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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 luglio 2011

INSCIALLAH

Il libro della Fallaci, intendo. Quello uscito più di vent’anni fa e immediatamente diventato un bestseller. Quello che dovevi assolutamente aver letto, un “must”, un imperativo categorico, il capolavoro assoluto. Noo, davvero tu non l’hai letto?! Non ci posso credere! No, non l’avevo letto: non amo le mode, in nessun campo, e i “libri del momento” non li leggo mai. L’ho fatto adesso, perché qualche mese fa era in vendita col Corriere a pochi euro.
Sono quasi 850 pagine, ma per fortuna non sono da leggere tutte, perché certi brani sono talmente inutili, insulsi e noiosi che puoi tranquillamente saltarli. Pagine intere. Mezze dozzine di pagine, a volte. Cioè, non è che puoi saltarle, è che devi proprio, perché sono di una tale pallosità che non riesci mica ad andare avanti.
E i dialoghi. In inglese, in francese, in tutti i possibili dialetti italiani. Con traduzione simultanea: due tre parole in lingua o in dialetto, traduzione, due tre parole, traduzione... Che uno si chiede: ma in un’Italia in cui il dialetto ormai non lo parlano quasi più neanche i contadini, com’è che dentro a questo libro ci sono finiti tutti quei quattro gatti che ancora lo parlano? E non solo lo parlano: pensano, anche, in dialetto, laureati compresi. Addirittura ci pregano. No, dico, ma tu hai mai sentito qualcuno recitare il Salve Regina dicendo el to fiol, i to oci? Fatto sta che pagine intere a suon di prima ciame lou i perché, prima gli chiedi i perché, peui’t vole nen scoutelou e lou insulte. Poi ti rifiuti di ascoltarlo e lo insulti. A l’è nen giust, non è giusto, è come fare una corsa dei sacchi su un sentiero di montagna, con salite discese cunette bitorzoli radici che emergono sassi spuntoni: non si può andare avanti, e quindi via, si salta. Le bestemmie invece sono tutte rigorosamente in italiano. Già, perché da brava toscana non si lascia scappare un’occasione per rovesciare sulla pagine carrettate di bestemmie.
Poi ci sono gli approfondimenti psicologici: quello che è diventato guerrafondaio perché il papà era pacifista e pescava le trote nei laghetti di montagna, quello che è diventato generale perché a quattro anni gli hanno insegnato che deve sempre essere il primo, quello che va a Beirut per scoprire la formula della vita, quello che ci va perché vuole diventare un uomo, quello che vuole mettersi alla prova, quello che cerca di nascondere a se stesso di essere frocio... E tu leggi e dici ah ecco, è arrivato il Freud dei poveri. Per non parlare delle caratterizzazioni, talmente spinte da trasformare i personaggi in penose macchiette, dal ragazzotto che si innamora follemente della bambola gonfiabile e piange e soffre per lei al capo di stato maggiore che anche sotto il peggiore bombardamento si esprime unicamente per citazioni latine e minaccia di sfidare a duello all’arma bianca chiunque non gli si rivolga col dovuto rispetto formale, all’ufficiale che non sa dire altro che icché tu vòi icché tu fai merdaiolo bucaiolo, compreso quando parla con gli arabi – che naturalmente capiscono alla perfezione mentre noi comuni mortali italiani abbiamo bisogno dell’interprete anche per il anca me del romagnolo e per e muorte del napoletano.
