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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 settembre 2010

GERUSALEMME EST: ISRAELE NON «PROVOCA», SI DIFENDE

Domenica delle Palme: code tranquille di pellegrini cristiani si accalcano attorno alle porte della Gerusalemme antica, ripercorrendo le stesse strade calcate da Gesù Cristo. La scena è idilliaca, la folla dei fedeli è multicolore e multirazziale, come a San Pietro durante l'Angelus. Tutto questo avviene sotto lo sguardo vigile della polizia israeliana. Proviamo a pensare la stessa scena se, al posto dei poliziotti con la divisa blu e la camicia azzurra di Israele, ci fossero i miliziani con la divisa nera e i pantaloni mimetici del partito Hamas... I cristiani avrebbero la stessa libertà e tranquillità?
Sì, risponderebbero le autorità del partito islamico, per attirare il consenso dell'opinione pubblica. No, risponderebbero i cristiani di Gaza, che il potere di Hamas lo subiscono ormai da quattro anni e sono costretti a subire intimidazioni, a veder bruciare i propri luoghi di culto e le proprie sedi dell'Ymca, a non doversi sposare in pubblico e con la musica per timore dei nuovi guardiani religiosi dell'ordine, come in un qualsiasi regime integralista islamico. Si dirà che Gerusalemme non è contesa fra Israele e Hamas, ma fra Israele e l'Autorità Palestinese, cioè la Palestina moderata, quella di Abu Mazen e del premier liberale Fayyad, che già da anni permette regolari pellegrinaggi nei luoghi di culto cristiani di Betlemme.
Ma al di fuori di Natale e Pasqua, festività di interesse internazionale, l'Autorità Palestinese garantisce libertà di culto negli altri 363 giorni all'anno? No, a giudicare dalla drastica riduzione dei cristiani nei territori che controlla. A Betlemme erano la maggioranza della popolazione. Adesso sono una sparuta minoranza (15% della popolazione). Il sindaco della città, un musulmano di Hamas, nel 2005 impose addirittura la tassa sugli infedeli, la tradizionale jizya, come ai tempi dell'Impero Arabo e dell'Impero Ottomano: vuoi vivere? Fai atto di sottomissione e paga la tassa ai musulmani. Il giornalista investigativo Khaled Abu Toameh, nel 2007, aveva scritto una lunga inchiesta sulle minacce subite dai cristiani in Cisgiordania (la Palestina "moderata", dunque, non quella di Gaza controllata da Hamas): imprenditori costretti a chiudere, terre rubate, occupate o sottratte con la frode, donne molestate, minacce di morte per chi non si converte. "Dalla fondazione dell'Autorità Palestinese" - scrive Toameh - "Neanche un singolo cristiano ha ottenuto un posto di rilievo nell'amministrazione pubblica".
Se i cristiani subiscono una persecuzione strisciante, non dichiarata e dissimulata da tolleranza (e la Chiesa, soprattutto quella locale, continua a parteggiare per la causa palestinese), la presenza degli ebrei in Palestina è a dir poco inconcepibile. I luoghi di pellegrinaggio ebraici, come la Tomba dei Patriarchi a Hebron, sono costantemente a rischio. Gli ebrei che vi si recano, devono farlo con la scorta della polizia, in autobus con i vetri blindati, spesso oggetto di sassaiole. Nella striscia di Gaza, quando gli ebrei dovettero lasciare le loro case e le loro serre al momento del disimpegno militare (estate del 2005), le sinagoghe rimaste furono tutte bruciate dai nuovi padroni del territorio.
Perché è bene ricordare questa intolleranza palestinese musulmana, latente e manifesta, quando è Israele che sta "ostacolando" il processo di pace con la costruzione dei nuovi insediamenti? Perché il problema è lo stesso: i palestinesi non accettano la presenza di ebrei nel loro futuro territorio. La loro presenza, la loro stessa esistenza è l'"ostacolo" che tanto fa indignare l'opinione pubblica internazionale, l'Onu, l'Ue e Obama. I palestinesi non accettano la presenza di ebrei nei territori che sono già amministrati dall'Autorità Palestinese. Non li accettano nei territori che prevedono di amministrare nei prossimi due anni, compresa Gerusalemme Est che, pur essendo territorio israeliano al 100%, è già stata proclamata dal governo palestinese come capitale del futuro Stato indipendente.
Il premier Fayyad aveva dichiarato, solo nel 2008, che non ci sarebbero stati problemi a dare la cittadinanza e tutti i diritti ai cittadini ebrei della futura Palestina indipendente. Ma adesso ha gettato la maschera, indignandosi per la costruzione di 1600 appartamenti a Ramat Shlomo, in un quartiere di Gerusalemme Est. Al di là della confusione mediatico-diplomatica che si è creata attorno al caso, la sostanza del problema è che: non accetta la presenza di 1600 famiglie ebraiche nel suo territorio. Non vuole neppure sentir parlare di 20 (venti) nuovi appartamenti nella struttura di Sheikh Jarrah, in un'area che apparteneva agli ebrei prima della Guerra di Indipendenza (1948), poi fatta sgomberare con la forza dai soldati giordani occupanti.
Per i palestinesi più militanti, più vicini a Hamas, non solo è un problema la presenza di nuove case ebraiche nell'Anp o nella futura Anp, ma anche quello che gli ebrei fanno nei quartieri ebraici. L'inaugurazione della sinagoga Hurva, ad esempio, è un fatto interamente interno al quartiere ebraico di Gerusalemme. Eppure ha scatenato una rivolta alimentata da Hamas ("giornata della rabbia") e appoggiata dal movimento islamico israeliano, formato da cittadini israeliani di religione musulmana. La sinagoga Hurva, storicamente importante per Israele (fu visitata da Herzl all'alba del sionismo e fu teatro del primo reclutamento della Legione Ebraica, il primo progenitore dell'esercito israeliano nella I Guerra Mondiale), fu fatta saltare in aria nel 1948 dalle truppe occupanti giordane. Dopo aver compiuto questo bel gesto di intolleranza religiosa, il comandante della Legione Araba ebbe anche modo di dichiarare con orgoglio: "Per la prima volta in mille anni non resta un solo ebreo nel quartiere ebraico di Gerusalemme". E questo a soli tre anni dalla fine dell'Olocausto. La "giornata della rabbia" non può che essere letta, dunque, una protesta contro gli ebrei che "osano" ritornare nei loro quartieri.
Ed eccolo che riaffiora, il passato recente: quando Gerusalemme Est fu occupata dalla Giordania, dal 1948 al 1967, gli ebrei furono oggetto di un'espulsione di massa. Non solo la sinagoga Hurva, ma anche tutte le altre sinagoghe, i negozi, le case, le biblioteche, furono date alle fiamme. Una comunità antica di 1000 anni, sopravvissuta sotto le autorità prima arabe e poi ottomane, subì un tentativo di cancellazione fisica. Gli ebrei lo ricordano. E venderanno cara la pelle prima di cedere di nuovo, a un'Autorità Palestinese tutt'altro che tollerante, tutta la metà orientale della loro capitale. È questo ciò che le cancellerie occidentali (compreso Berlusconi) vedono come un "ostacolo" al processo di pace. È questa tenacia a non veder replicare il passato che fa indignare Barack Obama e lo induce a far entrare Netanyahu dalla porta di servizio della Casa Bianca, abbandonandolo da solo, nella sala Roosevelt, mentre lui andava a mangiare, nel bel mezzo della trattativa. (libertiamo, 29 marzo 2010, qui)

Davvero di scottante attualità questo articolo di sei mesi fa. Da leggere, da meditare, da stampare e incorniciare, da imparare a memoria.


barbara


29 settembre 2010

LA STRADA DI SMIRNE

Qua sì che faccio proprio una recensione coi fiocchi, continuavo a dirmi mentre lo leggevo. Poi ho finito di leggerlo, ho preso penna e quaderno e... niente, non mi veniva niente. Non per il panico da pagina bianca, no: scrivo testi di ogni sorta da quando avevo sette anni, e non ho davvero mai saputo che cosa fosse. No, il motivo era un altro: era l’eccesso. Era l’affollarsi disordinato di troppe sensazioni, troppe emozioni, troppa sofferenza che si accavallavano – che tuttora si accavallano – le une sulle altre, finendo per ostruire l’uscita. E tuttavia non posso rinunciare a scriverne, non posso rinunciare a farvi conoscere questo nuovo capolavoro di Antonia Arslan, che prosegue la storia narrata in La masseria delle allodole: troppo poco, ancora oggi, si sa di questo primo genocidio programmato della storia, troppo silenzio continua, ancora oggi, ad avvolgere lo sterminio sistematico dei cristiani di Turchia allo scopo di renderla islamicamente pura (anche sui greci si è abbattuta, in quegli anni, la scure della pulizia etnica. La sapevate, voi, la strage dei greci? Io no).
Storie di morte e storie di vita, troviamo in questo bellissimo libro, storie di vigliaccheria e storie di coraggio estremo, di abiezione e di redenzione. E di quella volontà di sopravvivere che sa compiere persino dei miracoli. Leggerlo, è un imperativo categorico.

Antonia Arslan, La strada di Smirne, BUR



barbara


28 settembre 2010

SCUSI PROFESSORESSA

- ma come si chiama Dio nelle altre religioni?
- Nelle religioni monoteiste non ha dei nomi, si dice Dio e basta. I musulmani per esempio dicono Allah ma non è un altro nome, è solo Dio in arabo. Poi si dice anche che ha 99 nomi, ma in realtà non sono veri nomi, sono attributi: l’Onnipotente, il Misericordioso eccetera. Gli ebrei invece non pronunciano il nome di Dio perché
- Sì, lo so, me lo ha detto mio padre, perché è troppo sacro per poterlo pronunciare.
- Sì, esatto, e si scrive con un tetragramma, così (e lo scrivo alla lavagna), che non si può leggere perché non ci sono le vocali, nessuno sa quali debbano essere le vocali.
- Però c’è anche un altro tetragramma.
- Ma no, ce n’è uno solo!
- Il mio papà me ne ha insegnato un altro. Posso venire a scriverlo?
- Va bene, vieni.
(Viene alla lavagna, e riscrive lo stesso tetragramma, solo… in caratteri ebraici! All’uscita, dato che è l’ultima ora, mi insegue per le scale per continuare la discussione)
- Scusi, ma non è vero che non si sa come si dice: si dice Geova.
- Sono i testimoni di Geova che dicono così, solo loro, ma nessuno sa se le vocali siano davvero quelle, e oltretutto il suono g in ebraico non c’è, quindi almeno quello siamo sicuri che non è così.
- Sì, ma se il nome di Dio è troppo sacro per poterlo pronunciare, perché gli ebrei non riconoscono Gesù che è il figlio di Dio? (Il nesso non mi è molto chiaro, ma per fortuna mi ricordo in tempo che sto discutendo con un bambino di undici anni, ed evito di fargli notare il salto logico)
- Ma, vedi, sono solo i cristiani che credono che Gesù è il figlio di Dio, tutti gli altri no. I musulmani per esempio riconoscono Gesù, ma lo considerano un profeta musulmano.
- Però una cosa non l’ho mica capita: se Gesù è il Messia, perché gli ebrei stanno ancora aspettando che il Messia arrivi?
- Beh, anche questa, che Gesù è il Messia, è una cosa che credono solo i cristiani e tutti gli altri no. E quindi gli ebrei non lo credono. Se lo credessero sarebbero cristiani e non ebrei, no?
- Eh già...
(Ho idea che prima o poi, al primo appiglio, la discussione riprenderà. È un mestiere stressante, il mio, e spesso frustrante. Ma la soddisfazione che può dare l’incontrare una mente sveglia è una discreta ricompensa per tutte le frustrazioni)

barbara


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27 settembre 2010

SE NEANCHE COI FUMETTI

siamo al riparo dalla disinformazione

Il fumetto in questione si chiama Kriminal ed esce ogni settimana insieme a Panorama.



