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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 dicembre 2011

SEFARAD

È un libro che racconta di viaggi, Sefarad. E di persone incontrate durante i viaggi. E di racconti ascoltati durante i viaggi dalle persone incontrate durante i viaggi. E di libri letti durante i viaggi e dei racconti che vi si sono letti e dei ricordi di altri viaggi che tali racconti hanno evocato, e questi racconti di racconti sono talmente forti che te li senti scivolare sotto la pelle, penetrare nella carne, scorrere nelle vene, pizzicare i nervi uno per uno. E poi ancora altri viaggi, quei treni che attraversavano la notte dell’Europa, e anche quelle auto, corvi le chiamavano, che attraversavano le notti di Mosca. E nomi noti: Kafka, Milena... E nomi sconosciuti, perché sono milioni, quei nomi, e chi mai li potrebbe conoscere tutti. E poi ancora volti e occhi e tragedie e lettere e storie e incontri e una malattia che non si può pronunciare e una conchiglia bianca e la vita e la morte e l’orrore e le attese, di un bussare alla porta o di stivali chiodati o di una diagnosi o di un’alba che non arriva mai; e un libro pubblicato a Londra, rivenduto a Oslo, comprato in Virginia e letto a Madrid per conoscere la storia di un tedesco condannato a morte in Russia e assassinato in Francia. E la vertigine che ti coglie a tratti, e la tua mano si allunga ad afferrare la sponda del letto, o la gamba della sedia, o, se altro non c’è, la stoffa del vestito, e serrarla forte per non precipitare.
E man mano che leggevo mi segnavo pagine, questa la metto, e anche questa... e questa... Alla fine mi sono accorta che per mettere qui tutte le pagine degne di nota, tutte quelle che tolgono il respiro, tutte quelle che rileggi quattro volte di fila per assaporarne ogni sillaba, avrei dovuto tirare giù almeno tre quarti di libro. E allora le ho tolte tutte e ne ho lasciata una sola. Questa.

La città più bella del mondo, mi creda, il fiume più maestoso, né il Tamigi né il Tevere né la Senna gli si possono paragonare, il Duna, non ho mai imparato a chiamarlo Danubio. Un esempio di civiltà, così credevamo, finché non si scatenarono quelle belve, no, non solo i tedeschi, mi riferisco agli ungheresi, che non avevano bisogno di essere aizzati per agire con una ferocia inaudita, le Croci Frecciate, i segugi di Eichmann e Himmler, persone che abitavano vicino a noi, gente che parlava la nostra lingua, quella che io ho quasi dimenticato, soprattutto perché mio padre non voleva che la usassimo nemmeno fra noi, gli unici sopravvissuti della nostra famiglia, soli qui a Tangeri, con il nostro passaporto spagnolo, la nuova identità che ci aveva permesso di uscire dall'Europa dove mio padre non volle più tornare, l'Europa che amava e di cui andava fiero, Brahms, Schubert, Rilke e tutto quel ciarpame da snob che poi ripudiò per diventare ciò che comunque non era, un ebreo custode della Legge, scostante con i gentili, proprio lui, che non ci portava mai alla sinagoga e non osservava le festività, lui che parlava francese, inglese, italiano e tedesco ma di ebraico conosceva appena qualche parola e un paio di ninnenanne in ebraico spagnolo - e in effetti gli piaceva sottolineare questa nostra origine quando vivevamo a Budapest. Sefarad era il nome della nostra patria, benché ne fossimo stati scacciati da più di quattro secoli. Mi raccontava che la famiglia aveva custodito per generazioni la chiave della dimora dei nostri avi di Toledo, e mi parlava dei loro spostamenti come se si trattasse di una sola vita durata quasi cinquecento anni. Eravamo emigrati nel nord dell'Africa, poi alcuni di noi si erano stabiliti a Salonicco, altri a Istanbul, dove avevamo portato le prime tipografie, e nell'Ottocento eravamo arrivati in Bulgaria, finché, all’inizio del Novecento, mio nonno paterno, che si dedicava al commercio del grano nei porti sul Danubio, si stabilì a Budapest e sposò una ragazza di buona famiglia, perché all'epoca i sefarditi si consideravano superiori agli ebrei orientali, askenaziti poveri dei villaggi polacchi e ucraini, le vittime dei pogrom russi. Noi eravamo spagnoli, diceva mio padre nel suo plurale orgoglioso. Lei sapeva che un decreto del 1924 ha restituito la nazionalità spagnola ai sefarditi?

(Sì, io lo sapevo. È stato giocando su quel decreto che Sanz Briz prima e Perlasca poi hanno emesso migliaia di documenti che hanno salvato la vita ad altrettanti ebrei ungheresi).

Antonio Muñoz Molina, Sefarad, Mondadori

 

barbara


30 dicembre 2011

USCIAMO A FARE DUE SALTI?



barbara


30 dicembre 2011

AVVISO

Sembra che in questo momento il cannocchiale, in preda all'ennesima crisi di identità, non consenta l'inserimento di commenti. Quindi se provate a commentare, soprattutto se si tratta di commenti lunghi, consiglio di salvarli da qualche parte prima di cliccare invia, per non rischiare di buttare via tempo e fatica, con la speranza che prima o poi questa ciofeca torni a lavorare.

barbara


29 dicembre 2011

E POI

E poi hanno annunciato che il treno sarebbe partito con quindici minuti di ritardo a causa di un guasto alla stazione successiva, e poi dopo venti minuti hanno annunciato che fra cinque massimo dieci minuti si parte e poi dopo un quarto d’ora siamo partiti, con trentacinque minuti di ritardo. E poi alla terza stazione non partiva e non partiva, e quando finalmente siamo partiti abbiamo capito, nel vedere per terra sul marciapiede una donna assistita dal personale dell’ambulanza: si era sentita male, e naturalmente nessuno ha osato spostarla fino all’arrivo dei soccorsi, sia per non rischiare di fare danni con interventi sbagliati, sia per non rischiare un’incriminazione per intervento non autorizzato. E poi a un’altra stazione non partiva e non partiva e poi finalmente hanno spiegato che bisognava aspettare che passasse l’eurostar. Perché su quelli in caso di ritardo devono pagare un risarcimento, e quindi pista, largo, lasciate passare. E poi alla fine il treno è arrivato con un’ora piena di ritardo, coincidenza saltata, e allora volevo fare supplemento e prenotazione per l’eurostar che partiva di lì a tre quarti d’ora ma quello era della Deutsche Bahn per cui il mio biglietto non valeva e avrei dovuto rifarlo tutto e quindi niente, un’ora e tre quarti di attesa per il treno successivo. E poi anche lì c’è stato ritardo, con una coincidenza ad appena sei minuti ma questa volta per fortuna il treno ha aspettato, e con una corsa a rotta di collo – facile per me, con una valigia da alzare con un dito, un po’ meno per la romena col bagaglio per un’intera stagione – siamo riusciti a prenderlo tutti (e poi il ghiaccio da grattare via dai vetri della macchina eccetera ma insomma adesso sono qui, e salvo imprevisti mi dovrete tenere per altri due giorni).



barbara


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26 dicembre 2011

SO THIS IS XMAS



 clic

And what have you done

 clic

Another year over



And a new one just begun



And so this is Xmas 

 clic

I hope you have fun

 clic

The near and the dear one

 clic

The old and the young

 clic

 clic

A very Merry Xmas

 clic

And a happy New Year

 clic

Let's hope it's a good one

 clic

Without any fear

 clic

And so this is Xmas             war is over

 

 
clic

For weak and for strong        if you want it

 

 
clic

For rich and the poor ones    war is over   

 clic

The world is so wrong           now  

 clic

And so happy Xmas

 clic

For black and for white

 clic

For yellow and red ones

 clic

Let's stop all the fight

 clic 

HAPPY CHRISTMAS

 clic 
 

 