Poi c’è da dire delle imprecisioni storiche. Non moltissime, a dire la verità, però piuttosto pesanti. Il che per un libro che all’introduzione dice: “I personaggi di questo romanzo sono immaginari. Immaginarie le loro storie. Immaginaria la trama. Gli avvenimenti da cui essa prende l’avvio sono veri” è parecchio grave. Arriva addirittura a inventarsi un Libano pre-guerra civile con un paesaggio urbano fatto di chiese moschee sinagoghe, in cui cristiani ebrei e musulmani convivono in pace, ignorando, o fingendo di ignorare, che dal ’48 in poi degli ebrei, in Libano, non era rimasto neanche il ricordo. E stendiamo un velo pietoso sul finale del romanzo che, nei confronti della Storia, rappresenta un vero e proprio stupro con scasso, con l’aggravante dei futili motivi.
E poi c’è l’antipatia acida, livida, palese, verso Israele e gli israeliani. Meno che per i palestinesi, certo, ma a carico dei palestinesi c’è il fatto che avere trasformato il Libano, la più bella e ricca nazione del Medio Oriente, e l’unica democratica insieme a Israele, in un ammasso di macerie, di avere scatenato una guerra civile che ha fatto 160.000 morti, di averne distrutto l’economia e annientato il tessuto sociale, di avere cancellato decine di comunità cristiane, di avere aperto le porte all’estremismo islamico, di avere costretto l’intera popolazione a vivere in un terrore che ancora oggi, dopo quattro decenni, continua a dominare sovrano, di aver provocato l’occupazione siriana sul 95% del territorio (occupazione contro cui nessuno ha mai protestato, mentre l’occupazione israeliana, per motivi di sicurezza, sul restante 5%, ha scatenato proteste planetarie). Insomma, di motivi concreti per non scoppiare di simpatia per questa gente ce ne sono. E per Israele, invece? Boh, non si sa, a parte un po’ di falsificazioni storiche non troviamo molto, mentre troviamo, ad ogni piè sospinto, insinuazioni, battute, punzecchiature, frecciatine. “L’insaziabile sete di vendetta dei figli di Abramo”. I figli di Abramo? Tutti? Siamo sicuri di essere ancora entro i limiti della “legittima critica alla politica del governo di Israele”? E che dire di quel “i suoi rancori di ebreo educato nel rancore” riferito a un ebreo napoletano? Non ci troviamo nel bel mezzo dei più beceri e squallidi pregiudizi del più becero e squallido antisemitismo?
E poi il gusto sadico, il tangibile piacere perverso con cui indugia nella minuziosissima descrizione dei più macabri e raccapriccianti dettagli dei corpi smembrati e spappolati dalle esplosioni.
E infine la pesantezza barocca delle ripetizioni, delle ridondanze, delle aggettivazioni straripanti, la volta che si mette a fare l’elenco delle cose che funzionano col computer e ne riempie una paginata intera; non un barocco bello e sanguigno, come questo, per esempio, no, ma proprio quel barocchismo greve, insopportabile che a un certo momento ti fa dire ebbasta maccheppalle l’hai già detto 150 volte, non se ne può più!
Mi ricordo le interviste, quando il libro stava per uscire: sono incinta di un libro, diceva, devo partorire un libro... Beh, avrebbe fatto molto meglio a risparmiarsi il fastidio della gravidanza, i dolori delle doglie, la sofferenza del parto. E io avrei fatto meglio a risparmiarmi i soldi dell’acquisto e il tempo della lettura perché, per rubare le parole a quel famoso saggio, questo libro è una cagata pazzesca.

