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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 settembre 2011

QUESTIONE DI CULO – CON RISPETTO PARLANDO

Il progetto originario, quando la mattina del mio arrivo ci siamo incontrate alla stazione degli autobus di Tel Aviv, era di andare sul mar Morto, fermarci un giorno, poi andare a Mitzpè Ramon per un altro giorno, e poi due giorni a Eilat. Poi è successo che gli orari degli autobus per il mar Morto non ci andavano bene, più un paio di altri dettagli, e in tre secondi abbiamo deciso di andare direttamente a Eilat e fermarci lì tutti i quattro giorni. Poi il giorno dopo ci sono stati gli attentati e la strada è stata chiusa: se fossimo andate sul mar Morto saremmo rimaste bloccate lì.



Ho già detto della interminabile ricerca di un alloggio. Ad un certo punto un albergo con stanze libere lo avremmo trovato, ma costava quasi quanto avevamo programmato di spendere per tutti i quattro giorni. Io, sfinita per il viaggio notturno e tutto il resto, ero quasi pronta ad arrendermi: ci fermiamo qui, domani ci facciamo l’intera mattinata in spiaggia e il pomeriggio rientriamo a Tel Aviv. Lei no, ha continuato testardamente a cercare fino a quando non ha trovato la meraviglia che vi ho mostrato. La mattina dopo ci sono stati gli attentati; verso l’una e mezza, di ritorno dalla spiaggia, ci siamo fermate alla stazione per chiedere un’informazione, e ci abbiamo trovato il caos più totale: centinaia di ragazzi seduti per terra coi loro bagagli, tutti i passaggi intasati, personale esausto... Era successo che a causa degli attentati, poiché si sapeva che c’erano ancora dei terroristi in giro, oltre a chiudere la strada avevano anche annullato una o più (non abbiamo potuto avere notizie precise) corse. Se lei non avesse rifiutato di arrendersi e avesse accettato la mia opzione, saremmo rimaste bloccate lì.



La telenovela del tram di Gerusalemme la conoscete tutti: polemiche a non finire quando si è deciso di farlo, difficoltà tecniche in sede di realizzazione, una mostruosa quantità di soldi investiti, tempi biblici per portare a termine i lavori, e quando finalmente si sono conclusi, il tram ha continuato a girare vuoto e a vuoto per mesi e mesi e mesi e mesi... Poi evidentemente dev’essere giunta la notizia che stavo arrivando io e finalmente lo hanno messo in funzione. Gratis, oltretutto, per un paio di settimane. E con simpatici ragazzi alle fermate che distribuivano opuscoli informativi e gadgets.

Avevamo deciso, a Gerusalemme, di andare a visitare la tomba di Ilan; pensavamo, ingenuamente, che fosse sufficiente sapere in quale cimitero è sepolto. Per fortuna succede che prima di andarci incontriamo lui, che provvede a toglierci tale pericolosa illusione (abbiamo appreso in seguito che nel cimitero di Givat Shaul ci sono oltre un milione di tombe); ci siamo così messe alla ricerca di chi potesse darci informazioni, senza esito, ma almeno con le idee un po’ più chiare su come muoverci. Poi, arrivate al cimitero, abbiamo avuto la fortuna di trovare un tizio che sapeva esattamente dove si trovava la tomba e ci ha offerto di portarci lì in macchina (il cimitero è abbarbicato su una collina, con strade stradine biforcazioni e tornanti che si snodano per parecchi chilometri). È vero che ha preteso di essere pagato e probabilmente quello era il suo mestiere e quindi non avrebbe dovuto, ma insomma con un euro a testa ce la siamo cavata. Gli avremmo dovuto dare altrettanto se gli fosse capitato di ritrovarsi da quelle parti quando avessimo deciso di trornare, e ci avesse riportate alla base, ma non lo abbiamo visto: così ci siamo avviate a piedi, e quasi subito è passato un furgone: abbiamo fatto autostop e siamo così arrivate alla fermata dell’autobus in tempo per poter usufruire ancora del biglietto fatto all’andata, senza doverlo rifare (in Israele i trasporti, sia in treno che in taxi e in autobus extraurbani, sono decisamente economici, ma gli autobus urbani sono relativamente cari). E così ci è andata bene anche su quel fronte.



A Naharia ci sono andata in treno, da Tel Aviv, e anche questa, del viaggio in treno, è stata un’esperienza nuova. La data di questo viaggio per l’ultima tappa del mio soggiorno l’ho decisa in corso d’opera, dopo avere combinato tutti gli incastri di visite, incontri eccetera. Poi ho saputo che quello era l’ultimo giorno di funzionamento: a partire dal giorno dopo l’ultimo tratto di ferrovia è stato chiuso, per lavori di manutenzione, per dieci giorni.



Questione di culo, appunto, che ha fatto il suo dovere per tutto il viaggio.

barbara


27 settembre 2011

SHANAH TOVAH

A tutti i miei amici, a tutti coloro che sono vicini al mio cuore e in particolare a Gilad desidero augurare IL PIÙ GRANDE Shanah tovah

e un anno pieno di colore.



barbara


26 settembre 2011

LES LIAISONS DANGEREUSES

Le relazioni pericolose, per quei quattro gatti che, oltre a non masticare il francese, non conoscessero neppure il famoso libro. Sapete qual è la caratteristica delle relazioni pericolose? No? Allora ve lo dico io: sono pericolose. Dite che ho scoperto l’acqua calda? Vero, però con l’acqua calda, se non sai che è calda e non prendi le tue precauzioni, ti scotti, e poi vieni ancora a dirmi che sono banale e dico cose banali.
Prendete Burhanuddin Rabbani, per esempio: trattava coi talebani, perché i talebani sono parte del tessuto sociale, perché si tratta con chi c’è, perché se si vuole arrivare alla pace non si possono operare esclusioni aprioristiche e dunque ci sono i talebani? Bene, si tratta coi talebani. Com’è andata a finire? Che i talebani lo hanno fatto fuori.
O Vittorio Arrigoni: si era messo a servizio a tempo pieno dei terroristi di Hamas, perché quelli di Hamas hanno il grande merito di combattere per l’annientamento di quei topi di fogna che sono gli ebrei, perché la storia è un optional, e i fatti non contano, e “occupazione” riempie la bocca molto meglio che democrazia e diritti umani, e dunque si sta dalla parte di Hamas, ci si mette al servizio di Hamas, si odia per conto di Hamas, si mente per conto di Hamas, si inganna per conto di Hamas. Com’è andata a finire? Che gli eroi di Hamas lo hanno fatto fuori, e neanche in maniera troppo misericordiosa, sembra.
E Giuliana Sgrena? È andata a Baghdad per servire la jihad islamica, “denunciando” tutti gli abusi perpetrati dagli occupanti americani e guardandosi bene dal dire mezza parola su quanto operato dalla controparte (tutte le donne stuprate, per dirne una, sono state stuprate unicamente da americani). Com’è andata a finire? Stando alla sua versione, sembrerebbe che sia stata rapita da quelli della jihad islamica al cui servizio a 90° si era volenterosamente posta (anche se va detto che quelli sono stati cortesissimi e le davano frutta e dolci e le hanno anche regalato un collier che poi i perfidi yankee le hanno rubato, ma questa è un’altra storia. O no? Poi un onesto servitore dello stato, per andare a liberare la gallinella, ci ha rimesso la pelle, e quella no, non è un’altra storia).
E stendiamo un velo pietoso sulle due Simone.
Eccetera.
Cioè, quello che voglio dire è: ma la gente ha occhi e orecchie? Ha qualche quarto di neurone sparso in giro per la scatola cranica? È capace di imparare? No, eh? No. Si sbaglia e si continua a risbagliare, sempre allo stesso modo, all’infinito, come ci ricorda Barry Rubin. E mentre all’Onu si discute, in Israele si muore.


