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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 ottobre 2011

DA GAZA CON AMORE

Mi è arrivata questa foto,



con la seguente spiegazione:
Questa è una foto della casa colpita questa sera da un missile palestinese sparato da Gaza, due strade da casa mia.
Fate sapere al mondo cosa succede veramente....
Ariel


Ecco, io l’ho fatto; se qualcun altro vorrà raccogliere il testimone, farà una cosa buona. La casa si trova a Gan Yavne, qui:



In “Israele Israele”, come potete vedere, non in “territorio occupato”, non in una “colonia”; a voler essere proprio proprio pignoli non sarebbe territorio occupato neanche quello da cui il missile è stato sparato per cui, se qualcuno per caso si trovasse in possesso di un paio di occhi, o magari anche uno solo, e qualche frammento di neurone più o meno funzionante, potrebbe anche concepire il sospetto che non si tratti di un’azione finalizzata alla liberazione, e che coloro che l’hanno intrapresa non siano membri di un esercito di liberazione nazionale.

barbara

AGGIORNAMENTO: è arrivata un’altra foto.



Questa è una "biglia" di ferro, 6-7 millimetri di paura concentrata. Una di migliaia che riempiono i missili che sparano i palestinesi, e con lo scoppio volano e uccidono ognuno che sta nella vicinanza.
Questa è stata fotografata nella stessa casa che ho mandato due giorni fa.
Ariel


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29 ottobre 2011

QUESTA È UNA DOMANDA SERIA

Ma qualcuno riesce a immaginare qualcosa di più cretino del questionario di Proust? Cretino proprio in tutti i sensi e sotto tutti gli aspetti, intendo dire. Cretino come idea, tanto per cominciare: mi si conosce meglio se racconto come vorrei morire o quale colore preferisco? E le sorti del mondo cambieranno se l’umanità sarà a conoscenza del fatto che prediligo il verde pisello o il viola quaresima o il giallino diarrea? E cretine le domande: perché si chiede a me qual è il tratto predominante del mio carattere? Saranno gli altri, casomai, a poterlo dire, non io! E cosa diavolo significa “qual è la qualità che preferisci in un uomo”? Dipende da quale uomo: non pretendo mica le stesse cose da un marito, da un amico, da un collega, da un vicino di casa! E se rispondo pensando al marito e dico la fedeltà, vuol dire che poi può anche essere ritardato? Brutto come una scimmia? Che se è un sadico mi va bene basta che sadicheggi solo con me?
La risposta più idiota comunque l’ho letta da Fernanda Pivano, che alla domanda “qual è la qualità che preferisce in una donna” ha risposto “Delle donne non m’importa nulla”. Che non è una risposta rivelatrice, perché ciò che di lei rivela una tale risposta, io lo pensavo da sempre. (no, stavolta la foto non la metto, ché fa troppo senso)

barbara


28 ottobre 2011

VOGLIA DI GENTILEZZA

Avevo preso due diverse insalate e le avevo messe nella stessa borsa, perché detesto sprecare plastica, e qualunque materiale in genere. Arrivata alla cassa, la cassiera si è accorta che ne avevo pesata una sola, l’altra l’avevo dimenticata. Di solito non ho questo tipo di distrazioni, ma con una dozzina di minuti di sonno alle spalle e una intera mattinata di scuola sulle spalle capita che lucidità e attenzione non siano al loro meglio. Così ho preso il radicchio spadone, sono corsa alla bilancia, l’ho pesato, ho preso lo scontrino e sono tornata, sempre di corsa, alla cassa, mi sono infilata tra le persone che aspettavano in coda e, passando, ho detto: “Scusate”. Tutti, ma proprio tutti nessuno escluso, hanno fatto un gran sorriso, e un gesto con la mano come per dire “Non importa”: quasi che il solo fatto di essermi scusata fosse sufficiente a compensarli per il tempo perso per colpa mia (anche quella prima di me si era dimenticata di pesare una cosa, e non si era scusata). A volte si ha l’impressione di vivere in un mondo talmente privo di cortesia che un sacco di gente sembrerebbe disposta anche a sopportare qualche fastidio pur di riceverne in cambio un piccolo gesto di gentilezza.

       

barbara


27 ottobre 2011

L’ISLAM E LA SHOAH

Un giorno, era il 1994 e vivevo ancora a Ede, piccola cittadina olandese, la mia sorellastra mi venne a trovare. Entrambe avevamo chiesto asilo politico nei Paesi Bassi.
A me fu concesso, a lei no. Così, io ho avuto la possibilità di studiare. Cosa che lei non ha potuto fare. Per frequentare l'Università che mi piaceva, c'era un esame di ammissione da superare: una prova di lingua, una di educazione civica e una di storia. Fu durante il corso di preparazione all'esame di storia che, per la prima volta, sentii parlare dell'Olocausto. Allora io avevo ventiquattro anni, e la mia sorellastra ventuno. Erano i giorni in cui, alla tv e sui giornali, non si parlava che del genocidio del Ruanda e della pulizia etnica nell'ex Jugoslavia. Il giorno in cui la mia sorellastra venne a farmi visita, ero fuori di me. La storia delle peripezie ai sei milioni di ebrei in Germania, Olanda, Francia e nell'Europa orientale mi aveva profondamente sconvolto.
Avevo appreso che uomini, donne e bambine innocenti erano stati strappati alle proprie famiglie. La stella di David appuntata al petto, venivano ammassati sui treni che li avrebbero portati ai campi di concentramento, per poi essere gassati, per la sola colpa di essere ebrei.
Avevo visto foto con ammassi di scheletri e cadaveri, anche di bambini. Sentito storie agghiaccianti da alcuni dei sopravvissuti all'inferno di Auschwitz e Sobibór. Raccontai tutto ciò alla mia sorellastra, e le mostrai le foto riportate dal mio libro di storia. La sua reazione, però, mi fece impallidire più delle istantanee del mio libro.
Con grande convinzione, prese a sbraitare: «È una menzogna, non farti abbindolare dagli ebrei! Non furono sterminati, né gassati, né trucidati. Ma io prego Allah che cancelli il popolo ebraico dalla faccia della terra».
La mia sorellastra ventunenne non diceva nulla di nuovo. Il mio impallidire era dovuto in parte alle agghiaccianti testimonianze che avevo appena visto e ascoltato, in parte ai genocidi di cui allora ci veniva data notizia.
La stigmatizzazione del popolo ebraico, bollato quale incarnazione del male e nemico giurato dell'Islam, di cui sarebbe intento a ordire la distruzione, è stato il topos della mia infanzia in Arabia Saudita. A indottrinarci, le nostre maestre, le nostre madri e i nostri vicini di casa. Nessuno ci ha mai parlato dell'Olocausto.
E ricordo come, durante l'adolescenza in Kenya, quando i filantropi dell'Arabia Saudita e degli altri Paesi del Golfo arrivarono in Africa, le costruzione delle moschee e le donazioni agli ospedali e agli indigenti si accompagnassero alla maledizione del popolo ebraico. Gli ebrei erano i responsabili della morte di bambini, di epidemie come l'Aids e dei vari conflitti. La loro ostinata ambizione li avrebbe portati a fare qualunque cosa pur di annientare tutti i musulmani. Se volevamo la pace e la serenità, e tenevamo alla nostra sopravvivenza, occorreva distruggerli. E chi non era in grado di imbracciare le armi, avrebbe dovuto solamente unire le mani in preghiera e levare gli occhi al cielo supplicando Allah affinché distruggesse il popolo ebraico.
Oggi, i leader occidentali che si dicono scioccati dalla conferenza promossa questa settimana dal leader iraniano Ahmadinejad dovrebbero fare i conti con questo dato di fatto. Per la maggior parte dei musulmani nel mondo, l'Olocausto non è un fatto storico che loro ostinatamente negano. Semplicemente, non sappiamo cosa è successo perché nessuno ce lo ha raccontato. E, peggio ancora, la maggior parte dei musulmani, sin da bambini, sono incitati a sperare nello sterminio del popolo ebraico.
Ricordo bene, in Africa, filantropi occidentali, Ong e istituzioni come la Banca Mondiale e il Fondo monetario internazionale presenti sul posto. I loro delegati portavano agli indigenti medicine, preservativi, vaccini e materiale edilizio. Mai una parola, però, sull'Olocausto. A differenza dei filantropi dediti alla causa dell'Islam, i volontari e le associazioni umanitarie cristiane e laiche non arrivavano sotto il vessillo dell'odio. Ma neppure loro si preoccuparono di parlare chiaro e forte contro quest'ultimo. Questa fu la grande occasione mancata per osteggiare il messaggio di incitazione all'odio diffuso dalle organizzazioni provenienti dai Paesi musulmani ricchi di petrolio.
Oggi, la popolazione mondiale ebraica è stimata in circa 15 milioni di persone. Certo non più di 20 milioni. In termini di tasso di crescita e invecchiamento della popolazione, la popolazione ebraica è paragonabile a quella degli altri Paesi sviluppati.
La popolazione mondiale musulmana, invece, è stimata tra 1,2 e 1,5 miliardi. E non solo cresce rapidamente, ma è anche molto giovane.
La cosa che più mi colpisce della conferenza di Ahmadinejad è la (tacita) acquiescenza dei musulmani moderati. E non riesco a smettere di chiedermi: perché nessuno promuove una controconferenza a Riad, Il Cairo, Lahore, Khartoum o Giakarta al fine di condannare Ahmadinejad?
La risposta potrebbe essere semplice quanto agghiacciante: per generazioni, i leader dei cosiddetti Paesi musulmani hanno indottrinato la popolazione a suon di una propaganda simile a quella propinata in passato ai tedeschi (e ai loro vicini europei). Quella secondo cui gli ebrei sono parassiti e dovrebbero essere trattati di conseguenza. In Europa, la conclusione logica di tutto ciò fu l'Olocausto. Se Ahmadinejad proseguirà su questa china, non avrà difficoltà a trovare Paesi musulmani disposti a mettersi ai suoi servigi.
Il mondo, invece, avrebbe bisogno di conferenze sull'amore, della promozione della comprensione reciproca comprensione tra culture e di campagne contro l'odio razziale. Ancora più pressante, però, è il bisogno di un'efficace e continua campagna di informazione sull'Olocausto. E questo non solo nell'interesse degli ebrei sopravvissuti allo sterminio e dei loro figli e nipoti, ma dell'umanità in generale.
Forse, la prima cosa da fare è contrastare il connubio tra filantropia islamica e odio contro il popolo ebraico. Le organizzazioni umanitarie cristiane e occidentali nel Terzo mondo dovrebbero farsi carico di tutto ciò raccontando, a musulmani e non, cosa è stato l'Olocausto.