P.S.: Sapete perché il libro si chiama Insciallah? Perché quella è la Formula Della Vita. Sì. Perché dopo esserci sorbiti decine e decine di pagine di formule e di calcoli sulla velocità di una goccia di pioggia e sulla dimostrazione che uno è maggiore di zero, di costanti e di variabili, di seni e coseni, di logaritmi e integrali allo scopo di trovare la formula della vita, alla fine veniamo informati che sì, la Formula Della Vita esiste, ed è rappresentata da una parola: insciallah, appunto.

barbara


5 luglio 2011

IL MATRIMONIO DI DANIEL IL MATTO

Roma 1778.

Combinare un matrimonio non è poi difficile, diceva spesso Shoshanna, nel presentarsi a qualche genitore in pena. Se la ragazza è giovane e bella, se la dote è consistente e se il pretendente è un lavoratore, timorato di Dio, possono riuscirci perfino quattro comari. I miei servizi sono preziosi invece quando le cose si fanno complicate. Quando perfino la merce più pregiata diventa difficile da collocare sul mercato.
Volete qualche esempio, chiedeva? Ce n’è una gamma infinita! L’età di uno dei due. La mancanza di una congrua dote. Qualche difetto, da una parte o dall’altra. O magari, has ve shalom, qualche diceria più o meno motivata sulle virtù della sposa. Allora si che serve una vera sensale per combinare uno shidduch. Una che sappia mettere in evidenza i pregi del prodotto e trovare un compratore capace di apprezzarli. Una come me per intenderci. Una che ha portato sotto la kuppah gente come Moshè Testavota. O Giuditta la Shofetessa. O Giacobbe Flatulenza.
Ah…! Ce ne sono in giro di sensali, esclamava sprezzante, ma nessuno è come Shoshanna! Io posso trovare un principe per la vostra bambina. Un uomo che la riverisca come una regina e vi riempia la casa di marmocchi. E mentre le mamme si scioglievano nel sogno, aggiungeva quieta: e voi non mi dovrete nulla per tutto questo. Nulla fino al momento in cui non risuonerà il meccudeshet sotto i lembi della kuppah.
Amen, amen amen, esclamavano invariabilmente le madri, ed il prezzo del suo ingaggio diveniva una formalità.
Le cose non erano andate diversamente con i Sermoneta.
Quei due erano preoccupati per la figlia grande, e ne avevano tutte le ragioni. Se a ventiquattro anni l’avevano ancora in casa, qualche problema doveva pur esserci.
Debora era una bella ragazza, ma questo non voleva dire nulla. Quante ne aveva viste di belle creature ammuffire in casa senza trovar marito? E in questo caso la dote non c’entrava, si diceva Shoshanna, dal momento che i Sermoneta erano disposti a svenarsi pur di sistemare la figlia.
Eppure…
Decise di prendere qualche informazione.
La mattina dopo di buonora si presentò al forno in via della Rua e nell’acquistare il pane buttò li qualche parola, qualche nome, qualche congettura. Poi si limitò ad ascoltare, giusto rinfocolando le chiacchiere, quando l’interesse delle altre donne sembrava venir meno.
Quando uscì dalla bottega sapeva tutto ciò che le occorreva.
Il carattere.
Debora aveva respinto quattro pretendenti, quando ormai lo shidduch sembrava fatto. Inspiegabilmente. Senza una plausibile ragione. Ma lei era così. Bizzarra e intemperante. Come tutti i Sermoneta, a quanto si diceva.
Da ragazzina si era messa in testa di studiare il Talmud. Se lo studiava suo fratello, perché a lei doveva essere negato? I rabbini interpellati avevano sentenziato che studiarlo non è proibito alle ragazze. Non insieme ai maschi, però, che non si metta la paglia accanto al fuoco!
E con chi allora…?
Per protesta aveva smesso di farsi vedere al beit ha keneset perfino nei moadim, perfino di Rosh ha Shana e Kippur.
Con la gente poi era scontrosa e irascibile, tanto che di amiche, a quel che si diceva, non ne aveva quasi.
Voglia di lavorare poca. Preferiva passare il tempo a leggere tutto ciò che le capitava fra le mani, piuttosto che dare una mano in bottega o consumarsi gli occhi su ricami e rammendi. Pretese molte. E quei quattro shidduchim andati per aria stavano lì a dimostrarlo.