Asher Palmer e il figlio Yehonatan, vittime dell'ultimo attentato

barbara


25 settembre 2011

OGGI SI PARLA DI MIRACOLI

Il grande miracolo

Da quel che si capisce, per ora la forzatura della leadership palestinese non è riuscita e per il momento lo-stato-che-non-c'è non è stato ammesso all'Onu, dove per altro mancano anche il Granducato di Ruritania, il Paese dei Campanelli, la Terra di mezzo, il Regno delle due Sardegne e anche altri territori più seri, come il Kurdistan, il Tibet, lo stato Sarahui occupato dal Marocco.
Dico "per ora", perché dall'Onu ci si può attendere di tutto, anche la revoca ufficiale del Teorema di Pitagora, dato che si tratta di un matematico greco, dunque nemico personale di Erdogan e comunque pagano, non illuminato dalla luce dell'Islam.
Sia lode alla saggia gestione di Netanyahu, alla pressione degli elettori americani, alla forza calma e determinata dell'esercito israeliano, agli elettori israeliani che si sono scelti un buon governo.
Nel momento in cui scrivo, questa minaccia non sembra più vicinissima.
Ammettiamo pure dunque che questa volta lo "tsunami diplomatico di settembre" (così lo chiamò Ehud Barak) sia scongiurato e magari rimandato di un anno (ma fra un anno ci sono le elezioni presidenziali americane, chissà). Voglio solo suggerirvi una riflessione.
E' possibile che uno stato (e i suoi cittadini) debba vivere in questa maniera? Oggi la flottiglia per aiutare i suoi nemici, domani Ahmadinedjad che vuole "cancellarlo dalle mappe" e costruisce attivamente l'atomica per realizzare questo dolce desiderio, ieri i terroristi che tendono agguati alla gente che va al mare; dopodomani Erdogan che minaccia di mandare le navi a impedire l'apertura dello sfruttamento dei gas sottomarini, l'altro ieri la giornata della Nabkà, della Nafshà e di che altro il diavolo si inventa, sempre con l'idea di cancellare i confini...
E poi tutti i giorni qualche razzo sul sud, un arabo che spara, o cerca di ammazzare la gente con il bulldozer che gli hanno dato in mano per i lavori stradali, accoltella una persona che ha la disgrazia di farsi trovare sola sulla strada, o almeno tira sassi sulle macchine di passaggio.
E poi tutti che gli fanno lezione, che spiegano che per il suo bene, naturalmente per il suo bene, deve genuflettersi a Erdogan, non demonizzare Ahmadinedjad, chiedere scusa agli egiziani e soprattutto lasciare che i palestinesi si annettano quel che gli pare - perché poi  tutti i problemi finiranno, dato che l'unico malvagio della regione è proprio lui, Israele.
Fin che si tratta di palesi antisemiti, vabbe', è propaganda avversa.
Ma che la stessa cosa la ripetano, col ditino alzato per aria, persone che si proclamano pomposamente "amiche" e magari anche avanzano la loro origine ebraica a prova - come fare a evitare la crisi di nervi e non mandarli "a stendere", come si dice a Torino?
Eppure Israele è forte, è calma, è allegra, è creativa.
Soprattutto è profondamente libera. La sua innovazione tecnologica rivaleggia con la Silicon Valley, la sua economia è stata appena promossa dalle agenzie che non hanno solo bocciato noi, ma anche le banche francesi e lo stato americano, le sue università sono fra le migliori del mondo, la sua politica è vivace e piena di sani conflitti, la sua arte e letteratura sono apprezzate nel mondo; c'è un sacco di gente che ama divertirsi e la vita di Tel Aviv è fra le più frenetiche e intense, ma anche un sacco di gente che vive una vita religiosa intensa e profonda, e c'è posto per tutti e due, con occasionali tutto sommato fisiologici conflitti.
Questo è il grande risultato, il grande miracolo: che Israele non perde la sua vitalità, che nonostante tutti si affannino a buttargli ostacoli fra i piedi, Israele vive e prospera e non si lascia chiudere nell'angolo dell'emergenza.

In realtà di miracolo ce n’è anche un altro: che esista un Ugo Volli che ragiona come ragiona e scrive come scrive (sì, lo so, adesso mi beccherò di nuovo l’accusa di idolatria nei suoi confronti; e vabbè, pazienza). Per completare il quadro vi invito a leggere e guardare il discorso all’Onu di Netanyahu e... quello del signor Mahmoud Abbas – nom de guerre, tanto per ricordarci che lui è un uomo di pace, Abu Mazen, e poi se vi restano ancora due minuti andate a leggere anche questo, che male non fa di sicuro.
E per concludere, di quel miracolo che è Israele vi regalo il mare fuori



e dentro.




barbara


24 settembre 2011

PER GILAD, PER MARIAM

Gilad: israeliano, ebreo, vent’anni ancora da compiere. Rapito in territorio israeliano mentre prestava servizio di sorveglianza da una banda di terroristi palestinesi ISLAMICI penetrati attraverso un tunnel. Da oltre cinque anni è prigioniero. Nessuno sa se sia vivo – e in quali condizioni – o morto.

Mariam: egiziana, cristiana copta, ventidue anni. Assassinata nella chiesa di San Marco e San Pietro ad Alessandria nella strage di capodanno da terroristi egiziani ISLAMICI.

Gilad e Mariam, due simboli di vita annientati da chi ha fatto della morte l’unico scopo della propria vita. A loro Silvana De Mari, scrittrice, medico, blogger e mamma (l’ordine è del tutto casuale!) ha dedicato il suo nuovo blog:

Ve lo raccomando caldamente.

    

barbara


23 settembre 2011

NOTERELLE SPARSE

• Ieri ero senza computer, e ho letto un libro. Di quattrocento e qualcosa pagine. Ora, non dico che il computer mi porti via 335 libri all’anno (il mese che sto al mare senza computer leggo, e non va messo in conto), ma almeno un paio di centinaia sicuramente sì. C’è però da dire che come antidoto per la crisi d’astinenza il libro non è stato del tutto efficace.

• Lunedì mattina è nevicato un casino e a scuola eravamo quasi tutti in maniche corte e senza calze. Martedì mattina era di nuovo bello e sono di nuovo andata a scuola in maniche corte e senza calze. Poi mi hanno detto che c’erano due gradi, ma non me ne sono accorta: evidentemente sono ancora troppo giovane per essere sensibile a queste cose.

• Appena rientrata in possesso della sacra bestia che troneggia in fondo al mio studio, ho appreso che l’ineffabile Giulietto Chiesa ha fatto un’altra delle sue genialate (rubata qui), ma anche l’immarcescibile Piergiorgio Odifreddi si è dato un bel po’ da fare per tener viva la sua fama di acuto e profondo pensatore.

• Per anni ho avuto in mente una canzone contenuta in uno dei più bei film mai realizzati – peccato solo che duri sei ore – senza saperne né il titolo, né l’autore. Poi stanotte mi è riemersa nella memoria una frase del testo, le premier oiseau d'un après guerre
, e sono andata a chiedere la grazia a san Google, che me l’ha prontamente concessa, e nella speranza che nonostante le nere nubi che si vanno addensando si riesca anche noi, prima o poi, a vedere il sereno, ve la regalo.

• E poi c’è questa cosa qui, presa all’acquario di Eilat, che non so cosa volesse o dovesse essere però mi piace un sacco, e vi regalo anche questa.



