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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


28 febbraio 2011

APPELLO DALL’IRAN

Appello da "Lilit", momentaneamente fuori dall'Iran. Fate quello che potete, grazie.

28 febbraio 2011

IMPORTANTE: DOMANI MANIFESTAZIONE IN IRAN

In questi giorni i riflettori non ci illuminano in Iran. Ci sono molte notizie e parecchi morti in giro per il mondo...
Ma leggo su un notiziario, che alcuni servizi segreti Israeliani hanno chiaramente detto come Mousavi e Karrobi sono stati malmenati e portati via dopo molti giorni di "gabbia domiciliare". Non avevano mangiato per paura di essere avvelenati. I loro figli hanno chiesto aiuto alla gente. I giovani domani escono fuori, ma già stasera ci sono stati scontri. Vi prego di coprire la notizia. Se c'è qualche giornalista che legge...vi chiedo per favore.

Se uccidono Mousavi e Karoubi, potrebbero dare un grosso colpo al movimento, potrebbero creare caos e terrore...e non so più.
Ho appena parlato con alcuni studenti, attivisti, avevano molta paura. Mi hanno detto che sono stati minacciati e che l'amministrazione dell'università aveva chiamato i loro genitori per minacciarli.
Ci sono stati tantissimi sequestri di persona, perché ormai di questo si tratta, in Iran. Proprio in questo momento mi scrive uno studente, che oggi all'università sono stati insultati e minacciati e provocati.
Domani sarà una dura battaglia, e gli uomini del regime saranno più feroci che mai, è possibile che anche gli studenti passino dal silenzio all'attacco. Questo mi dicevano, ma la verità è che non hanno i mezzi e verranno schiacciati. Per questo è importanteee, è importanteee, AVERE I VOSTRI OCCHI CHE CI GUARDANO.  VI PREGO. VI PREGO.

grazie


27 febbraio 2011

IL SALAFISMO IN DIECI DOMANDE

Perché la prima cosa da fare, se si vuole almeno sperare di poter sopravvivere, è conoscere il nemico.

Di Mohamed Sifaoui, giornalista e coautore con Philippe Bercovici di «Ben Laden dévoilé, la BD-attentat contre Al-Qaïda», Editions 12 Bis. È autore anche di «Pourquoi l’islamisme séduit-il?», Editions Armand Colin.

06/11/2009

Mentre si parla di velo integrale, di salafismo, di religioni e di identità nazionale, bisogna preoccuparsi della presenza in Francia di un movimento fondamentalista musulmano che molti definiscono estremista?


1. Chi sono i salafiti?

Il salafismo deriva dalla parola araba salaf, che significa letteralmente «i predecessori». Si parla di essalaf essalah, i «pii predecessori» per indicare i primi compagni del profeta Maometto. Oggi i salafiti li prendono come modelli e invocano un ritorno a «l’islam delle origini» ripulito dalla bidaa, dalle «biasimevoli innovazioni» che secondo loro pervertono la religione. Rifiutano pertanto tutte le influenze occidentali, tutte le idee umanistiche e i principi filosofici come la democrazia o la laicità. È la scuola di pensiero hanbalita, fondata dall’imam Ahmed ibn Hanbal (780-855) nel IX secolo che ha dato vita all’ideologia salafita. Due discepoli di questa dottrina, l'imam ibn Taymiya (1263-1328) e Mohamed ibn Abdelwahab (1703-1792), ne diventeranno in seguito i due riferimenti ideologici. Abdelwahab, fondatore del dogma wahhabita oltre che cofondatore della monarchia saudita, darà vita a questo «salafismo missionario» (oggetto della nostra inchiesta) diffuso dei nostri giorni: disuguaglianza fra uomini e donne, diritto penale basato sulle punizioni fisiche, rigorismo nei rapporti sociali, rifiuto dei diritti umani. Drogato a colpi di petrodollari, questo salafismo si è progressivamente diffuso in tutto il mondo.
Nel XX secolo questo pensiero salafita si politicizza e contemporaneamente si «riforma» sotto l’impulso dei Fratelli musulmani, una confraternita integralista fondata in Egitto nel 1928 da Hasan al-Banna (1906-1949). I Fratelli non esitano a creare partiti e a impegnarsi nella vita politica e associativa. Pur essendovi divergenze dottrinali con i sostenitori del wahabismo, non sono certo dei «progressisti»: anch’essi predicano l’applicazione della sharia (la legge coranica) e l’instaurazione di repubbliche islamiche. I Fratelli musulmani, chiamati talvolta «salafiti in giacca e cravatta» sono rappresentati in Francia dall’Unione delle organizzazioni islamiche di Francia (UOIF). Partigiani di una reislamizzazione «dolce», sono apparentemente più «aperti» dei «salafiti in barba e djellaba».
Altri salafiti, detti jihadisti, preferiscono la lotta. La loro dottrina è oggi seguita da una nebulosa come al-Qaida. Chiamati anche takfiri (quelli che praticano la scomunica), questi adepti della guerra santa hanno gli stessi riferimenti ideologici degli altri.


2. Che cosa vogliono?

Benché minoritari nel mondo musulmano, i salafiti hanno una grande visibilità grazie all’attivismo sfrenato dei loro militanti e altri ideologi. Il pensiero salafita oggi controlla molte moschee e gran parte della letteratura musulmana. Trattandosi dell’Occidente, fanno appello anche al comunitarismo, nella speranza di reislamizzare i membri della comunità musulmana e convertire il maggior numero possibile di persone sedotte da un’ideologia politico-religiosa incompatibile con i valori universali. Perciò, contrariamente a certe fantasie degli ambienti di estrema destra, l’obiettivo principale dei salafiti non è l’islamizzazione dell’Europa, bensì la realizzazione di condizioni che permettano loro di praticare la loro visione dell’islam così come lo intendono loro anche se questo è in contrasto con lo spirito dei Lumi. I Fratelli musulmani, da parte loro, desiderano formare un gruppo di pressione in grado di influire sui dibattiti nazionali e internazionali, e vogliono costituire una forza lobbistica capace di far nascere un «voto musulmano».


3. Quanti sono in Francia?

È difficile conoscere esattamente il numero dei salafiti presenti in Francia (e in Europa). Se ne può tuttavia avere un’idea sapendo che solo il 10% dei 5 milioni di musulmani della Francia sono praticanti e frequentano regolarmente le 1900 moschee e sale di preghiera. Coloro che hanno incentrato la propria vita sul luogo di culto rappresentano una forte minoranza fra i praticanti, ma danno l’impressione di essere maggioritari grazie al loro attivismo, ai loro incitamenti, alla loro presenza sulla rete, al loro abbigliamento ostentatamente islamico e attraverso il loro impegno nell’azione sociale nei quartieri. I salafiti hanno così mostrato il loro peso reale in occasione delle manifestazioni contro la legge che vieta i simboli religiosi a scuola. Un altro elemento di valutazione viene dagli incontri annuali di Bourget organizzati dall’UOIF, questa filiale francese del pensiero dei Fratelli musulmani, che fatica a raccogliere più di 20 000 persone, anche se pretende il contrario.
Ci saranno una cinquantina di moschee o di luoghi di preghiera tenuti dai seguaci del wahabismo saudita e del pensiero salafita dedito al proselitismo, e poche di più dirette dell’UOIF, che però non rappresentano che un terzo dei musulmani praticanti nelle istituzioni del Consiglio francese del culto musulmano (CFCM).
Le moschee salafite wahabite sono spesso insediate nel cuore di quartieri popolari. Ce ne sono nella regione parigina, in particolare a Sartrouville, Argenteuil o Gennevilliers, nella regione di Lione, al nord, così come a Marsiglia o Besançon. Ma se ne trovano anche nella Parigi «intra-muros», nel cuore dei quartieri di Belleville e di Barbès.


4. Chi finanzia la propagazione del salafismo?

Oltre all’Arabia Saudita che, attraverso la Lega islamica mondiale, da molto tempo finanzia questa ideologia, molti mecenati arabi del golfo Persico donano milioni di euro all’anno per diffondere nel mondo «il vero islam», come amano definire il salafismo. In Francia molte moschee sono state costruite con fondi provenienti dalle monarchie arabe e dalla Lega islamica mondiale: le moschee di Evry e di Mantes-la-Jolie, per esempio. L’Arabia Saudita diffonde il salafismo formando migliaia di studenti sauditi o stranieri nelle sue università di Riyad, della Mecca e di Medina. Questo salafismo «missionario» è stato diffuso anche tramite le scuole coraniche pachistane, soprattutto quella di Karachi, che insegna il pensiero detto deobandi, una versione indo-pakistana del salafismo, che ha partorito i famosi talebani. Quanto ai Fratelli musulmani, hanno a lungo goduto dell’aiuto dei sauditi, che hanno permesso l’apertura in Europa del Centro islamico di Ginevra, fondato da Said Ramadan (padre di Tariq Ramadan e genero di Hasan al-Banna). E quando degli islamisti tunisini e l’attivista libanese Feisal Mawlawi creano l’UOIF, all’inizio degli anni 80, l’organizzazione avrà a disposizione numerosi contributi provenienti dagli Emirati arabi uniti. Oggi l’UOIF riceverebbe, secondo le diverse stime, fra il 30 e il 60% dei suoi finanziamenti da Paesi o personalità arabe. Le associazioni legate all’UOIF derivano una parte del loro denaro dalla certificazione halal, un commercio che promuovono intensamente, tanto è redditizio.