Ayaan Hirsi Ali, Corriere, 17.12.06

Una testimonianza pressoché identica l’ho trovata molti anni fa nel libro autobiografico della marocchina Malika Oufkir, talmente priva di pregiudizi da non avere problemi a collaborare, per la stesura del suo libro, con una scrittrice ebrea, e che tuttavia della Shoah sente per la prima volta quando, dopo una lunghissima prigionia (vent’anni di prigione e cinque di libertà vigilata) dovuta al fatto di essere figlia di un oppositore di re Hassan II, fugge in Francia. E anche lei lo stesso sgomento nel rendersi conto di questa immensa lacuna, di questo incredibile buco nero nella sua conoscenza delle cose del mondo. Ed è un buco nero, questo che attraversa l’intero mondo islamico, che dice più di qualunque altra cosa.

           

   

barbara


26 ottobre 2011

NO, NON STO LAVORANDO PER VOI

Sto solo smaltendo la terrificante crisi d'astinenza causata dalla rottura dell'hard disk. Anyway, questa rinascita la voglio dedicare a lei:



barbara


24 ottobre 2011

UN VECCHIO ARTICOLO PER RIFLETTERE

Lo Tsunami dell'Onu

A quanto pare nel prossimo mese di settembre l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite potrebbe discutere e approvare (presumibilmente, con una larga maggioranza) una proposta di riconoscimento unilaterale, “senza se e senza ma”, di uno Stato palestinese. Ciò, commenta Sergio Della Pergola, sul l'Unione informa di giovedì 21 aprile, potrebbe avere l’impatto di un vero e proprio “tzunami politico”, dal quale è necessario non farsi trovare impreparati. “Speriamo – commenta il demografo - che esistano… i meccanismi di pianificazione politica in grado di attenuare le conseguenze negative dell'ondata d'urto, e anzi capaci di trasformarla in un'ondata di energie positive. Certo non potrà valere la giustificazione udita in altre circostanze: siamo stati colti di sorpresa”.
Nel condividere appieno le preoccupazioni di Della Pergola, siamo però, purtroppo, più scettici riguardo alla possibilità di ricavare da tale evento delle possibili “energie positive”. E’ del tutto evidente, infatti, che tale proposta è concepita esclusivamente con un intento politico di delegittimazione dello Stato ebraico, senza un benché minimo desiderio di contribuire a una soluzione positiva del conflitto. Sul piano giuridico la risoluzione non potrà significare assolutamente nulla, non essendo nel potere delle Nazioni Unite “fare” o “disfare” gli stati, e non potendo mai dipendere l’esistenza di uno stato da un riconoscimento esterno, per quanto autorevole. Il diritto internazionale si basa sul principio dell’effettività, e la realtà giuridica di uno stato sovrano si fonda esclusivamente sul dato di fatto della sua esistenza, intesa come autosufficienza, autonomia e funzionalità (“affinché un ente di diritto internazionale possa dirsi sovrano, occorre che esso integri i requisiti di un’organizzazione di Governo che eserciti effettivamente e indipendentemente il proprio potere su una comunità territoriale, a nulla rilevando il riconoscimento da parte di altri stati, che è un atto privo di conseguenze giuridiche” [Cass. Pen., Sez. III, 17/9/2004, n. 49666]).
L’esistenza di Israele, per esempio, non dipende affatto, giuridicamente (come pure talvolta erroneamente si legge) dalla Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 delle Nazioni Unite, che sancì la divisione della Palestina in due entità statali, una ebraica e una araba, ma dal suo antichissimo diritto storico, dal mai interrotto legame di appartenenza tra popolo ebraico ed Erez Israel e, soprattutto, dal fatto che lo Stato ebraico ha dimostrato nei fatti, con le proprie forze, di esistere, nonostante la contraria volontà di tutti i suoi vicini. Ciò che è accaduto per Israele, non è invece accaduto per la Palestina, e i motivi sono ben noti. Ma la Risoluzione 181, come si tende a dimenticare, prevedeva la nascita di due stati, non di uno solo, e stabiliva con chiarezza che sarebbero stati uno ebraico, l’altro arabo. Solo in seguito, con un’assurda e capziosa distorsione del concetto di ‘profughi’, l’idea è stata rimessa in discussione, e si è contestato il diritto all’esistenza di uno “Stato ebraico”. Perché, invece di pensare a una nuova risoluzione, non ci si interroga sulle ragioni del fallimento di quella del 1947? O perché, semplicemente, non si cerca una soluzione pacifica nell’ambito dello spirito della 181? Che bisogno c’è di una nuova “Risoluzione 2011”? I motivi, purtroppo, sono chiari come il sole: se la 181 auspicava una soluzione bilanciata del conflitto, nella tutela dei diritti di tutte le parti, la nuova Risoluzione stabilirà che uno Stato palestinese esisterà “comunque, a prescindere”. Non si sa su quali territori, con quali cittadini, con quali strumenti, ma esisterà. E non, purtroppo, “accanto” (come tutti vorrebbero), ma “contro” Israele (sul cui diritto all’esistenza, chi lo sa). Che bisogno avranno, le autorità palestinesi, di sedersi a un tavolo di trattativa, per ottenere qualcosa? Dovranno semplicemente ‘prendersi’, con qualsiasi mezzo, ciò che sarà già, a tutti gli effetti, ‘loro’.
Giusto, quindi, urgente cercare di contenere gli effetto deleteri dello ‘tsunami’. Ma non sarà facile, perché questa risoluzione non assomiglierà minimamente alla 181 del 1947. E non vorremmo peccare di eccessivo pessimismo, richiamando, nel cercare un possibile precedente, la famigerata Risoluzione 3379, del 1977: se questa, infatti, equiparò il sionismo al razzismo, la prossima cercherà di trasformare Israele in una sorta di “anti-stato”, abusivamente “sovrapposto” al legittimo, amatissimo stato di Palestina.
Francesco Lucrezi, storico


Poi invece non è successo niente, la bolla di sapone si è gonfiata e gonfiata e alla fine è scoppiata (fatto male i calcoli con la tensione di superficie?), rivelando il nulla che c’era all’interno. Perché la pretesa di farsi riconoscere uno stato che da quasi ottant’anni si è pervicacemente rifiutato nelle parole e nei fatti, di uno stato che non si è mai tentato di costruire, di uno stato che non esiste, non poteva essere altro che una bolla di sapone destinata a scoppiare. Quello che è invece successo concretamente è stata la prosecuzione del lancio dei razzi, le grandi feste per quei bravi ragazzi usciti dalle galere sioniste e mandati a riprendersi qui, e due accoltellamenti in due giorni (sì, lo so, lo so, era sulle prime pagine di tutti i giornali, vagonate di articoli e foto e commenti nelle pagine interne, notizie di apertura nei TG, ne avete ormai le palle piene di questi due accoltellamenti, lo so, ma io sono sadica e voglio rincarare la dose, ecco).
Che cosa ne dobbiamo dunque concludere? Che abbiamo a che fare con personaggi che non sanno e non vogliono costruire, ma solo distruggere, che non sanno e non vogliono vivere e lasciar vivere ma solo morire e far morire, perché Hitler è vivo e lotta insieme a loro. Farebbero però bene a ricordarsi di quel giorno, poco meno di una settantina d’anni fa, che si è detto mai più. E voleva dire MAI PIÙ.


barbara


23 ottobre 2011

COLPOSO?

I fatti. Un padre decide che “curerà” suo figlio solo con la “medicina” omeopatica. Tutto bene finché il bambino è in buona salute, ma giunto all’età di quattro anni il bambino si ammala, e il padre persiste nella sua decisione di “curarlo” con la “medicina” omeopatica. Naturalmente, dato che la malattia è di quelle serie, che se non vengono curate va a finire male, il bambino muore. Dice che adesso il padre è indagato per omicidio colposo. Ma quale indagato? Ma quale omicidio colposo? La mancanza di cure non è stata un incidente di percorso, l’imprevista conseguenza di un errore o di una distrazione, bensì un crimine consapevolmente e lucidamente perpetrato, premeditato fin dalla nascita del bambino e portato avanti, con sadica determinazione, fino alla sua morte. Quell’uomo dovrebbe essere incriminato per omicidio volontario premeditato. Con l’aggravante dei futili motivi. Con l’ulteriore aggravante del rapporto di parentela. Con l’ulteriore ulteriore aggravante dell’impossibilità della vittima di difendersi o cercare aiuto. Con l’ulteriore ulteriore ulteriore aggravante che il padre in questione di mestiere non fa lo spazzino o il meccanico o il carpentiere, bensì il medico, per cui non può neppure invocare l’attenuante dell’ignoranza in buona fede. Da sbattere in galera con ventisette ergastoli. Come minimo. Altro che indagine per omicidio colposo!



barbara


22 ottobre 2011

ORA CHE SEI QUI

E stavi per tornare vicino a noi.
Un sorriso di bambino innocente
Si è dipinto sui nostri volti,
Il primo brivido
Dopo cinque anni.
Ora che sei qui
Prenditi tempo
Non correre veloce.
Ricorda, dimentica, ridi.
Sarai sempre un eroe
Ti è permesso di piangere.
Non è affatto semplice
Perdonare il destino.