barbara 


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25 dicembre 2011

PERCHÉ NON SI FA LA PACE

Cartolina di Natale, di Ugo Volli

Cari amici,
oggi è Natale, è vacanza per tutti e tutti, ci crediamo o meno, abbiamo un paio di giorni di pausa ben meritata. Ho deciso dunque di scrivervi una cartolina un po' impegnativa, approfittando del tempo vostro e mio. Una cartolina ambiziosa, che ha addirittura la pretesa di spiegarvi perché non c'è la pace in Medio Oriente.
Partiamo da un fatto oggettivo: ci sono due gruppi umani contrapposti che vivono in quel fazzoletto di terra fra il Giordano e il Mediterraneo. Ciascuno vuole governarlo e dice di averne il diritto. Ignoriamo questa volta le ragioni e i torti di queste pretese, partiamo dal '48 quando già l'Onu aveva proposto di dividere la terra in due parti, uno stato arabo e uno stato ebraico. Israele come noto accettò e scrisse nella sua dichiarazione d'indipendenza:
"Facciamo appello - nel mezzo dell'attacco che ci viene sferrato contro da mesi - ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza e della rappresentanza appropriata in tutte le sue istituzioni provvisorie e permanenti. Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli, e facciamo loro appello affinché stabiliscano legami di collaborazione e di aiuto reciproco col sovrano popolo ebraico stabilito nella sua terra. Lo Stato d'Israele è pronto a compiere la sua parte in uno sforzo comune per il progresso del Medio Oriente intero" (
http://digilander.libero.it/thatsthequestion/indipendenza.htm).
Gli arabi invece – non si chiamavano ancora palestinesi, ma solo arabi del Mandato - rifiutarono, fecero insieme a Egitto, Giordania Iraq Siria Libano "una guerra di sterminio e di massacro della quale si parlerà come dei massacri dei Mongoli e delle Crociate" ('Abd al-Rahman 'Azzam Pascià, segretario generale della Lega Araba 
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_di_Israele) e la persero. Nacque Israele, e non nacque la Palestina. Continuarono però le guerre e gli attentati, finché nel 1963 (ben prima dell'"occupazione" dei "territori") venne al mondo l'OLP guidata da un giovane egiziano che vantava parentele palestinesi importanti. Sto parlando di Arafat. Sapete che cosa pensava Arafat? Ecco qui una rara testimonianza filmata in inglese (http://elderofziyon.blogspot.com/2010/06/arafat-tells-us-his-goal-in-english.html). Non progettava la "Palestina" indipendente ma "un solo stato arabo" dal Marocco ad Aden. E come farlo? Ma con la resistenza, cioè con lotta armata, naturalmente, c'è scritto sugli statuti tanto di Hamas che di Fatah. L'ha detto spesso Arafat e l'ha anche fatto. La propaganda del regime palestinese gli è ancora grata, come vedete con questa grottesca "canzone d'amore per il Ak47" (che per chi non lo sapesse è un mitra): http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/love-song-to-ak-47-on-pa-tv.html. Vi raccomando di non perdervi il balletto nel video, uno spettacolo straordinario degno della miglior sceneggiata napoletana.
Purtroppo la "resistenza" adesso non è possibile, come accenna il presidente dell'AP Mahamud Abbas in questa intervista tv molto recente:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3163.htm. Ma se qualcuno la fa, e per esempio "rapisce, cioè no, cattura" un soldato israeliano come Shalit, questa è una "buona cosa". Del resto, come ragiona qualcuno, basterebbero altri quattro soldati rapiti, e riscattati allo stesso livello, per liberare tutti i poveri "prigionieri palestinesi". È matematica, no? (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/only-four-more-israeli-soldiers-need-to.html).
Ma come si possono conciliare le trattative e la lotta armata, la riconquista di "tutta la Palestina, senza lasciar fuori neanche un centimetro" all'Islam e al popolo arabo e il riconoscimento di Israele (benché non come stato ebraico, questo Abbas lo esclude, come avete visto nel video precedente)? Be, c'è sempre la buona vecchia taqiyya  (
http://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya, un'analisi più approfondita e attuale si trova qui: http://www.islam-watch.org/Warner/Taqiyya-Islamic-Principle-Lying-for-Allah.htm), cioè la buona vecchia dissimulazione islamica, una virtù che ti permette, per il bene della fede, di non dire quel che fai e fare quel che dici, ma di andare avanti con mezze verità, riserve mentali, trucchi vari, fino alla vittoria.
Nel mondo palestinese la Taqiyya è qualcosa di più preciso. La formulazione recente più chiara è del membro del comitato centrale di Fatah, Abbas Zaki: "Non si può realizzare il grande piano in un passo solo," dice più o meno in questa intervista che vi prego di guardare con molta attenzione:
http://www.memritv.org/clip/en/0/0/0/0/0/0/3130.htm, "Bisogna andare gradualmente [...] non si può dire che si vuol cancellare Israele dalla mappa, perché non è politicamente corretto, tenetevelo per voi. Ma se Israele abbandona le colonie, deve ricollocare 650 mila coloni, è finito[...] Per questo dobbiamo esigere dall'America quel che ha promesso."  
Del piano a fasi per la "liberazione della Palestina" si parla in genere molto poco. Ma è stato adottato ufficialmente dalla XII sessione del Consiglio Nazionale Palestinese il 9 giugno 1974 al Cairo (
http://en.wikipedia.org/wiki/PLO%27s_Ten_Point_Program). Lo trovate qui (http://www.iris.org.il/plophase.htm) tradotto in inglese e ne trovate in questo filmato una sintesi efficace: http://www.youtube.com/watch?v=gvZNf22L2-c . È la "grande strategia" concepita da Arafat e ancor oggi seguita dai palestinesi (http://www.meforum.org/605/arafats-grand-strategy)
- Fase 1: Per mezzo della "lotta armata", fondare un' "autorità nazionale indipendente combattente "su un territorio "liberato" dal dominio israeliano. (Articolo 2)
- Fase 2: Usare il nuovo territorio nazionale come base di operazioni per continuare la lotta contro Israele, (articolo 4).
- Fase 3: Provocare Israele in una vera e propria guerra con i suoi vicini arabi per distruggerlo completamente e "liberare tutto il territorio palestinese"(articolo 8).
(
http://www.freemiddleeast.com/blog/category/plo_phased_plan)
Insomma, è la versione palestinese della "soluzione finale" nazista (
http://www.zionism-israel.com/ezine/wmbdfp2_.htm). Non è un caso che Hitler sia così ammirato in tutto il mondo arabo, che gli si dedichino tesine scolastiche pubblicate sui giornali (http://palwatch.org/main.aspx?fi=157&doc_id=6006),  che la libreria Virgin Megastore in Qatar raccomandi fra i best seller la traduzione araba di Mein Kampf (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/12/virgin-megastore-recommends-mein-kampf.html) Solo che la soluzione palestinese è cauta, graduale, progressiva, subdola. Verificato nel corso dei decenni e delle guerre che Israele non può essere travolto e sconfitto frontalmente, si mira a corroderne la legittimità, a isolarlo, a boicottarlo, a indurlo a cedere lentamente posizioni, come spingendolo su un piano inclinato, alla cui fine (ma solo alla fine) c'è l'abisso.
Per questa ragione i "palestinesi" non possono e non vogliono trattare una pace definitiva, rifiutano anche in linea di principio di accettare la clausola ovvia che un'eventuale accordo per costituire un loro stato dovrebbe chiudere la controversia. Essi al contrario cercano di accumulare piccoli e grandi vantaggi, con le trattative se possono, con la forza se ce l'hanno, con l'aiuto internazionale che riescono a raccogliere. Ogni nuovo vantaggio non è occasione di soddisfazione e di diminuzione delle pressioni, ma tutto al contrario li rafforza e rafforza la loro spinta. Ogni fase conclusa è la base per lavorare a una fase successiva. L'accordo di Oslo è stata la base per l'ondata terrorista successiva, questa per la costruzione di "forze di polizia palestinesi" bene armate ed addestrate, e di uno "stato" che attende di essere riconosciuto. Le trattative servono a soffocare senza contropartita gli insediamenti al di là della linea verde, che sono lì da trenta o quarant'anni; se Israele non cade in questa trappola, il blocco delle trattative serve a denunciare Israele come non desideroso della pace...
Questa è la situazione attuale e questa è la ragione per cui non ci sono e non ci possono essere trattative di pace vera: perché i palestinesi non hanno alcuna intenzione di chiudere la guerra prima di raggiungere il loro obiettivo finale neanche tanto segreto: la distruzione di Israele e la cacciata di tutti gli ebrei. Israele può solo resistere, evitare di cadere nella trappola di cedere terra e vantaggi concreti in cambio di parole (di "pace") pronunciate per qualche mese e poi di nuovo lasciate cadere per dar spazio al prossimo ricatto. Per fortuna oggi ha un governo, il primo dopo molti anni di ubriacatura pacifista, che ha capito che la pace non può essere una merce nel suk palestinese ed è disposto a fare la pace in cambio di pace e a non cedere nulla in cambio di parole. Il risultato è una situazione abbastanza tranquilla per la maggior parte dei palestinesi e degli israeliani, che i terroristi si sforzano in tutti i modi di turbare con i razzi da Gaza, con le flottiglie, con gli attentati artigianali – dopo che la barriera di sicurezza ha reso assai più difficili quelli industriali -, con la guerriglia legale, politica e mediatica.
C'è una grande macchina di diffamazione in atto contro questo governo e un tentativo vagamente surreale di fare fretta nuove concessioni perché si riapra la trattativa fra Israele e Palestinesi – per fare la pace, naturalmente.
Nel frattempo tutt'intorno, in Egitto, in Siria, in Iraq, i morti nelle agitazioni popolari e nelle guerre civili si contano a centinaia, a migliaia.
Mentre fra Israele e palestinesi regna la calma e l'economia è in boom.
Sarà un caso? O forse è vero quel che mostrano le statistiche, cioè che le concessioni aumentano il terrorismo e il polso fermo lo diminuisce? Resta il fatto che se non si fa la pace, se non ci sono le trattative la ragione è una e semplice: finché i palestinesi non lavorano per la coesistenza, ma per la distruzione di Israele, non c'è nulla da trattare.