5. Chi sono i loro ideologi?

Fra i contemporanei ci sono appartenenti ai Fratelli musulmani come Sayyid Qutb (1906-1966) o Youssouf al-Qaradawi, che non smette di giustificare gli attentati suicidi e l’instaurazione della sharia. Sebbene lo neghi, Tariq Ramadan, che talvolta si lascia compiacentemente attribuire il titolo di teologo, è in realtà un ideologo del pensiero salafita dei Fratelli musulmani. Non esita a fustigare il wahabismo saudita, ma questo non fa di lui un progressista o un liberale, né un riformatore. I suoi riferimenti ideologici restano i fondatori del pensiero dei Fratelli e i teorici che lo hanno sofisticato per farne uno strumento di lotta politico-ideologica, e poi il nonno Hasan al Banna, per il quale nutre un’ammirazione senza pari, o ancora il pakistano Abu al-Ala al-Mawdoudi (1903-1979). Tariq Ramadan si è specializzato nell’utilizzo di codici di linguaggio e di scrittura occidentali per propagare il pensioero dei Fratelli, e ha saputo adattare i suoi discorsi alle opinioni pubbliche europee. Ciò che propone è una versione del salafismo solo apparentemente più «dolce».
Altri «pensatori» sauditi hanno provveduto a diffondere il salafismo in tutto il mondo. È il caso dello sceicco Ibn Baz (1909-1999), che ha sempre predicato un islam puro e duro. Il saudita Salih bin Fawzan al-Fawzan è «apprezzato» dai salafiti europei : egli raccomanda ai suoi adepti di non «assomigliare ai miscredenti in ciò che li caratterizza». È di quelli che incitano le donne a portare il velo integrale, rifiutando persino il velo classico che permette di vedere il viso delle donne. Un altro guru molto ascoltato dai salafiti è lo sceicco Mohamed ibn Saleh al-Otheimine che vieta, tra l’altro, di «fare gli auguri ai miscredenti [soprattutto ebrei e cristiani] durante le loro feste religiose». Infine lo sceicco Nacereddine al-Albani (1914-1999), un ideologo albano-siriano, ha prodotto un florilegio di fatwa (editti religiosi) assolutamente integralisti, e soprattutto ha vietato l’uso della televisione e della radio.


6. Quali sono i loro canali mediatici?

Mentre alcuni ideologi vietano la televisione, altri raccomandano che sia usata unicamente per diffondere l’islam. È il caso, per esempio, di varie catene satellitari arabe che danno molto spazio a questi salafiti che predicano «la buona parola» sia verso le società musulmane che verso l’Occidente. I predicatori si avvicendano nelle catene che, dal Qatar all’Egitto e passando per gli Emirati, fanno a gara nel giocare sulle nozioni di lecito e illecito tanto care a Youssouf al-Qaradawi. Una volta la settimana egli anima il programma Al-Sharia oua Al-Hayat » (la sharia e la vita) sulla piattaforma della catena al-Jezira, nel corso del quale tratta di tutte le questioni d’attualità, talvolta con inaudita violenza. Detto questo, internet è diventato il mezzo principale per veicolare le idee salafite, sia quelle dei Fratelli musulmani che quelle degli wahabiti e persino quelle degli jihadisti. I siti e i forum si contano a centinaia e, anche lì, vengono affrontati tutti gli argomenti. Attualmente molti salafiti tentano di mobilitarsi sulla rete contro un’eventuale legge sul velo integrale. Mobilitazione che ha il suo prolungamento sul web 2.0 e soprattutto sulle reti sociali come Facebook, che raccoglie decine di profili che rivendicano chiaramente questa ideologia. Infine, le molte librerie indicate come musulmane diffondono in realtà l’ideologia salafita. È il caso di al-Tawhid à Lyon, che diffonde la letteratura dei fratelli Ramadan e quella degli studiosi della fratellanza, o di altri negozi che propongono le opere degli ideologi sauditi.


7. Il salafismo è compatibile con la repubblica?

I salafiti sono contro la mescolanza, rifiutano le minoranze religiose e sessuali, incoraggiano il comunitarismo, non riconoscono i valori di fraternità al di fuori della umma (la nazione islamica) e rifiutano qualunque nozione di libertà che contraddica la loro visione dell’islam. I testi salafiti mostrano l’abisso che separa questa ideologia totalitaria dai principi repubblicani. Lo sceicco Otheimine, per esempio, raccomanda alle donne musulmane di non lasciare la propria casa che in caso di necessità e con «l’autorizzazione del marito o del tutore». E precisa: «La donna è libera in casa propria, si reca in tutte le stanze della casa e lavora eseguendo i compiti domestici». E «Che queste donne temano Allah e abbandonino le propagande occidentali corruttrici!» Un altro sceicco, Salih bin Fawzan al-Fawzan, sostenitore del velo integrale, ha affermato in una delle sue fatwa che «il viso della donna è uneawrah (parte da nascondere) e che è obbligatorio coprirlo». Per lui «è la parte della massima tentazione». E lo stesso accade per altri principi fondamentali che costituiscono l’identità repubblicana e laica della Francia. Il salafismo, per esempio, non accetta la libertà di coscienza. Cerca di indottrinare e convertire i non musulmani, ma rifiuta categoricamente che un musulmano possa rinnegare l’islam per un’altra religione. Il responsabile di tale apostasia deve essere, secondo loro, condannato a morte. E come la libertà di espressione e di opinione, anche la critica dei dogmi e della religione è vietata.


8. Il salafismo è violento?

Le diverse correnti salafite rappresentano differenti livelli di pericolosità. I jihadisti o i takfiri predicano la jihad e dunque le azioni terroristiche. In questi ultimi anni molti di loro sono stati arrestati e condannati per reati «di associazione per delinquere connessa a impresa terroristica». Ma sulla questione della violenza sono molto più riservati. Questi fondamentalisti missionari preferiscono di solito riaffermare la loro fede e talvolta considerano che date le divergenze esistenti fra i «teologi» a proposito della jihad, non è permesso impegnarsi su questa strada. Tuttavia rappresentano un pericolo per la convivenza, e la loro visione dell’islam è incompatibile con le regole di una società laica e democratica. In effetti tutti i salafiti, compresi quelli che affermano il contrario, rifiutano la laicità. Non ci può essere, secondo i loro ideologi, separazione fra la chiesa e lo stato, dato che per loro «l’islam è un sistema completo che deve governare tutta la vita del musulmano». Idem per la democrazia, considerata come un’eresia in quanto consacra il principio della sovranità del popolo, mentre essi ritengono che «la sovranità spetta a Dio e a Dio soltanto».
I Fratelli musulmani ufficialmente affermano di accettare questi due valori. Il cosiddetto salafismo riformista che essi incarnano partecipa, in effetti, al gioco democratico quando si tratta di elezioni. È il caso dei Fratelli musulmani egiziani o dell’Hamas palestinese. Detto questo, essi strumentalizzano la democrazia nella speranza di impadronirsi del potere, e non la considerano certo come un sistema che consacra tutte le uguaglianze e tutte le libertà.



9. Il velo è un obbligo islamico?

All’indomani della rivoluzione iraniana nel 1979, il velo è diventato, nell’immaginario collettivo, il simbolo dell’oppressione della donna e soprattutto della militanza politica. Da un punto di vista teologico, i salafiti ne fanno una vera e propria ossessione, benché esistano solo due versetti coranici che, in maniera poco esplicita, evocano il velo senza determinarne la forma esatta: «O Profeta! Di’ alle tue mogli e alle tue figlie e alle donne dei credenti di posare su di loro i loro grandi veli: così saranno riconosciute subito ed eviteranno di essere offese. Dio è Indulgente e Misericordioso.» (sura 33, versetto 59) ; e «E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi, di conservare la castità, di mostrare dei loro ornamenti solo quelli esterni e di posare un velo sui loro petti; e di mostrare i loro ornamenti solo ai loro mariti, o ai loro padri, o ai padri dei loro mariti, o ai loro figli, o ai figli dei loro mariti, o ai loro fratelli, o ai figli dei loro fratelli, o ai figli delle loro sorelle, o alle donne musulmane, o agli schiavi di loro proprietà, o ai servi maschi impotenti, o ai ragazzi impuberi che ignorano tutto delle parti nascoste delle donne. E che non battano i piedi così che si scorgano i loro ornamenti nascosti. E pentitevi davanti a Dio, o credenti, affinché possiate prosperare.» (sura 24, versetto 31)
Per i sostenitori della interpretazione letterale, questi versetti sarebbero «chiari» ed esigerebbero l’uso del velo o del niqab, ma per molti studiosi e razionalisti musulmani, l’uso del velo non è un obbligo. Gamal al-Banna, fratello del fondatore dei Fratelli musulmani, ritiene che ai nostri giorni il velo non sia più valido dato che questi versetti si rivolgevano a donne che vivevano in un tempo in cui tutte le donne, da Medina ad Atene, erano velate. D’altra parte molte musulmane, in Tunisia o in Turchia, anche ferventi praticanti, lo mettono solo durante la preghiera; altre, più anziane, lo portano per tradizione o per pudore. Recentemente lo sceicco di al-Azhar, il grande istituto di teologia del Cairo, ha dichiarato che l’uso del velo integrale dipende da «una tradizione e non dal culto». Lo sceicco Khaled Bentounès, guida spirituale del sufismo magrebino, ha affermato che «si è fatto del velo uno strumento ideologico per avere uno stereotipo di donna modello», denunciando così questa uniforme dell’ideologia salafita. In ogni caso il ritorno del velo, sotto i suoi diversi aspetti, coincide con l’avvento del salafismo contemporaneo.


10. È applicabile una legge contro il velo integrale?

La questione è attualmente in fase di dibattito. La commissione d’inchiesta parlamentare darà il suo parere nel gennaio 2010. Al momento si stanno ascoltando varie associazioni e personalità della società civile. Forse sarebbe stato meglio creare una vera commissione d’inchiesta per meglio conoscere l’ideologia salafita e il suo ancoraggio nella società francese. In caso di approvazione di una legge, da oggi al momento della Sua applicazione bisognerebbe riflettere. Ci troviamo di fronte a una situazione sensibilmente diversa da quella che aveva prevalso durante la polemica sul velo a scuola, poiché il divieto di quest’altro «simbolo» dell’islamismo fu applicato dai responsabili degli istituti scolastici. Il rispetto di una misura volta a vietare il velo integrale dovrà questa volta essere assicurato dalla forza pubblica, che dovrà multare o arrestare le eventuali recalcitranti. E ce ne saranno! E bisognerebbe inoltre avere la certezza che questa legge, una volta promulgata, verrà applicata anche durante l’estate, quando le mogli e le figlie e le domestiche dei ricchi principi sauditi o del Qatar passeggeranno sugli Champs-Elysées. (Traduzione mia)

A questo testo, chiaro quanto basta da non avere bisogno di commenti, voglio aggiungere solo un’annotazione relativa a uno dei versetti sull’uso del velo: notate che fra coloro di fronte ai quali la donna può liberamente mostrare i suoi “ornamenti” – e ognuno intenda il termine come crede – oltre ai parenti stretti, alle donne musulmane e ai servitori impotenti, sono indicati anche gli schiavi: così come neppure la più pudica di noi avrebbe problemi ad esporre i propri “ornamenti” in presenza del criceto o del canarino, così sarebbe semplicemente assurdo provare sentimenti di pudore in presenza di uno schiavo, come se questo fosse un essere umano.


