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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 aprile 2011

PARLIAMO DI ONU

Anzi, lasciamo che ne parli l’ottimo Giulio Meotti, preciso e documentato come sempre. Molti di noi conoscono molte di queste cose, ma forse pochi le conoscono tutte.

Con la sua solita, feroce ironia il columnist canadese Mark Steyn ha scritto che “il problema delle Nazioni Unite è che se si prende un quarto di gelato e un quarto di feci di cane, e poi li si mescola insieme, il risultato avrà più il gusto delle feci che del gelato”. L’orrida immagine è presto spiegata. Nel 2004, 13 stati su un totale di 53 della fallita Commissione dei diritti umani dell’Onu erano “non liberi” o “parzialmente liberi” secondo Freedom House. Oggi sono addirittura 21 i paesi membri del rinnovato Consiglio dei diritti umani giudicati dittatoriali o autocratici. La situazione è talmente peggiorata all’Onu che lo storico inglese Paul Johnson ha scritto che “oggi gli amici dei dittatori sono premiati con questi confortevoli posti a Manhattan e a New York arrivano come ambasciatori tutti i personaggi più indesiderabili del pianeta”. Se la gestione dell’ex segretario generale dell’Onu Kofi Annan fu contrassegnata da corruzione, nepotismo e irresponsabilità politica, quella misurata e pacata dello scintoista sudcoreano Ban Ki-moon è forse anche peggio. È di pochi giorni fa la notizia che il Congresso americano ha tagliato di ben 400 milioni di dollari il contributo annuale all’Onu. A cinque anni dall’elezione di Ban Ki-moon si può scrivere l’infausto bilancio delle Nazioni Unite. Alcune agenzie dell’Onu restano modelli più o meno funzionanti. Sono il World Food Programme e l’Organizzazione mondiale della sanità e gli altri enti che forniscono aiuti e assistenza contro la povertà, l’Aids e la polio. Non se la cavano male i fondi di programmazione economica e di aiuto allo Sviluppo come la Fao e il Programma per lo sviluppo. Ma sul fronte politico e umanitario l’Onu è una macchina fallita. I torturatori vigilano sempre di più sulla più politica e mediatizzata delle agenzie dell’Onu, quel Consiglio di Ginevra per i diritti umani che ha preso il posto, ma anche la peggiore eredità, della Commissione per i diritti umani (disciolta nel 2004, tale fu la vergogna). Il Washington Post ha appena castigato il Consiglio dei diritti umani per aver destinato ben 41 delle sue 65 risoluzioni allo stato d’Israele. Ha scritto Joshua Muravchik che il Consiglio dei diritti umani è “il perfetto microcosmo della tragedia e della corruzione delle Nazioni Unite”. A proposito di corruzione al Palazzo di vetro, Ban Ki-moon è stato messo sotto accusa da alti funzionari della sua stessa organizzazione. Inga-Britt Ahlenius, responsabile per la lotta alla corruzione al Palazzo di Vetro, ha scritto in un memo che la gestione dell’Onu da parte del segretario generale Ban Ki-moon è “riprovevole” e porta l’organizzazione “alla decadenza”. “Le sue azioni sono senza precedenti”, si legge in un documento interno firmato dalla Ahlenius, 74 anni, svedese. Poi è arrivata la denuncia di un italiano, Francesco Bastagli, che alla fine del 2010 ha scritto per la rivista The New Republic un saggio dal titolo emblematico: “Justice Undone”. Bastagli era l’inviato in Africa di Kofi Annan: “Dopo essermi dimesso, ho visto come il nuovo segretario generale Ban Ki-moon ha assunto una politica anche più opportunista” del suo predecessore. Oltre che dalle dittature e dalla corruzione, le Nazioni Unite sembrano unite soprattutto dalle parentele. Il figlio dell’ex segretario Kofi Annan, Kojo, era a libro paga della società che avrebbe dovuto controllare il corretto funzionamento del programma iracheno Oil for Food, proprio mentre si volatilizzavano ventuno miliardi di dollari (è stato lo scandalo più devastante per la credibilità delle Nazioni Unite). Un candidato alla segreteria arriva a denunciarlo apertamente: “È necessario sradicare il nepotismo di cui siamo stati giustamente accusati”, tuona l’indiano Shashi Tharoor. E altrettanto necessariamente non viene eletto. La scelta cadrà su Ban Ki-moon. E il giro riprende. La figlia del nuovo segretario, Ban Hyun Hee, lavora per l’Unicef, l’organizzazione di aiuto all’infanzia. Il genero del segretario, Siddarth Chatterjee, da quando il suocero è diventato segretario è stato prima nominato capo dello staff dell’Onu a Baghdad, uno dei teatri più importanti di impegno delle Nazioni Unite. In seguito Siddarth ha battuto un centinaio di candidati per la guida di una ricchissima agenzia in Danimarca che gestisce appalti miliardari, l’Unops. Subito dopo l’Unicef trasferisce sua moglie, nonché figlia di Ban Ki-moon, in Danimarca. Oltre al nepotismo e alla corruzione, la gestione di Ban Ki-moon è stata caratterizzata da uno dei peggiori capitoli della storia delle Nazioni Unite. Quella delle violenze sessuali. Sulle quasi centomila truppe del Palazzo di vetro impiegate in operazioni di peacekeeping pesa l’onta, infamante, dell’abuso sessuale su donne e minorenni. Un’inchiesta del Wall Street Journal ha rivelato che, da quando nel 2003 il Palazzo di vetro ha riconosciuto il problema, nulla da parte di Ban Ki-moon è stato fatto per punire, scovare e processare i colpevoli. Il quotidiano americano ha studiato tre casi: Sri Lanka, Marocco e India. Tre anni fa cento peacekeepers dello Sri Lanka furono accusati di aver abusato di bambini haitiani. Abusi sono stati commessi ancora da truppe marocchine in Costa d’Avorio e da truppe indiane in Congo. Il rapporto finale del principe Zeid al Hussein, “A Comprehensive Strategy to Eliminate Future Sexual Exploitation and Abuse in United Nations Peacekeeping Operations”, parla di caschi blu coinvolti in scandali sessuali in Bosnia, Kosovo, Cambogia, Timor Est, Burundi e Africa occidentale. In Africa si parla ormai di “peacekeepers babies”, i bambini illegittimi dei “soldati umanitari”. La missione in Congo era la seconda più grande missione di pace dell’Onu. Stupro, pedofilia e sfruttamento della prostituzione sono le accuse contro l’Onu. Le minorenni venivano adescate con un dollaro. Queste bambine sono note come “one dollar baby”. Colpevoli sono gli stessi inviati dell’Onu che al Palazzo di vetro avevano appena condannato lo stupro come “arma di guerra”. In passato, con tutti quei regimi che non rispettano i diritti umani, è capitato che gli Stati Uniti venissero esclusi dalla Commissione (2002), che la Libia ne assumesse la presidenza (2003), che il Sudan ne facesse parte (2004), che l’Arabia Saudita, Cuba e lo Zimbabwe decidessero quali violazioni dei diritti condannare (2005). Oggi lo spettro dei decisori umanitari è ancora più impressionante: Angola (not free), Bahrein (partly free), Bangladesh (partly free), Burkina Faso (partly free), Camerun (not free), Cina (not free), Cuba (not free), Gibouti (partly free), Ecuador (partly free), Gabon (partly free), Giordania (not free), Kyrghizistan (not free), Libia (not free), Malesia (partly free), Mauritania (not free), Nigeria (partly free), Pakistan (partly free), Arabia Saudita (not free), Senegal (partly free), Thailandia (partly free) e Uganda (partly free). Non ci sono ormai paesi più interessati al Consiglio dei diritti umani di quelli che quei diritti li negano quotidianamente. Tre anni fa il precedente Alto Commissario per i diritti umani, Louise Arbour, ha partecipato a Teheran ai lavori di una conferenza su “i diritti dell’uomo e la diversità culturale”. Con il chador a coprirle il volto, la Arbour ha ascoltato impassibile Mahmoud Ahmadinejad che chiamava alla distruzione di Israele e negava l’Olocausto. L’attuale commissario non è da meno. La signora Navi Pillay ha detto che “non c’è stata alcuna politica genocida in Sudan”. Mentre la coalizione dei volenterosi si imbarcava, sotto l’egida dell’Onu, nella fragilissima avventura libica, all’Onu presenziava come “esperta dei mercenari” la signora Najat al Hajjaji, apparatchik all’Onu di lungo corso per conto del colonnello Gheddafi, che dei mercenari sta facendo grande uso nella guerra libica. Human Rights Watch, la nota e liberal organizzazione dei diritti umani, ha accusato Ban Ki-moon di “codardia”. Sotto la direzione di Ban Ki-moon il Sudan, che in Darfur ha usato la fame come arma di sterminio di cristiani e animisti, è diventato vicepresidente del World Food Programme ed è entrato nella commissione esecutiva dell’agenzia per i rifugiati. È anche successo che ai vertici della Commissione sull’informazione siano arrivati noti persecutori dell’informazione come Cina, Kazakistan, Libia e Iran, dove blogger e giornalisti marciscono in carcere. Il matematico francese Laurent Lafforgue ha commentato che “è come se un Alto Consiglio dei Diritti dell’Uomo decidesse di fare appello ai Khmer rossi per costituire un gruppo di esperti per i diritti umani”. E nell’incredibile elenco manca il più grande azionista dell’Onu, ovvero l’Iran, che sotto la gestione di Ban Ki-moon ha brillantemente usato le grandi agenzie delle Nazioni Unite per aggirare l’isolamento diplomatico. Nel Consiglio dei diritti umani è entrato a far parte persino Saeed Mortasavi, il pubblico ministero di Teheran che ha perseguitato scrittori e torturato intellettuali e che è noto come il “macellaio della stampa”. L’Onu ha premiato gli ayatollah eleggendo Teheran capitale mondiale della filosofia, sebbene l’Iran sia disseminato di filosofi e pensatori incarcerati o in esilio forzato (lungo è l’elenco: da Kian Tajbakhsh condannato a dodici anni ad Hashem Aghajari condannato a morte per blasfemia). Teheran è entrata a far parte della Commissione per lo status delle donne, sebbene il regime iraniano sia uno dei più segregazionisti al mondo verso il sesso femminile. È la stessa Commissione che è andata a presiedere l’ex presidente cilena Michelle Bachelet. Di diritti femminili si occupa la maggiore organizzazione dell’Onu, il Programma per lo Sviluppo, ai cui vertici spicca Teheran (nel 2009 l’Iran ne è stato anche presidente). C’è un iraniano al fondo per la Popolazione e al fondo di Sviluppo per le donne. Nonostante vi siano prove di un traffico di armi chimiche dall’Iran a Hezbollah, Teheran per tutto il 2011 sarà vicepresidente dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. L’Iran siede all’Ufficio per la droga, quando a Teheran non si contano più le impiccagioni di trafficanti di droga (spesso accuse false addossate ai dissidenti). Teheran è nella Commissione sulla prevenzione del crimine e la giustizia penale: niente male per un paese che è leader mondiale nelle condanne a morte. L’Iran è entrato nel board esecutivo dell’Unicef, nonostante Teheran detenga anche il record di impiccagioni di minorenni. L’Iran è per quattro anni nella Commissione per la Scienza, la Tecnologia e lo Sviluppo e nel “Comitato per l’uso pacifico dello spazio”. L’Iran siede nell’Agenzia per i rifugiati, nel Programma per l’ambiente e nel Programma per gli insediamenti umani. Vicepresiede (assieme all’Algeria) anche la Commissione giuridica dell’Onu, che sui diritti umani riveste un ruolo di grande responsabilità. Nella commissione che fa consulenza al commissario Pillay, su diciotto membri sei provengono da regimi più o meno dittatoriali. Persino il compassato magazine Foreign Policy parla del bisogno di “riportare i diritti umani dentro al Consiglio per i diritti umani”. Per capire il degrado dell’Onu bisogna sbirciare anche fra i suoi premi. Uno fra tutti è quello che porta il nome del presidente della Guinea equatoriale, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, che ha promosso un fondo Onu intitolato a suo nome e dedicato alla scienza. Contro la decisione si sono schierati molti premi Nobel scientifici, dal francese Claude Cohen-Tannoudji, Nobel per la Fisica nel 1997, al canadese John Polanyi, Nobel per la Chimica nel 1986. Il nuovo filantropo dell’Onu è noto come “il peggior dittatore d’Africa, peggio di Mugabe”. Lo United Nations Public Service Award del 2010 è stato invece assegnato al ministero dell’Interno libanese, bastione del potere della milizia sciita filoiraniana Hezbollah. Il premio ha riconosciuto la capacità libanese di organizzare libere elezioni parlamentari nel 2009. Sotto il mandato di Ban Ki-moon, quello di Durban è diventato il nomen-omen della peggior faziosità ideologica dell’Onu. A settembre, a ridosso del decimo anniversario della strage dell’11 settembre, Ban Kimoon ospiterà al Palazzo di vetro “Durban III”, il coronamento di quella che l’ambasciatrice americana al Palazzo di vetro Kirkpatrick ha definito “la lunga marcia all’Onu” dei regimi islamici. È il remake del festival sul razzismo celebrato nel 2001 in Sudafrica e nel 2009 in Svizzera, che Teheran trasformò in una messinscena antisemita e antioccidentale. Israele e Canada hanno già annunciato il proprio boicottaggio per la terza edizione. Il Palazzo di vetro ha approvato la “A/C.3/65/L.60”, la piattaforma programmatica di Durban III. È stata scritta dallo Yemen, uno dei paesi “non liberi” che guida il blocco islamico e africano. Il maggior atto d’accusa del Consiglio dell’Onu contro Israele è finito con un incredibile pentimento del suo stesso esecutore. Si tratta di Richard Goldstone, il magistrato sudafricano che si è appena rimangiato il rapporto sulla guerra di Gaza in cui accusava Israele di “crimini di guerra”. Poi c’è stata la risoluzione numero 62/154. Titolo: “Combattere la diffamazione delle religioni”. È il più micidiale strumento di soppressione della libertà di espressione e il più grande successo della Organizzazione della conferenza islamica, divenuta sotto Ban Ki-moon il più potente blocco di votanti alle Nazioni Unite. Lo scorso novembre, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha discusso alcuni emendamenti a una risoluzione sulle esecuzioni extragiudiziali. Nella risoluzione si prendevano in considerazione casi come gli attivisti di diritti umani nelle dittature e le minoranze etnico-religiose. Per un decennio la risoluzione aveva incluso l’orientamento sessuale, visto che non è raro che gli omosessuali siano messi a morte nei regimi islamici e africani. Una maggioranza di 79 paesi contro 70, 17 astenuti e 26 assenti, ha approvato un emendamento presentato dal Benin che proponeva di stralciare le minoranze omosessuali dal gruppo dei cittadini che si devono proteggere. Fra coloro che hanno votato a favore dell’emendamento, manco a dirlo, Afghanistan, Algeria, Egitto, Marocco, Pakistan, Malesia, Sudan, Yemen e naturalmente Iran. Una delle peggiori risoluzioni del Consiglio dei diritti umani si chiama “Promozione dei diritti dei popoli alla pace”. Voluta da Cuba, la risoluzione impedisce di condannare un regime per la violenza politica interna ma condanna i “crimini di guerra” di potenze straniere. Arabia Saudita e Camerun hanno potuto giustificare la repressione dei gay in nome dei “valori tradizionali”. Membri islamici del Consiglio stanno pianificando l’istituzione di una commissione “indipendente e permanente” per promuovere i diritti umani basati sulla Dichiarazione universale del Cairo, la versione islamica della carta dell’Onu del 1948. Questa Dichiarazione ha ispirato l’abbandono delle legislazioni ispirate dai Codici napoleonici o dalla Common Law e l’introduzione della sharia. L’Arabia Saudita nel 1948 si rifiutò di firmare la Dichiarazione dell’Onu proprio in disaccordo sulla parità di diritti della donna e sul riconoscimento della libertà di coscienza. La pena di morte è iscritta nella Carta islamica. Anche il diritto all’integrità fisica non è garantito, perché mutilazioni e pene corporali sono vietate tranne che per “una ragione prescritta dalla sharia”. Si dice che “l’islam è una religione intrinsecamente connaturata all’essere umano”. Lo studioso francese Gilles Kepel sostiene che la Dichiarazione dei diritti dell’uomo nell’islam “straccia semplicemente” quella dell’Onu. Ma la macchia più grande di Ban Ki-moon resta il Darfur, la regione sudanese teatro del peggior genocidio dopo il Ruanda. Non soltanto le Nazioni Unite sono state incapaci di chiamarlo “genocidio” e di agire per fermare la strage da parte del regime di Khartoum. Ma Ban Ki-moon il 16 giugno 2007 ha fornito questa memorabile spiegazione sui 400 mila morti e le orde di guerriglieri arabi che hanno operato razzie, distrutto villaggi, pozzi, piantagioni, allevamenti e sterminato famiglie, dilaniato vecchi, stuprato donne, abusato di bambini e bambine per poi rivenderli come schiavi: “Il conflitto in Darfur è parte del surriscaldamento globale”. Eccola la sintesi tragica delle Nazioni Unite: spiegare le fosse comuni con l’avanzata del deserto.