(Des Infos.com, 21 ottobre 2011 - trad. www.ilvangelo-israele.it)



barbara


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21 ottobre 2011

PICCOLA RIFLESSIONE

Vittorio Emanuele III. Ha voluto la prima guerra mondiale, con la quale ha mandato al macello un centinaio di migliaia di italiani per ottenere meno di quello che avrebbe ottenuto con la neutralità. Ha regalato l’Italia al fascismo, con tutto ciò che questa scelta ha comportato. Ha firmato le leggi razziali, con le quali, oltre all’immediata discriminazione di tutti i cittadini italiani ebrei, oltre all’immediata messa al bando, oltre ad averli ridotti in condizioni miserabili, ha contribuito a mandare al macello un quarto dei nostri ebrei. Quando le cose si sono messe male si è dato alla fuga, lasciando un’intera nazione allo sbando.

Mussolini. Dopo avere annientato le libertà, dopo avere mandato gli italiani a morire in Libia, in Etiopia, in Somalia, in Albania, in Grecia (per non parlare dei massacri messi in atto in queste “campagne”), dopo avere progettato l’annientamento dell’ebraismo italiano, dopo avere voluto entrare nella seconda guerra mondiale per avere “qualche migliaio di morti da buttare sul tavolo della pace” con la quale ha mandato al macello centinaia di migliaia di italiani e avere ridotto alla fame e a una montagna di macerie l’Italia intera, si è fatto beccare a scappare travestito.

Hitler. Dopo avere pianificato l’annientamento dell’intero ebraismo mondiale, dopo avere voluto una guerra che ha provocato decine di milioni di morti e distrutto un intero continente, mentre tutti i tedeschi morivano come mosche di fame, di malattie e di bombe alleate, se ne stava rintanato nel suo confortevole bunker con scorte di viveri sufficienti per anni, ordinando agli altri di resistere ad oltranza e di distruggere tutto. Alla fine si è sottratto alla giustizia con l’ultima fuga, il suicidio – per mettere in atto il quale pare ci abbia messo un tempo infinito perché era talmente terrorizzato all’idea di dover morire che gli tremavano violentemente le mani e non si decideva a trovare il coraggio di tirare il grilletto.

Saddam Hussein. Dopo aver tolto al suo popolo anche l’aria da respirare, dopo aver voluto la guerra con l’Iran (un milione di morti? O erano di più?), dopo aver gassato i curdi uccidendone migliaia, dopo aver invaso il Kuwait (massacri, stupri, neonati prematuri nelle culle termiche scaraventati dalle finestre eccetera eccetera), dopo avere terrorizzato e sterminato in gran numero la propria popolazione per decenni, dopo avere pagato 25.000 dollari alle famiglie di ogni palestinese che andasse a farsi esplodere in qualche mercato, ristorante, autobus, scuola, asilo, dopo avere fieramente proclamato, nel 2003, “combatteremo fino all’ultimo bambino” (e a quanto ne so, pare che solo io e Deborah Fait ci siamo scandalizzate), quando si è messa male è scappato a gambe levate e si è fatto beccare nascosto in un buco come un topo di fogna.

Gheddafi. Dopo avere terrorizzato la propria popolazione per decenni, dopo avere tolto ogni libertà, dopo avere sponsorizzato il terrorismo internazionale, dopo aver provocato un numero difficilmente calcolabile di morti, dopo avere predicato odio e morte e distruzione, dopo avere decretato il macello sia dei ribelli che dei fedeli, alla fine si è dato alla fuga, e si è fatto beccare nascosto in un buco come un topo di fogna – implorando non sparare a chi gli stava di fronte.

Non aggiungo commenti, perché non credo davvero che servano.

barbara


21 ottobre 2011

DIO NON PAGA IL SABATO

A volte paga anche a metà settimana.



barbara


20 ottobre 2011

QUALE IMMENSA LEZIONE!

Il corpo talmente smagrito da ricordare quelli dei reduci dai campi nazisti. Gli occhi, tenuti sadicamente per cinque anni senza occhiali, smarriti. Le labbra leggermente tremanti. Le gambe malferme. E soprattutto il braccio: quel braccio scheletrito che pende quasi inerte, quel braccio totalmente privo di forza e che tuttavia, con uno sforzo sovrumano, si solleva nel saluto militare per dire, con fierezza, con orgoglio, con sconfinata dignità: IO SONO UN SOLDATO DI ISRAELE.



(La stessa fierezza, lo stesso orgoglio, la stessa sconfinata dignirà che con sforzo sovrumano avevano mostrato loro)

barbara


19 ottobre 2011

NON FACCIAMOCI ILLUSIONI

Messaggere di morte

Giulio Meotti

Roma. Israele ha amnistiato un totale di 924 ergastoli per avere indietro il soldato Gilad Shalit. Fra i nomi della lista dei 477 detenuti palestinesi che Gerusalemme s’appresta a scarcerare ci sono guerriglieri invecchiati come Nail Barghouti, in carcere da trent’anni, o Abed al Hadi Ganaim, che nel 1989 scaraventò un autobus israeliano da un dirupo, uccidendo sedici persone. Svettano le menti di alcuni degli attentati più sanguinosi: Walid Anajas uccise una dozzina di israeliani al Moment Café di Gerusalemme;



Abdul al Aziz Salaha fece a pezzi due riservisti israeliani a Ramallah (sue le mani sporche di sangue mostrate da una finestra ai fotografi);



Nasser Yataima è autore dell’eccidio di trenta sopravvissuti all’Olocausto al Park Hotel di Netanya;



Musab Hashlemon ha sedici ergastoli per aver spedito kamikaze a Beersheba; Ibrahim Jundiya ha firmato attacchi a Gerusalemme; Fadi Muhammad al Jabaa ha diretto la strage in un autobus di Haifa; 

                                 

Husam Badran ha ucciso venti ragazzini russi al Dolphinarium di Tel Aviv



e quattordici persone al ristorante Matza. Poi ci sono i fondatori dell’ala militare di Hamas (Zaher Jabarin e Yihya Sanawar), i cecchini che hanno sparato ad automobili, uccidendo famiglie con bambini, e i “pugnalatori” che hanno ucciso a mani nude. Ma le storie più agghiaccianti sono quelle delle ventisette donne. Le “mantidi palestinesi”, madri di famiglia, ragazze col sorriso e laureate fanatiche che hanno scontato la pena all’Hasharon, il carcere di massima sicurezza detto “la tomba vivente”. Sulla stampa israeliana sono note come “le messaggere della morte”. Alcune indossano abiti lunghi e maniche chiuse al polso, come prevede l’islam. Altre, specie le militanti di Fatah, vestono all’occidentale. In arabo è la “istishhadiyah”, la versione femminile del martirio. Il giornale egiziano al Ahram evoca la “Giovanna d’Arco palestinese”. Lo Shin Bet, il servizio segreto interno d’Israele, ha scoperto che il 33 per cento di loro è laureato e il 39 diplomato con ottimi voti. Le chiamano “spose della Palestina” e “più pure delle api”. Il giornale egiziano al Akhbar loda così le donne terroriste rilasciate da Israele: “Hanno strappato via la classificazione di genere dai loro certificati di nascita”. Ahlam Tamimi faceva la giornalista a Ramallah.



Prima ha fallito nel cercare di piazzare un ordigno in un supermercato di Gerusalemme. Poi ha avuto successo trasportando la bomba e il kamikaze che alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme ha ucciso quindici persone.



Usava le proprie credenziali giornalistiche per superare i controlli più stretti. “Non mi pento di quel che ho fatto, anzi lo rifarei”, ha detto Tamimi in una rara intervista. “Non riconosco Israele, questa è terra islamica”. Davanti a Barbara Victor, autrice del libro “Shahidas”, Tamimi ha rivendicato l’uccisione dei bambini: “Non mi pento per i bambini uccisi, dovrebbero tornare in Polonia o Russia”. Lo scorso marzo l’Autorità palestinese l’ha premiata come “eroica prigioniera”. Sarà rilasciata Kahira Saadi, madre di quattro figli,



responsabile di un attentato in cui sono morti quattro israeliani, fu scelta per il suo “aspetto occidentale”. Uccise Zipi Shemesh, incinta di due gemelli, e suo marito Gad. A domanda se si sia mai pentita, Kahira ha risposto: “No, siamo in guerra”. Lasciò dei fiori al kamikaze prima di salutarlo. Esce dal carcere Wafa al Biss, voleva diventare martire fin da piccola: “Credo nella morte, volevo uccidere cinquanta ebrei perché una donna musulmana, da martire, diventa la regina delle 72 vergini”. Wafa cercò di farsi saltare in aria in un ospedale con nove chili di esplosivo fra le gambe.

  

A domanda se fosse pronta a uccidere anche dei bambini ebrei, la donna ha risposto: “Sì, tutti, neonati e bambini”. Imam Razawi venne arrestata con quattro chili di esplosivo. Al Saadi al Qahara è madre di quattro figli e ha spedito un kamikaze in King George a Gerusalemme (tre morti). Daragmeh Ruma ha portato l’attentatrice di Afula (tre morti). Sarà liberata Mona Awana,



anche lei giornalista, che con Internet ha attratto il sedicenne israeliano Ofir Rahum.



Sarà spedita a Gaza, dove, si dice, Hamas è pronto a usarla come propagandista.



La sua vittima, Ofir, trovò sul computer un messaggio di Mona. Senza dirlo a nessuno, Ofir si mise i vestiti migliori e prese il primo autobus. Mona lo venne a prendere a Gerusalemme. A Ramallah, dove il ragazzino neppure si accorse di essere entrato, Mona e compagni dopo averlo ucciso legarono il corpo al cofano di un’auto.