Nulla da aggiungere a questa documentata e lucidissima analisi, tranne questo:



barbara


24 dicembre 2011

I TRE UCCELLINI

C’erano una volta tre uccellini, che dovevano attraversare un lago in tempesta. Troppo piccoli erano gli uccellini, e troppo deboli le loro ali, e troppo grande il lago da attraversare. Prese dunque il padre il primo uccellino nel suo becco, e cominciò a volare verso l’altra sponda. Giunto al centro del lago disse: “Lo vedi, figlio mio, che cosa sto facendo per te! Farai tu un giorno per me quello che io oggi sto facendo per te?” “Certo padre mio”, rispose l’uccellino, “tutto quello che tu oggi stai facendo per me io un giorno lo farò per te”. Il padre aprì il becco e lasciò andare l’uccellino, che precipitò nel lago in tempesta e annegò.
Il padre tornò indietro, prese il secondo uccellino nel suo becco, e cominciò a volare verso l’altra sponda. Giunto al centro del lago disse: “Lo vedi, figlio mio, che cosa sto facendo per te! Farai tu un giorno per me quello che io oggi sto facendo per te?” “Certo padre mio”, rispose l’uccellino, “tutto quello che tu oggi stai facendo per me io un giorno lo farò per te”. Il padre aprì il becco e lasciò andare l’uccellino, che precipitò nel lago in tempesta e annegò.
Il padre tornò indietro, prese il terzo uccellino nel suo becco, e cominciò a volare verso l’altra sponda. Giunto al centro del lago disse: “Lo vedi, figlio mio, che cosa sto facendo per te! Farai tu un giorno per me quello che io oggi sto facendo per te?” “No padre mio”, rispose l’uccellino, “quello che tu oggi stai facendo per me, io lo farò un giorno per i miei figli”. E il padre portò l’uccellino sano e salvo sull’altra sponda.

barbara


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23 dicembre 2011

SHABBAT SHALOM

Con uno splendido salmo

Hine Matov - Salmo 133:1


Henei ma tov umanaim
Shevet achim gam yachad
Hinei ma tov umanaim
Shevet achim gam yachad

Hinei ma tov (Henei ma tov)
Lai lai lai lai lai
Lai lai lai lai lai
Hinei ma tov (Henei ma tov)
Lai lai lai lai lai
Lai lai lai lai lai

Behold how good and
How pleasant it is
For brothers to dwell together
Behold how good and
How pleasant it is
For brothers to dwell together

In unity (In unity)
Lai lai lai lai lai
Lai lai lai lai lai
In unity (In unity)
Lai lai lai lai lai
Lai lai lai lai lai


 

barbara


22 dicembre 2011

CHANUKKAH SAMEACH A TUTTI

Con l'augurio di vedere presto un mondo migliore.

 
(grazie a loro

barbara


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21 dicembre 2011

ISRAELE E IL TERRORISMO: DOPO 25 ANNI EX TESTA DI CUOIO RACCONTA

di Anna Rolli

Un vecchio articolo, tanto per non perdere l’abitudine.

"In quegli anni, in tanti kibbutz, i bambini non vivevano con i genitori, vivevano nel centro dell'abitato, nella bet ayeladim: la casette dei bambini e a Misgav Am, quella notte, nella casetta stavano dormendo 15 bambini e bambine, i più grandicelli di 4 o 5 anni gli altri piccoli, piccoli. Quando i terroristi sono entrati li hanno chiusi tutti in una stanza, poi hanno rotto la lampadina sulla porta d'ingresso....
Il mio gruppo, quel sabato, era di turno e verso l'una di notte è scattato l'allarme. Ci hanno ordinato di prendere le armi e di andare fuori ad aspettare gli elicotteri che stavano arrivando. Dopo un'oretta è arrivato il contrordine e ci hanno rimandati a dormire, però senza spogliarci. Dopo un'altra ora e mezza ci hanno richiamati e questa volta gli elicotteri erano già atterrati e ci stavano aspettando...".

-
Yehuda abita in un kibbutz, in una piccola casa in Galilea, oggi il suo lavoro è quello di educatore dei giovani ma nell'esercito, per anni, ha fatto parte delle teste di cuoio, il corpo più prestigioso, quello addestrato per i compiti più difficili. Mi ha ripetuto più volte che del suo lavoro non può raccontarmi proprio niente e mentre io lo guardo con malcelato disappunto mi coinvolge in una risata.
- "Se vuoi ti racconto tutto, però dopo dovrò ammazzarti. Sei d'accordo?"

-
"Certamente" gli rispondo "Perché no! Mi sembra un vero gentlemen's agreement! Vai pure avanti.
- "Uno dei nostri compiti consisteva nel combattere il terrorismo, quello conosciuto e quello ancora sconosciuto. Dovevamo essere preparati per qualsiasi evenienza e in qualsiasi momento. Per esempio, poco prima del mio arruolamento tre o quattro terroristi hanno sequestrato un autobus lungo la strada principale del paese tra Haifa e Tel Aviv. C'erano 50 persone e lo hanno fatto saltare.
È stato un momento molto difficile. Abbiamo avuto moltissimi morti e moltissimi feriti. Una delle cause è stata il fatto che i soldati dell'esercito non erano addestrati per fronteggiare un attacco del genere. Si trattava della prima volta e non sapevano che cosa fare.
Un'altra volta hanno rapito e preso in ostaggio dei ragazzini che dormivano nella scuola di Maalot. Erano ragazzini di Safed, la città santa dove è nata la cabalà, erano in gita scolastica qui in Galilea e allora si usava molto che gli scolari, per una notte, dormissero nelle classi delle scuole con i sacchi a pelo per poi, la mattina dopo, continuare la gita.
Non so se i terroristi lo sapessero, forse hanno visto le luci nella scuola e sono entrati. Li hanno presi come ostaggi e siccome non era mai accaduto prima nessuno sapeva cosa fare... ognuno tentava di inventare qualcosa... cercavano di salvare i ragazzini però alla fine ci sono stati tanti morti e tanti feriti. Sono stati uccisi anche i terroristi però è costato tanto, davvero tanto.
Così, in seguito, quando hanno formato le squadre antiterrorismo ci hanno insegnato tutto ciò che si era imparato dall'esperienza passata. Prima seguivamo i corsi e poi ci allenavamo".

-
Io ho già saputo dagli altri del kibbutz quello che Yehuda ha fatto tanti anni fa, quando era una giovane testa di cuoio. Di Misgav Am si può  parlare, dopo 25 anni non è più un segreto militare, per questo lo incalzo con le mie domande.
- Il Kibbutz di Misgav Am si trova all'estremo Nord e la sua recinzione corre lungo il confine con il Libano, i terroristi avevano scavato sotto e l'allarme non ha funzionato e così sono entrati all'interno. Era un sabato sera e si teneva l'assemblea del kibbutz. Verso mezzanotte finita l'assemblea, il segretario ha visto da lontano che c'era buio sulla porta della casetta ed è andato per cambiare la lampadina. Appena arrivato lo hanno ucciso a coltellate, probabilmente non volevano far sentire rumore. La moglie che lo aspettava, dopo un po', ha chiamato il fratello e gli ha chiesto se lo aveva visto e lui è andato a cercarlo e per fortuna non lo hanno ammazzato, lo hanno legato e messo in un angolo come ostaggio.
La moglie visto che anche lui non tornava ha chiamato il responsabile della sicurezza che è andato verso la casetta chiamando ad alta voce e i terroristi gli hanno risposto un po' in arabo e un po' in inglese. Hanno dichiarato di aver preso i bambini in ostaggio, di non avvicinarsi e di chiamare l'ambasciatore spagnolo. Il responsabile ha immediatamente informato l'esercito. Quando siamo atterrati, c'erano tantissime persone e tantissimi soldati e tutti cercavano una soluzione.
Un'altra squadra arrivata prima di noi non era stata in grado di risolvere il problema. Avevano cercato di entrare ma i terroristi avevano ucciso un soldato costringendoli a ripiegare. Non sapevamo ancora quanti fossero i terroristi perché avevano coperto tutte le finestre. Abbiamo discusso su come agire e ci siamo preparati molto velocemente.
In mezz'ora, 40 minuti, eravamo pronti e abbiamo circondato la casa, mentre delle persone specializzate nelle trattative cercavano di parlamentare con i terroristi per capire che cosa volessero e per mandare un po' di latte e di cibo ai bambini. I terroristi hanno accettato di prendere il latte e intanto noi cercavamo di guardare dentro perché ogni tanto qualcuno si avvicinava alle finestre per osservare fuori. Ci eravamo divisi in tre o quattro gruppi per poter entrare contemporaneamente attraverso tutte le aperture dell'edificio, sapevamo di dover entrare molto velocemente altrimenti avrebbero avuto il tempo per  ammazzarci oppure per far saltare in aria la casetta, con dentro noi, loro e i bambini, una cosa del genere richiede solo un attimo ed è un rischio grandissimo.

