcuni sarebbero morti in combattimento, altri sarebbero riusciti a mettersi in salvo. Il secondo modo prevedeva che bisognasse restare all'interno, ignorando le intimazioni del nemico. Se tentavano di penetrare con la forza, bisognava respingerli con uno sbarramento di fuoco. In questo caso, si poteva resistere per tutto il giorno, perchè i tedeschi non sarebbero entrati, e ci si poteva mettere in salvo. Si sapeva, comunque, che i tedeschi usavano i gas ma questa eventualità non era stata presa in considerazione. Qualcuno ci aveva pure detto che se si teneva un panno bagnato in faccia, i gas non producevano un effetto immediato.
A questo punto, si decide di ignorare l'ingiunzione perentoria dei tedeschi.
Quando arrivano e intimano alla gente di venir fuori, escono i civili, che si consegnano al nemico; dei combattenti, invece, non esce nessuno. I tedeschi dichiarano che chi si arrende viene mandato ai lavori ma chi si rifiuta di uscire è condannato a morire fucilato sul posto. I nostri compagni, nel frattempo, si barricano vicino ai vicoli e aspettano, armi in pugno, l'arrivo dei tedeschi, i quali ribadiscono la loro promessa che nessun male verrà fatto a chi viene fuori. Tutti i combattenti, però, ignorano la loro richiesta. A questo punto, i tedeschi evitano di penetrare nel bunker e cominciano ad immettere i gas, che si diffondono rapidamente all'interno del bunker.
Così arriva la fine spaventosa per centoventi compagni. I tedeschi non li condannano ad una morte rapida, dal momento che introducono nel bunker quantità minime e intermittenti di gas, per fiaccare in questo modo il loro spirito con un lento e progressivo soffocamento. Arieh Wilner è il primo ad esortare i compagni: venite, uccidiamoci, così non cadiamo vivi in mano dei tedeschi! Detto e fatto. Inizia una serie di suicidi. Si sentono degli spari provenire dall'interno del bunker: alcuni combattenti ebrei si tolgono la vita. Avviene anche che un'arma si inceppa e il suo possessore, afflitto e confuso, chiede al compagno di ucciderlo, ma nessuno se la sente di farlo. Berel Broide, che ha la mano ferita e non può impugnare la pistola, chiede ai compagni di sopprimerlo. Mordechai Anilewitz, fiducioso che l'acqua possa neutralizzare l'effetto dei gas, consiglia ai compagni di provare a farlo. Ad un tratto, arriva qualcuno e dice che c'è un'uscita segreta, ignota al nemico, ma solo pochi riescono a raggiungerla, perchè chi è rimasto in vita, si è indebolito per i vapori letali dei gas e sta morendo soffocato.
Tra i combattenti del bunker di via Mila c'è anche Lusek Rothblatt, militante del gruppo Akiva, insieme a sua madre Maria, che, a suo tempo, aveva diretto un orfanotrofio e ai tempi della grande Aktzia [retata] era riuscita a salvare molti dei suoi ragazzi e li aveva raccolti in un casolare abbandonato. Che cosa sia poi successo a quegli orfani, nel periodo tra la grande Aktzia [retata] e l'inizio dell'insurrezione del Ghetto, proprio non lo so. Adesso Maria Rothblatt è accanto a suo figlio e in quei tragici momenti di assedio al bunker, gli chiede di toglierle la vita. Lusek le spara quattro colpi ma la donna non muore subito e agonizza in una pozza di sangue. A quel punto, anche Lusek si toglie la vita.

Così venne recisa la gloria della Varsavia ebraica in lotta. Qui i combattenti ebrei trovarono la morte e tra loro anche Mordechai Anilevitz, il più amato e caro tra i combattenti, il comandante coraggioso, di bell'aspetto, che anche nei momenti più terrificanti, aveva il sorriso sulle labbra. Pochi si salvarono da quell'inferno. Tra loro, quelli rimasti feriti nei tentati suicidi, quelli semisoffocati dai gas, come Menachem Bugelman del Dror e Yehuda Vangrobar dell'Hashomer Hatzair.

Fu uno spettacolo orribile, sconvolgente. Tutti aspettavamo la fine, sapevamo che si stava avvicinando e non avevamo scampo. E, tuttavia, questa storia ci fece rabbrividire e inorridire. Il cuore continuava a piangere la morte degli amici e la sofferenza dei compagni mezzi morti. E c'era solo un desiderio: porre fine per sempre a questa agonia. Non conoscevamo il nostro stato d'animo. Come pazzi correvamo qua e là intorno al bunker e con le nostre unghie tentavamo di strappare le pietre ammassate della barricata. Forse saremmo riusciti ad arrivare ai cadaveri, a prendere le armi, ma i tedeschi avevano fatto saltare in aria tutto con l'esplosivo.
In pochi, con un senso di cordoglio e di lutto, ci levammo da quel luogo orrendo per trovare un rifugio al manipolo di compagni feriti e stremati e per pensare al domani. Le labbra sussurrarono qualche parola di commiato ai nostri compagni fedeli e valorosi, la gloria del nostro sventurato eroismo era stata recisa, la fine dei nostri sogni e delle nostre speranze vi era rimasta sepolta. Provammo la sensazione di andarcene da qui nudi e privati dell'anima, dei sogni, della fede... Tutto è rimasto sepolto qui, per sempre.


barbara

Aggiornamento: su segnalazione di Massimo Longo Adorno, invito a leggere anche questo interessantissimo articolo del Jerusalem Post.




