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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 gennaio 2011

Obama & Co.

Raramente le cose succedono per caso; buona norma sarebbe perciò tenere accuratamente conto di quello che è stato.
Quando divenne presidente, Obama volle al proprio fianco l’ex presidente Carter, che pure è stato l’unico, tra quelli ancora in vita, a subire l’onta di non essere rieletto. E Carter, non va dimenticato, fu proprio il presidente che lasciò cadere l’«amico» scià Reza Pahlavi che, sia pure con metodi poco democratici, cercava tuttavia di traghettare una laica Persia verso l’occidente. L’occidente applaudì il cambiamento «popolare e democratico» che vide il breve passaggio di Bani Sadr al potere della neonata repubblica, ma non comprese il significato del ritorno in patria di Khomeini. Nel 1981 Bani Sadr partì per l’esilio, e della neonata repubblica tutti conosciamo le tragiche vicende successive.
Le parole pronunciate da Obama al Cairo il 4 giugno 2009 non sono, in fondo, molto dissimili da quelle pronunciate da Carter 30 anni prima, ed è ragionevole prevedere che avranno, per il mondo intero, conseguenze analoghe: «Credo fermamente che ogni popolo abbia diritto a dire ciò che pensa, a giudicare i suoi governanti, ad avere uno Stato di Diritto ed alla libertà di scegliere come vivere. Non sono solo idee americane, ma diritti umani, e per questo li sosteniamo ovunque». A parte quella parola «ovunque», sulla quale ci sarebbe da discutere, nessuna persona ragionevole potrebbe criticare simili concetti, ma quando l’uomo più potente della terra parla, dovrebbe in primo luogo considerare in che modo le sue parole verranno recepite, e quali conseguenze avranno. Purtroppo Obama ha ripetutamente dimostrato che tali considerazioni gli sono del tutto estranee.
Ricordiamo la famosa gaffe diplomatica (e non solo) di quando piantò in asso Netanyahu e se ne andò a pranzare con la propria famiglia, dando così ai nemici di Israele l’esatta misura dell’irrilevanza, per la nuova amministrazione USA, di Israele e del suo rappresentante. È un caso se da quel momento essi hanno cominciato a osare quanto mai avrebbero osato prima? Il ritiro rapido, anche se preannunciato in campagna elettorale (ma tante altre promesse sono rimaste lettera morta) da un Iraq in cui gli americani stavano vincendo, ma la cui situazione non era ancora stabile, ha vanificato i risultati ottenuti fino a quel momento (e le conseguenze non hanno tardato a farsi vedere).
Dichiarare l’aumento delle truppe combattenti in un Afghanistan sempre più a rischio, e contemporaneamente preannunciare con largo, insensato anticipo, il loro successivo ritiro è un errore tattico e strategico che non poteva avere altra conseguenza che scoraggiare i propri soldati ed esaltare i nemici: esattamente il contrario di quanto un comandante in capo ha sempre cercato di ottenere sul campo di battaglia.
In un quadro di politica internazionale macchiato da simili errori, è apparso chiaro agli alleati strategici, i sauditi in primis, che gli USA non erano oramai più quel gendarme del mondo su cui in passato si poteva contare, e che quindi gli equilibri erano da studiare ex novo; non poteva certo essere il famoso inchino di Obama di fronte al re saudita un gesto sufficiente per rassicurare il re e gli altri alleati storici.
Se dunque gli USA non sono più quella potenza capace di garantire la stabilità di quei regimi, ecco che nasce, tra gli oppressi, la speranza di abbatterli, la voglia di rivoltarsi per cambiare lo status quo. Ancora martedì 25 gennaio Hillary Clinton dichiarava che il regime egiziano era stabile: viene da chiedersi a che cosa servano diplomazia ufficiale e intelligence dietro le quinte se neppure si rendono conto dei profondi cambiamenti in atto in Egitto negli ultimi tempi.
Oggi, come 30 anni fa con Carter, il mondo assiste ad uno di quegli stravolgimenti che segnano tutta un’epoca; oggi come allora gli USA lasciano cadere uno dei loro alleati fidati, strategici; un voltafaccia che, per quanto criticabile sia, oggettivamente, l’alleato in questione, rischia di costare caro all’America e all’Occidente tutto.
Mahmoud Abbas, altro caro amico di Obama, telefona a Mubarak per esprimere la propria solidarietà ed il proprio impegno per la sua stabilità, apprendiamo da fonti ufficiali (come giudicare questa solidarietà ad un uomo ormai privo di potere da parte di un uomo che il potere non l’ha mai avuto?). E lo stesso Ben Alì, come Abbas e come Mubarak, era considerato sostanzialmente democratico, in un paese additato al mondo come la prova tangibile che la democrazia è possibile anche nel mondo islamico. Ma ambasciatori e consiglieri che si recavano in Tunisia che cosa vedevano, che cosa riferivano?
Stia tranquillo il mondo, ci dicono le teste pensanti di Washington, perché i Fratelli musulmani non sono ancora riusciti a riprendersi dall’ultima sconfitta elettorale, e non sono infatti presenti nelle strade del Cairo (come in quelle di Tunisi). Anche con simili affermazioni dimostrano di non aver capito nulla né della realtà sul terreno, né della tattica strategica dei loro avversari, né della più sottile arte della psicologia.
Suleiman, ora vice presidente di un regime moribondo, non avrà storia in un Medio Oriente squassato da dure violenze che sono troppo numerose e diffuse per non essere frutto di un piano ben preciso. El Baradei, brevemente messo agli arresti domiciliari degni di un’opera buffa, sarà probabilmente l’uomo che riporterà l’ordine in Egitto, ma, in realtà, sembra avviato a fare la fine di Bani Sadr in un Egitto sempre più preda di un fondamentalismo che è solo da individuare tra i pochi dominanti la scena mondiale. E se anche il regno wahabita, afflitto dagli stessi mali della repubblica egiziana, dovesse crollare, chi rimarrebbe, oltre a Khamenei e Bin Laden, per prendersi tutto? Solo la Turchia di Erdogan, altro caro amico di Obama, che ha capito che il Medio Oriente è pronto a ricreare quel califfato che, fino alla I guerra mondiale, aveva saputo amministrare tutte quelle terre molto meglio di quanto non abbiano fatto Inghilterra, Francia ed America insieme da allora. Ma attenzione, questo è esattamente quanto vuole anche lo statuto di Hamas. Se ne sono accorti alla Casa Bianca?
Tutto è conseguenza di quello che è stato, dicevamo all’inizio, ma tutto si ripete nel tempo, se le cause scatenanti sono le stesse. Peccato che Obama, con la sua politica della mano tesa e il suo smagliante sorriso, non abbia saputo – o voluto – rendersi conto di questa elementare realtà, mettendo così in serio pericolo l’equilibrio e la pace dell’intero pianeta.

Emanuel Segre Amar
Barbara Mella


30 gennaio 2011

PER IL GIORNO DELLA NON MEMORIA

Riporto integralmente questo splendido testo di Silvana De Mari, ripreso da Informazione Corretta, di cui condivido anche le virgole.