barbara


20 settembre 2011

ANTISEMITISMO OGGI, QUALCHE SPUNTO DI RIFLESSIONE

I motivi dell'odio

Nonostante anni di allenamento, è difficile non lasciarsi abbattere dall'intensità del sentimento antisemita/antisraeliano. Il senso di ferita personale è sempre fortissimo. La domanda sul perché dell'odio, dell'energia emotiva scaricata in questo sentimento distruttivo, va ben al di là dei suoi usi politici e della sua funzionalità sociale. Per esempio è chiaro che per i regimi arabi, prima e dopo questo ciclo di agitazioni (ma anche prima o dopo di quello precedente che quarant'anni fa portò al potere i regimi nazionalisti in Egitto, Siria, Iraq ecc) hanno usato l'antisemitismo, l'hanno trasformato in odio per Israele e hanno suscitato pogrom e violenze di ogni tipo, per distrarre le masse arabe dalla loro miseria, per unificare i loro paesi contro un nemico esterno, in sostanza per mantenere il loro potere. E' chiaro che la Turchia e l'Egitto oggi stanno facendo lo stesso gioco. Ma la questione logicamente precedente è perché, fra i mille obiettivi possibili di odio sia stato scelto quasi sempre l'ebreo, il che equivale a chiedersi perché le masse islamiche siano da decenni (da ben prima dell'"occupazione") particolarmente pronte a odiare piuttosto gli ebrei, nemici immaginari, ancor più che altri soggetti con cui la guerra era reale, i contrasti materiali. La Turchia che è in guerra coi curdi si mobilita in questo momento contro Israele; l'Egitto che viene da una rivolta tutta interna contro la corruzione e ha interessi strategici in conflitto con l'Iran e la Turchia, se la prende con gli unici ebrei che riesce a identificare sul suo territorio, i diplomatici israeliani.
La stessa domanda si può fare ovviamente per l'Europa, dove pure lo sfruttamento statale dell'antisemitismo è da qualche tempo assai meno di moda. Perché in piena crisi economica e sociale un teppista deve prendersi la briga di individuare un cimitero ebraico a Venezia su cui disegnare una svastica? Perché su due muri vicino alla mia università, a Torino, con lo scopo non di denigrare gli ebrei, ma la squadra di calcio del Torino e una nota bevanda gassata si poteva leggere fino a qualche tempo fa e forse ancora oggi "Toro ebreo" (ad uso degli italiani) e "Coca cola yahud" (per i lettori arabofoni)? Perché "ebreo" è un insulto usato da tutte le tifoserie del calcio e del basket? Perché, voglio dire, dovrebbe essere un insulto? Perché Israele continua a suscitare oggettivamente più odio di tutti i regimi più criminali del mondo? Perché in questi giorni di stragi continue in Siria e di prudentissime reazioni israeliane al terrorismo si sono mossi a Londra dei manifestanti a disturbare un concerto della certamente non troppo politicizzata orchestra filarmonica israeliana in quel tempio della cultura che è il Victoria and Alberta Hall, e nessuno in tutto il mondo davanti a un'ambasciata siriana? Certo, gli orchestrali erano ebrei... Perché la Turchia, che spara ai curdi in territorio iracheno e fa comunicati stampa per vantarsi dei numeri dei morti, che occupa uno Stato straniero e vi tiene in esercizio un muro, che nega il genocidio armeno, che è stata sconfessata da una commissione di inchiesta dell'Onu (quindi certo non filoisraeliana), si permette con Israele toni arroganti da politica delle cannoniere, sicura di ottenere la simpatia generale?
La spiegazione di tutti questi episodi, che sono di oggi, non degli anni Trenta, non si può ridurre nei puri dati politici, nel conflitto statale o territoriale che oppone Israele ai palestinesi, nel riflesso meccanico dei vecchi schieramenti per cui la sinistra ha ereditato senza rendersene conto le coordinate geopolitiche di Stalin e prosegue a giudicare buoni i vecchi alleati dell'Urss e cattivi gli alleati dell'America. Non è solo la commissione dei diritti umani dell'Onu, alla cui presidenza fino a un paio di mesi fa sedeva la Libia e che produceva praticamente solo risoluzioni antisraeliane; non sono solo gli ambigui legami nero-rosso-verdi fra neonazisti, neocomunisti, islamisti; ma l'opinione collettiva maggioritaria in Italia, in Europa (per non parlare dei paesi musulmani), che in maggioranza, e nella maggioranza più "illuminata", ha in Israele se non proprio esplicitamente negli ebrei il nemico che gli piace di più odiare.
Le spiegazioni date all'antisemitismo nella storia sono naturalmente moltissime, le abbiamo tutti studiate e molte volte sentite ripetere. Ma a me sembra che oggi ancora ci sia in questo sentimento condiviso un forte nucleo politico-teologico; che non ci troviamo di fronte a un odio laico, interessato, razionale, ma una proiezione ben più potente delle identità collettive, se non proprio delle religioni. E soprattutto credo che noi dobbiamo individuare nelle sue forme attuali una reazione all'emancipazione, alla pretesa intollerabile proprio perché politica, da parte di un popolo teologicamente "inferiore", di essere come gli altri, di vivere la sua identità, soprattutto di avere uno Stato. Nel diritto islamico tradizionale gli ebrei sono considerati dei semischiavi, "dhimmi", che possono sopravvivere in mezzo ai musulmani solo pagando una tassa speciale e accettando uno stato di umiliazione permanente (non portare armi o usare cavalli, non avere case più alte, non avere impiegati islamici, portare certi segni sulle vesti ecc.). Nel mondo cristiano gli ebrei "deicidi" erano stati condannati già da dai primi secoli (per esempio da Agostino di Ippona) a vivere sì, ma in uno stato analogo di umiliazione, per testimoniare insieme con la loro fede della verità dell'"Antico testamento" e con il loro infelice destino della "punizione" per loro "colpa" - ora queste posizioni restano sommerse nelle voci maggioritarie della Chiesa, ma riemergono a tratti, fra i tradizionalisti, i vescovi arabi, i cattolici di sinistra e influenzano in maniera poco consapevole le posizioni di molti.
Che i dhimmi, i deicidi, coloro che si ostinano insieme a non volersi convertire al cristianesimo e neppure all'islamismo, abbiano la pretesa di vivere liberi pacifici e produttivi e addirittura in un loro Stato, è un affronto intollerabile – ancor più dell' "occupazione" di una terra che anche la Chiesa e anche l'Islam rivendicano come sacra per loro. E' la libertà degli ebrei, il loro rifiuto di essere vittime, la loro capacità di realizzare una vita autonoma e uno Stato loro, il loro stesso successo, a infastidire e offendere gli islamici (che se la prendono anche coi cristiani, quando possono) e in Occidente certe parti del mondo cristiano e anche laico, ma di cultura, non solo i reazionari, ma anche molti "progressisti", che travestono nella loro coscienza il sentimento antisemita con l'amore per gli oppressi e la "giustizia" - naturalmente imitati da settori altrettanto "progressisti" del mondo ebraico. Con l'intreccio di questa teologia politica, oltre che con il cinismo di dittatori e altri politici noi ci troviamo a dover fare i conti oggi, in uno dei momenti più difficili e rischiosi della storia recente del popolo ebraico.

Ugo Volli

Alla lucida analisi di Ugo Volli c’è, come sempre, ben poco da aggiungere, quindi mi limito a invitarvi a leggere qualche altro utile dato, qui.


barbara


19 settembre 2011

AUSCHWITZ È DI TUTTI

È impossibile comprendere le sofferenze mortali di una persona che viene portata via da casa, strappata agli affetti familiari, alla quale si toglie ogni dignità, che viene depredata di tutto, che si umilia rasandole i capelli e vestendola di stracci, che non ha più un nome, che si trova in una terra ostile dove non può sfogarsi con nessuno, perché tutti parlano lingue incomprensibili. (p. 25)

È vero, è impossibile comprendere. Ed è difficile persino immaginare. Ciò non ci esime tuttavia dal dovere di conoscere, dal dovere di aggiungere, ogni volta che sia possibile, un ulteriore tassello alla conoscenza. Marta Ascoli, che aveva 17 anni al momento della deportazione e che ha trovato nella speranza di potere un giorno testimoniare la forza per resistere e sopravvivere, ci fornisce uno di questi tasselli – uno degli ultimi prima che il tempo inesorabile ci privi degli ultimi testimoni. Non lasciamocelo sfuggire, soprattutto in questi tempi bui in cui tornano ad alzare la testa i mostri che vorrebbero un mondo judenfrei.