Ecco, questo è il genere di persone che sono state liberate. Prepariamoci al peggio.  

barbara


19 ottobre 2011

SENZA PAROLE

 

barbara


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18 ottobre 2011

NON LO SO

Mi sono commossa, certo, come tutti, quando ho visto la sua immagine, quel volto spettrale che smentisce clamorosamente la dichiarazione di essere stato trattato bene. Mi sono commossa e indubbiamente sono contenta che sia libero. Però davvero non ce la faccio a gioire. Non posso festeggiare quando oltre mille efferati terroristi dalle mani grondanti di sangue sono messi in condizione di tornare a rapire e uccidere e torturare e smembrare come hanno sempre fatto. Non posso festeggiare quando a una delle più mostruose organizzazioni terroristiche del mondo viene regalato un simile trionfo di portata planetaria – e non perde un secondo per dichiarare che di tale trionfo saprà fare buon uso. Non posso festeggiare quando all’industria dei rapimenti è stato dato un così potente impulso e incentivo. E non posso dimenticare il grazioso metodo inventato e messo a punto da papa Alessandro VI quando le circostanze lo portavano a dover liberare un ostaggio: offrirgli un’ultima cena, opportunamente “condita”, che poco tempo dopo la liberazione lo portava a morte. Fantasie, certo. Infondate, spero. Una cosa comunque è certa: uno stato in cui mille sentenze di tribunale seguite a regolare processo vengono annullate dall’esecutivo, non potrà mai più pretendere di essere uno stato di diritto.

barbara


17 ottobre 2011

COGLIONI

È l’unica parola che mi viene in mente, oggi come dieci anni fa: coglioni. Sto parlando di quelli buoni. Di quelli onesti, di quelli in buona fede. Di quelli che stavano pacificamente manifestando in nome della democrazia – e che, en passant, hanno democraticamente cacciato un vecchio di ottant’anni a suon di sputi in faccia e spintoni in quanto non idoneo, secondo i probi, a indignarsi. Già, perché tocca a loro decidere chi sia indignado doc e chi no (chi era, Goebbels, quello che diceva decido io chi è ebreo?). Loro, i puri. Che nel loro ineffabile candore mai e poi mai avrebbero immaginato, oggi come dieci anni fa, che una banda di terroristi di professione potesse andare a sporcare una manifestazione così bella. E quando i terroristi di professione sono arrivati, cosa hanno fatto? Se ne sono andati? Si sono chiamati fuori? Li hanno isolati? Nooooo! Sono rimasti lì, buoni buoni, a continuare a fornire ai terroristi di professione il pretesto e l’alibi per devastare e, se possibile, assassinare. In buona fede, sia ben chiaro. Salvo poi evocare oscuri complotti dei servizi segreti, “deviati o no” che avrebbero infiltrato i black block apposta per scatenare il caos e avere un magnifico pretesto per la repressione. Coglioni, coglioni e ancora coglioni. (Quanto alla statua della Madonna, credo che anche alla persona meno religiosa, meno credente, meno cattolica, l’episodio non possa che apparire ripugnante).

barbara


16 ottobre 2011

OGGI È IL GIORNO GIUSTO PER PARLARE DI EBREI

Perché i palestinesi sono "indignati"?
Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ogni tanto qualcuno mi chiede perché gli arabi (pardon, i "palestinesi") ce l'hanno tanto con gli ebrei (pardon, gli israeliani). In fondo sarebbe abbastanza semplice fare la pace, basterebbe  non solo dire "siamo in due a volere la stessa terra, dividiamocela" (questo lo dicono, più o meno), ma accettarlo per davvero, cioè non pensare "quello che riesco a far mio è mio, quel che è tuo diventerà mio domani o dopo, in un modo o nell'altro".
Questo vuol dire riconoscere che una parte sarà araba o palestinese, quel che volete, e una parte ebraica, cioè del popolo ebraico, e ammettere che in tutti e due gli stati ci possa essere una minoranza tutelata e con tutti i diritti come accade già in Israele. I palestinesi rifiutano sia di ammettere e tutelare sul loro futuro stato una minoranza ebraica, sia di riconoscere che l'altro stato sia altro per davvero e per sempre, cioè abbia carattere ebraico e non arabo.
Se accettassero questi due principi, sarebbe facile ottenere la pace. Ma così non è, e andremo avanti a lungo con questo tiro alla fune.
E nel frattempo, lo sapete, praticano la dolce arte dell'odio. Per esempio, voi impicchereste, sia pure in effigie, qualcuno con cui intendete fare la pace?
No, naturalmente, o la pace o la morte. E però, i media palestinesi hanno riportato con evidenza e con chiaro compiacimento l'iniziativa di un ragazzino che ha fatto un suo personale processo contro Netanyahu per crimini contro l'umanità, l'ha condannato a morte e l'ha impiccato, per fortuna in forma di pupazzo (http://myemail.constantcontact.com/Fatah-youth-convict-and-hang-Netanyahu-in-effigy--in-symbolic-trial.html?soid=1101929139886&aid=_Ii0zFcnY0Y). Naturalmente quello che conta non è tanto la stupidera dell'adolescente o la sua ricerca di pubblicità, ma il fatto che i media (i quali in un regime come quello palestinese sono controllati e diretti) gliel'abbiano data, cioè che abbiano trattato la sua sceneggiata non come una sciocchezza, ma come un esempio da lodare.
Dunque, perché i palestinesi ce l'hanno con gli israeliani? Anzi, perché sono "indignati", per usare una parola di moda?
I motivi sono tanti, il Corano e le sue tirate contro gli ebrei, il senso di superiorità razzial/religioso deluso, il rancore per le guerre perse, quel tantino di antisemitismo che risale almeno ai tempi di Husseini muftì di Gerusalemme e amico di Hitler, che ha sempre reso difficile la pace (http://www.meforum.org/3022/anti-semitism-prevents-peace). Eccetera eccetera.
Ma vorrei suggerirvi un'altra ragione. Il fatto è che gli israeliani non lasciano giocare i palestinesi alla guerriglia in pace. Non obbediscono a quell'appello spontaneo del cuore che in una lite di strada in un film di Alberto Sordi, se non sbaglio, si esprimeva con le sante parole "Fermete, che te meno". Non stanno fermi, ecco.
Si inventano delle armi, delle difese. Per dar fastidio ai poveri attentatori suicidi, hanno costruito una barriera di sicurezza (pardon, un muro dell'apartheid) e dei controlli di sicurezza. Per non far dirottare aerei e ora anche navi, ci mettono delle maligne scorte armate.
E pensate, adesso per evitare che i poveri terroristi, sempre più riforniti di armi tecnologicamente avanzate, si sono inventati un marchingegno tecnologico che devia i razzi antiaeriei sparati anche contro i voli civili (http://www.youtube.com/embed/uVlERTFVSpo?rel=0). 
Ma vi pare? Vi sembra leale?
E non è tutto. Ci sono altre armi segrete. Pensate che di recente il presidente Muhammad Abbas (pardon, Abu Mazen) in persona, ha denunciato che i temibilissimi coloni stanno allenando dei cani per attaccare la "Palestina" e mandano anche dei maiali, chissà se allenati anche loro o magari cittadini "sionisti" (lo dicono loro che "gli ebrei sono figli di scimmie e maiali") a profanare i campi dei poveri palestinesi (http://elderofziyon.blogspot.com/2011/09/abbas-accuses-jews-of-releasing-zionist.html). Ecco, questa è guerra biologica. Spero che capirete che va contro tutte le convezioni umanitarie dell'Onu. Speriamo che intervenga il giudice Goldstone. Ve l'ho detto. Per favore, non chiedetemi più perché gli arabi (pardon i palestinesi ce l'hanno (pardon, sono "indignati") con gli ebrei (pardon gli israeliani). Sono fin troppo gentili, di fronte alle provocazioni che subiscono.
Ugo Volli (informazione corretta)

Oggi è il 16 ottobre, e ricorre il sessantottesimo anniversario della razzia del ghetto di Roma. È già stato ricordato qui, qui, qui, qui e qui, ma un ricordo non è mai di troppo.

barbara


15 ottobre 2011

SPIGOLATURE 2

I viaggi coi mezzi pubblici. Non ne avevo mai fatti, le prime due volte perché avevo le zampe rotte e mi potevo spostare solo in taxi, le altre due perché erano viaggi organizzati. Questa volta invece li ho fatti, in autobus (Tel Aviv-Eilat e ritorno, Tel Aviv-Rehovot, Tel Aviv-Gerusalemme e ritorno), con lo sherut (da Netanya a Tel Aviv), in treno (da Tel Aviv a Naharia e da Kiryat Motzkin all’aeroporto Ben Gurion) e gli autobus urbani e il tram. La maggior parte di questi viaggi per fortuna li ho fatti con E. perché io ho un così prodigioso senso dell’orientamento che sono capace di perdermi nel corridoio di un bilocale, e infatti l’unica volta che mi sono dovuta districare da sola alla stazione degli autobus di Tel Aviv mi sono persa – poi mi sono trovata, per vostra disgrazia, ma questa è un’altra storia. Questo comunque è uno dei motivi per cui amo immensamente aeroporti e metropolitane, perché sono organizzati in modo tale che perfino per una come me è impossibile perdersi. Lo sherut a Netanya comunque me lo sono preso da sola; è vero che uscita dalla casa della persona che mi aveva generosamente ospitata per la notte dovevo solo andare dritta, ma per una col mio orientamento è un’impresa anche quella, credetemi. Bellissime esperienze, comunque, e bellissimo il sistema, che mi viene da definire da kibbuz, dello sherut, che uno sale, va a sistemarsi dove trova un posto libero, dopodiché allunga i soldi che passano di mano in mano fino all’autista che fa il biglietto e poi allunga all’indietro la mano con il resto, il più vicino lo prende e lo passa di mano in mano fino al destinatario.

Il treno per Naharia. Credo ci saranno state su almeno sei sette miliardi di persone quando è arrivato, e altrettante aspettavano insieme a me alla stazione per salire. La mia valigia non era grande, ma insomma c’era, e da qualche parte bisognava pure infilarla, e oltre ai miliardi di persone, siccome c’erano un bel po’ di ortodossi, c’erano i passeggini, tutte questa famiglie con un passeggino singolo e uno doppio e i bambini in braccio e i bambini per mano e i bambini in braccio ai fratelli più grandi e quelli che con passeggini e tutto l’armamentario erano andati al piano superiore e al momento di scendere dovevano far passare il tutto in mezzo a questi corpi fra i quali non c’era lo spazio di un ago e io fino a metà del viaggio in piedi, con un piede appoggiato di traverso e uno solo con la punta e come unico sostegno, due dita appoggiate a un palo. Poi finalmente si è liberato mezzo gradino e mi sono seduta lì, mentre sull’altro mezzo gradino c’era seduto un soldato, il cui mitra mi sfiorava le ginocchia. “Condizioni disumane” mi è venuto a un certo momento da pensare. Poi mi è venuto in mente questo



e mi sono vergognata di quello che avevo pensato.

