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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


8 novembre 2006

UNA COSA BELLA (OGNI TANTO CI VUOLE)

Il disegnatore che immagina i volti dell'Olocausto
A lui si rivolge chi ha perso anche le foto dei propri cari. «Così li salvo dall' oblio»

Rachel non ha più guardato i suoi genitori. Per sessantadue anni. Da un pomeriggio di primavera del 1944, quando vennero separati nel campo di concentramento di Auschwitz. Loro verso la morte, lei verso la vita, salvata da una polacca che le impedì di seguire la madre nella fila degli «anziani». Rachel Herczl è rimasta sola e oggi, a 77 anni, anche i ricordi la stanno abbandonando. Senza una foto è difficile impedire alla memoria di sbiadire, di cancellare i due volti che ha tanto amato. Senza una foto è difficile far rivivere un'espressione, una piega del volto, il calore di uno sguardo. «Senza un'immagine e senza neppure una tomba è più difficile commemorare i propri morti», commenta il ritrattista Gil Gibli. Che con la sua matita e l'aiuto di Rachel ha viaggiato indietro nel tempo per recuperare quei visi che stavano scomparendo. Insieme hanno lavorato per giorni, un segno dopo l'altro, partendo da episodi, situazioni che avevano colpito la ragazzina di allora. A scuola con il padre Chaim, in sinagoga con la madre Gitel. «È il mio metodo - spiega Gibli -. Non chiedo mai di concentrarsi sui tratti, sui dettagli delle facce. Suggerisco di richiamare alla memoria un momento importante, di ricostruire quella scena, l'ambiente e da lì far riaffiorare i volti. Per questo non uso le raccolte della polizia per gli identikit, rischiano di essere fuorvianti. Come fai a ricordare un naso che hai visto l'ultima volta sessant'anni fa?». Con Rachel ha provato a tirar fuori il manuale ufficiale dell'Fbi, per sentirsi rispondere «mio padre e mia madre non avevano occhi da criminali». Gibli, un ultraortodosso che vive con la moglie e i cinque figli nella cittadina di Bnei Brak, lavora come vignettista per il giornale finanziario Globes. L'ufficio alla periferia di Tel Aviv è pieno dei suoi ritratti di uomini d'affari e politici israeliani. Sulla scrivania, un viso fatto di poche linee geometriche, che sembra un quadro cubista o un disegno tribale. «E' da qui che parto. Figure semplici - un tondo, un triangolo, un rettangolo - per offrire un linguaggio grafico alle persone che interrogo. Dopo aver imparato a parlare la stessa lingua, passiamo ai dettagli». Da nove anni Gibli collabora anche con la polizia per gli identikit più complicati e nel 2002 è riuscito, dopo sei mesi di ricerche, a far dare un nome all'unica vittima di un attentato suicida che fosse stata seppellita senza essere identificata. Sul caso è stato girato un documentario (Numero 17: anonimo) e da allora il ritrattista, 49 anni, viene chiamato da sopravvissuti all'Olocausto - in Israele sono circa quattrocentomila - che vogliono poter contemplare i genitori o i fratelli scomparsi. «In realtà, sono i figli o i nipoti a telefonarmi. Perché i superstiti sono convinti di non farcela, di non riuscire a ricordare e si sentono in colpa perché stanno dimenticando quei volti». Una donna di Haifa voleva ritrovare uno zio, l'unico parente rimasto in Polonia, e si è presentata da Gibli con una foto di lui a 14 anni. Insieme hanno abbozzato un ritratto di come avrebbe potuto essere diventato oggi. «Quando ha pubblicato il disegno su un giornale locale, un uomo l'ha contattata perché la somiglianza era troppo netta. Eppure si è presentato e ha negato di essere ebreo. Lei gli ha parlato in yiddish e lui capiva, ma ha detto che aveva imparato qualche parola da un amico. Da ragazzino era stato convertito al cattolicesimo e adesso non poteva rivelare la sua vera identità alla famiglia che si era costruito». Due fratelli di Herzliya, ultraottantenni, hanno chiesto il suo aiuto, quando a scuola uno dei nipotini doveva ricostruire l'albero genealogico della famiglia: non esistevano immagini dei bisnonni, uccisi in un campo di concentramento. I Kassirer erano fuggiti in nave dall'Europa, per fare naufragio sulla costa davanti alla Striscia di Gaza. In mare, avevano perso i pochi bagagli e le uniche foto dei genitori. «Li abbiamo fatti riemergere da quelle acque. Davanti ai volti del padre e della madre sono scoppiati a piangere. Dopo averli strappati all'annientamento anche della memoria, per loro è come poterli seppellire per la prima volta». (Davide Frattini, Corriere della Sera)

Una cosa bella. Ma con quanta amarezza, quante lacrime, quante tragedie dentro!

barbara




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8 novembre 2006

POLITICI E CULTURA

Dal Corriere dell’Alto Adige, pagina delle lettere al giornale.

Egregio direttore,
la cosa mi sembra più che mai degna di essere segnalati alle/ai lettrici/lettori del suo giornale nella rubrica «Lettere al giornale». Trascrizione dell'intervista-lampo data dall’onorevole Svp Oskar Peterlini e trasmessa su Blob, programma di Rai 3, nella puntata di mercoledì 1 novembre 2006:
Giornalista: Chi era Rabin?
Peterlini: Eh, eh, un rappresentante della Palestina, no?
Giornalista: Della Palestina?
Peterlini: Mmh.
Giornalista: Un rappresentante della Palestina? Che tipo di rappresentante?
Peterlini: Uno che hanno messo in prigione e adesso ha chiesto il permesso di poter fare questo figlio.
Giornalista: No, dico, Rabin. L'hanno messo in prigione? Per quale motivo?
Peterlini: Beh, contro regime.
Giornalista: Era contro regime, era un rivoluzionario palestinese?
Peterlini: No, no.
Fine dell'intervista. Stupisce (ma neanche troppo) che un esponente importante della Svp
- la quale tanto si batte perché l’autonomia della Provincia di Bolzano venga estesa a più non posso, a favore di chi poi, mi sembra lecito poter chiedere - non sia a conoscenza del processo di pace ebraico-palestinese degli anni 90 che prevedeva per la Palestina un’autonomia amministrativa e di cui furono protagonisti i premi Nobel per la pace del 1994, il premier d'Israele Rabin, appunto, Peres e Arafat.
Marco Fessler, Bressanone


