.
Annunci online

ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 agosto 2010

QUALCUNO CON CUI CORRERE

Quando ho cominciato a leggerlo, dico la verità, non avevo mica intenzione di scriverne la recensione. Anzi, non avevo neanche intenzione di finirlo, perché la storia, diciamolo, è di una cretinitudine unica (il cane che sa che è domenica e che bisogna andare a prendere la pizza, ma per piacere!). Finisco il capitolo, giusto per sentire cosa dice la monaca folle, e poi lo mollo. Ancora due pagine, per vedere se il poliziotto sadico arriva ad accorgersi che non è lui, e poi lo mollo. Ancora dieci pagine, vediamo se riesco a capire perché quella pazza deve per forza andare a cantare in Ben Yehuda... E poi ho letto tutta la notte fino alle nove e mezza di mattina, quando sono arrivata alla pagina 362 e ho potuto finalmente chiudere il libro. E lo so, sì, che oltretutto è anche spaventosamente banale una storia in cui quando tutto sembra perduto arrivano i nostri – e tu che leggi, naturalmente, lo sai benissimo che adesso qualcosa deve per forza succedere, perché un romanzo che si rispetti non può mica finire con una carneficina, una strage di innocenti e il male che trionfa e il bene che soccombe, e che diamine! – ma poi devi anche fare i conti con la commozione che ti prende con la scazzottata della piscina, un mezzo massacro, se vogliamo proprio essere onesti, e quando lui ricorda i segni, e l’innamorato della sorella, e allora perdoni tutto e quasi quasi, se solo ne avessi il tempo, lo riapriresti alla prima pagina e ricominceresti da capo.

David Grossman, Qualcuno con cui correre, Mondadori



barbara


30 agosto 2010

Qualche riflessione sugli ennesimi “colloqui di pace”