Della famigerata associazione per delinquere di stampo mafioso avevo già parlato qui e qui. Molto ancora ci sarebbe da dire, ma per ora mi fermo per non allungare ulteriormente questo post già fin troppo lungo rispetto alle mie consuetudini.

barbara


29 aprile 2011

E PENSARE CHE VOLEVANO FARMI CREDERE

che la befana non esiste! E invece non solo esiste



ma è anche ben viva, e lotta insieme a loro.

barbara


28 aprile 2011

CHIEDO L’INTERVENTO DI TUTTI GLI AMICI

Vi propongo un articolo apparso qualche giorno fa su “L’Opinione”.

RaiNews24 si è resa responsabile di una seria violazione della deontologia professionale al limite della calunnia, avendo subito indiziato (senza indizi) gli ebrei “religiosi” e Israele per l’assassinio orribile di Vittorio Arrigoni, prima di essere smentito da Hamas stesso.
Come rileva giustamente Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, la morte tragica di questo giovane attivista italiano è da attribuire all’odio cieco di una indottrinazione ideologica totalizzante della stessa intensità quale l’ideologia di odio verso Israele che Vittorio Arrigoni scambiava per pacifismo e impegno per la giustizia.
In ambedue i casi, l’essere umano e il “restare umani” cui egli inneggiava vengono annientati da un’utopia etica per la cui realizzazione si giustifica che l’uomo sia usato come mezzo e non come fine. Tristemente, è la benda dei preconcetti (benché di segno diverso) che rende ciechi alla realtà, ad accomunare vittima e carnefice in un dolorosissimo gioco delle parti.
Arrigoni, e evidentemente anche sua famiglia e i suoi amici, odiava Israele al punto tale che non voleva transitarvi “neanche da morto” perché lo considerava lo Stato e il popolo responsabile in toto per le sofferenze dei palestinesi di Gaza. Invece l’oggetto dell’odio della “scheggia impazzita” di Hamas è “la civiltà occidentale e la modernità”, accusate di “immoralità”, un odio fortissimo che offusca la percezione dei singoli esseri umani e che non sa nemmeno distinguere fra un amico e un nemico del suo popolo.
Ma in questo quadro della nostra odierna realtà, bisogna soffermarsi anche sulle gravi responsabilità di diversi esponenti della stampa italiana. Sotto il pretesto della ricerca della verità e della giustizia, ci si permette di insinuare bugie che fanno comodo alla propria tesi politica, che portano alla demonizzazione di Israele e di conseguenza sempre più lontano da una mediazione per la pace israelopalestinese a cui si dice di voler arrivare.
Appena saputo del rapimento e conseguente assassinio, RaiNews24 (che va in onda anche in lingua araba) trasmette un’intervista con Maurizio Fantoli Mirella, amico e collaboratore di Vittorio Arrigoni. L’intervistatrice Annamaria Esposito inizia con l’indirizzare i sospetti verso un sito dell’estremismo ebraico e Mirella replica che “tutto fa pensare” che “l’odio che lui suscitava nell’estremismo di destra israeliano può essere la causa dell’omicidio” e “probabilmente molti dei miei amici filopalestinesi già supponevano che dietro questo omicidio ci fossero i servizi segreti israeliani, oppure gli estremisti di destra israeliani”, e che questi movimenti “non sanno minimamente cos’è la democrazia, non sanno minimamente cos’è la civiltà e mi sembra assurdo che parlino a nome della loro religione, insultano la loro religione…”.
E mentre il loro “processo” all’estremismo ebraico e al governo di Israele continua, su RaiNews24 gira il video del povero prigioniero Arrigoni insanguinato, con una scritta in arabo che scorre, minacciando la sua morte e con parole di incitamento a “combattere con la spada” per la Guerra Santa nel nome del Signore (Allah) dicendo “Alzatevi per la vittoria della vostra religione; combattete i vostri nemici ebrei, i loro alleati e coloro che li difendono; fatelo in fretta perché il paradiso, grande come i cieli e la terra, vi attende.”
Questo sì, che è un insulto alla religione, ma RaiNews24 non se ne accorge, eppure trasmette anche in lingua araba.