Caro Fessler, che un uomo politico, per quanto colto alla sprovvista, non sappia dire chi fosse Rabin è oggettivamente grave. Quell'intervista, se vogliamo, rappresenta inoltre l'ennesimo campanello d'allarme della degenerazione autonomistica che troppo spesso restringe in modo preoccupante gli orizzonti al proprio (grasso) ombelico.
Ciò premesso, voglio aggiungere una considerazione. Mi chiedo: ma è mai possibile che la maggioranza degli uomini politici sia disposta a tutto pur di apparire in televisione?
Peterlini si è lamentato di esser stato preso in contropiede e asserisce di aver risposto correttamente a sette domande su dieci (in onda, però, sono andate solo le tre clamorose cantonate da lui rimediate). Ma piuttosto che far brutta figura (la sua intervista è diventata in questi giorni anche il "promo" delle Iene), non avrebbe fatto meglio a negarsi? Se mi si piazzasse davanti qualcuno con un microfono, sparandomi dieci domande sull'universo mondo, io gli risponderei che non partecipo al Rischiatutto. Se poi fossi un parlamentare, gli direi che ho cose più serie da fare. Perché, almeno me lo auguro, il senatore Peterlini dovrebbe avere impegni più importanti di un giochino per strada con una troupe televisiva...

Questa volta non aggiungo commenti: non ne servono proprio.

barbara




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7 novembre 2006

UNA DOMANDA

Tra tutti coloro che generosamente si battono per strappare Saddam Hussein alla forca, quanti si sono mobilitati per le migliaia di condannati a morte in Cina (per i condannati a morte americani naturalmente non lo chiedo perché per quelli lo so che ci mobilitiamo sempre tutti)? O per i cubani condannati a morte per avere tentato di scappare dall’inferno? O per la tredicenne iraniana – l’unica di cui siamo venuti a conoscenza, ma chissà quante altre ce ne sono – condannata alla lapidazione perché stuprata e messa incinta dal fratello (che, per inciso, non è stato condannato a morte)? O per i palestinesi macellati sulla pubblica piazza col pretesto del collaborazionismo, in realtà semplicemente sgraditi a chi ha potere? O per le persone condannate a morte in Arabia Saudita per il possesso di una bottiglia di whisky? O per i ladri puniti con il taglio della mano – e non è difficile immaginare che dove vige una simile legge, possa indursi a rubare solo chi è spinto dalla disperazione della fame? O per gli stupri punitivi di gruppo ordinati dai tribunali tribali? E quanti fra coloro che non mancano mai di ripetere il mantra “è la loro cultura” (e quindi da rispettare) per poligamia e burqa e segregazione femminile e mutilazioni genitali femminili e matrimoni con bambine che da noi andrebbero alle elementari, quanti di costoro sono disposti a prendere in considerazione l’ipotesi che la pena di morte, in un paese arabo musulmano, faccia parte della loro cultura e possa essere, pertanto, qualcosa da rispettare?

barbara

AGGIORNAMENTO (forse) OT: smascherata un'altra bufala: nessuna traccia di uranio in Libano. Ripreso da qui.




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7 novembre 2006

VOGLIO PROMUOVERE UN REFERENDUM

Per chiedere il ripristino delle mezze stagioni. Perché così signora mia non si può più andare avanti.

barbara




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6 novembre 2006

LA LUNA E IL SUO BARDO – CAPITOLO 9

Furono tre giorni di frenesia folle. Tutti gli uccelli e tutte le farfalle furono mobilitati per avvertire gli uomini del terremoto imminente e convincerli ad abbandonare per un po’ le loro case (non tutti gli uomini, per la verità, si lasciarono convincere facilmente, ma appena i messaggeri mostravano loro l’emblema della regina delle fate, comprendevano e partivano senza più discutere). Tutti i ragni si diedero a tessere febbrilmente ragnatele fittissime intorno ad ogni casa, ad ogni palazzo, ad ogni monumento, ad ogni ponte. E tutti gli animali della Terra arrivarono a frotte e si disposero ordinatamente intorno alla piramide in cerchi concentrici. Vennero i grossi quadrupedi – elefanti, bisonti, ippopotami, rinoceronti, bufali. Vennero quadrupedi più piccoli – stambecchi, gazzelle, caprette, cani e gatti per una volta senza liti, ratti e criceti, pangolini e armadilli, marmotte e castori. Vennero coccodrilli e alligatori, iguane e varani, tartarughe e piccole lucertole. Vennero foche e trichechi per battere le loro grosse pinne. Vennero miriadi di talpe che si interrarono ai piedi della piramide per meglio farla vibrare. Vennero schiere di grossi serpenti, che si annodarono strettamente intorno alla piramide al di sotto della linea di congiunzione fra le due pietre che imprigionavano la ninfa, in modo da far spezzare la piramide proprio in quel punto. Vennero anche formiche, millepiedi, le micidiali scolopendre, pulci, termiti, mosche, zanzare, cicale, calabroni, maggiolini, pronti a dare anch’essi il loro piccolo contributo battendo le loro minuscole zampette sulla terra per provocarne il sommovimento che avrebbe mandato a pezzi la piramide e liberato la ninfa Crisolina. Venne anche un drago, l’ultimo rimasto sulla Terra, scampato alle orde di santi, eroi e cavalieri che avevano provocato lo sterminio della sua specie. Da tempo immemorabile viveva nascosto, rintanato in una grotta profondissima, ma anche laggiù era giunto il richiamo della regina delle fate, ed era prontamente accorso per dare il suo contributo. Era un po’ arrugginito per la mancanza di esercizio, ma ben deciso a compiere il suo dovere; così si pose ai piedi della piramide per inondarla con i suoi getti di fuoco. E vennero, terminato il loro compito di ambasciatori, tutti gli uccelli, che si posero in volo sopra la piramide, pronti a battere freneticamente le loro ali per provocare un forte spostamento d’aria che avrebbe facilitato la caduta dei massi.
Quando tutto fu pronto, l’ariete magico della scorta d’onore della regina delle fate si svitò un corno e lo porse al vecchio cinghiale, che vi soffiò dentro con forza: era il segno.