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7 maggio 2006

PERPLESSITÀ

Leggo, tratto dal forum di un sito riservato a ragazze: «Ho letto che la dimensione del pene x gli italiani è 14 cm... io ne ho visti di 13, 11 e mezzo, 9, 16. Il mio ragazzo di adesso l’ha di 17... ma cosa si intende per superdotato? Perché qua bisogna capirsi sui numeri». E io mi chiedo: possibile che a questa “Gohanina, 21 anni” nessuno abbia ancora detto che coi ragazzi ci sono cose più divertenti da fare che misurargli l’uccello?

barbara




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6 maggio 2006

È UN PERICOLO PUBBLICO

Sto parlando di Provenzano? O di Bin Laden? Di Ahmadinejad? Di Hamas? Di qualche pazzo che per sfida guida contromano a fari spenti nella notte (per vedere se poi è tanto difficile morire)? No, non esattamente: sto parlando di Ayaan Hirsi Ali. Lei, sì, la sceneggiatrice di “Submission”. La donna che dal giorno in cui Theo Van Gogh è stato sgozzato vive sotto scorta, minacciata di morte. Il pericolo pubblico è lei. “«Alla fine - ha rivelato Hirsi Ali - alcuni dei miei vicini hanno fatto causa, sostenendo che la mia presenza metteva in pericolo la quiete della zona, a causa di possibili attentati terroristici». Risultato: la Corte ha dato ragione agli inquilini, chiamando in soccorso addirittura la «Convenzione europea dei diritti umani», che garantisce ai cittadini «la tranquillità e l’integrità del domicilio». I giudici, quindi, hanno ordinato alla deputata di lasciare il quartiere e di rifugiarsi in una casa isolata”. Mi sembra un’ottima idea: in una casa isolata i terroristi possono colpire con molto maggiore comodità che in una zona densamente abitata. Perché complicargli inutilmente la vita, povere creature? Noi, per guadagnarci il paradiso, siamo liberi di scegliere se fare i fioretti alla Madonna o vivere in castità o fare opere di carità verso i nostri fratelli più sfortunati: saranno pur liberi anche i poveri terroristi islamici di scegliere come guadagnarselo a loro volta, o no? Del resto, se non ricordo male, anche i vicini di Giovanni Falcone avevano protestato chiedendo che se ne andasse, perché rappresentava una minaccia per la loro tranquillità: lui, non la mafia. Esattamente come la maggioranza dei cittadini europei hanno dichiarato che il maggiore pericolo per la pace è Israele: non gli arabi che da quasi sessant’anni rifiutano di porre fine allo stato formale di guerra in cui si trovano, non i terroristi che ne minacciano la distruzione. Ecco, adesso lo sappiamo: i pericoli per la nostra incolumità si chiamano Israele, si chiamano Giovanni Falcone, si chiamano Ayaan Hirsi Ali. Si chiamano, anche, madre Teresa di Calcutta alla quale recentemente la sua terra natale ha rifiutato un monumento commemorativo in quanto infedele. Ed è bello sapere chiaramente quali siano i nemici dai quali difenderci.



barbara

Aggiornamento parzialmente OT ma sempre in tema di buoni e cattivi: andate a leggere questo, perché se non lo leggete lì, difficilmente riuscirete a leggerlo da qualche altra parte.




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5 maggio 2006

PERCHÉ 15 ANNI FA, PER ESEMPIO ...