Dato che si sa ma nessuno osa dirlo, qualcuno dovrà pure decidersi a farlo…

La settimana prossima si riuniranno negli USA israeliani e palestinesi, finalmente di nuovo gli uni di fronte agli altri. Ma con quali speranze? Di mettere fine a un conflitto che dura da un secolo? Certamente no. L’unico obiettivo immediato che si può ravvisare è quello che sta a cuore al presidente americano: porre un freno al suo drammatico calo di consensi. Nell’impossibilità di modificare in fretta i parametri dell’economia, nell’incapacità di trovare una onorevole via di uscita ai conflitti che vedono schierati tanti soldati americani, Obama sembra aver pensato che una correzione (reale? duratura?) del suo atteggiamento verso Israele e verso il conflitto che l’oppone ai palestinesi sia l’unica speranza per salvare le oramai vicine elezioni di midterm.
Abu Mazen sa bene di non avere alcun margine di trattativa di fronte alle offerte molto generose a suo tempo rifiutate da Arafat. Potrebbe egli accettare quanto Arafat ha rifiutato? Ed è immaginabile che un qualsiasi leader israeliano possa oggi offrire ancora di più?
Anche a causa di questa realtà non è mai stato possibile trovare una base da cui partire per la riapertura dei colloqui diretti. Ma esaminiamo meglio i termini della questione.
Innanzitutto guardiamo ai negoziatori palestinesi: Abu Mazen non ha titolo alcuno per firmare alcunché, dato che i termini della sua presidenza sono scaduti da lungo tempo; inoltre la sua leadership è contestata da larga parte della sua gente e, soprattutto, non ha mai goduto dell’autorità e del prestigio indispensabili per poter condurre qualsivoglia trattativa. E il suo primo ministro, pur abile nella gestione del governo, non gode di alcuna popolarità tra i palestinesi. Qualunque documento da loro sottoscritto sarebbe contestato dai capi arabi. Se si pensa al rifiuto opposto dalla Lega araba agli accordi firmati dal Presidente Sadat, lui sì titolato a firmare quegli accordi, è difficile immaginare che un trattamento migliore potrebbe essere riservato ad un Abu Mazen che eventualmente firmasse un accordo di pace. Vale inoltre la pena di ricordare che anche l’Onu approvò ben due risoluzioni di condanna, il 6 e il 12 dicembre 1979, contro l’Egitto che aveva concluso con Israele una pace separata – cosa, allora come oggi, inevitabile dal momento che la quasi totalità degli stati belligeranti continuano a rifiutare qualunque ipotesi di negoziato e di accordo con Israele – e, addirittura, dichiarò nullo tale accordo (qui e qui i testi delle due risoluzioni). Nel 1994 anche la Giordania concluse una pace separata con Israele, e se non vi furono conseguenze negative, viene da pensare con un pizzico (forse) di cinismo, fu solo perché a togliere di mezzo re Hussein arrivò prima il cancro. Ricordiamo, per inciso, che nel frattempo, nell’ambito degli accordi di Oslo, era nata l’ANP, Autorità Nazionale Palestinese, teoricamente svincolata dall’obbligo statutario dell’OLP di perseguire la distruzione di Israele (qui la Costituzione di al-Fatah, sua principale componente), in realtà, in quanto emanazione dell’OLP, legata agli stessi vincoli.
Alle considerazioni di carattere politico va poi aggiunto il fatto che l’islam vieta ai musulmani di stipulare veri e propri accordi di pace con i non musulmani (Dal Corano 5:51: "O voi che credete, non sceglietevi per alleati i giudei e i nazareni, sono alleati gli uni degli altri. E chi li sceglie come alleati è uno di loro. In verità Allah non guida un popolo di ingiusti" e 5:57: "O voi che credete, non sceglietevi alleati tra quelli ai quali fu data la Scrittura prima di voi, quelli che volgono in gioco e derisione la vostra religione e [neppure] tra i miscredenti. Temete Allah se siete credenti." “La fine dei giorni sopraggiungerà solo quando i musulmani uccideranno tutti gli ebrei. Verrà l’ora in cui il musulmano muoverà guerra all’ebreo e lo ucciderà, e finché vi sarà un ebreo nascosto dietro una roccia o un albero, la roccia e l’albero diranno: musulmano, servo di Dio, c’è un ebreo nascosto dietro di me, vieni e uccidilo” (Muslim, 2921; al-Bukhaari, 2926). E, sempre per al-Bukhaari: "per Allah, e se Allah vuole, se faccio un giuramento e successivamente trovo qualcosa migliore di quello, allora faccio ciò che è meglio e faccio ammenda per il giuramento."), divieto che, soprattutto in questi tempi, difficilmente i dirigenti palestinesi potranno permettersi di trasgredire.