È la riedizione di un fumetto d’epoca, 1967, per la precisione (sì, MILLENOVECENTOSESSANTASETTE), ma il commento di Max Bunker, nom de plume di Luciano Secchi, è fresco di giornata. E il commento del numero attualmente in edicola è questo:



(Grazie a Massimo Caviglia per la segnalazione e la documentazione)

barbara


26 settembre 2010

VOGLIAMO RIPASSARE UN PO’ DI STORIA?

Abbiamo tutti tanti problemi, lo so, e non possiamo porre mente a tutto, avere presente tutto, ricordare tutto. Per questo vi voglio aiutare riproponendovi questo articolo di otto anni e mezzo fa che ci ricorda alcune cose che, pur essendo state scritte su tutti i giornali (vero che lo sono state?) avete forse dimenticato.

"Arafat rischiava di essere cacciato dalla sua gente"


West Bank e Gaza sono state sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito al tragico sfacelo economico e politico. Prima della nuova Intifada il leader dell'Anp era stato accusato del tracollo della Cisgiordania

di Francesco Ruggeri da West Bank, LIBERO 5.04.02

"Se non avesse lanciato la seconda Intifada contro Israele, firmando l'accordo con Barak la rivolta l'avrebbe subita lui per mano della sua stessa gente". Ahmed e Fatim sono due palestinesi di Beit Jalla che non hanno dimenticato cosa si pensava in Cisgiordania fino a un anno e mezzo fa del Presidente dell'Autorità palestinese Arafat, prima che la ripresa della guerra con lo Stato ebraico lo trasfigurasse in un eroe. Negli anni di governo autonomo dell'Anp dopo gli accordi di pace di Oslo, la cattiva gestione di Arafat era diventata un luogo comune, conducendo West Bank e Gaza sull'orlo di un sommovimento popolare in seguito allo sfacelo economico e politico. Si è spesso detto che la spinta decisiva a riaccendere le ostilità fosse da attribuire alla pressione ideologica degli estremisti islamici, sottovalutando il peso della polveriera palestinese a livello sociale di base. Una situazione divenuta esplosiva negli anni dell'amministrazione di Arafat, il quale ne ha rovesciato l'intera responsabilità sugli israeliani, dimenticando le proprie.
Prima della creazione dei territori affidati all'Autorità nazionale palestinese, nel 1993 il reddito procapite dei palestinesi di Gaza e Cisgiordania sfiorava i 2800 dollari ossia circa il 40% di quelli delle controparti israeliane di allora, e addirittura cresceva a un ritmo più veloce rispetto ai vicini di Gerusalemme. Mantenedo un identico tasso di crescita, nel 2000, alla vigilia dell'Intifada, il reddito dei palestinesi avrebbe dovuto essere di circa 7000 dollari a testa, e invece era di 1300 e già nel 1998 era sceso a 1800.
Solo nei primi due anni di autonomia un terzo degli imprenditori di Gaza aveva chiuso i battenti e gli investimenti esteri erano calati dai 520 milioni di dollari del '93 ai 220 del '97, mentre i beni fabbricati nei territori scendevano dal 50% del totale manifatturiero israeliano pre-Anp a un misero 2% già nel 1996, e l'occupazione diminuiva del 32%.
Tutto ciò nonostante la contemporanea iniezione nell'economia palestinese di 7.2 miliardi di dollari(15.000 miliardi di lire) tra Oslo e l'Intifada da parte di 43 stati esteri "donatori", e molti altri versati dal governo israeliano e dai Paesi arabi sotto forma di tasse e diritti doganali, senza contare i 2 miliardi di dollari di soli interessi provenienti ogni anno da conti e investimenti esteri controllati da Arafat. Il quale ha sempre impedito ai businessmen palestinesi da lui indipendenti che avevano sfondato all'estero di portare la loro esperienza, e ha anzi costretto tutti gli imprenditori locali a partnership forzate con il carrozzone industriale di stato, quella 'Al Behar Company' intestata a sua moglie che impone commissioni del 50% sui beni prodotti.
Ma anche tutti gli altri monopoli statali sono affidati ai suoi protetti: 'Al Bak-har' (case di lusso, cemento, ferro) al capo del suo staff Ramzi Khouri, al consigliere Hassan Asfour quello del petrolio e a Nabil Abu-Rouday il farmaceutico; al capo della sicurezza di Gaza Muhammed Dhalan quello delle tasse doganali, all'emissario dell'Onu Nabil Shaath i computer, al vice Abu Mazen la 'Sky pr' di import-export, a Yasser Abbas la 'Paltech' di elettronica, al negoziatore di Oslo Abu Ala le sigarette e al capo della sicurezza Jibril Rajoub il casinò di Gerico.
Quanto poi alla metà del budget del tesoro palestinese che non ha preso la via dei conti personali di Arafat e dei suoi in banche straniere, è stata invece dilapidata in prebende per l'enorme entourage del presidente e dei suoi 'famigli' nella pubblica amministrazione. Una cleptocrazia composta dai circa 10.000 accòliti dell'Olp premiati al rientro da Tunisi con ville e Mercedes sulla alture di ramallah o sul mare di Gaza city. O dagli 80.451 impiegati dei 24 ministeri (per qualche milione scarso di persone) o i 41.000 membri dei ben 14 differenti servizi segreti o dalle schiere di dipendenti di agenzie ed enti inutili, come il "Palestinian iniziative for the promotion of global dialogue".
Fin dal suo nascere nel '64 l'Olp aveva attirato una marea di ex-poliziotti corrotti, criminali, militari deviati, gente di strada senza arte né parte, uniti dalla cieca lealtà al leader, tradita unicamente per ulteriore denaro, come nel caso di Jaweed al-Ghussein, per 12 anni a capo delle finanze prima di sparire a Londra con 6 milioni del Palestinian Nation Fund.
In un tale contesto si può ben comprendere l'origine della miseria nera in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione fuori dalle élite protette, e che fa da incubatrice per i kamikaze motivati dalla disperazione, più che dalla religione o dalla lotta di liberazione. Chi tra loro non ha perso la memoria, all'esterno dell'incompleta clinica oncologica di Beit Jalla, ci dice che "... Il vertice dell'Anp dovrà prima o poi rispondere della montagna d'oro che ha rubato invece di costruire fabbriche, scuole, ospedali e impianti per l'acqua, o aiutare i profughi nei Paesi amici". Rinfocolando la lotta contro Israele, Arafat si è forse sottratto a un epilogo non dissimile da quello di altri padri padroni della patria, dai Suhartos ai Marcos, ma non certo al giudizio della storia.

Decisamente troppo ottimista il nostro Francesco Ruggeri, visto che al terrorista assassino, depredatore – oltre a tutto il resto – dei palestinesi (non dico del “suo” popolo, dal momento che Arafat era egiziano e non palestinese) vengono invece intestate vie e targhe commemorative. Ma noi, uomini e donne di buona volontà, non smetteremo di batterci, finché avremo fiato, infischiandocene di minacce e intimidazioni, contro ogni tentativo di mistificazione e depistaggio, per fare emergere la verità.


Villa di Abu Mazen

        
    Villa di Suha Arafat, vista da due diverse angolazioni

barbara


24 settembre 2010

UNA COSA DA NIENTE

Il nostro strepitoso Mario Pacifici ritorna a noi con questa nuova perla, il racconto “Una cosa da niente”, parte della raccolta “Una cosa da niente e altri racconti” sulle leggi razziali fasciste, con il quale ha vinto il primo premio del concorso indetto dal Festival della Letteratura Ebraica del 2008.