Lisa Palmieri-Billig è corrispondente di “The Jerusalem Post” e rappresentante in Italia dell’American Jewish Committee www.ajc.org

È possibile vedere il servizio a cui si riferisce Lisa Palmieri-Billig cliccando sul link http://www.rainews24.it/it/video.php?id=22906
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Invito tutti gli amici a protestare con Corradino Mineo, direttore di Rainews 24, cliccando sul link
http://www.rainews24.rai.it/it/contacts.php.


È importante che, in un caso di patente violazione di ogni regola deontologica come quello in questione, il maggior numero possibile di persone faccia sentire la propria voce per denunciare la vergognosa campagna di odio che il mezzo pubblico fomenta.


barbara


27 aprile 2011

UNA DOMANDA SERIA

Ma secondo voi, questa roba qua è un essere umano?



                                                                               

                                                   
barbara


26 aprile 2011

SALTO DI QUALITÀ

Questi attacchi di isteria collettiva anti israeliana si erano, finora, scatenati nei momenti in cui Israele ne aveva abbastanza di continuare a prenderle e cominciava a reagire: Libano 1982, Scudo di difesa 2002, Libano 2006, Piombo fuso 2008. Ciò a cui abbiamo assistito in questi ultimi dieci giorni è invece qualcosa di radicalmente diverso. È accaduto che un pirla odiatore di Israele si è convinto che andare ad aiutare una banda di terroristi assassini fosse cosa buona e giusta. È accaduto che il suddetto pirla fosse convinto che se sei amico degli assassini e li ami tanto tanto tanto, automaticamente gli assassini diventano amici tuoi e ti amano tanto tanto tanto. Si sbagliava, da quel pirla che era, e gli assassini hanno fatto fuori anche lui. Insomma, uno squallido episodio di cronaca nera in cui Israele non c’entra neanche di striscio. E ciononostante si è scatenato un attacco di isteria collettiva anti israeliana delle stesse proporzioni dei casi precedenti. Col solito accompagnamento di strani personaggi che improvvisamente compaiono nei blog e imperversano a tutto spiano tra insulti, auguri di morte e un odio isterico che trabocca da tutti i pori. Un salto di qualità, dicevo: se prima, pur non avendo motivi, aspettavano almeno di avere uno straccio di pretesto, adesso non hanno più neppure la pazienza di aspettare quello. E il mondo intero si dedica diligentemente al compito di guardare altrove. Come ottant’anni fa.

barbara


25 aprile 2011

QUANDO LIBERTÀ È SINONIMO DI IMMORALITÀ

La libertà di pensiero e di parola, la possibilità di manifestare dissenso, la facoltà di operare le proprie scelte sono, indiscutibilmente, l'essenza della democrazia. E siamo dunque ben lieti che nel democratico e libero stato di Israele tutto ciò sia garantito. Accade tuttavia, a volte, di avere l'impressione che alcune scelte superino decisamente il segno, se non della legalità, quanto meno del senso morale. È accaduto quando un gruppo di rabbini ultraortodossi sono andati ad abbracciare Ahmadinejad in segno di solidarietà per il suo proposito di annientare Israele. Ed è successo di nuovo in questi giorni.
Dopo la strage della famiglia Fogel (ricordiamo, accanto ai genitori Udi e Ruti, i piccoli Yoav, Elad e Hadas di appena 3 mesi), molti sono andati a visitare i “coloni” di Itamar e, soprattutto, a portare un segno di solidarietà ai tre giovanissimi sopravvissuti Tamar, Roi e Yishai. Purtroppo, e lo scrivo con grande dolore, altri hanno fatto una scelta molto diversa: sono andati ad alleviare il dolore delle famiglie che vivono nel villaggio vicino a Itamar, ad Awarta. La ragione è molto semplice: la polizia israeliana, conoscendo il DNA degli assassini, ed intuendo che questi venissero proprio da Awarta, hanno prima esaminato il DNA di tutti i residenti, e, successivamente, hanno avuto l’arroganza di arrestare i colpevoli, Muhammad Awad, il figlio Amjad e il nipote Hakem. A questo punto alcuni membri delle associazioni ebraiche Nashim L’Shalom (Donne per la pace), Gush Shalom (Il blocco per la pace) e Adam Lelo Gvulot (Uomo senza confini), hanno preferito portare la loro solidarietà proprio alla famiglia Awad, facendosi fotografare con la inconsolabile madre (e zia) dei due assassini che, a suo parere, non avrebbero saputo uccidere neppure una gallina (è opportuno ricordare che, dopo la prima strage, accortisi di aver dimenticato Hadas, che si era messa a piangere, sono tornati sui loro passi per compiere meglio la loro opera, e, il giorno successivo, sono andati, come se niente fosse, a scuola).
Dopo questa visita ebbero la sfrontatezza di definire “pogrom” l’azione della polizia israeliana. Pogrom? Sì, proprio pogrom! È ben vero che, quando questi nostri correligionari andarono a Awarta, la polizia  israeliana non aveva ancora ufficializzato le ragioni degli arresti; ma non è forse quanto succede in ogni nazione civile, dove si rispettano le leggi del codice e non quelle del clan?
Credo che davvero noi tutti dobbiamo, indipendentemente dal nostro pensiero politico (di destra o di sinistra, filo o anti sionista che sia), riflettere attentamente: il mondo tutto quanto, e non solo Israele (al momento governato da Netanyahu) sta di fronte a una guerra che uomini senza scrupoli, ma con mezzi economici senza pari, ci hanno dichiarato. Chi non lo capisce non potrà, domani, avere un trattamento diverso da quello riservato agli amici dei nazisti e dei fascisti. Ma a costoro, fin da oggi, deve andare tutto il nostro disprezzo, sperando che riescano a comprendere ed a ravvedersi, prima che sia troppo  tardi.
Emanuel Segre Amar

(Poiché il direttore e unico responsabile di una pubblicazione che preferisco non nominare ma che in parecchi capiranno lo stesso si è rifiutato di pubblicare questo articolo, lo potete leggere solo qui e in alcuni altri blog)

barbara


24 aprile 2011

RICORDIAMO IL GENOCIDIO ARMENO

iniziato (quello “grande”) il 24 aprile 1915 

             

I convogli si spostavano a piedi per percorsi interminabili lungo territori accidentati, nel corso dei quali la penuria d'acqua, di cibo e di riparo notturno acuiva le sofferenze dei deportati. Per tutto il cammino le schiere di donne e di bambini erano in balia degli stupri, dei furti, della crudeltà dei briganti, dei predoni oppure degli abitanti dei villaggi, a cui si aggiungevano i loro accompagnatori, esclusivamente musulmani. In ogni città e in ogni villaggio che attraversavano, gli armeni, ammassati davanti alla prefettura, erano esposti ai cittadini islamici, gli unici autorizzati a scegliere degli schiavi tra loro. In alcuni casi, le donne potevano sottrarsi alla morte o alla schiavitù insieme ai loro figli mediante la conversione all'islam, ratificata dal matrimonio immediato con un musulmano. Coloro che sopravvivevano alle torture del tragitto - la fame, la sete, lo sfinimento, gli stupri - giungevano a Dayr al-Zur. Informate in anticipo dell'arrivo dei convogli, le tribù arabe e curde, insieme ai contadini musulmani, li aspettavano per arrecare loro gli ultimi oltraggi. I cadaveri venivano abbandonati nel deserto.
Il genocidio degli armeni fu il normale esito di una politica insita nella struttura politico-religiosa della dhimmitudine. Questo processo di annientamento fisico ai danni di una nazione ribelle aveva già fatto la sua comparsa durante le rivolte dei cristiani slavi e greci, che si salvarono dallo sterminio collettivo solo grazie agli interventi europei, interventi effettuati talora a malincuore. Il genocidio degli armeni fu un jihad. Nessun raya, infatti, vi prese parte. Nonostante la disapprovazione di molti turchi e arabi musulmani, e il loro rifiuto a collaborare al crimine, questi massacri furono perpetrati unicamente dai cittadini islamici, ed essi soli beneficiarono del bottino: i beni delle vittime, le loro abitazioni, i loro campi - assegnati ai muhajirun -, le donne e i bambini, spartiti e ridotti in schiavitù. L’eliminazione dei maschi dai dodici anni in su è conforme alle prescrizioni del jihad e all'età regolamentare per il pagamento della jizya. Le quattro tappe dello sterminio - deportazioni, riduzioni in schiavitù, conversioni forzate ed eccidi - riproducono le condizioni storiche del jihad, applicate a partire dal VII secolo in tutto il dar al-harb. Cronache di provenienze diverse, soprattutto di autori islamici, descrivono minuziosamente l'organizzazione del massacro dei vinti e le deportazioni dei prigionieri, le cui marce forzate al seguito degli eserciti infliggevano loro le stesse sofferenze provate dagli armeni nel XX secolo.
Questa politica non era un episodio isolato. Essa rientrava in una strategia difensiva finalizzata a mantenere sotto la giurisdizione islamica un territorio conquistato con la guerra e ad annientare i nazionalismi dhimmi. Perciò la tragedia armena fu accompagnata dallo sterminio dei cristiani giacobiti e nestoriani della valle dell'Eufrate, nel Nord della Siria. Nel mese di settembre del 1915, a Musa Dagh (Jabal Musa, Presso Antiochia), tra i 4000 e i 5000 armeni, accerchiati dai turchi e dagli arabi, furono imbarcati in extremis su alcune navi francesi. Ma le autorità inglesi e francesi, temendo l'ostilità delle popolazioni islamiche, si rifiutarono di lasciarle sbarcare in Egitto, a Rodi, a Cipro, in Marocco e in Tunisia. Alla fine l'Alto Commissario inglese d'Egitto accettò il loro sbarco provvisorio ad Alessandria.
Il concorso di tutte queste circostanze dimostra che il genocidio degli armeni fu un affaire esclusivamente musulmano, nelle finalità come nell'attuazione, e che nessuna fase di tale piano vide coinvolte le comunità raya. Al contrario, i rapporti pervenuti agli Alleati sugli eccidi erano di provenienza cristiana ed ebraico-ottomana. Sul fronte internazionale, poi, l'Austria e la Germania, alleate della Turchia, non furono esenti da responsabilità. In che misura i racconti di coloro che avevano preso parte a quei massacri influenzarono Hitler? Circa vent'anni più tardi, il 22 agosto 1939, alla vigilia dell’invasione della Polonia, il Führer comunicava ai comandanti in capo dei suoi eserciti riuniti a Obersalzberg:

Perciò, per il momento ho inviato a Est solo le mie unità di teste di Morto [Totenkopfverbände], con l'ordine di uccidere senza alcuna pietà né compassione tutti gli uomini, le donne e i bambini di razza o di lingua polacca. Oggigiorno chi parla ancora dello sterminio degli armeni? (Wer redet heute noch der Vernichtung der Armenier?)

(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.266-268)



Come già ricordato, recentemente, qui, il genocidio armeno è stato un’azione di jihad, perpetrata da musulmani contro non musulmani per adempiere all’obbligo coranico di islamizzare tutta la terra. Guerra, quella degli islamici contro gli “infedeli”, che continua indefessa e implacabile, e anche oggi ha mietuto le sue vittime – e a provvedere materialmente alla mietitura sono stati coloro che il mondo intero vorrebbe imporre a Israele come affidabili interlocutori di pace.
Sterminio di cristiani, sterminio di ebrei, sterminio di musulmani che vorrebbero pensare con la propria testa e non con quella di un assassino pedofilo vissuto un millennio e mezzo fa. Stermini regolarmente accompagnati da un indifferente silenzio. Ma io non tacerò. Io non mi stancherò di ricordare e denunciare perché, come dice Elie Wiesel, “Il
silenzio non aiuta mai la vittima, il silenzio aiuta sempre l'aggressore” e io, a differenza dei pacifisti di professione, non starò mai dalla parte dell’aggressore. E non smetterò di ricordare che siamo nati in libertà, e nessuno di noi ha il diritto di arrendersi, senza combattere, a chi questa libertà ce la vuole rubare.


barbara


23 aprile 2011

BUONA PASQUA...

con diritto di autodifesa


(grazie a Paoletta per l'immagine)

barbara


21 aprile 2011

PALESTINA

Quasi tutti i miei interlocutori sono stati profondamente segnati da una costante, se non quotidiana, esperienza di antisemitismo nella loro infanzia: sentirsi gridare “sporco ebreo!”era un’abitudine. I polacchi avevano un vasto repertorio di nomignoli dispregiativi per gli ebrei: zydek, zydy, zydowa, zydziak, zydlak... «Come facevamo a sentirci polacchi, se nessuno ci considerava tali?» mi disse Herman Krol, un ebreo di Konin che aveva combattuto nell’esercito polacco. «“Ebrei, tornatevene in Palestina!” ci urlavano» (Theo Richmond, Konin, p. 258)

“Ebrei, tornatevene in Palestina!” urlavano. Poi qualche anno dopo ci sono finalmente tornati, e da allora quegli stessi soggetti che fino a un momento prima avevano urlato tornatevene in Palestina, hanno preso a urlare “Ebrei, fuori dalla Palestina!”. E ancora non hanno smesso.
(Siccome oggi stavo troppo male per riuscire a partire, ho rimandato a domani, e ne approfitto per mettere quest’altro piccolo post).


barbara


20 aprile 2011

L’ANNO PROSSIMO A GERUSALEMME

Vado, e poi torno. E dato che, nonostante tutto, è Pesach, hag Pesach sameach a tutti e, naturalmente, l’anno prossimo a Gerusalemme.


Gerusalemme, di Edward Lear

barbara


19 aprile 2011

ADESSO NON SO

Questa sera è iniziato Pesach, la Pasqua ebraica, e avevo in mente di fare un post di auguri, come al solito, però adesso non so. C’è quel ragazzino, Daniel Wiplich, quello che tornava da scuola su quell’autobus centrato da un missile palestinese. Un missile teleguidato, arrivato sull’autobus che fino alla fermata prima era stato pieno di ragazzini perché programmato per centrare l’autobus pieno di ragazzini. Un missile da 280.000 dollari arrivato da quella che chiamano prigione a cielo aperto, quella da cui ci arrivano quotidiani frignamenti, quella che ci raccontano essere costantemente sull’orlo della catastrofe umanitaria, morte per fame, mancanza di tutto e chi più ne ha più ne metta. Daniel aveva 16 anni. È rimasto in coma una settimana, poi il suo cuore si è fermato. I giornali non ne parlano, perché hanno troppo da fare ad esaltare le gesta dell’eroe, del martire, di quello che, esattamente come i nazisti,invitava quanti avessero in casa dei cani a ''sguinzagliare le bestie eroiche contro i coloni''. I giornali non hanno tempo di occuparsi degli ebrei assassinati oggi: è molto più redditizio piangere, se proprio tocca, su quelli di ieri. E rimettere, oggi, sugli altari quelli che provvedono a toglierli dai piedi.
Questa sera è iniziato Pesach, la Pasqua ebraica, e avevo in mente di fare un post di auguri, come al solito. Poi alla fine ho deciso di no. C’è da parlare di quel ragazzino, Daniel, che aveva 16 anni e che stava tornando da scuola e che aveva la vita davanti e qualcuno ha deciso di chiuderla, quella vita, con cinquanta, sessanta, settanta anni di anticipo perché Daniel era ebreo e i seguaci della religione di pace e i pacifisti di professione non possono aspettare tutti quegli anni che uno sporco ebreo crepi di morte naturale. E allora si comprano missili da 280.000 dollari. O si sguinzagliano cani, come i nazisti. C’è da parlare di quel ragazzino perché i giornali non lo fanno e la televisione non lo fa e la radio non lo fa, e qualcuno bisognerà pure che lo faccia. E dunque al diavolo gli auguri. Riposa in pace, piccolo Daniel, e possa non riposare mai chi ha voluto la tua morte e chi l’ha esaltata.

barbara


18 aprile 2011

QUESTO È UN POST POLITICO

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: «Quando

mi diparti' da Circe, che sottrasse
me più d'un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né 'l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l'ardore
ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l'alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,
e l'altre che quel mare intorno bagna.

Io e ' compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov' Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l'uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l'altra già m'avea lasciata Setta.

“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l'occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.


18 aprile 2011

HO VISTO COSE

“Un’estranea fra noi” è un bellissimo film. Ma non è per raccontarvelo che ho aperto questo file, bensì per parlare di un’unica, specifica, scena. Solo una breve premessa, per capire di che cosa si tratta. Nella comunità ebraica ortodossa di New York è stato assassinato un ragazzo, e una poliziotta viene inviata per indagare. La prima cosa che dice, appena arrivata, è che gli indizi portano a pensare che l’assassino venga dall’interno della comunità. Il rabbino obietta che non è possibile, che lui conosce tutti, che nessuno può avere fatto una cosa simile. E lei, disinvolta: “Eh, lei è buono e si immagina che tutti siano come lei, ma io, guardi, ho visto cose che lei neanche si immagina”.
Per meglio indagare, si stabilisce all’interno della comunità, vivendo insieme a una ragazza. Acquistata confidenza, un giorno le chiede: ma il rabbino, come mai non ha una moglie, dei figli? E la ragazza risponde: li aveva, ma li ha persi al campo. Quale campo? Auschwitz. E lei, ricordando quello che gli aveva detto al primo incontro, rimane impietrita.
Ecco, l’insegnamento da trarre è che prima di vantarci di quanto siamo scafati, magari sarebbe meglio informarci su chi abbiamo davanti.
Perché questo post? Perché sì.
Perché adesso? Perché sì. Perché mi è improvvisamente venuto in mente mentre coprivo di panna montata le fettine d’arancia. Perché è sempre il momento giusto per ricordare ciò che è stato fatto – e ancora di più lo è in un momento come questo, in cui perfino l’assassinio di uno straniero da parte di islamici palestinesi diventa motivo per scatenare isteriche reazioni contro Israele e contro gli ebrei tutti - e rifletterci su.



barbara


17 aprile 2011

PER CHIARIRCI UN PO’ LE IDEE

Vittorio Arrigoni: gli ebrei sono ratti

pubblicata da Sionismo: informazione e controinformazione il giorno venerdì 18 marzo 2011 alle ore 2.34

Vittorio Arrigoni è un attivista per i diritti umani arrivato a Gaza il 25 agosto 2008, prima dell'operazione offensiva di Israele "Piombo Fuso". Da quel giorno è rimasto a Gaza come attivista umanitario impegnato a proteggere i pescatori, i contadini ed i paramedici palestinesi dai quotidiani attacchi dell'esercito israeliano.


