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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


9 marzo 2006

L’OSSESSIONE DEL PERDONO (ALTRUI)

Questo articolo del Corriere della Sera, di Guido Santevecchi, mi fornisce lo spunto per qualche riflessione.

«Sono in collera. Ripeto ogni giorno quel nome: Mohammed Sidique Khan, il nome di chi ha preso la vita di mia figlia, e sento collera. È troppo duro per me stare dietro l’altare, nella mia chiesa, e celebrare l’Eucaristia, guidare i fedeli con parole di pace e riconciliazione. Perché io non perdono. E neanche lo voglio». Dopo aver ascoltato il suo cuore per otto mesi la signora Julie Nicholson, vicario della chiesa anglicana di St Aidan e St George a Bristol, ha deciso di lasciare il suo incarico di parroco. I quattro kamikaze anglo-pakistani che il 7 luglio hanno ucciso 52 persone nella metropolitana di Londra le hanno tolto la figlia Jenny e la vocazione.
Quella mattina Jenny Nicholson, 24 anni, musicista diplomata al conservatorio, stava andando al suo nuovo lavoro in una casa musicale di Londra. Dalla stazione di Paddington telefonò al fidanzato per dirgli che era in ritardo e stava salendo su un convoglio della Circle Line diretto a Edgware Road. Lo stesso treno scelto da Mohammed Sidique Khan, il maestro elementare trentenne che dopo un viaggio di indottrinamento in Pakistan aveva deciso che in nome del suo Dio avrebbe fatto pagare con il sangue agli inglesi «la loro arroganza». Ci vollero molti giorni per identificare il corpo della giovane musicista.
Al funerale, nella Cattedrale di Bristol, c’erano più di mille persone. Il coro dell’università, di cui Jenny era stata solista, intonò Hallelujah, dalla colonna sonora di Shrek, il film preferito dalla ragazza. Ma la mamma non parlò, non se la sentì di rivolgere ai fedeli e a se stessa parole di cristiana accettazione, di perdono.
Otto mesi dopo, il reverendo Julie Nicholson ha ascoltato abbastanza il suo cuore e ha deciso di parlare: «Credo che ci siano alcune cose nella vita che sono imperdonabili dallo spirito umano. Abbiamo tutti la possibilità di scegliere e quel giorno quattro esseri umani fecero la loro scelta. E io mi sento offesa e in collera per il fatto che lo abbiano fatto in nome di Dio».
Il caso del vicario Julie ha aperto un dibattito sulla stampa. Il Times ha chiesto un parere a Lord Tebbit, figura carismatica dei conservatori. Sua moglie è rimasta invalida nell’attacco dell’Ira alla conferenza Tory di Brighton nel 1984: «Perché la parola perdono abbia un senso è necessario che chi ha colpito provi rimorso; ma l’uomo che è in carcere per quella bomba non ha mai collaborato con le indagini. Lascio il perdono a Dio». Parlando alla Bbc , l’arcivescovo Desmond Tutu ha sostenuto che «restare ancorati al proprio risentimento significa chiudersi nel vittimismo e permettere a chi ha fatto del male di influire per sempre nella propria vita: perdonare libera». Il Times replica che «perdonare e dimenticare non è sempre possibile né auspicabile... la perdita della signora Nicholson è grande e la sua fede ne è stata turbata, ma la sua integrità resta intatta perché ha l’onestà di guardare nella propria coscienza». Il pio Tutu non si arrende: «Questi non sono diavoli, non hanno corna, non hanno code, il loro aspetto è normale come il nostro». Per l’ Independent: «forse è questo che rende così difficile perdonare».

Le cose contenute nell’ultima parte dell’articolo sono fra quelle che più mi indignano e mi fanno imbufalire: come si permette un giornale di andare in giro a chiedere se la signora Nicholson faccia bene o male a non perdonare? Come si permette il signor Tutu di giudicare i sentimenti di un essere umano? Chi gli dà il diritto di andare a dire, con incommensurabile arroganza, che cosa la signora Nicholson debba o non debba fare? E poi, diciamolo una buona volta: è ora di finirla con questa becera retorica del perdono. Vi ricordate quando un branco di bastardi ha assassinato Maria Letizia Berdini lanciando sassi dal cavalcavia? La prima azione degli sciacalli con microfono è stata quella di precipitarsi dal padre e dalle sorelle per chiedere: «Lei perdona?» Seguito dal coro indignato di mezza Italia quando i familiari hanno detto che no, loro non perdonavano un accidente di niente. Ebbene, io trovo indegno, io trovo immorale, io trovo immondo questo sciacallaggio dei sentimenti di chi già tanto ha sofferto. Trovo altrettanto immonda questa moda – sì, lasciatemelo dire: MODA – del perdono gratis e in pronta consegna. E trovo ancora più immondo che qualche bastardo col culo comodamente sprofondato in qualche soffice poltrona abbia la spudoratezza di giudicare le coscienze altrui (E di Tommaso, nel frattempo, ancora nessuna notizia).

barbara




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8 marzo 2006

8 MARZO

Dedicato a voi


e a te


e a te


Dedicato a Nazanim, condannata a morte per essersi difesa da uno stupro di gruppo, mentre il suo fidanzato se la dava eroicamente a gambe


a Rubina, stuprata da un branco e che ora rischia la prigione o addirittura la lapidazione per rapporti sessuali extraconiugali


a Nadia, assassinata dal marito perché scriveva poesie


a Ranja, dalla bellezza quasi indescrivibile, ridotta così per avere risposto al telefono senza il permesso del marito


a “Maria”, che è quasi lecito violentare in una porcilaia perché tanto già altri l’hanno fatto prima

a Franca Viola, eroica adolescente siciliana che per prima, oltre quarant’anni fa, ha osato sfidare tutto il suo mondo rifiutando il matrimonio riparatore con l’uomo che l’aveva stuprata


ad Ayaan Hirsi Ali, che rischia ogni giorno la vita per portare avanti la lotta in favore delle donne