In queste ultime settimane ci sono state dure discussioni sull’opportunità di aprire le trattative con o senza precondizioni, ma gli americani sembrano non preoccuparsi di questi aspetti fondamentali, tutti tesi come sono a raggiungere il loro obiettivo, cioè superare le elezioni, e non certo preoccupati di raggiungere un accordo che anche loro sanno impossibile. Se Netanyahu riprendesse, alla scadenza dei 10 mesi di interruzione, le costruzioni sospese nei territori di Giudea e Samaria (e tralasciamo, in questo contesto, di occuparci di quelle di Gerusalemme, problema ancor più complesso e intricato), i palestinesi, hanno preavvertito, interromperebbero subito i negoziati. Ci si dovrebbe a questo punto domandare perché abbiano aspettato tanto a lungo prima di acconsentire a sedere allo stesso tavolo degli israeliani: la sospensione non era stata concessa proprio in risposta alle richieste palestinesi, come condizione preliminare per iniziare una trattativa? Di chi dunque la responsabilità se durante questi dieci mesi di sospensione le trattative non sono iniziate? Concediamoci tuttavia una botta di ottimismo e immaginiamo che i palestinesi non interrompano immediatamente le trattative e che queste partano regolarmente. Immaginiamo, giusto come ipotesi, che Netanyahu, ufficialmente o ufficiosamente, tenga ancora bloccate le nuove costruzioni. E immaginiamo anche che si arrivino a delimitare i territori che gli arabi, sconfitti nelle varie guerre che si sono succedute dal ‘48 in avanti, concederanno agli israeliani vincitori di quelle guerre (e già questo è un ben anomalo modo di procedere, quando da che mondo è mondo sono sempre state le potenze vincitrici a imporre le proprie condizioni). Ed infine immaginiamo ancora che Netanyahu non pretenda l’accettazione da parte palestinese di uno Stato di Israele che si definisca “stato ebraico” (cosa che Abu Mazen non potrebbe mai accettare, in quanto per l’islam qualunque terra che sia stata in passato islamica, fosse anche per un solo giorno, dovrà restare islamica per sempre).
A questo punto, se anche si fossero risolti gli altri problemi, ci si scontrerebbe sul problema dei profughi che il mondo, e l’ONU per prima, sta ignominiosamente tenendo aperto da 62 anni, concedendo quanto non ha permesso altrove, e quanto nessuna logica può giustificare. Quella stessa ONU ha avallato il trasferimento, nei medesimi anni del dopoguerra, di oltre 10 milioni di profughi tedeschi (non necessariamente colpevoli per i crimini del nazismo), di milioni di induisti cacciati dal Pakistan e di altri milioni di musulmani cacciati dall’India, e via via, seguendo la stessa logica, nelle varie aree di conflitto fino ai più recenti trasferimenti di popolazioni greche dalla Cipro occupata militarmente dalla Turchia, e delle varie etnie all’interno della ex Yugoslavia; tutti trasferimenti dettati dalla corretta logica di cercare, nelle varie nazioni, una omogeneità etnica e religiosa necessaria per creare condizioni di stabilità (qui un ricco e documentato articolo di Ben Dror Yemini sul tema). Israele non potrà mai accogliere quei milioni di uomini, donne e bambini che nessuno stato arabo vuole, che non sono mai vissuti in quelle terre, e che non potranno mai integrarsi nella civiltà israeliana anche a causa degli insegnamenti che, da sempre, sono stati loro impartiti dagli arabi e dagli occidentali (questi ultimi, non dimentichiamolo, per via degli enormi interessi in gioco). Se addirittura si applicassero le proposte fatte nel 2004 dall’allora segretario dell’ONU Kofi Annan per risolvere il problema dei profughi ciprioti, Israele, lungi dal doverne accettare di nuovi, dovrebbe espellere molti musulmani residenti nello Stato. Non vi è oggi spazio per trovare una soluzione a questo problema, dato il modo in cui è stato, fin dall’inizio, impostato e gestito, così come non ha potuto trovarlo il negoziatore Mitchell.