Questa è la presentazione sommaria che del "volontario di Gaza" danno all'unanimità tutte le testate di informazione, on line e cartacee.
Il 4 Ottobre 2010 a Ovada, all'interno della manifestazione Testimone di Pace, gli fu assegnato il Premio speciale Rachel Corrie, assegnato dall’Associazione "Centro Pace Rachel Corrie", con la seguente presentazione:
"Originario di Cantù, Arrigoni è un attivista per i diritti umani, da molti anni impegnato come volontario in giro per il mondo. E’ arrivato a Gaza il 25 agosto 2008, prima dell'inizio dell'operazione offensiva di Israele “Piombo Fuso”. Da quel giorno è rimasto a Gaza City, impegnato sulle ambulanze palestinesi e, unica voce italiana sotto le bombe israeliane, ha continuato a raccontare come vivono e muoiono gli abitanti di Gaza sul suo blog Guerrilla Radio, e attraverso le corrispondenze per Il Manifesto e per la trasmissione radiofonica Caterpillar (RAI Radio Due)."
Insignito dell’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica fin dalla prima edizione, il Premio Testimone di Pace ha ottenuto la prestigiosa ADESIONE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA accompagnata da speciale medaglia presidenziale.
http://www.articolo21.org/1808/notizia/ovada-il-4-ottobre-il-premio-testimone-di-pace.html
La sua pagina ufficiale su face book, Vittorio Arrigoni autore, è seguita da più di ottomila iscritti, perlopiù giovani e giovanissimi, contraddistinti dal riconoscersi tutti nella sinistra che non accetta il moderatismo dei partiti del centro sinistra parlamentare.
Dalla "postazione" di Gaza, dove dice di trovarsi, invia giornalmente sul web cronache che spesso non trovano nessun altro riscontro  sulla stampa ufficiale mondiale; è anche questo che lo rende speciale agli occhi dei suoi sostenitori, convinti dal medesimo di avere il privilegio di "conoscere la verità" altrimenti censurata dal resto del mondo. Difficilmente i suoi racconti sono messi in discussione dai suoi lettori e quando anche lo fossero Vittorio Arrigoni interviene di persona delegittimando gli interventi con sarcasmo. Questo "machismo" informativo, questo "ce l'ho durismo" politically uncorrect è un'altra caratteristica che lo rende molto amato dai suoi lettori.
Tuttavia, ricordandosi di essere ufficialmente in "missione di pace", ha coniato lo slogan Stay human! con il quale chiude ogni suo intervento.
Nelle sue cronache Israele è un mostro assetato di sangue, i palestinesi vittime innocenti di un conflitto voluto dalle lobby  giudeo-pluto-massoniche. Non disdegna neanche di descrivere movimenti violenti e terroristi come quello di Hamas definendoli "combattenti", contribuendo in questo modo a confondere ancora di più le idee sul conflitto medio orientale.
Mistificando le notizie trasforma navi siriane cariche di armi in "pescherecci palestinesi"; racconta di quotidiani lanci di bombe israeliane dai cieli di Gaza, si descrive perennemente in pericolo, giornalmente impegnato a sfuggire ad agenti del Mossad o a "tonnellate di bombe che giornalmente mi piovono sul capo". Dal punto di vista letterario non è gran che anzi, i suoi errori di grammatica sono clamorosi ma riesce apparentemente a circondarsi di quell'alone di combattente che i suoi lettori tanto amano, perdonandogli per questo anche strafalcioni della lingua italiana o semplicemente non rilevandoli.
Le sue "cronache" scatenano commenti tra i suoi lettori al limite estremo dell'incitazione all'odio razziale, dell'antisemitismo e della minaccia di violenza credibile. Sfruttando il paravento dell'antisionismo nella sua pagina si leggono commenti che farebbero la gioia di un nostalgico sostenitore della purezza della razza.
Ma nessuno tra i suoi sostenitori illustri né Articolo 21, né il Manifesto, né Peace Reporter né L'Unità che spesso ha pubblicato suoi interventi, sembrano rilevarne la gravità.
Non deve essere facile per lui trovare ogni giorno nuove "nefandezze" di Israele che riescano a suscitare  l'indignazione ed i brividi di odio dei suoi lettori. Si arrabatta come può. 
Il 17 Marzo 2011 il prode Arrigoni ha scovato una notizia di assoluto secondo piano, quasi un gossip, pubblicata dalla pagina israeliana on line YNet. Nell'articolo, abbastanza insulso, si rilevava la difficoltà degli israeliani di continuare a fruire dell'importazione di sushi dal Giappone, vista la situazione drammatica di quel Paese.
Naturalmente l'intenzione era quella di marcare l'assenza di umanità degli israeliani che nel bel mezzo di una catastrofe naturale si preoccupavano solo della mancanza di sushi nel piatto. Tentativo riuscito, unanime riprovazione dei lettori, condita anche da qualche colorito intervento "Speriamo che ve lo mandino radioattivo il sushi", "speriamo vi ci strozziate" ecc.
Una persona, facilmente identificabile come ebrea dal cognome, è ad un certo punto intervenuta, indignata per l'ipocrisia dell'articolo e dei commenti. Ha postato ad Arrigoni ed agli altri un link che testimoniava degli aiuti umanitari che Israele aveva immediatamente inviato in Giappone:
http://fuoridalghetto.blogosfere.it/2011/03/tzunami-israele-e-organizzazioni-ebraiche-gia-in-campo-per-gli-aiuti.html

ed ha chiesto che Arrigoni illustrasse quali fossero le SUE iniziative in tal senso. La prima risposta di Arrigoni è stata volgarmente ironica "Che tempismo! Già finito il sushi?" E sarebbe forse finita lì se la persona che aveva "osato" contraddire il "resistente" non avesse insistito definendo lo stesso "ipocrita guerrafondaio in cosciente malafede".
Questo Arrigoni non l'ha sopportato! Ha cancellato tutti i commenti della lettrice infedele ed ha tentato di riprendere in mano la situazione nei confronti dei suoi lettori, appellando l'ebrea che era intervenuta di RATTO.
Ora, questa scivolata nel chiaro antisemitismo, accolta con entusiasmo dai lettori "fedeli" trova chiarissimi precedenti nella letteratura antisemita nazista; è uno degli stereotipi più noti praticati da nazisti e antisemiti di tutti i tempi.
Lo stesso Hitler, nei passi più deliranti del suo "Mein Kampf", chiamava gli Ebrei con sommo disprezzo "ratti" e dichiarava che il popolo tedesco era  
" nemico naturale di questa orrenda infestazione".  
Non male per un inviato di Peace Reporter che ha fatto del motto Stay Human la sua sigla!
Arrigoni, come la spieghi questa frase antisemita? Come spieghi l'averla pubblicata su una pagina letta da ottomila e più persone?
Come farai in questo caso a far credere che il tuo anti sionismo non ha niente a che vedere con l'antisemitismo?
(MC)
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Da leggere, inoltre, quest'altra testimonianza:

Essendo arrivato   in Israele ieri, oggi ho parlato con Clara Banon, la quale mi ha confermato che:
Vittorio Arrigoni aveva augurato a Clara di morire in un attentato, e che suo figlio, che vive nel Sud e non è neppure un soldato, venisse ucciso da un missile Grad.
Si è detto dispiaciuto che la famiglia di Clara non sia stata tutta sterminata nella Shoà. (qui)

Naturalmente non è che per tutto questo meritasse di morire, sia ben chiaro, ma per favore smettiamo di spacciarlo per un "buono", smettiamo di spacciarlo per un attivista dei diritti umani, smettiamo di spacciarlo per un santo al servizio delle vittime, smettiamo di farlo passare per un eroe e per un martire. E, soprattutto, smettiamola di ignorare chi siano gli assassini.

barbara


16 aprile 2011

NOTA DI SERVIZIO

Normalmente gli insulti e i commenti antisemiti vengono eliminati. Questa volta ho deciso di fare un’eccezione, ho lasciato tutto. Affinché anche voi che vivete in castelli inargentati possiate avere un’idea di ciò che chi cerca di fare informazione su Israele e sul terrorismo si trova QUOTIDIANAMENTE ad affrontare. Affinché possiate avere un’idea dello spessore culturale e morale delle argomentazioni. Affinché possiate avere un’idea dell’intensità dell’odio di cui sono impregnati fino al midollo. Affinché possiate avere un’idea della violenza verbale a cui possono arrivare – solo verbale, nel mio caso, perché non mi hanno fisicamente a tiro, ma chi si è trovato a incontrare faccia a faccia questi adepti dell’amore universale sa fin troppo bene che non esitano un solo secondo, se appena ne hanno l’opportunità, a passare a ben altro tipo di violenza. Vittorio Arrigoni era uno di loro. Anzi, era il migliore di tutti loro, il modello da imitare, l’ideale a cui ispirarsi, il duce da seguire. Queste erano le cose che piacevano a quell’eroico costruttore di pace. Chi poi avesse qualche dubbio sugli stretti legami fra ISM e terrorismo vada a leggere questo documento, anche se in realtà dovrebbero bastare i fatti che tutti noi abbiamo sotto gli occhi: qualcuno ha mai visto questi volontari costruttori di pace distrarsi un momento dal compito di impedire all’esercito israeliano di combattere il terrorismo per provare a impedire ai palestinesi di mandare al macello i propri figli, per occuparsi dei programmi televisivi per i più piccoli che istigano al “martirio” e dei programmi scolastici che indottrinano all’odio e al terrorismo, per buttare un occhio ai campi militari in cui a bambini di dieci anni o meno si insegna a usare le armi e a sgozzare? No, vero? Proviamo un po’ a immaginare perché non ne abbiamo mai visti...
E vi lascio con l’immagine di un’altra adepta della benemerita associazione, la costruttrice di pace Rachel Corrie fotografata due settimane prima della morte mentre, con la faccia stravolta dall’odio, insegna ai bambini palestinesi come si fa a costruire concretamente la pace, bruciando le bandiere.