Marta Ascoli, Auschwitz è di tutti, Rizzoli



barbara


18 settembre 2011

ONU: SCENARI PROSSIMI VENTURI

L'Onu, i combattenti e i pensionati

di Ugo Volli

Come diceva Abba Eban, se il blocco arabo presentasse all'Onu una risoluzione per dichiarare che la terra è piatta e che la colpa di tale appiattimento è di Israele, dell'occupazione, del colonialismo sionista ecc. la proposta passerebbe più o meno con 164 paesi favorevoli, 13 contrari e 26 astensioni. L'Europa si dividerebbe (Italia e Polonia per il no, paesi nordici e Spagna per il sì, gli altri per lo più astenuti), Canada Stati Uniti e Australia voterebbero no. L'America latina in odio ai gringos, l'Africa per spirito anticolonialista, la Russia e la Cina nel ricordo della guerra fredda, i loro satelliti per compiacerli, per non parlare dei paesi islamici, non esiterebbero a dichiarare la piattezza del mondo, se la colpa è di Israele.
Lo stesso accadrà senz'altro se all'Assemblea generale si presenterà la richiesta di Muhammed Abbas di dichiarare lo "stato di Palestina", coi "confini del '67" e "Gerusalemme capitale". Che è una risoluzione altrettanto realistica di quella sulla terra piatta, visto che l'Autorità Palestinese non ha confini (non certo quelli cui aspira), non ha una moneta, non è capace di raccogliere le sue tasse, vive della carità internazionale, non controlla neppure tutto il territorio abbandonato da Israele, visto che Gaza fa quel che pare ad Hamas e il "presidente" Abbas non può mettervi piede né influenzare quel che vi si decide. E poi non ha una legittimità democratica, visto che tutti i suoi organismi elettivi sono scaduti da anni e non se ne prevede il rinnovo; non è in grado (e forse non ha la volontà) di impedire che il "suo" territorio funga da base di partenza per il terrorismo. Insomma, non è proprio uno stato. (http://www.jpost.com/Magazine/Opinion/Article.aspx?id=238077).
Non solo  i palestinesi non hanno uno stato da "riconoscere" (si riconosce quel che c'è, non quel che si spera di fare), ma se si guardano le cose con un minimo di approfondimento, non ne costituiscono neppure la premessa, non sono una nazione, non sono un popolo, ma una pura entità propagandistica, costruita a freddo dalla propaganda mezzo secolo fa allo scopo di delegittimare Israele (http://www.jpost.com/Opinion/Columnists/Article.aspx?id=238146), e destinato, nelle parole stesse di Hamas, a non sussistere una volta "cacciati gli ebrei" ma a entrare nella "nazione araba" unificata. Se poi per caso potessero davvero fare uno stato, questo sarebbe, per dichiarazione e progetto della loro leadership, un incubo razzista judenrein, una costruzione da far invidia a Hitler (o forse al Muftì di Gerusalemme suo amico): http://blogs.jpost.com/content/%E2%80%98judenrein%E2%80%99-state-palestine. Inoltre, giusto per tener vivo il conflitto con Israele, anche dopo raggiunto l'obiettivo dello stato nei confini che vogliono loro, gli abitanti "palestinesi" dello stato della "Palestina", originari dai territori che costituiscono da sessant'anni lo Stato di Israele non sarebbero necessariamente cittadini, ma "rifugiati" o "profughi". Profughi palestinesi in Palestina? Incluso lo stesso Abu Mazen, che viene da Zfat? O magari anche la salma di Arafat, che è nato al Cairo? Ebbene sì, nel nome della teoria del salame (che si mangia a fette e l'appetito vien mangiando): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/palestinian-arab-refugees-wouldnt-be.html.
Nonostante tutte le contorsioni dei loro portavoce sul perché i Palestinesi non potrebbero riconoscere uno stato ebraico come chiede Israele per far partire le trattative (ma per loro gli israeliani devono riconoscere uno stato arabo e per di più Judenrein: http://www.haaretz.com/print-edition/opinion/why-palestinians-can-t-recognize-a-jewish-state-1.382091) è chiaro che il nuovo stato non sarebbe affatto in pace con i suoi vicini, in particolare con Israele, ma al contrario ne rivendicherebbe subito l'intero territorio. Dopo "i confini del '67" verrebbero le linee della risoluzione dell'Onu del '47, che gli Stati Arabi non accettarono aprendo una guerra di sterminio contro Israele invece che una trattativa di pace (http://www.winnipegjewishreview.com/article_detail.cfm?id=1417&sec=1&title=Palestinians_Push_for_1947_lines_%E2%80%93_not_1967_lines:Once_again,_the_UN_Partition_Plan_for_Palestine).
Insomma, un disastro. Il fatto è che il piano di Muhammed Abbas non ha alcuna possibilità di realizzarsi e rischia decisamente di danneggiare i palestinesi: http://www.washingtontimes.com/news/2011/sep/15/pyrrhic-palestinian-victory/?page=all#pagebreak). Perché una "follia" (http://www.telegraph.co.uk/comment/personal-view/8765733/The-folly-of-the-Palestinian-statehood-bid.html) del genere passerà all'assemblea generale dell'Onu, ce l'ha già spiegato Abba Eban. La terra è piatta, la "Palestina" è uno stato dentro confini che non controlla, il sionismo è razzismo, 2+2=3 (il quattro l'hanno rubato gli ebrei che come è noto sono avidi usurai): qualunque sciocchezza viene volentieri votata all'Onu purché contro Israele. 
Il problema è perché la leadership palestinese voglia un provvedimento che per giudizio anche di molti suoi alleati non accecati dall'ideologia, la danneggerà moltissimo. Perché anzi Muhammad Abbas non intenda far ricorso all'assemblea generale, dove almeno sulla carta avrebbe soddisfazione, ma al consiglio di sicurezza dell'Onu, dove è sicuro di perdere grazie al veto americano - e lo sa benissimo. Per mostrare che gli Usa non sono neutrali? Per sbugiardarli e farli diventare più antipatici al mondo arabo di quanto già siano (molto)? La minuscola "Palestina che non c'è" si mette d'impegno contro il gigante americano, anzi contro il presidente più antisraeliano dai tempi di Carter (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238308) ... che senso ha?  Io non credo che siano matti o masochisti. Certo, si parla della promessa di Erdogan di intervenire a colmare il buco di bilancio dell'Autorità Palestinese, se seguirà le sue posizioni avventuriste di scontro aperto contro Israele. Ma gli americani in cambio taglieranno, e la Turchia è anche lei sull'orlo della crisi economica. C'è un'altra ragione: è chiaro che Obama ha incoraggiato negli ultimi tre anni i peggiori azzardi palestinesi, che ormai sono abituati a ragionare con la logica del casinò, a raddoppiare la posta dopo ogni stop, e dopo aver sabotato le trattative con ogni pretesto gli si rivoltano contro, abituati a mordere chi li aiuta come certi animali.
Ma vi è qualcosa di più importante e profondo, sotto l'atteggiamento (auto)distruttivo dell'Autorità Palestinese, non solo nelle scelte di oggi di Abu Mazen ma anche in quelle di tre anni fa (quando il governo Olmert offrì loro condizioni di pace vicine a ciò che propone oggi Obama – e rifiutarono) e anche dieci anni fa di Arafat a Camp David, che rifiutò il 95% dei territori offerti da Barak e scatenò il terrorismo.
La ragione secondo me è questa. Non c'è nulla che i dirigenti di Al Fatah e di Hamas insieme temano di più della pace. Sono un gruppo di ex terroristi, che furono disgraziatamente riportati in Giudea e Samaria dal grande errore storico degli accordi di Oslo, tirandoli fuori dall'isolamento di Tunisi dov'erano finiti dopo aver suscitato disastri in Libano e in Giordania, facendosi odiare dalle popolazioni locali. Addestrati in Russia, come Abu Mazen, o eredi della tradizione nazista degli Husseini, come Arafat, non sono fatti per amministrare le città i i villaggi abitati dai palestinesi, non hanno né voglia né competenza per fare i sindaci o i pianificatori urbani. Preferiscono l'esplosivo, se non quello degli attentati, almeno quello delle dichiarazioni, al riciclaggio delle acque e alla costruzione delle strade. Infatti non l'hanno mai fatto, chi ha messo un po' d'ordine negli affari palestinesi è quel Fayad che disprezzano perché non è mai stato terrorista, perché si è formato nelle università americane (di secondo piano, ma sempre americane) e non nelle prigioni israeliane.
Se scoppiasse la pace, resterebbero disoccupati, peggio, inutili. Peggio ancora: criminali le cui stragi o almeno le ruberie verrebbero presto alla luce. Per questo fanno il possibile per evitare il rischio della normalità, il riconoscimento reciproco, la sicurezza comune. Il veto Usa, proclamano minacciosi, ma in fondo sollevati, distruggerà la soluzione dei due stati (http://www.jpost.com/DiplomacyAndPolitics/Article.aspx?id=238310). Meglio perdere e  restare per sempre "combattenti" (diciamo le cose come stanno: terroristi), che vincere e passare a assessori al turismo, a pensionati (o piuttosto a indagati).

Ecco, ormai ci siamo. E io – magari sono troppo pessimista, magari mi sbaglio, e spero tanto che i fatti mi sconfessino e dimostrino che mi sbaglio clamorosamente – sento una gran puzza di carneficina in arrivo. Incrociamo le dita, in attesa di vedere se davvero caleranno le tenebre,



e che D.o ce la mandi buona.


barbara


17 settembre 2011

VERSO NORD

Gli ultimi giorni li ho trascorsi a Nahariya, all’estremo nord di Israele, verso il confine con il Libano, grazie alla generosa ospitalità di Sandra, che oltre a ospitarmi ha anche provveduto a scarrozzarmi in quella parte di Israele che ancora non conoscevo, in particolare la costa mediterranea, da Ein Zara, alla periferia sud di Naharia, da cui, lungo la spiaggia







parte un percorso di chilometri di strutture sportive e ricreative











che arriva fino a Kiryat Yam e Kiryat Haim a sud, verso Haifa






Haifa da Kiryat Yam, con piccolo disturbo visivo


dove, nonostante il divieto di balneazione (perché non c’è sorveglianza e quindi non è garantita la sicurezza in mare)



non ho rinunciato a mettere le zampe in acqua.

barbara


16 settembre 2011

TROVA LA DIFFERENZA

E uno, e due. E tre.



barbara


15 settembre 2011

E RITORNA IL TIZIO DELLA SERA

che troppo a lungo ho trascurato, ma adesso faccio ammenda, e colgo l’occasione per tornare a giurargli eterno amore: a lui, alla sua graffiante ironia, alla sua magistrale scrittura, al suo spirito sapientemente caustico, ai suoi capelli deliziosamente anarchici.

Davanzali

Con l’eloquio di una dirimpettaia che grida alla finestra, il premier turco Erdogan ha fatto sapere al vicinato mondiale che Israele è un bambino viziato. Non sappiamo se abbia detto anche che Bibi gli fa la pipì sui gerani e si seccano. Se intorno non ci fosse il Medio Oriente degli ultimi decenni, la politica senza cambi di marcia di Netanyahu susciterebbe perplessità. Ma a poche decine di anni dalla fondazione di Israele, la Storia racconta ancora come sia stata l’educazione ebraica. Anche dal davanzale mobile di Erdogan, che lunedì è andato a stendere  i panni turchi al Cairo, non sfuggirà che dal Golfo Persico al Nordafrica c’è un popolo di popoli che non vuole Israele. E’ vero: gli israeliani non sono propensi alla fiducia, sono testardi, sordi alle novità - ma ci sono novità? Lo Stato ebraico vuole essere riconosciuto dai paesi arabi e i paesi arabi non lo fanno. Per una nazione sovrana è troppo essere riconosciuta dalle altre mentre dovrebbe a sua volta riconoscerle? Speriamo che alla finestra si affacci Bibi in canottiera e urli a Erdogan che viziata sarà la zoticona di sua madre. Meglio tirarsi le mutande dei missili.