Sono disposta a morire per Israele (27/01/2011)

Noi dobbiamo cercare di essere sempre il più felici possibile, tenendo l’attenzione su quello che ci rende felici.
Quindi oggi vi parlerò di cosa mi rende felice e dedicherò per la seconda volta la giornata di oggi ai vivi e non ai morti. Da quando mio padre davanti alle mura della risiera di San Saba cercò di spiegarmi cosa era successo, avevo circa 8 anni, non è mai passato un intero giorno, lo giuro, in cui  io non abbia pensato almeno una volta ai campi di sterminio.
A questo pensiero con l’aumento delle mie conoscenze storiche se ne sono aggiunti altri: l’orrore per la cosiddetta crociata dei pastorelli, gli ebrei, tutti, anche i neonati, bruciati vivi insieme ai lebbrosi per l’accusa dei aver causato la peste del quattordicesimo secolo.  (i lebbrosi, loro almeno, non sentono il dolore del fuoco, gli ebrei lo sentivano), l’orrore per i roghi di Torquemada, seimila roghi in un unico giorno, per i pogrom, per tutto l’odio, per il disprezzo (che in realtà nascondeva il complesso si inferiorità davanti alla straordinaria potenza intellettuale dovuta allo studio della Torà e del Talmud).
Faccio parte di quelli che allo sterminio degli ebrei pensano 364 giorni l’anno, 364 appunto, e non 365, oggi non voglio pensarci, perché la giornata della memoria, oggi, mi lascia sempre più perplessa, mi sembra sempre di più un sistema per rilanciare l’antisemitismo, l’odio contro Israele: verbalizzato anche da molti filosofi o sedicenti tali, Asor Rosa, tanto per non far nomi: quelli in coda davanti alle camere a gas, quelli erano ebrei perbene, con la stigmate della sofferenza, non questi insopportabili israeliani che se qualcuno cerca di ammazzargli i figli prima aprono il fuoco e poi intavolano la discussione su cosa sta succedendo.
Quindi oggi dirò tutto quello che mi rende felice: mi rende felice che contro ogni aspettativa, contro tutti i poteri il sionismo abbia vinto e abbia fondato il suo stato. Sono felice per la bandiera israeliana che sventola su Gerusalemme la città di re Davide, sono felice per le persone che pregano davanti al Muro Occidentale, sono felice per i bambini sulle spiagge di Tel Aviv, sono felice per i campi, per le vigne, per gli alberi di melograno. Sono felice per il deserto del Neghev, che è tutto giallo, e poi improvvisamente esplode nel verde del palmeto, perché c’è il miracolo del Kibbuz. Irrigato con l’acqua desalinizzata del Mar Rosso, il deserto germoglia e fiorisce, l’irrigazione avviene sotto terra, così da non sprecare una sola goccia d’acqua, i melograni e le viti vivono sotto grandi tende così che il sole non le bruci. Sono felice per tutte le famiglie che il venerdì sera accendono le candele e cantano dopo aver trasformato il tavolo della cena in un tempio e per quelle che non lo fanno perché sono laiche e non ne hanno voglia, sono felice per i rotoli dei Talmud che sono al sicuro e non possono più essere bruciati dal papa o dal doge di turno, sono felice per i soldati con le loro armi e i loro carri armati, perché grazie a loro e solo grazie a loro oggi gli ebrei sono al sicuro.
Ha detto l’Ajatollah Khatami, che se non ricordo male è quello moderato, quando l’islam avrà la bomba atomica il problema palestinese sarà risolto (l’eufemismo vuol dire gli israeliani saranno sterminati in un olocausto nucleare, che Vattimo, Dario Fo e il regista francese Godard, tutti i siti no global e tutti gli ammiratori di una cultura di morte saluterebbero con sofferto ma indubbio sollievo).
Aggiunge Khatami, è questo che vuol dire essere una cultura di morte, gli israeliani risponderanno con le loro testate nucleari e ci faranno qualche milioni di morti: siamo un miliardo e duecento milioni di persone, ce lo possiamo permettere.
Questa è la differenza, quando ci fu la crisi di Cuba, l’ambasciatore sovietico e lo stesso Kruschov dissero: non siamo pazzi. Non vogliamo morire.
Perché non dovremmo voler morire, chiede Khatami: chi muore per l’islam va in paradiso.
La notizia è che Israele il problema palestinese è già in grado di risolverlo, per usare l’eufemismo di Khatami, visto che ha la sesta aviazione militare del mondo e che i palestinesi non hanno una contraerea.
La prima differenza tra israeliani e palestinesi è questa: tutte le mattine gli israeliani si svegliano perché i palestinesi e tutti i loro dubbi alleati non hanno potuto ucciderli, tutte le mattine i palestinesi e i loro dubbi alleati si svegliano perché gli israeliani non hanno voluto ucciderli.
Questa è la differenza tra cultura di vita e cultura di morte, tra chi accetta anche di uccidere perché deve proteggere i propri figli e chi uccide per il piacere di farlo e balla per strada mentre i bus scolastici o le torri gemelle sono nel fuoco.
Shalom amici israeliani. Il vostro straordinario e bellissimo inno nazionale vuol dire pace.
Shalom.
Avete nemici tremendi, ma anche amici, sono tra questi, che in ogni istante senza un attimo di esitazione sono disposti a dare la vita per voi.
Porto sempre su di me la stellina di Davide, è il mio simbolo per questo patto.
Sono disposta a morire per Israele per l’orrore delle persecuzioni subite, persecuzioni di cui la nazione e la religione in cui sono nata sono state in prima linea.
Sono disposta a morire per Israele per ammirazione per la culture ebraica, il Talmud, la Cabala, i libri, la musica, i pittori,gli architetti, gli scienziati.
Sono disposta a morire per Israele per il coraggio con cui questo stato si è formato, solo, senza nessun protettore, meno che mai gli stati europei, meno che mai gli Usa, dove la lobby del petrolio non voleva perdere l’amicizia dei grandi produttori per Israele.
Sono disposta a morire per Israele per la sua compassione, perché se al posto degli Israeliani ci fosse Putin o anche solo Churchill, la risposta israeliana non sarebbe stata nemmeno lontanamente paragonabile a quello che è.
Sono disposta a morire per Israele perché dietro Israele ci siamo noi, noi civiltà occidentale, certo, ma soprattutto noi italiani, visto che Roma è la quarta città santa dell’islam e come la Sicilia appartiene già all’islam.
L’esercito israeliano combatte anche per noi.
E oggi fatto il voto di quest’anno: che il deportato dell’ultimo campo di concentramento venga liberato.
Che lei torni a casa caporale Shalit. Lei ha l’età di mio figlio. Negli ultimi 5 anni mio figlio è stato negli Usa, di cui si è innamorato, in Israele, di cui si è innamorato, ha preso la maturità, fatto tre anni di università, ha trovato una giovane donna che lo ama e che lui ama.
Da cinque anni lei è rinchiuso, senza poter sentire nemmeno la voce di sua madre.
Shalom caporale Shalit.
Questo sarà l’anno della sua liberazione. Questo è il mio sogno. Ci sarà una festa straordinaria, verrò in Israele anche io e forse riuscirò a stringerle la mano.

Silvana De Mari, medico e scrittore

E ci sarò anch’io. Ci saremo tutti. Se quel giorno verrà. Se verrà...