La "Sigma" è un'azienda sana, a conduzione familiare. Da anni produciamo biancheria da uomo: pigiami, boxer, slip e vestaglie di target medio-alto che esportiamo in tutta Europa. Abbiamo 100 addetti: 90 donne e 10 uomini. Il nostro giro d'affari è pari a 7 miliardi annui. Evidentemente è stato proprio l'ottimo stato di salute dell'impresa ad attirare la loro attenzione.
La prima volta mi chiesero i soldi per i "poveri amici carcerati", i "picciotti chiusi all'Ucciardone". Quello fu il primissimo contatto. Dissi subito di no. Mi rifiutai di pagare. Così iniziarono le telefonate minatorie: "Attento al magazzino", "guardati tuo figlio", "attento a te". Il mio interlocutore si presentava come il geometra Anzalone, voleva parlare con me. Gli risposi di non disturbarsi a telefonare. Minacciava di incendiare il laboratorio. Non avendo intenzione di pagare una tangente alla mafia, decisi di denunciarli.
Il 10 gennaio 1991 scrissi una lettera al "Giornale di Sicilia" che iniziava così: "Caro estortore...". La mattina successiva qui in fabbrica c'erano dei carabinieri, dieci televisioni e un mucchio di giornalisti. A polizia e carabinieri consegnai 4 chiavi dell'azienda chiedendo loro protezione.
Mentre la fabbrica era sorvegliata dalla polizia entrarono due tipi strani. Dissero di essere "ispettori di sanità". Fuori però c'era l'auto della polizia e avevano grande premura. Volevano parlare a tutti i costi con il titolare. Scesi e dissi loro che il titolare riceve solo per appuntamento e al momento era impegnato in una riunione. Se ne andarono. Li descrissi alla polizia e loro si accorsero che altri imprenditori avevano fornito le medesime descrizioni. Gli esattori del "pizzo", i due che indifferentemente si facevano chiamare geometra Anzalone, altri non erano che i fratelli gemelli Antonio e Gaetano Avitabile, 26 anni. Furono arrestati il 19 marzo insieme ad un complice.
Una bella soddisfazione per me, ma anche qualche delusione; il presidente provinciale dell'Associazione industriali, Salvatore Cozzo, dichiarò che avevo fatto troppo chiasso. Una "tamurriata" come si dice qui. E questo, detto dal rappresentante della Confindustria palermitana, mi ha ferito. Infatti dovrebbero essere proprio le associazioni a proteggere gli imprenditori. Come? È facile. Si potrebbero fare delle assicurazioni collettive. Così, anche se la mafia minaccia di dar fuoco al magazzino si può rispondere picche. Ma anche a queste mie proposte il direttore dell'Associazione industriali di Palermo, dottor Viola, ha detto no, sostenendo che costerebbe troppo. Non credo però si tratti di un problema finanziario, è necessaria una volontà politica.
L'unico sostegno alla mia azione, a parte le forze di polizia, è venuta dalla Confesercenti palermitana. Devo dire di aver molto apprezzato l'iniziativa SoS Commercio che va nella stessa direzione della mia denuncia. Spero solo che la mia denuncia abbia dimostrato ad altri imprenditori siciliani che ci si può ribellare.
Non ho mai avuto paura ed ora mi sento garantito da ciò che ho fatto. La decisione scandalosa del giudice istruttore di Catania, Luigi Russo (del 4 aprile 1991) che ha stabilito con una sentenza che non è reato pagare la "protezione" ai boss mafiosi, è sconvolgente. In questo modo infatti è stato legittimato con il verdetto dello Stato il pagamento delle tangenti. Così come la resa delle istituzioni e le collusioni. Proprio ora che qualcosa si stava muovendo per il verso giusto.
Stabilire che in Sicilia non è reato pagare la mafia è ancora più scandaloso delle scarcerazioni dei boss. Ormai nessuno è più colpevole di niente. Anzi, la sentenza del giudice Russo suggerisce agli imprenditori un vero e proprio modello di comportamento; e cioè, pagate i mafiosi. E quelli che come me hanno invece cercato di ribellarsi?
Ora più che mai le Associazioni imprenditoriali che non si impegnano sinceramente su questo fronte vanno messe con le spalle al muro. La risposta infatti deve essere collettiva per spersonalizzare al massimo la vicenda.
Libero Grassi

La risposta non ci fu. E Libero Grassi venne ammazzato come un cane.

barbara




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4 maggio 2006

LA SICILIA ONESTA AVANZA

Un articolo interessante, una notizia che allarga il cuore.