Il Tizio della Sera

Sì, lo so, la situazione è drammatica: attentati a raffica, assalto all’ambasciata al Cairo, evacuazione di quella ad Amman per timore che facciano il bis, palestinesi che come dieci anni fa cantano e ballano per strada per festeggiare la meravigliosa carneficina dell’11 settembre e adesso si apprestano a chiedere il riconoscimento di una specie di stato terrorista – quello stato, peraltro, che hanno con tutte le proprie forze rifiutato dal 1936 fino a un anno fa -, Fratelli Musulmani che in quell’inverno siberiano spacciato per primavera araba stanno ovunque prendendo il controllo della situazione... Nonostante tutto questo, o forse proprio a causa di tutto questo, il sorriso che il Tizio della Sera generosamente ci regala è quanto di meglio ci potesse capitare.

barbara


14 settembre 2011

STRUMENTO SCIENTIFICO

Non ricordo dove l’ho letto (la sezione di “giudaica” nel mio studio occupa interamente una parete di oltre cinque metri, dal pavimento al soffitto), però vi garantisco che l’ho letto, e non solo l’ho letto, ma ho anche visto la foto.
Si tratta di questo. In base alle leggi razziali cominciate a emanare nel settembre del 1938, oltre che dalle scuole gli ebrei venivano allontanati anche da tutti i posti “sensibili”. Come si riconoscevano gli ebrei? Dal cognome, naturalmente. Però. Però succede che con tutti gli ebrei che i buoni cristiani nel corso dei secoli si sono affaticati a condurre sulla retta via, ci sono in giro per il mondo un sacco di persone che hanno cognomi ebraici ma che ebrei non sono affatto, da generazioni ormai, addirittura da secoli. Come fare allora, per questi poveri diavoli, per dimostrare di non essere ebrei? Semplice: si presenta un certificato di battesimo. Però. Però succede che a un certo momento scoppia la seconda guerra mondiale. Succede che dopo nove mesi e qualcosa di neutralità il signor Mussolini decide che un’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria l’ora delle decisioni irrevocabili (urla acclamazioni vivissime guerra guerra), succede che tra attacchi all’insegna dell’improvvisazione e alleanze e disalleanze il suddetto signor Mussolini combina un bel po’ di pasticci – non parlo qui dei crimini che quelli sono tutt’altro, e decisamente poco adatti al tono di cazzeggio che sto qui usando – e insomma ad un certo momento inizia l’occupazione tedesca e iniziano i bombardamenti alleati. E allora succede che ogni tanto spunta fuori uno con un cognome ebraico che dice no guardate io sono cristianissimo cattolicissimo battezzatissimo solo che il certificato di battesimo non ve lo posso mostrare perché la chiesa in cui sono stato battezzato è stata bombardata e i documenti sono andati tutti distrutti. Che fare allora? Rischiare di discriminare ingiustamente una persona onesta come se fosse ebreo? Rischiare di lasciare al suo posto un ebreo come se fosse una persona onesta? Mai non fia! È stato a questo punto che quei geni – perché lo sanno tutti che la razza ebraica è una razza inferiore mentre la razza italica –- che esiste, sì signori, altroché se esiste! –- è una razza superiorissima e dunque lì germogliano geni ogni due per tre – mettono a punto lo strumento scientifico che determinerà inequivocabilmente se uno è ebreo o no: il misuratore del naso. Che sarebbe una roba più o meno tipo morsetto da falegname, che misura con precisione assoluta la lunghezza del naso e zac! il perfido giudeo è smascherato e le sue menzogne non se le beve più nessuno.
Mi è tornato in mente guardando le foto del matrimonio e pensando, per associazione, a buona parte degli ebrei che conosco: con uno strumento così scientificamente preciso e infallibile, ho idea, in mezzo a tutte quelle carrettate di ebrei l’unica a finire in trappola sarei io.

barbara


12 settembre 2011

IL MATRIMONIO

È stato quello il centro, oltre che il motivo, del viaggio: il matrimonio dell’amico David. È cosa banale dire, di un matrimonio, che è stato bellissimo? OK, sarò banale: è stato bellissimo. Prima però devo dire come ci sono arrivata, al matrimonio, perché non vi immaginerete mica che uno dice prendo e vado e poi va, ma neanche per sogno, se si tratta di me. Perché io ci dovevo andare con E., che a sua volta ci doveva andare con la figlia di suo cugino che poi si è scoperto che una volta, qualche era geologica fa, aveva un blog, e che non solo io lo conoscevo, ma che una volta ha anche pubblicato un mio articolo. Vabbè. Dunque parto da casa di Ester che per l’ennesimissima volta mi aveva ospitata, davanti a casa sua prendo un taxi e gli do l’indirizzo di E. – che, piccolo promemoria che non fa mai male, non è Ester bensì l’amica Esperimento – via tal dei tali numero 6. Vicino a via talaltra, preciso, dato che è una via piccola e magari non la conosce. Sì sì, dice, la conosco. Io, visto che non avrei dovuto camminare, nonostante le zampe fracassate mi ero messa un paio di sandali carini, con un paio di centimetri di tacco. Arriviamo dunque in via talaltra, prende una laterale, arriva fino in fondo, dice che numero? Sei, dico, no dice, il sei non c’è, qui c’è il sette. Dico no guardi, al sei abita la persona da cui devo andare quindi si fidi, il sei c’è. Allora gira a destra, poi gira ancora a destra e di nuovo a destra, torna nella via talaltra, gira ancora a destra prendendo la parallela successiva alla via dove era prima, si ferma davanti a un piccolo passaggio pieno di sabbia sassi e calcinacci che congiunge la via in cui siamo con la parallela in cui eravamo prima e dice ecco, il sei è lì, con la macchina non si passa. Vabbè, pago, scendo, arranco tra sabbia sassi eccetera, arrivo al sei e non trovo il cognome che dovrei trovare. Chiamo E., descrivo il posto in cui mi trovo, e con gioia apprendo che non assomiglia neanche lontanamente al posto in cui mi dovrei trovare. E per giunta né io né lei abbiamo la minima idea di dove mi trovi. Vedo un tizio che arriva trasportando delle cose sulle spalle, mi avvicino, gli schiaffo in mano il cellulare e gli intimo: le spieghi dove siamo. Glielo spiega, ma la spiegazione non le dice niente e dunque mi avvio, chiedo a qualcuno, arranco su passaggi sterrati, affondo in mezzo alla sabbia, descrivendo al cellulare quello che vedevo fino a quando comincia a raccapezzarsi e insomma, per farla breve, ho camminato per una buona mezz’ora, sotto il sole a picco di Tel Aviv, con le zampe dolenti, con i tacchi, con la borsa da viaggio in spalla perché poi dovevo dormire fuori e il giorno dopo andare a Gerusalemme e alla fine sono approdata. E torniamo al matrimonio.
Si prevedeva – giusto per iniziare con una nota a margine – che gli invitati italiani (e soprattutto le invitate italiane) si sarebbero presentati eleganti mentre quelli israeliani sarebbero stati piuttosto casual, e più o meno la previsione si è avverata. Quello che invece non si era previsto è stata l’abbagliante eleganza degli invitati marocchini, e soprattutto delle invitate marocchine, tutte uno scintillio di sete e paillettes, abiti lunghi, fruscianti, sfolgoranti, dal taglio impeccabile, esaltati dal portamento regale delle signore, giovani o vecchie che fossero, che li indossavano. E poi tonnellate di cibo e poi lo sposo emozionatissimo e la sposa bellissima e la nonna dello sposo in pianto irrefrenabile e il rabbino marocchino in jellaba con la voce stupenda e tonante e lo shofar magistralmente suonato e le decine di colombe bianche liberate al momento della rottura del bicchiere e la cena con la musica a palla – e a quanto pare è stato proprio per via della musica a palla che nessuno di noi si è accorto dei tre missili sparati proprio lì, ad Ashkelon, mentre stavamo festeggiando il matrimonio.








Foto scattate da E.

barbara


11 settembre 2011

DIECI ANNI DOPO

11 SETTEMBRE Terrore e speranza, come allora

CHIEDONO: «Bisognerebbe scrivere qualcosa sull'anniversario dell'attacco alle torri gemelle». «Va bene» dico. Poi vado al computer, meccanicamente clicco su google, e inizio a cercare un'idea, un frammento di memoria: ma sulla rete il mio viaggio dura pochi minuti.
Trovo subito un sito. Entro. C'è scritto: «La visione delle immagini è sconsigliata alle persone facilmente impressionabili». Decido di continuare. Vado a vedere. Che cosa c’è, di quel giorno, che ancora non abbiamo visto?
Sono foto. Le foto della torre settentrionale, che crollò, alle 10.28, dopo un incendio di 102 minuti.
Però sono foto ingrandite. Immagini spaventosamente ravvicinate. Adesso posso osservare, in primo piano, ciò che, finora, avevo solo immaginato.
C'è un'impiegata in piedi sul davanzale della finestra al 75° piano. Le fiamme, evidentemente, l'hanno spinta fin lì. Riesco persino a intravederne il volto: nella smorfia di terrore, mentre guarda in basso, c'è ancora un guizzo di speranza.
Nel fotogramma successivo, l'impiegata precipita nel vuoto. Tra il fumo e l'aria, devono aver deciso i polmoni.
Non certo la ragione.
Mi chiedo checosa può aver pensato durante il volo. Ha pregato? Ha creduto di essere in un incubo, uno di quelli da cui poi ti svegli?
Spengo il computer.
Sì, dieci anni dopo, sono ancora americano.
Fabrizio Roncone

Sì.



barbara


10 settembre 2011

EVASIONE: ISTRUZIONI PER L'USO



Poi, volendo, si può evadere anche così.