                                                             

barbara


29 gennaio 2011

QUANDO I BUONI COLPISCONO

Quando sono i cattivi a colpire, qualche speranza di salvezza rimane, ma quando a colpire sono i buoni di professione, la catastrofe è davvero ineluttabile.

barbara


29 gennaio 2011

PROVE SCIENTIFICHE

Uno dei cavalli di battaglia dei negazionisti è che non esiste alcun documento che riporti l’ordine di Hitler di attuare la soluzione finale. Il che è probabilmente, per non dire sicuramente, vero. Ora, io vorrei che questi signori mi presentassero un documento riportante l’ordine di Hitler di invadere l’Unione Sovietica. Se non saranno in grado di fornire tale documentazione, sarà scientificamente provato che l’invasione dell’Unione Sovietica non è mai avvenuta.

barbara


28 gennaio 2011

VI È MAI VENUTA LA COLLINA IN BOCCA?

No, non sto pescando dai compiti dei miei scolari di madrelingua tedesca in prima media. Lo ha scritto su facebook una tizia di madrelingua italiana LAUREATA: solo a sentir nominare certi manicaretti, racconta, le viene la collina in bocca. E recentemente ha fatto un bellissimo viaggio a Istambul. Prima di partire si è anche comprata una guida di Istambul, e se l’è letta per bene. Poi ogni tanto, per tirar su qualche soldo, lavora in un bar, e mentre aspetta i clienti, quando non c’è nessuno, se ne sta appoggiata sul balcone. Il balcone, you know, quello su cui si appoggiano tazzine e bicchieri. Ripeto: madrelingua italiana. Ripeto: laureata. Prometto: non mi lamenterò mai più dei miei scolari.

barbara


28 gennaio 2011

HO DECISO DI FARE UN REGALO AI MIEI NEMICI



Così non rischieranno di sparare alla persona sbagliata e finire in galera per niente.

barbara


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26 gennaio 2011

E QUATTRO (14)

Itzik

Itzik era il nostro autista, quello per cui occorre rispolverare il fatidico ho visto cose che voi umani eccetera. Mica che non fosse bravo, per carità, anzi, onore al merito, diciannove siamo partiti, venti con la guida, e diciannove, venti con la guida, siamo arrivati. Tutti con due gambe e due braccia ecc. ecc. No no, su quello niente da dire. È solo che il nostro Itzik, prima di fare l’autista di autobus, stava nell’esercito e faceva l’autista di semicingolati. E a quanto abbiamo avuto modo di verificare, nessuno ha ancora provveduto a spiegargli che

a) un autobus non è un semicingolato
b) se lui non sa la strada e la guida sì e lui vuole girare a destra e la guida gli dice di girare a sinistra, anche se la guida non è un ufficiale di grado superiore al suo non è disonorevole fare come dice lei
c) se la guida insiste che bisogna girare a sinistra non è obbligatorio per legge dare in escandescenze
d) sulla strada, a differenza che nei campi dove si fanno le esercitazioni, c’è un sacco di gente, che non va solo dove ha deciso il comandante. A volte capita addirittura che abbiano diritto di precedenza, e non sarebbe male lasciargliela
d) un autobus non ha le dimensioni di una Cinquecento, per cui se in un certo spazio una cinquecento ci passa, ciò non significa automaticamente che ci passi anche un autobus

Però era simpatico, sul serio. E anche noi gli eravamo simpatici perché, ci ha spiegato, salendo la mattina lo salutavamo. Gli chiedevamo come stava. A volte scambiavamo anche qualche parola con lui. E lui a tutto questo non è abituato: i turisti di solito si comportano come se lui fosse un robot, parte dell’attrezzatura dell’autobus, e lui li percepisce come se fossero dei numeri anziché delle persone. Evidentemente si tratta delle solite comitive di pellegrini che vanno in Terrasanta a visitare i Luoghi Santi: lui, in quanto ebreo israeliano, non fa evidentemente parte dei soggetti meritevoli di attenzione.

barbara


26 gennaio 2011

AMORE SENZA FINE



barbara


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25 gennaio 2011

NON CI POSSO CREDERE

Talmente veloce che non ho avuto neppure il tempo di accorgermi che non lo si vedeva più in giro. Ancora all’ultima nevicata l’ho trovato, uscendo per andare a scuola, che spalava la neve dalla rampa del garage.
Oggi, quando al ritorno da scuola ho visto l’epigrafe sulla porta del condominio, ho pensato alla madre di quella di sopra, che ha più di novant’anni. O a quello di sotto, che anni fa ha avuto un arresto cardiaco; si è incredibilmente ripreso, cammina, parla, ma si muove come una marionetta cui si sia spezzato qualche filo, e i suoi occhi hanno l’innocenza di un bambino che ancora non ha visto il mondo. E invece era il mio vicino preferito. E davvero, non riesco a capacitarmene.

barbara


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24 gennaio 2011

LETTERA APERTA A PADRE PIERBATTISTA PIZZABALLA

Padre,
ho ascoltato con grande interesse e, non le nascondo, con stupore misto a commozione, le parole da lei pronunciate di fronte ad un gruppo di italiani, amici di Israele, che sono venuti ad incontrarla a Gerusalemme. Dopo avere sentito per lunghi anni le parole regolarmente dette dal suo predecessore, padre Giovanni Battistelli, di sicuro non amico dei cittadini di Israele, il
fatto di sentirla riconoscere, finalmente, che quello della Basilica della Natività non fu certamente un assedio dei soldati di Tsahal, o che i cristiani in Israele stanno effettivamente non solo bene, ma meglio che in tutte le terre limitrofe, mi ha, ripeto, commosso e fatto sperare che finalmente, con lei, si possa iniziare davvero un dialogo serio e proficuo (le assicuro che sarò ben lieto di fare tutto quanto nelle mie possibilità per favorirlo).
Padre, se le scrivo oggi è perché le devo segnalare alcuni fatti che, devo presumere, sono sfuggiti alla sua attenzione. Nel sito
http://www.custodia.org/ è riportata una carta geografica, messa in rete nel 2007, nella quale si vedono le terre che si affacciano sul Mediterraneo orientale. Ebbene, in tale carta sono segnate le capitali di nazioni nelle quali la Sua Missione, che ha ricevuto da tempi antichi la denominazione di Custodia di Terra Santa, oggi come ieri vi continua la sua preziosa opera, fedele alla condizione propria di missionari e di profeti di
riconciliazione e di pace; tra le capitali si vedono Beirut, Damasco, Amman, Il Cairo; non figura Gerusalemme, mentre figura una città denominata Tel Aviv Giaffa, strana unione di due città adiacenti, una, in un certo senso, madre dell'altra. Ma non vi è traccia della città alla quale sono più legato, anche perché mi ha dato i natali: Gerusalemme. Non posso pensare che la Sua Missione abbia intenzione, oggi, sotto la sua Custodia, di fare quel discorso politico che, in un certo senso, contrasta con le parole da lei pronunciate, appunto, di fronte alla delegazione di italiani amici di Israele. Ma vede, padre, non si può neppure pensare che in quella carta siano indicate solo città capitali (argomento che, ripeto, poco avrebbe a che vedere con il compito di missionario); infatti, oltre alla già ricordata Giaffa, figurano, ad esempio, le città di Alessandria e di Rodi che non mi risultano essere città capitali di alcuno stato. Ed allora davvero Gerusalemme è stata dimenticata, come se facesse parte di un altro mondo (quello celeste, forse?) Ma come è possibile? La prego, padre, la faccia subito segnare, in grande evidenza, sulla carta geografica riportata in questo sito.
Mi permetta, poi, giacché mi sono permesso di scriverle, di chiederle un secondo favore. Lei non può certo ignorare che un numero sempre crescente di pellegrini vengono a visitare Gerusalemme e le altre località della "Terra Santa"; purtroppo le guide che accompagnano questi visitatori falsificano in modo vergognoso le realtà non strettamente legate al mondo cristiano. Basterebbero pochi esempi, ma gliene voglio segnalare uno soltanto, forse nemmeno il più grave: al cospetto delle 6 luci sempre accese di fronte al Kotel, viene detto ai pellegrini che sono in ricordo "della guerra dei sei giorni". Capisce, padre, nemmeno un minimo di riguardo per i sei milioni di ebrei vittime della ferocia nazi-fascista ai quali le luci sono dedicate. Mi creda, padre, tante volte è proprio iniziando dalle piccole cose che si arriva a grandi risultati; magari perfino a rilanciare, finalmente, quel dialogo tra ebrei e cristiani del quale il mondo occidentale, come lei ben ha dimostrato di sapere, ha tanto bisogno.
Un cordiale shalom
Emanuel Segre Amar