Non è solo una coincidenza se, proprio nel giorno dell’esordio processuale di Bernardo Provenzano, più di cento commercianti si lasciano prendere per mano dai ragazzi di «Addiopizzo», sbucano fuori da un sito Internet e con nomi e cognomi, insegne e vetrine, dicono no alla mafia e al racket. Come fece Libero Grassi, il commerciante ucciso per dare l’esempio. Ucciso dai «corleonesi» dello stesso Provenzano.
Non è affatto una coincidenza perché nel pomeriggio, come parte civile contro il padrino arrestato l’11 aprile, compare in tribunale la vedova, Pina Grassi, arrivando dall’assemblea di quel gruppo di giovani con le magliette nere e il logo di «Addiopizzo», un anello spezzato con una X al centro e due parole, «consumo critico».
Scanzonati e allegri, questi ragazzi che hanno meno di trent’anni, fatta eccezione per due sessantottini sempreterni, lavorando anche accanto a Pina Grassi e ai figli Davide e Alice, sono riusciti a convincere già più di 7 mila palermitani a prendere un caffè, a comprare pasta, camicie o libri solo nei bar o nei negozi che esporranno sulle vetrine quel loro logo circolare. Come succede per le carte di credito. O per quelle dei circuiti con sconti garantiti ai soci.
Stavolta non si guadagna niente. In moneta. Perché lo slogan di questi carbonari antipizzo nati due anni fa incollando adesivi nottetempo è sintetizzato da una frase che già fa storia: «Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità».
Se ne è convinto Manfredi Lombardo, che nel centro storico gestisce il Blow up, il pub dei giovani. Una «scelta dovuta» per Piero Onorato della libreria Broadway. Ed è così per la famiglia Di Bella, padre, madre e figlio, tutti al lavoro nella loro edicola davanti alla Posta centrale. Per loro ha lavorato con un sorriso solare uno dei ragazzi che strappa adesioni, Francesco Galante: «Si guadagna in dignità perché chi compra non finanzia indirettamente la mafia...».
Un modo per premiare la pattuglia dei primi cento commercianti che, con l’ausilio di alcuni avvocati, hanno stilato una sorta di protocollo d’onore. E ieri sera i «punti vendita» erano già saliti a 120, mentre a migliaia ogni giorno continuano a collegarsi incuriositi via Internet cliccando sui motori di ricerca. Una escalation in vista della gran festa prevista per venerdì in piazza Magione quando i commercianti si presenteranno per una kermesse con studenti, gruppi musicali, comici, attori e intellettuali.
In una città dove i magistrati ritengono che l’80 per cento dei negozianti paghi il pizzo monta la curiosità su questi giovani che si sono precipitati in questura per la cattura di Provenzano gridandogli in faccia «Bastardo, la Sicilia siamo noi». E tutti a chiedersi chi sono, a leggere la storia degli «attacchini» che la mattina del 29 giugno di due anni fa costrinsero il prefetto a convocare d’urgenza il comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Con carabinieri, polizia e Guardia di finanza a caccia dell’anonimo che nella notte aveva affisso centinaia di piccoli adesivi listati a lutto per le strade del centro: «Un intero popolo...».
Poi, la scoperta che c’era dietro l’utopia giovanile di sei, sette irriducibili decisi a cambiare se non il mondo un pezzo di Palermo. E piano piano cominciano a farcela, lavorando su due fronti. Quello dei commercianti che trovano il coraggio di dire no. E quello dei consumatori pronti a sostenerli facendo spesa da loro.
Un passo a volte drammatico per chi ha un negozio e resta esposto alle vendette, come ha capito la fondatrice Barbara Giangradè invitando i giornalisti ad evitare di trasformare il singolo esercente in un simbolo: «Non abbiamo bisogno di eroi e sovraesposizione. Vogliamo solo vivere in una città normale».
E lo dice ad una assemblea tenuta in pompa magna nell’aula più grande e bella dell’ateneo, perché è stato lo stesso rettore Giuseppe Silvestri a volerlo, felice di questa ventata d’aria fresca che parte dalle austere mura di Palazzo Steri. Sembra di tornare al ’68, o al ’77. E fra i giovanissimi di questo pianeta antiracket c’è pure chi quei movimenti li ha vissuti in prima persona. Come Enrico Colajanni, il più piccolo dei figli di un partigiano rimasto nella storia, Pompeo, allevato a Resistenza: «L’adesione dei commercianti ha il valore di una denuncia preventiva». E la pensa allo stesso modo Carlo Madonia, un insegnante soddisfatto quando dai temi in classe viene fuori quello di una bimba di otto anni, quarta elementare: «Ho capito che, andando a comprare da quelli che non pagano, non si aiuta la mafia e si aiutano quelli che pagano a non pagare più»
(Felice Cavallaro).

Sto continuando a rileggerlo e ogni volta piango: di commozione. Di emozione. Di dolore per ciò che potrebbe essere e invece non è in una terra tanto bella e tento devastata. Adesso speriamo che non vengano lasciati soli, come è stato lasciato solo Carlo Alberto Dalla Chiesa, come è stato lasciato solo Giovanni Falcone, come è stato lasciato solo Paolo Borsellino, come sono stati lasciati soli tutti gli altri. Speriamo, anche, che non salti fuori qualche altro scrittorello a cianciare di professionisti dell’antimafia, aprendo la strada a quella delegittimazione e a quell’isolamento che segneranno la loro condanna a morte.