La sicurezza. L’attenzione di tutti, sempre all’erta per il bene di tutti, l’ho potuta verificare, meglio che negli altri viaggi, in quei giorni di attentati a raffica. Al momento di lasciare Gerusalemme E. doveva ancora fare degli acquisti, e io l’ho aspettata alla fermata del tram: mi sono seduta su una panchina e ho posato per terra, di fianco a me, la borsa da viaggio. Tempo dieci secondi, e il titolare di uno dei negozi alle mie spalle è venuto a chiedermi se la borsa fosse mia. Poco dopo, dall’altra parte della strada, si è fermato il tram, e una signora seduta vicino al finestrino si è messa a fare gesti frenetici indicando nella direzione della panchina e facendo con le mani il disegno di qualcosa di tondeggiante. Alla fine ho capito che stava cercando di segnalare la mia borsa, e solo quando ho indicato che era mia si è calmata. E già la sera prima quando E., Anna e io abbiamo visto passare degli amici, in Ben Yehuda, e Anna ha posato su una panchina il suo portatile per andarli a salutare, non sono passati che pochi secondi prima che qualcuno si fermasse a guardarlo con sospetto. Per fortuna E. se n’è accorta e si è precipitata lì a rassicurarlo che non era un oggetto abbandonato e non c’era bisogno di prendere iniziative di emergenza. Ed è bello e rassicurante vedersi circondati da gente che, pur senza ansie o paranoie, ha però occhi e orecchie sempre pronti a cogliere il minimo segnale, e se ha l’impressione che ci sia qualcosa di sospetto non provvede a mettersi in salvo scappando a gambe levate bensì si ferma, per segnalare il pericolo e mettere in salvo gli altri. Ed è anche da queste cose che si vede la grandezza di un popolo e di una nazione.

barbara


14 ottobre 2011

QUANDO L’ACQUA TOCCA IL CULO SI IMPARA A NUOTARE

Così si dice dalle mie parti. Ora, succede che da quasi tre anni il signor Barack Hussein Obama è impegnato a tempo pieno a fare il giochino della mano tesa con l’Iran. O meglio - perché l’Iran, non dimentichiamolo, è un meraviglioso Paese dall’antica e raffinatissima cultura e con un meraviglioso popolo che soffre e lotta - con Ahmadinejad. Ignorandone deliberatamente il negazionismo. Ignorando ostentatamente il suo proposito di arrivare all’atomica per annientare Israele, come del resto da oltre vent’anni va predicando il suo sponsor, l’ajatollah Ali Kamenei. Ignorando pervicacemente il terrore dei Paesi arabi circostanti che lo considerano un pericolo da fermare ad ogni costo. Ignorando diligentemente tutte le atrocità perpetrate contro i suoi inermi e pacifici cittadini.
Adesso succede che l’Iran è andato a fare la cacca in casa del signor Barack Hussein Obama e il signor Barack Hussein Obama ha improvvisamente scoperto che la cacca puzza. E inquina. E può provocare pericolose malattie. Così, altrettanto improvvisamente, ha appreso l’arte di nuotare: “l’Iran dovrà renderne conto”, “va isolato”, “risposta forte”, “le più dure sanzioni”, “nessuna opzione viene esclusa”.
Pare che, in realtà, il complottatore capo si sia rivelato talmente scalcinato – un ladro di polli più che un agente dei servizi segreti – da suscitare non pochi interrogativi e perplessità: che siano stati, mi chiedo io, i suoi uomini a organizzarsi per spingergli un po’ di acqua sotto il culo per costringerlo a nuotare? A me starebbe anche bene, spero solo che non siano arrivati troppo tardi.



barbara


13 ottobre 2011

OHIBÒ

Ieri sera, cioè stanotte, sì insomma, alle cinque e mezza di stamattina, mentre stavo riflettendo per decidere se andare a letto o mettermi a fare qualcos’altro, mi è improvvisamente venuta l’idea di fare ordine fra i miei smalti per le unghie, sparpagliati in cinque posti diversi. Così li ho tirati fuori tutti, ho spolverato i flaconi, che alcuni sono vecchi di vent’anni o più (mi ricordo ancora che quello cremoso dorato che ci mette una vita ad asciugarsi l’ho preso a Parigi nel 91) e non più usati dalla notte dei tempi, li ho provati, ne ho buttati via sei, ormai secchi, e ho messo tutti gli altri ordinatamente in un cestino di vimini. Poi li ho contati, e ho appurato che ne ho 62 (SESSANTADUE, SEI DUE). Come mai così tanti? Perché ogni tanto ne compro qualcuno, ma siccome non ho mai tempo di stare lì a metterli non si consumano mai e finisce che restano tutti lì. Ohibò. Dite che è un post del piffero? Sì, lo so, ma non si può mica parlare sempre e solo dei massimi sistemi, no?



barbara


12 ottobre 2011

INDIGNAZIONE SERIALE

Dice che in Spagna si sono indignati e siccome è una buona idea e a noi non era ancora venuta adesso prendiamo esempio e ci indigniamo anche noi. Così oggi una collega mi ha dato un opuscoletto in tedesco e in italiano che dice che il 15 ottobre andiamo in piazza a indignarci tutti insieme e ci sarà una tizia che parla e poi anche un concerto e poi ci sarà anche un “Tavolo di libri & stand informativi di associazioni impegnate” e poi alle 19 “Accendiamo le nostre candele per più democrazia e solidarietà! (Le candele per la catena di luce vengono messe a disposizione)". Perché, mi ha spiegato la collega, ormai non c’è più democrazia da nessuna parte e interessano solo i soldi. E così noi accendiamo le candele e lo (o “le”?) mettiamo in quel posto a quelli che pensano solo ai soldi e li obblighiamo a darci la democrazia, tiè.
Mi viene in mente quell’anno che gli studenti parigini sono scesi in piazza perché evidentemente avranno avuto le loro buone ragioni per protestare e immediatamente sono scesi in piazza anche gli studenti romani con lo slogan “Parigi chiama, Roma risponde”. Motivi propri di protesta? Boh. Programmi? Boh. Richieste? Boh.
È per quello che da noi i capitani di ventura avevano un così strepitoso successo: qua basta che un cane si metta in movimento, e immediatamente tutto il branco di pecore si accoda.



barbara


11 ottobre 2011

NON TACERÒ

 

“In favore di Sion non tacerò, in favore di Gerusalemme non resterò inerte, fino a che il suo diritto non apparisca come lo splendore degli astri e la sua salvezza come una fiaccola ardente” (Isaia, 62)

E per cominciare non tacerò ciò che non tacciono i palestinesi quando parlano in arabo, come questo alto dirigente di al-Fatah che annuncia apertamente l’obiettivo finale della politica palestinese: l’annientamento di Israele.
E non tacerò ciò che è da sempre il programma dichiarato di quella gente: dopo il sabato, la domenica. Ne stiamo vedendo la concreta attuazione in Egitto dove, finito di eliminare gli ebrei, ora sono intensamente occupati a sterminare i cristiani. E far finta di non vedere, far finta di non sapere, far finta di non capire non è una buona tattica. Sarebbe invece buona cosa rendersi conto che non impedire, se non addirittura incoraggiare e favorire, il macello degli ebrei non ci conviene tanto, perché prima finiscono con loro, e prima cominciano con gli altri, per cui se non per amore degli ebrei, se non per amore della giustizia, bisognerebbe darsi da fare almeno per amore della propria pelle.
E non tacerò l’orrore per l’infamia che Netanyahu, per ragioni elettorali immagino, sta perpetrando ai danni di tutti gli innocenti israeliani: liberare mille terroristi assassini che immediatamente provvederanno – non è un’ipotesi: lo hanno SEMPRE fatto – ad assassinare, a rapire, a torturare uomini e donne, vecchi e bambini, scolari sui banchi e neonati nella culla. Magari, perché no? lo stesso Gilad un’altra volta. Poiché la speranza è l’ultima a morire, spero con tutte le mie forze che ciò non accada e che l’infame proposito venga bloccato prima che sia troppo tardi, ma se dovesse accadere non tacerò, e con tutte le mie forze griderò che il sangue di tutti quegli innocenti ricadrà sulle mani di Netanyahu.

barbara


10 ottobre 2011

LUIGI E GLI ALTRI

Luigi Calabresi, fatto oggetto di un’ossessiva, martellante campagna di odio, continuata anche dopo che tutte le prove scientifiche hanno dimostrato che Pinelli non era stato ucciso e che, soprattutto, in quel momento Calabresi si trovava da tutt’altra parte. Campagna di odio sfociata infine nell’assassinio del commissario da parte degli adepti di una religione che è tornata alla pratica dei sacrifici umani. E insieme ai familiari di Luigi calabresi trovano voce i familiari di altre vittime sacrificali: Guido Rossa, Antonio Custra, Ezio Tarantelli, Marco Biagi...
E trova spazio, soprattutto, l’unica possibile risposta ai cultori della morte: “Bisogna scommettere tutto sull’amore per la vita”.