barbara


26 febbraio 2011

E ANCHE LEI






barbara


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25 febbraio 2011

MA NONOSTANTE TUTTO

... ce la caveremo.

  clic

barbara


24 febbraio 2011

I HAVE A DREAM

Gheddafi (momentaneamente) vivo in mano alla folla degli insorti.



barbara


23 febbraio 2011

PER TIRARE UN PO' IL FIATO

E perché è bellissima.

barbara


22 febbraio 2011

LA RIVOLUZIONE NON È UN PRANZO DI GALA

Dunque, ricapitoliamo le glorie della rivoluzione araba del 2011. In meno di un mese ci sono stati circa 500 morti, come quelli che si lamentano in tre o quattro anni medi nel conflitto fra Israele e palestinesi – ottima dimostrazione del fatto che questo conflitto è centrale e il progetto israeliano è il genocidio degli arabi. Con la complicità attiva dell'America di Obama che ha imposto loro di non difendersi, sono stati eliminati due regimi filo-occidentali (Tunisia, Egitto), un terzo è in forte pericolo (Bahrein), le dittature più ambigue (Algeria, Libia) si stanno difendendo a colpi di stragi, quelle nemiche dell'occidente come la Siria e l'Iran hanno preventivamente inasprito la repressione abbastanza per isolare i sovversivi. Negli stati dove sono stati abbattuti i dittatori filo-occidentali, regna un caos abbastanza bene organizzato: sono rientrati i predicatori islamisti che hanno immediatamente cominciato a istigare contro ebrei e cristiani e con ottimo successo: in Tunisia è stato sgozzato un prete cattolico, Don Marek Rybinski; è stata bruciata la sinagoga di una città del sud, vi sono state minacciose manifestazioni davanti alla sinagoga centrale di Tunisi, gli ebrei di Djerba sono stati minacciati e danneggiati. In Egitto hanno fatto saltare il gasdotto verso Israele e la Giordania, hanno liberato i dirigenti di Hamas imprigionati, hanno violentato in piazza una giornalista americana al grido "ebrea!", hanno nominato capo della commissione per la riforma costituzionale un amico della Fratellanza, stanno facendo passare per la prima volta due navi da guerra iraniane nel Mediterraneo. Ah, di democrazia, nel senso di elezioni, parlamenti, partiti organizzati, stampa libera ecc., finora non si è visto granché, solo promesse e manifestazioni più o meno violente.
Aggiungeteci che per evitare il contagio il tasso di demagogia dell'Autorità Palestinese è ulteriormente aumentato, hanno preteso contro l'America che l'Onu condannasse Israele per le costruzioni nelle "colonie", inclusa Gerusalemme, rifiutando la mediazione del Brasile oltre che quella degli Usa. Sconfitti, hanno deciso per rappresaglia di "riconsiderare" il negoziato con Israele, che peraltro hanno disertato da due anni e mezzo.
Che bella situazione, eh? Ma la stampa occidentale si rallegra tutta: è l'alba di un mondo nuovo, la democrazia prevale dappertutto, che stupida Israele a non fidarsi, aprirsi, unirsi ai ribelli... Come diceva Mao a giustificare i milioni di morti di cui si rese responsabile, "la rivoluzione non è un pranzo di gala". Eh già; ma anche se fosse un pic-nic, o il maschio consumo di un rancio di guerra, il problema sta tutto, come diceva Amleto, in questo punto: se vi si partecipa fra coloro che mangiano o come ciò che è mangiato.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Perché è bene che qualcuno finalmente le dica, le cose, e non sono in molti ad avere il coraggio di farlo. Poi, per completezza di informazione, chi mastica un po’ di inglese si vada a leggere questo articolo e a rileggere questo e questo.



barbara


21 febbraio 2011

GRANDI RISPOSTE PER GRANDI DOMANDE

Domanda
Perché l’Unione Europea ha sentito il bisogno di dotarsi di un Alto [e presumibilmente costoso, ndb] rappresentante per gli Affari esteri?

Risposta
Per poter tramandare alla storia memorabili sentenze quali: “Sono molto preoccupata, esortiamo a mettere fine subito alle violenze e a dialogare”.

 (Reuters)

barbara


20 febbraio 2011

LA MIGLIORE DELLA SETTIMANA (2)

Farian Sabahi, giornalista iraniana del Sole 24 ore, esperta di Medio Oriente, il 13 febbraio 2011: “Se El Baradei succedesse a Mubarak sarebbe una vittoria della società civile sui militari. E non dovrebbe dispiacere a Israele, che in Egitto teme una deriva islamista. In ogni caso il nuovo governo egiziano non avrà né il tempo né l’energia per minacciare lo stato ebraico”.


F. Sabahi con Nasrallah e Antonio Ferrari

Sceicco Yusuf Qaradawi, appena rientrato in Egitto dall’esilio, il 18 febbraio 2011, di fronte a due milioni di persone: “Ho un sogno: predicare nella moschea di Al Aqsa, preghiamo che tutti si possa andare a Gerusalemme e liberare la Palestina”. “...oh Allah, prendi questa banda di oppressori tiranni, prendi questa banda di oppressori ebrei sionisti ... non risparmiarne uno. Oh Allah, contali e uccidili dal primo all’ultimo”.



barbara


19 febbraio 2011

E QUATTRO (20)

Ritagli rimasugli frattaglie 3

E poi abbiamo visto il museo d’Israele da poco riaperto, col miracolo dei rotoli del mar Morto miracolosamente riemersi grazie a una capra beduina che si era data alla fuga e al pastore intenzionato a recuperarla a qualunque costo, e le sinagoghe di varie comunità della diaspora ricostruite nello stile originario e arredate con gli arredi originali donati dalle comunità stesse (assolutamente strepitosa quella dei Caraibi, tutta di un bianco abbagliante e col pavimento ricoperto di sabbia candida e sottile come farina per purificarsi quando si entrava).
E la vecchia stazione di Tel Aviv ricostruita come luogo di intrattenimento, con locali e negozi e alberi giganteschi e i capannoni in cui avevano alloggiato gli inglesi al tempo del mandato britannico.
E la danza improvvisata in Ben Yehuda a Gerusalemme da un gruppo di ragazzi fra cui una deliziosa soldatina dal viso pieno di lentiggini.
E il locale di Max Brenner, da cui si esce letteralmente strafatti di cioccolata – e magari, approfittando di quella magica invenzione che è la carta di credito, con una borsa stracolma di dolci e cosmetici al cioccolato, oltre che delle più strepitose scatole mai viste da occhio umano.
E gli stambecchi dell’oasi naturale di Ein Gedi, vicino al mar Morto.



E le alture del Golan, da cui i cecchini siriani facevano il tiro al piccione sui contadini e sugli abitanti dei villaggi sottostanti









e di cui le anime belle, incuranti di questi precedenti, incuranti del fatto che dalla Siria continuino ad arrivare segnali non solo tutt’altro che rassicuranti, ma anche sempre più minacciosi su ciò che accadrebbe se riavessero in mano quelle alture, e incuranti dell’infinità di reperti archeologici di insediamenti ebraici antichissimi – ossia risalenti a molto prima dell’invasione araba, con relativa pulizia etnica delle popolazioni autoctone - trovati in tutta l’area, continuano a chiedere a gran voce la restituzione – guardandosi bene, naturalmente, dal chiedere alcunché alla controparte.
E poi l’incanto del golfo di Haifa – sì, lo so, ve l’ho già mostrato, ma non così – immerso nelle brume del crepuscolo.



E poi Giaffa e le sue case antiche e i suoi vicoli lastricati e le sue scale e le sue piazzette e le sue palme e il Mediterraneo verso Tel Aviv









e infine lui



che non si sa se stia arrivando o partendo o passando, a me comunque è piaciuto e l’ho fotografato e adesso lo regalo anche a voi. E arrivederci al prossimo viaggio.

barbara


18 febbraio 2011

LO SCHIAVISMO ISLAMICO

La schiavitù: aspetti demografici, religiosi e culturali

Del fenomeno dello schiavismo islamico esaminiamo qui solo l'aspetto delle vittime del jihad, e non quello del commercio degli schiavi.
Il processo schiavistico legato al jihad riguarda i contingenti di ambo i sessi inviati ogni anno dai sovrani tributari al califfo inconformità ai trattati di sottomissione. Quando, nel 643, 'Amr conquistò Tripoli (Libia), egli costrinse i berberi ebrei e cristiani a cedere come schiavi all'esercito arabo le loro mogli e i loro figli, detraendoli dalla jizya. Dal 652 fino alla sua conquista, ossia al 1276, la Nubia fu costretta a inviare annualmente a Il Cairo un contingente di schiavi. I trattati conclusi dai califfi omayyadi e abbasidi con alcune città della Transoxiana, del Sistan, dell'Armenia e del Fezzan (Maghreb) prevedevano l'invio annuale di schiavi di entrambi i sessi.
Tuttavia, le principali fonti della riserva di schiavi restavano i raid sistematici contro i villaggi del dar al-harb e le spedizioni mi­litari che rastrellavano più in profondità i paesi degli infedeli, svuotando le città e le province dei loro abitanti. Questa strategia, applicata fin dall'inizio dell'espansione arabo-islamica dai primi quattro califfi, e in seguito dagli omayyadi e dai loro successori, rimase invariata in tutti i territori interessati dal jihad. Lo spopo­lamento e la desertificazione di regioni un tempo fiorenti e den­samente popolate, fenomeni ampiamente descritti dai cronisti musulmani e cristiani, sono il risultato delle massicce deporta­zioni di prigionieri. Musa ibn Nusayr deportò 30.000 schiavi frut­to delle sue incursioni in Spagna (714). Nel 740 il governatore della provincia di Tangeri provocò la rivolta dei berberi musul­mani della setta kharijita perché voleva «prelevare il quinto dai berberi con la scusa che questo popolo era da considerarsi un bot­tino acquisito dall'islam». Il cronista osserva che fino ad allora nessun emiro aveva osato esigere dai vinti islamizzati un tributo in schiavi come «porzione del quinto», e conclude: «Soltanto ai popoli che si rifiutarono di abbracciare l'islamismo i governatori imposero tale tributo». In Andalusia, 'Abd al-Rahman I (756-788) annoverava tra le sue truppe più di 40.000 schiavi non mu­sulmani. Il suo successore Hisham ne avrebbe posseduti 45.000. Le continue campagne militari in Spagna, unite alle razzie, frut­tavano infatti un enorme numero di prigionieri, che venivano poi ridotti in schiavitù.
Spostandoci all'altra estremità del dar al-islam, segnaliamo che, in occasione del sacco di Efeso (781), furono catturati e deportati 7000 greci. Durante la presa di Amorium (838), al-Mu'tasim «or­dinò che i prigionieri fossero messi all'asta solo tre volte» per af­frettarne la vendita. Essi erano talmente numerosi che venivano venduti a gruppi di cinque o di dieci». Dopo il sacco di Tessalonica (903), 22.000 cristiani furono spartiti tra i capi arabi o vendu­ti come schiavi. Nel 924 una spedizione marittima «fruttò 1000 prigionieri, 8000 capi di bestiame di grosso taglio, 20.000 di be­stiame minuto e una grande quantità d'oro e d'argento».
(Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 146-148)