23 gennaio 2011

E QUATTRO (13)

Piove, governo ladro! 

No cioè voglio dire, che piova in un Paese in gran parte desertico, in cui la penuria d’acqua è problema forse più grave ancora del terrorismo, non può che fare piacere, ci mancherebbe. Però insomma potrebbe anche scegliere momenti migliori, no? Per esempio mentre imperversava quello spaventoso incendio che ha distrutto decine di vite umane, milioni di alberi, un secolo di lavoro, non poteva piovere lì? O almeno, se proprio doveva piovere mentre eravamo lì noi, piovere di notte? O mentre stavamo al ristorante, in un museo, in una sinagoga? No? No. E vabbè.
Eravamo andati a Haifa per visitare il tempio Bahai, che sarebbe, per chi non lo avesse mai visto, questa cosa qui:








(immagini prese da un power point)

Pioveva. Che uno dice vabbè, piove, e allora? Abbiamo le giacche a vento, abbiamo i cappucci, abbiamo gli ombrelli, e che sarà mai? Certo, con la pioggia non si può vedere tutta questa meraviglia, ma insomma non si può mica avere tutto dalla vita, no? E dunque arriviamo, e siccome siamo in giro da diverse ore per prima cosa chiediamo di andare un momento in bagno. Finito di sbrigare l’incombenza si vorrebbe uscire per raggiungere la guida che ci dovrebbe portare in giro e mostrare e spiegare eccetera eccetera, e ci troviamo di fronte questa cosa qui:



E per andare dove dobbiamo andare ci sarebbe da salire quella scala che si vede in fondo, la cui condizione peggiora di istante in istante, così:








(grazie ad Antonio, Giorgio e Umberto per le foto)

È stato allora che abbiamo dovuto lanciare l’SOS perché ci venissero a salvare, e alla fine sono venuti ad aprirci un altro passaggio, attraverso il quale siamo arrivati al punto di incontro con la nostra guida fradici fino al midollo, nonostante giacche a vento e cappucci e ombrelli, ma insomma più o meno vivi. La guida era una signora americana, perché tutti i Bahai del mondo hanno l’obbligo di prestare servizio per almeno nove giorni nel corso della loro vita presso il tempio di Haifa, è un dovere religioso, e la signora stava per l’appunto prestando tale servizio. Quello di Haifa è il centro principale di questa religione, e lì è sepolto il suo fondatore, approdato a Haifa in fuga dalla natia Persia, dove la religione era perseguitata – come lo sono tuttora in tutto il Medio Oriente, con l’unica eccezione di Israele, tutte le minoranze. La religione, se ho capito bene, consiste nel credere all’esistenza di un solo Dio e nella convinzione che la rivelazione divina non è stata consegnata in un pacchetto unico ma continua nel tempo. Il seguace della religione bahai ha l’obbligo di comportarsi bene, di astenersi da alcol e droghe, di rispettare le leggi del Paese in cui vive, e di considerare gli esseri umani tutti uguali (in teoria dovrebbero essere uguali anche uomo e donna, ma pare che nella pratica le cose stiano in maniera un tantino diversa). Ho detto “se ho capito bene” perché tutte le spiegazioni, nonostante l’esistenza di una sala di accoglienza, ci sono state date all’aperto, sotto il portico colonnato che circonda, tipo tempio greco, il mausoleo, con un vento gelido che soffiava da tutte le parti e noi ancora fradici per tutta l’acqua presa per arrivare fin lì e insomma non eravamo proprio nelle condizioni ottimali per fornire il massimo della concentrazione alla nostra pur piacevole e simpatica guida.
I giardini, comunque, sono talmente belli che anche in quelle condizioni era possibile rendersi conto della loro straordinaria bellezza: è infatti convinzione dei bahai che la bellezza induca all’elevazione dello spirito (san Paolo e Bin Laden difficilmente ne potrebbero essere entusiasti), e per questo costruiscono i loro centri con la massima cura per l’estetica. Per nostra fortuna, direi.

barbara

AGGIORNAMENTO: aggiungo altre due foto inviatemi oggi da altre due compagne di viaggio: la scala con ancora più acqua, e un fotogramma tratto da un video, che inquadra la scena da un'altra angolazione.




grazie a Ghila e Lionella

ALTRO AGGIORNAMENTO:


grazie a Bruno


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22 gennaio 2011

TUBI

Ho trovato una foto che illustra meglio il sistema dei tubi di cui avevo parlato qui



con l'aiuto dei quali terreni aridi, brulli, desertici, pietrosi, vengono trasformati in lussureggianti verdissimi boschi.

barbara


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21 gennaio 2011

E QUATTRO (12)

E bisogna riparlare di Luzzati

È stato a Gerusalemme, presso il Tempio italiano: è lì che la comunità italiana (grazie, credo, principalmente se non esclusivamente, a Cecilia Nizza) ha organizzato una splendida serata che siamo arrivati giusto in tempo a gustare. Bisognerà, certo, stendere almeno un velo pietoso sull’abbigliamento della pur brava pianista, nell’impossibilità di stendere una coperta matrimoniale sulle sue considerevoli grazie esposte, ma, a parte questo, è stata una serata davvero memorabile. Abbiamo ascoltato, in pregevoli interpretazioni, arie di Rossini, Bellini, Puccini, Donizetti, Verdi. Abbiamo avuto la gradita sorpresa di un tenore scovato casualmente all’ultimo momento che con il soprano ci ha gratificati, fuori programma, del duetto Croce e delizia. Ma soprattutto abbiamo avuto il grande, immaginifico, geniale Lele Luzzati, le sue animazioni nei cortometraggi del Temporale dal Barbiere di Siviglia, l’Ouverture dell’Italiana in Algeri,







il Duetto dei gatti, e l’Ouverture della Gazza ladra. E se tutto il resto ha raccolto il massimo apprezzamento, l’animazione della Gazza ladra ha scatenato un autentico delirio. E poiché non esistono parole umane per descrivere un tale capolavoro, vi dico una cosa sola: guardatelo!