-
Ma cosa volevano?
- Volevano che venissero liberati 150 terroristi in prigione in Israele, poi un pullman che li portasse tutti insieme all'aeroporto per fuggire all'estero. Volevano anche l'ambasciatore spagnolo come copertura politica. Questa era la loro richiesta e ci hanno consegnato la lista. Siccome era sabato i mediatori hanno iniziato una discussione lunghissima sostenendo che l'ambasciatore non si trovava da nessuna parte.

-
Era vero?
- No, non credo, probabilmente non lo avevano neppure contattato. Israele aveva già capito una cosa molto importante: se si cede ai terroristi non ci sarà più modo di fermarli. Oggi lo ha capito tutto il mondo, cedere a una loro richiesta significherebbe incentivarli, il terrorismo aumenterebbe sempre di più perché diventerebbe una buona strada per ottenere ciò che vogliono.
Durante la trattativa cercavano di capire in quanti erano e poi di convincerli a venire fuori con la promessa di non colpirli. Noi eravamo pronti dalla mattina alle sei e carichi di peso. Il solo giubbotto antiproiettile, all'epoca, era di ceramica speciale e pesava 25 chili, era come l'armatura dei cavalieri antichi, noi eravamo pronti ad indossarlo perché un terrorista può colpirti anche da vicino quindi mettevamo volentieri qualsiasi cosa potesse proteggerci ma non eravamo robot, la tensione era così alta e la paura così grande che ci tremavano le gambe e le mani.
Siamo rimasti quattro ore senza muoverci, tremando e aspettando. Pensavamo soltanto che se la decisione fosse stata quella di entrare, sarebbe stato meglio farlo il prima possibile. All'improvviso i terroristi hanno iniziato ad urlare, "Mandate via tutti. Sappiamo che ci sono i soldati, mandateli via, altrimenti facciamo esplodere tutto".
I soldati non si vedevano, eravamo nascosti, e quindi ci siamo molto spaventati e preoccupati che qualcuno da fuori li informasse con una ricetrasmittente e la nostra tensione è aumentata a dismisura. Verso le 10 del mattino si sono visti, di nuovo,  alcuni terroristi alle finestre, oramai sapevamo che erano 5 o 6 e quindi abbiamo deciso di tentare di entrare con la forza pensando che fosse l'alternativa meno rischiosa. Il comandante del mio gruppo si è lanciato per aprire la porta ma ha preso un colpo nella mano e non è riuscito, ha tentato il secondo e dietro la porta c'era un terrorista davanti ad una grande mitragliatrice.
Per fortuna avevamo dei cani addestrati a saltare addosso a chi spara, uno di loro si è slanciato ed è morto con 150 proiettili in corpo salvando il mio amico che è stato il primo ad entrare e che è riuscito appena in tempo ad uccidere il terrorista. Poi è andato subito nella stanza dove erano i bambini e ha iniziato a portarli fuori perché la nostra paura più grande era che tutto saltasse per aria.
Non sapevamo quanto tempo avessimo. Io ero forse il quinto nella fila e mentre passavamo sotto le finestre, prima di aprire la porta, ci hanno buttato una bomba a mano con delle schegge piccole ma di una energia micidiale e l'amico che mi precedeva è stato ferito abbastanza gravemente, era pieno di schegge nelle gambe, nel viso, nella schiena, è caduto e noi di corsa lo abbiamo sollevato e passato dietro in modo che lo portassero dal medico poi abbiamo iniziato ad entrare cercando di salvare i bambini.
Ancora mi ricordo che arrivato alla porta mi hanno passato un bambino piccolo piccolo e sono andato di corsa a darlo a qualcuno, poi sono tornato indietro e mi hanno dato un altro bambino e poi quando sono tornato indietro di nuovo il comandante urlava "Uscite, uscite, uscite" perché aveva paura che tutto potesse esplodere. Questo è accaduto nell'angolo dov'ero io con il mio gruppetto.
Ho visto tutto con i miei occhi e ricordo anche che quando hanno buttato la bomba a mano e il mio amico che stava proprio davanti a me è caduto ferito, io istintivamente stavo per sparare per difendermi, per paura che mi lanciassero un'altra bomba e in un attimo ho realizzato che c'erano dei bambini e che era meglio non sparare.
Si corrono rischi grandissimi quando si combatte contro terroristi che hanno ostaggi, si rischia di provocare un danno tremendo! Dall'altro lato della casa, dalla porta sul retro era entrato un altro gruppo e anche lì il comandante mentre cercava di aprire la porta ha sentito all'improvviso un colpo nella pancia e si è reso conto che il suo fucile non funzionava più e allora si è spostato ed è entrato il secondo. Aveva ricevuto un colpo sul caricatore del fucile e per fortuna non gli era successo niente di peggio.
I soldati del terzo gruppo passando dal tetto erano penetrati velocemente da una finestra per ritrovarsi in una  stanza vuota dove c'era il signore preso in ostaggio, legato in un angolo. Erano i soldati arrivati prima di noi che, durante la notte, avevano subito un colpo terribile per la morte del loro compagno e, per fortuna, non hanno dovuto fronteggiare una situazione troppo difficile.
Tutto è avvenuto in un minuto, al massimo in un minuto e mezzo, alla fine i bambini erano fuori, soltanto uno era morto e non sappiamo di preciso come sia successo, se lo avessero ucciso durante la notte perché piangeva oppure al momento dell'attacco. Anche i terroristi erano morti, quattro erano stati colpiti alle finestre e il quinto, quello con la mitragliatrice, sulla porta principale.
Subito dopo sono entrati gli artificieri per controllare la casa e si sono assicurati che non ci fossero esplosivi. Poi nel kibbutz ci hanno invitati per passare una serata insieme e per conoscerci perché per loro era stata una esperienza davvero scioccante.
Erano morti un uomo e un bambino, però tutti gli altri erano sani e salvi e questo sembrava un miracolo. Una cosa incredibile! Poi non se ne è più parlato, non ne hanno parlato né i politici, né la stampa ed è stato dimenticato.
Due anni fa è caduto il 25º anniversario di quell'attentato e per l'occasione al kibbutz hanno invitato tutte le persone coinvolte. Io purtroppo non ho potuto partecipare perché ero all'estero ma mi hanno detto che l'incontro è stato molto, molto commovente. C'erano tante persone che hanno raccontato tutta la storia come la ricordavano e c'erano anche i bambini, oramai uomini e donne, ma da quello che mi hanno detto non ricordavano nulla perché al tempo dei fatti erano tutti molto piccoli. Probabilmente per loro era stato un trauma tremendo e lo avevano cancellato dalla memoria.

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Erano terroristi vicini al movimento di Arafat?
- Certo, erano terroristi di Al Fatah e chiedevano la liberazione di altri terroristi di Al Fatah in prigione da noi.

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I cinque terroristi sono stati tutti ammazzati?
- Erano tutti armati quindi non c'era scelta, dovevamo ucciderli altrimenti avrebbero ucciso qualcuno di noi. I mediatori, durante i negoziati, avevano cercato di convincerli ad arrendersi ma non c'era stato nulla da fare. Non volevano neppure sentirne parlare anzi si arrabbiavano di più. Si capiva che erano pronti a veder soddisfatte le proprie richieste oppure  ad uccidere. Non c'era una via di mezzo.

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Perché non puoi raccontare della vostra attività nelle teste di cuoio?
- I fatti, anche se sono passati tanti anni, rimangono segreti militari. Del corpo di cui facevo parte non si può raccontare assolutamente nulla. Né il dove, né il come, né il quando, né la motivazione.
Sarebbe sbagliato parlare del nostro lavoro, potrebbe avere conseguenze negative sulla sicurezza d'Israele perché è molto difficile inventare nuovi metodi  per combattere.
Per esempio, prima di Misgav Am nessuno sapeva della possibilità di utilizzare cani addestrati contro chi spara, dopo è stato riportato dalla stampa e quindi oggi i terroristi ne sono informati. Ci sono dei fatti che è meglio non raccontare perché se il nemico ne viene a conoscenza può organizzarsi meglio contro di noi.
Noi speriamo che nel futuro non ci siano più terroristi però oggi, purtroppo, ancora ci sono e agiscono contro Israele e contro i civili. Non si tratta di una guerra normale, di forze armate contro forze armate, qui tutto il paese è frontiera e tutte le persone sono in pericolo, sempre.
Prima della barriera di sicurezza c'erano attentati tutti i giorni, nei luoghi più impensabili: nei centri commerciali, nei pullman, nelle scuole, nei cinema, in qualsiasi posto dove ci fosse gente.
Voi lo chiamate il Muro perché ci sono 8 km di muro di cemento costruito nelle località dove si sparava. Vicino a Gerusalemme, per esempio, ci sono due colline una di fronte all'altra e da lì si sparava. Quando alcune famiglie hanno ricevuto dei colpi dentro casa gli israeliani hanno costruito il muro lungo la strada per bloccare i proiettili.
I terroristi non sparavano mai da casa propria, entravano in case dove vivevano famiglie arabe e sparavano pur sapendo che l'esercito avrebbe colpito i civili innocenti e le loro case perché ovviamente noi rispondevamo verso la direzione dalla quale provenivano i colpi e invece magari i terroristi erano già andati via. Hanno fatto così moltissime volte.
Nelle località da dove non si sparava, invece, abbiamo messo una recinzione metallica, con le pattuglie e le telecamere per dare l'allarme. Quando una persona esce chiude a chiave la porta di casa perché non vuole che qualcuno entri senza permesso. È normale! Oggi, in Israele non si permette più a nessuno di entrare senza permesso. E come se avessimo chiuso a chiave la porta d'Israele. È un atto di difesa ed era proprio necessario!  