COME avrebbe più tardi puntigliosamente annotato nel suo verbale di notifica ed accertamento, il maresciallo Moretti si presentò alla porta degli Efrati alle 13,15 del giorno 14 Marzo 1941.
A quell’ora la famiglia era in tavola, gli spaghetti fumavano nei piatti e mentre la mamma ancora sfaccendava tra tinello e cucina, David, il figlio tredicenne, si esibiva, fra un boccone e l’altro, nell’imitazione del professore di matematica.
Per quanto inusuale, considerato l’orario, il suono del campanello non turbò l’atmosfera della tavola.
Quando la porta si aprì, il maresciallo si trovò di fronte una donna giovane e ben vestita, con indosso un ruvido grembiale da cucina. Aveva le mani bagnate, notò, e se le asciugava, senza darlo a vedere, strofinandole sui fianchi. Sembrava allarmata dalla vista della divisa.
“Polizia,” biascicò Moretti, portando la mano alla visiera del cappello, “cerchiamo Efrati Isacco, fu Giuseppe. È in casa?”
La donna annuì intimidita. Squadrava l’intruso senza simpatia e manteneva la porta socchiusa.
“Nino, vieni, è per te,” chiamò ad alta voce.
Il marito la raggiunse dal tinello, interrogandola con gli occhi.
“La polizia,” sussurrò lei.
Efrati spalancò la porta e fece entrare in casa il poliziotto, mentre un piantone rimaneva in attesa sul pianerottolo.
“Cercate me, maresciallo?”
“Sissignore,” rispose Moretti con un’espressione bonaria, “ma vi prego, dite a vostra moglie di non agitarsi, che è una cosa da niente. Una notifica, un breve accertamento. Nulla di serio.”
Parlava con un forte accento napoletano, e sembrava davvero imbarazzato dall’apprensione della donna.
Efrati annuì, prendendo per mano sua moglie.
“Lo senti, Esterina? Non ti preoccupare, dai, che ci penso io qui. Tu, piuttosto, vedi che David finisca di mangiare.”
Attese che la moglie si chiudesse la porta alle spalle prima di fare accomodare il poliziotto su una delle due poltrone che costituivano lo scarno arredamento dell’ingresso.
“Allora, maresciallo. Qual è il problema?”
“Nessun problema, per l’amor di Dio. Ve l’ho detto, è un accertamento, una cosa da niente. Dunque vediamo, voi siete…” consultò l’incartamento che aveva in mano, “…Efrati Isacco, fu Giuseppe, cittadino italiano di razza ebraica.”
Efrati allargò le braccia con un cenno di assenso.
“Per servirvi, maresciallo.”
“Bene, signor Efrati. Devo notificarvi che, come cittadino di razza ebraica, siete inibito alla detenzione di apparecchiature radio riceventi. È vostro dovere denunciare l’eventuale possesso di tali apparecchiature e mettere le stesse a disposizione dell’autorità preposta all’espletamento dell’atto di sequestro, previsto dal regio decreto del...”
“So già tutto maresciallo. I giornali li leggo. Forse, però, vi sfugge che io ho già denunciato il possesso della mia radio, e che per facilitarvi il lavoro ve l’ho addirittura portata in questura. Se mi attendete un attimo, vi prendo il verbale di sequestro.”
“Non c’è bisogno, signor Efrati, per carità, vi credo. E poi sta tutto segnato qui, nel vostro incartamento.”
Fece scorrere rapidamente i fogli finché trovò quel che cercava.
“Ecco vedete, è qui. Verbale di sequestro, eccetera, eccetera… ecco: apparecchio radio ricevente, di medie dimensioni, in bachelite rosso granata, marca Marelli. In data, vediamo… sì, in data 7 marzo 1941.”
“Come vi dicevo, maresciallo, la settimana scorsa.”
“Sissignore, non c’è niente da dire. Effettivamente, riguardo all’apparecchio Marelli è tutto a posto. Il problema, semmai, è che a quanto risulta dal vostro incartamento, avete dimenticato di denunciare…” Scorse di nuovo l’incartamento. “Madonna mia, con tutte queste carte… Eppure l’ho visto poco fa… Eccolo, eccolo... Apparecchio marca Siemens, modello RG 40. Acquistato in data 31 ottobre 1940 presso la ditta Alati, in via 4 Novembre, per l’importo… Beh, l’importo non ci interessa…”
Squadrò l’ebreo con aria indulgente.
“Questo ce lo siamo dimenticati, non è vero?”
Efrati era interdetto.
“Ma voi come fate a saperlo?”
“Madonna mia, signor Efrati. Siamo la Polizia. Se non le sappiamo noi le cose, chi deve saperle?”
“Eh già! In effetti, se non le sapete voi… In ogni modo le cose non stanno proprio in quel modo. C’è un errore… o meglio un equivoco…”
Il maresciallo Moretti annuì comprensivo.
“Un equivoco, dite. E va bene. Sono qui per questo. Voi me lo chiarite e tutto è risolto.”
Efrati sospirò a disagio.
“La questione, maresciallo è che non so nemmeno io se lo si possa definire un apparecchio. È piuttosto un pezzo di arredamento. Un mobile, diciamo così, che arreda la parete del tinello. Nello stipo in basso ci teniamo i liquori, come fosse… un mobile bar, diciamo…”
Il poliziotto lo fissò con una smorfia sarcastica.
“Io sono comprensivo, Efrati. Ma voi non mi dovete coglionare, perché altrimenti mi costringete, mio malgrado, a diventare rigido. E allora tutto si complica e nascono i problemi. Sono certo che mi capite.”
Sotto il tono bonario della voce, ora Efrati avvertiva una vena di minaccia.
“Avete ragione,” si affrettò a correggersi, “mi sono espresso male, ma non volevo farmi gioco di voi. Il fatto è che effettivamente ha l’aria di un mobile. E d’altro canto più che una radio è soprattutto un grammofono. Noi in effetti ci ascoltiamo solo i dischi.”
Il maresciallo tornò a sfogliare le carte e quando trovò ciò che cercava puntò il dito su una parola.
“Qui c’è scritto: radiogrammofono. Radio…” ripeté spiccando le sillabe e mimando con le mani la separazione, “…grammofono.”
Fissò l’ebreo, quasi si aspettasse di dover rintuzzare qualche altra risibile eccezione, ma Efrati ormai taceva, incapace di trovare un qualunque appiglio per sostenere una causa che sapeva, comunque, persa in partenza.
Il maresciallo trasse dalle sue carte un modulo ciclostilato e cominciò a stilarlo in silenzio.
“È il verbale di sequestro?” chiese Efrati rassegnato.
Moretti annuì, senza interrompersi.
“Sentite maresciallo, vi parlo come un padre. Voi lo sapete qual è la nostra condizione. Mio figlio è stato cacciato dalla scuola pubblica ed ha perso tutti i suoi amici, tutti i suoi compagni. Poi ha visto sua madre cacciata dal ministero dov’era impiegata. Sa perfettamente che io mi arrangio come posso. Che insegno cultura ebraica alla nostra scuola, tanto per sbarcare il lunario, perché ho dovuto cedere, per motivi razziali, la mia agenzia di viaggi. Avete un idea di come possa vivere un ragazzino una situazione del genere? Quell’apparecchio per lui è importante. Rappresenta un ultimo ancoraggio ad una realtà e ad un mondo che sente estranei e da cui si sente respinto. Ve lo chiedo come un padre, maresciallo, e Dio sa se mi pesa umiliarmi in questo modo. Aiutatemi. Fatelo per mio figlio.”
Moretti lasciò cadere le carte sulle ginocchia e si passò una mano fra i capelli. Guardava l’ebreo con un’espressione del tutto solidale.
“Come faccio, Efrati, ditemelo voi? Non sono io che faccio le leggi. Io le devo solo fare applicare.”
Sospirò, scuotendo il capo.
“Vorrei potervi aiutare, credetemi. Ma sono comandato. Devo rendere conto di ogni cosa ai miei superiori.”
Efrati non si dette per vinto. Anzi gli sembrava di cogliere nelle parole del poliziotto un principio di cedimento.
“Santo cielo, maresciallo, si tratta solo di chiudere un occhio. Dite che non l’avete trovato l’apparecchio. Che l’avevo venduto nel frattempo. Non mettete mica in pericolo la Nazione lasciando che un ragazzino ascolti un po’ di musica.”
Moretti sorrise.
“Voi la fate facile Efrati, solo perché non sapete come funziona la burocrazia. Quando una pratica è istruita non c’è più niente che la possa arrestare. È come se avesse una sua vita autonoma che la costringe a correre lungo un binario obbligato. Adempimenti. Verifiche. Sopralluoghi. La volete insabbiare? Dovete mettere d’accordo un mucchio di gente, chiedere favori, dare spiegazioni. E poi, statene sicuro, quella salta di nuovo fuori nel momento meno opportuno, magari come arma di una faida interna. Date retta ad uno che ne ha viste di tutti i colori. Quando una pratica ha preso il via…”
Lasciò la frase in sospeso, ma intanto, agitando una mano sottolineava quanto ineluttabile fosse il corso degli eventi burocratici.
Efrati annuì rassegnato, e si accasciò senza argomenti sulla poltrona.
Il maresciallo aveva ripreso in mano le sue carte, ma teneva la stilografica lontana dai fogli. Continuava a tergiversare come se stesse riflettendo ad una qualche possibile soluzione.
“Statemi a sentire,” disse alla fine, “io adesso compilo il verbale di sequestro e nel verbale stesso vi nomino custode dell’apparecchio fino all’effettiva presa di possesso da parte degli organi preposti. Questo lo posso fare e lo faccio volentieri. Ad occhio e croce passeranno dieci, quindici, forse perfino venti giorni prima che vengano a ritirarlo. Così voi avrete tutto il tempo di spiegare la situazione al ragazzo e di fargliela accettare poco per volta. Di farlo abituare all’idea…”
Efrati non seguì il consiglio.
Appena uscito il maresciallo, chiamò suo figlio e gli raccontò per filo e per segno che cosa fosse successo.
“Non è giusto,” protestò David cercando di non cedere al pianto.
“Lo so che non è giusto. Ma ci sono le leggi razziali, te l’ho spiegato…”
“Non mi importa delle leggi. Quel grammofono è mio. Non hanno il diritto di rubarmelo.”
Il padre assentì, arruffandogli i capelli.
“Hai ragione, amore mio. Ma siamo ebrei, non te lo dimenticare. Tutta la nostra storia è costellata di ingiustizie. La schiavitù in Egitto, la cacciata dalla Spagna, i ghetti, i pogrom. Abbiamo subito ogni genere di persecuzione, ma non ci siamo mai arresi.”
Ora fissava il figlio negli occhi, stringendolo per le spalle. “Non lo faremo nemmeno oggi, non è vero David?”
Il ragazzino scosse la testa.
“Dobbiamo essere forti David. Io lo so che è un brutto momento, per te come per tutti noi. Ma passerà, non temere. Kadosh Baruchù ci ha sempre protetti e continuerà a farlo, perché noi siamo il Suo popolo.”
David assentiva, ma senza molta convinzione.
Continuava a pensare al suo apparecchio e a quella gente che sarebbe venuta a portarselo via.
Ora le lacrime gli annebbiavano la vista.
“Va bene David, hai ragione. È una grande ingiustizia e se vuoi piangere, lo puoi fare. C’è una cosa però che ti dovrebbe consolare. Kadosh Baruchù sa riconoscere i malvagi e non lascia impunite le loro azioni.”
David adesso singhiozzava silenziosamente.
“Te lo ricordi quante piaghe ha mandato Dio al Faraone?”
“Dieci,” sussurrò il ragazzino, asciugandosi le lacrime col dorso della mano.
“E chi è finito sulle forche erette da Aman per impiccare gli ebrei di Babilonia?”
“Aman e tutti i suoi complici.”
“E allora David, vanne sicuro. Se Kadosh Baruchù ha avuto ragione della crudeltà del Faraone e ha fatto giustizia di Aman, di certo saprà come punire anche il Gran Buffone ed il Re Nanerottolo.”
David sorrise suo malgrado, sentendo il padre usare a voce alta quegli epiteti che generalmente sussurrava, raccomandando a lui di non usarli mai, per nessun motivo al mondo.
“È così, David. Verrà il giorno che quei due pagheranno per tutte le loro malefatte. E quel giorno, stanne certo, Kadosh Baruchù gli presenterà anche il conto del tuo radiogrammofono.”
David annuì, ma certo la prospettiva di una lontana giustizia non cancellava l’infelicità di quella perdita imminente.
Il padre lo abbracciò stretto e d’improvviso un’idea gli baluginò per la mente.
“Stammi a sentire…,” gli sussurrò nell’orecchio.
David annuiva mentre il padre parlava e, a poco a poco, la sua espressione si aprì in un sorriso malizioso.
Il maresciallo Moretti tornò quindici giorni più tardi, accompagnato da una squadra di facchini ed Efrati lo accolse sulla porta con suo figlio che lo stringeva per mano.
“È tutto pronto maresciallo, accomodatevi, vi faccio strada.”
Lo guidò per il corridoio, fino alla porta del salotto.
Quando si accese la luce, il poliziotto rimase impietrito, senza parole.
I mobili e i tappeti erano stati rimossi e tutto il pavimento era occupato da viti, bulloni, manopole, lampade, tiranti, valvole, ingranaggi, supporti, fili elettrici, interruttori.
Il radiogrammofono era stato smontato fin nelle sue parti più esigue e giaceva lì in terra, spezzato, sezionato, segato, ridotto in frantumi mentre ognuno dei suoi minuti frammenti era stato disposto sul pavimento in un ordine maniacale e incomprensibile, fatto di linee contorte ed interrotte.
“Volevamo vedere come era fatto dentro,” spiegò Efrati, stringendo forte la mano di David, “ma poi non siamo più stati capaci di rimontarlo. I pezzi, comunque, ci sono tutti, potete controllare.”
“Capisco,” mormorò Moretti che in realtà non capiva affatto.
Certo, se avesse conosciuto l’ebraico, quel garbuglio di linee e quegli astrusi ghirigori sul pavimento non avrebbero avuto misteri.
Beyad chazakah,” c’era scritto in caratteri ebraici, “con mano potente.
Così Dio aveva colpito il Faraone in Egitto.