Ai milioni di bambine cinesi e indiane cancellate con l’aborto selettivo o assassinate alla nascita. Alle schiave, impropriamente chiamate prostitute, sbattute sui nostri marciapiedi. Alle vittime delle mutilazioni genitali. A tutte le donne cui non è stato perdonato il crimine di essere nate donne. A tutte le donne che lottano per difendere la propria dignità. A tutte quelle che non lottano perché nell’abisso in cui sono state relegate non hanno ancora avuto modo di scoprire di avere una dignità da difendere. (e nel frattempo di Tommaso continuiamo a non avere notizie) 

barbara




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7 marzo 2006

STUPRO CON ATTENUANTI - AGGIORNAMENTO

Quando, nel febbraio di sette anni fa, avevano decretato che stuprare una ragazza in jeans è tecnicamente impossibile, ben pochi si erano presi la briga di difendere i magistrati della Terza sezione penale della Cassazione, sommersa per l'occasione, oltre che dall'indignazione, anche dal ridicolo. E quando poco tempo dopo gli stessi giudici avevano prodotto un'altra sentenza da cui si evinceva che violentare una donna incinta di sette mesi non comportava nessuna aggravante, qualcuno aveva chiesto che questi reati fossero trasferiti a una sezione meno ostile alle donne. Oggi invece le cose stanno andando in maniera diversa. Tornata clamorosamente alla ribalta per il caso della ragazzina di Guspini, abusata dal compagno della madre, ma dipinta come una navigata ninfetta, questa volta la Terza sezione ha trovato parecchi difensori, anche fra le donne. Eppure la vicenda appare persino più grave. La vittima, che chiameremo Maria, al momento dei fatti aveva poco più di 14 anni e aveva vissuto in una famiglia disastrata. Un padre in prigione per omicidio, un patrigno rabbioso e violento, una madre debole che prima aveva denunciato il compagno per maltrattamenti, ma poi, quando l'uomo era stato condannato, aveva ritirato la querela, probabilmente per il meccanismo di paura e di dipendenza affettiva che si ritrova spesso in queste storie. Intanto le bambine, compresa Maria, erano state tolte alla coppia e affidate a una casa famiglia. Ed è appunto agli assistenti sociali che Maria aveva parlato della violenza, raccontando (è agli atti del processo) di quando era finita con il patrigno in una porcilaia fuori dal paese. L'uomo le aveva chiesto un rapporto sessuale, lei aveva detto di no, lui aveva insistito per un rapporto orale, a cui Maria non aveva avuto il coraggio di opporsi. È vero che in quel periodo la ragazzina aveva avuto qualche altra esperienza sessuale. Ma come sostiene Massimiliano Ravenna, il suo avvocato difensore, non si trattava certo di una Melissa P. in versione sarda. Caso mai era stata proprio la mancanza di una famiglia capace di proteggerla a fare di Maria un oggetto di desiderio per qualche balordo, a cui si era aggiunto il compagno della madre. Questa era stata l'interpretazione dei giudici d'appello, che avevano condannato l'uomo a tre anni e quattro mesi. Ma gli ermellini hanno cassato la sentenza perché, secondo loro, non spiegava in modo logico le ragioni per cui l'uomo non aveva avuto le speciali attenuanti che possono ridurre la pena fino a due terzi. Entrando pesantemente nella vita di Maria, la Terza sezione ha sottolineato fra l'altro i suoi «numerosi rapporti sessuali con uomini di ogni età». E qui è scoppiata la bagarre. Di fronte alle proteste contro la sentenza, vari giuristi sono scesi in campo a difenderne invece le ragioni. Da avvocati famosi, come Franco Coppi e Giulia Buongiorno, all'ex femminista Grazia Volo fino ai magistrati del sito on line Diritto e Giustizia e al procuratore capo di Roma, Giovanni Ferrara, si è obiettato che la sentenza era tecnicamente ineccepibile e chi protestava ne aveva visto solo qualche frase. «E invece le carte sono ancora peggio di quel che immaginavo. Dopo averle lette la mia indignazione è cresciuta ancora», sostiene Fernanda Contri, prima donna giudice costituzionale. Il punto centrale sarebbe quello del rapporto orale. Per la corte d'appello sta nella gravità di questo atto «innaturale» la ragione per non concedere le attenuanti. Gli ermellini, invece, dipingendo Maria come una ragazza spregiudicata, dicono che era stata lei a «scegliere con avvedutezza» quel rapporto. «Ma come si può sostenere che una quattordicenne in una porcilaia abbandonata sia libera di decidere?», si indigna Contri. Domenico Gallo, magistrato del tribunale minorile di Roma, che come senatore aveva votato dieci anni fa la legge sulla violenza sessuale, va oltre: «In quella legge si è fatto l'errore di unificare in un solo reato stupro e molestie sessuali. Ma dato che non si può condannare qualcuno a cinque anni per una pacca sul sedere, avevamo previsto attenuanti molto forti: che però non hanno a che vedere con casi come questo. La legge va cambiata». D'accordo l'avvocata Marinella De Nigris, secondo la quale in questo momento c'è anche una «deriva dei principi, un ritorno al passato», particolarmente evidente in un tribunale quasi solo maschile (40 magistrate contro 420 maschi) e per di più anziano come la Cassazione. Ma finché le donne non sfonderanno quel tetto di cristallo è difficile che le cose cambino. (Chiara Valentini, L’Espresso)

Ecco, adesso forse possiamo avere le idee un po’ più chiare. Adesso forse qualcuno che, in giro per i blog, ha tenuto dotte lezioni sulle tredicenni di oggi che sono tutte troie che non desiderano altro che farsi sbattere da un trentenne o quarantenne (wishful thinking?) magari potrebbero anche fare un mezzo passo indietro. Magari. Ma non è che ci si faccia troppo conto, naturalmente: i nostri polli li conosciamo, e l’età delle felici illusioni l’abbiamo lasciata da un pezzo (e Tommaso, nel frattempo, ancora non è tornato a casa).


barbara




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6 marzo 2006

CIUDAD JUÁREZ: PERCHÉ NON SE NE PARLA?