Dice, e sai che novità, a quel tempo tutti avevano schiavi e tutti facevano razzie e tutti riducevano in schiavitù i prigionieri di guerra. Esatto: a quel tempo. Dice no, ma negli Stati Uniti hanno avuto la schiavitù istituzionalizzata fino al XIX secolo avanzato. Esatto: XIX secolo. Loro, gli arabi musulmani, la schiavitù la praticano OGGI, XXI secolo iniziato già da un po’. E non sto parlando della schiavitù di fatto praticata in Arabia Saudita dove i padroni esercitano letteralmente il diritto di vita e di morte sui lavoratori stranieri, e nessuno ha mai pagato, non dico con la galera, ma anche solo con una multa o con un risarcimento, per le serve dodicenni assassinate per avere tentato di sottrarsi all’ennesimo stupro, per le donne tornate in patria con le mani e i piedi, come rivelano le radiografie, piene di aghi e chiodi annidati tra le ossa, per gli operai scomparsi nel nulla. Non solo di questo, per lo meno. Sto parlando della schiavitù istituzionalizzata praticata in Africa dagli arabi musulmani, sto parlando delle razzie, sto parlando degli schiavi negri venduti al mercato degli schiavi, nelle piazze dei villaggi. Quindi, per favore, nessuno se ne esca a dire che una volta lo facevamo anche noi, perché noi lo facevamo, per l’appunto, una volta. Esattamente come una volta – mezzo millennio fa – anche i cristiani facevano guerre di religione che consideravano legittime e giuste guerre sante. Esattamente come una volta – due millenni fa – anche gli ebrei lapidavano le adultere. Mezzo millennio fa, due millenni fa, noi. Oggi, loro. La differenza è tutta qui.


barbara


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17 febbraio 2011

E QUATTRO (19)

Ritagli rimasugli frattaglie 2

Vi ho già detto che siamo stati dai circassi, ma non vi ho raccontato come ci siamo arrivati. E dunque arriviamo nel loro villaggio, scendiamo dall’autobus, percorriamo le poche stradine per arrivare al loro museo e... il museo non c’è. Non c’è proprio niente di niente. Angela dice eppure mi pare proprio che dovrebbe essere qui, io dico sì, anche a me pare che fosse qui, da quella terrazza là ho fatto le foto quando siamo usciti, l’altra volta... Però il museo non c’è, e questo è un fatto. Prende il cellulare, chiama, e le dicono ah sì, ci siamo trasferiti, prendete quella strada così e così che adesso veniamo a prendervi. E difatti di lì a un po’ che però era un po’ abbastanza tanto arriva una signora in macchina che ci dice di riprendere l’autobus e poi lei si mette davanti all’autobus e insomma abbiamo girato per strade e stradine a non finire per raggiungere la nuova sede del museo, della quale, al momento della prenotazione della visita, non era stato fatto il minimo cenno. E poi mi ero dimenticata anche di raccontarvi della lingua ma niente paura, tra le frattaglie adesso raccattiamo su anche quella. E dovete dunque sapere che l’alfabeto circasso originariamente aveva un numero di lettere che adesso non mi ricordo di preciso ma più o meno doveva essere sulle centocinquanta o giù di lì. Poi un bel giorno hanno detto basta con sto macello, semplifichiamo! E così adesso sono solo poco più di una sessantina. Altra caratteristica della lingua circassa è che non gli è mai venuta l’idea di attaccare le sillabe tra di loro, e quindi tutte le parole circasse sono monosillabiche. Va da sé che le sillabe possibili, anche con tutte quelle lettere, non sono illimitate, per cui le sillabe hanno più di un significato. Mooolto più di uno, e per dimostrarlo ci ha fatto l’esempio di una bella frase lunga, completa, con soggetto e verbo e un po’ di complementi col loro accompagnamento di aggettivi, tutti consistenti in un’unica sillaba ripetuta tipo scioglilingua. Forse sarà per quello che uomini e donne, per scegliersi, usano la danza con tutti i vari movimenti del corpo e delle braccia e delle mani: evidentemente così sono più sicuri di capirsi.

E l’orgia di colori delle meravigliose opere di artigianato sulle bancarelle di Nahalat Benjamin, di cui nel 1910 si sono cominciate a scavare le fondamenta



e nel 1914 era così



e oggi è così.



E l’altra orgia di colori, profumati questa volta, di Mahane Yehuda, il grande mercato di Gerusalemme – e Paolo il Grande che non è stato neanche un po’ contento e anzi ha anche fatto una faccia strana quando gli ho detto ma lo sai che qua ci sono stati un sacco di attentati terroristici, perché insomma, a me sembra che a uno dovrebbe interessare di conoscere la storia dei posti che sta vedendo, no? E lui ha detto che sì, però magari era meglio se glielo dicevo dopo. Io comunque mi sono rimpinzata di fragole fresche profumatissime e di dolcissimi datteri e un sacco di altre cose che non mi ricordo più. C’erano anche le uova col guscio bianco, che da noi non si vedono praticamente più. Cinzia, che lavora nel ramo, ha spiegato che il guscio, siccome è poroso, trattiene la polvere che vi si posa; siccome sul bianco la polvere è chiaramente visibile, un occhio esperto è in grado di calcolare, dalla quantità di polvere trattenuta, quanto è vecchio l’uovo, e per questo sono state selezionate quelle uova dal guscio circa ocra, in cui tutto questo non si vede.
E poi quell’altra orgia di colori ancora delle vetrate di Chagall nella sinagoga dell’ospedale Hadassah, dedicate ai dodici discendenti di Giacobbe che hanno dato origine alle dodici tribù di Israele,



una delle quali colpita dai giordani durante la guerra dei Sei giorni, e per questo ora protette e non più visibili dall’esterno. Ed è per questo motivo che quando mi ci ha portata il tassista di Fiamma Nirenstein la volta che ho girato mezzo Israele con tutte e due le zampe rotte, non le ho potute vedere, ma adesso per fortuna ho finalmente potuto riempire anche quella lacuna.

barbara


17 febbraio 2011

OASI - PER UN MOMENTO DI RELAX



barbara


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16 febbraio 2011

UNA DOMANDINA PICCOLA PICCOLA

Al signor Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Hussein Obama 

Egregio signor Presidente,
un po’ meno di due anni fa molti iraniani, soprattutto giovani, sono scesi nelle strade per protestare contro gli spudorati brogli elettorali messi in atto da Ahmadinejad, e per chiedere libertà, per chiedere democrazia, per chiedere la fine del regime islamico, ossia di uno dei regimi più oppressivi e più criminali della storia recente. Da lei, signor Presidente, non una sola parola è giunta a sostegno di quei giovani. E quando il regime ha messo in atto la sua spietata e sanguinosa repressione, molto blande sono state, signor Presidente, le sue critiche ad Ahmadinejad, a cui non ha fatto comunque mancare il suo sostegno e la sua solidarietà. Il perseguire la democrazia, evidentemente, non occupava il primo posto nella sua agenda, in quel momento. Né quella politica, né quella morale.
Qualche settimana fa, signor Presidente, molte persone, soprattutto giovani, sono scese nelle strade in Egitto e in Tunisia. Quell’Egitto in cui,
secondo un sondaggio Pew del giugno 2010, fatto quando la situazione era ancora tranquilla, il 59% degli Egiziani appoggia i fondamentalisti islamici e solo il 27% appoggia i modernizzatori. Il 50% appoggia Hamas. Il 30% appoggia Hizbollah. Il 20% appoggia Al Qaida. Oltre il 95% vorrebbe vedere aumentata l'influenza islamica nella vita politica fino a farla divenire predominante. L'82% degli Egiziani è in favore dell'esecuzione per lapidazione delle adultere, il 77% è favorevole alle fustigazioni di piazza e al taglio di mani e piedi per i ladri. L'84% è favorevole all'esecuzione della condanna a morte per chi abbandoni l'Islam. Appena iniziata la rivolta, signor Presidente, in Egitto sono apparse immagini come queste, vi è stato un assalto all’ambasciata israeliana al Cairo (notizia che tutti i nostri mass media hanno preferito tacere, forse per non rischiare di turbare i nostri sonni) mentre in Tunisia gli insorti hanno pensato bene di attaccare la sinagoga. E lei, signor Presidente, in quel preciso momento si è accorto che quello di Mubarak, fino al giorno prima fedele e solido alleato, era un regime illiberale e autoritario, e si è immediatamente, esplicitamente, ufficialmente schierato al fianco degli insorti, scaricando il suddetto fedele e solido alleato.
Ora, signor Presidente, sembra che anche i giovani iraniani stiano nuovamente cominciando a scendere per le strade e protestare. Lei, a quanto mi risulta, non si è ancora pronunciato in merito, ed è a questo punto che, considerati anche i suoi noti precedenti, vorrei rivolgerle la mia domandina piccola piccola, e che dovrebbe anche essere facile facile, dal momento che le è già stata rivolta: lei, signor Presidente, da che parte sta?

barbara


15 febbraio 2011

LA MIGLIORE DELLA SETTIMANA

Mahmoud al-Zahar, capo di Hamas nella striscia di Gaza, ha criticato gli Stati Uniti per la loro “ingiustizia” nei confronti delle minoranze dicendo: “Chiedete ai cristiani in Egitto e ai cristiani a Gaza come si sta sotto la legge islamica, che è l’unica legge che protegge le minoranze, siano esse ebraiche o cristiane”. (pubblicato in Arutz Sheva)