barbara




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4 maggio 2006

SUPERGA, 4 MAGGIO 1949

La tragedia di Superga è un incidente aereo avvenuto il 4 maggio 1949. Alle ore 17:05 di quel triste giorno il Fiat G212 con a bordo l'intera squadra del "Grande Torino" si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della basilica di Superga, appena fuori Torino.
L'aereo stava riportando a casa la squadra da un'amichevole a Lisbona contro il Benfica per festeggiare l'addio al calcio del capitano della squadra lusitana Ferreira. Nell'incidente perse la vita l'intera squadra del Torino, considerata una delle più forti del mondo in quel periodo, che aveva vinto cinque scudetti consecutivi dalla stagione 1942-'43 alla stagione 1948-'49 (i campionati '43-'44 e '44-'45 non vennero disputati a causa della seconda guerra mondiale) e costituiva i 10/11 della nazionale. Insieme ai grandissimi ciclisti Fausto Coppi e Gino Bartali, il Grande Torino aveva contribuito con le sue imprese a dare lustro a una nazione che cercava di risollevarsi dopo i terribili anni di guerra e di occupazione tedesca. Nell'incidente perirono anche i dirigenti della squadra e gli accompagnatori, l'equipaggio e tre dei migliori giornalisti sportivi italiani: Renato Casalbore (fondatore di Tuttosport), Renato Tosatti (Gazzetta del Popolo) e Luigi Cavallero (La Stampa).
L'impatto che la tragedia ebbe in Italia fu fortissimo, il Torino fu proclamato vincitore del campionato, gli avversari di turno schierarono nelle restanti partite la squadra ragazzi. Il giorno dei funerali, quasi un milione di persone scese in piazza a Torino per dare l'ultimo saluto ai campioni; lo shock fu tale che l'anno seguente la nazionale si recò ai Mondiali in Brasile viaggiando in nave.

Vittime dell’incidente

  • Giocatori
    • Valerio Bacigalupo
    • Aldo Ballarin
    • Dino Ballarin
    • Emile Bongiorni
    • Eusebio Castigliano
    • Rubens Fadini
    • Guglielmo Gabetto
    • Ruggero Grava
    • Giuseppe Grezar
    • Ezio Loik
    • Virgilio Maroso
    • Danilo Martelli
    • Valentino Mazzola
    • Romeo Menti
    • Piero Operto
    • Franco Ossola
    • Mario Rigamonti
    • Giulio Schubert
  • Dirigenti
    • Arnaldo Agnisetta
    • Ippolito Civalleri
  • Allenatori
    • Egri Erbstein
    • Leslie Levesley
  • Giornalisti
    • Renato Casalbore
    • Renato Tosatti
    • Luigi Cavallero (fonte)

barbara




permalink | inviato da il 4/5/2006 alle 0:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


3 maggio 2006

CINQUE PER MILLE

Io lo do a TELEFONO AZZURRO: CF 920 126 903 73. 

Qui altre informazioni e iniziative.

barbara




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3 maggio 2006

LE MÉTÈQUE*



Avec ma gueule de métèque,
De Juif errant, de pâtre grec
Et mes cheveux aux quatre vents,
Avec mes yeux tout délavés
Qui me donnent l'air de rêver,
Moi qui ne rêve plus souvent,
Avec mes mains de maraudeur,
de musicien et de rôdeur
Qui ont pillé tant de jardins,
Avec ma bouche qui a bu,
Qui a embrassé et mordu
Sans jamais assouvir sa faim...
Avec ma gueule de métèque,
De Juif errant, de pâtre grec,
De voleur et de vagabond,
Avec ma peau qui s'est frottée
Au soleil de tous les étés
Et tout ce qui portait jupon,
Avec mon coeur qui a su faire
Souffrir autant qu'il a souffert
Sans pour cela faire d'histoires,
Avec mon âme qui n'a plus
La moindre chance de salut
Pour éviter le purgatoire...
Avec ma gueule de métèque,
De Juif errant, de pâtre grec
Et mes cheveux aux quatre vents,
Je viendrai, ma douce captive,
Mon âme soeur, ma source vive,
Je viendrai boire tes vingt ans
Et je serai Prince de sang,
Rêveur ou bien adolescent,
Comme il te plaira de choisir;
Et nous ferons de chaque jour
Toute une éternité d'amour
Que nous vivrons à en mourir.
Et nous ferons de chaque jour
Toute une éternité d'amour
Que nous vivrons à en mourir
.

(* dedicata, fino alla penultima strofa, al mio ex cognato – che per l’ultima non ha avuto sufficiente ardire)

Buon compleanno, meraviglioso Georges.