Non sono un’estimatrice particolarmente fanatica di Enzo Biagi, ma ritengo utile riportare uno stralcio del suo articolo pubblicato nell’ultimo numero dell’Espresso.

[...] Ho visto una foto con una grande croce su cui sono conficcati più di 500 chiodi, è una foto che mi ha sconvolto, perché ogni chiodo rappresenta una giovane donna rapita e riapparsa in mezzo al deserto seviziata, violentata, poi uccisa. Questa croce è a Ciudad Juarez, la quarta città del Messico, circa un milione e mezzo di abitanti, al confine con gli Stati Uniti, a quattro chilometri da El Paso, Texas. [...] È una zona di passaggio, di emigranti, di gente povera che insegue il sogno americano. Oggi Ciudad Juarez viene chiamata dalle donne messicane la città della morte; solo nell'ultimo anno le rapite sono state 200. Delitti che non hanno mai visto una condanna, ma neanche una vera e propria indagine. Si racconta che le cause di questo orrore siano il traffico di organi, videotape estremi, giochi sessuali con morte annessa. Quello che è più grave, raccontano alcuni giornalisti disposti a sfidare la vendetta, è che il governo tollera questa situazione. Sono pochi cronisti che cercano di portare luce in una zona d'ombra. Elena Rivera Morales aveva 16 anni, come Elena Chavez Caldera; Claudia Yvette Gonzales 20 anni, è stata assassinata nel 2001 e il suo corpo fu rinvenuto in un campo di cotone accanto ai resti di altre sette ragazze. Lilia Alejandra Garcia Andrade aveva 17 anni, mentre Elena Guadian, 26 anni, lasciò due bellissimi bambini e di lei non si è mai più saputo nulla. Sono alcuni chiodi di quella croce. [...] E adesso, guardando quella croce di Ciudad Juarez, penso al nostro mondo "civile" che si batte per le quote rosa e non si accorge di quelle giovani donne che vengono uccise perché qualcuno ha il piacere di ucciderle.

Sta durando da molti anni, questa tragedia. Ogni tanto qualcuno ne parla un po’, come Enzo Biagi in circa un quarto di questo scombiccherato articolo, e poi torna a cadere il silenzio. E loro continuano a morire, nel modo più atroce, nell’indifferenza pressoché totale del mondo intero (e Tommaso, nel frattempo, continua a restare nelle mani dei criminali che stanno distruggendo la sua infanzia).



barbara




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5 marzo 2006

PAROLE MALATE 7

In tempo reale

Innanzitutto vorrei sapere: il tempo reale è il contrario di che cosa? Del tempo irreale? Surreale? Falso? Astratto? Fantasioso? Immaginario? Utopistico? Repubblicano? E poi voglio sapere: ma cosa diavolo vuol dire?

barbara




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5 marzo 2006

QUEI PICCOLI EBREI CAVIE DEI NAZISTI

SAN MARTINO BUON ALBERGO (Verona) - Da lunedì 27 febbraio al 10 marzo le scuole elementari e medie «Berto Barbarani» ospitano una mostra da non perdere: «Chi vuole vedere la mamma faccia un passo avanti», è intitolata, dall'agghiacciante frase che pronunciò un medico nazista per ottenere cavie umane tra i piccoli ebrei prigionieri.
Fra i 63 ebrei deportati da Verona nei campi di sterminio (nessuno ne è tornato) otto erano bambini e ragazzi, dai 2 ai 17 anni. Che sorte avranno avuto? Sotto i 14 anni erano gasati all'arrivo nei campi, subito uccisi. Ma nei lager alcune centinaia di minori (fra i quasi sette milioni di vittime, anche membri della Resistenza europea, pure zingari, omosessuali, testimoni di Geova, minorati psichici e fisici) non furono subito soppressi. Li tennero in vita, in qualche caso anche in discrete condizioni, per sottoporli ai più atroci esperimenti «scientifici» dettati da un concetto di superiorità razziale che li equiparava al rango di cavie animali.
Non sappiamo, non sapremo mai forse, se gli otto israeliti scaligeri (o italiani ebrei arrestati nel Veronese) abbiano avuto questa sorte, ma dalla sede della comunità israelitica veronese è partita la mostra ora a San Martino, destinata a girare scuole e municipi della provincia che la richiederanno.
Nella tragedia della Shoah, la mostra rende il dettaglio di una storia minima e importantissima, la sorte ricostruita nel miglior modo possibile di venti bambini, dieci maschi e dieci femmine, dai 4 ai 12 anni, utilizzati da medici carnefici per esperimenti sulla tubercolosi: si contagiavano i bambini tramite l'inoculazione del bacillo, li si privava poi di una ghiandola ascellare per verificare che non avessero creato anticorpi ma che erano tutti affetti dal morbo di Kock. Poi i piccoli vennero soppressi. Tutti impiccati. I carnefici, subito dopo, brindarono: era il 20 gennaio 1945, genetliaco di Hitler.
Si deve alla tenacia di un giornalista tedesco, Gunther Schwarberg del settimanale Stern, la rigorosa ricerca e ricostruzione della tragica epopea di questi giovanissimi, arrestati dall'ottobre 1943 all'ottobre 1944 (2 francesi, 1 yugoslavo, 14 polacchi, 2 olandesi e un italiano, Sergio de Simone, 8 anni). Ad Amburgo, attorno alla scuola dove vennero trucidati, è dedicato un quartiere, coi loro nomi sulle vie e le piazze. A Verona dobbiamo all'abnegazione di un'insegnante di tedesco, Maria Pia Bernicchia, la mostra itinerante sui venti bambini di Bullenhuser Damm: inquadramento storico, ricostruzione delle singole personalità dei bambini, fotografie (sono state anche ritrovate le foto naziste di queste sevizie), tregenda finale.
Se non sappiamo nulla dei piccoli ebrei scaligeri ecco tutto o quasi del piccolo Sergio, nato a Napoli il 29 novembre 1937, figlio di un'ebrea fiumana, Gisella Farberow Perlow, e di un ufficiale partenopeo travolto dalla guerra che, vedi la vita, non ben accetta nella famiglia del marito, era tornata dalla Campania a Fiume con il piccolo. Furono entrambi deportati ad Auschwitz e Birkenau con la nonna, la zia, le due cuginette, altri parenti. Sergio è tatuato, A 179614, e subito spedito con le cugine nella baracca 11.
C'erano 300 bambini. «Mio figlio è tanto bello che non gli faranno niente», si illudeva la madre». «Chi vuole vedere la mamma?» I venti che fecero un passo avanti furono trasferiti in due giorni per gli esperimenti a Neuengamme, a 30 chilometri da Amburgo, un lager per prigionieri politici. Quindi l'impiccagione a Bullenhuser Damm, con altri 28 adulti. I corpi furono subito bruciati.
«Come li ha impiccati?» chiesero al processo al boia delle SS. «Come i quadri al muro». (
Bartolo Fracaroli, L'Arena, 25 febbraio 2006)