(Poi, volendo, e senza allontanarci troppo dal tema, potremmo anche chiedere alle donne come si sta sotto la legge islamica, come racconta questa signora qui)

barbara


15 febbraio 2011

LETTERA APERTA A UN INTELLETTUALE EGIZIANO

Di Yair Lapid

Ho cercato il tuo viso fra le masse, in tv, per più di due settimane. Per un attimo mi è sembrato di vederti in piazza al-Tahrir, circondato da estranei, mentre fotografavi i soldati con il tuo cellulare, ma forse è stata solo la mia immaginazione.
Come molti israeliani, la vostra rivoluzione mi riempie sia di speranza che di preoccupazione. Spero che funzioni, perché ve la meritate, esattamente come ogni persona al mondo si merita di vivere da libero cittadino, in un regime democratico, con la possibilità di determinare il proprio destino. Tuttavia sono anche preoccupato, e lo sono proprio a causa tua e dei tuoi colleghi, gli intellettuali egiziani, che per anni sono stati alla testa delle campagne di odio e di paura contro Israele. E non posso fare a meno di domandarmi: è in questa direzione che intendete portare il vostro nuovo Egitto?
Annullerete il nostro trattato di pace? Intendete continuare a dare agli israeliani la colpa di tutti gli insuccessi del vostro paese? Andrete a unire le vostre forze a quelle dei Fratelli Musulmani per dare vita a un altro bellicoso stato mediorientale, fondato sull’odio contro le donne, contro la democrazia, contro gli ebrei? O forse dovrei innanzitutto farti un’altra domanda: qual è la tua definizione di intellettuale?
Non mi aspetto neanche per un momento che tu condivida la nostra politica verso i palestinesi. Spesso non la condivido neppure io. Ma gli intellettuali sono persone che dovrebbero essere in grado di rispondere alla domanda “chi sono io?” non soltanto rispondendo alla domanda “contro chi sono io?”. Gli intellettuali dovrebbero saper rispondere alla domanda “in che Dio credo?” non solo dicendo “quale Dio detesto”. Gli intellettuali dovrebbero poter rispondere alla domanda “quale bandiera impugno?” senza dover dire “quale bandiera do alle fiamme”.
L’Egitto esiste da più di cinquemila anni, avete inventato la geometria, l’astronomia e la carta; siete un popolo antico e fiero, responsabile del proprio destino. Nessuno, tranne voi stessi, è responsabile di ciò che vi è accaduto. Nessuno, tranne voi stessi, è responsabile per ciò che deve ancora avvenire.
Leggo pubblicazioni cariche di odio sui vostri giornali, appelli al boicottaggio, proclami apertamente antisemiti, e invece di arrabbiarmi mi domando: come può essere che la pretesa di dare agli israeliani la colpa di tutti i vostri guai non risulti insultante innanzitutto a te stesso? Sei una persona istruita, amico mio, hai letto tutte le grandi opere dal “Contratto sociale” di Rousseau alla “Trilogia del Cairo” di Naguib Mahfouz, e sai bene quanto me – forse anche più di me – che l’odio è la consolazione patetica e pericolosa di coloro che non stimano se stessi. Guardati dentro per un momento, dai un lungo sguardo in profondità e dimmi: è davvero Israele la causa di tutti le pene dell’Egitto? Non hai consapevolezza, in fondo al cuore, che si tratta di una pretesa ridicola? È forse Israele che impedisce ai giovani egiziani di trovare un onesto lavoro che dia loro uno stipendio decoroso? Siamo forse noi israeliani che spingiamo i vostri funzionari pubblici a saccheggiare le casse dello stato? Siamo forse noi che abbiamo contraffatto i risultati delle vostre elezioni? Siamo stati forse noi ad impedirvi di realizzare un sistema sanitario pubblico? E che dire di un sistema educativo? Di una agricoltura moderna? Di un’industria sviluppata? E se anche avessimo voluto fare tutto questo, pensi davvero che ne avremmo avuto modo? Credimi, amico mio, non siamo poi così capaci. Anche noi abbiamo i nostri problemi, i nostri poveri, e persino le pallottole che uccidono leader che hanno osato inseguire un sogno.
Voi oggi avete l’opportunità di ricostruire il vostro paese. Ma volete fondarlo sulla verità, o su una menzogna perversa e patetica che vi condannerebbe ad altri cento anni di inutile rabbia? Il nostro comune antenato Abramo disse: “Non ci sia discordia tra me e te, né tra i miei pastori e i tuoi pastori, perché siamo fratelli”. Non c’è nessun conflitto fra noi, amico mio. E non abbiamo alcuna pretesa di decidere al vostro posto come debba essere il vostro paese, o chi debba governarlo. Vi offriamo la nostra amicizia, la continuazione della pace fra eguali che predomina fra noi, e il nostro riconoscimento del fatto che nessuno, tranne voi, può gestire la vostra vita da uomini liberi.
La risposta che ci offrirete sarà decisiva per molto più che non semplicemente le future relazioni con un piccolo stato separato da voi da un deserto; giacché, dopo che avrete completato la vostra battaglia contro il regime, avrà inizio una battaglia molto più grande: in che genere di paese tipo volete vivere? Su quali principi sarà fondato? Quale sarà il suo carattere? Sceglierete la facile soluzione di addossare ad altri tutta la colpa dei vostri problemi? O sceglierete la soluzione difficile e coraggiosa di guardare in faccia la vostra gente e dire: dipende soltanto da noi.

(Da: YnetNews, 12.2.11, qui)

La speranza, si sa, è l’ultima a morire. Speriamo solo che alla fine non debba morire anche lei.

barbara


14 febbraio 2011

CHE COS’È LA LIBERTÀ

Nathan Sharansky, 25 anni di libertà

Anatoly Natan Sharansky. Lei è in arresto. Da domani non sarà più un uomo libero. Per i prossimi 13 anni la sua dimora fissa sarà una cella buia di un gulag sovietico. Non le è permesso tenere nessun oggetto privato. Nemmeno la mia raccolta di poesie popolari ebraiche? Soprattutto quella è vietata.
Privo della libertà di camminare, di pensare e di lottare, Natan Sharansky a una cosa non vuole rinunciare. Alla libertà di pregare. Quel piccolo libro di Tehilim, di Salmi, fatti pervenire per vie traverse dalla moglie Avital, sono la luce quotidiana in una cella priva di finestre. Quei caratteri microscopici quasi impossibili da leggere per un uomo tenuto al buio giorno e notte, sono identità, legame col passato, ossigeno per il presente. E unica speranza di avere un futuro.
Perché tutte la forza per combattere per la libertà deriva dalla mia identità ebraica, pensa dentro di sé Natan quando domanda per tre anni, senza sosta, che gli venga restituito il suo libro. Anche se camminerò nella valle dell’ombra della morte, non temerò il male perché sei con me D-o. Sei nelle frasi, nelle lettere, nelle parole. Mi leghi a mia madre che piange in Russia, a mio padre che non ha avuto un kaddish dopo morto, a mia moglie che lotta disperata per la mia liberazione.
La libertà arriva nove anni dopo. Venticinque anni fa, l’11 febbraio. Anatoly Nathan Sharansky è un uomo libero. Di essere ebreo. Di aprire un libro di preghiera, un Tehillim, e di pregare. Non rischia più 100 giorni di cella di isolamento per lo sciopero della fame indetto per poter rientrare in possesso del suo libro.
Quando ti privano di tutto lotti per ciò che davvero vale. Quando hai tutto talvolta dimentichi per cosa vale la pena lottare.

Gheula Canarutto Nemni

E noi che siamo liberi grazie a uomini e donne coraggiosi che hanno combattuto e hanno pagato anche con la vita in nome della libertà, noi che siamo liberi di professare la nostra religione o di non professarne alcuna, noi che siamo liberi di esprimere le nostre opinioni e di compiere le nostre scelte di vita, cerchiamo di difendere questa nostra libertà, cerchiamo di conservarla, cerchiamo di non svenderla, in nome di un buonismo e di un terzomondismo d’accatto, a chi ci vuole imporre un’ideologia di morte.


barbara


13 febbraio 2011

GLI ULTIMI 56

DALL’ISOLA MAURITIUS PER COMBATTERE I NAZI

L’odissea degli ultimi 56 soldati della Brigata Ebraica

Di Primo Fornaciari


Molte storie di combattenti ebrei contro il nazismo sono rimaste nascoste, a volte non raccontate perché ritenute marginali e, a torto, poco importanti. Quella che sto per raccontare è soprattutto la storia di un viaggio. Viaggio prima della disperazione e poi della vittoria. Comincia in Austria, passa per la Palestina britannica, si sposta nell’Oceano Indiano, torna indietro fino in Egitto, e da qui in Europa, precisamente in Belgio. Per farmi raccontare bene questa odissea ebraica degli anni Quaranta, ho contattato un reduce della Brigata Ebraica. Il suo nome è Henry (Heinrich) Wellisch, ha settantotto anni, e vive a Toronto, dove ha diretto la Società Genealogica ebraica del Canada. “Nel marzo del 1938 i Tedeschi occuparono l’Austria” – racconta Wellisch, che all’epoca aveva sedici anni – “e la vita normale di 180 mila ebrei viennesi fu stravolta”. Dopo aver fatto diversi piani di fuga, senza riuscire a raggiungere i parenti in Canada, la famiglia di Henry viene a conoscenza che organizzazioni sioniste stanno organizzando viaggi “illegali” verso la Palestina. Il tutto sotto il vigile occhio del regime nazista, che a quel tempo lasciava ancora partire gli ebrei. Sbrigate le pratiche necessarie, e pagate le somme dovute, la famiglia Wellisch raggiunge Pressburg (Bratislava), prima tappa dell’itinerario. Il programma prevedeva la discesa del Danubio fino alla Romania, e da lì l’imbarco verso la Palestina. Ma l’inverno tra il 1939 e il 1940 fece un freddo glaciale.