(Avviso per i costruttori di pace nonché cultori dell’amore universale: la sagra è finita, da oggi si torna a bannare)

barbara


15 aprile 2011

RESTIAMO UMANI

Era lo slogan della sua banda. Quando l’ho visto per la prima volta mi è venuto freddo. Quando l’ho visto per la prima volta mi è venuta prepotentemente alla memoria la frase di quel pezzo grosso nazista – non ricordo quale – che aveva detto (cito a memoria): “Il miracolo è che abbiamo potuto fare questo e restare umani”. Il “questo” erano gli stermini di massa, uomini e donne, vecchi e bambini strappati a migliaia dalle loro case, portati sul bordo di una fossa comune, fatti spogliare e ammazzati a colpi di mitra, fila dopo fila, ogni fila a cadere sui cadaveri della fila precedente, continuando a sparare col sangue alle ginocchia, e ricoprendo poi tutto di terra, quelli completamente morti con quelli ancora vivi da far morire poi soffocati. Restiamo umani. Chi conosce Arrigoni e la sua banda SA che il suo concetto di umanità era esattamente lo stesso: odio antiebraico senza limiti, desiderio di sterminio, complicità attiva coi prosecutori dell’opera di Hitler. Pietà perché è stato ammazzato dai suoi stessi complici? Non siamo ridicoli, per favore.

barbara


15 aprile 2011

GLI AMICI PALESTINESI HANNO RAPITO VITTORIO ARRIGONI

Ehm, scusate...



barbara


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14 aprile 2011

PRIVILEGI

Il primo di aprile, alla seconda ora, sono entrata in prima A. Ho posato la borsa, ho tirato fuori la sedia che era parzialmente sotto la cattedra – senza prestare attenzione al fatto che era, appunto, parzialmente sotto la cattedra mentre di solito è completamente fuori – e mi sono seduta. Ho sentito qualcosa di duro sotto il sedere: era una cacca di plastica. Sapendo che alla prima ora avevano avuto matematica, ho chiesto se avessero fatto lo scherzo anche l’ora prima. Guardandomi tra l’inorridito e il terrorizzato, tutti insieme hanno gridato: “Noooooooo!!!” Mi sono sentita molto molto privilegiata. (Quando poi l’ho raccontato in prima B, con aria schifata hanno commentato: “Una cacca di plaasticaaa?!” Ho detto embè, cosa dovevano mettermi, una cacca vera?)

barbara


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14 aprile 2011

DA BUONI FRATELLI



barbara


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13 aprile 2011

FIDARSI È BENE...

Il mio collega di religione ha fatto fare agli scolari delle composizioni ispirate a passi del vangelo. Una ha scelto “lasciate che i bambini vengano a me” e ha fatto delle graziosissime figure con del filo di ferro, una figura di adulto seduto con le braccia spalancate, e due di bambini in cammino verso di lui. Un altro ha fatto la resurrezione di Lazzaro, mettendo una tomba, fatta credo con carta bagnata e pressata, e una figurina tutta bianca, di persona avvolta nel sudario. C. invece ha fatto le guarigioni. Ha preso un grande rettangolo di cartone, gli ha messo intorno una “cornice” di cotone idrofilo e ci ha incollato su una scatola di Benagol, una confezione di cerotti, un’aspirina effervescente, un olio lenitivo, un cerotto per calli... Per la serie io ci credo, intendiamoci, non pensate neanche per un momento che io non ci creda! Però, per ogni evenienza...

barbara


12 aprile 2011

IL MONDO ALLA ROVESCIA DEI PERFIDI GIUDEI

Quei diabolici ebrei e le loro diavolerie salva-vita

di David Horovitz


Quei diabolici ebrei! Fanno di tutto per renderci così difficile ucciderli.
Hanno portato via tutti fino agli ultimi padre, madre e bambino dalla striscia di Gaza, dove ci era più facile colpirli. Hanno ritirato anche l'esercito, fino all'ultimo carro armato e soldato. L'unico soldato israeliano rimasto in tutta la striscia di Gaza, da cinque anni a questa parte, è l'ostaggio Gilad Shalit.
Alcuni di loro pensavano che così facendo avrebbero saziato le nostre brame. Imbecilli. Pensavano che la "comunità internazionale" ci sarebbe saltata addosso (come fa con Gheddafi) se fossimo andati avanti ad attaccarli e ucciderli anche dopo che si erano ritirati da Gaza. Stupidi. Chiaro che non abbiamo nessuna intenzione di fermarci, ed è chiaro che nessuno farà nulla per fermarci. Non ci fermeremo finché non saremo riusciti a terrorizzarli e cacciarli da tutta la Palestina. E non è che ne facciamo un segreto: è scritto a chiare lettere nella nostra carta costitutiva.
Ma, santo cielo, non se ne vanno tanto facilmente. Ed evidentemente tengono in gran conto la vita umana. Persino quella della nostra gente. Noi ci danniamo per assicurarci che i nostri combattenti siano sempre circondati da donne e bambini, prima che aprano il fuoco, e per assicurarci che siano indistinguibili dai civili, tutti senza uniforme. E questi ebrei insistono con quel maledetto vizio di non aprire il fuoco se non sono ragionevolmente sicuri di colpire soltanto i nostri uomini (ora lo ammette persino Goldstone). Incredibile: noi facciamo di tutto perché resti uccisa gente comune, e loro fanno di tutto perché non succeda. Ma che razza di mondo alla rovescia è mai questo? Ma come fanno a sapere chi sono i nostri combattenti? Pensate alla quantità di risorse che spendono per assicurarsi di non colpire la gente sbagliata! Grazie al cielo il resto del mondo è troppo stupido o troppo ottuso per rendersi conto di quello che succede, e non ha ancora capito che noi piazziamo deliberatamente la nostra gente sulla linea di tiro, mentre questi ebrei fanno di tutto per non colpirla.
E la loro, di vita? Come dicevo, sta diventando sempre più difficile ucciderli. Hanno approntato sistemi di allarme e di pre-allarme, e rifugi, e stanze di sicurezza rinforzate, e blocchi di cemento protettivo, e servizi medici di pronto soccorso eroici e fantastici. Si immagini se anche noi adottassimo quel genere di misure: più nessuno dei nostri resterebbe ucciso, e allora dove andremmo a finire? Ora che ci penso, non avremmo bisogno di adottare nessuna di quelle misure se solo la smettessimo di sparargli addosso. In fondo, non sono mica loro a sparare per primi. Ma se noi smettessimo di sparare, come potremmo continuare a lamentarci davanti al mondo di quei cattivi dei sionisti? Come potremmo mantenere dalla nostra parte l'Onu e tutti quegli altri creduloni sprovveduti? Come potremmo continuare ad alimentare fra la nostra gente la febbre dell'odio anti-ebraico? Come potremmo continuare a servire la nostra nobile e sanguinaria causa?
E poi - che siano dannati loro e le loro invenzioni tanto intelligenti - non si sono accontentati degli allarmi e dei rifugi. Ora se ne sono venuti fuori con questa diavoleria della "cupola di ferro". In un milione di anni non avremmo mai pensato che funzionasse: un congegno per sparare razzi contro i nostri razzi, facendoli fuori direttamente in cielo. Sì, proprio così, qui non si tratta di Xbox o di Playstation. E dire che l'ultima volta che ho guardato, c'era un cielo piuttosto vasto, là fuori. Eppure - che io sia dannato - ce l'hanno fatta. Dieci dei nostri razzi sono scoppiati nel bel mezzo del cielo solo negli ultimi due giorni. Che schifo! Questa volta eravamo sicuri che saremmo riusciti a realizzare qualche succoso ammazzamento, con quella raffica di lanci (120 in 48 ore). Voglio dire: loro stessi dicevano che il sistema non è ancora perfettamente a punto, che è ancora in fase sperimentale, i loro mass-media prendevano in giro i progettisti, come se fossero stati certi che era tutto inutile.
A volte, giuro, comincio a chiedermi se il padre eterno non sia per caso dalla loro parte. Pazzesco, vero? Non so cosa mi stia capitando. Ma guardiamo ai fatti. Quest'ultimo fine settimana abbiamo avuto un Grad che si è abbattuto vicinissimo agli uffici di un kibbutz, un altro a pochi passi da una scuola di Ofakim: e neanche una vittima. Poco prima, giovedì scorso, vicino al kibbutz Sa'ad avremmo potuto colpire uno splendido scuolabus tutto giallo pieno di scolari, che sembrava fatto apposta per essere facilmente centrato, e invece macché: erano appena scesi quasi tutti appena prima che lo colpissimo, e tutto quello che abbiamo fatto è ferire un adolescente e l'autista.
Cosa? Come dite? Provare, noi, a mettere da parte le armi e interiorizzare la sacralità della vita umana? Sciocchezze. E poi magari mi chiederete anche di fare la pace con loro, di riconoscere che hanno diritto di vivere qui, di costruire uno stato accanto al loro, di dare alla nostra gente un futuro migliore, di lasciar perdere guerra, e violenza, e morte, e uccisioni e provare a concentrare le nostre attenzioni su qualcosa di più positivo e costruttivo. No, questo mai. Lo dico e lo ripeto: mai e poi mai.