Perché per me ogni giorno è un giorno della Memoria (e nel frattempo un bambino malato di neanche un anno e mezzo è in mano di non si sa chi, non si sa perché, non si sa in quali condizioni, e non si sa se tornerà).

barbara

Aggiornamento: suggerisco di leggere questo splendido articolo.




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4 marzo 2006

OGNI VELENO È BUONO

Spesso le neonate sono uccise con minime dosi di lattice di oleandro (velenosissimo), pula di riso (che taglia le mucose), alcol (che induce diarrea), pesticidi o sonniferi. Oppure sono immerse in acqua fredda o avvolte in un panno bagnato perché prendano la polmonite. Metodi questi molto usati oggi per ragioni legali: i genitori vanno dal medico il quale rilascia un certificato di malattia che poi spiega la morte, quando intanto alla piccola sono stati negati i rimedi prescritti.

Aisha deve la vita a un sonnifero. Quello che, quando era appena nata, la madre Lalithaa metteva ogni giorno nel tè del padre Yadav, deciso a eliminare la figlia macchiata dal peccato originale di essere femmina. Un peso cioè per i genitori – operaio avventizio lui e donna di servizio lei – che vivevano in un appartamento di 15 metri quadri nella baraccopoli di Mahim, a Bombay. Quando dopo una settimana Yadav prese a sospettare degli improvvisi colpi di sonno e la suocera sembrava pronta a entrare in azione (di solito è la madre dello sposo a incaricarsi della soppressione della nipote indesiderata), Lalithaa fuggì rifugiandosi a casa di Amrita D’Silva, cattolica originaria di Goa e amica della famiglia preso cui la giovane madre lavorava, nell’elegante quartiere di Cuffe Parade. Tornata a Mahim dopo oltre un mese, Lalithaa dovette difendere con le unghie la piccola, racconta scuotendo il capo la signora D'Silva, «sopportando l’assedio dei suoceri e le botte del marito, che però alla fine gettò la spugna», sebbene per lui la figlia rimanesse un peso, perché una femmina è da sempre un investimento a perdere in India. In quella rurale della tradizione come in quella urbana che da un quarto di secolo cresce con tassi annui del 5-6 per cento. Una femmina trova lavoro meno facilmente e, quando lo trova, guadagna assai meno. L'erede dei beni di famiglia è sempre maschio: solo lo scorso agosto il Parlamento ha approvato la legge che dà pari diritti in materia alla donna, che comunque si sposa e se ne va di casa per sempre. Prima se ne va, dunque, meglio è: secondo il settimanale Sahara Time, nel paese una donna su tre si sposa minorenne per volere dei genitori, mentre nello stato del Rajastan la media sale a una su due. Ma per potersi sposare, a una ragazza serve la dote prescritta dal costume indù - ormai diffuso anche fra i musulmani - messo al bando nel 1961 e tuttavia, sottolinea un recente servizio della rete via cavo Ndtv, rimasta "legge non scritta". Con l'aiuto di D'Silva, Aisha ha studiato e oggi lavora in un hotel del quartiere di Colaba. Guadagna l'equivalente di quasi 70 euro al mese con cui può mantenere la famiglia e sperare in un buon partito. A 23 anni si vuole sposare, «Ma non accetterò mai di sottostare a pretese di dote» dice sicura. Seppure a lieto fine, la sua storia conferma una tragica regola: secondo statistiche mediche, ogni anno 16 neonate su mille vengono uccise, ma in realtà "centinaia" in ogni villaggio (l’India ha 175 mila villaggi) semplicemente "scompaiono”, soppresse o vendute, sostiene in un saggio l'attivista per i diritti della donna Gita Aravamudan. «In Rajastan ci sono villaggi in cui ufficialmente da decenni non nascono bambine» dice. Mentre la rivista medica britannica Lancet calcola che almeno dieci milioni di feti di bambina siano stati abortiti negli ultimi vent'anni, da quando cioè esiste l'ecografia. Di fronte a tali numeri - paragonabili solo a quelli della Cina - dalla fine anni Novanta la legge impone ai medici il segreto sui risultati dell'ecografia (un ginecologo su due ha l'attrezzatura in studio) ma la cronaca abbonda di violazioni della norma.
Rimane così un fatto che, mentre l'Unicef registra una maggior incidenza di nascite di bambine in quasi tutti i paesi - con una media mondiale di 105 femmine ogni 100 maschi, - l’Indian medical association registra una media nazionale di 92,7 bambine ogni cento maschi, con picchi negativi di 79,3 femmine in aree del Punjab e dell’Haryana.
Stando all'Unicef poi, nella fascia di età fra zero e sei anni, l'incidenza di decessi di femmine supera del 50 per cento quella dei maschi. Le ragioni: le bambine soffrono in misura maggiore di malnutrizione e malattie relative, perché vengono nutrite meno (un indiano su tre vive al di sotto della soglia di povertà) e quando si ammalano arrivano dal medico in ritardo rispetto ai maschi più curati. Differenza fra i sessi «vuol dire soprattutto disparità economica e di diritti» ragiona Ritu Dewan, docente di economia della Bombay University. «Nell'usanza della dote sta la chiave di ogni disparità». Perché una ragazza non si sposa se non ha una dote sufficiente, o sposa un uomo di una famiglia più povera perdendo status sociale. Tecnicamente la parola dote in hindi - dahej - significa dono. «Ma in realtà è il prezzo che una famiglia paga per disfarsi della figlia. Dopotutto, i matrimoni continuano a essere decisi dai genitori che, sulla base di interessi materiali o di status, trovano l'accordo alla fine di serrati negoziati» insiste Dewan. Un tempo dote, per i poveri, voleva dire biancheria, un pugno di soldi e, dove possibile, una cassapanca. «Oggi la gente per la dote vuole televisori e frigoriferi, a volte persino un'automobile» spiega Joyiti Chaudhary, vice direttore della sezione femminile del carcere di Tihari a New Delhi, noto per il suo "braccio delle suocere".
Se non è lo sposo in prima persona, è quasi sempre la suocera a farsi carico di esigere, anche con la violenza, il "dono", reclamato non di rado a nozze fatte e a dispetto degli accordi prematrimoniali, o concordato in rate suscettibili di incrementi arbitrari. Secondo la tradizione indù, la sposa entra in tutto e per tutto a far parte della famiglia del marito, che può vantare su di lei ogni potere. E se la nuora non produce la dote richiesta, si espone a ogni sorta di angherie: percosse, stupri e vere torture. Può essere sfigurata con l’acido muriatico o segregata a vita, ma rischia anche la morte. Negli anni dal 2000 al 2003 nel paese sono stati denunciati ogni anno oltre 150 mila casi di violenza e oltre settemila omicidi. Le cifre però, lamentano le organizzazioni civili, non contemplano i casi di donne confinate in una stanza senza cibo e lasciate morire di malnutrizione. O date alle fiamme dopo essere state cosparse di kerosene, il combustibile domestico più diffuso: è il cosiddetto "incidente da cucina", il metodo più comune per eliminare le nuore "insolventi". Nel totale delle violenze familiari contro le donne, per il quotidiano Times of lndia, il 92 percento è legato alla dote. E negli anni Novanta l’incidenza di simili violenze e omicidi è triplicata rispetto agli anni Ottanta, perché «il benessere non migliora le cose. Anzi! Rende la gente più avida» dice Ranjana Kumari del center for Social Research. O forse si può anche supporre che ad aumentare siano i casi usciti dai confini dell’omertà grazie proprio a un progresso che, suggerisce la professoressa Dewan, «apre comunque spazi alle donne. Dando loro il coraggio della denuncia. (di Paolino Accolla, pubblicato su “Io donna”)

E anche questa, immagino, è una “cultura”.


barbara




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3 marzo 2006

END THE UNJUST JEWISH OCCUPATION OF ARAB LAND!



barbara




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2 marzo 2006

CHE COSA È NATO PRIMA: IL TERRORISMO O L’OCCUPAZIONE?