E poi rimane ancora il problema di Gerusalemme, per la quale gli arabi rifiutano perfino di ammettere i legami storici che gli ebrei hanno con la città, atteggiamento che toglie ogni spazio residuo alla possibilità di una trattativa.
Qual è allora la strada da perseguire? È triste dirlo, ma non è l’apertura di questi negoziati.
Uno dei mantra più gettonati fra le anime belle, da decenni ormai, è che “le guerre non hanno mai risolto niente”. Ebbene, chi lo afferma o ignora la storia, o mente in malafede, perché un semplice sguardo a tutta la storia passata permette di constatare che, al contrario, spesso le guerre hanno risolto i problemi per i quali erano state scatenate, fossero essi di natura religiosa, o politica, o territoriale o di qualunque altro genere. Non si vuole certo, con questo, affermare che la guerra sia bella, o buona, o giusta – e meno che mai santa – ma solo fare un po’ di chiarezza: che le guerre non risolvano i problemi è falso. Le guerre possono risolvere, e spesso di fatto risolvono, i problemi (e magari capita anche che, dopo una pesante sconfitta, riescano ad aprire la porta alla democrazia, vedi Germania, vedi Italia, vedi Giappone). A condizione che vengano lasciate combattere. A condizione che fra i contendenti non si intromettano entità estranee e interessi estranei. A condizione che alle guerre venga consentito di giungere alla loro naturale conclusione: la vittoria del più forte. Ed è questo che non è MAI stato fatto nelle guerre combattute da Israele: ogni volta che Israele, aggredito allo scopo di annientarlo, stava per prendere il sopravvento, ogni volta che Israele stava per avere ragione degli eserciti nemici o delle organizzazioni terroristiche, ogni volta che Israele è stato in procinto di concludere finalmente, in modo definitivo, questa che si avvia ormai a diventare una delle guerre più lunghe della storia dell’umanità, l’intero consesso internazionale si è massicciamente mobilitato per impedire che ciò avvenisse. Ed è per questo che, per fare un solo esempio, quando l’Onu e il mondo intero hanno imposto a Israele di interrompere la guerra del 1967 prima di giungere a una vera, definitiva sconfitta dei suoi nemici, tutti gli stati arabi si sono potuti permettere di respingere in blocco tutte le richieste contenute nella risoluzione 242 (no al riconoscimento, no al negoziato, no alla pace) e continuare lo stato di belligeranza. Qualcuno immagina forse che si sarebbe potuto fermare Hitler con qualche bel discorso? O lanciando palloncini colorati? O con qualche pressione internazionale? O magari con la “politica della mano tesa” e generose concessioni? Qualcuno si è illuso di poterlo fare, e si è puntualmente realizzata la profezia lanciata già nel 1938 da Churchill: “Potevate scegliere tra la guerra e il disonore. Avete scelto il disonore. Avrete la guerra". E le parole di Churchill rimangono sempre di scottante attualità: negoziare con chi ti vuole distruggere senza averlo prima sconfitto non porterà non solo l’onore, ma neanche la pace.
Discorso cinico? No, semplicemente realistico. Che spiacerà soprattutto agli israeliani, talmente desiderosi di pace da essere disposti, in nome di essa, quasi a tutto, ma sessant’anni di guerra preceduti da quasi trent’anni di terrorismo sono lì a dimostrare che ogni altra via è destinata al fallimento. E di un altro mantra occorrerà sbarazzarsi al più presto: quello della “proporzione”. Quando ci si avventura in una contesa, sia essa una guerra di offesa, una guerra di difesa, un incontro di calcio o una partita a briscola, non lo si fa per essere proporzionati: si fa per vincere. Altrimenti la contesa continuerà all’infinito in una situazione di sostanziale stallo, con un interminabile stillicidio di morti, da una parte come dall’altra. Perché non solo in medicina, ma anche in politica e in guerra, il medico pietoso fa la piaga purulenta: ricordarlo farebbe un gran bene a tutti. E soprattutto alla pace.