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L'Alta Corte di Giustizia, per venire incontro alle legittime esigenze degli arabi, in alcuni posti, ha ordinato all'esercito di spostare la barriera. Per esempio a Ma'aleh Adumim, lo scorso agosto.  
- Sì, ovviamente, quando lo decide la magistratura non c'è alcun problema a fare spostamenti . In Europa fanno il paragone con il muro di Berlino, il che è una assurdità, il muro di Berlino era stato costruito dal governo fascista della Germania dell'Est per impedire alla gente di fuggire, un governo che si definiva comunista ma era più fascista che comunista perché era una dittatura. In Israele non serve per impedire alla gente di passare ma per impedire gli attentati e non c'era altra soluzione.

-
Perché a diciotto anni hai scelto di entrare nelle teste di cuoio?
- Prima dell'arruolamento vieni chiamato per essere sottoposto a tutti i controlli. C'è anche un'intervista e gli psicologi ti domandano che cosa pensi del servizio militare, cosa vorresti fare e perché vuoi entrare nell'esercito. Io risposi che non "volevo" entrare nell'esercito, che anzi mi avrebbe fatto molto piacere non doverci entrare, mi avrebbe fatto molto piacere viaggiare per il mondo, andare all'università, o restare nel mio kibbutz! Io non ero per niente contento di entrare nell'esercito! Però, siccome è un obbligo civile per tutti quelli che vivono in Israele, siccome nella sicurezza la situazione è sempre molto difficile, poiché era il mio turno, anch'io ero disposto ad andare a difendere la mia famiglia e i miei amici.
In quel momento toccava a me fare per gli altri ciò che gli altri, fino ad allora, avevano fatto per me. E dato che ero obbligato ad entrare nell'esercito volevo farlo nel modo migliore possibile per cui ho scelto un corpo speciale dove avrei potuto dare il meglio di me stesso.

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L'addestramento ti è piaciuto?
- L'addestramento è stato molto lungo e difficile, però molto interessante perché mi piace studiare e ho imparato tante cose che mi sono servite per tutta la vita. Per esempio, devi imparare ad orientarti di notte in posti che non conosci, dove non c'è niente: né strade, né sentieri, né illuminazione. È una cosa molto difficile però in seguito ti rimane una sensazione molto forte di sicurezza personale.
Ho imparato molto bene a scalare le rocce con le corde e questo può essere utile per salvare la vita di qualcuno e ho anche seguito un corso di pronto soccorso. Altre cose mi sono servite moltissimo, in seguito, per organizzare le gite e i campeggi con i ragazzi, in tutto il mio lavoro di educatore che consiste tra l'altro nel saper creare un gruppo unito, capace di "fare insieme".
Si tratta di una formazione personale molto importante per chiunque. Se decidi qualcosa sai come raggiungere il tuo obiettivo. In ogni campo, nello studio, nel commercio, nell'amicizia ... Quando decidi sai come arrivare. Cercano di addestrare persone che siano capaci di sopravvivere ma anche di portare a termine una missione nonostante le tante difficoltà da fronteggiare, capaci di trovare una soluzione anche nei momenti più difficili.  

-
Nella formazione del soldato come viene affrontata la dimensione etica?
- Durante l'addestramento si parla moltissimo di quello che può succedere e di come bisogna comportarsi. Per esempio, in Libano durante la prima guerra, cioè nell'82, molte volte è accaduto che avanzava una donna incinta oppure un uomo con una bandiera bianca allora abbassavamo le armi e invece dietro di loro si nascondeva qualcuno armato che li stava usando come scudo e che ci colpiva. Come comportarsi in questi casi?
Per esempio, da riservisti nella striscia di Gaza si facevano dei controlli, si andava sui tetti delle case e si stava lì a guardare se succedeva qualcosa. I giovani arabi lo sapevano e quando uscivano da scuola, nel primo pomeriggio, iniziavano a tirare sassi molto grandi con delle piccole balestre, erano molto pericolosi perché potevano ucciderti o romperti una gamba o un braccio, usavano anche delle fionde per lanciare biglie di acciaio che se ti colpiscono sono quasi come un colpo di fucile.
Con la mia pattuglia una volta ci siamo ritrovati sotto una valanga di sassi e di mattoni ed eravamo molto nervosi per il pericolo, se ci fossero stati ragazzi più giovani, con meno esperienza e meno pazienza, sicuramente avrebbero iniziato a sparare e avrebbero ucciso qualcuno.
È stato un momento di grande pericolo e non un gioco da bambini. In certi casi ci vuole moltissima forza interiore per non reagire. Altre volte, quando arrestavamo dei palestinesi e li portavamo alla base, con le mani legate, succedeva che dei giovani soldati di unità non combattenti iniziassero a molestarli, non è che li colpissero o li maltrattassero, cercavano di infastidirli con le parole ma noi li allontanavamo e l'abbiamo sempre impedito.
Nel corso dell'addestramento si parla moltissimo di casi come questi, di come bisogna comportarsi e di cosa sia giusto fare, sia tra i soldati che tra i comandanti è un argomento molto vivo, il discorso è sempre aperto e molto discusso. Non dico che ogni tanto qualcuno non si comporti male ma c'è sempre qualcun altro che glielo impedisce e lo rimprovera, non passa mai inosservato.

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In Italia la stampa, specialmente quella dell'estrema sinistra, spesso non è tenera con Israele e il suo modo di fare lotta al terrorismo. I soldati di Tsahal vengono descritti come cinici militari che uccidono freddamente donne e bambini.
- Sono cose assurde, se un soldato fa qualcosa contro la legge lo arrestano e lo mettono sotto processo. Niente passa sotto silenzio, qualsiasi infrazione viene trattata molto severamente e molto seriamente..

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L'anno passato qui in Israele è scoppiata una polemica quando alla facoltà di Storia dell'Università di Gerusalemme è stata premiata una studentessa per una ricerca sul comportamento di Tsahal. Per spiegare il perché i soldati israeliani non abbiano mai stuprato le donne arabe si avanzava l'ipotesi  che fosse per una attitudine razzista.
- Ho sentito parlare di quello studio. È proprio un'assurdità! Qualsiasi cosa facciano i soldati non va bene! In tutta la mia vita non ho mai sentito che sia stata stuprata una sola donna araba. Non c'è una sola testimonianza neppure da parte degli arabi che sono stati mandati via e che sono nostri nemici. Nell'esercito israeliano è molto chiaro che ci sono delle cose che non si fanno. Non si fanno in nessun caso. Non si fanno e basta!
Sin da quando è nato lo Stato e anche da prima, quando c'era l'Haganà, l'esercito israeliano è stato fondato come esercito del popolo, non da professionisti che fanno la carriera militare, ma dal popolo stesso che voleva difendere il popolo. Per questo il primo discorso che si fa alle reclute è quello etico e morale. Ci rendiamo perfettamente conto di quanto sia difficile essere un soldato attento alla dimensione etica, si pone quasi una contraddizione in termini, ma nonostante sia molto difficile non si è mai rinunciato. È importantissimo e tutti ne parlano. Dal primo sottufficiale fino al capo dell'esercito è un argomento di cui si discute continuamente.

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Posso chiederti  che rapporti umani si stabilivano tra voi Teste di Cuoio?
- Questa è una domanda molto interessante perché si attraversano talmente tante difficoltà insieme che dopo non hai più nulla da nascondere, si stabilisce una tale vicinanza, una tale apertura fisica e mentale... Sai tutto dei tuoi compagni e loro sanno tutto di te.
Durante le azioni ci difendiamo l'uno con l'altro, quindi tutto il tempo sai che puoi contare sugli altri e questo fa nascere un'amicizia molto profonda che dura per tutta la vita. Io posso chiamare uno qualsiasi della mia squadra, in qualsiasi momento e so che tutti farebbero il massimo possibile per aiutarmi come il viceversa.
Anche se sono passati già 25 o 30 anni da quando ci siamo conosciuti. Nella mia squadra siamo in 14, alcuni sono sposati e hanno figli e altri no. Ci incontriamo tre o quattro volte l'anno per fare delle gite nei fine settimana insieme alle mogli e ai figli, cerchiamo un posto per dormire all'aperto con le tende o in un piccolo ostello, nel deserto, in Galilea, per tutta Israele. Una volta all'anno invece facciamo un incontro di soli uomini.
Quando si rischia la vita insieme nasce un rapporto molto, molto profondo e vedo che anche i miei figli nell'esercito hanno stabilito amicizie molto profonde. Certamente ci sono anche gli amici che incontri all'università o nel lavoro ma quelli dell'esercito rimangono speciali.
Ora per esempio, capisco una cosa che non avrei creduto. Qui in kibbutz sono cresciuto insieme agli altri ragazzi e ragazze, abitavamo insieme, giocavamo insieme, mangiavamo insieme, stavamo sempre insieme, dalla nascita fino a 18 anni, eravamo molto vicini e avevamo una grande amicizia, comunque quello che ho vissuto in tre anni con gli amici dell'esercito è stato ancora più profondo. È una cosa difficile da spiegare e che non ti aspetteresti, anche in kibbutz  eravamo molto vicini però con gli altri ho rischiato la vita insieme e quindi abbiamo raggiunto una profondità dell'anima e un'apertura totali.