1.1.1952 - una ragazza di 19 anni del quartiere Bet Israel nella Gerusalemme ovest viene assassinata da sette fedayeen penetrati nella sua casa.
7.6.1953 - una ragazza muore e tre persone vengono ferite in un quartiere a sud di Gerusalemme.
9.6.1953 - terroristi provenienti dalla Giordania attaccano un moshav vicino a Lod uccidendo una persona. Questo, un giorno dopo la firma di un accordo con i Giordani stipulato con l'aiuto dell'ONU in cui i giordani si impegnavano a non permettere ai feedayim palestinesi il passaggio verso Israele.
11.6.1953 - un gruppo di terroristi entrano nel villaggio Hess nel shomron e rapiscono una coppia uccidendoli in seguito barbaramente.
17.3.1654 - un autobus di linea da Tel Aviv ad Eilat presso Maale Akrabim viene attaccato da terroristi che uccidono il conducente, salgono sull'autobus e uccidono a sangue freddo altre 11 persone. Un sopravvissuto racconta di aver visto un terrorista sputare sui corpi delle vittime. 2.1.1955 - due turisti vengono uccisi nel deserto del Yehudà a sud di Gerusalemme.
24.3.1955 - una giovane donna viene assassinata e 18 persone vengono ferite durante un matrimonio nel moshav Patish nel Negev.
7.4.1956 - Una donna di Ashkelon viene uccisa in casa sua causa lo scoppio di tre bombe a mano lanciate da terroristi dentro il suo appartamento. Due membri del kibbutz Ghivat Haim vengono uccisi in macchina sulla strada dall'incrocio di Plugot verso Mishmar ha Neghev. E ancora nello stesso giorno viene ucciso un operaio e tre vengono feriti dal lancio di bombe a mano a Nizzanim.
11.4.1956 - un gruppo di terroristi entra nel moshav Saphrir vicino a Ramle. Due entrano nel tempio dove in quel momento si trovavano bambini dai 9-16 anni. Quattro giovani muoiono sul colpo altri cinque vengono feriti di cui tre in maniera grave.
12.9.1956 - tre guardiani drusi vengono uccisi a Hein Ofarim
23.9.1956 - quattro archeologi sono uccisi e 16 vengono feriti da colpi di arma da fuoco vicino al kibbutz Ramat Rachel
24.9.1956 - Una bambina viene assassinata vicino al moshav Haminadav
4.10.1956 - cinque operai vengono uccisi a Sdom
9.10.1956 - due operai vengono uccisi a Neeve Hadassa nel shomron
8.11.1956 - terroristi sabotano tubi dell'acquedotto, sparano a macchine in passaggio e ad un treno. Sei israeliani feriti.
8.3.1957 - Un pastore del kibbutz Bit Guvrin viene ucciso nei campi.
16.4.1957 - Due guardie del kibbutz Messilot vengono uccise da terroristi provenienti dalla Giordania.
23.6.1957 - Due israeliani feriti nei campi non lontano dal confine Egiziano presso Gaza (che faceva parte dell'Egitto)
21.12.1957 - Un membro del kibbutz Gadot viene ucciso nei campi del kibbutz
11.2.1958 - Un membro del moshav Yanov viene assassinato a colpi di arma da fuoco da terroristi mentre viaggiava verso Kfar Yona.
5.4.1958 - Due civili israeliani uccisi vicino Tel Lachish.
22.4.1958 - Due pescatori vengono uccisi nel golfo di Hakaba e Eilat.
26.5.1958 - Quattro poliziotti vengono uccisi da colpi di arma da fuoco presso l'università di Har Hazofim
17.11.1958 - Dopo il bombardamento da parte dei siriani sui villaggi della valle del Hula a nord di Israele, un gruppo di terroristi uccidono la moglie di un ufficiale dell'aviazione inglese che si trovava in vacanza presso i preti italiani del monte Haosher
23.1.1959 - Viene ucciso un pastore del kibbutz Lehavot Habashan
14.4.1959 - Una guardia viene uccisa all'entrata del kibbutz Ramat Rachel vicino a Gerusalemme.
27.4.1959 - Due turisti vengono assassinati durante una gita a Massada.
3.10.1959 - Un altro pastore viene assassinato vicino al kibbutz Yad Hana.
26. 4. 1960 - Un abitante di Ashkelon viene ucciso da un terrorista a sud della città.
12.4.1962 - Ancora spari verso un autobus diretto ad Eilat. Un ferito.
3.1.1965 - Il movimento "Fatah" cerca di sabotare il canale che trasporta l'acqua dal lago di Tiberiade al sud di Israele. L'attacco viene sventato.
31.5.1965 - Due civili del quartiere Musrara a Gerusalemme vengono uccisi altri quattro feriti gravemente da un attentato terroristico.
5.7.1965 - Gruppi terroristici di "Fatah" cercano di sabotare la ferrovia, e fanno scoppiare ordigni dinamitardi a Mizpè Messuà, vicino a Beit Giubrin, vicino a Kfar Batir.
26.8.1965 - Sabotaggio vicino a Manara a nord di Israele. Vengono fatte scoppiare le condutture dell'acqua.
29.9.1965 - un terrorista viene ucciso durante il tentativo di atto terroristico dentro il moshav Amazia.
7.11.1965 - terroristi di "Fatah" fanno esplodere un’intera casa nel moshav Ghivat Yeshaiau. La famiglia che viveva nella costruzione si salva per miracolo.
25.4.1966 - Due civili feriti e tre costruzioni distrutte da un attacco dinamitardo compiuto da terroristi nel moshav Beit Yosef nella valle di Beit Shean.
16.5.1966 - Due morti causa una mina posta su una strada sconnessa a Almagor a sud del lago di Tiberiade.
14.7.1966 - Terroristi colpiscono una casa nel villaggio di Kfar Yuval.
19.7.1966 - un gruppo di terroristi penetra dal confine libanese a Margaliot posando nel kibbutz nove ordigni dinamitardi. Nessun ferito.
27.10.1966 - Un ordigno viene fatto esplodere al passaggio del treno che viaggiava da Tel Aviv a Gerusalemme. Un ferito.

Quelli qui elencati sono una piccola selezione degli attacchi armati e attentati terroristici condotti dai palestinesi in territorio israeliano fra il 1948 e il 1967, ossia quando NON C’ERANO TERRITORI OCCUPATI. Il quel periodo i territori di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est erano illegalmente e in violazione della risoluzione ONU 181 occupati rispettivamente dall’Egitto e dalla Giordania: non si ricordano proteste per tale occupazione illegale. Vale forse la pena di ricordare che lo stato di Transgiordania, poi rinominato Giordania, è stato fabbricato a tavolino sul 78% del territorio della Palestina mandataria. Vale la pena di ricordare che tale territorio è stato rubato dagli inglesi agli ebrei che avevano regolarmente acquistato (documentato e verificabile negli accuratissimi archivi ottomani) ogni centimetro di terra che erano andati ad abitare e avevano poi dissodato i deserti, le paludi, le pietraie che avevano acquistato a peso d’oro e le avevano trasformate in campi, orti e giardini. Vale la pena di ricordare che il primo atto del neonato regno di Transgiordania è stato quello di cacciare tutti gli ebrei che vi risiedevano (la Transgiordania è stato il primo stato judenrein della storia moderna, non la Polonia occupata dai nazisti). Vale la pena di ricordare che anche da Gerusalemme est, illegalmente occupata nel 1948, la Giordania ha immediatamente cacciato tutti gli ebrei che vi risiedevano – alcuni ininterrottamente dai tempi della Bibbia – e ha devastato sinagoghe e cimiteri e usato le pietre tombali per farne dei cessi. Aggiungo, a conclusione di questo post, la testimonianza di una persona direttamente coinvolta in uno degli attacchi sopra riportati. Si tratta, per la precisione, di una lettera NON pubblicata dall’Unità.