barbara




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5 novembre 2006

FUORI MODA

È di moda, e non da oggi, dichiarare, mostrare, esibire, ostentare, la propria superiorità a ogni sorta di bigottismi, pudori, moralismi. Per non parlare dei tabù. Ricordo quando, alcuni anni fa, durante uno spettacolo teatrale gli attori si sono inaspettatamente denudati, e alcuni spettatori si sono alzati e se ne sono andati, e diverse persone hanno scritto lettere di protesta. Il giorno dopo i giornali erano tutto un indignato e sgomento fiorire di “Ma possibile che noi si debba sempre fare la figura dei provinciali?” Ebbene, io sono provinciale. E fuori moda, naturalmente: sarei uscita anch’io, se fossi stata presente a quello spettacolo. Perché rivendico, in un mondo che riconosce ogni diritto tranne il diritto al rispetto del proprio pudore e dei propri sentimenti, che sancisce ogni libertà tranne la libertà dalla schiavitù della libertà ad ogni costo, che ha abbattuto tutti i tabù tranne quello del terrore dei tabù, rivendico, dicevo, il diritto di provare fastidio anche per ciò da cui non è di moda sentirsi infastiditi. E, per venire ad episodi più recenti, aggiungo che se devo scegliere tra sentir bestemmiare e prendere una scarica di calci nella pancia io scelgo, senza la minima esitazione e CON PIENA COGNIZIONE DI CAUSA, i calci. Perché sentir bestemmiare mi fa orrore. E ancora di più mi fa orrore se ciò avviene davanti a una telecamera. E ancora di più mi fa orrore se a farlo è qualcuno che, per mestiere, è abituato ad avere pieno controllo del proprio linguaggio. E ancora di più mi fa orrore se poi viene fuori che il personaggio in questione ha un film in uscita, che necessitava di pubblicità. E ancora di più mi fa orrore vedere prese di posizione a favore nel “poveretto”. E ancora di più mi fa orrore vedere, in qualche blog, bestemmie “di solidarietà” nei confronti del “malcapitato”: a quando lo stupro di solidarietà per il povero stupratore arrestato?

barbara




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5 novembre 2006

TORSELLO, TI VUOI DECIDERE?

Pilucco qualche passaggio dall’articolo-intervista di Andrea Nicastro sul Corriere di oggi. “Al buio, bendato, in catene”. “Solo l’altra notte, da un foro nel tetto è filtrato un raggio di luna. Era la prima volta che vedevo il cielo. La luce mi ha avvolto”. Ora, fermiamoci un momento a ragionare. Quel foro nel tetto c’era o non c’era prima dell’altra notte? Se non c’era, chi e quando e perché è andato a farlo? Se c’era, come mai da quel foro capace di far passare la luce della luna, non era mai entrato il sole? E come fa un raggio di luna che filtra da un foro a produrre tanta di quella luce da avvolgere una persona, oltre che poter essere chiaramente vista da una persona bendata? E come si fa a vedere addirittura il cielo da un semplice foro? O era uno squarcio di mezzo metro di diametro? Ma se era uno squarcio, non avrebbe dovuto vedere la luna entrare e non un raggio filtrare? E in ogni caso, come ha fatto a vederlo con gli occhi bendati? Ma andiamo avanti: “È stato un tempo informe, sempre uguale a se stesso, passato nella penombra”. Penombra? Ma non era buio? “La kefia invece è la stessa che ho avuto come benda, asciugamano e cuscino durante l’intera prigionia”. Benda asciugamano cuscino? In contemporanea? Ossia tenendola sugli occhi come benda e contemporaneamente usandola come asciugamano o mettendosela sotto la testa come cuscino? Roba da far impallidire Houdini! “Nei primi giorni almeno avevo un Corano in inglese e l’ho letto tutto”. Al buio e bendato? Ma allora è vero che Allah è il più grande, cazzarola! Tanto più che poco più avanti ribadisce: “Bende sugli occhi. Catene ai piedi” (per inciso: bende? Non era la kefia?). E infine c’è un’altra cosa che non appare troppo chiara. Spiega che era stato “a Musa Qala, uno degli epicentri dei combattimenti tra talebani e truppe Nato”, e che la località è ridotta a un paese fantasma. Interrogandosi sulle ragioni del rapimento riflette: “Non credo perché sono un occidentale, secondo me non si capiva. In quel momento li ho sentiti nominare ‘Musa Qala’. Forse c’entra il mio lavoro”. Cioè il lavoro di documentare la distruzione di Musa Qala? Lo avrebbero rapito per impedirgli di farlo? Ma allora chi è stato a distruggerla? Certo che se questa intervista è il biglietto da visita della sua attendibilità di cronista, siamo messi bene davvero.

barbara




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4 novembre 2006

PROFUGHI DI SERIE A E PROFUGHI DI SERIE B

Perché i profughi ebrei non hanno diritto al risarcimento?

“La differenza è che gli israeliani considerarono questi profughi dei fratelli per cui sacrificarsi pur di accoglierli in casa loro, mentre, al contrario, gli Stati arabi considerarono i palestinesi carne da cannone da sacrificare alla loro politica oppressiva”. Scriveva così Sergio Romano sul Corriere della Sera del 6 giugno 2005. Ora ci si chiede: possono o no gli ebrei che fuggirono o furono scacciati dal Marocco, dall’Iraq, dall’Egitto e da altri paesi arabi e musulmani ottenere un risarcimento per le proprietà che furono costretti ad abbandonare nel 1948? Sì, secondo il ministro israeliano della giustizia Meir Sheetrit, ex profugo dal Marocco, che durante il suo primo mandato come ministro della giustizia aveva già istituito una commissione incaricata di approntare un database con la documentazione delle proprietà pubbliche e private appartenute ad ebrei che lasciarono i paesi arabi. Secondo l’ex ministro israeliano Moshe Shahal, che presiede un’organizzazione mondiale di ebrei originari dei paesi arabi, i profughi ebrei che fuggirono dai paesi arabi (Iraq, Siria, Libano, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria e Marocco) tra il 1922 e il 1952 furono costretti ad abbandonare sul posto beni e proprietà per una cifra pari a 30 miliardi di dollari.