Mario Pacifici


Da parte mia, solo due parole: grazie Mario.

barbara


23 settembre 2010

VOGLIA DI TENEREZZA



barbara


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22 settembre 2010

COME SI DIFFONDE LA RELIGIONE DI PACE

Altre strategie di islamizzazione

I pericoli costituiti dallo squilibrio demografico e dal potere economico e amministrativo detenuto dai cristiani vinti non sfug­girono né ai califfi arabi né ai sultani turchi. Se gli interessi eco­nomici portavano a limitare le misure di espulsione e di conver­sione forzata dei dhimmi, la sicurezza militare esigeva invece un incremento della presenza islamica nei territori conquistati, al fi­ne di neutralizzare e spezzare le resistenze locali dei popoli vinti. La durevolezza delle colonizzazioni araba e turca poggiò sulla densità demografica dell'hinterland musulmano, da cui partiva­no continuamente nuove ondate migratorie. Ma in questi flussi è opportuno distinguere le migrazioni dei popoli dediti alla pasto­rizia, in cerca di pascoli e ricche città da saccheggiare, dalla poli­tica di colonizzazione perseguita dai califfi, in virtù della quale gli arabi si stanziarono in tutto l'Oriente, nel Maghreb, in Spagna, nelle isole italiane e greche. Al-'Abbas ibn al-Fadl fece insediare dei musulmani in Sicilia, in Calabria e in Longobardia. Durante la spedizione contro Amorium (833), al-Ma'mun diceva: «Io an­drò a cercare gli arabi ‘beduini’, li condurrò fuori dai loro de­serti e li farò stabilire in tutte le città che conquisterò, finché non attaccherò Costantinopoli».
Alla politica di colonizzazione araba si accompagnò un movi­mento inverso, costituito dal trasferimento e dalla deportazione dei popoli dhimmi, misure, queste, rispondenti a motivi economi­ci e strategici. La forza lavoro veniva spostata nelle zone i cui abi­tanti erano stati catturati e ridotti in schiavitù o decimati. Ma que­sto rimpasto etnico mirava soprattutto a rompere l'omogeneità del tessuto sociale, a frammentare i popoli in enclave spesso osti­li tra loro e a favorire in essi, strappandoli al loro ambiente, la di­sintegrazione dei vincoli di solidarietà comune.
Siriaci, copti, armeni, indiani, ebrei, nestoriani e melchiti furo­no deportati nel corso della conquista e della colonizzazione ara­be. Durante l'occupazione della Babilonia (Iraq), un considerevo­le numero di persone era stato spostato nel Hijaz, e alla presa di Cesarea pare fossero stati deportati a Medina 4000 abitanti. Nel 670 Mu'awiya trasferì numerose famiglie da Bassora in Siria, e sia al-Walid che Yazid II ricorsero a misure analoghe. Al-Mansur a sua volta deportò gli armeni di Kahramanmarafl e Samosata. Al-Ma'mun, nel corso della spedizione volta a domare l'insurrezio­ne copta in Basso Egitto, fece trasferire parte dei ribelli nel basso Iraq, mentre gli altri vennero trucidati sul posto. Gli almoravidi spostarono un gruppo di cristiani da Siviglia (Andalusia) a Meknes (Marocco): secondo il qadi Abu al-Hasan al-Maghribi (XIV se­colo), infatti, data l'esperienza dei cristiani in fatto di edilizia, ar­boricoltura e irrigazione - arti in cui i musulmani non eccelleva­no di certo, e che peraltro non praticavano - era opportuno farli insediare fra gli islamici per favorire lo sviluppo di quella città e indebolire gli infedeli. E in effetti la deportazione dei tributari in Marocco da parte degli almoravidi comportò un considerevole aumento di ricchezze per questa regione.
La politica di colonizzazione araba realizzata mediante il tra­sferimento delle popolazioni indigene e l'insediamento delle tribù islamiche nei territori conquistati fu applicata dai selgiuchidi (XI secolo), e più tardi dagli ottomani, nel processo di «turchificazione» e islamizzazione dell'Armenia, dell'Anatolia e dei Balcani.
Nel 1137 il sultano di Iconium Mas'ud conquistò Adana (Cilicia) e fece prigionieri tutti i suoi abitanti. Nel 1171 Kilij Arslan II catturò e deportò l'intera popolazione dell'area prospiciente Melitene. Dopo aver conquistato i Balcani, gli ottomani ordinarono il trasferimento (sürgün, esilio) dei popoli indigeni. Parte dei contadini della Valacchia e della Rumelia fu deportata in Bosnia. Murad I (1359-1389) si impossessò di Adrianopoli e del­le regioni circostanti, che popolò di musulmani originari del­l'Anatolia. Sotto Mehmed II, migliaia di ungheresi, serbi, bul­gari e greci furono trasferiti dalle loro province natali, divenu­te dar al-islam, in altre regioni. Alla caduta di Costantinopoli, nel 1453, fra le 50.000 e le 60.000 persone furono ridotte in schiavitù e deportate. Poi la città deserta fu ripopolata grazie al trasferimento di migliaia di musulmani, di cristiani e di ebrei fatti arrivare da varie province dell'Impero. Nella seconda metà del XV secolo alcuni popoli greci furono trasferiti dal Peloponneso nelle regioni disabitate dello Stato ottomano. Nel 1573 circa 20.000 turchi furono spostati a Cipro con le loro fa­miglie e il loro bestiame. Tutti questi nuclei di persone, distri­buiti sia nei villaggi che nelle città, divennero fermenti attivi di islamizzazione.
[…]

Tra i fattori di islamizzazione bisogna ancora segnalare le leg­gi religiose coraniche che consentivano a un uomo di possedere simultaneamente quattro mogli legali e un numero illimitato di schiave-concubine, nonché di divorziare ogni volta che lo deside­rava. L'islamizzazione attuata attraverso le donne - nobili o mi­scredenti costrette a sposare dei musulmani -, ma anche attraver­so gli harem, pieni di prigioniere e di schiave, favoriva il rapido incremento della popolazione islamica, mentre nel caso dei cri­stiani l'obbligo della monogamia, il divieto di divorzio e le diver­se strategie di islamizzazione dei figli provocavano un'inesorabi­le inversione demografica. Le ondate di conversioni in massa conseguenti alle guerre e alle conquiste acceleravano questo mo­vimento. (Bat Yeor, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.176-181)

E si continua, come potete vedere qui. E poi, abbastanza in tema,leggete anche questa cartolina.


barbara


21 settembre 2010

SVEZIA E DINTORNI

Sembra che le sinistre ancora non abbiano capito che raccontare e raccontarsi che i problemi non esistono, non è una buona tattica. Soprattutto quando i problemi invece esistono davvero. Sembra che le sinistre ancora non abbiano capito che il non fare salti di gioia all’idea di essere pestati a sangue se non peggio per il fatto di mangiare quando qualcun altro digiuna non è un parente stretto del razzismo: si chiama autodifesa, ed è cosa un tantino diversa. Sembra che le sinistre ancora non abbiano capito che più insistono a fare finta che i problemi esistenti non esistano, e più la gente è costretta a scegliere di farsi governare da chi i problemi li vede e li denuncia e tenta di risolverli. Anche se non sempre queste persone e questi partiti ci piacciono del tutto. Anche se non sempre ne condividiamo tutte le idee e tutti i metodi. Anche perché siamo nati di sinistra, e ci piacerebbe continuare ad esserlo, ma quella sinistra in cui, in tempo di gioventù, abbiamo creduto, e che oggi si fa un vanto di stare senza se e senza ma dalla parte del terrorismo e di stringere le mani più grondanti di sangue del pianeta, non ci lascia alternative.
Nel frattempo apprendiamo che a Sonnino c’era una madre che accompagnava a scuola il figlio col niqab, ma ora le autorità cittadine hanno cercato e trovato una soluzione col marito. E letteralmente esterrefatta mi chiedo: col marito? E perché mai con lui? Non è da quel dì che stanno tentando di propinarci la storiella che le donne che si velano lo fanno per libera scelta? E perché allora la “soluzione” si va a cercare col marito? E perché le autorità italiane, in una città italiana, scelgono di risolvere un problema che riguarda una donna ignorando la donna? Perché la trattano alla stregua di un oggetto di proprietà del marito? Perché si comportano in conformità alle norme della sharia anziché a quelle della legislazione italiana? Abbiamo già svenduto anche la Costituzione? La pari dignità degli esseri umani in Italia non esiste più? Cos’altro dovrà succedere ancora perché quelli che ci chiamano xenofobi e islamofobi e razzisti si decidano ad aprire gli occhi?
Noi, comunque, avendo cara la nostra sopravvivenza e la nostra civiltà, continueremo a difenderci con tutte le nostre forze da chi tenta di asservirci a una cultura di morte. Quanto meno, mal che vada, venderemo cara la pelle.



barbara


20 settembre 2010

UN COMMENTO ALL’(ENNESIMO) ARTICOLO DI GIORGIO GOMEL

Uno dei pilastri della nostra cultura occidentale è l'accettazione delle posizioni e opinioni che differiscono dalle nostre: questa è una ricchezza che abbiamo conquistato in secoli di dure battaglie e che dobbiamo difendere sempre e comunque, soprattutto ora che nuove ideologie, molto lontane da questo modo di pensare, sembrano voler distruggere tutti i valori della nostra civiltà. Sarebbe tuttavia opportuno chiarire che cosa esattamente dobbiamo intendere per "opinioni personali", per non rischiare che qualcuno, sfruttando per fini poco nobili le nostre libertà, spacci per opinioni personali qualcosa che non è altro che un totale stravolgimento della realtà. Ed è esattamente questo che sembra fare Giorgio Gomel nell'articolo pubblicato sul sito dell'UCEI di domenica 19. Difficile davvero considerare "opinione personale" la sistematica disinformazione che Giorgio Gomel instancabilmente propina ai suoi lettori da quando è iniziata la guerra terroristica impropriamente nota come "seconda intifada", che già in passato ha suscitato aspre polemiche (non starà per caso, il Nostro, tentando di emulare un Chomsky o un Ilan Pappe?), e che ritroviamo anche nell'articolo in questione. E troppo gravi sono le sue affermazioni perché si possano far passare sotto silenzio, soprattutto nel mondo ebraico.
Gomel ricorda, dimostrando una profonda conoscenza dell'argomento, quasi tutti i punti del negoziato in corso tra israeliani e palestinesi, ed incita i primi ad accettare quanto hanno già spesso dichiarato - e anche dimostrato con i fatti (pace con l'Egitto, pace con la Giordania, ritiro dal Sinai, ritiro dal Libano, ritiro da Gaza) di voler accettare: la costituzione di uno stato palestinese che possa vivere in pace accanto ad Israele. Se un giorno si arrivasse a questo risultato, stia pur tranquillo il nostro commentatore, non sarà un problema l'eventuale cambio di maggioranza parlamentare; tante volte, nella storia dello Stato, è già successo, nel tentativo, sempre vanificato dalla controparte, di arrivare ad una pace; addirittura è nato recentemente, in quattro e quattr'otto, un nuovo grande partito con l'unico obiettivo di arrivare a porre fine all'annoso conflitto.
Il problema, e qui sta la grave pecca di questa analisi di Giorgio Gomel, risiede nel non volersi chiedere se entrambe le parti vogliono arrivare al risultato di una pace tra due stati che possano vivere in pace uno accanto all'altro. Tutti gli argomenti che via via si discutono sono complementari a questo punto focale. E Gomel questo fa finta di non vederlo. Ignora completamente la sempre dichiarata (almeno quando parlano in arabo) volontà di annientare lo stato di Israele che semplicemente deve sparire. L'alternativa, per la dirigenza palestinese, sta tra un califfato unico (posizione di Hamas, ad esempio, ma non solo di questa banda di terroristi, e ci si scusi la franchezza) e la nascita di uno stato di Palestina che, comunque, dovrà occupare tutte le terre dal Giordano al mare. La soluzione di due stati che vivano uno accanto all'altro non deve essere, al massimo, che un traguardo intermedio per arrivare, da parte araba, alla riconquista di tutte le terre dove già dominò in passato l'Islam (dichiarazioni di Arafat, dichiarazioni di Feisal Husseini, dichiarazioni di Mahmoud Abbas). Così vuole il Corano, e a questo comandamento non può sottrarsi, impunemente, nessun governante (la fine di Sadat insegna).
Da questa realtà si deve partire se si vuole affrontare con un minimo di serietà e di credibilità il problema del Medio Oriente. Se non lo si fa, non si favorisce la soluzione del problema. E se anche in ambito ebraico ci perdiamo dietro a questi argomenti che gli arabi sono maestri nell'inventare, giorno dopo giorno, con costanza degna di miglior causa, non facciamo altro che il gioco di coloro che la pace con Israele non la vogliono proprio; se Giorgio Gomel aspira a un posto d'onore nell'olimpo dei pacifinti insieme ai ben più noti nomi del mondo ebraico, sempre pronti ad accusare Israele di non volere la pace, e sempre pronti a considerare i palestinesi tutti vittime del "nazi-fascismo israeliano", sappia che è sulla buona strada. Ma sarebbe bene che tutti quanti, prima di contribuire a diffondere certe parole che poco o nulla hanno a che fare con la libertà di espressione e di pensiero, riflettessimo sulle loro nefaste conseguenze. Soprattutto per i "poveri palestinesi" che, così amorosamente compresi nella loro aspirazione a distruggere Israele, sempre più vedono allontanarsi ogni prospettiva di pace e di realizzazione di uno stato di Palestina.
Un accenno, per concludere, alle ultime frasi dell'articolo che richiamano, peraltro storpiandolo, il mantra di Rabin: condurre il processo di pace come se non ci fosse il terrorismo e combattere il terrorismo come se non ci fosse il processo di pace. Noi ricordiamo bene come questo tragico mantra, insieme all'altro, altrettanto tragico, della "terra in cambio di pace", abbia regalato a Israele un'esplosione di terrorismo (e di antisemitismo in tutto il mondo) quale mai il Paese in tutta la sua storia aveva conosciuto. E il signor Gomel, lo ha invece dimenticato? O forse lo ricorda anche lui, e gli è talmente piaciuto che vorrebbe vederne la replica?