Mario Calabresi, Spingendo la notte più in là, Mondadori



barbara


9 ottobre 2011

STEFANO

«Mio fratello si chiamava Stefano. Stefano Gay Taché. Il 9 ottobre del 1982 aveva appena due anni quando fu ammazzato da un commando di terroristi mentre usciva dalla Sinagoga Maggiore di Roma, al termine della festa di Sukkot, assieme alla sua famiglia. Mio fratello aveva due anni meno di me, che mi chiamo Gadiel. Oggi, a ventinove anni da quel massacro su cui l'Italia ha steso un velo di ambiguo e imbarazzato silenzio, ho deciso di impegnarmi perché sia conservato il ricordo di un bambino ucciso nel cuore di Roma».
«Nel Ghetto che aveva già conosciuto la vergogna della deportazione degli ebrei portati ad Auschwitz il 16 ottobre del '43. In uno slargo tra via del Tempio e via Catalana che la giunta di Veltroni, accogliendo la richiesta della comunità ebraica romana, decise di intestare a Stefano Gay Taché, bambino romano, italiano, ebreo».
Gadiel Taché oggi ha trentatré anni, si è laureato in Lettere, lavora come broker assicurativo, fa il musicista e per onorare la memoria del suo fratellino strappato via dalla pioggia di granate e mitragliate degli assassini antisemiti di ventinove anni fa ha composto una canzone intitolata «Little Angel». Per anni si è difeso dietro una corazza di riserbo, di timidezza, di silenzio. Per anni lo hanno invitato a parlare alle commemorazioni: «Ma io non ho mai voluto salire su un palco e ogni volta, finita la celebrazione, tornavo a casa più triste e desolato». Anche quando, nel gennaio del 2010, papa Benedetto XVI, prima di fare il suo ingresso nella Sinagoga romana, venne a stringere la mano a lui e ai suoi genitori nei pressi della targa commemorativa dedicata a Stefano, il suo «silenzio» non si spezzò. «Il dolore me lo sono sempre portato dentro, sempre, sempre», dice Gadi: «dolore morale, ma anche fisico. Io ero accanto a Stefano quando scoppiò la bomba a frammentazione che uccise mio fratello ma devastò, oltre a me, mia madre e mio padre che insieme a tante altre famiglie, avevano portato i loro figli a celebrare una festa ebraica.
Quel giorno, subito dopo l'attentato, i soccorritori mi trasportarono in elicottero al San Camillo. L'unico vago ricordo che ho di quelle ore terribili: un elicottero, e il suo rumore assordante. Dopo fui sottoposto a trenta interventi chirurgici nel corso di un anno e mezzo, alla testa, all'occhio, all'arteria femorale che doveva essere riallacciata, dappertutto. Poi, mica è finita, un'altra ventina di interventi negli anni successivi. Non sono mai guarito. Ancora adesso mi fa male sempre qualcosa. I medici mi dicono che dalle radiografie appare l'interno del mio corpo che sembra un cielo stellato, dove le stelle però non sono proprio una poesia, ma le schegge infinite che si sono conficcate dentro di me e non andranno mai via». Oggi però c'è qualcosa di nuovo che ha scosso sotterraneamente la routine dolorosa della vita di Gadiel: «È come se mi fossi risvegliato da un lungo sonno, da uno stato di torpore che mi ha sempre impedito di afferrare il significato profondo dello strazio che ha distrutto la mia famiglia con la morte di Stefano. Oggi voglio capire, informarmi, spiegarmi quello che è successo, gli eventi che lo hanno preceduto, la giustizia che non è ancora arrivata».
Con il «risveglio», una voglia febbrile di informarsi, di ricostruire l'atmosfera intossicata di odio antiebraico di quel tempo, di chiarire i dettagli ancora in ombra di quella tragedia. Ora Gadiel legge con avidità i giornali dell'82, anche quelli precedenti al 9 ottobre. Legge che in Europa, da Parigi ad Anversa a Vienna, il nuovo antisemitismo, eccitato dalle proteste per l'intervento israeliano in Libano, aveva preso di mira i cimiteri e le scuole israelitiche, i luoghi di culto degli ebrei. Legge che sul muro della piccola sinagoga romana di Via Garfagnana era stato affisso nell'82 uno striscione con su scritto «Bruceremo i covi sionisti». Legge che l'antisionismo stava diventando, nell'indifferenza generale, nuovo odio per gli ebrei, anche per i bambini ebrei, come Stefano, che uscivano dal Tempio dopo aver celebrato una festa della comunità. Legge che proprio a Roma, nel mezzo di un corteo sindacale, si staccò un gruppo che depose vicino alla Sinagoga una bara in segno di oltraggio e di disprezzo e che il comunicato con cui la Cgil chiese scusa alla comunità ebraica per quell'efferatezza antisemita fu imbarazzato e reticente. Legge che, per i funerali di suo fratello Stefano, il rabbino Toaff, per evitare incidenti e contestazioni, supplicò il presidente Pertini di non presenziare alla cerimonia dopo che il Quirinale aveva accolto come un eroe dell'umanità Arafat, applaudito pochi giorni prima dell'attentato da tutte le istituzioni italiane, tranne che dall'allora presidente del Consiglio Spadolini, dai Repubblicani e dal Partito radicale di Pannella.
Si chiede che cos'è quel cosiddetto «Lodo Moro» di cui parlava Cossiga: un patto con i terroristi palestinesi perché potessero agire indisturbati in Italia in cambio dell'«immunità» italiana. Legge che quel 9 ottobre, incredibilmente, nessuna camionetta, tra polizia e carabinieri, era lì a difendere la Sinagoga e gli ebrei romani.
Legge tutto questo e si chiede se, «sebbene nessuna sentenza terrena mi possa ridare indietro mio fratello Stefano, sia stata fatta giustizia con la punizione di chi faceva parte del commando di assassini». E a questa domanda Gadiel Taché si risponde: «No, non è stata fatta». L'assassino Abdel Al Zomar, condannato all'ergastolo dalla giustizia italiana, ha vissuto indisturbato nella Libia di Gheddafi dopo essere stato consegnato ai libici dalla Grecia a metà degli anni Ottanta: «So che in tutti questi anni l'Italia è stata molto blanda nel chiedere l'estradizione di Al Zomar. Adesso si trincerano dietro cavilli formali. Con Gheddafi al potere, fino all'ultimo nessuno ha preteso che gli assassini di mio fratello fossero assicurati all'Italia. Ma ora so che la comunità ebraica romana chiede formalmente al ministro Frattini di rivolgersi al nuovo governo di Tripoli per ottenere l'estradizione di Al Zomar e degli altri componenti del commando che stanno in Libia. Ovviamente faccio mia questa richiesta». E chiede qualcos'altro, Gadiel Taché: che abbia termine la «rimozione psicologica e storica» di quell'attentato terroristico da parte dell'Italia. «So per esempio», dice Gadi, «che il presidente Napolitano non è insensibile alle proteste degli ebrei romani affinché il nome di Stefano sia incluso nel triste elenco delle vittime del terrorismo in Italia che ogni anno, il 9 di maggio, vengono solennemente ricordate al Quirinale. Credo che qualcosa si stia muovendo. Voglio sperare che questa ferita della memoria italiana possa essere sanata».
Ed effettivamente non si comprende perché un bambino romano, italiano ed ebreo ucciso dai terroristi non sia considerato e onorato come «vittima» del terrorismo che ha insanguinato l'Italia. Non si capisce perché debba essere solo la comunità ebraica a Roma , guidata da Riccardo Pacifici, figlio di un uomo che in quell'attentato del 9 ottobre fu ferito e riportato in vita quasi per miracolo, a intestare vie, fondazioni, scuole, premi, sinagoghe con il nome di Stefano Gay Taché. «Oggi tocca a me salvare Stefano dall'oblio collettivo, tocca a me impedire che quella tragedia sia rimossa e considerata un episodio minore della violenza che ha insanguinato il nostro Paese», promette il fratello. Per questo ha deciso di rompere il silenzio. Dopo ventinove anni. Con dentro un dolore immenso e un «cielo stellato» di schegge assassine. (Pierluigi Battista)

No, Gadiel, non tocca a te, tocca a noi: a tutti noi. A noi che ci consideriamo esseri umani. A noi che ci riteniamo persone civili. A noi che aspiriamo ad essere persone decenti. Tutti noi abbiamo il dovere di sottrarre tuo fratello, NOSTRO FRATELLO Stefano, assassinato all’età di due anni da mani terroriste che di troppe complicità hanno goduto, a quell’oblio che lo ucciderebbe per la seconda volta. Pierluigi Battista lo ha fatto con questo bellissimo e toccante articolo; io l’ho fatto qui e qui, e torno a farlo ora; e anche loro lo hanno fatto. E spero, voglio con tutte le mie forze sperare, che non saremo i soli.



barbara


8 ottobre 2011

GLI EBREI DELLO STATO, LO STATO DEGLI EBREI

Questo articolo di Ugo Volli è dello scorso gennaio. Poiché i fatti da lui denunciati non solo hanno continuato a sussistere ma si sono anche ulteriormente aggravati, penso possa essere utile riproporlo.