Shahal sostiene che un accordo che ponga fine al contenzioso arabo-israeliano deve tenere conto degli 850 mila ebrei che un tempo vivevano nei paesi arabi. Molti di loro furono spogliati dei loro beni ed espulsi negli anni immediatamente successivi alla fondazione di Israele nel 1948. Più di 600 mila profughi dai paesi arabi si riversarono in Israele, dove furono accolti e integrati. Anche l’ex presidente Bill Clinton, dopo i colloqui di Camp David del luglio 2000, aveva fatto riferimento alla necessità di affrontare il problema degli profughi ebrei da paesi arabi che ora vivono in Israele e in altri paesi. Il professore Ya’akov Meiron, che per trent'anni ha guidato l’unità del ministero della giustizia israeliano per le questioni legali con i paesi arabi, ha confermato che la maggior parte degli ebrei che migrarono in Israele dai paesi arabi lo fece a causa delle crescenti persecuzioni ad opera delle autorità arabe. L’organizzazione “Giustizia per gli ebrei dai paesi arabi” ha pubblicato un rapporto ricco di dettagli sui circa 850 mila ebrei che furono espulsi o costretti a fuggire dai paesi arabi. Secondo lo studio, presentato alle Nazioni Unite, prima del 1948 vivevano nei paesi arabi circa 900 mila ebrei, contro gli ottomila che vi risiedono oggi.
Stanley Urman, capo del gruppo che ha redatto il rapporto, sostiene che la comunità internazionale “ha riservato un trattamento sproporzionato e selettivo ai profughi palestinesi”, mentre si è disinteressata completamente della sorte di quelli ebrei. Secondo il giornalista Itamar i due paesi principali in cui sono rimaste grandi proprietà ebraiche sono l’Iraq e l’Egitto. “Nello stesso periodo in cui ci furono i profughi palestinesi, ci furono anche centinaia di migliaia di profughi ebrei - ha ricordato Sheetrit - La differenza è che il mondo arabo ha fatto di tutto per mantenere i profughi palestinesi nei campi, mentre Israele ha accolto e integrato i profughi ebrei. Non abbiamo cercato di usarli come un’arma politica”. Anche il Congresso degli Stati Uniti ha approvato una mozione di valore storico sulla questione dei profughi in Medio Oriente. La mozione non riguarda solo i profughi arabi ma anche i profughi ebrei e i loro discendenti. La mozione afferma che, a causa di una vera e propria politica di “pulizia etnica”, 850.000 ebrei dovettero fuggire dai paesi arabi dove avevano vissuto per decine di secoli, e furono costretti ad abbandonare “terreni, abitazioni, proprietà private, affari, beni comunitari e uno storico patrimonio ebraico antico di migliaia di anni”. A leggere l’articolo che Carol Basri, lettrice alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università della Pennsylvania, ha pubblicato sul periodico del World Jewish Congress “Gesher”, si resterà scioccati dalle similitudini fra le azioni del regime iracheno, già prima della risoluzione Onu per la spartizione della Palestina mandataria (1947), e quelle attuate dai nazisti verso gli ebrei nella Germania degli anni Trenta: punizioni collettive, pogrom violenti, esecuzioni, licenziamenti in massa degli ebrei, negazione dei diritti civili (comprese due leggi irachene molti simili alle Leggi di Norimberga tedesche: negazione della cittadinanza agli ebrei e confisca delle loro proprietà). Una soluzione non sarà facile, non solo a causa dell’arabismo delle Nazioni Unite, ma della sterminata mitologia asimmetrica con cui si trattano i profughi dei due diversi schieramenti. (Giulio Meotti, 30 ottobre, qui)

Della questione dei profughi ho già parlato in diverse occasioni, ma una rinfrescatina alla memoria non fa mai male. A parte questo, sì, lo so, siamo orrendissimamente faziosi. Siamo accecati dall’ideologia. E per questo non ci accorgiamo di tutti i giornali che quotidianamente ricordano il dramma dei profughi ebrei. E preferiamo ignorare tutte le associazioni umanitarie che si occupano dei profughi ebrei. E non ci vogliamo informare su tutte le denunce di Human Rights Watch delle violazioni dei diritti umani nei confronti dei profughi ebrei. E abbiamo dimenticato tutte le marce di solidarietà per i profughi ebrei. E ce ne freghiamo di tutte le risoluzioni Onu che chiedono giustizia per i profughi ebrei. In breve, il mondo intero si danna per i profughi ebrei, costretti a scappare – quelli sopravvissuti ai massacri – dai paesi arabi letteralmente coi vestiti che avevano addosso e noi, ingrati e sconoscenti, non ce ne diamo per inteso. Vergogna, somma vergogna a noi!

barbara




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4 novembre 2006

BUDAPEST, 4 NOVEMBRE 1956

Allarmato dal voltafaccia di Tito, Stalin era deciso ad impedire che altri leaders dell'Europa Orientale seguissero l'esempio del compagno jugoslavo. Cominciarono così tutta una serie di processi, avvelenamenti e arresti, aventi lo scopo di mettere a capo delle nazioni satelliti uomini la cui ubbidienza a Mosca fosse assoluta e cieca.
A farne le spese furono comunisti di provata fede, il polacco Gomulka venne incarcerato, giustiziati furono invece il bulgaro Kostov ed il rumeno Patrascanu.
Le paure del capo dell'URSS non risparmiarono l'Ungheria, Rajk pagò con la vita i servigi resi a Mosca. Il successore di Rajk, Rakosi, martirizzò per quasi quattro anni il popolo ungherese. Le sofferenze dei magiari s'alleviarono, non di molto, solo dopo la morte di Stalin, quando in omaggio alle direttive di Mosca, Rakosi, che conservò la ben più importante carica di segretario del partito, affidò la guida del governo ad Imre Nagy.
Rakosi ostacolò costantemente l'opera di Nagy e nel 1955 riuscì a farlo espellere dal partito.