barbara


20 gennaio 2011

E MENO MALE CHE C’È LA PACE

La pace perquisita

All’ Ambasciata d'Italia
Al Ministero degli Affari Esteri
All’attenzione del Minsitro per gli Affari Esteri, dr. F. Frattini
All’Ambasciata di Giordania in Italia
To the Jordan Embassy

Oggetto: Perquisizione invasiva al Confine Israelo-Giordano Nahar Jarden – Sheik Hussein

Buongiorno,

Mi chiamo Paolo (Shaul) Pozzi, titolare di passaporto Italiano ed Israeliano, Direttore della filale di una ditta multinazionale in Israele.
Il giorno 19 Gennaio 2011 ho attraversato il confine Israelo-Giordano a Nahar Jarden – Sheik Hussein, munito di entrambi i passaporti (visti d’uscita allegati) e con lettera d’invito personale scritta dal mio collega Giordano risiedente in Amman,
Scopo della visita in Giordania era una riunione di lavoro ad Amman, organizzata dalla ditta stessa, della durata di tre giorni (dal 19 al 21 gennaio).
Ho regolarmente pagato il visto d’ingresso (20 JD) ed ho ottenuto il visto d’ingresso sul passaporto Israeliano. Successivamente al controllo passaporti sono stato accompagnato al controllo doganale. La perquisizione del poco bagaglio personale si è immediatamente concentrata su breviario di preghiere ebraico, scialle di preghiera e filatteri: il tutto è stato immediatamente sequestrato da un poliziotto, insieme al passaporto, mentre in Inglese mi è stato sbrigativamente detto che “è proibito portarli in Giordania”.
La rapidità e la sicurezza nell’identificazione degli oggetti non lasciano alcun dubbio in merito alle finalità stesse della perquisizione!
Sono stato riaccompagnato ad un ufficio di polizia adiacente al controllo passaporti, ed un altro poliziotto mi ha ribadito la proibizione a portare in Giordania libri ed oggetti di culto ebraico.
Alla mia osservazione che era per uso strettamente personale e ne avrei avuto bisogno, come Ebreo, per pregare durante la mia permanenza, mi è stato risposto: “lo so; è comunque proibito portarli in Giordania. È per la tua sicurezza”
Il tono non ammetteva repliche, né il poliziotto, su mia richiesta, ha acconsentito a parlare, perlomeno, con il mio collega Giordano.
La sbrigativa scelta era lasciare tutto lì alla stazione di polizia o di uscire dalla Giordania.
Ho scelto di uscire dalla Giordania; il visto è stato annullato, la tassa non rimborsata, e sono immediatamente ritornato al posto di confine Israeliano
Viaggio regolarmente all’estero per lavoro e non ho mai avuto alcun “problema di sicurezza” legato al mio essere Ebreo, oltre che cittadino Italiano (o Israeliano), ed alla mia privata pratica dell’Ebraismo.
Il mio collega Giordano visita regolarmente Israele, su mia specifica lettera d’invito, e durante le sue visite, se lo richiede, viene accompagnato a Gerusalemme ad Al Aksa a pregare. Nessuno in Israele si è mai minimamente permesso di avanzare problemi di “sicurezza” per la sua privata pratica religiosa, una volta ottenuto un regolare visto d’ingresso.

INOLTRO CON LA PRESENTE UNA FORMALE PROTESTA CONTRO IL TRATTAMENTO SUBITO DALLE AUTORITÀ DEL REGNO DI GIORDANIA, TRATTAMENTO CHE NON PUÒ DEFINIRSI ALTRO CHE INTOLLERANTE E APERTAMENTE ANTI SEMITA !

Ritengo il trattamento subito oltraggioso, vergognoso e, non da ultimo, disonorevole da parte del Regno di Giordania..
Mi rivolgo all’Ambasciata d’Italia in Israele, a tutela dei cittadini Italo-Israeliani di religione Ebraica, ed al Ministero degli Affari Esteri d’Italia, affinché siano ufficialmente a conoscenza della potenziale situazione di discriminazione cui sono soggetti i cittadini, anche Italiani, di religione Ebraica qualora visitino, per turismo o lavoro, il Regno di Giordania.

Distinti saluti

Dr. Paolo Pozzi

Non credo servano commenti.




(Qui era ai bei tempi, quando la palestinese-senza-un-capello-fuori-posto non aveva ancora allungato i suoi artigli assassini sul regno di Giordania per consegnarlo su un piatto d’argento all’Iran e ai burattinai del terrore)

barbara


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19 gennaio 2011

E QUATTRO (11)

Le chicche di Chicca

Ve l’ho già detto? Vabbè, se l’ho già detto ve lo ribeccate, che non morirete di sicuro per questo: i viaggi di Chicca sono speciali. Perché nei suoi viaggi scoprite cose che non potreste vedere in nessun altro modo, né viaggiando da soli né, meno che mai, affidandovi ai viaggi organizzati dalle solite agenzie. Per non parlare poi dei pellegrinaggi (giusto l’altro ieri mi è arrivato questo messaggio: «Non sono di religione ebraica ma cattolica con senso critico. L'anno scorso ho avuto l'occasione di andare in Israele e Giordania con un viaggio che partiva da Chieri, la mia città, è stato molto comodo per me e mi è anche piaciuto molto. L'unico rimpianto è che è stato organizzato in parte come pellegrinaggio nei luoghi santi, e ha completamente tagliato fuori tutto il mondo ebraico; a Gerusalemme abbiamo avuto una guida, naturalmente palestinese, il cui unico scopo era indottrinarci politicamente in senso antiisraeliano. lavora al consolato italiano ha studiato per otto anni in Italia (penso pagato dai nostri contributi per la cooperazione) e ora si occupa dell'assegnazione delle borse di studio ad altri studenti come lui, si può ben capire quale sarà l'unico parametro di scelta, la fedeltà alla causa palestinese. Diverse volte si è irritato con me e mi ha detto che non si può ragionare con una che non capisce..»). Una delle chicche di quest’ultimo viaggio è stata la casa di Ben Gurion a Tel Aviv, che ho scoperto essere sconosciuta anche a persone che hanno mezza famiglia in Israele e ci sono state dozzine di volte.
Casa estremamente modesta, all’inizio – riconoscibile per la diversa pavimentazione – con tre sole stanzette, successivamente ampliata, ma sempre restando un’abitazione modesta. In seguito si è arricchita di un piano superiore, interamente adibito a biblioteca






(grazie a Giorgio per le foto)

con ventimila libri in dieci lingue (Ben Gurion non si fidava delle traduzioni, e leggeva esclusivamente in lingua originale). Oggi, per sua volontà, tutti questi libri sono liberamente consultabili. Ed è bello poi scoprire che quest’ometto dai candidi capelli svolazzanti, fra un incitamento a credere nel realismo dei miracoli, un impegno di stato, lo studio di una lingua, la lettura di un libro, riusciva a trovare anche il tempo di mantenersi in forma.