Le liste e la civiltà cattolica

Non occorre forse aspettare il Giorno della Memoria per riflettere sulla notizia dell'ennesima scoperta di liste di ebrei pubblicate in internet da neonazisti. Non basta indignarsi, occorre pensare un po' più a fondo. La storia insegna che queste liste sono solo un passo del meccanismo della persecuzione; non l'ultimo della violenza effettiva (grazie al Cielo non ci sarebbero oggi le condizioni da noi perché lo fosse), ma neanche il primo. Prima della pubblica gogna degli ebrei durante il fascismo (non solo le liste, ma anche l'indicazione dei negozi ebrei, le espulsioni da scuole, lavori, associazioni), vennero infatti le leggi razziali che le giustificavano; le leggi razziali furono introdotte dalla precedente propaganda di riviste come "La difesa della razza" e dal manifesto degli scienziati razzisti (firmato, è bene ricordarlo oltre che da tutta la nomeklatura fascista, anche da "scienziati", politici e personalità della "società civile" che di lì fecero carriera come Almirante, Badoglio, Missiroli, Soffici, Evola, Fanfani, Bocca, Gedda, padre Gemelli, Papini, Gentile, Guareschi: per l'elenco completo vedi http://www.internetsv.info/Manifesto.html).
Tutto questo però ancora non è il vero inizio del processo culturale che portò ai treni per Auschwitz. Prima del razzismo fascista vennero molti decenni di martellante propaganda mirante a decostruire l'idea liberale dell'uguaglianza degli esseri umani e dei cittadini per stabilire un' "eccezione ebraica". Gli ebrei, secondo questa propaganda form[avano] "una nazione straniera nelle nazioni in cui dimorano e nemica giurata del loro benessere", "stranieri in ogni paese, nemici della gente di ogni paese che li sopporta"; "combatte[vano] il cristianesimo e la Chiesa, pratic[avano] l'omicidio rituale dei bambini cristiani, av[evano] nelle loro mani un potere politico capace di condizionare gli stati e soprattutto possiede[vano] grandi ricchezze conquistate con l'usura e quindi avrebbero un fortissimo potere economico". Questa parole vengono da un'analisi del gesuita Giuseppe De Rosa che riassume l'atteggiamento antisemita (lui dice antigiudaico, ma si tratta di una distinzione che non regge l'analisi) della rivista gesuita "Civiltà cattolica". Ne parla a lungo David Kerzner in quel libro importante e assai censurato in Italia che è "I papi contro gli ebrei", tradotto da Rizzoli nel 2002.
"Civiltà cattolica" non fu certo l'unica rivista a tenere questo atteggiamento, né la Chiesa fu la sola agenzia sociale a propagandare l'antisemitismo otto e novecentesco. Ma è bene ricordare che non furono i piccoli falsari come il Simonini raccontato da Eco a compiere questa azione di delegittimazione e demonizzazione, ma grandi istituzioni pubbliche rispettabili e serie, fra cui molte forze politiche esplicitamente cattoliche, com'è il caso per esempio dell'Austria col partito cattolico/antisemita del sindaco di Vienna Karl Lueger ("il maestro di Hitler") e della Francia in cui la campagna contro Deryfus fu guidata da giornali cattolici come "La Croix" e "Le Pélerin", mobilitando gli scrittori cattolici da Daudet a Barrès, da Maurras a Bernanos.
Perché parlare di queste cose oggi? Perché tutti si scandalizzano delle liste di proscrizione o alle lezioni negazioniste all'università che ritornano periodicamente agli onori della cronaca, ma nessuno bada alle condizioni che rendono possibili questi abomini e cioè alla più o meno sottile opera di delegittimazione e demonizzazione che le precede. Perché nei prossimi giorni ricorrono, stranamente e forse giustamente vicine le giornate della memoria e del dialogo ebraico-cristiano, che dovrebbero essere entrambe occasioni di riflettere su questo tema.
E infine perché mi sembra di capire che dopo una pausa di qualche decennio (Kertzner attribuisce a De Rosa la considerazione che "Civiltà cattolica" "mutò la sua linea solo nel 1965") la rivista dei gesuiti abbia ripreso a lavorare sull'immagine degli ebrei, con la variante non secondaria di non occuparsi più della "razza" ebraica, ma dello "stato" ebraico - ma con contenuti non troppo diversi, e di nuovo facendo l'avanguardia della posizione vaticana. E' noto infatti che "le bozze della rivista vengono riviste dalla Segreteria di Stato" e dunque manifestano la posizione ufficiosa della Santa Sede.
E' infatti di qualche giorno fa un'anticipazione pubblicata dall'Ansa di un editoriale firmato da Padre Giovanni Sale in cui sostanzialmente si dice che la nascita dello stato di Israele è stato un crimine contro l'umanità. La conseguenza di questa valutazione è che, secondo il riassunto dell'Ansa, "il problema dei profughi palestinesi, nato nel '48 da una vera e propria «pulizia etnica», «va trattato in sede internazionale», va affrontato «con realismo e risolto nell'interesse innanzitutto, delle parti lese», nella consapevolezza che «non esiste una proposta che accontenti tutti»." Chi ha orecchie per intendere...
Questa lettura, profondamente delegittimante, fa il paio con i risultati del Sinodo dei vescovi mediorientali, tenutosi qualche mese fa (in cui, è bene ricordare, il redattore della risoluzione finale dichiarò nella conferenza stampa conclusiva che Israele non aveva più alcun diritto storico-religioso sulla "Palestina" perché la promessa divina dell'"Antico testamento" era stata abolita dal "Nuovo", sicché l'elezione ebraica era senza fondamento; e nell'occasione fu anche presentato un documento interconfessionale che fra altre amenità definiva "un peccato contro Dio" la fondazione dello Stato di Israele, che per padre Sale è solamente un "crimine contro l'umanità"). E poi la partecipazione alla conferenza Durban 2 contro il parere della maggior parte degli stati occidentali, la bizzarra teoria più volte espressa che le persecuzioni dei cristiani nel mondo islamico derivano dall'esistenza dello stato di Israele (la "violenta irruzione del sionismo a Gerusalemme" per usare le parole di Vittorio Messori, scandalose perché più esplicite del felpato linguaggio della diplomazia vaticana, ma non sostanzialmente diverse). E cento altri episodi che si ripetono, l'ultimo dei quali è la partecipazione cattolica a un colloquio con i musulmani a Doha per discutere del destino di Gerusalemme, da cui naturalmente gli ebrei sono esclusi. Sono le prove di un "compromesso storico" fra mondo cattolico e islamismo, il cui prezzo sembra essere Israele.
Naturalmente è possibile avere tutte le opinioni diverse su temi concreti come i confini di Israele o la colpevolezza di Dreyfus. Ma si supera la linea che separa la critica politica dall'antisemitismo (e dunque dai passi preparatori delle "liste") quando gli ebrei e il loro stato sono criticati in quanto tali, delegittimando la loro presenza, demonizzando le loro azioni e usando un doppio standard per valutare le loro azioni e quelle degli altri (così per esempio il Papa, che ha elevato le sue proteste contro "l'occupazione" israeliana della Cisgiordania durante la sua visita a Cipro, tacendo dell'occupazione militare turca di metà del territorio dello stato cipriota. Sono le tre D proposte da Sharanski per testare l'antisemitismo contemporaneo. Spiace dover prendere atto che la politica vaticana e buona parte dell'opinione cattolica (non solo gli estremisti alla Pax Christi) oggi rientrano ampiamente in questi criteri.
Ugo Volli

La delegittimazione continua, la demonizzazione continua, la diffuzione di falsi continua, il sostegno, morale e materiale, a chi vede le camere a gas come una luce in fondo al tunnel continua. Dimenticando, gli angelici pacifisti, che “dopo il sabato viene la domenica” non è una banale constatazione di calendario bensì un preciso programma di sterminio continuamente proclamato. Ma noi, che non siamo angeli e non siamo neppure stelle, non staremo a guardare.  

barbara


6 ottobre 2011

SPIGOLATURE 1

Il ragazzo che era in fila con me al check in, alla partenza: giovane, caruccio, dalla morbida parlata emiliana. Dopo mezz’ora che ci parlavo, a causa di qualcosa che ha detto mi è venuto il sospetto che potesse non essere italiano. Infatti era arabo israeliano, di Nazaret. Poi in aereo era dietro di me e l’ho sentito parlare molto disinvoltamente in ebraico coi suoi vicini. Ad ogni buon conto, una volta diventato di pubblico dominio che era arabo, ha provveduto a tenere bene in vista sopra la maglietta la croce che portava al collo.

Polizia e carabinieri. Una mezza dozzina, col mitra spianato, a proteggere la nostra fila, quella del volo per Tel Aviv: penso, in quell’ora notturna, almeno la metà di quelli che erano in servizio nel piccolo aeroporto di Verona. E solo per quel volo. Poi vengono a dire che Israele deve essere trattato come qualunque altro stato; e a dirlo, beninteso, sono proprio quelli che rendono necessario tutto quell’eccezionale apparato di sicurezza.

I colori. Non li ho potuti fotografare perché quando apparivano ero sempre in movimento, però bisogna che ne parli. Nelle città come in mezzo al deserto, lungo una strada o in mezzo al nulla improvvisamente compare un cespuglio pieno di fiori, un’esplosione di colori che riempiono gli occhi e l’anima, un’orgia di rossi e di gialli e di blu e di arancione e di rosa e di viola col verde delle foglie, un verde smeraldo intenso, quasi abbacinante. E ogni volta mi protendevo a guardare, col fiato sospeso, ammutolita da tanta bellezza, da tanta proprompente vitalità creata dalla dura cervice di coloro che hanno fatto fiorire persino il deserto. E quando l’esplosione di colore era passata mi riadagiavo contro lo schienale e dicevo, convinta: “Ah, come sono contenta di essere in Israele!”

E i colori dei pesci. C’era una grande vasca rotonda all’aperto, nel grande spazio dell’acquario di Eilat, con i pesci rossi. Proprio mentre ero lì vicino una bambina si è messa a buttare in acqua del cibo, e i pesci naturalmente sono accorsi tutti lì, così me ne sono trovata a disposizione una bella ammucchiata e anche loro facevano una gran bella macchia di colore, anche se, certo, non proprio come i fiori.



La bandiera giordana. Quando siamo arrivate in spiaggia e l’ho vista, ho detto: la fotografo e la metto nel blog col titolo “A un tiro di schioppo”. Un’ora dopo sono arrivate le prime notizie sugli attentati. Non dalla Giordania, d’accordo, ma rimane ugualmente valido il fatto che i nemici, quelli che vogliono la distruzione di Israele e la morte degli ebrei tutti, sono sempre a un tiro di schioppo. (L’immagine è parecchio sfocata perché poi la foto l’ho fatta che era quasi sera)



barbara


5 ottobre 2011

MENO MALE CHE OGNI TANTO I PERFIDI GIUDEI SI SCUSANO

Il tunnel della crisi

Sfugge progressivamente la causa della crisi economica mondiale. Se analizziamo il recente rincaro delle uova deposte a terra, delle cipolle e di un bene di prima necessità come le zucchine col fiore, bisogna prendere in considerazione che a questo giro purtroppo la colpa potrebbe non essere degli ebrei. Ci scusiamo.