Mentre tornava a casa Shoshanna ragionava fra sé e sé. Per sistemare una ragazza come questa, ci vuole qualcuno che trovi graziose le sue intemperanze. Che non badi alle sue scarse virtù domestiche. Che non pretenda di mantenere delle relazioni sociali cordiali con la gente che gli vive intorno. Che le dia tanta libertà quanta lei ne chiede, facendosi beffe delle chiacchiere della gente…
Ma dove lo trovo uno così?
Eppure…
Oh Kadosh Baruchu, non è possibile!
Ma più ci pensava, più si persuadeva che quella era l’unica possibile soluzione. Di certo per lei, ma forse anche per lui. In fondo non era più un ragazzino. E poi anche lui era scorbutico e arrogante. Era stato capace di inimicarsi tutto il ghetto e di litigare con tutti i rabbini. Era incurante delle convenzioni, e guardava alla vita da un’angolatura tutta sua.
Sì, si disse, è il sofer l’uomo giusto per lei! E dal momento che non era tipo da starci a pensare sopra, si avviò col suo passo battagliero verso via della Fiumara.
Daniel il Matto era al suo solito posto, seduto al suo scranno di fronte alla bottega, intento a vergare le sue pergamene.
“Che ci fai qui Shoshanna?” le chiese, alzando appena gli occhi dal suo banco.
“Cosa vuoi che ci faccia? Lavoro. Come sempre. Tu prepari le chetubot, io faccio in modo che qualcuno te le venga a chiedere. Dovresti essermi riconoscente.”
Daniel si mise a ridere, mentre lei cercava uno sgabello su cui sedere.
Le gambe le facevano male. Troppo grassa, troppo vecchia si disse, come sempre quando si sentiva stanca. Se non rallento un po’ ci penserà Kadosh Baruchu a fermarmi, una volta per tutte. Che aspetti però. Abbia pazienza almeno fino a quando avrò sistemato la giovane Debora, che se non la sistemo io… Si portò le dita alle labbra e agli occhi, suggellando con quel rituale il suo piccolo negoziato di proroga col Padreterno.
“Non ti sedere Shoshanna. Qui non hai niente da fare. Io non ci penso nemmeno a prendere moglie.”
“Nessuno ci pensa, ma tutti si sposano, prima o poi. Tu non sei diverso. Deve solo capitarti l’occasione giusta…”
Daniel posò lo stilo sul banco.
“E tu sei qui per offrirmela quell’occasione. Beh, sappilo subito, la risposta è no. Non sono arrivato a quarant’anni per…”
“Non sei arrivato a quarant’anni per comportarti come uno stupido testardo. Ti costa qualcosa starmi ad ascoltare…? Non sai nemmeno chi sia la creatura di cui ti voglio parlare e già dici no, io non la sposo! Aspetta! Nessuno ti obbligherà a fare nulla se non lo vorrai fare. Però credimi: quando l’avrai vista, quando l’avrai conosciuta, sarai tu ad implorarmi di combinare lo shidduch.”
Daniel il Matto scosse la testa divertito.
“Sei un’artista Shoshanna. Se tu fossi più giovane, sposerei te, non qualcuna delle tue stupide ragazzine.”
“Ah, non mettere il dito nella piaga. Quello è stato il mio unico fallimento. Ho trovato marito a non so più quante ragazze, ma non l’ho trovato per me. E’ stata la mia dannazione. Non voglio che capiti anche a te di ritrovarti vecchio senza nessuno al fianco.”
Daniel si asciugò le mani in uno straccio e abbandonata la pergamena si volse verso di lei.
“Avanti, parlami di lei.”
Shoshanna socchiuse gli occhi ed agitò una mano, come persa in una visione.
“Ah, la dovresti vedere… Un angelo del paradiso. Bella da perdere la testa.”
“Però…?”
“Niente però! E’ una vera bellezza. Un incanto di ragazza.”
“Se la proponi a me piuttosto che a uno di quei buoni partiti che fanno sognare tutte le mamme del ghetto, qualche però ci sarà pure…! Avanti: quanti anni ha?”
“Ventiquattro e allora? Tu ne hai quaranta. Cosa dovrei fare…? Metterti nel letto una ragazzina?”
“E cosa ha fatto fino ad oggi questa meravigliosa creatura?”
“Che ti importa cosa ha fatto? Tu devi pensare solo a quello che farà da oggi in avanti, e questo dipenderà dal marito che sarai. Come dice il Talmud, trattala come una regina e sarai un re dentro la tua casa.”
Daniel il matto sospirò poco convinto.
“Immagino che sappia cucinare… e ricamare… Come tutte le ragazze del ghetto.”
“Ah! E’ questo che tu cerchi in una moglie…? Che sappia cucinare, come tutte le donnette del ghetto? Lei legge. Lei parla. Lei discute. Ha studiato il Talmud, sai? Lei sa fare tutto ciò che deve fare una moglie, ma ha qualcosa che le altre non hanno: lei ha la testa e la sa usare. Credimi Daniel, lei è la scarpa per il tuo piede.”