“Il Danubio gelò – ricorda Wellisch – e così restammo bloccati nei campi profughi, da dove riuscimmo a partire solo nel settembre del 1940”. Nel frattempo il lavoro delle organizzazioni ebraiche andò avanti, e in totale si riunirono 3500 ebrei dall’Europa centrale, pronti ad imbarcarsi su quattro battelli. Ci volle una settimana per arrivare alla foce del Danubio dove ad

attendere i viaggiatori c’erano tre navi greche: l’Atlantic, il Pacific e il Milos. “Trovammo posto sull’Atlantic, una vecchia carretta da 1400 tonnellate, che caricò 1800 persone. Le condizioni a bordo erano terribili, il sovraccarico era tale da farla spesso sbandare sui fianchi in modo pauroso. Poco cibo e condizioni igieniche pietose, fecero sì che in molti si ammalarono e ci furono anche dei decessi. I morti furono sepolti in mare aperto. Salpammo il 7 ottobre da Tulcea e il giorno dopo arrivammo a Istanbul, dove ci fu distribuito pane e acqua. Spesso si fecero di questi scali di rifornimento, passati i Dardanelli, nelle isole greche. Poi il 16 ottobre, giunti ad Heraklion nell’isola di Creta, esaurito il carbone fummo costretti a fermarci. Con la dichiarazione di guerra dell’Italia alla Grecia, del 28 ottobre del ’40, ci furono allarmi quotidiani di incursioni aeree, ma per fortuna nessun attacco. Solo l’8 novembre, grazie all’aiuto delle

comunità ebraiche greche, riuscimmo ad ottenere il carbone per poter riprendere il viaggio”.

In vista di Cipro però la nave dei profughi fu abbordata da un rimorchiatore della Marina britannica, che la obbligò a fare scalo a Limassol.

“La polizia inglese salì a bordo. Furono molto efficienti: ci rifornirono di carbone, di un nuovo capitano (quello greco aveva già tentato prima di abbandonare il comando e restare sulle coste greche), di nuovo equipaggio e scorta militare. Così attrezzati ripartimmo alla volta della “terra promessa”. Noi sognavamo: il mattino dopo, al levar del sole, avremmo visto il Monte Carmelo, cantato l’Hatikvà, e soprattutto quel viaggio terribile sarebbe finito”.

E invece era solo l’inizio…

“Proprio così. Arrivati al porto di Haifa le autorità di polizia inglesi ci dissero che, per motivi di sovraffollamento dei campi profughi, saremmo stati momentaneamente alloggiati a bordo di una grande nave di linea francese, il
Patria. I passeggeri del Pacific e del Milos, arrivati prima di noi, erano già a bordo. Erano da poco iniziate anche per noi le operazioni di imbarco quando

una esplosione terribile rovesciò la nave in mare. Annegarono oltre 250 persone. Come abbiamo saputo in seguito, le autorità britanniche avevano progettato di deportarci tutti, e la resistenza armata ebraica aveva cercato di impedire ciò, con risultati però disastrosi. Dopo questi eventi fummo trasferiti al campo di Alit, vicino ad Haifa, ma i britannici non avevano rinunciato al progetto di spedirci lontano dalla Palestina, l’avevano solo momentaneamente

rinviato”.

Eravate ormai a casa, stavate calpestando la terra di Israele. Deve essere stato molto frustrante.

“Lo fu eccome. Solo quelli che furono soccorsi e si salvarono dall’affondamento del
Patria riuscirono a restare. Tutti noi del campo di Alit, invece, eravamo destinati all’isola Mauritius”.

Attuaste forme di resistenza?

“Certo. Ci opponemmo in modo passivo. Tutti ci rifiutammo di fare i bagagli e lasciare le baracche. Restammo distesi, nudi, nelle nostre brande. Gli inglesi radunarono un gran numero di poliziotti e militari, e riuscirono a far sloggiare la gente dal campo con la forza. Ci caricarono su dei camion e ci rispedirono al porto di Haifa”.

Quegli stessi camion che tu di lì a qualche anno avresti guidato indossando una

divisa inglese… Ma torniamo al porto di Haifa.
“C’erano due navi olandesi ad aspettarci. Eravamo stanchi, delusi, e molto abbattuti. Dopo tutto quello che ci era già capitato, ora anche la deportazione in un’isola remota. Furono momenti molto tristi. Il viaggio per fortuna fu tranquillo. A Port Louis nell’isola Mauritius ci attendeva una vecchia prigione coloniale trasformata in campo maschile. Il campo femminile invece era fatto di baracche di lamiera ondulata. Appena arrivati scoppiò un’epidemia di febbre

tifoide, che in un mese si portò via circa 50 persone. Mia madre, molto provata, contrasse sia la febbre tifoide che la malaria, e in poco tempo morì.

Quale fu il trattamento nel campo?

Le condizioni furono dure, ma mai brutali. Non possiamo fare assolutamente un paragone con quello che stava capitando ai nostri connazionali in Europa. Eravamo in tutto 1600, la metà originari di Vienna, gli altri della Cecoslovacchia e di Danzica. La vita nel campo entrò presto in una sua routine. Ogni uomo aveva la sua cella, in uno dei due blocchi della prigione, ma le porte delle celle non erano chiuse a chiave. Dopo circa sei mesi alle donne sposate fu permesso di visitare il campo durante le ore diurne. Al pomeriggio tutti i detenuti potevano darsi convegno in un’area aperta vicino al campo. Un problema, certo, era il cibo insufficiente, ma soprattutto ci pesava la condizione psicologica di esser così lontani da tutto e l’insistenza, da parte delle autorità britanniche, nel ripetere che mai avremmo potuto mettere piede in Palestina. Comunque si formò una comunità piuttosto coesa. C’erano due sinagoghe, una scuola, un gruppo teatrale, una biblioteca, squadre di calcio e di pallavolo, e diversi laboratori artigianali. Si organizzavano letture, concerti, e spettacoli teatrali. Si potevano anche seguire corsi di lingua inglese e di lingua e storia ebraica.

E arriviamo così alla chiamata alle armi…
“Sì, durante tutti i quattro anni della nostra detenzione circa duecento uomini si arruolarono nelle varie armate alleate. Io mi unii alla Brigata Ebraica, e lasciai Mauritius all’inizio del 1945.


Mombasa, Kenia. I volontari da Mauritius in viaggio verso l’Egitto

Ma in quel periodo i battaglioni ebraici erano già in Italia…

“Non solo. Quando con i miei 55 compagni arrivai al centro di addestramento in Egitto, era già aprile, e la guerra stava finendo. Raggiungemmo la Brigata in Belgio, quando ormai si trovava alla fine del suo percorso attraverso l’Europa.


Camion della Brigata Ebraica ad Antwerp (Belgio)


Fui assegnato a una compagnia di trasporti, ed ebbi modo di collaborare al trasporto illegale dei profughi verso il sud del continente, agli imbarchi per la Palestina. A volte dei sopravvissuti all’Olocausto transitarono anche dal nostro

comando: fornivamo loro falsi documenti e, facendoli passare per soldati della Brigata in licenza, li mandavamo in Palestina.

Il cerchio si chiuse: da profugo ad aiuto per i profughi. Però, se da combattenti in Europa non riusciste a sparare neanche un colpo, di lì a poco, tornati in patria…

“Sì, nel 1947 la situazione in Israele precipitò. Fummo chiamati a difendere subito la giovane patria. Fui assegnato a un reparto del Genio addetto allo sminamento. Ero nella Brigata Alexandroni, e la nostra unità partecipò a molte azioni nella parte centrale del fronte; poi nel nord del Neghev, nel combattimento vicino al cosiddetto “Faluja pocket”, nella zona di Beersheba. Nel 1949 fui congedato dall’esercito e ripresi il mio lavoro. Era un periodo molto duro e la mia famiglia in difficoltà decise di raggiungere il resto dei parenti in Canada.

Quale fu il destino dei profughi di Mauritius?

“Il campo fu smantellato nell’agosto del 1945, e i 1300 detenuti rimasti raggiunsero, nella maggior parte, la Palestina. Nel cimitero ebraico di Mauritius restarono in 128”.

E i 56 volontari della Brigata?
“Molti miei compagni caddero nella guerra di Indipendenza del ‘48”.

Ma la decisione di unirvi all’esercito inglese, a chi, cioè, aveva infranto il vostro sogno di libertà e da quattro anni vi teneva prigionieri, fu difficile da prendere? Cosa vi spinse a farlo?

“Che cosa?– risponde senza esitare Henry Wellish – Semplice, volevamo “fight the nazis!”: combattere i nazisti”.

Articolo apparso su “Le Ragioni dell’Occidente” del dicembre 2010 (qui)


Aprile 1945, Ismailia (Egitto), cinque volontari da Mauritius. Il secondo da sinistra, con gli occhiali, è Henry Wellisch

Non solo pecore al macello. Non sempre pecore al macello. Ma soprattutto, MAI PI
Ù pecore al macello. (Anche se, con tutti i lupi che si aggirano fra noi, qualche innocente agnello finisce sempre per essere sbranato. Oggi, 13 febbraio, ricordiamo il quinto anniversario del martirio di Ilan Halimi. O meglio, della conclusione del suo martirio durato 24 giorni, durante i quali un intero condominio ha ascoltato le urla strazianti di un essere umano bestialmente torturato senza che a nessuno venisse in mente di prendere in mano un telefono).



barbara


13 febbraio 2011

E QUATTRO (18)