In Russia, intanto, qualcosa stava cambiando. Dopo tre anni di intrighi complotti e macchinazioni a Stalin era successo Nikita Chruscev. Proprio il neo presidente dell'URSS presentò, durante i lavori del XX congresso del Pcus, svoltosi a Mosca dal 14 al 25 Febbraio del 1956, il famoso rapporto segreto su Stalin, che portò ad una condanna dello Stalinismo. Le nazioni sottoposte ai sovietici vi videro la possibilità d'alleggerire il giogo cui erano costrette.
Le notizie provenienti dalla Polonia, scarcerazioni di migliaia di prigionieri e Gomulka segretario generale del partito, esaltarono il popolo d'Ungheria che non esitò a scendere in piazza.
Gli Ungheresi, guidati da studenti ed intellettuali, particolarmente attivi quelli del circolo Petofi, chiedevano la riabilitazione di Rajk ed il ritorno di Nagy al governo. Rakosi rispose con l'unico linguaggio che conosceva, quello della violenza, gli stessi Russi, il che è tutto dire, furono costernati dalla brutalità del boia rosso, e lo sostituirono con Geroe.
La decisione non poteva accontentare gli insorti, Geroe era un fedelissimo di Rakosi, che continuarono ad avanzare le loro richieste, Geroe dovette cedere e riabilitare Rajk.
300.000 persone parteciparono ai funerali di stato in onore del defunto leader, li guidava Imre Nagy.
Il 23 Ottobre, un'immensa folla scende nelle strade di Budapest. E' La sete di libertà a guidarla. Gli insorti iniziarono a distruggere gli invisi simboli della dittatura, le aborrite stelle rosse sono staccate dai muri o distrutte a colpi di pietra, le biblioteche del partito sono assalite e distrutte, i loro libri carichi d'odio e bugie inceneriti, studenti, operai e braccianti bruciano le bandiere rosse simbolo dell'oppressione.
In serata Geroe definirà i patrioti di Budapest delle canaglie, è la goccia che fa traboccare il vaso, vengono esplosi i primi colpi d'arma da fuoco, l'attacco contro il regime inizia davvero.
Quella stessa notte la statua di Stalin è abbattuta.



All'alba del giorno dopo sarà distrutta completamente. Geroe affida a Nagy la guida del governo, ma nello stesso tempo richiede l'intervento dell'Armata Rossa. Poche ore dopo i carri armati russi entrano a Budapest la polizia segreta comincia a sparare sulla folla. Budapest sale sulle barricate, inizia la caccia ai traditori al soldo di Mosca (sgherri che guadagnano 10.000 fiorini al mese, quando la paga di un operaio o di un impiegato non supera i 600 fiorini). Il 25 Geroe si dimette da segretario del partito, è sostituito da Kadar. Lo stesso giorno il colonnello Pal Maleter s'unisce agli insorti. Lo seguono vasti settori dell'esercito ungherese, la rivolta s'estende ormai a tutta la nazione. Il 29 Ottobre, i Russi abbandonano Budapest, la rivoluzione ha vinto.
L'Ungheria è libera, sbocciano ovunque le bandiere, i tricolori fioriscono ovunque, sui camion che carichi di gioia percorrono la città, sui balconi delle case, dove si sogna un futuro mai apparso così roseo.
Si scoprono i cimiteri clandestini della polizia segreta, vengono alla luce le prigioni sotterranee complete di camere di tortura, la giustizia degli insorti è implacabile gli aguzzini comunisti sono linciati ed impiccati ai pali della luce.
Mani pietose depongono, intanto, sulle tombe dei patrioti, sepolti nei luoghi dove sono caduti, croci, fiori e lumini. Budapest, illuminata dalle fioche luci delle candele, piange i suoi morti.
A capo del governo insurrezionale è posto Imre Nagy. La scelta, a prima vista un po' strana, si spiega facilmente. I patrioti d'Ungheria avevano designato come
primo
ministro Dudas, uno dei leaders della rivolta. Lo stesso prescelto aveva fatto notare che i Russi mai avrebbero trattato con chi li stava espellendo dall'Ungheria, era dunque preferibile che fosse un comunista a trattare con i comunisti.
Nagy fa sue le richieste degli insorti: elezioni, neutralità e denunzia del patto di Varsavia, i Russi si dicono disposti a trattare.
I carri armati sovietici, intanto, stanno bloccando le frontiere magiare, l'inconsapevole Ungheria è stretta in una morsa d'acciaio.
I Russi hanno solo finto di voler trattare, durante i colloqui, i soldati sovietici arrestano Pal Malater. La situazione precipita, Kadar chiede l'intervento dell'Armata Rossa, Nagy, alla radio, comunica alla nazione quanto sta avvenendo: "Contro ogni impegno d'onore e di diritto, diceva, i Russi hanno iniziato la marcia su Budapest, mentre ancora si svolgevano le trattative e arrestato i parlamentari magiari".
All'alba del 4 Novembre 25.000 carri armati e 75.000 uomini si preparavano ad attaccare Budapest, annunziata dai colpi di cannone, sparati in aria a scopo intimidatorio, e dal sinistro rumore dei cingoli l'immensa colata d'acciaio alle 6.20 aveva occupato le zone nevralgiche della città.
Budapest per circa tre ore divenne un deserto. Gli oppressori restarono serrati nei carri armati, spiati dai cittadini chiusi nelle loro case. I tricolore continuavano a sventolare sulle case, vi sarebbero rimasti per tutta la durata dell'insurrezione.
Una raffica di mitra rompe improvvisamente il silenzio, i boati dei cannoni sovietici la zittiscono immediatamente, ma è già troppo tardi, una pioggia di fuoco s'abbatte sulle truppe dell'invasore, inizia la drammatica poesia dei mitra contro i carri armati.
Alle 16.00 la radio, conquistata dai comunisti, trasmette un drammatico ultimatum: se i patrioti non s'arrendono Budapest sarà distrutta dall'aviazione sovietica. Alle 20 la stessa radio annunzia la fine delle ostilità. Una vile bugia, i patrioti ungheresi continuavano la lotta, che non aveva conosciuto un solo attimo di tregua.
La notte Budapest era illuminata dai roghi dei carri armati, ma le case erano distrutte dai loro proiettili. per quattro giorni continuò la folle resistenza della città, anche senza munizioni la Budapest non s'arrendeva, ma ormai allo stremo i patrioti erano catturati, ed uccisi, questi ultimi furono i più fortunati.



I politici del mondo occidentale, impelagatosi nella crisi di Suez, non mossero un dito per rispondere all'appello che Nagy aveva loro rivolto, quando l'Armata Rossa aveva iniziato il suo attacco: "Amici questo è un
S0S".