Egr direttore
Non pensavo mai di tirare fuori la mia storia personale, ma dopo aver letto l'articolo - demonizzazione- di Sandro Viola del 20/1/2002 ho deciso di rinunciare alla mia privacy per sbugiardare quel moderno antisemita.
Sono nato nel settembre 1953 in Israele. I miei genitori, scampati dai lager nazisti, si sono stabiliti in Israele in un villaggio chiamato Even Yehudah, vicino alla città di Netanyah dove facevano i contadini. (E' il punto dove la larghezza massima di Israele era 12KM fino al 67- quindi, tutta frontiera). Due mesi prima della mia nascita, parlo del Luglio 1953, i miei hanno sentito uno strano rumore e mio padre è uscito per controllare e non è mai più rientrato. Non c'erano allora telefoni. Mia mamma, con una bimba di 4 anni, e incinta al settimo mese, si è barricata in casa- pregando. Al mattino lo ha trovato. Lo avevano torturato prima di decapitarlo. Gli avevano cavato gli occhi e poi hanno impilato la sua testa su un palo di fronte a casa. Non c'erano "territori occupati" nel 1953. Allora si chiamavano Fedayn, mentre oggi la sinistra antisemita li chiama "combattenti della resistenza". Fa poca differenza, quello che li distingueva, allora come oggi è la "cultura" assassina, il fanatismo che non ha bisogno delle scuse dell' "umiliazione" e/o della "occupazione" che i buonisti antisemiti di sinistra come Viola gli forniscono come alibi per perpetuare l'opera che in Europa vi è quasi riuscita il secolo scorso.
Scommetto che non troverà spazio per pubblicare la mia lettera- nel suo giornale "politicamente corretto", al servizio di quelli che si adoperano per completare l'opera che i vostri - compagni- camerati non sono riusciti a completare.
N. F. S.

Al primo che mi viene ancora a raccontare la storiella che la causa di tutto è l’occupazione, giuro che gli stacco le palle a morsi.

barbara




permalink | inviato da il 2/3/2006 alle 20:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (56) | Versione per la stampa


1 marzo 2006

SOLDI AL TERRORISMO? O YES!

L’Unione Europea, alla fine, ha deciso di soprassedere al fatto che ora l’Autorità Palestinese ha un governo esplicitamente terrorista, e di dargli ugualmente un po’ dei nostri soldi. Non direttamente in mano a loro però, è stato chiarito: i soldi serviranno unicamente a finanziare progetti onesti. Come la scuola, per esempio. Dove, coi nostri soldi, si studia quanto segue.