-
Cosa si prova quando si uccide?
- È una cosa molto difficile, io non credo che esista una persona che possa uccidere a sangue freddo. Certo ci sono gli psicopatici ma i soldati israeliani non sono psicopatici quindi provano dolore, paura, tristezza, tante sensazioni. Se uccidi qualcuno che è armato e che ucciderebbe te oppure dei civili non hai nessuna possibilità di scelta, si tratta di un momento tragico nel quale da una parte c'è la sua vita e dall'altra la vita tua e quella degli altri.
È la tragicità di chi deve difendere il popolo, le persone. A volte non hai un altro mezzo per fermare un terrorista che ucciderlo. Che cosa fai?

-
Come in Italia per i partigiani che combattevano i nazifascisti. Avrei voluto chiedere a mio padre se durante la guerra avesse ucciso qualcuno, avrei voluto ma non ne sono mai stata capace. Sentivo che si trattava di una domanda terribile.
- È proprio una sensazione tragica. Che poi ti peserà per tutta la vita. Ci sono studi sui soldati che presentano la sindrome  post-traumatica da combattimento. Israele è il posto al mondo dove si studia di più quello che la gente prova dopo la guerra, quando non si riesce più a lavorare, a dormire... sicuramente si tratta di uno shock tremendo.

-
Forse la prima volta è la peggiore.
- Non penso che la seconda volta sia meno grave dalla prima. L'unica differenza, forse, è che sai già cosa stai vedendo. La prima, la seconda, la terza, la quarta..... è sempre una cosa tremenda, tremenda.

-
Molte volte ho ascoltato il racconto dei partigiani e ho sempre considerato una grande fortuna il non essere stata costretta nella mia vita ad uccidere qualcuno.
- Certamente. Certamente.

-
Ho visto una tale disperazione sul viso di alcuni soldati al ritorno da una missione.
- L'esperienza dell'esercito non è facile e ti matura moltissimo, ti fa vedere il mondo da un altro punto di vista che certo non è bello. I giovani in Italia non vivono neppure la metà delle esperienze dei giovani israeliani. Rispetto a un ragazzo italiano di 22 anni, un ragazzo israeliano della stessa età è come se avesse vissuto 10 o 15 anni in più di esperienze personali.
Le responsabilità che i nostri ragazzi prendono sulle spalle sono responsabilità che altrove tanti uomini adulti non hanno mai portato. Responsabilità enormi. Una cosa molto difficile.

(Agenzia Radicale, 29 dicembre 2008)

Purtroppo nella dirigenza israeliana non tutti la pensano come questo signore, e qualcuno, ad un certo punto, ha scelto di trattare coi terroristi, di cedere ai loro ricatti, di scendere a compromessi persino sulla sicurezza nazionale. La storia non si fa con i se, certo, ma forse non è tanto peregrino immaginare che se la linea seguita fosse stata quella indicata dall’intervistato, forse i terroristi non avrebbero messo in atto la catena di rapimenti che conosciamo. E forse non sarebbe stato rapito neppure Gilad. E non avremmo adesso oltre un migliaio di irriducibili terroristi in circolazione, e non avremmo quel povero ragazzo nelle condizioni in cui è, e non avremmo sceicchi che mettono a disposizione milioni di dollari per il rapimento di altri israeliani. Forse.


barbara


20 dicembre 2011

QUANDO UNA DONNA NON HA DIRITTO NEPPURE ALLE PROPRIE MANI

Bangladesh: uomo mutila la moglie per impedirle di studiare

«Mia moglie si è messa in testa di studiare, ma io proprio non ci sto! Le donne devono stare in casa e badare solo ai figli e alle faccende domestiche. Lei però insiste, insiste… non mi resta che darle una bella lezione!». Chissà, saranno questi i pensieri che hanno affollato la mente annebbiata di Rafiqul Islam, un 25enne bengalese che ha mozzato con un machete le dita della moglie perche’ voleva studiare? Rafiqul era sposato da 3 anni con la bella 21enne Hawa Akhter Jui. Dopo il matrimonio il giovane aveva abbandonato gli studi per andare a lavorare a Dubai, mentre la moglie aveva deciso d’iscriversi all’Università. Decisione mai accettata da Rafiqul che, di fronte alla determinazione della consorte nel proseguire gli studi, ha pensato di prendere in mano la situazione e di “darci un taglio”.
E il taglio lo ha dato realmente Rafqul, mozzando le dita della mano destra della povera Hawa. Teatro della vicenda Narsingdi,  un piccolo villaggio a circa 50 chilometri a nord-est di Dacca. Qui vive la cognata della “sposa ribelle” dove, quest’ultima, era stata invitata durante una delle lunghe assenze del marito per lavoro. Dopo pochi giorni Rafqul ha raggiunto la moglie a casa della parente e l’ha attirata in una stanza con il presto di darle un regalo. Qui la giovane, dopo essere stata legata ad una sedia ed imbavagliata,  ha sentito un dolore lancinante alla mano destra. Suo marito aveva impugnato un macete e le aveva appena tagliato tutte le dita della mano destra.
Le urla di Hawa hanno attirato nella stanza la cognata che ha bloccato Rafiqul, intenzionato a “intervenire” anche sull’altra mano. Solo dopo tre ore però, la giovane moglie è stata portata in ospedale dove, in un primo momento, ha detto di essere stata vittima di un incidente domestico. I medici hanno insistito allora, per sapere dove fossero i resti della mano e, a quel punto, il folle marito ha confessato di averli buttati nell’immondizia. Inutile la corsa alla “ricerca delle dita perdute”. Quando sono state ritrovate era, ormai, troppo tardi per riattaccarle con un ‘operazione chirurgica. Hawa però, non si arrende, ora vive a casa dei genitori, sta imparando a scrivere con la mano sinistra e non ha alcuna intenzione di abbandonare l’Università, il suo diritto allo studio, il suo diritto alla vita.
Giovanna Fraccalvieri (qui

È di qualche conforto apprendere che il marito è in prigione. È di qualche conforto apprendere che la notizia ha fatto scalpore ed è finita sui giornali locali. È di qualche conforto apprendere che la cognata è coraggiosamente intervenuta in suo aiuto e che i genitori l’hanno accolta. Ma è di immenso sconforto dover verificare ancora una volta la persistenza di una cultura in cui un marito si ritiene padrone assoluto non solo del corpo, ma anche della mente della moglie. Io comunque, più che con l’ergastolo, preferirei punire questo campione di virilità con una mutilazione che colpisca il suo orgoglio virile quanto la mutilazione della mano ha colpito la sete di sapere della moglie.



barbara


18 dicembre 2011

NILI

I dialoghi sono di fantasia, perché è un romanzo. I pensieri sono di fantasia, perché è un romanzo. Le persone sono vere, i fatti sono veri, i luoghi sono veri, perché è Storia: la storia di Nili, appunto, acronimo di “Netzakh Yisrael Lo Yishaker” “L’Eterno di Israele non deluderà mai” (Samuele 15:29), organizzazione che durante la prima guerra mondiale collaborò attivamente con gli inglesi per sconfiggere i turchi. Anima dell’organizzazione era Sarah Aaronsohn,



che nel 1915, a Istanbul, era stata testimone del genocidio armeno, toccando così con mano la sconfinata, disumana crudeltà dei turchi, e aveva perciò ben chiaro quale sarebbe stata la sorte degli ebrei in caso di una loro vittoria. Storia, questa di Nili, per lo più sconosciuta, e grandemente meritevole invece di essere conosciuta, perciò non sarà mai troppa la nostra riconoscenza nei confronti di Massimo Lomonaco, che ce l’ha messa a disposizione dotandola, per giunta, di una magistrale scrittura. E scrive, Massimo Lomonaco, in chiusura di libro:


Il mio romanzo nasce da autentico amore e rispetto per quei giovani e per la situazione storica nella quale si sono trovati a operare. Spero di essere riuscito a trasmettere una minima scintilla della grande forza che li ha animati e dell’ideale perseguito. Questo è uno dei motivi che mi hanno indotto a superare le mie resistenze nell’usare i loro veri nomi. Ogni volta che scrivevo Aaron, Sarah, Absa o Yoseph mi sembrava così di richiamarli dall’oblio: anche in questo caso la Memoria, specialmente dopo quanto accaduto in questo secolo, è un dovere.