Barbara Mella
Emanuel Segre Amar


29 agosto 2010

“VOI EBREI”

È stato a un corso di aggiornamento, un po’ di anni fa.
Qualunque insegnante sa che quelli per i corsi di aggiornamento sono in assoluto i soldi peggio spesi nel campo dell’istruzione: quelli che vanno a insegnare agli insegnanti come si fa a insegnare, normalmente, sono o insegnanti che hanno smesso di insegnare perché non sono capaci di farlo, o persone che non hanno mai insegnato e non hanno la più pallida idea di che cosa sia l’insegnamento, di che cosa sia una classe. Dal che si può facilmente immaginare l’utilità e l’efficacia di questi corsi, ma siccome fino a pochi anni fa era obbligatorio, anche se era una colossale perdita di tempo mi toccava andarci lo stesso. Una volta è venuto un noto psicoterapeuta e docente di una nota università italiana, a insegnarci come si gestiscono i bulli e i casi difficili in generale. A parte il fatto che lui era abituato a trattare i casi singoli ed è rapidamente emerso che non aveva la più pallida idea di che cosa siano le dinamiche di classe; a parte il fatto che il suo mantra preferito era “qualunque cosa vi dica il bambino, mai scandalizzarsi, mai criticarlo, mai colpevolizzarlo, mai dirgli che ha sbagliato, mai giudicarlo”, e ogni volta che un insegnante diceva “mi è capitato così, ho fatto cosà e non ha funzionato”, evidentemente nella speranza di sentirsi suggerire dall’esperto un’idea migliore di quella che aveva avuto lui, la risposta è stata regolarmente “e ci credo che non ha funzionato, non avrebbe potuto fare una cosa più sbagliata” e non c’è stata una sola volta, in sedici ore di incontro, che abbia dato un solo suggerimento; a parte tutto questo, lo scopo principale del corso era quello di insegnarci – affinché noi potessimo poi insegnarlo ai nostri alunni – come si controllano le emozioni, e in questo campo il mantra era “non esiste niente al mondo per cui valga la pena di perdere la calma” (e anche: “Quando un bambino mi dice questo non lo sopporto, questo è insopportabile, gli rispondo non è vero, se sei vivo vuol dire che si può sopportare”. Quindi, secondo la sua ferrea logica, dato che quasi tutti sopravvivono a uno stupro, anche da bambini, ciò significa che gli stupri sono una cosa sopportabilissima). Beh, sono bastate un paio di provocazioni ben piazzate da parte di una collega per farlo sbarellare alla grande e scatenargli una vera e propria crisi isterica, con strilli da gallina nevrastenica. Ma non è di lui che voglio parlare, bensì di un’ochetta che tanto per cominciare è venuta a raccontarci che circa un terzo dei nostri scolari avrebbero problemi di apprendimento: evidentemente deve avere osservato la propria famiglia e pensato che quello che osservava lì fosse la regola. Vabbè. In compenso aveva idee formidabili per vivacizzare l’insegnamento. Ad un certo punto, per esempio (ricordo, per chi non lo sapesse, che io insegno italiano come seconda lingua a scolari di madrelingua tedesca), ha detto: “Se dovete far esercitare gli aggettivi, perché fare serie di noiosissimi esercizi? Si può ottenere lo stesso risultato facendo dei divertenti indovinelli in cui si usano, appunto, degli aggettivi. Per esempio dico: è rotonda, è di gomma, serve per giocare: che cos’è?” E io, tutta contenta di avere la risposta, ho subito cominciato ad agitarmi sulla sedia e sventolando il braccio ho gridato: “Io lo so! Io lo so! È una tetta al silicone!” Hanno riso tutti tranne lei, non ho capito perché. Ma la cosa che più mi ha disturbato di tutto ciò che è avvenuto in quei due giorni di pseudoaggiornamento, è stato il suo continuo ripetere: poi vi dico, adesso vi spiego, dopo vi faccio vedere... Era un senso di fastidio intenso, epidermico, come quando il gesso stride sulla lavagna, e ci ho dovuto riflettere per mettere esattamente a fuoco quale fosse il problema. E alla fine ho capito che era proprio l’uso del voi. E mi sono resa conto che io in classe non lo uso quasi mai; normalmente dico noi: adesso leggiamo, vediamo, facciamo, impariamo, proviamo... Perché noi, io e loro, stiamo perseguendo uno scopo comune, il loro apprendere, ed è solo lavorando insieme che lo possiamo raggiungere. Il voi lo uso unicamente quando sono arrabbiata; lo uso, per esempio, quando dopo un test andato male gli faccio la lavata di capo: voi credete di essere furbi, voi vi immaginate di poter andare avanti senza studiare, beh, vi garantisco che vi sbagliate, e di grosso, anche. Perché il voi serve unicamente a prendere, anzi, a marcare, le distanze. Il voi serve a tirare su barricate. Il voi serve a stabilire la superiorità dell’io sulla controparte. Il voi serve a manifestare ostilità. È stato in quel preciso momento che mi sono improvvisamente, per la prima volta, resa conto di che cosa realmente significhi l’espressione “voi ebrei”. Ed è stato in quello stesso momento che ho capito perché, non per ragionamento ma per istinto, io non l’ho mai usata.

barbara


28 agosto 2010

LA VECCHIAIA PORTA SAGGEZZA?