barbara


8 settembre 2011

GERUSALEMME

Naturalmente sapete tutti che a Gerusalemme hanno fatto il tram, che è costato pacchi di soldi e ci hanno messo ere geologiche a farlo e poi ha continuato per mesi e mesi e mesi e mesi a girare vuoto perché mancava il collaudo o non so cos’altro. Beh, poi ad un certo momento hanno saputo che arrivavo io e allora si sono finalmente decisi a inaugurarlo, così (in realtà quando ci siamo salite noi c’era molta ma molta ma molta più gente), e già che c’erano hanno anche deciso di farlo gratis per un paio di settimane.
Purtroppo il bellissimo ostello che ci era stato segnalato era pieno e così siamo finite in un ostello arabo all’ingresso della Città Vecchia che oltretutto costava anche di più e gli asciugamani erano un po’ sporchini e puzzicchiavano pure e lo scarico in bagno non era neanche un po’ in pendenza sicché l’acqua delle nostre due docce la mattina dopo era ancora tutta lì ma insomma vabbè, per una notte non è la fine del mondo. Poi la mattina, prima di uscire, siamo salite sul tetto dove, volendo, per quattro euro e mezzo a notte è possibile affittare un materasso e dormire all’aperto, godendosi poi lo strepitoso spettacolo – come ci ha raccontato la ragazza tedesca con cui ci siamo fermate a parlare – del sorgere del sole su Gerusalemme.
Ci siamo state poco, ma davvero non si può andare in Israele e non passare per Gerusalemme, e abbiamo comunque fatto l’essenziale: incontrato amici preziosi, visto le novità a Mamila ossia le statue installate lungo tutto il percorso, e l’Arca ricostruita esattamente come descritta nella Bibbia, percorso l’imprescindibile Ben Yehuda,



fatto interessanti chiacchierate con gente per strada, sull’autobus, alla fermata del tram, e poi siamo andate a trovare lui,



finalmente “a casa”, come ha scritto sua madre nel libro, dopo tanta disumana sofferenza; a casa, dove nessuno, finito di scontare la pena, andrà a sputare sulla sua tomba; a casa, dove, andando a visitare la sua tomba, nessuno rischierà di trovarsi faccia a faccia con quelle belve in sembianze umane che per ventiquattro interminabili giorni gli hanno inflitto le più bestiali torture per poi dargli, alla fine, la più orribile delle morti.
Nessuna di noi due sapeva la preghiera ebraica per i morti, così gli ho detto l’eterno riposo, e siamo sicure, entrambe, che andava bene anche così.

barbara


7 settembre 2011

ISHTAR 2

Essere sfiorati dalla morte e tornare alla vita. Lentamente. Faticosamente. Attraversando un caleidoscopio di sensazioni e di immagini, di visioni e di ricordi, di volti e di luoghi e di suoni. Riappropriarsi della propria mente e del proprio corpo. Lentamente. Dolorosamente.
È questa l’esperienza vissuta da Antonia Arslan, che già vi ho fatto conoscere qui e qui, e che per fortuna alla vita è davvero tornata del tutto, perché se fosse andata male avremmo davvero perso molto.
È un librino smilzo, che si legge in poche ore, ma le emozioni che riesce a trasmettere rimangono, e dunque va letto, assolutamente.

Antonia Arslan, Ishtar 2 – Cronache dal mio risveglio, Rizzoli



barbara


6 settembre 2011

E IL GIORNO DOPO L’ATTENTATO

a pochi chilometri dal luogo dell’attentato, loro non smettono di danzare.



Questa foto è stata scattata da E. con il cellulare (in quel momento eravamo entrambe sprovviste di macchina fotografica) nella piazzetta compresa tra Ha Palmach e Derech Paamei ha Shalom, di fronte alla spiaggia, la sera del 20 agosto. Stavano già ballando alle nove di sera, quando abbiamo lasciato la spiaggia, e hanno continuato, infaticabilmente, a ballare, fino all’una di notte.

barbara


6 settembre 2011

18 AGOSTO

Eravamo spaparanzate al sole quando ha squillato il cellulare della signora vicino a noi. Subito ha cominciato ad alzare la voce, i toni si sono fatti concitati, le persone intorno hanno cominciato a guardarla. Finita la telefonata ha spiegato: c’era stato un attentato lì vicino (per fortuna l’amica Esperimento – d’ora in avanti E. – se la cava bene con l’ebraico, e ha potuto tradurmi tutto), l’aveva chiamata il figlio per rassicurarla, avevano assaltato un autobus, doveva prenderlo anche lui ma poi non lo aveva preso. Immediatamente la ragazzina bionda in bikini leopardato che prendeva il sole sulla riva si fionda sul cellulare. La signora capisce che vuole chiamare i suoi per rassicurarli e le dice no, state tutti tranquilli, quelli coinvolti erano tutti soldati, ma io SONO un soldato, risponde la ragazzina bionda. Poi, nel giro di un’ora, arrivano le notizie di altri due attentati, sempre sulla stessa strada: quella che avevamo percorso noi il giorno prima, sulla stessa linea di autobus. Ancora più impressionante vedere poi alla televisione le immagini dell’attentato, con un grosso foro di proiettile esattamente nel punto in cui, meno di 24 ore prima, ero stata seduta io.
Quello che qui, probabilmente, nessuna televisione ha dato modo di vedere, è ciò che è successo dopo. Noi, che eravamo lì, possiamo dirlo con piena cognizione di causa: non è successo niente, assolutamente niente. Nessuna isteria, nessun panico, nessuna variazione alle abitudini di sempre. Sono un po’ aumentate le misure di sicurezza perché si sapeva che c’erano ancora dei terroristi in giro, è stata chiusa la strada in cui erano avvenuti gli attentati, nei grandi magazzini e centri commerciali alla persona che all’ingresso controlla le borse si è aggiunto un poliziotto fuori della porta che guardava bene chi entrava, e questo è stato tutto. Vengono in mente le dieci parole della regina Elisabetta dopo gli attentati del 2005: “They will not make us change our way of life”. E infatti oltre a permettere l’instaurazione di decine - ma a questo punto saranno diventate almeno un centinaio – di corti islamiche, oltre ad accettare la nascita di un’infinità di “no go areas”, oltre a comminare pene severissime per chi si permette di criticare l’islam, oltre a chiudere occhi e orecchie sulle aggressioni anticristiane e antiebraiche e alcune altre insignificanti quisquilie, non hanno cambiato praticamente niente. In Israele no, in Israele gli attentati VERAMENTE non cambiano la vita delle persone. Raccolgono i loro morti, li piangono, li seppelliscono, e poi si rimettono in marcia.
D.o benedica Israele e il suo popolo meraviglioso. Am Israel chai ve chaiam.

barbara


5 settembre 2011

A PENSAR MALE...

Quando in questa lettera al preside ho scritto “E infine la cosa più pazzesca: come ultima "spiegazione" mi ha raccontato che anche (anche?) M. le ha chiesto di cambiare sezione. E mi chiedo: perché mi racconta questa storia? Che cosa ha a che fare con me e con la mia richiesta? Avrebbe per caso intenzione di togliermi un'altra volta le mie classi per darle a lei e sbattere me da qualche altra parte?” avevo semplicemente fatto una sparata per puro spirito polemico. Oggi ho scoperto che avevo centrato in pieno: la collega M. non aveva semplicemente chiesto di cambiare sezione (e diciamo, per inciso, che le sue classi sono oggettivamente parecchio sgradevoli, ma che tutti noi abbiamo avuto classi non solo sgradevoli, ma anche classi impossibili, classi da neurodeliri, classi da essere seriamente tentati di suicidarsi, e non ho mai sentito nessuno che abbia chiesto di cambiare con questa motivazione): aveva proprio chiesto che le fosse data la mia sezione. E il preside pare proprio che avesse intenzione di dargliela. A lei, con quasi vent’anni di età meno di me. A lei, l’ultima arrivata, su otto insegnanti di italiano, nella scuola. A lei che ha preso il posto – provvisorio – solo perché un’altra collega è andata in maternità. Come si può vedere, una giusta dose di aggressività è sempre la soluzione migliore (è servita anche, qualche mese fa, a liberarmi del gemello ebreo di Bin Laden, che da allora ha smesso non solo di frequentare questo blog, ma anche di asfissiarmi privatamente con i suoi deliri).