barbara




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2 maggio 2006

LA SVOLTA DI FIUGGI

Tutti sapete che cos’è, vero? Tutti sapete che la svolta di Fiuggi è quella cosa in cui i fascisti sono diventati buoni, hanno capito che ammazzare gli ebrei è una brutta cosa, hanno sconfessato le leggi razziali, sono diventati amici di Israele e hanno promesso, d’ora in poi, di comportarsi bene. Lo sapevate, vero? Sì? Bravi. E se ora vi dico: Enzo Palmesano, che cosa mi sapete dire? Quanti di voi mi sanno dire chi è? Pochini, vero? Eh, già. Beh, niente paura, ve lo dico io. Enzo Palmesano è il membro di AN che al congresso di Fiuggi aveva fatto approvare il documento di esplicita condanna dell'antisemitismo e dell'antisionismo. Bene, direte voi, chissà come gli sarà stato grato il partito, di avergli fatto fare questo straordinario salto di qualità, di averlo tolto dall’angolo dei cattivi in cui si trovava da mezzo secolo, di avergli permesso di entrare finalmente nella politica italiana. Ecco, se è questo che pensate, lasciate che vi dica che siete un pelino fuori strada. Quattro anni e mezzo fa Sette, supplemento del Corriere della Sera, ha pubblicato un articolo con intervista ad Enzo Palmesano, di cui ho conservato alcuni stralci, che ora vi propongo. Spiega dunque, Palmesano, che dopo il congresso di Fiuggi è stato totalmente emarginato nel partito e subito dopo, con una contorta manovra orchestrata da Fini, è stato licenziato dal "Secolo d'Italia", dove lavorava come giornalista. Da allora è sempre stato disoccupato. Il suo nome è stato tolto dal tabulato degli iscritti della federazione provinciale di Caserta.
D. Sicuro che l'origine dei suoi guai siano quelle undici righe [...] che condannano antisemitismo, antisionismo e leggi razziali?
R. Sicurissimo. Il giorno stesso in cui fu approvato quel mio emendamento, il 27 gennaio 1995, molti camerati che erano stati vicini a me al Secolo e al partito mi tolsero il saluto.
D. Addirittura? Non le rivolgevano neanche la parola?
R. Qualcuno sì, me la rivolgeva. Per dirmi: guarda che ti cercano per circonciderti.
D. Mi scusi, se c'era tanta ostilità, come mai quel suo emendamento fu approvato con soli cinque voti contrari?
R. Fini non è stupido, è un animale politico di grande livello. Capì che la condanna dell'antisemitismo avrebbe dato ad AN un credito internazionale. E il partito gli obbedì. Ma le divisioni interne furono fortissime. Alcuni volevano tagliare il riferimento all'antisionismo, altri le due righe in cui si dice che le leggi razziali furono una vergogna. Ancora in questi giorni ho visto che nel sito internet ufficiale di AN quelle due righe sulle leggi razziali sono scomparse. [...]
R. Fini è il maggior responsabile della mia situazione. Con lui ho parlato fino al '98, quando ha bocciato una mia proposta di dare un saluto allo stato di Israele nel cinquantesimo della fondazione. Da allora, rapporti chiusi.
[...]
D. Non crederà davvero che Fini sia antisemita.
R. No, non lo è. Ma vive alcuni pregiudizi antisemiti. Per esempio pensa che gli ebrei si sentano prima ebrei e poi cittadini italiani. E poi considera il rapporto con il mondo ebraico come una questione di politica internazionale, di rapporti con Israele. Ma non è così: prima bisogna affrontare il discorso con gli ebrei italiani, perché qui in Italia il ricordo di cosa fece il fascismo brucia ancora. Fini pensa che in Italia gli sia ostile l'ebraismo di sinistra. Ma non è vero, è tutto l'ebraismo che vuole che AN faccia i conti con il proprio passato.


Ho contattato in questi giorni Enzo Palmesano, per chiedergli un aggiornamento sulla situazione. Ho ricevuto questa risposta:
Grazie per la Sua cortese attenzione. Ma non ho più parole, forse non so più parlarne. Il mio silenzio è in linea con quello unanime di quanti, indipendentemente dalle loro credenze religiose, hanno assistito al mio completo annientamento senza pronunciare una sola parola di solidarietà.
Voglia scusarmi.
Cordialmente
Enzo Palmesano

Se qualcuno ha voglia di continuare a illudersi su una destra amica di Israele e degli ebrei più della sinistra, libero di farlo. Ma senza più alibi, ora. E converrà, anche, fare un grosso esame di coscienza. Da parte di entrambi gli schieramenti.

barbara




permalink | inviato da il 2/5/2006 alle 15:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (38) | Versione per la stampa