          

mah...

barbara


28 agosto 2010

INCREDIBBBILE

Mi hanno chiamata dall’ospedale. Dice che c’è stato un errore: mi hanno messo in conto il ticket per il test del campo visivo, che invece non dovevo pagare perché rientra fra le prestazioni connesse all’intervento. Dice che si scusano tanto per l’errore, e che quando voglio posso passare alla cassa, dove il responsabile è già stato avvertito, per farmi restituire i soldi ingiustamente pagati.

barbara


27 agosto 2010

DUE PAROLE SULLA RELIGIONE DI PACE

La Palestina fu devastata e saccheggiata. Poi gli arabi passa­rono in Cilicia, facendo prigionieri i suoi abitanti e deportandoli. Quindi Mu'awiya inviò Habib ibn Maslama in Armenia, all'epo­ca dilaniata dalle contese tra i vari satrapi. Per suo ordine la po­polazione di Euchaita (sul fiume Halys) fu passata a fil di spada; quelli che riuscirono a farla franca furono ridotti in schiavitù. Secondo i cronisti armeni gli arabi, dopo aver decimato gli abitanti dell'Assiria e costretto molte persone ad abbracciare l'islamismo, «entrarono nel distretto di Daron [a sud-ovest del lago Van], che saccheggiarono e in cui versarono fiumi di sangue. Pretesero il pagamento di tributi e si fecero consegnare donne e bambini». Nel 642 presero la città di Dvitt e annientarono la popolazione a colpi di spada. Poi «gli ismailiti ripresero la via per la quale erano venuti, trascinandosi dietro una moltitudine di prigionieri: in tutto 35.000». L'anno seguente, secondo lo stesso cronista, gli arabi invasero di nuovo l'Armenia, «portando con sé lo stermi­nio, la rovina e la schiavitù».
Fermatosi in Cappadocia, Mu'awiya saccheggiò tutta la regio­ne, catturò molti uomini e fece un grosso bottino. Poi condusse le sue truppe a devastare l'intera zona di Amorium. Anche Cipro fu razziata e depredata (649); quindi Mu'awiya si diresse verso la capitale Costanza (Salamina), su cui stabilì il suo dominio con un «grande massacro». Il saccheggio dell'isola si ripeté una se­conda volta.
Nel Nord Africa gli arabi fecero migliaia di prigionieri e accu­mularono un ricco bottino. Mentre le piazzeforti resistevano, «i musulmani erano impegnati a percorrere in lungo e in largo e de­vastare il paese sguarnito». Tripoli fu saccheggiata nel 643, Cartagine fu interamente distrutta e rasa al suolo, e la maggior parte dei suoi abitanti venne uccisa. Gli arabi misero a ferro e fuoco il Maghreb, ma ci volle più di un secolo perché riuscissero a pacifi­carlo e a venire a capo della resistenza berbera.
Le guerre proseguirono per mare e per terra sotto i successori di Mu'awiya. Le truppe arabe saccheggiarono l'Anatolia con ri­petute incursioni; le chiese furono incendiate e profanate, e tutti gli abitanti di Pergamo, di Sardi e di altre città furono fatti prigionieri. I centri greci di Gangres e Nicea furono distrutti. Le cro­nache cristiane del tempo parlano di intere regioni devastate, di villaggi rasi al suolo, di città incendiate, saccheggiate e annienta­te le cui popolazioni furono integralmente ridotte in schiavitù.
Come si può constatare, non sempre gli abitanti delle città ven­nero risparmiati: spesso subirono il massacro o la schiavitù, sem­pre accompagnata dalla deportazione. Fu il caso dei cristiani di Aleppo, Antiochia, Ctesifonte, Euchaita, Costanza, Pathos (nell'i­sola di Cipro), Pergamo, Sardi, Germanicea (Kahramanmarafl) e Samosata, per citare solo alcuni esempi. Durante l'ultimo tentati­vo degli omayyadi di sottomettere Costantinopoli (717), l'esercito arabo comandato da Maslama effettuò una manovra a tenaglia dal mare e da terra, e devastò l'intera regione prospiciente la capitale.
