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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


3 novembre 2005

NON CI FERMERETE!



barbara




permalink | inviato da il 3/11/2005 alle 15:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (43) | Versione per la stampa


3 novembre 2005

RICORDI DI SOMALIA 1

Primo giorno di scuola

Il problema più grosso del primo giorno di scuola, in Somalia, è capire quando esso avvenga. Anche dopo che è passato, capire quando ciò sia successo non è sempre impresa delle più agevoli.
Si arriva dall'Italia dopo un volo notturno di otto ore, coprendosi in due con una giacca, gentilmente prestata, perché le coperte sono finite; si affronta il caos africano dell'aeroporto, pittoresco, in verità, molto pittoresco, ma lo si apprezzerebbe di più a mente fresca e arti riposati; si riempie un mucchietto di moduli, in piedi, appoggiati a borse, pareti, spalle di colleghi compiacenti; si passa al controllo sanità, controllo passaporto, controllo valuta, controllo del controllo valuta; si cercano le proprie valigie tra centinaia di valigie ammucchiate dietro un bancone -­ e di solito si trovano -­ si aprono, si dà la mancia a un doganiere perché il controllo non sia troppo minuzioso -­ e il doganiere sorride, ringrazia, intasca e se ne va; le valigie vengono controllate da qualcun altro -­ e finalmente si esce al sole africano, in attesa che qualcuno ci raccatti e ci porti alle nostre case.
A questo punto si viene informati che "domani si comincia". L'indomani si va all'università, ma gli studenti non ci sono. Meglio così, del resto, perché non si saprebbe dove metterli, dato che non ci sono neanche le aule. Per la verità mancano anche gli elenchi degli studenti. E manca anche il direttore. A guardar bene mancano anche un po’ di professori, che si sono persi per strada, e all'università non sono riusciti ad arrivarci. Ma forse un giorno ci arriveranno, Insh'Allah. Ma niente paura, c'è da fare per tutti lo stesso: c'è da riordinare tutto il materiale. Ma, un momento: questo non è il materiale che avevamo riordinato sei mesi fa, prima di andarcene, e poi non è più stato toccato? Sì, è proprio quello. E come mai non è più in ordine? Mistero. Intanto si riordina. E domani verranno gli studenti. Insh'Allah. L'indomani gli studenti non ci sono. E neanche gli elenchi. E neanche le aule. Ecc. ecc. Ma non c'è rischio di annoiarsi: ci sono i proiettori da controllare. Ma non li avevamo controllati sei mesi fa? E poi non erano più stati usati? Sì, ma per metà sono fuori uso lo stesso, bisogna controllarli. E domani arrivano gli studenti.
Passano i giorni ­- quanti? Chi lo sa! Si preparano gli orari, si riordinano i magazzini, si appendono le lavagne, si ramazzano i corridoi, si tornano a controllare i proiettori -­ qualche altro, Dio sa come, è finito fuori uso -­ si spiega ai colleghi nuovi come si pronunciano i nomi somali, si informano sparuti gruppetti di studenti vaganti per i corridoi che no, ancora non si è cominciato, no, ancora non si sa quando si cominci, sì, gli elenchi degli studenti ammessi all'università sono stati pubblicati sul giornale, sì, purtroppo sappiamo che negli elenchi ci sono degli errori, no, purtroppo il direttore non c'è, non sappiamo dove sia.
Poi un bel giorno ti ritrovi in classe, bianco di gesso o blu di pennarello dalla testa ai piedi, con quaranta occhi che ti guardano perplessi mentre ti esibisci in mirabolanti acrobazie, nel disperato tentativo di fargli capire che diavolo significhi "allora". Ti accorgi che sei afono per il gran parlare fatto in tutti questi giorni. E così scopri che il primo giorno di scuola è già passato. Quando? Mah. Ma l'anno prossimo ci starò più attenta: l'anno prossimo lo scoprirò, finalmente, quand'è il primo giorno di scuola. Insh'Allah.
barbara


La flotta aerea somala al gran completo (solo quello davanti: l'altro è della Kenya airlines)




permalink | inviato da il 3/11/2005 alle 0:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


2 novembre 2005

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Dato che parecchi dei frequentatori di questo blog sono "nuovi acquisti", ho deciso che prima di riprendere i miei ricordi di Somalia, ripubblicherò i pezzi già postati nell'altro blog. Chi li ha già letti spero mi perdonerà e avrà pazienza. Di tanto in tanto potrà accadere che ripubblichi anche qualcos'altro dei vecchi post, ma sicuramente non ne abuserò.