Il CMIP (Centro per il monitoraggio della dinamica della pace) è una organizzazione non governativa fondata a New York nel 1998 da André Marcus. [quelli che seguono sono estratti dai libri di testo palestinesi esaminati dal CMIP]
STUDENTI DI 7 ANNI
Inserisci la parola esatta:
Essi, egli, ella……. è il comandante delle forze islamiche per la conquista di Gerusalemme.
(la nostra lingua araba, classe 2, seconda parte, pag. 42)
Meditazione di “una poesia sulla Palestina” di Mahmoud Al Shalabi:
Per me, la promessa del martirio è la mia canzone.
Da Gerusalemme, costruirò la mia scala verso l’eternità.
(la nostra lingua araba, classe 2, seconda parte, pag. 51)
L’insegnante deve sviluppare un breve pensiero sulla Palestina, per esempio:
I cuori degli Arabi sono devoti alla Palestina; essi aspettano il giorno in cui saranno in grado di liberarla, di rigettare il ladro aggressore e ritornare a Gerusalemme.
(libro per insegnanti, la nostra lingua araba, classe 2, pag. 188)
STUDENTI DI 8 ANNI
Forma una frase contenente le seguenti parole.
Muore come un Martire, per difendere, nostro eroe, la Madrepatria.
(La nostra lingua araba, classe 3, prima parte, pp. 8-9)
Specifica gli obiettivi:
3.b. La liberazione di Gerusalemme e la sua protezione sono doveri sacri.
4. (Lo studente) deve sviluppare il suo amore per Gerusalemme e il suo desiderio di sacrificarsi per la sua liberazione.
(L’insegnante) deve porre le seguenti domande:
b. Chi occupa Gerusalemme oggi?
c. Qual è il nostro dovere verso Gerusalemme?
(Guida dell’insegnante, la nostra lingua araba, classe 3, pp. 130-131)
STUDENTI DI 9 ANNI
Tradimento e slealtà sono caratteristiche distintive degli Ebrei e bisogna stare attenti da loro.
(Educazione religiosa islamica, classe 4, pag. 87)
STUDENTI DI 10 ANNI
Mio figlio sa che la Palestina è la nostra Nazione e che questa terra è intrisa del sangue dei Martiri. - La cartina che è inclusa in questo paragrafo mostra, sotto il nome di Palestina, tutto il territorio di Israele
Ricorda che:
il risultato finale e inesorabile sarà la vittoria dei Musulmani sugli Ebrei
(La nostra lingua araba, classe 5, pp. 64-67)
Esercizi di grammatica
Analizza: abbiamo sacrificato martire dopo martire
(La nostra lingua araba classe 5, pag,74)
STUDENTI DI 11 ANNI
Scrivi ai tuoi amici sei righe nelle quali spieghi il supremo valore della Jihad per Allah.
(La nostra lingua araba, classe 6, prima parte, pag. 29)
Esercizio di grammatica
Trasforma al plurale:
Un martire è onorato da Allah: Due martiri sono onorati da Allah.
(La nostra lingua araba classe 6, prima parte, pag. 37)
Studia a memoria la poesia “Musulmani” di Youssouf Al-Kardaoui
Oh Musulmani, musulmani, musulmani, dove ci sono verità e giustizia, lì siamo noi
La morte ci piace e rifiutiamo di essere umiliati. Com’è dolce morire per Allah.
(Educazione Islamica, classe 6, pag. 151)
Obiettivi
4. (Lo studente) deve capire le cospirazioni degli Ebrei contro i Profeti di Allah.
5. L’insegnante deve incoraggiare l’indipendenza di pensiero, facendo domande del tipo:
Gesù ha chiesto agli Israeliti di abbracciare la religione di Allah ed essi hanno risposto chiamandolo bugiardo, attaccandolo. Cosa indica il loro comportamento?
(Guida dell’insegnante, Educazione Islamica, classe 6, pp. 111-112)
STUDENTI DI 12 ANNI
State attenti agli Ebrei che sono sleali e traditori.
(Educazione Islamica, classe 7, pag. 79)
Gli Ebrei hanno un atteggiamento ostile e ambiguo verso la nuova religione. Essi hanno rifiutato Maometto e lo hanno chiamato bugiardo; hanno combattuto la sua religione in ogni modo e con ogni mezzo e questa guerra perdura fino ad oggi. Essi cospirano con gli ipocriti e gli idolatri contro di lui e continuano a comportarsi così.