Alludendo agli avvenimenti nel Medio Oriente, la trasmittente ungherese della
libertà Ràkòczy, in una delle sue ultime trasmissioni espresse la disperazione e la collera del popolo ungherese piantato in asso: "In tali circostanze, noi ci appelliamo ali coscienza del mondo, la possibilità di perdere il canale di Suez non lascia indifferenti la Francia e l'Inghilterra, giacché esse hanno immediatamente avviato una "azione di polizia"… E' dunque indifferente per il mondo che un piccolo paese … debba adesso perdere la propria libertà? … Sono dunque importanti solo gli interessi delle grandi potenze? … Perchè non vengono ascoltate le grida d'aiuto delle nostre donne e dei nostri bambini? ... Sarà perchè non abbiamo nessun canale di Suez, in Ungheria!"



Gli Ungheresi abbandonavano, nel frattempo, la loro patria: più di 200.000 furono i profughi che varcarono i confini della sfortunata nazione, l'Italia e la Spagna furono le terre che più si prodigarono per soccorrerli.
Quelli che non riuscirono, o non vollero fuggire, furono processati, torturati e giustiziati, senza pietà.
Il 17 giugno 1957, dopo una serie di vili doppi giochi, Maleter e Nagy furono, in segreto, fucilati dai sovietici.
Budapest la città ferita, ma non uccisa, stava, ormai, tornando lentamente alla normalità.
L'alba della libertà si sarebbe levata sulla città del Danubio trent'anni dopo. (di Alessandro Nirta, qui)

La narrazione è a volte un po’ enfatica, a tratti un po’ retorica, ma la ricostruzione dei fatti mi sembra la più esauriente e accurata fra quelle che ho trovato, e per questo ho scelto di proporre questa per ricordare questa tragedia della storia moderna.

barbara




permalink | inviato da il 4/11/2006 alle 1:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa


3 novembre 2006

SENSAZIONI

Quella, per esempio, dell’aereo che si stacca da terra, e sai che questa volta sarà per sempre. Per sempre. Per sempre. Per sempre. Per …
Ci sono parole che non si sopportano.

barbara




permalink | inviato da il 3/11/2006 alle 20:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa


3 novembre 2006

POI PERÒ SUCCEDONO ANCHE COSE COSÌ

Dieci mesi fa Shlomi Buskila, 29 anni, di Kiryat Shmona, stava recandosi in città per il matrimonio del nipote quando si è fermato a parlare con alcuni amici all’angolo della strada. Maya Lugasi si è unita al gruppo, ha lanciato un’occhiata a Shlomi ed è stato amore a prima vista.
Hanno deciso di sposarsi. La data del matrimonio era stata fissata per il 20 luglio. La cerimonia avrebbe dovuto svolgersi presso il salone per banchetti Tehila, alla presenza di 800 invitati.
Poi è scoppiata la guerra.
Il problema: le direttive del Comando per il Fronte Interno non prevedono riunioni pubbliche in comunità che si trovano entro il raggio d’azione dei razzi Katyusha. La soluzione: domenica gli ospiti sono stati informati che il matrimonio avrebbe avuto luogo presso il rifugio antiaereo del liceo religioso Matmid.
Solo a un chilometro a ovest della scuola, appena al di là della cresta dei monti, c’è il Libano. Durante tutto il giorno il silenzio di una Kiryat Shmona fantasma è trafitto da boati assordanti – di solito prodotti dai pezzi d’artiglieria israeliani, ma a volte da Katyusha che esplodono.
“Questo è il momento che aspettavo da tempo e non permetterò ai terroristi di distruggere il giorno più felice della mia vita”, ha detto Shlomi. “Ci sposiamo in un rifugio antiaereo e in un secondo momento, quando la situazione sarà più tranquilla, fisseremo una nuova data per la festa”. Sono arrivati circa 50 ospiti, tra cui una ventina di persone da fuori città che hanno deciso di rischiare.
La sorella di Buskila, Shula Dadosh, ha detto che la famiglia si è fatta consigliare da un rabbino.
“Avremmo potuto posporre l’evento, ma per gli ebrei marocchini porta sfortuna cancellare un matrimonio una volta fissatane la data”, spiega. “Pertanto noi andiamo avanti, determinati più che mai a festeggiare fino all’alba”.
La sposa, la ventiduenne Lugasi, è apparsa scioccata mentre scendeva gli scalini che portano al rifugio. Non era chiaro se questo era l’effetto degli assordanti boati che si udivano ogni pochi minuti o dall’aver visto più di 40 rappresentanti della stampa che spingevano e si spintonavano per conquistare una buona posizione.
I quattro pali della chuppà blu toccavano il soffitto del rifugio.
Il rabbino Nissim Malka, celebrando questa cerimonia unica, ha pregato per ritorno di tutti i soldati e per la sicurezza di tutti i cittadini di Kiryat Shmona.
“La nostra prima notte come marito e moglie dovremo trascorrerla in un rifugio invece che in una stanza d’albergo”, ha detto Maya dopo la cerimonia.
Flora Yerucham, una residente di Kiryat Shmona che conosce entrambe le famiglie, ha espresso sentimenti ambivalenti.
“Da un lato questo è un giorno triste perché la festa era stata organizzata in grande stile. Ma dall’altro siamo felici perché il matrimonio va avanti comunque”.

E ha aggiunto con aria di sfida: “Gli Hetzbollah dovrebbero imparare che non possono distruggere la nostra routine”. (Mark Weiss, Jerusalem Post)

Perché la vita, per loro, viene prima di tutto.