Il Tizio della sera

Io aggiungo, di commento, due sole parole: era ora!

barbara


4 ottobre 2011

CARITÀ CRISTIANA

Karl Golser, vescovo di Bolzano per poco più di due anni, ha dovuto improvvisamente lasciare l’incarico, la scorsa primavera, per gravi motivi di salute. Ora si è insediato il nuovo vescovo, Ivo Muser, che subito, alla prima intervista, è stato chiamato ad esprimersi sul tema della pedofilia, non solo perché sempre di scottante attualità, ma anche perché il suo predecessore aveva dato prova, proprio su questa delicatissima questione, di grande apertura e sensibilità. Ecco le parole del nuovo vescovo: «Dobbiamo essere trasparenti e come Chiesa dobbiamo anche portare il messaggio della misericordia. Dobbiamo dare aiuto sostegno, aiuto ascolto alle vittime ma poi la Chiesa deve mostrarsi misericordiosa verso coloro che hanno fatto queste cose. Senza riconciliazione non possiamo andare avanti».
Come si suol dire, sono sempre i migliori che se ne vanno. Ed è sempre la feccia che rimane.

   

barbara


3 ottobre 2011

I TUOI OCCHI SONO FARI ABBAGLIANTI

io ci sono davanti



Sì.

barbara


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2 ottobre 2011

DI ACQUA E DI SANGUE

L’acqua

Nel Medioevo, come è noto, i perfidi giudei usavano avvelenare i pozzi per far morire di peste i cristiani, ossia tutti i non ebrei che vivevano intorno a loro. Nessuno, va da sé, è mai riuscito a scoprire il trucco, ma si sa che niente è impossibile per la perfidia giudaica, e quindi già in quei tempi lontani possedevano questi singolari strumenti di distruzione di massa, e ad ogni epidemia di peste che si scatenava in Europa si sapeva, con assoluta certezza, su chi puntare l’indice.
Sono passati gli anni e i decenni e i secoli. La peste è pressoché debellata, i pozzi esistono ancora ma raramente, almeno nel mondo industrializzato, vengono usati per abbeverarvisi direttamente. Impossibile dunque spacciare oggi la storiella dei pozzi e della peste. Che fare, dunque? Rinunciare? Ma non sia mai! Basta una piccola modifica e il gioco è fatto: oggi gli ebrei, quei particolari ebrei che vivono in quella particolare area del mondo, RUBANO L’ACQUA AI PALESTINESI. Lo scopo, chiaramente, è sempre lo stesso: far morire – stavolta non più di malattia bensì direttamente di sete – i palestinesi, ossia tutti i non ebrei che vivono intorno a loro. In che modo? In molti modi: ora rubandola direttamente alla fonte (quali fonti, nessuno lo sa, ma chi sta a badare a questi insignificanti dettagli?), ora interrando sadicamente (perfidamente!) i pozzi. Peccato che in un’epoca in cui ci sono più cellulari che persone, in un’epoca in cui si riesce a riprendere e documentare letteralmente di tutto, dall’assassinio di una giovane iraniana durante le proteste alle violente repressioni in Siria e persino, a volte, alle torture in carcere, nessuno sia mai riuscito a mostrarci un solo video, una sola foto di questi famosi pozzi interrati dai perfidi sionisti. Persino per il miracolo del far fiorire il deserto con acqua estratta dalle profondità del deserto stesso – quel deserto che rappresenta il 60% del territorio che la Risoluzione 181 ha destinato allo stato d’Israele, e che si trova interamente in territorio israeliano, non “occupato”, non conteso, ma tutto e sempre e solo israeliano – persino per quel miracolo gli israeliani vengono accusati di “rubare l’acqua ai palestinesi”. Va da sé, e ci sono fior di documenti, che tutto ciò che riguarda la distribuzione dell’acqua è regolato da accordi bilaterali ben precisi – chi ne ha voglia si può informare; e per chi, in malafede, non ha alcun interesse a informarsi, non vale certo la pena di perdere tempo – e non di rado l’acqua fornita da Israele ai palestinesi è anche più di quella concordata. E va anche da sé che se gli israeliani usano il deserto per scavare pozzi e trasformarlo in terra coltivabile e i palestinesi usano le terre coltivabili per desertificarle e trasformarle in rampe di lancio, qualche differenza nella disponibilità di acqua fra le due parti è inevitabile. Anche se, bisogna aggiungere, abbiamo gran quantità di foto e filmati – realizzati non dalla propaganda sionista bensì da enti e organizzazioni palestinesi – che ci mostrano la piscina olimpionica di Gaza, i parchi acquatici, le piscine e le fontane, a documentare il fatto che di sete non sta morendo nessuno. Ma tutto questo, come quotidianamente constatiamo, non ha la minima importanza di fronte al mantra, al dogma, all’assioma, alla verità che tutti sanno, che gli ebrei rubano l’acqua.


Il sangue

In altri tempi, ma capita di sentirlo qua e là ancora oggi, gli ebrei usavano rapire e scannare bambini cristiani per usarne il sangue nell’impasto delle azzime. Accusa che chiunque sia dotato di un sedicesimo di neurone non dovrebbe poter concepire neanche di striscio per la contraddizion che nol consente. Dovrebbe infatti essere noto più o meno a tutti che la macellazione rituale ebraica – obbligatoria per chi vuole mangiare nel rispetto delle norme alimentari ebraiche - comporta il completo dissanguamento dell’animale. Chi poi di cose ebraiche sa qualcosina di più – e gli esperti che si dedicano con encomiabile impegno al compito di metterci in guardia dal pericolo giudaico ne sapranno sicuramente ben più che qualcosina – sa anche che quel dissanguamento in fase di macellazione non basta, e che la carne prima di poter essere consumata deve essere ulteriormente trattata, ossia coperta di sale in modo da farne uscire gli ultimi residui di sangue, e infine lavata. Queste cose erano note anche in passato, tanto è vero che anche i papi meno benevoli nei confronti degli ebrei raramente hanno sostenuto l’accusa del sangue, e quando lo hanno fatto è stato soprattutto per non irritare le folle inferocite da qualche assassinio di bambini e convinte che ne fossero responsabili gli ebrei. Come conciliare allora una tradizione religiosa che impone l’assoluta astensione dal sangue con l’accusa di nutrirsi addirittura di sangue umano? Semplice: non la conciliamo. E nulla ci importa di conciliarla.
Oggi, al di fuori del mondo arabo-islamico, dove la leggenda continua a godere di ottima salute, sono relativamente rari i circoli e le persone presso cui riesca ancora ad avere credito, ma non si può certo immaginare che si sia disposti a rinunciare a un’immagine così bella, così efficace come quella dell’ebreo succhiasangue (letteralmente, come fruitore di sangue umano nella propria dieta; e metaforicamente, in campo economico-finanziario). Ed ecco dunque fiorire una leggenda sorella – sorella di sangue, certo! – della precedente: gli ebrei predatori di organi. Arriva così lo “scoop” dell’Aftonbladet sui palestinesi svuotati e ricuciti prima di essere riconsegnati alle famiglie, citando testimoni che poi negano categoricamente non solo di avere testimoniato alcunché, ma anche di avere mai incontrato il giornalista autore dello “scoop”. E arrivano le “rivelazioni” sui “veri” motivi che hanno portato i medici israeliani ad intervenire fra i primi dopo il catastrofico terremoto ad Haiti. Eccetera.


Acqua e sangue, dunque. Acqua e sangue protagonisti assoluti delle leggende nere che nei secoli hanno continuato a perseguitare gli ebrei, causando un immenso numero di morti e che, per adeguarsi ai cambiamenti verificatisi col passare dei secoli, hanno leggermente mutato forma, restando però inalterate nella sostanza. “Il sangue non è acqua” è un modo di dire diffuso, a misurare l’abissale lontananza fra i due elementi, a indicare la totale estraneità l’uno dall’altra, a significare che nulla hanno in comune. Che cosa li accomuna dunque in ciò che riguarda gli ebrei? La risposta si può condensare in una parola sola: VITA. L’acqua è fonte e simbolo di vita; il sangue è fonte e simbolo di vita. E lo sono per il popolo ebraico in modo particolare: la purificazione per mezzo dell’acqua accompagna, dalla notte dei tempi, la giornata e la vita dell’ebreo; l’astensione assoluta dal sangue – di cui, proprio in quanto vita, l’uomo non ha il diritto di appropriarsi – è norma inderogabile dalla notte dei tempi per l’ebreo. Ecco: lo spirito satanico che è l’essenza stessa dell’antisemitismo è riuscito a creare un perfetto esempio di ciò che in psicanalisi si chiama proiezione: tentare l’annientamento del popolo che ha come imperativo categorico il comandamento e tu sceglierai la vita proiettando su di lui le proprie pulsioni distruttive.
Per quanto ancora continueremo ad essere ciechi di fronte a questa lampante verità?



barbara


1 ottobre 2011

ALTRO CHE GRANDE FRATELLO!

Ho ricevuto un messaggio, all’account del blog, che come potete verificare è un account gmail, e chi ha un account gmail sa che sullo schermo, di fianco alla lettera, c’è uno spazio bianco in cui compaiono i messaggi pubblicitari di google. Il mittente, in questo messaggio, mi ha parlato del libro che sta leggendo, suggerendone la lettura anche a me, e mi ha mandato la foto di una deliziosa micina bianca e nera, new entry nella famiglia, che continuava a passeggiargli sulla tastiera, e quindi ha pensato bene di metterla davanti alla webcam e immortalarla. La foto era accompagnata da una spiegazione: a causa della bassa risoluzione, mi ha spiegato il mio corrispondente, si potrebbe avere l’impressione – assolutamente erronea, sia ben chiaro - di una sua calvizie frontale; in ogni caso, afferma, anche senza trapianto del capello e senza le zeppe nelle scarpe, è comunque molto più alto di Berlusconi.
Mentre leggevo, nello spazio alla destra del foglio, campeggiavano quattro pubblicità:

- scarpe uomo
- calvizie femminile
- pubblica libro
- trattamento calvizie

Poi stanno tanto a menarcela con la storiella della privacy, niente notizie per telefono, niente notizie a persone diverse dall’interessato tranne che con delega firmata e via storiellando.



barbara




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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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