barbara


4 settembre 2011

PER LA GIORNATA DELLA CULTURA EBRAICA

La Giornata, Moni Ovadia e il tutto esaurito

Ho letto con meraviglia mista a delusione l'annuncio della presenza di Moni Ovadia alla manifestazione capofila della Giornata della cultura ebraica di quest'anno, giustificato anche su Pagine ebraiche nella forma inconsueta di una risposta dell'organizzatore David Parenzo alla lettera di protesta di un lettore. Parenzo auspica "ut scandalia eveniant" su questa presenza ed è il caso di accontentarlo. E' vero innanzitutto quel che scrive il lettore: La Giornata si suppone fatta per "comunicare all'opinione pubblica la realtà dell'ebraismo italiano". Benché organizzato a livello europeo, la Giornata da noi è un biglietto da visita, una presentazione pubblica della cultura, dunque anche dei valori dell'ebraismo, come lo si intende in Italia. Capita dunque che alla sua manifestazione principale della Giornata, quella che si svolge a Siena, la comunità organizzatrice di Firenze inviti una persona la quale usa scrivere sui giornali che "in Israele c'è al governo una coalizione sostenuta da razzisti e da fanatici religiosi colonialisti" ("L'unità" 14.10.10) tanto che "ha condannato i palestinesi a diventare cittadini di seconda classe espropriandoli giorno dopo giorno delle loro terre e della loro vita con la violenza dell'occupazione e del colonialismo" (11.12.10) e "uno dei suoi più recenti provvedimenti di legge, approvati per ossequio alle componenti più reazionarie, razziste e fanatiche della sua compagine di governo, è riuscito ad esprimere una sintesi di sprezzo per la democrazia e di stupidità che merita il podio olimpionico". (16.7.11) Certamente la colpa è "del rambo Ehud Barak che nel cervello al posto dei neuroni ha proiettili." (20.8.11). Eccetera eccetera. Tutti ricordano del resto la firma di Ovadia fra quelle che patrocinavano la flottiglia di appoggio a Hamas che si è ridicolmente impantanata in Grecia un paio di mesi fa e molti l'hanno sentito dire cose ancora più esplicite contro lo Stato di Israele, il governo attuale e praticamente tutti quelli precedenti. Dunque, il cittadino che legge e ragiona, con le cui tasse (l'8 per mille) è pagata tale presenza, può essere autorizzato a pensare che questa possa essere la posizione della Comunità ebraica di Firenze che organizza la manifestazione, dell'Ucei che la promuove, in breve degli ebrei italiani; o almeno che questa sia considerata nell'ebraismo italiano una posizione accettabile, una delle tante nella dialettica comunitaria. Io spero e confido che non sia così, so che per molti non lo è; ma mi piacerebbe che ci fossero delle prese di posizioni precise per rassicurare me (e soprattutto il resto degli italiani interessati). L'organizzazione politica degli ebrei italiani appoggia ancora Israele? Considera accettabile definire i suoi ministri "razzisti", "colonialisti", "stupidi", "fanatici" e quant'altro? Pensa che bisogna portare soccorso ad Hamas con flottiglie e altri mezzi rompendo il blocco israeliano o no? Il dubbio è lecito. Lo chiedo ai consiglieri dell'Ucei, ai presidenti delle comunità, in particolare a quella di Firenze. Lo chiedo anche a Haim Baharier, invitato anche lui a Siena, perché è il mio maestro ed è considerato tale anche da Ovadia. Ricordo con sollievo e gratitudine sue espressioni ben diverse su Israele. L'ho sentito dire una volta che tutti gli ebrei sono israeliani in esilio, e da allora ho capito meglio la mia posizione. In realtà questa faccenda è ancora un po' peggiore di così. Perché un dissenso politico, perfino il tradimento del proprio popolo, sono problemi seri, che hanno una dignità storica se non morale. Si può discuterne. Del buon uso del tradimento, ricordo, è un bel libro dello storico Pierre Vidal-Naquet, che cercava di rivalutare la scelta di Giuseppe Flavio di disertare il fronte della guerra contro i Romani. Ma qui, come spiega David Parenzo, che ha curato il programma per la comunità di Firenze, "il mio obbiettivo era ed è fare a Siena il tutto esaurito" o, per uscire dalla logica pura e semplice del botteghino, "diffonde­re la cultura ebraica e far capire quanto sia un patrimonio di tutto il Paese." Se è questo l'obiettivo, certamente ci si può legittimamente chiedere come fa Parenzo "che c'entra Israele e la sua po­litica?". Già che c'entra Israele con la cultura ebraica? O meglio, che c'entra la cultura ebraica, "questa" cultura ebraica con Israele? Ecco il problema vero che pone la presenza di Ovadia a Siena, al di là del suo livore antisionista. C'entra o non c'entra la cultura ebraica, la sua cultura ebraica con Israele e con la sua identità? A me sembra proprio di no; ma proprio per questo ritengo opportuna una riflessione pacata ma un po' più profonda, che cerchi di comprendere che cosa si intenda per "cultura ebraica" oggi, a parte " i nostri monumenti e tesori ... l'immenso patrimo­nio artistico culturale [ebraico, immagino] presente in Italia." Bisogna partire proprio dal caso personale di Moni Ovadia. "apprezzabilissimo divulgatore della cultura ebraica...in grado di raccontare l'ebraismo all'esterno in modo effica­ce e utile per tutti noi," come scrive ancora Parenzo. Non c'è dubbio che Ovadia sia un ottimo uomo di spettacolo ed è chiaro a tutti che egli si è ritagliato una maschera da ebreo che utilizza senza troppe differenze dentro e fuori i suoi spettacoli. Per mestiere Moni Ovadia infatti "fa l'ebreo": quando racconta barzellette e quando interpreta a modo suo la storia di Babel e di Kafka, quando parla del conflitto in Medio Oriente o quando si occupa di Berlusconi. Essendo anche ebreo di nascita, essendosi trovato i giusti maestri e modelli da imitare, risulta molto "efficace"; ma si tratta comunque di una maschera teatrale – tant'è vero che il personaggio che interpreta – a teatro e nella vita  – parla con pesante accento askenazita, mentre chi lo conosce sa che la sua origine è sefardita e il suo modo di parlare normalmente italiano: altri suoni, altri sapori, altri mondi, quelli della persone e quelli della maschera. Il caso della lingua è solo un indizio, ma ce n'è altri: la vistosa kippà vagamente arabeggiante che porta quasi sempre in testa, o le frequenti citazioni e reinvenzioni di pensieri religiosi – veri o falsi che siano, essi sono resi inautentici o piuttosto finzionali dal fatto elementare che egli è per sua stessa pubblica dichiarazione "non credente". Un ebreo non credente (o piuttosto credente solo nella rivoluzione, non nel divino) che porta la kippà e cita il Talmud – un ossimoro, una caricatura, qualcosa che comunque toglie il loro senso sia alla kippà che al Talmud. E' un ebreo, senza dubbio; ma un ebreo sefardita che recita la parte dell'askenazita, un ebreo ateo che recita la parte del religioso, un ebreo che parla continuamente dei suoi – come dire – correligionari, ma che di fatto e apertamente privilegia dei valori politici astratti alla solidarietà con il suo popolo, anzi lo considera in maggioranza "razzista", "fanatico", "colonialista" ecc. Un ebreo, che per l'appunto, non sopporta Israele e appartiene a un mondo askenazita di favola che non c'è e non c'è mai stato. Dunque allo stesso tempo è un ebreo, ma anche la simulazione di un ebreo, lo stereotipo, la caricatura: un ebreo da teatro. Lo dico con tutto il rispetto, da vecchio frequentatore di teatri (e anche dello stesso Ovadia). E' dunque sì un "apprezzabilissimo divulgatore", ma quel che passa per la sua macchina divulgativa ne esce trasformato, teatralizzato, svuotato, trasformato in fantasma o favola. L' ebraismo che comunica non è il banale (o serio) succedersi di funzioni e ricorrenze, preghiere e studio, testi e precetti che da millenni segna la vita degli ebrei normali, anche dei grandi geni. No, il suo ebraismo è qualcosa di assai più romantico, "un capolavoro ineguagliato: una nazione e un popolo dell'esilio, fra i confini, oltre i confini, a cavallo dei confini, una nazione non vincolata a uno specifico territorio, né a vocazioni nazionaliste" ("Il Riformista", 11.12.10) "pura poesia e spiritualità" "cancellata dalla follia umana dalla sera alla mattina", "alcune tra le più alte vette del '900: da Freud a Kafka, da Einstein a Marx, da Mahler a Proust". ("Libero", 25.3.11). Che poi i villaggi ebraici in Ucraina e Bielorussia fossero miserabili, che vi regnasse la fame, che da un secolo prima del nazismo ci fosse una massiccia emigrazione a Ovadia, non interessa. Ripeto, il problema non sono queste idee di Ovadia e la loro approssimazione storica (in particolare la grande rimozione della cancellazione comunista dell'ebraismo orientale, che precedette e poi completò quella nazista). Come uomo di spettacolo, Ovadia ha un diritto istituzionale alla cartapesta che rispettiamo. La barzelletta deve far ridere, la tirata deve far piangere – la verità non c'entra, conta il "tutto esaurito". Il problema è che anche la "cultura ebraica", intesa come "monumenti e tesori" ecc. soffre dello stesso male, diciamo una visione ossificata, stereotipata, nel migliore dei casi museale, nei peggiore consumista e caricaturale dell'ebraismo. L'ebraismo come un oggetto da divulgare, una merce culturale da promuovere, un panda cui procurare simpatia. Una visione un po' distorta, romanticizzata, aiuta – per il "tutto esaurito" e par la simpatia. E anche un certo distacco da Israele, un posto così reale da non poter essere perfetto, dove bisogna anche difendersi dagli attentati e usare le armi, una distinzione che politicamente premia nell'Italia catto-comunista. Che c'entra la leggiadra cultura ebraica "piena di tesori" con un posto dove gli ebrei lottano per non farsi travolgere? Benissimo, il "tutto esaurito" è assicurato. Ma si tratta di una deformazione profonda della cultura ebraica vera, che è stata innanzitutto comunità e fede e pensiero e elaborazione degli ambiti della tradizione (halakhà, kabbalah ecc.). La cultura ebraica non è quella dei singoli ebrei importanti e "creativi" che per lo più hanno rifiutato l'appartenenza dei padri – come tutti quelli citati nell'elenco di Ovadia. Se è viva, è pratica dell'ebraismo e riflessione su di essa – cose che difficilmente si possono mettere in mostra. Salvo casi di sconcertante automuseificazione come quel "vero matrimonio" cui l'anno scorso "si pot[è] assistere nell'ambito delle manifestazioni organizzate per l'Undicesima Giornata Europea della Cultura Ebraica" – almeno a credere alla cronaca del "Messaggero", 5.9.10. Tutto esaurito anche lì, immagino. Insomma, l'invito di Ovadia annuncia per l'ebraismo italiano qualcosa di anche peggio della rinuncia a prendere le distanze dall'ostilità a Israele: una sorta di auto-spettacolarizzazione dell'agonia che a me ricorda quel racconto di Kafka intitolato Il digiunatore: "Tutta la città si occupava allora del digiunatore; a ogni giorno di digiuno aumentava l'interesse del pubblico, tutti volevano vedere il digiunatore almeno una volta al giorno [...] quando il tempo era bello la gabbia veniva trasportata all'aperto e allora erano specialmente i bambini a cui era mostrato il digiunatore." E però, la gloria passa: "Mentre prima meritava mettere su spettacoli di questo genere per proprio conto, oggi sarebbe assolutamente impossibile. Erano altri tempi, quelli." Questo è il problema della "cultura ebraica", di essersi volontariamente trasformata in uno spettacolo per il momento popolare e dunque probabilmente domani non più. Come scrisse l'anno scorso il rav Riccardo Di Segni, della stessa manifestazione: "Mantova ebraica purtroppo oggi è, con i circa suoi 60 iscritti e un passato glorioso, con le Sinagoghe autodemolite, l’emigrazione, la shoà e tutto il resto, e malgrado gli sforzi dei suoi dirigenti, una comunità al limite dell’estinzione, dove il prodotto culturale rilevante è un volume sui cimiteri. Bisogna comprendere il senso allarmante di questo dato. La Giornata della Cultura rischia di diventare un’elegante passerella su un passato glorioso. Le priorità dell’ebraismo italiano che malgrado tutto è vitale sono altre." L'ebraismo italiano rischia oggi di virtualizzarsi, di trasformarsi in simulazione di se stesso, di non avere più una cultura, sia in senso antropologico (le pratiche ebraiche che riguardano una percentuale sempre molto bassa delle nostre comunità) sia nel senso "alto", di produzione culturale vera e di ebraismo vero. In cambio si rappresenta sempre più come folkloristico, come produttore di barzellette, come innocuamente pittoresco e simpatico, ben lontano dagli israeliani che hanno "proiettili al posto di neuroni" nel cervello. Così ovadizzato, trasformato in cartapesta e barbe finte e vecchie barzellette sempre uguali, otterrà certamente il "tutto esaurito", ma non ci sarà più. Come il digiunatore di Kafka infine abbandonato dalla folla e scoperto dai guardiani "sotto la paglia sporca" "in una gabbia vuota", a "digiunare ancora" scusandosi per farlo, fino alla morte.