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


19 settembre 2010

SCOMMETTO CHE QUESTA NON LA SAPEVATE

Non la sapevo neanche io, effettivamente, ma poiché la Bontà e il Bene esistono, ho avuto la sorte di incontrare Qualcuno che mi ha aperto gli occhi e rivelato la Verità: un giornalista e scrittore, se ho capito bene, testimone oculare e intelligente scrutatore. E poiché ora finalmente SO, voglio condividere la Verità con tutti voi.

Voi credete forse, come credevo io, che in Tibet sia in atto una repressione da parte del governo cinese? Vi sbagliate: non sta succedendo niente del genere. Credete che il Dalai Lama sia una persona pacifica, magari coi suoi difetti come ogni essere umano, ma insomma almeno un non violento? Tutte balle. Credete di sapere cosa succede e come funziona in Cina? In realtà non sapete niente, le vostre sono considerazioni anacronistiche e ingiustifcate, inconcepibilmente ferme al tempo della rivoluzione culturale. Pensate che ci sia della miseria in Cina? Tutte fandonie: i poveri in Cina sono la metà che in Italia. E credete magari che ci sia una repressione del dissenso? Ebbene, sappiatelo: questa è la madre di tutte le balle! Leggete un po’ qua:

In Cina non esiste un dissenso da reprimere, semplicemente perché non c'è. La gente pensa essenzialmente a lavorare e il governo cinese, come nessun altro governo al mondo, glie lo consente e la agevola in ogni modo. Gli oppositori politici ai quali ti riferisci sono sparuti, non coordinate, che non hanno presa sulla gente, marionette inconsapevoli in mano ai servizi segreti delle potenze occidentali che li fomentano dal 1950, perseguendo il sogno dello smembramento della Cina ai fini della spartizione delle sue ricchezze. [evidenziazioni mie, ndb]

E lo sapete perché tutti noi crediamo a tutta quella montagna di fandonie? Ma è chiaro: per via della potenza smisurata dei mezzi propagandistici di oggi. C’è bisogno che vi dica a chi sono in mano questi mezzi propagandistici di smisurata potenza? No, vero? Lo sappiamo tutti benissimo chi è che manovra i fili nell’ombra, no? E infatti è chiaro che il motivo per cui ce l’abbiamo con la Cina e ci beviamo come coca cola in un giorno d’estate tutta la vergognosa propaganda mistificatoria risiede nel fatto che Pechino supporta la causa palestinese... Ed è per questo che ci meritiamo una salutare lezione:

Ma fondamentalmente lasciami dire che se c'è una categoria di persone al mondo che dovrebbero costituzionalmente astenersi dal giudicare il prossimo in tema di territori occupati e di sopraffazione delle minoranze etniche, queste sono i Sionisti.

Perché lui, il Nostro, mica è uno che si beve la propaganda, mica è uno che si lascia infinocchiare dalle notizie drogate dalla potenza smisurata dei mezzi propagandistici, oh no! Lui lo sa in che modo infame vengono sopraffatte le “minoranze etniche” nei “territori occupati” da coloro che noi sionisti difendiamo! (Piccola domanda fra parentesi: ma questo signore lo saprà che cosa vuol dire sionismo?) Ma siccome lui, a differenza di noi sionisti, è un buono, mi lancia anche un benevolo augurio:

Ti auguro comunque tanta buona fortuna, ma soprattutto mi auguro che non nasca mai più un secondo Hitler perché stavolta, con la potenza smisurata dei mezzi propagandistici di oggi, con il tipo di mentalità e di cultura che si ritrova certa gente, davvero non so come potrebbe andare a finire e mi viene la pelle d'oca solo a pensarci.

Perché è chiaro che se spuntasse un nuovo Hitler, i mezzi propagandistici di smisurata pontenza manovrati da chi sappiamo non esiterebbero un solo istante a mettersi al suo servizio. E infine, dopo una dotta disquisizione sul controllo del potere d’acquisto esercitato dalla dittatura del capitale – dittatura autentica, anche se si ammanta del nome di democrazia – un severo monito:

Dovresti ben saperlo, in quanto Sionista, che cosa significa il "sacchettino coi diamanti".

Ebbene sì, noi sionisti – anzi, decidiamoci una buona volta a chiamare le cose col loro nome – noi perfidi giudei dal naso ricurvo e dalle dita adunche, noi perfidi giudei col nostro culto del dio denaro, noi perfidi giudei infami e traditori, lo sappiamo bene, noi, che cosa significa il “sacchettino coi diamanti”. Abbiamo anche conoscenza personale, noi perfidi giudei, di qualcuno che grazie al “sacchettino coi diamanti” è riuscito a scampare alla Shoah. E chi non lo capirebbe, che un ebreo in più scampato alla Shoah è il male assoluto? Chi non lo capirebbe che un ebreo vivo in più sul pianeta è il male assoluto? (Ah, giusto a proposito di Shoah, stavo quasi per dimenticare: affermare che in Cina non vi sia libertà assoluta è esattamente la stesa cosa che negare la Shoah: sappiatelo e regolatevi).

Grazie, caro amico che così inopinatamente hai fatto irruzione nella mia vita per portarvi la luce del sol dell’avvenir, grazie e grazie ancora, la mia riconoscenza ti accompagnerà in eterno. Amen.
E sempre in tema di luce che illumina le tenebre, va assolutamente letta anche la cartolina di oggi.

barbara

AGGIORNAMENTO: Ho mandato il link a questo post alla mia mailing list. Mi è arrivata una risposta che dice quanto segue:

cavolo io sono in Cina e non riesco ad aprire il tuo blog
mandami la pagina come allegato
ciao
Paolo

Naturalmente abbiamo perfettamente capito che il buon Paolo non è altro che una marionetta, chissà se consapevole o inconsapevole, in mano ai servizi segreti delle potenze occidentali, che tenta di depistarci facendoci credere che la Cina sia ancora quella del tempo della rivoluzione culturale. Vergogna Paolo, vergogna e ancora vergogna!


18 settembre 2010

LA BASTARDA DI ISTANBUL

Perché il corpo sa sempre, molto meglio della mente, che cosa è giusto fare. Ed è per questo che, contro tutto e contro tutti, la “bastarda” riesce a venire al mondo, dando così il via a questo coraggioso romanzo. Perché se è vero che, come diceva quel tale, il coraggio se uno non ce l’ha non se lo può dare, è altrettanto vero che se uno ce l’ha nessuno lo può fermare e come un fiume in piena travolge e spazza via ogni ostacolo sul proprio cammino. Ed è coraggio vero quello della giovane autrice di questo splendido romanzo, che non ha esitato ad affrontare un processo pur di non rinunciare a gridare forte la verità: quella verità - una sola, sempre lei – che la Turchia oggi come ieri non vuole sentire: il genocidio armeno. E strane storie si svolgono e si intrecciano intorno alla “bastarda”, in un girotondo sempre più stretto, sempre più rapido, come nelle danze dei dervisci, che ti attira e alla fine ti risucchia e la vertigine che ti coglie quando, al riapparire della spilla con la melagrana, di colpo ti balena la verità – non meno sconvolgente di quell’altra verità, più recente e più antica, la prima rivelata dall’acqua d’argento nella ciotola d’argento – quella vertigine che ti costringe a posare il libro e ritrarti, e riprendere respiro, per non precipitare nel baratro che, improvviso e fatale, si spalanca ai tuoi piedi. E tra ceci e pistacchi e pinoli e cannella e zucchero e riso e finestre sul Bosforo e dinastie di gatti e cianuro di potassio e un incredibile, inaspettato “Se non ora quando?” che d’improvviso ti balza fuori dalla pagina, precipiti verso l’inevitabile conclusione, in cui tutti i conti finalmente tornano e tutti i debiti vengono saldati... per poi pentirti di avere corso tanto quando ti rendi conto che il libro è inesorabilmente finito, e con esso l’incommensurabile piacere di leggere questo autentico capolavoro.

Elif Shafak, La bastarda di Istanbul, BUR



barbara


17 settembre 2010

E NON SI DICA CHE FANNO DUE PESI E DUE MISURE

La realtà dei fatti

Dunque, ricapitoliamo.
Se gli israeliani, durante un conflitto aperto, sparano dei proiettili illuminanti che contengono fosforo sopra il campo di battaglia, questo è un crimine di guerra, che eccita molto Goldstone e allievi.
Se i palestinesi da Gaza sparano dei razzi al fosforo su case e scuole dei villaggi civili in pieno territorio israeliano, poverini, stanno facendo la resistenza.
Se gli israeliani (benestanti) si godono il mare e il sole e fanno affari, sono materialisti, disinteressati alla pace, spoliticizzati. Se i palestinesi di Gaza (quelli arricchiti dai contributi internazionali) stanno in spiagge (rigorosamente separati per sessi) e fanno affari (col contrabbando), be', poverini, dovranno pur vivere.
Se i palestinesi bloccano le trattative, è giusta tattica negoziale. Se gli israeliani pongono delle condizioni, stanno sabotando il negoziato.
Se i palestinesi costruiscono nei loro villaggi siti in territorio chiaramente israeliano, fanno bene, ci mancherebbe; se degli israeliani costruiscono in territorio conteso, sono dei coloni, dei criminali di guerra, dei prepotenti, per non dire di peggio.
Se i libanesi di Hizbollah sparano oltre confine, resistono; se gli israeliani rispondono al fuoco, stanno cercando di riportare la guerra in Libano.
Se Abu Abbas vuole il riconoscimento di uno stato arabo e Judenfrei (cioè cacciando i "coloni") in Giudea e Samaria, esercita il diritto del suo popolo a uno stato; se Netanyahu vuole il riconoscimento del carattere nazionale ebraico di Israele, senza sognarsi di cacciare gli arabi che ci abitano è un prepotente guerrafondaio.