Daniel si alzò e fece qualche passo, avanti e indietro, grattandosi la testa.
L’idea di prender moglie se l’era sempre buttata alle spalle, per non dover rendere conto a nessuno della sua vita trasandata. Ma gli anni passano e le prospettive cambiano. Sempre più spesso si sorprendeva a desiderare un figlio e per averlo doveva pur rassegnarsi a un matrimonio.
“Va bene” disse alla fine “portamela qui.”
Shoshanna balzò in piedi, sgranando gli occhi.
“Sei pazzo?”
“Se non vedo, io non compro” disse lui deciso “portala qui, le farò un ritratto e alla fine ti dirò se la cosa si può fare.”
Shoshanna tornò dai Sermoneta e finalmente conobbe davvero la giovane Debora.
“Io non vado a farmi esaminare da questo bifolco maleducato. Mi ha preso forse per una puledra? Ha quarant’anni e fa ancora lo schizzinoso, questo stupido vecchio! E poi guarda, se si comincia così, figuriamoci dopo… No! Assolutamente no! Digli che sono io che non ne voglio sapere di lui.”
Ci vollero la pazienza della madre e l’arte di Shoshanna per raddrizzare una situazione che sembrava già compromessa.
Un paio di giorni più tardi, comunque, le tre donne si presentarono alla bottega di Daniel il Matto.
Il sofer non disse una parola. Dette un occhiata alla posizione del sole e sistemò uno sgabello in piena luce.
“Siediti,” disse a Debora, “e guarda in quella direzione.”
Quando la ragazza si fu accomodata, lui le girò intorno, scrutandola da ogni angolatura. Poi tornò al suo banco, stese un foglio di carta e cominciò a disegnare, dapprima lentamente, poi con sempre maggiore trasporto, fino a perdersi nel suo impeto creativo.
Dopo mezzora all’improvviso si quietò, posò il carboncino e si allontanò dal disegno.
“Bello,” disse, sollevandolo verso la luce del sole.
Debora sorrise. Non si erano scambiati una parola e questo le era piaciuto. Quanto meno non era un tipo invadente. E poi era un bell’uomo, non lo si poteva negare.
“Posso vederlo?”
“La prossima volta.” disse lui, coprendo il disegno. “Questo è solo uno schizzo, voglio prima farne un dipinto.”
Shoshanna tornò alla bottega più tardi.
“Allora?”
“E’ molto bella. Avevi ragione.”
“Che ti avevo detto? E’ una creatura speciale… E tu ancora non la conosci!”
“Ti sbagli. La conosco. Quando ritraggo qualcuno, io penetro nella sua essenza più intima… Beh, quello che ho visto… Non lo so, non credo che sia lei la donna che mi è destinata.”
“Non dire sciocchezze! Non hai visto come ti guardava? Lei è già innamorata, Daniel! Shemagn Israel, cosa potresti desiderare di più? Bella, intelligente, innamorata… E la dote poi! Non ti ho ancora parlato della dote…”
Shoshanna tornò a casa fiduciosa.
Daniel aveva preso tempo ma era evidentemente intrigato da Debora. Solo quella malaugurata sensazione… Una sensazione che non era nemmeno capace di spiegare.
A motzè shabat aveva detto. Vieni a motzé shabat e ti darò una risposta.
Che rifletta, aveva pensato Shoshanna. Ha quarant’anni. Non gli capiterà ancora un’occasione come questa.
All’uscita delle tre stelle comunque non si dette tempo e si presentò puntuale alla porta del sofer.
“Voglio vederla ancora” disse lui.
“Sei pazzo? Ho già fatto un miracolo a portartela qui! E poi non puoi offenderla con i tuoi dubbi. Lei ti si è offerta con l’entusiasmo della giovinezza: ora ha diritto ad una risposta ponderata.”
Discussero a lungo e alla fine Shoshanna trovò la soluzione.
“Verrai a casa loro. Diranno di volerti commissionare la stesura di una beracha o qualcosa del genere. Tutta la famiglia ti accoglierà in casa e tu avrai modo di osservare ancora una volta Debora. A quel punto però, dovrai prendere una decisione. Subito. E dovrai comportarti con discrezione. Non voglio che la ragazza si senta umiliata, qualunque sia la conclusione.”
La cosa fu organizzata in fretta e due giorni più tardi Daniel il Matto si presentò con Shoshanna in casa dei Sermoneta.
“Non dimenticare” gli ripeté lei prima di entrare, “Debora a un certo punto lascerà cadere un fazzoletto. Tu lo raccoglierai e glie lo restituirai. Questo vorrà dire che la vuoi, e lo shidduch sarà compiuto. Se invece sarai così pazzo da rifiutarla, beh allora il fazzoletto lo lascerai in terra e te ne andrai alla svelta.”