1 maggio 2006

1 MAGGIO 1994



Ayrton Senna Da Silva nasce il 21 marzo 1960 nel distretto di Santana nella parte settentrionale di San Paolo, secondogenito di Neide F. Senna e Milton Da Silva. La sua famiglia gode di uno stile di vita superiore alla media delle famiglie brasiliane e Ayrton ricorderà sempre l'importanza della tranquillità, anche economica, e dell'affetto ricevuto per la sua crescita e la sua maturazione umana e sportiva. Sarà sempre molto legato ai genitori, al fratello Leonardo e alla sorella Viviane. Il padre, nella sua officina meccanica, gli costruisce un piccolo go-kart e Ayrton inizia a guidare già all'età di quattro anni.
La sua più grande passione per tutto il periodo della giovinezza diventano proprio i go-kart; impara sia l'arte del meccanico che quella del pilota: molte sue vittorie adolescenziali sono dovute alla profonda conoscenza del suo kart.
Ayrton fa il suo debutto in una gara ufficiale nel 1973 sulla pista di Interlagos: vittoria nella prima corsa. Corre con un casco giallo dipinto da Sid Mosca, inizialmente con una striscia verde alla quale poi aggiunge una banda blu, i colori della bandiera brasiliana, simbolo del suo paese e della sua gente.
Il padre intuisce le potenzialità del ragazzo e lo affida a "Tche", il miglior preparatore disponibile, che ricorda: "Non esistevano altri concorrenti per lui. Gareggiava sempre per vincere. Doveva essere vittoria o niente. Era un individualista, e mirava costantemente alla perfezione. Era attento a ogni dettaglio. Per esempio, non avrebbe mai tollerato una gomma graffiata, tutto doveva essere perfetto."
A soli 17 anni vince il suo primo titolo internazionale.
Ayrton Senna rimane nella storia perchè segnò profondamente il modo di correre in kart, e la sua tecnica è tuttoggi adottata universalmente: da sempre i piloti, nei lunghi rettilinei, bloccano il condotto del carburatore con la mano destra per arricchire la miscela e lubrificare meglio il cilindro con più benzina, poi mettono di nuovo entrambe le mani sul volante per affrontare le curve. Ayrton invece era in grado di farlo anche in curva, sfruttandone i vantaggi in uscita.
Il passo successivo sulla scena internazionale è la partecipazione al campionato del mondo del 1978 a Le Mans in Francia. Al primo test sul circuito Parma-San Pancrazio con i fratelli Parilla, proprietari della famosa fabbrica di motori DAP, situata nella periferia industriale di Milano, Ayrton è più veloce dell'irlandese Terry Fullerton, pilota ufficiale DAP e campione del mondo nel 1973.
Ayrton firma un contratto da secondo pilota, l'inizio di un lungo e leale legame con i fratelli Parilla, che alla fine lo avrebbe deluso, perché non riuscì mai a conquistare il titolo mondiale di categoria.
Ayrton non aveva dubbi, per diventare un pilota di F1 doveva lasciare il Brasile, la sua famiglia, i suoi amici, per trasferirsi nella patria dell'automobilismo: l'Inghilterra. La scelta sulla categoria cadde sulla Formula Ford, eccezionale nel mettere tutti i piloti sullo stesso piano grazie al motore unico. Questa categoria consente ad un giovane pilota di imparare tutto ciò di cui ha bisogno sulle monoposto da competizione e di affinare il controllo della vettura, molto critico a causa della mancanza di appendici aerodinamiche. Fu il primo pilota a vincere entrambi i campionati Townsend Thorensen e RAC al debutto.
Nonostante il successo Ayrton non era felice. Sua moglie Lilian aveva difficoltà a sostenere la pressione delle gare ogni settimana, la famiglia non era felice di averlo lontano da casa, lui stesso non riusciva a adattarsi a quel paese così diverso dal suo caldo Brasile; e in più la stampa brasiliana non mostrava grande interesse per i suoi risultati. Il sostegno della stampa era vitale per ottenere sponsorizzazioni e Ayrton doveva competere con Moreno e Bosel, allora al vertice della Formula 3 e con Nelson Piquet, protagonista in Formula 1.
Con 2 titoli di FFord 2000 in mano, Ayrton Senna ha solo 23 anni quando passa alla Formula 3. E' il 1983 il suo anno: nel campionato inglese stabilisce il record di dieci vittorie nelle prime dieci gare disputate, con nove pole position e restando al comando per 185 giri su 187 totali.
A metà stagione la superiorità dimostrata in pista, il ritmo impossibile che imponeva nei primi giri, i sorpassi all'esterno compiuti con facilità imbarazzante non lasciavano spazio a dubbi, il titolo non poteva che essere suo.
Le porte della Formula 1 da lì a poco si sarebbero finalmente aperte.
Ayrton Senna era il quattordicesimo pilota brasiliano a entrare a far parte del prestigioso mondo della F1. Questo lo caricava di enormi responsabilità, il Brasile aveva già avuto due campioni del mondo, Piquet e Fittipaldi, e lui stesso si era costruito la fama di vincente ovunque.
E' il 1984 e la sua macchina è una Toleman; è un anno di importanti esperienze e di qualche significativa soddisfazione: basti ricordare la splendida gara a Montecarlo sotto la pioggia dove arrivò addirittura a sfiorare la vittoria che, sarebbe senz'altro giunta se l'allora direttore di gara Jacky Ickx, non avesse interrotto la corsa proprio mentre Senna era nel mirino della McLaren di Prost. In quell'anno concluse il mondiale in nona posizione.
L'anno successivo Senna passa alla Lotus-Renault, vettura senz'altro competitiva, ma non ancora a livello delle migliori, tuttavia in quell'anno arrivano le prime due vittorie nel mondiale, la prima sotto l'acqua dell'Estoril in Portogallo, la seconda a Spa in Belgio. Senna rimane alla Lotus fino al 1987 vincendo altre quattro gare (Spagna, Monaco e due volte negli USA) e classificandosi quarto nel nei mondiali 1985, 1986 e terzo nel 1987.
Nel 1988 passa alla McLaren: Senna coglie 8 vittorie e il suo primo titolo mondiale in F1.
Il 1989 è l'anno della grande battaglia con Alain Prost che sfocerà nell'incidente provocato dal pilota francese a Suzuka e che costerà ad Ayrton il titolo mondiale, tolto a tavolino per squalifica. Ayrton si rifà l'anno seguente: sempre a Suzuka avviene un incidente tra la
Ferrari di Prost e la McLaren del brasiliano; questa volta il titolo va al brasiliano.
Nel 1991 il suo rivale è Nigel Mansell ma è Ayrton Senna che a fine campionato scriverà per la terza volta il suo nome nell'albo d'oro.
Nel biennio 1992-1993 la McLaren è molto inferiore alla Williams e per Senna non ci sarà possibilità di vincere il mondiale.
Il 1994 segna il passaggio di Ayrton alla Williams: Senna dispone di una monoposto superiore alla concorrenza, ma lo stesso pilota alle prime prove smentisce e sorprende tutti avvertendo di incontrare difficoltà nella gestione della nuova vettura; la scuderia rivale in quell'anno è la Benetton, rappresentata dal giovane talento tedesco
Michael Schumacher, che alla fine della stagione sarà campione.
Alle prime tre gare Senna conquista la Pole Position, quasi a ribadire una superiorità indiscussa in qualifica, ma alla prima gara in Brasile finisce in testacoda; nella seconda ad Aida in Adelaide si ritira per un incidente alla partenza.
La terza gara si corre ad Imola, nel GP di San Marino: tutto l'ambiente è già fortemente scosso dalla morte del pilota Roland Ratzenberger avvenuta il giorno precedente durante le prove. Al settimo giro, per la probabile rottura del piantone dello sterzo, Ayrton Senna esce di pista alla curva del Tamburello: lo schianto della sua Williams contro il muretto a 300 chilometri orari è terribile.
Il campione brasiliano viene subito soccorso e portato al vicino ospedale di Bologna in elicottero. Nonostante lo sforzo dei medici nel tentativo di salvarlo, Senna muore alle 18:30 per le gravi contusioni riportate alla nuca.
E' il 1 maggio 1994.
E' il triste giorno in cui il grande campione, all'età di 34 anni, scompare tragicamente entrando di fatto come un mito e - per il suo talento, la sua serietà e la sua umanità - una leggenda, nella storia dello sport mondiale (fonte).