Ritagli rimasugli frattaglie 1

Il giallo dei bagagli in transito, tanto per cominciare. A Bolzano la tipa del check-in guarda il biglietto e chiede: “Tel Aviv?” Rispondo: “Vado a Tel Aviv ma la valigia la devo ritirare a Roma, perché questa notte mi fermo lì.” Riguarda il biglietto e dice: “Ah già, il proseguimento è domani” e manda la valigia a Roma. Al ritorno, al Ben Gurion, al momento di presentare il biglietto dico subito che la valigia deve essere mandata a Roma. La tipa controlla il biglietto e dice: “Bolzano”. Dico sì, ma per Bolzano proseguo domani, questa notte mi fermo a Roma e quindi devo ritirare la valigia lì perché mi serve. Impossibile, dice, la valigia deve andare direttamente alla destinazione finale. Impossibile, dico, la valigia stasera deve venire con me in albergo perché ne ho bisogno. Si attacca al telefono, ci parla per un tempo biblico (embè, certo, siamo in Israele, che altri tempi ci dovrebbero essere?) e alla fine dice va bene, può ritirarla a Roma. Infatti la ritiro a Roma, vado in albergo, la mattina dopo torno in aeroporto, vado al check-in, il tipo digita il mio numero sul computer, guarda lo schermo e dice: “Lei ha un bagaglio in transito”.  No, dico, l’ho ritirato ieri sera qui perché eccetera eccetera. Ah, dice, allora aspetti che glielo cancello. Digita, clicca, smanetta, alla fine annuncia: “Non si cancella”. Prova a rifare l’operazione su un altro computer. Non si cancella. In conclusione ho tenuto la fila bloccata per oltre un quarto d’ora perché in tre riuscissero a risolvere il problema ed eliminare la registrazione di un bagaglio in transito sul mio conto. Ma il mistero no, quello non c’è stato modo di spiegarlo.
Prima del check-in al Ben Gurion, ma quando già eravamo in fila per il controllo della valigia e il nastro in fondo era stato chiuso, è arrivato David, venuto a salutarmi. Si è rivolto al tizio della sicurezza che controllava l’accesso – uno di quegli orribilissimi nonché sadici e perfidi mostri che tanto hanno fatto stizzire il povero Vittorio Sgarbi da trasformarlo da amicissimo di Israele in uno che non ci metterà mai più piede – gli ha spiegato che doveva entrare per salutare un’amica che stava partendo, io ho alzato un braccio per farmi individuare e il mostro ha aperto il nastro e lo ha fatto entrare. Ed è stato mentre eravamo lì a scambiare due chiacchiere che nella fila di fianco c’è stata la scena da Achille e la tartaruga: la ragazza della sicurezza, dopo aver fatto al passeggero di turno le domande di rito, appiccica l’etichetta sulla valigia, si china per appiccicarne un’altra sulla borsa da viaggio che sta per terra ma il ragazzo non se ne accorge e con un calcio la spinge avanti. La ragazza, sbilanciata in avanti, quasi perde l’equilibrio, lo recupera, si rialza solo a metà, con l’etichetta in mano e sempre chinata in avanti fa due passi, e nel momento in cui la sua mano sta per raggiungere la borsa la coda avanza, il ragazzo ha un buon mezzo metro libero davanti a sé e con un altro calcio spinge ulteriormente in avanti la borsa, e così per tre volte di fila, ed è stato a questo punto che siamo tutti scoppiati a ridere per questa scena da ridolini, compresa la ragazza della sicurezza (quegli orribilissimi nonché sadici e perfidi mostri, you know), sempre piegata e sbilanciata in avanti, sempre con la sua etichetta in mano, e il ragazzo che fino a quel momento non si era accorto di niente che si ritrova con tutti intorno che si scompisciano dalle risate e la ragazza della sicurezza che quasi gli casca addosso.
E poi niente, controllo quasi inesistente, come al solito, per via che il Mossad mi conosce e mi ama e mi vizia e mi coccola e comunque non ho la faccia da galera che si ritrova Sgarbi, e poi partenza, col tramonto mozzafiato che vi ho mostrato all’inizio. Oggi invece, per chiudere questo post, vi regalo qualche immagine di Gerusalemme com’era.









barbara


12 febbraio 2011

QUELLA BUFFONATA DELL’OCCUPAZIONE

Mentre continuano i disordini in Egitto, e mentre le giravolte della politica americana fanno pensare che qualcosa di molto importante si sia rotto nella capacità cognitiva e strategica dell'Amministrazione, viene in mente un piccolo fatto assolutamente autentico che aiuta un poco a capire le sensibilità delle parti in Medio Oriente. In una tranquilla giornata a Hebron in Cisgiordania - circa negli anni '80 - una camionetta dell'esercito israeliano stava svolgendo un normale lavoro di pattugliamento nelle strade della città occupata. A bordo, al comando di un sergente, il guidatore e due soldati semplici, tutti di un reggimento della riserva. Il sergente aveva dato l'ordine di montare il mitra pesante su una fiancata, con il cinturone dei proiettili ben visibile accanto ma fuori dalla canna, per evitare che un sobbalzo dell'automezzo potesse far partire un colpo a vuoto causando una tragedia. A un certo punto si avvicina un palestinese locale e puntando il mitra col dito dice: "Il vostro esercito israeliano, il famoso Zahal, fa ridere. Quando qui a Hebron, prima del 1967, c'erano i Giordani della Legione Araba, i proiettili li tenevano dentro il mitra, non fuori. E quando c'era bisogno, sparavano sulla folla senza preavviso. Quello sì era un esercito, non quella buffonata della vostra occupazione". (Sergio Della Pergola su Moked)

Chi conosce davvero qualcosa del mondo arabo, queste cose le sa perfettamente: sa quali sono i principi e i valori della cultura araba, sa che cosa l’arabo rispetta e che cosa disprezza, sa quali sono le cose giuste da fare e quali assolutamente evitare. Poi ci sono i dilettanti della politica, i saltimbanchi da circhetto di periferia che si improvvisano attori del Metropolitan, e tendono sorridenti la mano a chi non aspettava altro. Per mozzargliela. E, cosa che ci riguarda più da vicino, per mozzare poi anche un bel po’ di teste intorno.

barbara


11 febbraio 2011

Livia e Alessia





barbara


10 febbraio 2011

E QUATTRO (17)

I suoni e le luci e la magia

Il sabato mattina mi è improvvisamente piombato addosso un micidiale attacco di artrosi lombare, che mi ha letteralmente paralizzata, oltre che martellata con dolori disumani. Sono stata così costretta a rinunciare alle visite della giornata e a restarmene tutto il giorno immobile a letto, impasticcandomi peggio di una quindicenne discotecara sgallettata per poter sopportare il dolore e recuperare un minimo di movimento.
La sera piovigginava – anzi, spiovizzicava, come disse una volta con una simpatica invenzione una giornalista sportiva, ingiustamente, a mio avviso, bacchettata dai beghini della lingua italiana – e minacciava di fare peggio, e qualcuno del gruppo ha rinunciato allo spettacolo, che si teneva all’aperto, ma io, che quello spettacolo lo conoscevo per averlo visto due anni fa, per niente al mondo avrei rinunciato a rivederlo, e così, pur muovendomi ancora con notevole fatica, aggrappata al braccio di Paolo il Grande per poter percorrere le poche decine di metri da fare a piedi, barcollante e dolorante, con un paio di maglie di lana addosso e un’altra avvolta intorno alla vita per tenere ulteriormente al caldo la schiena, sono andata a rivederlo, a rivedere la storia di Gerusalemme scorrere sulla torre di David e sulle mura adiacenti... E poiché qualcuno ha avuto la brillante idea di fermare alcune di quelle immagini e farne un power point, io a mia volta ho sottratto e ridimensionato le più significative, per dare anche a voi almeno un’idea dell’incanto di quello spettacolo, che meritava davvero una battaglia all’ultimo sangue con l’artrosi lombare.



































barbara


10 febbraio 2011

GUARDATI ALLE SPALLE!



Che c'è sempre un agente del Mossad in agguato.

barbara


9 febbraio 2011

È UN DIESEL

Ha imperversato un bel po’ verso la fine degli anni Ottanta. E faceva impazzire noi reduci di Somalia – che non era al tempo in cui da noi tornavano dall’Africa i battelli dell’impero italiano pieni di malinconia, no, e sicuramente non c’era e non c’è malinconia per via dell’impero malamente perduto dopo averlo malamente acquisito, ma nostalgia di Somalia sì, tanta, nostalgia di quella terra che nessuno di noi potrà rivedere mai più perché più non esiste, messa in ginocchio dall’incondizionato appoggio di Craxi a uno dei più sanguinari dittatori del XX secolo e poi distrutta dai signori della guerra e infine annientata dal trionfo dell’islam wahabita, pazientemente perseguito e meticolosamente fabbricato e metodicamente inoculato dall’Arabia Saudita coi suoi miliardi di dollari giorno dopo giorno, anno dopo anno, decennio dopo decennio. Nostalgia che non guarisce perché non vi è cura.



Ci faceva impazzire, dicevo, perché ci riportava alle nostre serate alla Casa D’Italia, regolarmente punteggiate dalla voce del segretario che improvvisamente irrompeva dagli altoparlanti: «Il prroprrietario - dell’autovetttura - Fiat centoventiquatttro - bicolore - targata - xyz - è corrrtesemente prregato di spostarla. È URRGENTE». A volte venivano citati anche altri dettagli. Capitava che il proprietario della suddetta autovettura fosse impegnato in una intensa partita a pallavolo e non sentisse l’appello, o addirittura che avesse parcheggiato la macchina lì e se ne fosse poi per cavoli suoi, per cui spesso e volentieri l’appello veniva ripetuto una seconda volta, una terza, una quarta... In tono sempre più esasperato, con le consonanti sempre più rafforzate, coi toni sempre più marcati, col volume di voce sempre più elevato, con l’intonazione sempre più esasperata. E quel «È urgente» assomigliava preciso sputato al «È un diesel» di Francesco Salvi.
L’altra mattina ho parcheggiato da cani. Me ne sono resa conto quando sono scesa che sull’auto di fianco sarebbe potuta salire a malapena un’acciuga, o al massimo Kate Moss, ma sicuramente non un essere umano, ma come al solito ero in ritardo e non potevo rimediare. Sono andata in classe e ho fatto lezione; l’ora dopo per fortuna non avevo supplenze da fare, e ne ho approfittato per sistemarla. Mentre sto per prendere la porta una collega mi dice: «Posso parlarti un attimo?» E io: «Dopo, che ho parcheggiato la macchina come una puttana, devo correre a spostarla». E lei: «È un diesel?» Sicura, nonostante i due decenni abbondanti passati, che avrei immediatamente colto il riferimento. E infatti l’ho colto, e abbiamo riso un bel po’ insieme, che fa sempre un gran bene alla salute.

barbara


8 febbraio 2011

LA VIRTÙ DELLA PAZIENZA

Tuvia Friedman (1922-2011)