Tutta la famiglia li accolse sulla porta, colmandoli di attenzioni.
Daniel srotolò sul tavolo le sue pergamene decorate e prese a mostrarle ad una ad una.
Il momento della decisione si avvicinava ma lui non si era fatto ancora una convinzione.
Osservava Debora, ma per quanto intrigato dalla sua bellezza non riusciva a vincere quella sensazione di estraneità che lo aveva colto nel ritrarla.
Lei dal canto suo stringeva in mano il fazzoletto e rimaneva discosta senza unirsi alle esclamazioni di stupefatta ammirazione che accompagnavano ognuno dei suoi lavori.
Il tempo stringeva, doveva decidere.
Ed ecco il fazzoletto che cade.
Lui rimase a lungo immobile, incapace di prendere partito.
Perché no si disse alla fine, chinandosi a raccoglierlo. Cos’altro potrei desiderare? Non posso lasciarmi guidare da una sensazione. Perché dovrei rinunciare a lei?
Non aveva finito di chiederselo e già gli giungeva la risposta.
“Ce l’hai fatta alla fine! Mi hai rivoltata come un guanto e ancora non ti sapevi decidere! Cosa volevi fare? Scappare? Umiliarmi? Lasciarmi qui con quel maledetto fazzoletto in terra? Buon per te che non l’hai fatto, perché ti avrei cavato gli occhi con le mie stesse mani.”
Nella stanza cadde il silenzio.
Daniel il Matto, con il fazzoletto in mano, la fissava incredulo.
Ora sapeva cosa lo aveva turbato. Ora sapeva cosa aveva colto nel ritrarla.
Finalmente deciso, si volse verso la madre per prendere congedo con un minimo di buone maniere.
La donna era impietrita, paralizzata sulla sedia. Con lo sguardo implorava Shoshanna, sperando con tutto il cuore che un qualche miracolo intervenisse ad evitare la catastrofe.
Non poteva immaginare che ciò che l’attendeva sarebbe stato peggiore dei suoi peggiori timori.
Daniel si stava voltando per andarsene, quando il suo sguardo incrociò quello della sorella minore.
Un attimo e i loro destini furono segnati. Un sorriso e il fazzoletto fu nelle mani della figlia sbagliata.
Lo sguardo che ne seguì suggellò fra i due un patto che nessuno avrebbe più potuto infrangere.
Ora Debora gli inveiva contro. Tutti gridavano e Daniel si affrettò ad uscire, avviandosi rapidamente giù per le scale.
Dietro di lui sentì passi leggeri e svelti.
“Io mi chiamo Rachele!”
Lui si arrestò girandosi a guardarla.
Lei si teneva al mancorrente della scala e gli sorrideva.
“Rachele” ripeté lui.
Era felice come non ricordava di essere mai stato.
Sollevò la mano in un gesto di saluto e riprese a scendere le scale.
Non era stato capace di dirle nulla ma gli parve che fra loro si fosse detto tutto quello che c’era da dire.
Shoshanna si presentò da lui il giorno dopo.
Era furiosa.
“Sono vecchia, Daniel, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista! Hai superato te stesso. Hai offeso Debora e questo te lo potrei forse perdonare. Quello che non potrò mai perdonarti è di esserti fatto beffe di me. Della mia buonafede. Io ti offro una straordinaria opportunità e tu cosa fai? Infanghi la casa di cui io ti ho aperto le porte.”
“Avevi detto che era la scarpa per il mio piede! Beh, non lo era. Lo hai visto anche tu.”
“E allora? Potevi uscire di scena con discrezione! Ma tu no! Tu non hai ancora finito di rifiutare quella povera figlia e già ti metti ad insidiare sua sorella!”
“Io non la insidio! Io la voglio. E la voglio sotto la kuppah.”
“La vuoi sposare! E tu pensi che i Sermoneta prenderebbero di nuovo in considerazione uno come te? Tu sei pazzo e io sono più pazza di te! Illudermi di poterti mettere la testa a posto! Pazza, pazza, pazza!”
“Io la voglio!”
“Beh, dimenticatela! Sarebbe una specie di incesto. Rifiutare una donna e prenderne la sorella. Non troveresti un rabbino disposto a sposarti!”
“A quelli ci penso io. E comunque Iaakov avinu, ha preso anche Rachele sebbene gli fosse stata destinata Leha. Perché non io? Voglio anch’io la mia Rachele.”
Shoshanna lo avrebbe volentieri strozzato ma quarant’anni di shidduchim le avevano insegnato ad usare la testa.
Invece di lasciarsi prendere dalla furia ragionò e lo fece in fretta.