Giusto no? Sapete come chiamano i giornalisti italiani questo modo di raccontare le cose? Informazione oggettiva, la realtà dei fatti.

Ugo Volli (qui)

E sempre in tema andate a leggere qui.

Colgo l’occasione per augurare gmar chatima tova a tutti gli amici.



barbara


16 settembre 2010

O TIZIO DELLA SERA TIZIO DELLA SERA, PERCHÉ SEI TU IL TIZIO DELLA SERA?

Risposta: perché se non fossi il Tizio della Sera non saresti il Tizio della Sera, e noi saremmo drammaticamente privi del Tizio della Sera. Ma per fortuna il Tizio della Sera c’è, e il Tizio della Sera, baruch haShem, sei tu. Ed è per questo che oggi abbiamo la possibilità di godere di un’altra tua meravigliosa perla.

La questione degli auguri di Rosh ha-Shanà fatti in ritardo

Cari amici, la scorsa settimana non vi ho potuto fare gli auguri di Rosh ha-Shanà, scusate. Ma ora che ve li vorrei fare, a un tratto mi chiedo: ve li posso fare? Non sapendo se sia permesso fare in ritardo degli auguri spirituali come quelli di Rosh ha-Shanà, ho telefonato a un anziano rav che sta a New York ed è un amico di famiglia dei tempi antichi. Non ne faccio il nome per non associarlo al Tizio della Sera e farlo rotolare immediatamente nella Gehenna. A dire il vero, quando l’ho chiamato non ho pensato che lì erano le tre di notte. Eppure, lui mi ha risposto subito e con schiettezza: “Oioi, sei tu”. Gli ho spiegato il mio dubbio sugli auguri in ritardo e ha detto: “Circa la possibilità o il divieto di fare in ritardo gli auguri di Rosh ha-Shanà, bisogna vedere se vi sia stato un impedimento reale, una questione di dimenticanza, se la dimenticanza abbia coinciso con un problema di fondo, ad esempio il caso di uno che è cretino - il classico caso dello shoté. Quale caso di questi mi stai sottoponendo, figlio mio?”- mi fa. Non ho avuto assolutamente dubbi e ho risposto che si trattava di un gigantesco caso di shoté. “Ma conosci bene questa persona deficiente che non ha ancora fatto gli auguri di Rosh ha-Shanà e li vuole fare adesso che la Firma c’è stata da un pezzo?”, chiede il rav. “La conosco bene quella persona - faccio - ah se la conosco”. “E così - mi fa - sei sicuro di conoscere questa persona veramente bene…”. “Vorrei vedere che proprio io non conoscessi questo qui”, gli rispondo. “Sicuro sicuro?”. “Non sono scemo, sono io quel cretino”. “E così ti conosci bene, vero?”. “In effetti, rav, ora che ci penso, non saprei se mi conosco bene”. “E così, prima ti conosci bene e dopo non ti conosci bene...”. “Per favore, adesso non cominciamo con la matematica”. “E così - mi incalza - dici di non conoscerti bene, quando mi hai appena detto che la dimenticanza era di un grande cretino. Lo vedi che ti conosci benissimo?”. “Sì?!...”, chiedo raggiante. “Certo, sei uno shoté nato. Prima di tutto perché sei contento di essere shoté, e questa è veramente una cosa da shoté, e se non capisci è perché sei shoté. Seconda cosa, rifletti, nel caso tu ce la faccia: se tu non fossi un gigantesco shoté, non mi avresti svegliato alle tre di notte per fare una domanda così”. E ha riattaccato.
No, penso, non posso rimanere in forse: io adesso prendo e lo richiamo subito. In effetti avviene che lo richiami e lo implori di dirmi se giudica che possa fare gli auguri di Rosh ha-Shanà, quando la Buona Firma c’è stata da un pezzo. “Cerchi di capire, rav - dico per ben figurare - sarebbe come fare gli auguri per la milà a uno che sta festeggiando la laurea in giurisprudenza”. Il rav sospira. “Quanto mi fai penare, tu?”. “Non lo so”, faccio io. E lui: “Pazienza, voglio aiutare l’asino iellatissimo che si è reincarnato in te”. Poi fa: “Circa la questione ‘auguri di Rosh ha-Shanà in ritardo’, si può adeguatamente citare la risposta del rav Eliau ben Zadìk di Tallin, gran suonatore di shofar con lo stile della gallinella, sia benedetto nel seno di Abramo. Il rav Eliau di Tallin disse a tutta la yeshivà di fare così: se siete in ritardo con gli auguri di Rosh ha-Shanà, fateli lo stesso. Serviranno per l’anno dopo, quando vi scorderete di nuovo di farli. E quando l’anno dopo vi scorderete di nuovo di farli, voi, o giovani, li avrete già fatti l’anno prima e di nuovo non ci sarà alcun problema per un anno. Vi dovrete solo ricordare di fare in anticipo anche quelli per l’anno successivo. Perché, be-emet, errore corretto fa sapienza certa”. Che bellezza, finalmente avevo la soluzione. “Grazie rav! E guardi, già che ci sono, le faccio gli auguri in anticipo di un bellissimo 5772, 73, 74!”. “Bravo - mi fa - ti ringrazio anticipatamente fino al 5790 compreso, così per diciotto anni riposo tutta la notte”.
Ai miei amici del notiziario quotidiano "l'Unione informa" e del Portale dell'ebraismo italiano www.moked.it un bellissimo 5771. E poi anche un bellissimo 5772.

Il Tizio della Sera

E a te, meravigliosissimo Tizio della Sera, auguro un grandioso e magnifico shanà tovà per altri 120 anni a venire, affinché anche i nostri figli e i figli dei nostri figli possano godere della tua superba scrittura. Amen.

barbara


16 settembre 2010

SCUSATE

Mi è venuto un attacco di esibizionismo.



barbara




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15 settembre 2010

E INTANTO UGO VOLLI COLPISCE ANCORA...

Stanno bene invece di temere i palestinesi. Che criminali questi israeliani!



Abbiamo impastato il pane azzimo col sangue dei bambini, avvelenato i pozzi e naturalmente abbiamo anche ucciso dio. Siamo avari, puzziamo, abbiamo il naso troppo grande. Per non dire che dominiamo il mondo coi nostri loschi piani. Ma tutto questo è niente. Sapete qual è la nostra nuova colpa? L'ha stabilita con una storia di copertina il settimanale "Time" (che è una specie di "Espresso" americano, absit iniuria verbis).
Eccola: ce ne freghiamo. Non ce ne importa niente. Pensiamo ad altro. Altro rispetto a che cosa? Ma, perbacco, rispetto alla pace e ai palestinesi: Why Israel Doesn't Care About Peace? si chiede pensoso il settimanale (http://www.time.com/time/world/article/0,8599,2015602,00.html). Perché gli Israeliani non si preoccupano della pace? Già, perché? Guardate un po' "nella settimana in cui tre presidenti, un re e il loro stesso primo ministro si incontrano alla Casa Bianca per iniziare un nuovo ciclo di negoziati di pace, la verità è che agli israeliani non importa niente. Sono occupati in altre cose, fanno soldi, si godono i raggi del sole della tarda estate." E' grave, eh, fare soldi e stare in spiaggia invece che preoccuparsi dei palestinesi e fare piani per la pace. Pura pigrizia, materialismo, disincanto. Che ci sia un governo che se ne occupa, e pure bene, non importa. Il signor Jakob di Netania, la signora Miriam di Ber Sheva, per non parlare di Shlomo che abita in Galil, secondo il giornale popolare americano forse un tantino antisemita (http://www.jpost.com/JewishWorld/JewishNews/Article.aspx?id=187886) dovrebbero tutti essere angosciati, fare il tifo per la pace, preoccuparsi di spiegare a Netanyahu cosa fare con le pretese dei palestinesi. E invece niente: fanno il bagno e si godono il sole.
E sapete perché sono così pigri? Ma perbacco, "dopo due anni e mezzo senza un singolo attentato suicida che sia arrivato sul loro territorio, con l'economia in pieno boom [...] il pubblico israeliano preferisce cercare le soddisfazioni che può ottenere dalla sfera privata, anche se stanno in una terra che era stata immaginata all'inizio come un'utopia." Come dire, si stava meglio quando loro stavano peggio, avevano l'angoscia di prendere un autobus, l'economia stagnava. Allora sì che si preoccupavano. Che villanzoni, eh, non li ammazzi per un po' e subito fanno il bagno, lavorano e guadagnano bene, si fanno i fatti loro, non vanno ad ammazzare i vicini.
Altro che quegli utopisti di Hamas, che non si occupano dei soldi (mah, chissà?) e non badano al sole, e sono solertissimi ad accumulare razzi e cercare di rapire ragazzi. Così devono pensarla anche Morgantini e Vattimo, immagino. Niente più socialismo, niente più utopia, niente più attentati, solo sole e lavoro, che vergogna. Ma chissà magari qualcuno riuscirà ad abbattere "il muro della vergogna" e a riportare i terroristi sulla spiaggia di Tel Aviv, ridando agli ebrei la faccia che devono avere, quella del lutto. E bravo "Time" e con lui le testate italiane che lo hanno ripreso (per fare un solo esempio:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/settembre/03/Israele_pace_non_interessa__co_8_100903024.shtml). Che sia ben chiaro di chi è sempre la colpa. Di quelli che lavorano, vanno al mare e non si preoccupano dei poveri bombaroli disoccupati.

Ugo Volli (qui)

Si noti, per inciso, l’accento sull’assenza di attentati suicidi: il fatto che di attentati non suicidi, con morti e feriti e mutilati ce ne siano stati un bel po’, evidentemente non conta; gli attentati noi sinceri amanti della pace li prendiamo in considerazione solo se insieme ai perfidi giudei perde la vita anche qualche bravo e onesto terrorista – pardon, militante – palestinese. E si noti anche l’identificazione fatta degli illustri signori dell’autorevole Time fra “colloqui di pace” e “pace”, per cui il disinteresse nei confronti di una patetica pagliacciata messa in scena per gli interessi di terze persone, in cui qualcuno fa finta di voler parlare di pace e qualcun altro fa finta di crederci, viene spacciato per disinteresse nei confronti della pace: una patacca degna di quegli squallidi pataccari che hanno anche la spudoratezza di definirsi giornalisti.

barbara


14 settembre 2010

PER ANDARE IN PARADISO

O, più modestamente e prosaicamente, per avere qualche chance di restare vivi...

Quando i talebani invasero Kabul, nel settembre del 1996, sedici decreti furono trasmessi via etere da Radio Sharia. Una nuova epoca era iniziata.