barbara




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2 novembre 2006

LA GUERRA IN LIBANO: COLPA SOLO DI ISRAELE

Comunicato Honest Reporting Italia 2 novembre 2006

Vogliamo parlarvi dell'articolo intitolato "Beirut oggi" di Paola Piacenza, pubblicato nell'ultimo numero di Io donna, supplemento settimanale del Corriere della Sera. Non possiamo purtroppo riprodurlo perché non si trova in rete ed è troppo lungo per poterlo trascrivere, ma non possiamo rinunciare a segnalare un articolo che per cinque pagine presenta e commenta i devastanti effetti della guerra sul povero Libano senza mai ricordare, neppure per un momento, neppure di striscio, neppure per sbaglio, quali siano state le cause - quelle remote e quelle scatenanti - che hanno portato alla guerra, quali le iniziative, quali le responsabilità. In parole povere, chi abbia provocato la guerra. Mai. L'articolo è costituito da otto "scene" che ci mostrano il modo in cui otto diversi personaggi in otto diversi contesti stanno reagendo alla devastazione della guerra, più un'introduzione. In tutto questo le descrizioni dei danni subiti dal Libano ad opera dell'aggressore israeliano, sono esaurienti e dettagliate: "l'ultimo teatro di guerra, la ground zero di Dahyeh"; "34 giorni di guerra con Israele che hanno lasciato sul campo duemila morti [duemila? Cifra documentata?] un milione di senzatetto e il sud del paese in rovina"; "Nell'Hezbollah-land della capitale, 262 palazzi abbattuti, 150 gravemente danneggiati, 25mila tra appartamenti e negozi distrutti, seimila famiglie senza casa [seimila? Ma tra negozi e appartamenti non erano 25mila? O forse ci sono 19mila negozi ogni seimila appartamenti, ossia più del triplo? E chi ci farà mai gli acquisti in tutti questi negozi?] le ruspe e i camion lavorano senza sosta per sgombrare gli ultimi detriti"; "la voragine scavata dalle bombe di profondità dei caccia israeliani" [signora Piacenza ... scusi, eh, spiace un po' fare la maestrina dalla penna rossa, ma le bombe di profondità, vede, sono quelle che vengono scaricate dalle navi e che vanno, appunto, in profondità per colpire i sommergibili. Cosa ne direbbe di cambiare informatori, signora? Questi, come vede, le passano veline taroccate, e guardi che razza di figure le fanno fare! (certo che anche lei, però, pubblicare le notizie senza verificarle e senza informarsi ...)]; "Il bilancio è tragico: 50 scuole distrutte, 550 danneggiate, 27 milioni di dollari necessari alla ricostruzione"; "quando tre ponti bombardati mi costringevano a un giro di quattro ore per venire al lavoro". In mezzo a tutto questo si possono cogliere varie amenità, come "«Chiunque avesse una videocamera, in quei giorni, a Beirut l'ha usata» spiega Carole Mansour, filmaker indipendente e documentarista, mentre [...] lavora al documentario sulle violazioni dei diritti umani durante il conflitto, che le Nazioni Unite le hanno commissionato" [cioè il mescolarsi dei terroristi Hezbollah in mezzo ai civili? L'uso degli scudi umani? Il radunare in un palazzo una quantità di bambini handicappati e poi piazzare sul tetto del palazzo un lanciamissili per provocare l'attacco israeliano? L'accumulare arsenali nelle abitazioni? Il lanciare i missili contro Israele da aree densamente abitate? Qualcosa, chissà perché, ci fa nascere il sospetto che non sia esattamente di questo che la volenterosa signora Mansour si è occupata .....]. O questa: "Nel conto del macellaio, dopo il conflitto più discriminatorio mai combattuto in quest'area - solo se eri sciita morivi - gli artisti si sono salvati tutti" [a parte il fatto che noi ricordiamo un'epoca in cui in Libano sono state annientate, selettivamente, numerose comunità cristiane, il che non ci sembra precisamente un esempio di conflitto "ecumenico", e a parte che, stando almeno alle notizie che ci giungevano nel periodo del conflitto, l'affermazione non sembrerebbe rispondere al vero, vorremmo chiedere al signor Walid Sadek, "saggista, artista visuale, figlio di un caricaturista, studi in California": a lei risulta che tra le file di Hezbollah sia pieno di cristiani? E alla signora Piacenza che riporta senza commenti e senza spiegazioni, che cosa risulta?]. Ci viene raccontato delle "navi israeliane in vista nel porto di Beirut" senza un solo accenno ai motivi per cui non possono smobilitare; ci viene detto che, sulle violazioni dei diritti umani "sono stati prodotti una novantina di corti, forse di più" e a noi corre il pensiero alle innumerevoli bufale smascherate durante e dopo il conflitto; ci viene spiegato che "il Libano potrebbe avere un ruolo: siamo noi la porta occidentale dell'oriente, non Israele, in perenne conflitto con tutti i suoi vicini", e chissà come mai Israele avrà questa strana attitudine ad essere in perenne conflitto con tutti i suoi vicini; per arrivare a un grottesco "Il mondo ha scelto la nostra terra e la Palestina come campi di battaglia ideali per risolvere le proprie controversie", operando così un totale capovolgimento della storia, sostituendo alla storia, in cui i palestinesi hanno portato la guerra e il terrorismo in ogni parte del mondo, una graziosa favoletta in cui sarebbe stato il mondo a portare la guerra in casa loro - e non si sa esattamente da parte di chi, non si sa per risolvere quali controversie. E non manca, infine, un discreto ma convinto peana a Hezbollah: "«Hezbollah ci ha accolto senza problemi». «Ho passato un anno nel Sud, lì ho imparato l'arabo, lì ho capito che Hezbollah è il Libano popolare, dei villaggi, non il diavolo, come ci raccontano». Le statistiche lo dicono chiaro. Dal 14 agosto, data del cessate il fuoco, metà del Libano la pensa così". E chissà che cosa avrebbero detto le statistiche se qualcuno avesse interrogato la popolazione tedesca nella seconda metà degli anni Trenta: forse la signora Piacenza sarebbe giunta alla conclusione che il governo nazista era cosa buona e giusta e le sue azioni, pertanto, legittime?
Vale forse la pena di ricordare, poiché l'articolo non lo fa - e generalmente tutti i nostri mass media sono fortemente carenti sotto questo aspetto, che in Israele nel corso della guerra sono rimasti uccisi 117 soldati e 41 civili, quasi 4000 persone sono rimaste ferite, circa 400.000 israeliani sono stati costretti ad abbandonare le loro case, oltre 6.000 edifici sono rimasti danneggiati da circa 4.000 missili di hezbollah; centinaia di aziende, servizi pubblici e banche sono stati costretti a chiudere o sono stati seriamente interrotti in più di 30 paesi e città. La prima stima dei danni supera i 5 miliardi di dollari. Vale anche la pena di ricordare che questa guerra NON è stata voluta e provocata da Israele. Vi invitiamo a inviare i vostri commenti a
iodonna@rcs.it.

Cogliamo l'occasione per invitarvi a leggere anche
questo interessante articolo recentemente inserito nel nostro sito http://www.israele-dossier.info/.