Una cosa era certa. Dopo una scena come quella occorsa in casa dei Sermoneta nessuna famiglia del ghetto avrebbe più messo nelle sue mani il destino di una figlia. Le sembrava di sentirle le maldicenze. Poveretta è invecchiata anche lei. Cosa si può pretendere da una che regge l’anima con i denti? Sputò in terra, facendo gli scongiuri. C’era un solo modo di uscire da quella situazione. Combinare uno shidduch da far parlare tutto il ghetto. E quale migliore occasione di questa? Se alla fine avesse portato Daniel il Matto sotto la kuppah, chi si sarebbe curato di quale fosse la sorella prescelta?
“Dunque la vuoi! Beh, sai cosa ti dico? E’ affare tuo! Grazie a te, io non ho più un ingaggio.”
“Certo che lo hai un ingaggio. Da oggi lavori per me.”
Non ci furono discussioni sul prezzo e Shoshanna strappò il doppio di quanto avrebbero pagato i Sermoneta.
C’era un solo problema adesso. Rimettere insieme i cocci della situazione.
Ci volle tutta la sua abilità ma una settimana dopo poté finalmente tornare da Daniel il Matto con una proposta.
“L’hai avuta vinta, amico mio. I Sermoneta sono disposti a parlarti di nuovo ma…”
“Ma…?”
“Ma non ho potuto negoziare. Dopo quello che è successo avevano loro il coltello dalla parte del manico.”
“E allora…?”
“E allora vogliono che sia chiaro che si piegano alla tua proposta solo per amore della piccola Rachele. Lei ha fatto la pazza per convincerli.”
Daniel sorrise.
“Me ne farò una ragione.”
“Inoltre sulla dote non transigono. Metteranno sul tavolo solo una cifra simbolica.”
“Voglio Rachele, non i loro soldi. C’è altro?”
“Oh si. Ancora una sciocchezza. Debora vuole indietro il suo ritratto.”
Daniel si irrigidì.
“Questo no! Non lo accetto. E’ del tutto escluso.”
Shoshanna cercò uno sgabello e ci si lasciò cadere sopra massaggiandosi le caviglie.
“Non ti rispondo nemmeno. Fino a ieri mi imploravi di aiutarti e oggi fai il presuntuoso per uno stupido quadro. Che te ne devi fare di quella tela? Ne farai altri cento di ritratti, ogni volta che vorrai. E dipingerai Rachele non Debora.”
“Tu non capisci. Quando io ritraggo una persona, non mi limito a disegnare. Io entro nella sua anima. Beh, quel quadro ha in sé un’intimità che io non voglio svelare.”
“Sai che ti dico Daniel? Tieniti il quadro e dimentica Rachele. Ho fatto il diavolo a quattro per convincere la famiglia e alla fine Debora ha giurato che se non le avessi restituito il suo ritratto avrebbe mandato a monte le nozze. A costo di buttarsi dal ponte, ha detto. Ti garantisco che è capace di farlo!”
Daniel si passò le mani fra i capelli.
“Va bene” disse alla fine “ma solo dopo le nozze.”
Shoshanna si fece garante dell’accordo e le nozze ebbero luogo fra le chiacchiere pettegole di tutto il ghetto.
Rachele non era meno bisbetica della sorella ma il suo carattere si compenetrava inspiegabilmente con quello non facile di Daniel il Matto, dando vita ad un affiatamento che nessuno avrebbe creduto possibile.
Alla prima delle sheva berahot, organizzata in casa della sposa, furono invitati tutti i parenti. Dopo l’esposizione del corredo i Sermoneta si accingevano ora ad esibire come un trofeo la pittura di Daniel il Matto.
Shoshanna arrivò con studiato ritardo trascinando su per le scale il dipinto, ancora avvolta nell’involucro con cui era uscito dalla bottega del sofer. E ad aprirlo fu chiamata Debora che, pur non nascondendo la sua accidia nei confronti del cognato e della sorella, considerava quel dono preteso ed estorto, alla stregua di un personale trionfo.
Fra i gridolini di attesa di tutti i presenti, lei tagliò i legacci ed estrasse il dipinto dai teli che l’avvolgevano.
In un attimo ci fu solo silenzio.
Lei fissava il ritratto con una espressione stupefatta, incapace di profferire parola. Daniel l’aveva ritratta con il volto stravolto dall’ira, nell’atto di lanciare un grido rabbioso. Le ciocche dei capelli erano vipere e si agitavano in un parossismo di minacciosa violenza. Debora era nel dipinto la mitica Medusa e nel suo sguardo aleggiava la maledizione di Minerva: chi l’avesse fissato si sarebbe trasformato in una statua di pietra.
Mai prima di allora quel tragico sortilegio aveva sortito un simile effetto.
Davanti al quadro di Daniel il Matto erano rimasti davvero tutti impietriti.