1. Divieto del nudo femminile
È proibito ai tassisti far salire sulla propria autovettura donne che non indossano il burka. Nel caso in cui lo facciano, verranno incarcerati. Nel caso in cui donne senza burka vengano viste per la strada, si andrà a casa loro e si puniranno i loro mariti. Nel caso in cui le donne indossino abiti provocanti o che attirano l'attenzione e non siano accompagnate da parenti stretti di sesso maschile, i tassisti non potranno farle salire sulla propria autovettura.

2. Divieto della musica
Audiocassette e musica sono vietate nei negozi, negli alberghi, sui mezzi di trasporto e sui risciò. Nel caso in cui vengano scoperte audiocassette in vendita, l'esercizio in questione verrà chiuso e il proprietario incarcerato.


3. Divieto di rasarsi
Chiunque abbia la barba rasata o tagliata verrà incarcerato fino a che la barba non ricrescerà raggiungendo la lunghezza di un pugno.

4. Obbligo della preghiera
Si pregherà in momenti prestabiliti in tutti i distretti. Il momento preciso in cui recitare le preghiere verrà comunicato dal ministero per la Repressione del Vizio e la Promozione della Virtù. Quindici minuti prima della preghiera tutti i trasporti devono essere sospesi. È obbligatorio andare alla moschea per recitare le preghiere. Se dei giovani verranno visti aggirarsi nei negozi, questi saranno immediatamente incarcerati.

5. Divieto nei confronti degli uccelli domestici e delle lotte tra uccelli
Questo passatempo deve cessare. Piccioni e uccelli utilizzati in giochi e lotte verranno uccisi.

6. Eliminazione delle sostanze stupefacenti e di chi ne fa uso
Chi fa uso di sostanze stupefacenti verrà incarcerato e si indagherà per risalire alla persona che gliele ha vendute e al luogo in cui sono state acquistate. Il posto in questione verrà chiuso, il suo proprietario e l'acquirente di sostanze stupefacenti verranno incarcerati e puniti.

7. Divieto di far volare gli aquiloni
Far volare gli aquiloni ha conseguenze inutili quali le scommesse, la morte dei bambini e l'assenza dalle lezioni scolastiche. Le botteghe che vendono aquiloni verranno chiuse.

8. Divieto delle immagini
Da mezzi di trasporto, botteghe, abitazioni, alberghi e qualunque altro luogo dovranno essere rimossi illustrazioni e ritratti. I proprietari dovranno distruggere tutte le immagini. Ai mezzi di trasporto con raffigurazioni di esseri viventi sarà impedita la circolazione.

9. Divieto del gioco d'azzardo
Si scoveranno i centri in cui si gioca d'azzardo e i giocatori verranno incarcerati per un mese.

10. Divieto nei confronti delle acconciature in stile inglese e americano
Gli uomini con i capelli lunghi verranno arrestati e portati al ministero per la Repressione del Vizio e la Promozione detta Virtù ove gli saranno tagliati. Al criminale verrà addebitato il costo del barbiere.

11. Divieto del prestito a interesse, dei tassi sul cambio di valuta e delle imposte di tassazione
Queste tre tipologie di scambi pecuniari sono vietate dall'isiam. Nel caso in cui qualcuno contravvenga a tali regole, verrà incarcerato per un lungo periodo.

12. Divieto di lavare i panni lungo le sponde dei fiumi cittadini
Le donne che contravverranno a questa legge saranno prelevate con le rispettose maniere islamiche e riportate nelle loro abitazioni dove i mariti verranno severamente puniti.

13. Divieto di musica e danze in occasione di festeggiamenti nuziali
Nel caso in cui si contravvenga a tale divieto, il capofamiglia verrà incarcerato e punito.

14. Divieto di suonare tamburi e tamburelli
Nel caso in cui qualcuno venga sorpreso a suonare tamburi o tamburelli, sarà il consiglio religioso degli anziani a stabilire la punizione che si merita.

15. Divieto per i sarti di confezionare abiti da donna e prendere le misure alle donne
Nel caso in cui vengano trovate riviste di moda nella bottega di un sarto, questo verrà arrestato.

16. Divieto delle arti magiche
Tutti i libri sull'argomento verranno bruciati e gli uomini che le praticano saranno incarcerati fino a che non si dichiareranno pentiti.


Oltre a questi sedici punti venne letta anche una specifica esortazione diretta alle donne di Kabul:

Donne, non dovreste lasciare le vostre abitazioni. Nel caso in cui lo facciate, non dovreste essere come quelle donne che indossavano vestiti alla moda e si truccavano molto e facevano mostra di sé davanti a ogni uomo prima che l'Islam arrivasse nel Paese.
L'Islam è una religione salvifica e ha stabilito che alla donna si confa una dignità particolare: le donne dovranno fare in modo che non sia possibile attirare su di loro l'attenzione di uomini disonesti che le guardino con occhio malvagio. Le donne hanno la responsabilità di educare e tenere unita la propria famiglia e di provvedere al cibo e ai vestiti. Nel caso in cui una donna debba lasciare la propria abitazione, deve coprirsi come previsto dalla sharia. Nel caso in cui una donna vada vestita con abiti alla moda, decorati, attillati e attraenti per far mostra di sé, verrà maledetta dalla sharia islamica e non potrà aspettarsi di andare in paradiso. Sarà minacciata, indagata e severamente punita dalla polizia religiosa così come dagli anziani della famiglia. La polizia religiosa ha il dovere e la responsabilità di combattere queste piaghe sociali e continuerà il suo operato fino a che il male non verrà completamente estirpato.

Allahu akbar - Dio è grande.

(Il libraio di Kabul, pp.101-105)


Si noti che per questi virtuosi signori "nudo femminile" significa viso scoperto, e tanto sono virtuosi che se ne vedono uno non possono fare a meno di saltare addosso alla proprietaria del viso suddetto. Poi magari le saltano addosso anche se il viso è coperto, ma questa è un’altra storia. Forse. Si noti anche che un uomo che porti i capelli lunghi merita la qualifica di criminale, al pari di un assassino – ma non del trafficante di droga, visto che questo rientra fra gli onesti affari dei talebani, e meno che mai del pedofilo, che dei suddetti talebani è la specialità assoluta. Si noti inoltre il civile rispetto per gli animali, come si evince dai radicali provvedimenti messi in atto per impedire il barbaro costume di usarli per giochi e scommesse. Si noti infine la commovente delicatezza delle rispettose maniere islamiche con cui le svergognate sorprese a lavare i panni lungo le sponde dei fiumi anziché nelle lavatrici di cui sono riccamente dotate le loro case, verranno riaccompagnate a casa.



barbara


13 settembre 2010

INIZIO D’ANNO TRISTE

Il bambino con la bandana non ce l’ha fatta. Se n’è andato tre giorni fa.



barbara


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12 settembre 2010

E ADESSO MUSICA MAESTRO!

Eurabia, dici? No, ma quale Eurabia, Eurabia non esiste! È un’invenzione del perfido Occidente, sai, islamofobi assatanati, anzi, dirò di più, è un’invenzione dei sionisti, quelli, pur di gettare veleno, guarda, anzi, dirò di più, anche se non sta bene dirlo, ma io non ho mica paura di nessuno, sai: per me è un’invenzione dei perfidi giudei, ecco, l’ho detto.

Da molti anni “Settembre musica” riscuote un successo sempre maggiore tra gli appassionati di musica di Torino e Milano. Quale strada migliore per far penetrare anche tra questi appassionati musicofili il verbo dell'islam? In fondo il dittatore Gheddafi ha recentemente dichiarato che la Turchia sarà il cavallo di Troia [absit iniuria verbis, ndb] dell'islam in Europa.
Ecco che allora questi sono i frutti che possiamo cogliere in EURABIA, sotto casa nostra.

Dal programma di “Settembre musica” di Torino:

Tradizioni musicali di Turchia: l'Occidente dell'Oriente, l'Oriente dell'Occidente.
Retrospettiva Fatih Akin
La stagione delle turcherie
Presentazione del volume: Musiche di Turchia
Lo splendore della musica classica ottomana
La cerimonia dei dervisci rotanti
Mehter, le musiche marziali dei Giannizzeri
Idem, con grande parata della fanfara tradizionale
Istanbul 1710
Da Bisanzio a Istanbul; canti liturgici cristiano ortodossi e musulmani
Kirika
Orient expressions
Kilink Istanbul'da
Istanbul sessions



Grazie all’amico Emanuel Segre Amar per la segnalazione.

barbara


11 settembre 2010

ALTRE DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

Nell'a­gosto del 931, nel corso della campagna estiva contro Amorium:

I musulmani entrarono nella piazza e vi trovarono grandi quantità di mercanzie e di viveri, di cui si impadronirono. Essi incendiaro­no tutti gli edifici costruiti dai nemici, poi penetrarono più in profondità nel territorio bizantino, abbandonandosi ai saccheggi, agli eccidi e alle devastazioni, e giunsero ad Ancyra, città oggi no­ta come Ankuriya [Ankara]. Tornarono indietro tranquillamente e senza aver incontrato la minima ostilità. Il valore dei prigionieri ammontava a 136.000 dinari.

Nel 1064 il sultano selgiuchide Alp Arslan (1063-1072) ricoprì di rovine la Georgia e l'Armenia, si diede ai massacri, «seminò ovunque morte e schiavitù», sterminò interi popoli e catturò in­numerevoli prigionieri. Tutta la popolazione maschile di Ani fu trucidata, e le donne e i bambini furono deportati. Nel XIII seco­lo i mamelucchi d'Egitto misero a ferro e fuoco il regno d'Armenia-Cilicia. Nella spedizione condotta nel 1266 dal sultano Bay-bars, a Sis furono sterminate 22.000 persone. Gli egiziani incen­diarono la città e saccheggiarono i dintorni, trascinando via come prigionieri gli abitanti di Adana, Ayas e Tarso:

I vincitori, essendo penetrati nella città di Sis, la distrussero da ci­ma a fondo. Rimasero in quel territorio per alcuni giorni, portando dappertutto carneficine e incendi, e rapendo un gran numero di prigionieri. Quindi l'emiro Ugan [Igan] si diresse verso il paese di Rum [Bisanzio], e l'emiro Kelaun [Qala'un] verso Masisah, Adnah, Aias e Tarsus [Masis, Adana, Ayas e Tarso]. Entrambi sgozzarono gli abitanti, catturarono molti prigionieri, distrussero numerose piazzeforti e diedero alle fiamme ogni cosa.