Poiché probabilmente non tutti i miei lettori conoscono questo servizio, vi posto l’ultimo comunicato di HonestReportingItalia arrivato oggi.

barbara




permalink | inviato da il 2/11/2006 alle 23:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (30) | Versione per la stampa


2 novembre 2006

LA GUERRA DEL LIBANO: QUELLO CHE I GIORNALI NON VI HANNO DETTO

La guerra nel nord è finita – per ora – ed una tesa e fragile "pace" regna sulla Galilea. I residenti della regione stanno ritornando alle loro case devastate, cercando di riattaccare le loro vite andate in cocci. Soldati, uomini della Riserva, famiglie, studenti, persone anziane, nuovi immigrati, bambini – nessuno è rimasto incolume dagli orrori dei missili di Hezbollah, piovuti senza tregua sulle loro case.

                      

                                                

E molti temono che le ostilità possano scoppiare di nuovo in qualsiasi momento.
Nel corso della guerra sono rimasti uccisi 117 soldati e 41 civili.
Quasi 4000 persone sono rimaste ferite.
Circa 400.000 israeliani sono stati costretti ad abbandonare le loro case.
Oltre 6.000 edifici sono rimasti danneggiati da circa 4.000 missili di hezbollah.
Centinaia di aziende, servizi pubblici e banche sono stati costretti a chiudere o sono stati seriamente interrotti in più di 30 paesi e città.
La prima stima dei danni supera i 5 miliardi di dollari.
L'intera popolazione di Israele ha pagato un forte tributo a questa guerra non provocata, ma senza dubbio sono stati i residenti del Nord a pagare il prezzo più alto. I moderni pionieri della Galilea affrontano una nuova realtà "il giorno dopo". […]
In tutto il nord i danni sono immensi. I residenti del Nord di Israele devono ricostruire tutto: le loro case, le loro aziende, le loro comunità – le loro vite. La più forte dichiarazione possibile che possiamo fare, sia ai nostri nemici che ai nostri fratelli e sorelle del nord, è che non solo faremo la ricostruzione, ma andremo oltre, e creeremo comunità piene di vita e con una qualità di vita superiore a quella che è stata distrutta.
Come conseguenza della guerra, molti potenziali studenti del nord non hanno avuto la possibilità di lavorare durante l'Estate per finanziare il prezzo degli studi. Così il numero di studenti registrati nelle università del nord è calato del 30%. Questa situazione avrà serie conseguenze non solo per gli individui, ma anche per le università del nord e per l'intera regione. Le borse di studio per gli studenti del nord, in cambio delle quali essi faranno un volontariato nei programmi delle comunità locali, permetteranno loro di costruirsi il proprio futuro e di aiutare a ricostruire le loro comunità.
Oltre ai danni fisici, la guerra ha lasciato profonde cicatrici emotive sui residenti del nord. Particolarmente vulnerabili sono i bambini ed i ragazzi, che sono stati costretti a passare molte lunghe ore nei rifugi, temendo per le loro vite mentre i missili Katyusha fischiavano sopra le loro teste e quando uscivano fuori dai rifugi per trovare le loro case distrutte.

                                 

I bambini della regione del nord si stanno misurando ora con il trauma personale dei mesi estivi sotto il fuoco, o con quello di profughi costretti ad abbandonare le loro case. Un Nuovo Domani è un programma completo per rinvigorire i bambini ed i ragazzi tramite l'arricchimento educativo e culturale, quali mezzi per misurarsi con questo trauma.
Per i bambini dei nuovi immigranti che vivono nel nord, la lotta dei quali, per comprendere una lingua, una cultura ed una società nuova, è stata aggravata dagli orrori della guerra, il trauma è stato particolarmente acuto. Le vacanze estive sono tipicamente il periodo durante il quale lo staff dei centri di assorbimento si focalizza sui programmi di intervento scolastico, che assistono i bambini a colmare le lacune educative. Ma molti dei 1.500 bambini e ragazzi di nuovi immigranti, viventi nei dieci centri di assorbimento dell'Agenzia Ebraica del nord, sono stati evacuati in colonie estive d'emergenza, mentre altri hanno passato le loro vacanze estive dentro i rifugi. 

                                  

Entrando ora questi bambini nel sistema scolastico israeliano, i programmi speciali faciliteranno il periodo di transizione e miglioreranno la qualità della vita, sia di questi bambini, che dei loro genitori.
(Notizie pubblicate in Keren Hayesod)

E mentre il mondo fa a gara per finanziare la ricostruzione del Libano, Israele come al solito se la deve sbrigare da solo.
(E non dimentichiamo)


barbara

AGGIORNAMENTO OT: ascoltare questo, rubato qui.




permalink | inviato da il 2/11/2006 alle 0:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (51) | Versione per la stampa


1 novembre 2006

LA LUNA E IL SUO BARDO – CAPITOLO 8

“Ebbene, bisogna liberare la ninfa Crisolina, ecco tutto!”
“Chi ha parlato?”
“Io, il Decimo Pianeta del Sistema Solare”.
”Ah, ma allora esisti davvero!”
“Non mi sembra il momento di fare dello spirito. Libereremo lo spirito della ninfa Crisolina e lei libererà il menestrello”.
“E come si fa a liberarla?”
“Già, come si fa? Comodo dire ‘bisogna liberarla’! Bisognerebbe anche sapere come!”
“Io un’idea l’avrei” disse timidamente l’aurora boreale.
“Quale?”
“Abbiamo fra noi un cinghiale: se lui potesse radunare tutti gli animali della Terra intorno alla piramide e tutti insieme si mettessero a battere le zampe, provocherebbero un terremoto di proporzioni mai viste. Allora la piramide cadrebbe a pezzi e la ninfa Crisolina uscirebbe dalla sua prigione”.
“Sì, sembra una buona idea”.
“E gli uomini? Morirebbero a migliaia, a decine di migliaia”.
“No: gli uccelli e le farfalle andranno ad avvertire tutti quelli che abitano nelle regioni intorno alla piramide, e loro si metteranno in salvo”.
“Ma le loro case andranno distrutte”.
“No: i ragni tesseranno intorno alle case una ragnatela fittissima, che le manterrà in piedi”.
“Beh, così allora potrebbe andare. Cinghiale, pensi di poterlo fare?”
“Sì, la mia signora, la regina delle fate, mi aiuterà. Datemi tre giorni e la piramide sarà a pezzi e la ninfa Crisolina sarà libera”.
Subito una stella cadente spiccò il volo per andare a informare la luna che forse le sue pene stavano per finire.

barbara




permalink | inviato da il 1/11/2006 alle 12:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa
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