(YnetNews - da israele.net ,11 aprile 2011)

È un fatto, ed è ora che ci decidiamo a dirlo nel modo più chiaro e franco: di questi perfidissimi giudei non se ne può più.


barbara


12 aprile 2011

Giuramento di Ippocrate per i Giornalisti

Consapevole dell'importanza e della solennità dell'atto che compio e dell'impegno che assumo, giuro:

  • di esercitare la professione giornalistica avendo sempre a mente sentimenti antiisraeliani e pregiudizi razziali contro gli ebrei;
  • di perseguire come scopi esclusivi della mia attività giornalistica la ricerca della fama, la distorsione dell’informazione, l’inganno dei lettori;
  • di cercare di celare più notizie possibili, in modo da evitare il rischio che il lettore sia portato a giudicare positivamente gli ebrei e il loro paese;
  • di astenermi nella mia attività dai principi etici della solidarietà umana e della umanità, qualora si trattasse di informazioni provenienti dal medio oriente;
  • di accantonare diligenza, obiettività e coscienza quando scriverò sul mondo ebraico;
  • di affidare la mia reputazione alla capacità di occultare la verità e di distorcere la realtà;
  • di evitare di chiamare terroristi coloro che uccidono gli ebrei, o di chiamare vittime i morti israeliani;
  • di sostituire espressioni come “atto terroristico” e “omicidio” con “esplosione” e “incidente” in modo che nessuno possa giudicare obiettivamente l’accaduto in medio oriente;
  • di non dare voce a pensieri in difesa di Israele e degli ebrei;
  • di rimanere fedele all' "accanimento" mediatico e all’occultamento della vera informazione;
  • di non pubblicare fotografie che possano commuovere il lettore portandolo a posizioni favorevoli su Israele;
  • di continuare a celare il mio essere antisemita dietro a giustificazioni di natura politica e territoriale;
  • di usare due pesi e due misure quando Israele subisce attacchi e quando mette in atto una legittima difesa; 
  • di osservare il segreto su tutto ciò che vedo o che ho veduto in Israele e contro gli ebrei, inteso o intuito nell'esercizio della mia professione giornalistica sul mondo mediatico e l’ancestrale antisemitismo che vi scorre o in ragione del mio stato inteso come colui che crea il giudizio del mondo sull’universo ebraico e la sua terra;
  • Lo giuro.
Gheula Canarutto Nemni

E direi che ci sta molto bene una rispolveratina del nostro video elaborato sugli articoli di Ugo Volli.

barbara


11 aprile 2011

EICHMANN

“Che padre buffo che hai” dice Nelly con una risatina. Mi guarda aspettando la mia reazione, ma io evito i suoi occhi. Cosa posso dire? Lei non sa niente della fame o delle SS. Per lei parole come baracche, latrina, o crematorio non vogliono dire niente. Parla un linguaggio diverso.
Il padre di Nelly non ha il campo, lui ha una bicicletta con la quale si reca in fabbrica, con il cestino per il pranzo legato al portapacchi.
La sua mamma tiene sempre ai piedi delle pantofole a quadretti. Pattina avanti e indietro per la cucina, praticamente senza mai sollevare i piedi dal pavimento. Vive in cucina, tra i piatti sporchi e le cose da rammendare. È sempre arrabbiata, non solo con noi, ma con le pentole, la caffettiera e il mondo intero. I suoi denti falsi li lascia in una ciotolina sullo scolatoio. Se li mette solo la domenica quando va in chiesa.

“Ce l’hai, vero, la televisione?” mi chiede quando dopo la scuola vado a vedere se c’è Nelly. “Allora vedrai anche Eichmann”. L’ostilità che c’è nella sua voce mi rende nervosa. Guardo fisso lo stoino. “Non sai chi è Eichmann?”. Arrabbiata, pattina su e giù. Passando, spinge in malo modo una sedia sotto la tavola e giocherella con i pomelli della stufa.
“È un animale! Hanno fatto bene a metterlo in una gabbia di vetro. Mi piacerebbe farlo morire a calci, quel porco bastardo!”. Si strofina a lungo le mani con il grembiule. “Lo abbiamo visto con i nostri occhi ieri in televisione. Tutti gli ebrei venivano spinti dentro un camion e quando questo si metteva in moto entrava il gas. Morivano tutti soffocati. C'era un cucciolo che saltellava intorno uggiolando. Hanno gettato dentro al camion anche lui”. Alza le mani per far vedere come avevano fatto, ma urta un armadietto.
“Il cervello si rifiuta di capire!” dice spalancando la bocca sdentata. “Che male può fare un cucciolo? Un cucciolo come quello non è mica ebreo, no?”. Nelly arriva e fa le smorfie alle spalle di sua madre.
“Ciao! Andiamo fuori a giocare”.
“No” rispondo. “Io devo andare a casa”.

Le calze mi scivolano giù, ma io non smetto di correre. Quando entro di corsa in soggiorno, la televisione è accesa. Vedo la gabbia di vetro sullo schermo. Seduto dentro c'è un uomo calvo e con gli occhiali. Sta parlando nel microfono. Non sembra un animale, sembra il signor Klerkx che qualche volta sostituisce la nostra maestra e che prima della lezione ci fa cantare:
Oh, ancora dormite bei fiorellini?
“È quello Eichmann?” chiedo delusa. “Non sembra per niente un mostro, sembra il signor Klerkx di scuola nostra”. Mio padre annuisce.
“Sembra il postino o il fornaio. Il postino porta le lettere, il fornaio fa il pane, e Eichmann mandava intere popolazioni nelle camere a gas. Faceva il suo lavoro come tutti gli altri fanno il loro. Questo mi fa impazzire”.
“Allora perché lo guardi?.”
“Perché voglio capire. Ma ora capisco ancora meno di allora”.
“La mamma di Nelly dice che le piacerebbe ammazzarlo a calci”. Mio padre ride.
“Con quelle sue pantofole sdrucite?”.
Accende una sigaretta.
“Piacerebbe a molta gente” dice. “I giornali sono pieni di lettere di gente che si offre per uccidere Eichmann. Ora che è indifeso, ora che tutti possono schiacciarlo con la suola di una ciabatta. Un intero esercito di volontari. Dov'erano questi eroi quando avevamo bisogno di loro? Ci capisco sempre meno”.
(da “Come siamo fortunati” di Carl Friedman, Giuntina, pp. 22-24)

I “noi fortunati” del titolo sono quelli nati “dopo” (l’autrice è nata nel 1952), quelli che non “hanno il campo”, come suo padre (il campo non “si è avuto”: il campo “si ha”, come una malattia cronica, con cui si impara a convivere, ma da cui non si guarisce mai più).

Esattamente cinquant’anni fa, l’11 aprile 1961, iniziava a Gerusalemme il processo ad Adolph Eichmann, conclusosi con l’unica condanna a morte eseguita in Israele (qui il video con la sentenza).


barbara


10 aprile 2011

IL PROGRAMMA

L'islamismo però non si limita allo stadio del rifiuto: esso accoglie in sé le sofferenze e le speranze dei popoli. Perciò si autoproclama la via della redenzione di una umma corrotta dall'Occidente. I popoli musulmani - esso insegna - conosceranno di nuovo la gloria se ripristineranno nel nostro tempo le istituzioni che furono elaborate nel VII secolo e che li condussero al potere. Un potere che si fondava sul jihad, l'annessione di terre, il bottino derivante dalle vittorie, il saccheggio a danno delle civiltà vinte e lo sfruttamento delle enormi riserve di schiavi e manodopera provenienti dalle Indie, dall'Africa, dall'Oriente e dall'Europa. E così il rigetto dell'Occidente e la nostalgia di una potenza edificata sulla guerra e sulle conquiste contribuiscono a fare dell’islamismo il veicolo e il pilastro del jihad.
Il programma politico della corrente integralista è ben noto. Essa predica il ritorno alla shari'a in tutti gli Stati musulmani. Questo primo stadio permetterà l'accorpamento delle leadership politica e militare e il ripristino della mentalità ghazi. Solo allora potrà essere intrapreso lo stadio successivo nonché finale, articolato nelle seguenti fasi: conquista del mondo e instaurazione della supremazia universale della legge islamica, distruzione delle civiltà dell'epoca preislamica (jahiliyya) non musulmane e imposizione della dhimma ai popoli del dar al-harb, riconquistato e quindi ridivenuto dar al-islam. La corrente islamista legittima la sua ideologia sulla base del passato: in effetti le epoche gloriose dell'islam furono proprio quelle legate alle due ondate (araba e turca) di conquiste. Non fu certo nella sua culla - l'Arabia, popolata esclusivamente da arabi musulmani - né a La Mecca o a Me
dina, che rifulse in tutto il suo splendore la civiltà islamica. Essa brillò soltanto nelle terre della dhimmitudine, nei periodi in cui i dhimmi costituivano ancora delle maggioranze soggette a conquistatori musulmani numericamente inferiori. Sotto gli arabi, infatti, essa raggiunse il suo apogeo nell'Oriente cristiano e in Spagna, ma lo stesso fenomeno si verificò sotto i turchi: non fu nell'Asia centrale che i selgiuchidi e gli ottomani fondarono un impero prestigioso, ma in Anatolia e nei Balcani, dove assoggettarono le popolazioni ortodosse. Oggi i popoli musulmani, i quali – tranne che nei paesi petroliferi - sono tra i più poveri del pianeta, sono affascinati dalle ricchezze dell'Europa e dell'America tanto quanto un tempo i nomadi dell'Arabia e del Turkestan erano attratti dalle fiorenti e raffinate città dell'Oriente prearabo e di Bisanzio. In effetti il movimento integralista non nasconde affatto la sua intenzione di islamizzare l'Occidente. La sua propaganda, contenuta negli opuscoli in vendita nei centri islamici europei, ne chiarisce gli scopi e i mezzi, che includono il proselitismo, le conversioni, i matrimoni con donne indigene e soprattutto l’immigrazione. Ricordando che i musulmani partirono sempre minoritari nei paesi conquistati (o, per usare il loro termine, «liberati») prima di divenire la maggioranza, gli ideologi del movimento considerano l'insediamento islamico in Europa e negli Stati Uniti come la grande occasione dell’islam.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 299-300)

Funziona così. Funzionava così un millennio e mezzo fa e funziona così oggi. L’unica differenza è che oggi hanno armi molto più potenti.







barbara


9 aprile 2011

AMBÈ

Ha giurato un’altra volta sulla testa dei suoi cinque figli e dei suoi sei nipoti che sono le persone più care che ha al mondo che NES-SU-NO NES-SU-NO NES-SU-NO NES-SU-NO dei reati contestatigli risponde al vero. E dunque, o voi perfidi infami malvagi, come potete ancora insistere, come osate insinuare che abbia fatto affari con la mafia, corrotto giudici, irretito politici per farsi fare leggi ad personam che impediscano ai giudici non corrotti di condannarlo per i reati provati e documentati eccetera eccetera? COME OSATE, O VOI SCIAGURATI?!