Durante la spedizione del 1268, i mamelucchi passarono a fil di spada tutti gli uomini di Antiochia, e catturarono tutte le don­ne e i ragazzi. La città divenne un cumulo di macerie e un deser­to. Nel corso della campagna del 1275, Baybars e le sue truppe si diedero ai massacri ovunque, e raccolsero un considerevole bottino. Mopsuestia fu incendiata e la sua popolazione stermina­ta; Sis venne di nuovo saccheggiata. Secondo il cronista siriaco Bar Hebraeus, 60.000 persone furono uccise e il numero di donne, ragazzi e bambini deportati come schiavi fu incalcolabile.
Nel contesto geografico oggetto di questo studio, i popoli ri­dotti in schiavitù erano per lo più cristiani, ma anche ebrei sia bi­zantini che europei. Intere famiglie, smembrate e dilaniate dalla lotteria della spartizione dei premi tra i soldati o della vendita di schiavi, venivano deportate in paesi lontani e ignoti. Quest'uma­nità prigioniera, costantemente incrementata dal jihad, si perdeva nella totalità indistinta del bottino, il fay’ musulmano. Individui atomizzati dal venir meno dei vincoli di solidarietà familiare, re­ligiosa e sociale provocato dalla schiavitù e dalla deportazione, i prigionieri andavano a ingrossare le file dei mawali (schiavi af­francati), che gremivano gli accampamenti militari arabi all'inizio della conquista. Questo aumento demografico, frutto dei bottini di guerra, diede il via al processo di urbanizzazione manifestato­si a partire dall'VIII secolo. I cronisti parlano di province e di intere città del dar al-islam svuotate dei loro abitanti.
Tuttavia non sarebbe giusto sottovalutare il ruolo storico di queste moltitudini rastrellate dal dar al-harb a opera degli eserciti islamici vincitori. Infatti sia i cristiani che gli ebrei, di provenienza rurale o urbana, prelevati dai paesi mediterranei e dall'Armenia - letterati, medici, architetti, artigiani, contadini, vescovi, monaci o rabbini - appartenevano tutti a civiltà superiori rispetto a quelle delle tribù arabe o turche. Fu grazie allo sfruttamento di questa «manodopera» servile che venne edificata la potenza militare ed economica dei califfi e si compì il processo di islamizzazione. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp. 148-149)

E stanno continuando. Credo che oggi sia il giorno più adatto per ricordare con chi abbiamo a che fare. Poi, per qualche informazione in più, vai a leggere anche uno e due e tre e quattro.


barbara


AGGIORNAMENTO: leggi oppure ascolta.


11 settembre 2010

NOVE ANNI FA

Quando a Manhattan non si vide più il cielo.


10 settembre 2010

A GENOVA INVECE

La giornata della cultura ebraica ha regalato uno straordinario spettacolo di danze ebraiche di cui, grazie all'amica "amica", sono in grado di offrirvi qualche immagine.

    

                                     

    

    

    

    

    

    

    

    

    

barbara


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9 settembre 2010

MA PER FORTUNA CI SONO I SERVIZI SOCIALI

Sta succedendo in Trentino, che come tutti sanno è una regione molto civile. Dunque succede che una donna resta incinta, ma è molto povera, guadagna appena cinquecento euro a mese, e quindi i servizi sociali si mobilitano e predispongono tutto per il meglio: appena la donna partorisce, le tolgono la bambina e ne dichiarano l’adottabilità. La donna strilla e strepita che lei la bambina la vuole, ma non gliela fanno neppure vedere. Nel frattempo, con una velocità che Schuhmacher se la sogna, interviene il tribunale dei minori, che ne conferma l’adottabilità IMMEDIATA, senza neppure il mese che viene concesso alle madri che abbandonano i figli, casomai si fosse trattato di un colpo di testa e ci volessero ripensare. Lei continua a strepitare che vuole sua figlia, il suo avvocato ha presentato ricorso, ma pare che di speranze ce ne siano poche.
Non aggiungo commenti, in quanto ritengo ci siano dei limiti al turpiloquio pubblicabile.

barbara


8 settembre 2010

SHANA TOVA

Un augurio sincero a tutti i miei amici. Poiché preferisco essere realistica, non vi auguro che si realizzino tutti i vostri desideri, ma almeno qualcuno di quelli a cui tenete di più. Non oso augurare che arrivi la pace, ma auguro e mi auguro che spunti qualcuno che la voglia davvero, e che davvero si impegni a costruirla, anche dall'altra parte. Auguro a tutti noi che la voglia di vivere e di agire ci accompagni, e che l'anno che sta arrivando non sia turbato da troppi giorni bui. E che la concordia che dovrebbe accompagnarci sempre ma non sempre ci accompagna, possa raggiungere livelli ragionevoli.
Shanà tovà umetukà a tutti.



barbara


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7 settembre 2010

CROCE ROSSA O BASE DI HAMAS?

Protesta: Quartier generale della Croce Rossa o base di Hamas?
di Hillel Fendel

La notte scorsa un gruppo di cittadini preoccupati ha organizzato una protesta davanti agli uffici della Croce Rossa a Gerusalemme, chiedendo di porre fine a ciò che chiamano la “vergogna” che sta avendo luogo nel cuore della capitale.
Tre leader di Hamas, temendo di essere arrestati o espulsi dalle autorità israeliane, si sono rifugiati negli uffici della Croce Rossa, presso il quartiere Shimon HaTzaddik/Sheikh Jarrah. Da più di due mesi stanno ricevendo visite, concedendo interviste alla stampa e, in generale facendo come se fossero in casa propria, sia dal punto di vista personale che professionale.
David Ish-Shalom, che ha organizzato la protesta, ha detto a INN TV: “La polizia e il governo in questo momento stanno concedendo ai leader di Hamas un rifugio sicuro a 100 metri dal Quartier Generale della polizia nazionale – proprio mentre Hamas programma, forse da questo stesso posto, altri attacchi terroristici come quello perpetrato la settimana scorsa, in cui quattro ebrei sono stati uccisi e altri due feriti.”
“Siamo qui per dimostrare sia contro il governo israeliano che contro la Croce Rossa” ha dichiarato un altro manifestante, il dott.
Aryeh Bachrach, dell’Associazione vittime del terrorismo. “Come può il governo continuare a tollerare questa situazione, in cui viene dato asilo politico nel cuore del Paese ai leader di Hamas? ... Allo stesso tempo la consideriamo una inaccettabile vergogna per la Croce Rossa, che dovrebbe essere un’organizzazione neutrale che lavora per la pace, il fatto di non pretendere con forza il diritto di visitare Gilad Shalit, mentre nello stesso tempo ospita e fornisce aiuto e asilo ai leader della stessa organizzazione che lo sta tenendo prigioniero. È un’ipocrisia che non possiamo ignorare”. (07.09.2010, qui, traduzione mia)

Da più di due mesi, dice. In effetti alcuni giorni in questi due mesi mi è capitato di non leggere il giornale. Dev’essere stato in quei giorni lì che la notizia è stata pubblicata. Perché è stata pubblicata, vero?


barbara


6 settembre 2010

LELE LUZZATI E DINTORNI

Era per via della giornata della cultura ebraica. C’era una mostra, intorno al Tempio piccolo e nella sala delle conferenze, di Lele Luzzati, e in un’altra sala un’altra mostra, di notevole interesse, di David Ruff. E poi c’erano delle Persone che dovevano parlare – peccato solo che prima di loro c’erano i saluti delle autorità che, a forza di sarò breve, sarò brevissimo, io sarò ancora più breve, hanno portato via una buona metà del tempo disponibile. L’unico – lo dico? Non lo dico? Massì dai, lo dico – che non ha frantumato i dicotiledoni sbrodolandosi di parole vuote e di insulsa retorica, è stato il rappresentante della comunità islamica, che si è limitato ad alzarsi e salutare con un accenno di inchino quando è stato nominato, ed è tornato a sedersi. Vabbè, poi, dopo le autorità, hanno finalmente parlato le Persone.
Il primo è stato Ugo Volli (sì, lui), che ha parlato del rapporto – non certo armonioso - fra ebraismo e arti figurative, analizzando le parole esatte che nella bibbia ne raccomandano l’astensione, e il loro esatto significato: tutte le immagini, o solo quelle in rilievo? E perché le immagini sono proibite? Per due motivi, essenzialmente: uno, che certamente conosciamo tutti, è il rischio di cadere nell’idolatria. L’altro, su cui forse ci si sofferma meno, si rifà alla narrazione della creazione: D*o crea Adamo forgiandolo nel fango. Compiere un’operazione analoga significa sfidarLo, mettersi in concorrenza con Lui. Ed è per questo motivo che fra le ricchissime manifestazioni artistiche della cultura ebraica, le arti figurative non hanno niente di paragonabile alla fioritura che tali arti hanno avuto, in tutti i tempi, nel mondo cristiano. E quando una pittura ebraica comincia a prendere vita, con Chagall, con Luzzati, con Modigliani, con Ruff, non è mai una raffigurazione realistica, le figure umane non sono vere figure umane: sono favole, sono sogni, sono trasfigurazioni, sono magia... (E magia è anche il parlare, il comunicare, il trasmettere, l’irradiare di Ugo Volli e quello, spero che mi perdonerete, non posso davvero trasferirlo in questa pagina). Un’altra “strategia di compromesso”, che l’arte figurativa ebraica ha in comune con quella islamica, anch’essa prevalentemente, anche se non esclusivamente, refrattaria alla raffigurazione naturalistica, è l’uso della scrittura: il testo scritto, la frase, la parola, la lettera dell’alfabeto usate come elemento decorativo, come segno pittorico, come componente inscindibile dell’immagine.
Poi ha parlato Marina Falco Foa, pittrice e allieva di Lele Luzzati, che in modo deliziosamente semplice e piano ha illustrato le tecniche di Luzzati, la mescolanza, in uno stesso lavoro, di pittura e collage, il modo di lavorare, e ha raccontato, con amore e con garbo, alcuni aneddoti, fra cui quello che vede Lele Luzzati girare per le strade di Genova insieme all’amico Alessandro Fersen negli anni del dopoguerra, quando le condizioni di vita non erano più così drammatiche e cominciava a girare qualche soldo in più e qualcuno ne approfittava per cambiare i mobili di casa buttando via quelli vecchi, e Luzzati e Fersen raccattavano su queste cose vecchie per usarle per il teatro (eh, sì, altri tempi... E altro senso dell’arte e del teatro).
Hanno chiuso l’incontro la curatrice della mostra e la vedova di Ruff, che purtroppo non hanno potuto dire molto a causa del tempo scippato dalle autorità; nell’insieme comunque è stata davvero una cosa molto bella e molto emozionante.
Qui c’è molto meno di quello che vi ho raccontato io, ma vi ci mando lo stesso (nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso) perché, come si suol dire, io c’ero. E si vede.


Tavola dipinta da Emanuele Luzzati per la copertina del libro Il cantico dei cantici, tradotto da Sigrid Sohn e da me


David Ruff, Correspondances, 1972

barbara


5 settembre 2010

HO VISTO GENTE, HO FATTO COSE

Eccetera. Del quale eccetera non avevo la minima intenzione di parlare, ma poi mi è stato detto che almeno di Lele Luzzati devo assolutamente raccontare. E dunque lo farò, abbiate solo un po’ di pazienza.


Vista dalla mia camera

barbara


1 settembre 2010

MOTO PERPETUO

e oltre…

Prima della fine dell'anno circoleranno in Israele delle automobili Renault sviluppate in Israele spinte unicamente da motore elettrico con un'autonomia di 140 miglia (invece di 300 del pari modello a benzina). Tali batterie saranno ricaricate con energia solare. Inoltre nelle strade israeliane saranno previsti dei sistemi di nuova tecnologia che, sistemati sotto l'asfalto, si caricano di energia elettrica al passaggio delle automobili. Ne consegue che il sole produrrà l'elettricità che farà muovere le automobili che a loro volta produrranno elettricità aggiuntiva.
Ancora più del moto perpetuo.

E grazie all’amico Emanuel Segre Amar per la segnalazione. Che mi sento di commentare così: se esiste un miracolo quale l’ebraismo, perché stupirsi se gli ebrei hanno creato un miracolo che supera quello del moto perpetuo?
(Vado ma torno presto, voi fate i bravi, mi raccomando. Nel frattempo ascoltatevi quest’altro miracolo della creatività umana, dedicato a tutti voi ma in modo speciale al mitico Toni)


barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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