(qui aveva settant'anni)

barbara


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18 gennaio 2011

PICCOLO SFOGO PERSONALE

Con Sigrid Sohn, prima di questo gioiellino, avevo lavorato undici anni fa alla traduzione di un altro gioiello della letteratura yiddish, un romanzo meraviglioso, un capolavoro assoluto. Era stato il nostro primo lavoro insieme e ci avevamo lavorato con una passione immensa. L’avevamo tradotto, rivisto, corretto, revisionato, limato, e ancora rivisto, spremendoci le meningi anche fino alle tre di notte per trovare un aggettivo, un verbo... La cosa di cui ero più orgogliosa erano le poesie: ce ne sono tantissime nel testo, e per ognuna avevo scelto un metro adatto al tipo di contenuto, rispettando rigorosamente rima e ritmo senza tradire di un filo il testo.
La prima casa editrice a cui lo avevamo proposto era stata la Giuntina, naturalmente. Ci è stato risposto che la letteratura yiddish non tira, non interessa, non ha mercato. Abbiamo provato, infaticabilmente, in tutti questi anni, a bussare a tutte le porte: Mondadori, Einaudi, Belforte, Lindau, Adelphi... Sempre, tranne che con Belforte, inviando il cartaceo perché, incredibilmente, è solo così che gli editori leggono. Stampa a spese nostre, spedizione a spese nostre. Sempre ricevendone la stessa risposta: la letteratura yiddish non tira, non interessa, non ha mercato.
Adesso la Giuntina ha pubblicato quel romanzo. Non la nostra traduzione: quella di qualcun altro. La prosa non è male, mi è stato detto da chi lo ha visto, ma le poesie sono lontane anni luce dalle mie.
Comunico ufficialmente quanto segue:
a) d’ora in poi boicotterò selvaggiamente la Giuntina;
b) sto cercando una pannocchia da Guinness dei primati per spaccare il culo al signore e padrone della Giuntina.

P.S.: se qualcuno fosse interessato a leggere il suddetto capolavoro, basta che me lo chieda, e spedisco per email la nostra traduzione, così risparmiate un po’ di soldi.

barbara


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18 gennaio 2011

E QUATTRO (10)

E quindi uscimmo a riveder le stelle

A Megiddo, antichissima città-stato. L’espressione di sollievo sulle facce di tutti noi è dovuta, oltre che alla comparsa della luce, anche al fatto di trovarci finalmente su una scala di metallo relativamente affidabile, dopo l’interminabile serie di gradini di pietra levigatissima e bagnata.


(Grazie a Marta per la foto)

barbara


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17 gennaio 2011

E QUATTRO (9)

E fiorisce il deserto

Deserto, si diceva. Deserto che al momento della nascita dello stato (prima era ancora di più dato che da mezzo secolo ormai i pionieri ebrei stavano dissodando e bonificando e fertilizzando deserti e paludi e pietraie) costituiva circa i due terzi del territorio graziosamente concesso agli ebrei dall’Onu con la risoluzione 181. Dopo che dell’area prevista dalla dichiarazione Balfour gli inglesi avevano scippato il 78% per regalarlo all’emiro Abdallah, detronizzato dall’Arabia ad opera di Abdul Aziz bin Abdul Rahman ibn Faisal Al Saud meglio noto come Ibn Saud, capostipite della dinastia saudita (e dopo che quel 78%, divenuto stato col nome di Transgiordania, era diventato il primo stato judenrein della storia moderna), quella benemerita associazione a delinquere conosciuta col nome di Onu decise di sottrarre agli ebrei un ulteriore 40% del 22% rimasto, lasciando loro il 13% di ciò che era stato loro promesso. E due terzi di quel 13% era deserto. Gli ebrei accettarono e si rimboccarono le maniche (gli arabi no, e imboccarono i cannoni).
Deserto, si diceva dunque. Di cui oggi una parte non trascurabile non è più deserto: in parte si è trasformato in accoglienti città, come ho mostrato nei giorni scorsi – e non dimentichiamo Tel Aviv, che un secolo fa era così:



e pochi mesi dopo così:



- e in parte in coltivazioni, piantagioni e altro, come è possibile vedere in uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici e dodici. Un merito fondamentale per questa straordinaria impresa va a Yoel De Malach, ideatore tra l’altro dell’irrigazione a goccia


(grazie a Umberto per la foto)

e alla messa a punto del sistema dei tubi


(grazie a Lionella per la foto)

che, messi intorno alla piantina appena interrata, conservano attorno ad essa l’umidità anziché lasciarla disperdere nell’aria, e le creano un microclima che, oltre a far risparmiare grandi quantità di acqua, la fanno crescere a velocità quadrupla, con un tasso di fallimenti pressoché nullo. Oltre a questo, naturalmente, dietro allo straordinario miracolo del far fiorire il deserto in un mondo in cui la desertificazione avanza inesorabilmente anno dopo anno, c’è l’indefesso lavoro del popolo dalla dura cervice, e l’incrollabile fede nel realismo dei miracoli di Ben Gurion, convinto da sempre che “il futuro di Israele è nel Negev”. E quel futuro, grazie a tutte queste intelligenze e a tutti questi sforzi concentrati, almeno in parte è già presente.

(E periodicamente salta fuori qualcuno a cianciare di “restituzione”, ignorando visibilmente sia il significato del verbo restituire, sia una buona fetta di storia. Sempre che non si tratti di qualcosa di peggio. E facendo finta di non ricordare che si tratterebbe di mettere questo paradiso in mano a gente che, come a Gaza, ha ricevuto questo:



e lo ha immediatamente ridotto così:



Perché c’è chi è specializzato nel prendere in mano un deserto e trasformarlo in giardino, e chi è specializzato nel prendere in mano un giardino e trasformarlo in deserto. Per poi, magari, chiamarlo pace).

barbara


16 gennaio 2011

E QUATTRO (8)

Là dove c’era il deserto ora c’è un’altra città ancora...

Ma’alè Adumim



















Anche qui, come nel 60% circa del territorio assegnato dalla risoluzione Onu 181 allo stato ebraico, era tutto deserto. Poi, nel 1975, otto anni dopo la fine dell’illegale occupazione giordana (nel corso di quella guerra che, nei piani dei suoi perpetratori, avrebbe dovuto portare alla fine dell’esistenza di Israele), si è cominciato a bonificare e dissodare e costruire. Adesso ci sono strade e case e scuole e asili e fabbriche e prati e orti e giardini e strutture e infrastrutture e servizi e… VITA.

barbara


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15 gennaio 2011

UGO VOLLI

che troppo a lungo è stato trascurato.