(Educazione Islamica, classe 7, pag. 125)
STUDENTI DI 13 ANNI
Il muro di Al-Buraq è il muro sud occidentale della moschea di Al-Aqsa, così come fu deciso dalla Lega delle Nazioni nel 1929. Gli Ebrei affermano che quel luogo è loro e lo chiamano “il muro del pianto”, ma non è vero.
(Testi di lettura e letterari, classe 8, pag. 103)
STUDENTI DI 14 ANNI
Tradimento e slealtà sono caratteri tipici degli Ebrei ed è per questo che bisogna stare attenti a loro.
(Educazione Islamica, classe 9, pp. 86-87)
Scrivi sul quaderno: In quale periodo la Penisola Arabica fu epurata dagli Ebrei e chi fu a suggerire il loro allontanamento
(Educazione Islamica, classe 9 pp. 107-109)
I Nuovi testi scolastici.
Nel Settembre del 2000 il Ministero dell’Educazione Palestinese pubblicò altri 14 nuovi libri di testo, per il primo livello (bambini di 11 anni). Questi sono i primi manuali completamente preparati dal Centro per lo Sviluppo dei Programmi scolastici Palestinesi, un’Agenzia del Ministero dell’Educazione Palestinese finanziato con sussidi stranieri (per la maggior parte Europei). Questi libri sono stati attentamente esaminati dal CMIP che ha redatto una relazione al riguardo nel Novembre 2000. I ricercatori del CMIP hanno rilevato “pochi cambiamenti” nei nuovi libri. [...] il cercare la distruzione di Israele è stato puramente spostato da esplicito a implicito. La geografia insegnata ai giovani palestinesi ignora ancora la parola “Israele” e la lista delle regioni palestinesi include città e villaggi situati nel cuore del territorio israeliano (Haifa, Beer-Sheva, Jaffa etc.), le mappe politiche che descrivono la “Palestina occupata” includono per intero il territorio di Israele. Inoltre il corso di arabo include la poesia sulla gloria del martirio: “prenderò la mia anima in mano e la getterò nell’abisso della morte”. E poi o vivrò una vita che piaccia ai miei amici, o morirò di una morte che faccia arrabbiare il mio nemico. L’anima di un uomo nobile ha due obiettivi: il ricevimento della morte e il raggiungimento degli scopi. Tenete presente che questo discorso è rivolto a bambini che hanno 11 anni.
Infine la relazione del CMIP richiama l’attenzione su una novità dei programmi scolastici: è richiesta la lettura del libro di Moustafà Al-Debaa intitolato “Il nostro Paese, la Palestina”. Scritto nel 1947 e ultimato nel 1965 è dedicato a “coloro che combattono per gettare il nemico fuori dalla nostra Nazione”. Il nuovo libro di testo per i bambini di 11 anni, "La nostra bella lingua", dedica tre pagine (110-112) a questo e invita i giovani lettori a meditare. Sul frontespizio del primo volume del “La Palestina, nostra Nazione” uno striscione dice che “non c’è alternativa alla distruzione di Israele”; nell’introduzione al secondo volume si legge: Forse Allah ha portato gli Ebrei nella nostra terra, la fine dei loro valori è stata qui, come è stato nelle loro guerre con Roma. Il libro di testo “La nostra bella lingua” include come attività di classe l’andare alla libreria cittadina a leggere questo libro.
L’insegnamento all’odio non è cambiato in concreto (traduzione dall’inglese di Ester Picciotto)

Questo è un ristrettissimo estratto (poco più del 10%) dall’ampio studio del CMIP sui libri di testo palestinesi finanziati coi soldi usciti dalle nostre tasche. E quando li avranno diligentemente studiati, ai giovani palestinesi non resterà che recarsi dai capi di Hamas e chiedere una cintura esplosiva.

barbara




permalink | inviato da il 1/3/2006 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (91) | Versione per la stampa
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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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