barbara




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2 novembre 2005

UN ANNO FA, THEO

Aveva deciso di denunciare le drammatiche condizioni in cui si trovano a vivere moltissime donne musulmane. Aveva deciso di farlo con l’unico mestiere che sapeva fare: il regista. Aveva deciso di farlo in modo accurato, e per questo aveva chiamato per la sceneggiatura una donna musulmana. E i musulmani l’hanno condannato a morte. La sentenza è stata eseguita in mezzo a una strada: il boia gli ha sparato, poi lo ha sgozzato, infine gli ha inchiodato al corpo un foglio con le motivazioni della sentenza. Il giorno stesso Chris Riple, un artista di Rotterdam con lo studio vicino a una moschea in Insuindestraat, scioccato dall'omicidio di Theo van Gogh, ha dipinto un angelo sul muro esterno del suo studio con la scritta "Non uccidere" ("Gy zult niet doden"). I suoi vicini nella moschea hanno trovato il testo "offensivo" e hanno chiamato il sindaco di Rotterdam, il liberale Ivo Opstelten. La mattina del 4 novembre il sindaco ha ordinato alla polizia di cancellare il dipinto dal muro del signor Ripke, perché questo era “razzista.” Quando la polizia e i dipendenti comunali sono arrivati per cancellare il dipinto "razzista", Wim Nottroth, un giornalista televisivo, si è piazzato di fronte al dipinto in segno di protesta. La polizia lo ha arrestato. Una cameraman che ha filmato ogni cosa è stata costretta dalla polizia a cancellare parte delle riprese. Ricordiamo e ringraziamo un uomo coraggioso, che ha saputo tenere fede alle proprie idee e alle proprie scelte anche a costo della vita. Ringraziamolo anche perché, con la sua morte, ha permesso a molti di aprire finalmente gli occhi. Ringraziamolo inoltre perché, anche se lui non c’è più, il suo bellissimo film (link a destra, con sottotitoli in italiano) di coraggiosa denuncia sociale ci è rimasto.



barbara




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1 novembre 2005

COMBATTEREMO FINO ALL'ULTIMO BAMBINO

Lo aveva promesso, Saddam, prima della guerra, ma la sua promessa era passata pressoché inosservata: ricordo solo due articoli di inorridita indignazione: uno di Deborah Fait e uno mio, su informazione corretta. Poi, il silenzio. Forse il mondo avrebbe fatto meglio a prenderlo maggiormente sul serio.

barbara




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1 novembre 2005

RIFLESSIONE GRAMMATICALE: I PRONOMI

È stato a un aggiornamento, che mi è capitato di pensarci. Va precisato, per chi è lontano dal mondo della scuola, che gli aggiornatori sono, quasi sempre, la quintessenza della stronzitudine – con due eccezioni che, proprio perché mosche bianche, voglio citare per nome: Daniela Bertocchi, che riesce a tenere inchiodato un uditorio di un centinaio di persone con una conferenza sulla grammatica, e Daniela Zorzi Calò, raro esempio di sessantottina molto sinistrorsa straordinariamente intelligente e aperta. Quella dell’aggiornamento in questione, in questo sconfortante panorama, spiccava per inconsistenza, incompetenza, stupidità, e per la noia mortale di cui inondava l’uditorio. Mancava anche totalmente di senso dell’umorismo, poverina, come si è dimostrato quando, con uno sprazzo di geniale fantasia, ha suggerito di far esercitare gli aggettivi in modo divertente, per esempio con degli indovinelli. «Per esempio – dice – potete dire: “indovinate che cos’è: è rotonda, è di gomma, serve per giocare”». Al che io, tutta contenta di avere indovinato, strillo: «È una tetta al silicone!» Beh, ci credereste? Hanno riso tutti meno lei. Ma lasciamo perdere questi dettagli. Il fatto è che fin dal primo momento, a parte le scemenzialitaggini, come direbbe l’amico Ombra, che sparava in continuazione, risultava estremamente sgradevole in tutto quello che diceva. E ad un certo momento ho capito perché: era per via dei pronomi. Del pronome “voi”, per la precisione. Diceva: «Poi vi dico», «Poi vi spiego», «Poi vi faccio vedere». E mi sono improvvisamente resa conto che io, coi miei scolari, non lo uso quasi mai. Io dico: adesso facciamo, vediamo, impariamo, proviamo. Mi viene spontaneo. E, riflettendovi sopra, risulta anche logico: il loro apprendimento è l’obiettivo comune, mio e loro, che possiamo raggiungere lavorando insieme, io e loro. Cioè noi. Il voi invece lo uso solo quando sono incazzata. Lo uso per dire cose come: «VOI credete di essere furbi, ma VI garantisco che VI sbagliate», oppure «VOI credete di poterVI permettere di non studiare: adesso VI dimostro che VI sbagliate di grosso». Perché è un dato di fatto: il “voi” è ostile. Il “voi” crea distanza. Il “voi” ha lo scopo di innalzare se stessi e abbassare l’interlocutore, metterlo nell’angolo, dargli scacco matto. E a questo punto mi chiedo: quelli che non fanno che dire a ogni piè sospinto «voi ebrei» - a parte la generalizzazione che fa loro supporre l’esistenza di 13 milioni di ebrei tutti uguali, ritagliati con lo stampino - saranno consapevoli della distanza che mettono fra sé e il proprio interlocutore? O è “solo” una fuga inconscia dall’abominevole ebreo che hanno di fronte?

barbara




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