Gli antisemiti veri, oggi, quelli pericolosi, sono i nemici di Israele. Contro di loro mi batto

Cari amici, non vi arrabbiate con me, ma devo dirvelo. Non me ne importa niente. Non mi importa niente di quei quattro imbecilli che sul web pubblicano liste di "ebrei influenti" o anche semplicemente di cognomi ebraici. Ci sono anch'io, ma non me ne importa niente. Il problema non sono loro, non è vero che sono loro a far risorgere l'antisemitismo. La mamma degli idioti è sempre incinta, lo sappiamo, e l'antisemitismo volgare ed esplicito di stile nazista è un genere di idiozia criminale endemico. Ma il problema non sono loro. Non è quello l'antisemitismo pericoloso, è troppo facile indignarsi perché qualcuno dice che Levi e Cohen sono cognomi ebraici, che esistono professori ebrei nelle nostre università come Giorgio Israel o me stesso, giornalisti ebrei come Lerner, e anche qualche businessman di origini ebraiche, ma convertito, come l'ingegner De Benedetti, e cerca di produrre odio contro queste persone.
L'antisemitismo vero oggi si esercita contro l'ebreo degli stati, Israele, e coinvolge ben altri dei cretinetti che hanno pubblicato per l'ennesima volta una lista di ebrei sul web. Coinvolge l'Onu e l'Unione Europea, tutti i paesi arabi e i loro amici fra cui la maggior parte del terzo mondo, la grande maggioranza della sinistra politica, in Italia e all'estero, un bel pezzo di Chiesa. Permettetemi di dire che io rifiuto la solidarietà di Vendola e De Magistris, del Manifesto della Cgil e di Rifondazione Comunista, di Pax Christi, dei vescovi mediorientali e di Emergency (ammesso che l'abbiano formulata, non mi risulta). Non mi importa niente di quel che possono dire. Di più, non ci credo. Non credo che dispiaccia loro che qualcuno parli contro gli ebrei. Gli antisemiti veri, oggi, quelli pericolosi, sono i nemici di Israele, quelli che stanno lavorando, lo sappiano o meno, lo capiscono o no, perché la Shoà si ripeta. Di loro mi importa. Contro di loro mi batto.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

E poi recuperiamo anche un po’ di arretrati: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto.


barbara


14 gennaio 2011

E QUATTRO (7)

Pierbattista Pizzaballa

Sinceramente, non me l’aspettavo. Perché conosco la storia. E conosco, nello specifico, la triste e trista storia dei francescani. I secoli passati a battere palmo a palmo tutta l’Europa, città per città, villaggio per villaggio, parrocchia per parrocchia, vomitando le loro prediche infiammate e infiammanti, scatenando sistematicamente micidiali pogrom, seminando sul proprio cammino morte e distruzione. E i trecento francescani che con le armi benedette da Sua Eminenza Aloisius Stepinac, arcivescovo di Zagabria, elevato all’onore degli altari da Sua Santità Giovanni Paolo II (santo subito!) – quello che tuonava “non muri ma ponti” (santo subito!) perché i muri impediscono ai terroristi di macellare gli ebrei, e ciò è male; quello della “terra del Risorto messa a ferro e fuoco” (santo subito!); quello della “occupazione che si fa sterminio” (santo subito!) e mai una parola sul terrorismo (santo subito!) – i trecento francescani, dicevo, che con quelle armi andavano insieme agli ustascia a fare strage di serbi e di ebrei nei campi di sterminio croati. E il predecessore di Pierbattista Pizzaballa, Giovanni Battistelli – sia cancellato il suo nome – e il suo odio e le sue menzogne, anche lui conosciamo fin troppo bene. E dunque, ecco, non me lo aspettavo, e quando ho saputo che avremmo incontrato il Custode di Terrasanta avevo promesso: gli farò vedere i sorci verdi. E invece no: padre Pizzaballa è una persona degna del massimo rispetto. Non ci ha propinato il solito, frusto mantra che “i cristiani in terrasanta continuano a diminuire” ma ha detto, correttamente, che i cristiani continuano a diminuire a Gaza e in Cisgiordana, e in Israele invece no. Non ha tentato di raccontarci la storiella che i disagi dei cristiani dipendono dal “muro”: ha detto che il problema è il fondamentalismo islamico. E ha persino osato parlare del COSIDDETTO assedio della Natività (sì, proprio così: marcando la parola). E ha confessato di essere arrivato lì, come tanti, con un sacco di pregiudizi, e di aver dovuto fare un duro lavoro su se stesso per liberarsene. Potrebbe sorgere spontaneo il sospetto che adatti, ipocritamente, le proprie esternazioni a seconda del pubblico che ha di fronte, ma ciò che ha detto a noi, lo ha detto davanti a due registratori, cioè sapendo che ogni sua parola poteva essere diffusa e documentata. In breve, è stato un incontro bello e appagante, che neanche per un momento mi ha ispirato la tentazione di essere cattiva – e chi mi conosce si renderà conto di che cosa ciò significhi. E per definire padre Pizzaballa mi viene un solo aggettivo: una persona onesta, qualità che tutti gli riconoscono. Cioè, tutti tranne uno, che non nominerò, per non rischiare di provocare un infarto a chi lo considera una specie di dio in terra, nel caso dovesse capitare da queste parti. Devo però dire che alla cena di Shabbat e in alcuni altri incontri ho avuto il conforto di verificare che non sono l’unica persona al mondo ad essere impermeabile al sorriso smagliante e al sapiente gigioneggiare dell’illustre cattedratico e a scorgere, dietro le dotte – ma non sempre oneste e veritiere - parole accuratamente allineate, una notevole quantità di aria. Che poi, a voler andare un po’ a fondo,

anche sull’intelligenza c’è poi da ridire
ben mi ricordo che pria di partire
lesse un articolo senza un cavicchio capi i-i-i i-i-re.


Anzi, a voler essere proprio proprio pignoli, di cose lette e non capite, ce ne sarebbero due. E se ne ho beccate due in poco tempo io che non lo frequento, chissà quante se ne troverebbero a volere un pochino indagare. Ma preferisco fermarmi qui, che tanta attenzione un tale personaggetto non la merita davvero, e ritornare, per concludere, a padre Pierbattista Pizzaballa, che in questo bellissimo viaggio, contrariamente a quanto mi aspettavo, anziché il neo ha rappresentato una perla di non secondaria grandezza.



barbara


13 gennaio 2011

E QUATTRO (6)

Ma guardate come siamo belli!



(Miiiiriaaaaaam! Dove diavolo ti sei cacciata?!)

barbara


12 gennaio 2011

E QUATTRO (5)

Tsad Kadima

Proprio a Be’er Sheva si trova uno dei centri Tsad Kadima, che significa “un passo avanti”: passo avanti materiale e passo avanti metaforico. Perché questa istituzione si occupa di bambini cerebrolesi. Quelli che una volta erano, come ho scritto altrove, destinati al macero, abbandonati a se stessi, senza alcun tentativo di recuperarli perché considerati irrecuperabili.
(Confesso: mi riesce difficile scrivere questo post. È la quinta volta che apro questo foglio, e non sono riuscita a scrivere che questo paio di righe che sta qua sopra. L’impatto emotivo è stato molto forte, nonostante avessi tentato di prepararmici, e ancora non ho recuperato del tutto la lucidità necessaria a scriverne con serenità. Ho visto quei bambini, ho visto le operatrici all’opera... Poi sono uscita perché avevo bisogno di “aria”, e ancora tutte quelle sensazioni, tutte quelle emozioni mi si affastellano addosso e nella mente e nelle dita che dovrebbero battere sui tasti e invece continuano a inciampare)
Passo avanti, dicevo: passo avanti mentale, nel superare antiche e radicate convinzioni e persuadersi che vegetare non è necessariamente l’irrimediabile destino di un bambino cerebroleso, e passo avanti materiale, quello che queste persone riescono a far compiere a bambini precedentemente condannati all’immobilità. Con passione e con competenza, con pazienza infinita e con infinito amore, a Tsad Kadima riescono a restituire a questi bambini – di qualunque religione e di qualunque etnia – diverse funzioni e diverse abilità, non di rado dando loro addirittura la possibilità di rendersi, almeno parzialmente, autonomi. Credo che chiunque si rechi in Israele dovrebbe andare a visitare questa struttura: avrebbe modo, tra l’altro, di verificare una volta di più che credere nei miracoli è quanto di più realistico si possa immaginare. Solo, non possiamo purtroppo dimenticarlo, certi miracoli costano parecchio (addestramento del personale, strutture e attrezzature, non di rado su misura per un unico, singolo bambino...). Se qualcuno volesse dare una mano alla realizzazione di questi miracoli, lo può fare qui:

BANK HAPOALIM Branch 690 - King-George - conto 160120 TSAD-KADIMA

Per avere un’idea di come funziona, consiglio invece di vedere questo splendido – e toccante – servizio di Claudio Pagliara.



barbara

AGGIORNAMENTO: Per chi volesse dare una mano, è disponibile un conto corrente anche in Italia:

Conto “Amici Tsad Kadima” in Italia
Coordinate bancarie:
Banca sella agenzia 82 Corso Sommeiller Torino
conto corrente 53 845334160
codice ABI 03268
Codice CAB 01007
IBAN IT 77I0326801007053845334160


11 gennaio 2011

E QUATTRO (4)

Là dove c’era il deserto ora c’è un’altra città...









Immagini di Be’er Sheva prese dalla mia camera d’albergo.
È stato lì che improvvisamente abbiamo deciso: regaliamoci una botta di vita! Detto fatto, finito di cenare siamo partiti, sotto la guida, per acclamazione unanime, di Paolo il Grande, diretti al centro. Ed è stata davvero, lasciate che ve lo dica, una botta di vita grandiosa: abbiamo incontrato intere dozzine di gatti, tre o quattro cani, quattro o cinque pedoni e, giuro che non esagero, almeno una mezza dozzina di auto, se non di più.
Vabbè, lì comunque c’era il deserto e adesso, grazie all’opera dei perfidi giudei, c’è una bellissima città.

barbara


10 gennaio 2011

E QUATTRO (3)

Günther


Grazie a Chicca per la foto

Günther è nato in Germania, nel 1940: il padre non l’ha conosciuto: è morto in guerra. Nel 1963, alla ricerca di qualcosa di meglio della volgarità del suo ambiente di lavoro, è approdato in Israele, come volontario in un kibbuz. E qui si è trovato a fare i conti fra la sua coscienza di tedesco e la realtà della Shoah. La sua storia comincia da qui, da questo. Volontario in un ospizio per vecchi, molti sopravvissuti ai campi di sterminio, bisognosi di parlare, di liberarsi dell’inferno vissuto, lui che sente il dovere, come tedesco, come cristiano – ad un certo punto in conflitto anche col suo essere cristiano a causa del male fatto dal cristianesimo agli ebrei, dell’odio accuratamente coltivato, delle persecuzioni perpetrate nel corso dei secoli – di offrire una sorta di risarcimento. Ma la sofferenza ad un certo punto diventa insostenibile, chiede di essere adibito a un altro incarico, gli affidano dei bambini handicappati, mette in piedi una falegnameria per far imparare a questi ragazzi un mestiere e per rendersi finanziariamente autosufficiente. Per alcuni anni fa mezzo anno lì e mezzo in Germania, alla fine si stabilisce definitivamente lì, sposando una volontaria anch’essa tedesca e cristiana.
Oggi Günther ha 71 anni. Non è in condizioni ottimali perché anni fa a causa di una caduta è rimasto tre giorni in coma e la sua memoria ne ha un po’ risentito, ma continua a portare avanti, infaticabilmente, l’opera iniziata quasi mezzo secolo fa, di pagare colpe non sue ma di cui la sua coscienza ha sentito di doversi fare carico. Vive presso la comunità tedesca di Migdal in Galilea, dove con pochi familiari conduce una residenza per anziani. Non si è mai convertito formalmente, ma tutti i suoi figli si sono convertiti e vivono da ebrei ortodossi. Racconta con molta semplicità quello che ha fatto (come raccontava Giorgio Perlasca, come raccontano tutti i veri grandi, inconsapevoli della propria grandezza), ma ancora gli si arrochisce la voce e gli si appannano gli occhi quando deve parlare delle sofferenze inflitte dal suo popolo agli ebrei.



barbara


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9 gennaio 2011

E QUATTRO (2)

Là dove c’era il deserto ora c’è una città...













Immagini di Arad prese dall’autobus. Ricordiamo che del territorio assegnato dall’Onu agli ebrei con la risoluzione 181, i due terzi erano costituiti da deserto (e una parte del terzo rimanente aveva smesso di essere deserto e palude e pietraia grazie a mezzo secolo di durissimo lavoro da parte dei pionieri). Ben Gurion, a proposito del deserto, soleva dire: questo abbiamo e con questo dobbiamo fare i conti. Arad è uno di questi conti: solo pochissimi decenni fa era tutto deserto, ora c’è quello che – in piccolissima parte – vediamo in queste immagini.
Un altro motto di Ben Gurion era: chi non crede nei miracoli non è realista. E gli israeliani sono molto realisti. Per questo sono specializzati in miracoli.

barbara


8 gennaio 2011

E QUATTRO (1)

Perché come dice il proverbio e come tutti i saggi sanno perché se non sapessero che razza di saggi sarebbero, non c’è tre senza quattro e dunque eccomi qui alla tornata numero quattro. Che vi racconterò un po’ alla volta perché tra una cosa e l’altra con la storia che sto qui in questo buco fuori dal mondo per rientrare ho praticamente viaggiato due giorni e sono appena arrivata e non sono proprio proprio freschissima e d’altra parte le cose da raccontare sono davvero tante e dovrò parlarvi di tutte le cose che ho visto e sentito e vissuto e bisognerà che vi racconti di Itzik perché per lui è proprio il caso di rispolverare il fatidico Ho visto cose che voi umani neanche vi immaginate, e di quando abbiamo dovuto lanciare l’SOS (“Siamo al cesso, venite a salvarci!”) e di bambini destinati al macero ridonati alla vita e alla società grazie alla testardaggine del popolo dalla dura cervice e dei tubi che fanno fiorire il deserto e di una senzazionale botta di vita che ci siamo regalati tutti insieme appassionatamente in una notte di cupa follia e dell’addetta alla sicurezza piegata in due dal ridere mentre inseguiva un passeggero e nonostante fosse molto più veloce di lui parevano Achille e la tartaruga e non vi parlerò delle centinaia di migliaia di milioni di miliardi di gatti grassi e pasciuti che sembrano vitelli perché ve ne ho già parlato la prima volta quando grazie a una cervice non meno dura di quella del popolo dalla dura cervice ho attraversato tutta la Terra d’Israele con due zampe rotte però voglio comunque rassicurarvi che sono sempre tutti lì, non uno di meno anzi forse forse anche qualcuno di più e dunque abbiate pazienza, e un po’ alla volta saprete tutto. Per adesso, dopo un doveroso ringraziamento ai miei splendidi compagni di viaggio, a Chicca infaticabile organizzatrice di viaggi unici e indimenticabili e ad Angela, guida appassionata come pochi altri, aggiungo ancora solo il meraviglioso regalo d’addio che mi ha fatto Israele al momento della partenza.









(Sì, lo so che dall’aereo è vietato fotografare, ma come tutti sapete il Mossad mi vuole bene e per me chiude sempre un occhio)

barbara


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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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