barbara


8 aprile 2011

E NEL FRATTEMPO

apprendiamo che un missile ha centrato uno scuolabus in Israele (“Israele Israele”, non territori cosiddetti occupati, nel caso qualcuno avesse voglia di tentare di specularci sopra). Apprendiamo che un ragazzino è rimasto gravemente ferito ed è in condizioni critiche, e ferito, anche se in modo meno grave, è anche l’autista. Apprendiamo che la strage in grande stile, evidentemente cercata, non è avvenuta unicamente per il fatto che alla fermata prima erano scesi tutti gli altri studenti, una trentina. E constatiamo che il Corriere della Sera nell’articoletto relativo all’attentato dedica DIECI righe a questo attacco e a un riassunto di altri attacchi recenti e recentissimi, e VENTOTTO righe alla risposta israeliana. E molte altre testate sono riuscite a fare anche di peggio. Perché il sangue giudeo è molto ma molto ma molto meno rosso di qualunque altro sangue, ma soprattutto del sangue palestinese – e li pagano per informare, questo branco di impuniti!















barbara


8 aprile 2011

COME FU CHE LA “PALESTINA” SI POPOLÒ

Se il sionismo fu percepito come un movimento esclusivamente europeo, ciò è dovuto al fatto che la specificità della condizione dhimmi, con le sue componenti di insicurezza e di tragica vulnerabilità, fu occultata. Il sultano ottomano aveva dichiarato che non avrebbe fatto della Palestina una seconda Armenia. Ovviamente, le velleità nazionalistiche degli ebrei nelle piccole comunità isolate e sporadiche del suo immenso Impero sarebbero state stroncate con maggior ferocia di quanto non fosse accaduto con il nazionalismo armeno, che pure era ben organizzato e armato dalla vicina Russia. Il massacro dei nazionalisti cristiani nei Balcani e il genocidio armeno mostravano agli ebrei del dar al-islam, privi di qualsiasi protezione, il prezzo di sangue da pagare per la libertà. Prigionieri di questa realtà, essi evitarono di schierarsi apertamente per il sionismo, poiché perfino nell'epoca di transizione rappresentata dalla colonizzazione europea essi rischiavano la vita. Del resto, di ciò si ebbe un’ulteriore conferma quando i paesi arabi decretarono il sionismo un crimine passibile della pena capitale.
Tuttavia furono elaborate altre forme di partecipazione clandestina o camuffata, anche se in Oriente non emersero certi tratti specifici del sionismo occidentale, come il fallimento dell’assimilazione, esemplificato alla fine del XIX secolo dall’affaire Dreyfus. È evidente che un «affaire Dreyfus» non avrebbe mai potuto verificarsi in oriente, dove nessun ebreo o cristiano aveva accesso a cariche importanti in uno stato maggiore musulmano. A maggior ragione, mai un paese islamico sarebbe stato così turbato, come lo fu la Francia, dall’ingiusta condanna inflitta a un ebreo o a un cristiano, e perfino a un musulmano. Lo studio del sionismo in Oriente progredirebbe certamente se smettesse di riferirsi in modo esclusivo agli schemi occidentali, estranei al fenomeno, per esaminare invece gli elementi storici e politici del rapporto dar al-islam-dhimmi e le sue modalità di sviluppo. Da questi aspetti emerge che la liberazione di una «terra di dhimmitudine», la Palestina, soggetta alle regole di conquista del jihad, non poteva essere innescata che dall’esterno del dar al-islam – com’era accaduto per altri popoli, in particolare per gli armeni - e che tale ruolo spettava all’ebraismo occidentale.
Secondo Volney, alla fine del XVIII secolo la popolazione della Palestina ammontava a circa 300.000 abitanti, cifra che, nel secolo seguente, aumentò in seguito all’arrivo dei musulmani in fuga dall'Europa. Nel 1878, infatti, una legge ottomana aveva decretato l'assegnazione di terre palestinesi ai coloni islamici, insieme a dodici anni di esenzione dalle tasse e dal servizio militare. Così, nella zona del monte Carmelo, in Galilea, nella piana di Sharon e a Cesarea furono assegnati appezzamenti di terra ai musulmani slavi dell’Erzegovina e della Bosnia; i georgiani furono insediati nella regione di Qunaytra, sulle alture del Golan e i marocchini in bassa Galilea. In Transgiordania e in Galilea i turkmeni, i circassi e i cerkessi, che fuggivano la russificazione della Crimea, della Caucasia e del Turkestan, si ricongiunsero alle tribù che li avevano preceduti nel XVIII secolo stabilendosi ad Abu Ghush, presso Gerusalemme. Inoltre, intorno agli anni ‘30, circa 18.000 fellah egiziani erano emigrati a Gerico, Giaffa e Gaza, e nel 1830, in seguito all’occupazione francese, migliaia di algerini, guidati dall’emiro ’Abd al-Qadir, avevano scelto l’esilio insediandosi in Siria, sulle alture del Golan, in Galilea e a Gerusalemme.
Sempre in Terra Santa, le popolazioni cristiane indigene o immigrate dal Levante e dalla Grecia potevano contare sulla protezione europea o russa, che invece mancava agli ebrei palestinesi. Dopo la guerra di Crimea, infatti, furono decretate consistenti concessioni territoriali alla Francia in favore dei cattolici, all’Inghilterra per i protestanti, all’Austria per i luterani, alla Russia per gli ortodossi e gli armeni.
Nel 1887 il divieto di emigrare in Palestina, di risiedervi, di acquistarvi terreni e di vivere a Gerusalemme fu applicato soltanto agli ebrei, sia stranieri che raya, ma non ai cristiani né ai musulmani. Tuttavia, gli sforzi del sultano per fermare il ritorno degli ebrei in Palestina furono in parte inefficaci. Infatti la proibizione ai soli ebrei europei - e non ai cristiani - di visitare la Palestina, di insediarvisi e di acquistarvi terre era il frutto di una discriminazione religiosa assente dalle capitolazioni siglate tra la Porta e gli stati europei. Fu in virtù di tali trattati, stipulati tra i sultani ottomani e i paesi occidentali sulla base della reciprocità, che gli ebrei europei poterono intraprendere questa prima e cruciale fase della lotta sionista, mentre quelli residenti nei paesi islamici - sudditi ottomani e non - essendo privi di tale requisito, furono respinti. Grazie ad alcuni filantropi europei, la comunità ebraica palestinese poté dotarsi di dispensari e ospedali e acquisire dei terreni.
Di fatto la marginalizzazione dei raya e alcuni elementi specifici dell’ebraismo europeo concorsero a limitare la prima fase dell’immigrazione sionista in Palestina a popolazioni provenienti in maggioranza dall’Europa. Questi fatti vengono citati qui solo per mettere in rilievo la totale ignoranza del contesto della dhimmitudine.
La dispersione del popolo ebraico costituiva il principale ostacolo alla realizzazione della sua indipendenza. A differenza dei cristiani del Levante, miseri resti di nazioni ostili tra loro, gli ebrei, malgrado la loro frammentazione, presentavano una relativa omogeneità e potevano contare su un consistente sviluppo demografico. Ma al contrario dei cristiani balcanici, ancora assai numerosi nelle loro patrie, gli ebrei palestinesi, che uscivano da oltre un millennio di dhimmitudine, costituivano una comunità esangue, tanto più umile e vulnerabile in quanto attirava molte persone anziane e devote che si recavano a morire in Terra santa.
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.279-281).

Ecco, dopo che la regione - ribattezzata col nome di Palestina dai conquistatori romani per cancellare persino il ricordo del suo legame col popolo ebraico - in seguito alla nascita dell’islam era stata islamizzata e arabizzata a suon di massacri e di conseguenza devastata e spopolata (come vi ho fatto leggere qui), in epoche più recenti è stata ripopolata nel modo che abbiamo visto. Ma per qualcuno, si sa, le leggende sono molto più affascinanti della realtà, e quindi continueranno a chiudere occhi e orecchie sui fatti per poter continuare a inseguire la loro leggenda nera dei perfidi giudei che invadono terre altrui e se ne impadroniscono a suon di pulizie etniche (e magari vi scannano i poveri bimbi per impastare le azzime col loro sangue). E, soprattutto, continueranno a costruire muri di menzogne.


barbara


7 aprile 2011

CHI VUOLE DAVVERO LA PACE



in quel di Palestina, finisce male



molto male.



(E in un sito filo palestinese ho letto che “Secondo le prime ricostruzioni un commando lo ha freddato come in un regolamento di conti. Le prime voci, in città, parlano di estremisti palestinesi. L’unica certezza, per ora, è la morte di uomo che ha fatto della cultura la sua arma di resistenza.”. Chissà, forse aveva messo gli occhi addosso alla moglie del vicino di casa e quello si è vendicato...)

barbara


6 aprile 2011

COME TI FACCIO CROLLARE UN MITO CHE PAREVA INCROLLABILE

Già, è proprio così. Prima è crollato il mito delle mezze stagioni che abbiamo sempre creduto che ci fossero e che poi fossero sparite e invece qualcuno sostiene che non ci sarebbero mai state. Poi un bel giorno abbiamo scoperto che non c’è più religione e lì è stata un’altra bella fetta di certezze ad andarsene a signorine allegre. E poi via via, adesso non sto ad elencare tutte le certezze e tutti i miti affondati dalla dura realtà che davvero, lasciatemelo dire, così non si può mica andare avanti signora mia. Ma almeno su Mosè credevamo di poter contare. Almeno Mosè doveva rappresentare una garanzia, insomma, uno non può mica farsi salvare dal Nilo e poi farsi allevare come un principe e poi scatenare uno sfracello di piaghe e poi spalancare un mare e tutto il resto per poi finire come un pinco pallino qualsiasi, no? E invece è accaduto. Se una cosa è sempre stata certa – maledettamente  certa! – è che Mosè ha fatto vagabondare gli ebrei per quarant’anni in mezzo al deserto per poi farli approdare nell’unico posto di tutto il Medio Oriente totalmente privo di petrolio. Beh, non è vero niente. Dopo avere scoperto, qualche mese fa, ben due giacimenti di gas in mare, adesso si è scoperto che c’è anche il petrolio. Petrolio vero. Di ottima qualità. E sembra che ce ne sia addirittura tanto quanto in tutta l’Arabia Saudita. In Israele. Sì. Leggere per credere.

barbara


5 aprile 2011

CHE DIFFERENZA C'È FRA SARKOZY, NETANYAHU E OBAMA?







(Certo che in quelle mani, povero Netanyahu... sinceramente non so quanti di voi riuscirebbero a presentarsi in condizioni migliori...)

barbara


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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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