Mario Pacifici,
mario.pacifici@gmail.com

E con questo vi saluto, ci rivediamo a fine mese (chi si fosse perso i racconti precedenti di Mario Pacifici, li può trovare nella sezione chicche).


barbara


4 luglio 2011

4 LUGLIO 1976

Trentacinque anni fa, il 4 luglio 1976, si concludeva l’operazione Entebbe e si consumava il sacrificio di Yoni Netanyahu: ricordiamo questa pagina tragica e tuttavia gloriosa della storia di Israele. Qui una ricostruzione virtuale dell’operazione e qui il video originale del ritorno.
Aggiungo, perché mi sembra molto significativa, una lettera scritta da Yoni ai genitori il 2 dicembre 1972:

“We are preparing for war and it’s hard to know what to expect. What I am positive of is that there will be a next round and others after that. But, I would rather opt for living here in continual battle than for becoming part of the wandering Jewish people. Any compromise will simply hasten the end. As I don’t intend to tell my grandchildren about the Jewish State in the twentieth century as a mere brief and transient episode amid thousands of years of wandering, I intend to hold on here with all my might.”



barbara


3 luglio 2011

LE NAVI GRIGIE

di Jack Cohen

Ero seduto sulla veranda del ristorante del Mini-Golf a Netanya, ammirando il tramonto sul mar Mediterraneo. Era bellissimo, non una nave in vista, l'ampio orizzonte libero del mare che si estende a perdita d'occhio. Ha portato alla mente due cose.
Mi ricordo un racconto breve di Amos Oz che ho letto una volta, intitolato "Le navi grigie" o qualcosa del genere.
Ogni giorno un vecchio a Tel Aviv si alza presto e va sulla riva del mare a guardare verso l'orizzonte. Qualcuno gli chiede perché fa una cosa del genere e lui risponde: "Sto aspettando l'arrivo delle navi grigie". Naturalmente, le "navi grigie" rappresentano il timore che tutti abbiamo del male lontano dei nazisti tedeschi, o degli Inglesi o di tutti gli altri, che navigano verso il nostro piccolo Stato indipendente cercando di farci fuori.
Stavo pensando che non ci sono imbarcazioni all'orizzonte. Ad eccezione della flottiglia, che sta ora facendo la sua strada dalla Grecia verso le nostre coste. Oh sì, puntano verso Gaza. Ma senza dubbio sono le repliche delle "navi grigie", sono i suoi sostituti, che dal cosiddetto mondo civilizzato piombano su di noi per dirci che cosa fare, che cosa è morale. E noi avremmo bisogno del vostro consiglio, dopo quello che ci avete fatto? È pieno di autocompiaciuti presuntuosi "utili idioti" che cercano di darci una lezione morale. Che cosa ne sanno loro, dei terroristi di Hamas che lanciano razzi sui nostri figli? Che cosa ne sanno loro, dei teppisti di Hamas che lanciano giù dai tetti gli uomini di Fatah? Che cosa ne sanno loro, dell'odio per gli Ebrei inculcato nei loro figli nelle scuole dell'Unrwa?
Così le "navi grigie" stanno cominciando a venire. Quando ho lasciato il ristorante, sono stato attratto un attimo dalla visione del nuovo edificio che s'impenna di fronte al ristorante. È di 30 piani e ha la forma di una scalinata con una torre in cima. Sembra un'enorme nave grigia. Ho avuto l'improvvisa immagine dei due gruppi di imbarcazioni, l'edificio grigio e la flotta, impegnati in battaglia l'uno contro l'altro. Abbiamo piantato radici profonde nella nostra terra, quando i pionieri giunsero qui non c'era nulla. Il villaggio di Uhm Khaled si trovava vicino all'ufficio postale principale che oggi è di fronte al centro commerciale Sharon. Lo sceicco ha venduto la terra ai sionisti dicendo loro "Vi abbiamo aspettati centinaia di anni per restituirvela." Allora c'era solo sabbia, mare e cielo. Ora c'è una metropoli movimentata di circa 200.000 persone. E adesso quegli intrusi hanno pure il coraggio di mettere in discussione il nostro diritto di esistere, noi che abbiamo sviluppato il terreno e costruito le città e quelli di noi che sono seguiti. Così, portate pure avanti le vostre "navi grigie", la vostra flottiglia di odio.

Noi siamo qui! (Traduzione di Fulvio del Deo)

Quel “Noi siamo qui” pare che qualcuno abbia difficoltà a comprenderlo, e da decenni sta tentando di annullarlo. Ci si sono rotti le corna, gli è costato migliaia di morti e decine di miliardi di dollari e ancora non se ne sono fatti una ragione. Ma, lo capiscano o no, se ne facciano una ragione o no, resta comunque il fatto, incancellabile, che NOI SIAMO QUI. (Tu invece vai anche qua)

               

barbara


2 luglio 2011

C’ERA UNA VOLTA IL DESERTO

Si chiama Negev, e una volta era tutto deserto. Vi ho già mostrato in varie occasioni diverse parti del Negev che desertiche non lo sono più. Oggi ve ne mostro un’altra: è la Scuola di Nofè Besor, il progetto che il KKL ha ultimato grazie all'aiuto di tutti i contribuenti (fra i quali mi onoro di annoverarmi). In un'area desertica del Negev, è stato costruito un complesso scolastico che il KKL ha arricchito di giardini e aree ombreggiate per permettere ai giovani di godere di piacevoli spazi aperti. Perché al mondo c’è chi frigna e c’è chi lavora. E quando si lavora, i risultati sono questi.



barbara


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1 luglio 2011

COME NON DETTO



Contrordine compagni: il perfido giudeo a quanto pare non era poi così perfido. Il porco stupratore forse è effettivamente un porco, ma non era uno stupratore. La povera vittima che ha coraggiosamente osato sfidare i Grandi del mondo, il Sistema, il Potere denunciando l’orco non era né vittima né coraggiosa, ma solo un’imbroglioncella da due soldi. E dunque come non detto, facciamo reset, palla al centro e si riparte. Da zero? No, non proprio da zero: restano i giorni che un innocente ha passato in galera. Resta il fango che gli è stato – con sadico godimento - gettato addosso e che niente al mondo potrà mai ripulire. Restano una famiglia distrutta, una carriera annientata, un uomo che resterà per sempre il mostro sbattuto in prima pagina. E chissà se a qualcuno degli spalatori di fango verrà l’idea di recitare un mea culpa.

barbara


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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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