Sì, ci è riuscito magnificamente, ma dato che non avete alcuna ragione per credermi sulla parola, vi invito caldamente a verificarlo.

Massimo Lomonaco, Nili, Mursia



barbara


18 dicembre 2011

RICORDO

di una notte di luna piena sull'oceano.



(ma pensa un po'...)


barbara


16 dicembre 2011

GILAD SHALIT

La prima intervista di Gilad



La testimonianza della cognata e della madre

 

(qui


Per altre più dettagliate notizie si sta attendendo l’autorizzazione a pubblicarle.

barbara


15 dicembre 2011

COSA CHIEDIAMO A MONTI?

Ricevo e pubblico.

L'EUROPA CI CHIEDE DI AUMENTARE L'ETÀ DELLE PENSIONI PERCHÉ IN EUROPA TUTTI LO FANNO.

NOI CHIEDIAMO,  INVECE, DI ARRESTARE TUTTI I POLITICI CORROTTI , DI ALLONTANARE DAI PUBBLICI UFFICI TUTTI QUELLI  CONDANNATI IN VIA DEFINITIVA PERCHÉ IN EUROPA TUTTI LO FANNO, O SI DIMETTONO DA SOLI PER EVITARE IMBARAZZANTI FIGURE.

DI DIMEZZARE IL NUMERO DI PARLAMENTARI PERCHE' IN EUROPA NESSUN PAESE HA COSI' TANTI POLITICI!!

DI ELIMINARE TUTTI I POLITICI DELLE PROVINCE, PERCHE' CI SONO GIA' QUELLI DELLE REGIONI - DA 40 ANNI!
DI  DIMINUIRE IN MODO DRASTICO GLI STIPENDI E I PRIVILEGI A PARLAMENTARI E SENATORI, PERCHÉ IN EUROPA NESSUNO GUADAGNA COME LORO.

DI POTER  ESERCITARE IL "MESTIERE" DI POLITICO AL MASSIMO PER 2 LEGISLATURE COME IN EUROPA TUTTI FANNO!!

DI  METTERE UN TETTO MASSIMO ALL'IMPORTO DELLE PENSIONI EROGATE DALLO STATO (ANCHE RETROATTIVE), MAX.  5.000, 00 EURO AL MESE DI CHIUNQUE, POLITICI E NON, POICHE' IN EUROPA NESSUNO PERCEPISCE 15/20 OPPURE 30.000,00 EURO AL MESE DI PENSIONE COME AVVIENE IN ITALIA

DI FAR PAGARE I  MEDICINALI, VISITE SPECIALISTICHE E CURE MEDICHE AI FAMILIARI DEI POLITICI POICHE' IN EUROPA NESSUN FAMILIARE DEI POLITICI NE USUFRUISCE COME AVVIENE INVECE IN ITALIA, DOVE CON LA SCUSA DELL'IMMAGINE VENGONO ADDIRITTURA MESSI A CARICO DELLO STATO ANCHE GLI INTERVENTI DI CHIRURGIA ESTETICA, CURE BALNEOTERMALI ED ELIOTERAPICHE DEI FAMILIARI DEI NOSTRI POLITICI!!

CARI  MINISTRI, NON CI PARAGONATE ALLA GERMANIA DOVE NON SI PAGANO LE AUTOSTRADE, I LIBRI DI TESTO PER LE SCUOLE SONO A CARICO DELLO STATO SINO AL 18° ANNO D'ETA', IL 90 % DEGLI ASILI NIDO SONO AZIENDALI E GRATUITI E NON TI CHIEDONO 400/450 EURO COME GLI ASILI STATALI ITALIANI!!
IN  FRANCIA LE DONNE POSSONO EVITARE DI ANDARE A LAVORARE PART-TIME PER RACIMOLARE QUALCHE SOLDO INDISPENSABILE IN FAMIGLIA E PERCEPISCONO DALLO STATO UN ASSEGNO DI 500,00 EURO AL MESE COME CASALINGHE PIU' ALTRI BONUS IN BASE AL NUMERO DI FIGLI. IN FRANCIA NON PAGANO SUI CARBURANTI LE ACCISE DELLE CAMPAGNE DI NAPOLEONE, NOI LE PAGHIAMO ANCORA PER LA GUERRA D'ABISSINIA!
NOI CHIEDIAMO CHE VOI POLITICI LA SMETTIATE DI OFFENDERE LA NOSTRA INTELLIGENZA, IL POPOLO  ITALIANO CHIUDE 1 OCCHIO, A VOLTE 2, UN ORECCHIO E PURE L'ALTRO MA LA CORDA CHE STATE TIRANDO DA TROPPO TEMPO SI STA SPEZZANDO.
CHI SEMINA VENTO,  RACCOGLIE ...TEMPESTA !!!
SE  APPROVI, PUBBLICA LO STESSO MESSAGGIO E CHIEDI AD ALTRI DI FARLO!!!

Non ho verificato i dati e quindi non so se siano tutti corretti. E su alcune delle richieste potrei avere qualche perplessità. Però mi sembra che nell’insieme sia una cosa ragionevole, e quindi la pubblico.
L’importante, comunque, è sapere come uscirne.



barbara


14 dicembre 2011

E MI VIENE DA CHIEDERMI

Perché se un italiano uccide due senegalesi e ne ferisce altri tre la notizia riempie tre pagine di giornale e se un marocchino uccide cinque europei e ne ferisce oltre centoventi basta un quarto di pagina? Perché gli articoli che parlano dell’assassinio commesso dall’italiano traboccano di parole quali razzismo, intolleranza, odio, estremismo e il breve articolo sull’eccidio commesso dal marocchino è un sobrio e asettico resoconto dei fatti? Perché la cronaca dell’episodio italiano gronda di fosche profezie sul baratro a cui questo dilagante razzismo, questo crescente odio cieco ci sta conducendo, mentre l’episodio belga non provoca nessun particolare allarme? Perché?

barbara


13 dicembre 2011

E VISTO CHE SIAMO IN CLIMA DANZERECCIO...

 

barbara


12 dicembre 2011

IL BELLO DELL’ESSERE VECCHI

Per un pelo. Giusto per un pelo. Quelli nati appena un anno dopo di me, grazie a quest’ultima manovra, andranno in pensione fra secoli; io, giusto per un pelo, ne resto indenne: ancora 23 settimane di lezione, poi gli esami, e poi sarò interamente padrona del mio tempo (senza soldi, ok, perché col costo della vita di qui la pensione di quarant’anni di servizio non mi basta neppure per sopravvivere a pane e acqua. Quindi me ne dovrò andare da qui – senza rimpianti, questo è poco ma sicuro. Solo che per traslocare mi servono i soldi della liquidazione, che per adesso non arriveranno e nel frattempo devo restare qui e vivere con una pensione che non mi consente di sopravvivere. Vabbè, inutile rompermici la testa). A me, a dire la verità non sarebbe dispiaciuto fermarmi ancora un anno, solo che con questo vizio che ha questa gente di fare leggi con valore retroattivo, c’è il rischio che mentre adesso posso andare in pensione con sessantuno anni di età e quaranta e mezzo di anzianità, magari l’anno prossimo con sessantadue di età e quarantuno e mezzo di anzianità non ci posso più andare, e quindi via, grazie a quell’anno di età in più, che mi permette di apprezzare immensamente il vantaggio di essere vecchia. Che poi, volendo, anche a settantacinque anni...