Tutti i suoi giorni li ha dedicati a una missione, o, come sosteneva sua moglie Anna Gutman, a un'ossessione: prendere i nazisti, fargliela pagare.
Tuvia Friedman era nato nel 1922 a Radom, in Polonia. Dopo l'invasione del suo paese fu catturato dai tedeschi e rinchiuso in un campo di concentramento nei pressi di Radom, dal quale riuscì a fuggire nel 1944. Tutta la sua famiglia, eccezion fatta per la sorella, Bella Friedman, fu sterminata.
Prima e dopo la fine del Secondo conflitto mondiale non si stancò di dare la caccia ai nazisti. Il suo nome di battaglia, nelle milizie semiufficiali della Polonia liberata, era Lo spietato. Col pensiero fisso di vendicare la morte dei suoi familiari, girò per tutta la Polonia, cacciando e talvolta liquidando i nazisti.
Nel 1945, dopo la liberazione della Polonia, fu protagonista di un episodio che ben esemplifica la profonda dedizione alla sua missione: al fine di acciuffare personalmente la SS Konrad Buchmayer, catturato e detenuto in un campo di prigionia, si finse a sua volta un ufficiale nazista per essere portato anch'egli nello stesso campo. Non voleva rischiare che il gerarca la passasse liscia.
Non passò molto tempo dalla fine della guerra perché Friedman si associasse con l'altro grande cacciatore di nazisti, Simon Wiesenthal. Dalla loro base viennese i due impostarono insieme un'attività che nel corso degli anni contribuì alla cattura di oltre duecentocinquanta nazisti responsabili di crimini di guerra. È stato proprio il Centro Simon Wiesenthal a dare la notizia della sua morte.
La loro azione era così strutturata: da una parte raccoglievano indizi e facevano le ricerche per rintracciare gli ex gerarchi ai quattro angoli del pianeta, dall'altra si impegnavano a tenere alta l'attenzione dei governi e dell'opinione pubblica sul perseguimento dei criminali di guerra. “Si assicurò che il nome di Eichmann comparisse spesso sulle prima pagine dei giornali”, scrive lo storico Tom Segev nel suo recente libro Simon Wiesenthal, the life and legends.
Dopo il 1950 Tuviah Friedman si trasferì in Israele, dove, mentre collaborava all'istituto Yad Vashem, continuò autonomamente a Haifa la sua missione e fondò l'Istituto per la documentazione dei crimini di guerra nazisti.
La sua attività non fu sempre ben vista in Israele: fu perlopiù ignorato dalle autorità e dalla gente, la quale condivideva grosso modo l'opinione della moglie di Friedman. Suo marito, sosteneva Anna Gutman, era ormai vittima di una psicosi. Cercò spesso di farlo desistere, di fargli abbandonare la sua “ossessione”. Gli diceva che ormai la gente cercava di dimenticare i nazisti, ma lui non voleva sentir ragioni. Solo un nome, ormai, gli ronzava per la testa: Adolf Eichmann, lo stratega della soluzione finale.
Un giorno ricevette una telefonata dall'Argentina: un uomo, interessato alla ricompensa di diecimila dollari promessa da Friedman e dal suo Istituto, si dichiarava in grado di fornire informazioni sul luogo in cui si trovava Eichmann.
Friedman rese pubblica la notizia ma non godendo di molto credito presso le autorità israeliane, fu quasi del tutto ignorato. Almeno pubblicamente. Era il 1960. Sappiamo come è andata a finire. L'uomo che si era messo in contatto con Friedman si chiamava Lothar Hermann, un ebreo sopravvissuto allo sterminio e trasferitosi a Buenos Aires. Sua figlia aveva una relazione sentimentale col giovane figlio di Eichmann, il quale le si era rivelato con il suo vero cognome. Il signor Hermann fu colui che passò le informazioni sulla base delle quali il Mossad organizzò il famoso rapimento. Ai servizi segreti, dunque, non era sfuggito l'allarme lanciato da Friedman, ma ufficialmente non gli venne riconosciuto nessun ruolo nella vicenda.
“Per tutti questi anni sono stato ignorato e offeso”, dichiarò una volta, amareggiato, alla stampa israeliana, “ma ho la dote della pazienza”. Come ogni buon predatore.

Manuel Disegni

Possa ora riposare in pace, che davvero lo ha meritato.



barbara


7 febbraio 2011

E QUATTRO (16)

Con quella faccia un po’ così 



quell’espressione un po’ così che abbiamo noi che abbiamo infilato le zampe nel mar Morto... Solo quelle perché è stata una sosta breve, ma come resistere al richiamo di quell’acqua tutta speciale, all’incanto della sua levigatezza, alla seduzione del suo profumo, alla poesia della sua sussurrante frescura... Ed eccomi là, dunque, in quella luce unica, con quella faccia un po’ così, con quell’espressione un po’ imbambolata, un po’ trasognata, un po’ stordita, un po’ svagata, con la sensazione di essere leggera come una piuma dopo aver tolto scarpe e calze e rimboccato la gonna e camminato avanti e indietro, immersa ma come sospesa, galleggiante, anzi veleggiante, virante, come un aliante...
E visto che sto parlando di acqua, devo aggiungere che proprio durante la nostra visita abbiamo avuto la gioia di vedere la Terra d’Israele finalmente benedetta dal dono della pioggia, che non è sempre stata così, no: l’abbiamo vista anche dolce e benefica baciare la terra e profumare di fresco l’aria e sfumare i contorni dei paesaggi, così:











barbara


6 febbraio 2011

PACE

C'è chi la chiede così:


la scritta in ebraico significa shalom, cioè pace

e chi invece così:

        
                                                                                       foto scattata a una manifestazione pacifista

barbara


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5 febbraio 2011

SE QUESTO È UN PRESIDENTE

“Il processo di transizione verso la democrazia deve iniziare adesso” dice il signor Obama. “E deve essere basato sul pieno rispetto dei diritti umani” aggiunge il signor Obama. Ora, io vorrei chiedere al signor Obama: e dieci giorni fa, quando il suo sostegno a Mubarak era totale, dieci giorni fa gli egiziani non avevano diritto al rispetto dei diritti umani? Un mese fa, un anno fa, due anni fa mentre garantiva la sua completa solidarietà al “dittatore”, al “faraone”, al “corrotto” e gli forniva due miliardi di dollari all’anno, in tutto questo tempo cosa se ne faceva il signor Obama dei diritti umani degli egiziani? Dove le la infilava, il signor Obama, la democrazia? E quanto alle pressanti, categoriche richieste rivolte a colui che ha trattato da amico finché è stato saldo in sella per poi, veloce come un siluro, voltargli le spalle non appena il trono ha cominciato a vacillare, se il signor Obama fosse un politico – non dico uno statista ma semplicemente un politico, anche solo di medio calibro – invece che un pericoloso cialtrone, saprebbe che le concessioni si fanno da posizioni di forza, non da posizioni di debolezza. E come grazie al pericoloso cialtrone Carter abbiamo avuto l’Iran di Khomeini, aspettiamoci ora, grazie al pericoloso cialtrone Obama, di avere presto l’Egitto dei Fratelli Musulmani. Con tutto ciò che ne conseguirà per l’equilibrio e la pace nell’intero pianeta.

barbara


4 febbraio 2011

RICORSI STORICI?

Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile.
San Francesco d'Assisi

Riflessione: o Ben Gurion era francescano, o San Francesco era sionista.

  

barbara


3 febbraio 2011

E QUATTRO (15)

Le genti

Perché il tema del viaggio era “Un piccolo Paese per tante genti”. E quindi la cosa principale che abbiamo fatto è stata quella di incontrare genti: beduini, drusi, circassi, bahai, i francescani della Custodia di Terrasanta, gli ortodossi cabalisti di Safed, la comunità tedesca di Migdal...
Dai beduini abbiamo imparato che la legge israeliana non è per niente buona. Perché se una donna per esempio cornifica il marito, allo stato non gliene frega niente e non la punisce, lasciando così che la famiglia venga disonorata, e questo non va bene neanche un po’. Così come non va bene che se un ladro trova un buon avvocato riesce a farsi assolvere. E si è potuto intuire, anche se non l’ha detto esplicitamente, che un’altra cosa negativa della legge israeliana è che non applica la pena di morte (in teoria la pena di morte in Israele c’è, ma è stata applicata solo con Eichmann). E quindi è molto meglio regolarsi secondo la legge beduina.
I drusi invece sono molto più accomodanti. Sarebbero una specie di musulmani, ma per i musulmani “veri” sono assolutamente eretici. In linea di massima da giovani si divertono, poi quando si sono divertiti abbastanza diventano religiosi, ma senza particolari fanatismi, sembra. Hanno come norma il rispetto delle leggi dello stato in cui vivono, e infatti prestano servizio militare. Naturalmente anche i drusi libanesi sono fedeli allo stato libanese, e da buoni libanesi odiano Israele, però non odiano i fratelli drusi israeliani. Difficile alchimia, ma sembra che riescano a farla funzionare. Quello che a me invece appare davvero poco chiaro è: i drusi non si distinguono per la religione, non si distinguono per la lingua, non si distinguono per la cultura, non si distinguono per la nazionalità, meno che mai si distinguono per i tratti somatici; in che cosa consiste dunque l’identità drusa?
Il tipo circasso che ci ha spiegato i circassi è piaciuto un sacco a tutti. Tranne che a me. Perché uno che di mestiere dovrebbe fare quello che spiega le cose e poi si mette a parlare a raffica e non si lascia interrompere dalla persona che dovrebbe tradurre, e quando quella finalmente riesce a inserirsi non riesce mai a finire perché lui riparte e in definitiva agli ascoltatori non riesce ad arrivare neanche la metà delle cose, che razza di guida sarebbe? Anyway, dai circassi, nonostante siano musulmani, pare che le donne se la passino piuttosto bene, si vestono come vogliono, lavorano, si possono scegliere il fidanzato, e se poi cambiano idea lo possono anche lasciare senza alcuna conseguenza, il che rispetto alle sorelle musulmane di altri gruppi etnici o nazionalità è privilegio davvero non da poco. Di come i circassi allevano i bambini vi ho invece già parlato, e non lo ripeterò.
Poi ci sarebbe da dire dei cabalisti di Safed ma non sono sicura di poter dire granché. Abbiamo incontrato un tizio piccoletto barbuto di origine toscana, non mi ricordo se fosse un rabbino o solo uno studioso, ha parlato ma non abbiamo mica tanto capito che cosa dicesse, poi ogni tanto faceva un po’ di confusione fra i vari personaggi della Bibbia e lo dovevamo correggere, insomma tutta una roba così, però la cittadina è un gioiello. Erano un gioiello anche i negozi, ci si sarebbe potuto spendere uno stipendio intero se non fosse che lo stipendio intero era già andato per il viaggio e quindi niente. Ma anche solo vederle, quelle opere d’arte, ha rappresentato una festa per gli occhi.

barbara

AGGIORNAMENTO:

la città e il golfo di Haifa visti dal villaggio druso in cui siamo stati


Qui invece è possibile vedere il circasso belloccio che tanto ha affascinato gli altri (le altre?) partecipanti al viaggio.

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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