Ugo Volli

Entrambi, Ugo Volli e io, abbiamo conosciuto Moni Ovadia molto da vicino, per questo sappiamo, con piena cognizione di causa, che per quanto se ne pensi e parli male si finisce sempre per restare al di sotto della realtà. Quanto al suo essere rappresentante e portavoce dell’ebraismo, posso testimoniare di avere sentito antisemiti a tutto tondo uscire dai suoi spettacoli dicendo con aria trionfante a chi li aveva sempre criticati accusandoli di nutrirsi di pregiudizi: “Visto? Dice le stesse identiche cose che dico io!”
A quanto scritto da Ugo Volli, di cui condivido anche le virgole, mi permetto di apporre solo una correzione: la cosa che Moni Ovadia porta in testa non è “una kippà vagamente arabeggiante”, bensì una berretta da integralista islamico. No, non è la mia ennesima malignità, la mia ennesima personale interpretazione: me lo ha detto lui, una dozzina d’anni fa quando ha preso il vezzo di portare quella cosa, probabilmente per attenuare la sua insopportabile ebraicità.
Poi, en passant, non sarebbe male ricordare che la gente con cui quell’individuo si identifica e solidarizza è questa.


barbara


3 settembre 2011

EILAT

È stata lei alla fine a trovare l’albergo. Io ad un certo punto ero allo stremo perché avevo viaggiato di notte, ero arrivata la mattina e ci eravamo messe subito in viaggio, per cui ero in piedi da oltre 30 ore, e in più avevo le zampe ancora parecchio malconce (anche adesso sono parecchio malconce, piene di bitorzoli di legamenti non so se ancora rotti o male aggiustati, edemi sparsi ecc.). All’aeroporto poi pensavo di prendere uno sherut (taxi collettivo, molto pratico ed economico), e ho scoperto che in Israele ci sono sherut praticamente da e per tutte le destinazioni, tranne che dall’aeroporto a Tel Aviv, e quindi ho dovuto prendere un taxi, il che non è un gran problema perché i taxi in Israele costano pochissimo, però prima di scoprirlo sono andata un bel po’ avanti e indietro alla ricerca di questo sherut che non esisteva. Vabbè. Alla fermata dei taxi comunque ho avuto la gradevolissima sorpresa (non so se sia una novità o se sono io a non averlo notato le altre volte) di vedere un grande tabellone luminoso con tutte le tariffe fisse per le varie destinazioni, in modo che i turisti non rischino di farsi fregare, e poi mentre ero in fila una poliziotta è passata consegnando a ognuno un foglietto in ebraico e in inglese in cui era scritto: il tassista è tenuto per legge a fare questo questo e quest’altro: pretendilo, è un tuo diritto! Mi è piaciuto un casino. Vabbè. Poi sono andata a casa dell’amica Ester a farmi fare un buon caffè, poi alla stazione degli autobus dove mi sono incontrata con la mia compagna di viaggio e siamo partite, attraversando il paesaggio incantato del deserto del Negev, una delle tante meraviglie di questo meraviglioso Paese che qualcuno in una lettera a informazione corretta, rivolgendosi a “quell’essere di nome Ugo Volli” ha definito “un foruncolo nel culo” ma a me, se devo essere sincera, non dispiace neanche un po’ che certa gente abbia i foruncoli nel culo.
Avevamo ingenuamente pensato che non dovesse essere poi così difficile trovare un posto da dormire, e in effetti magari i posti si potevano anche trovare, ma solo dai 100 euro in su, cifra lontanissima da quella che ci potevamo permettere, e così abbiamo continuato a battere per ore mezza Eilat, strada per strada, sotto il sole implacabile. Alla fine sono crollata su un muretto, e ha continuato la ricerca lei da sola. Poi, quando ormai mi vedevo condannata a dormire sotto un ponte, l’ho vista ricomparire con un sorriso da un orecchio all’altro: aveva scovato una meraviglia che per quaranta euro a testa, colazione (ricchissima) compresa, ci offriva una stanza doppia con questa strepitosissima vista:







e oltretutto, come si può vedere nelle prime due foto, con una sola strada da attraversare per raggiungere la stazione degli autobus, dettaglio di non secondaria importanza.
Lì abbiamo fatto ricchi bagni (lei di più: mi sa che potrebbe attraversare l’Atlantico a nuoto e poi dire ah, già arrivata? E adesso dove si va di bello?) durante i quali mi sono ustionata le spalle, e abbiamo visitato lo straordinario acquario – una di quelle cose che davvero non si possono fare in un viaggio organizzato, perché per vedere tutto siamo rimaste dentro cinque ore e mezzo. E così, oltre a vedere le vasche esterne coi pesci rossi e dorati, con le tartarughe ecc., siamo state nell’edificio con i grandi oblò sott’acqua











e quello con le decine di acquari con i pesci rari,



e abbiamo fatto un giro di una mezz’ora sulla barca con la sala sott’acqua per vedere la natura marina anche un po’ più al largo, e abbiamo visto perfino la vasca dove il Mossad addestra gli squali da mandare in missione oltre le linee nemiche.



E infine, l’ultima sera, dopo un ricchissimo bagno e con il vento caldo che ci accarezzava la pelle, abbiamo visto il più mozzafiato dei tramonti su Eilat



e su Aqaba.









barbara


1 settembre 2011

VITTORIA!

Totale. (La collega di matematica, consulente privilegiata di tutti noi, e a cui anche lui si era rivolto, mi ha detto che ci era rimasto male per la durezza dei miei toni, ma lei gli ha detto che riteneva tale durezza pienamente giustificata. Stanotte, lo confesso, sono stata parecchio inquieta e praticamente non ho dormito, ma poi è arrivata l’alba...)

barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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