 

barbara


11 dicembre 2011

LISA

Il suo ricordo è riemerso all’improvviso, riordinando alcune vecchie carte. E altrettanto improvviso, e prepotente, il bisogno di parlare di lei.
L’ho conosciuta in occasione di uno dei miei numerosi ricoveri ospedalieri, lei era la mia compagna di stanza. Sessantadue anni, malata di cancro da dieci, ogni volta diceva basta, stavolta mi arrendo, non mi lascio operare più, mi lascino morire in pace. E ogni volta ritentava. E il medico che le dice e le ripete che no, questo nuovo nodulo è assolutamente innocuo, e lei, seconda elementare, lo prende per il bavero e gli dice: “Si ricordi che se lei mi illude, e poi dovessi essere delusa, lei è responsabile di tutto quello che potrei fare sotto il peso della delusione”. Sa che non ha che il ricatto per farsi dire quella verità che lei vuole ad ogni costo sapere, e alla fine il dottore cede, ammette che sì, è un altro carcinoma. E lei scende, entra di nascosto nel recinto della cappella e va a fregare un po’ delle rose destinate alla Madonna, per rallegrarsi gli ultimi giorni.
Mia nonna improvvisamente si aggrava, è moribonda, e i miei mi raccontano ogni particolare del suo stato, con un sadismo senza pari. Appena se ne sono andati vengo presa da una crisi di disperazione, mi sentono urlare per tutto il reparto, e lei parte come una furia, si attacca al telefono, chiama i miei e gliene dice di tutti i colori, perché una persona malata deve essere lasciata in pace (lei, per prima, al tempo in cui ancora tutti vedevano mia madre unicamente come la vittima della malvagità di mio padre, si rende conto di quanto invece sia perfida anche lei – e io a quel tempo non le volevo credere!).
Ha il collo devastato dalle radiazioni, e si lascia medicare solo da me (“le infermiere non ci sanno fare, solo tu hai mani così leggere, dita così delicate”). Porta sempre un fazzoletto in testa, perché i tanti cicli di chemio le hanno fatto perdere i capelli, ma da me si lascia vedere, non l’aveva mai fatto con nessuno.
Mi parla sempre di suo figlio, bello come un dio, intelligente, sapessi quanto intelligente, ricco anche, perché ha un’officina molto ben avviata, peccato che non abbia mai tempo di venirla a trovare, sai, ha tanto da fare, poverino. Anche la sera, sì. Anche la domenica. E lei continua a struggersi per questo unico amatissimo figlio, che non si fa vivo mai.
Poi, dopo due anni e mezzo di degenza, va in un istituto di riposo; io ormai ho finito di studiare, ho preso il posto, sono quassù, vado a trovarla quando posso. Continua a chiedermi di Othmar, che ha visto una volta all’ospedale, splendido esemplare di maschio umano, mio coetaneo;  non ho il coraggio di dirle che non siamo più insieme, e continuo a parlarle di lui.
Vado a trovarla durante le vacanze di Natale. Ormai non può più muoversi; mi chiede di prenderle il portafogli, mi dà duemila lire: “Vai nella pasticceria qua sotto, ti compri delle paste, vai a casa e le mangiamo insieme”.
Vado a Pasqua e non c’è. Mi dicono di cercarla al centro tumori, al centro tumori mi dicono di cercarla in radiologia, a radiologia mi dicono di chiedere all’ufficio accettazione. E lì mi dicono che è in otorino. La ritrovo nella nostra vecchia camera, e vedo che ormai è alla fine. Non può più parlare, a gesti mi chiede di prendere delle garze e cambiarle la medicazione. È l’ultima cosa che faccio per lei, l’ultima volta che la vedo.
Sulla sua tomba, sempre senza fiori, c’è una foto infilata in un barattolo di sottaceti.

barbara




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7 dicembre 2011

E TU LO SAI COME È FATTA LA TERRA?

 
 

barbara


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5 dicembre 2011

B.I.G.!

SUPPORT Buy Israel Week NOV. 28-DEC. 4, 2011 from Buy Israeli Goods on Vimeo.

barbara


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4 dicembre 2011

E DOPO LA PAUSA DOMENICALE

Domani si torna al lavoro!

 

barbara


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3 dicembre 2011

FASCISTA!

È tornata a farsi sentire Eva Klotz. L’orgogliosa figlia del terrorista Georg Klotz. Quella che ha dedicato tutta intera la propria vita alla lotta per “la liberazione del Sud Tirolo dall’occupazione italiana”; quella che da trentacinque anni si batte per il ritorno del Sud Tirolo all’Austria – ma si guarda bene dal rinunciare alle ricche prebende che lo stato italiano le garantisce. Quella che in campagna elettorale adesca i ragazzini delle medie per fargli il lavaggio del cervello e riempirli di adesivi antiitaliani – quelli che poi noi regolarmente troviamo ostentatamente esibiti su quaderni e diari e astucci e banchi e cattedre ecc. ecc. Quella che continua a fondare sempre nuovi partiti e movimenti perché nessuno è mai abbastanza radicale e antiitaliano per i suoi gusti. Quella che sostiene che gli atleti sudtirolesi non sono italiani e che accusa i carabinieri di avere torturato i patrioti. Quella che ha fatto mettere ad ogni valico – strada o sentiero di montagna che sia – un cartello che perentoriamente proclama Süd Tirol ist nicht Italien!



Lei. Adesso ce l’ha con la Befana. Non vuole che la celebrazione del 6 gennaio che chiuderà il periodo dei mercatini di Natale a Bressanone goda di finanziamenti pubblici, perché la Befana è una roba fascista e quindi nel sacro suolo sudtirolese non ha diritto di cittadinanza.
Beh, lasciatemi dire che la notizia mi riempie l’animo di gioia: in un momento di crisi pressoché planetaria, di recessione, di aumento della disoccupazione, di situazioni di grave incertezza nel campo della politica internazionale, di tensioni che si vanno sempre più accumulando eccetera eccetera, non è un immenso conforto scoprire che c’è qualcuno talmente sereno, talmente appagato di tutto, talmente tranquillo, talmente privo di preoccupazioni, da non avere altro da fare, per impiegare il proprio tempo e dare un senso alla propria vita, che occuparsi del colore politico della Befana?

barbara


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2 dicembre 2011

SHABBAT SHALOM



barbara 


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1 dicembre 2011

SENATORI E NO

Spumante nel trolley, ma passa lo stesso
Rusconi mostra la tessera: sono senatore
Il parlamentare del Pd glissa il blocco al check in di Fiumicino. Poi si giustifica: «Quella bottiglia aveva un valore affettivo»

ROMA - È successo al transito per Linate, quello più trafficato dall'aereoporto romano di Fiumicino, soprattutto nelle ore di punta, che per questa tratta sono la mattina presto, oppure la sera. Per via dei pendolari del business. Ma anche dei politici. Come Antonio Rusconi, senatore lombardo del Pd.
Era ieri sera quando, lasciato di gran carriera Palazzo Madama, il senatore Rusconi si è presentato al controllo del transito per Linate, al seguito una borsa da lavoro e un trolley che lui avrebbe voluto portare a bordo dell'aereo, e che alla fine è riuscito a portare, a dispetto di una bottiglia di spumante che chiunque di noi avrebbe dovuto lasciare al controllo. O, altrimenti, imbarcare insieme al bagaglio. Chiunque di noi. Non il senatore Rusconi. Che al nastro del controllo fa un sorrisetto e dichiara: «Ho una bottiglia nel bagaglio a mano», in mano, ben visibile, il suo tesserino del Senato. A chiunque, vista l'ora, avrebbero lasciato soltanto due alternative: perdere l'aereo e tornare all'imbarco. O perdere la bottiglia e lasciarla al controllo di sicurezza.
Al parlamentare invece no. Il senatore Rusconi entra nel salottino con i carabinieri del controllo, il tesserino di Palazzo Madama sempre ostentato, molte moine, una fretta dichiarata di perdere il volo e poi quella frase, buttata lì come una garanzia: «Beh, questa bottiglia di spumante è impacchettata come quelle del duty free shop, no?». Senza tesserini parlamentari, i comuni cittadini hanno dovuto rinunciare a ben di più: bottigliette di profumi che eccedevano il liquido concesso di cinquanta millilitri, ma anche creme troppo grandi, forbicette anche piccole, coltellini.
Il senatore Antonio Rusconi mette le mani avanti e cerca di spiegarsi: «Quella bottiglia non soltanto era sigillata, sopra c'era persino un bigliettino con il mio nome. Perché era una bottiglia particolare, un omaggio che la senatrice Donaggio, del nostro partito, aveva voluto farci perché guarita da una brutta malattia. Un valore affettivo. Io non le porto mai le bottiglie, quella però mi sembrava brutto non portarla dietro». Difficile far capire il concetto: il problema non è portare o non portare una bottiglia in aereo. Il punto è: come si trasporta una bottiglia in aereo. Il senatore Rusconi si ripete: «Non le ho mai portate le bottiglie in aereo. E non avrei avuto difficoltà a lasciare anche quella bottiglia, valeva due euro, il punto era il valore affettivo. Accidenti magari ho fatto una stupidaggine, una superficialità. Sì, diciamo pure che sono un superficiale, ma privilegiato no».

Alessandra Arachi 1 dicembre 2011 | 8:43 © RIPRODUZIONE RISERVATA (qui)

Infatti io a Tel Aviv mi sono vista portare via una limetta per le unghie, a Verona (era un viaggio di due giorni, e avevo solo bagaglio a mano) una crema che avevo distrattamente messo in borsa senza badare che la confezione era da 125 ml, a Fiumicino un resto di acqua minerale... Anch’io con la limetta e con la crema sono stata distratta e superficiale e non privilegiata, e crema e limetta non sono passate. Poi da qualche parte del mondo invece capitano cose così:


   

barbara

AGGIORNAMENTO notevolmente OT ma decisamente opportuno: dato che fra i visitatori di questo blog abbondano i soliti minchiocefali convinti che siccome a barenboim fa schifo Israele mentre i terroristi lo mandano in sollucchero allora deve per forza essere un genio, invito tutti i passanti a leggere, oltre agli incensamenti prezzolati dei pennivendoli, anche l'opinione di un vero esperto. Buona lettura.

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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