Non avevo mai perso una gara di Formula 1. Da quel giorno non l’ho mai più guardata.

barbara




permalink | inviato da il 1/5/2006 alle 19:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (27) | Versione per la stampa


1 maggio 2006

CHI L’AVREBBE MAI IMMAGINATO

Dal Corriere online

Subito alta la tensione al corteo del Primo Maggio di Milano dopo l'entrata di Letizia Moratti. I poliziotti hanno fatto percorrere una decina di metri al candidato sindaco della Cdl in senso contrario e i manifestanti si sono assiepati gridando: «Vai a lavorare», «fuori, fuori», «basta con le provocazioni», e persino «nazista».
Letizia Moratti, che sarebbe dovuta arrivare fino a Piazza Fontana perchè si era ritenuto di evitare che arrivasse fino al palco di piazza Duomo, è uscita però dal corteo dopo un centinaio di metri. I poliziotti l'hanno scortata fuori all'altezza di via Cavallotti, lungo corso Europa. Parte della folla, quasi inferocita l’ha «accompagnata», tra spintoni e fischi, alla macchina predisposta per portarla via, subissandola di fischi.

Ecco, io, come i miei lettori sanno, insegno da trent’anni. Io ogni giorno mi trovo a dover fare i conti con le devastazioni operate nella scuola da Letizia Moratti. Io ho dovuto persino assistere impotente alla distruzione di un mio progetto unico in regione e forse anche in Italia, a causa della famigerata riforma Moratti. Davvero, dunque, non avrei mai immaginato di potermi trovare un giorno anima e corpo dalla sua parte. Ma chi cazzo si credono di essere questa banda di coglioni che si arrogano addirittura il diritto di decidere chi può e chi non può partecipare a una manifestazione? Ma che ci vadano loro, piuttosto, a lavorare, razza di bastardi.

barbara




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io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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