L'obbligo religioso di combattere i cristiani comportava uno stato di guerra permanente che quattro volte all'anno - in in­verno, in primavera, in estate e in autunno - si traduceva nel­l'organizzazione di razzie (ghazwa). Queste consistevano talora in brevi incursioni a scopo di saccheggio nei villaggi harbi limi­trofi, al fine di accumulare bottino, rubare il bestiame e decima­re gli abitanti del villaggio con la schiavitù. Altre spedizioni, guidate dal califfo in persona, richiedevano preparativi militari consistenti. Le province venivano devastate e incendiate, le città saccheggiate e distrutte, gli abitanti massacrati o deportati. I pri­mi califfi abbasidi, alla testa delle loro truppe di arabi e schiavi turchi, continuarono a dirigere personalmente i raid contro l'A­natolia bizantina e l'Armenia. Durante il sacco di Amorium (838), consegnata agli arabi da un traditore musulmano, il ca­liffo al-Mu'tasim fece passare a fil di spada 4000 abitanti; le don­ne e i bambini furono portati via e venduti come schiavi, men­tre i prigionieri greci che non potevano essere deportati furono finiti sul posto. Una rivolta scoppiata fra loro fu punita con lo sterminio di 6000 greci.
Nonostante la frammentazione dell'Impero arabo in emirati o province semiautonome, le razzie compiute in nome del califfo per accumulare bottino e schiavi proseguirono, con alterne fortu­ne, nel corso dei secoli. Negli anni 939-940 Sayf al-dawla, celebre per le sue guerre contro gli infedeli, devastò Mush, in Armenia, e l'intera regione di Coloneia con i villaggi circostanti. Negli anni 953-954 incendiò la zona di Melitene, catturando parte dei suoi abitanti. Due anni più tardi partì «per il territorio greco e vi compì un'incursione, nel corso della quale si spinse fino a Harsan [Armenia] e a Sariha, prese molte fortezze, fece prigionieri di am­bo i sessi e costellò il suolo greco di massacri, incendi e devasta­zioni». Nel 957 Sayf al-dawla incendiò le città della Cappadocia e la regione di Hisn Ziyàd (Kharput) in Armenia, riducendo in schiavitù le donne e i bambini. L'emigrazione dei nomadi turk­meni segnò la ripresa del jihad arabo. Nell'XI secolo: «L'Impero dei turchi si era esteso fino alla Mesopotamia, alla Siria, alla Pale­stina [...]; i turchi e gli arabi erano fusi come un unico popolo». Per quanto riguarda la parte occidentale del dar al-islam, la Spagna, conquistata nel 712, divenne per secoli il teatro per anto­nomasia del jihad. Qui le ondate di immigrati islamici, arabi e ber­beri si erano appropriate dei feudi coltivati dagli abitanti del luo­go, tollerati, in base alle circostanze della conquista, in veste di tributari o di schiavi. Ma le diverse tribù arabe che conducevano una vita nomade al Sud (kalb), o al Nord e al centro dell'Arabia (qays), emigrate nel Maghreb e quindi in Spagna, si erano acca­parrate le terre migliori, relegando i berberi nelle regioni montuose.
Queste ondate successive di immigrati, provenienti dall'Ara­bia e dai territori conquistati - Mesopotamia, Siria, Palestina -, una volta insediatesi stabilmente in Spagna iniziarono a terroriz­zare la Provenza. Risalendo fino ad Avignone, devastarono la val­le del Rodano con ripetute razzie. Nel 793 i sobborghi di Narbona vennero incendiati e la sua periferia saccheggiata. Gli appel­li al jihad attiravano orde di fanatici che affluivano in massa nei ribat (conventi-fortezze) di cui erano costellate le frontiere ispano-islamiche, e da cui partivano i saccheggi delle città e gli in­cendi delle aree rurali. Nel 981 la città di Zamora (Regno di Leon) e le campagne circostanti subirono la devastazione e la de­portazione di 4000 prigionieri. Quattro anni dopo, anche Barcel­lona fu incendiata e quasi tutti i suoi abitanti furono trucidati o ridotti in schiavitù; Coimbra, conquistata nel 987, rimase un de­serto per molti anni; Leon fu demolita e le zone rurali limitrofe furono devastate dai raid e dagli incendi. Nel 997 Santiago di Compostela fu saccheggiata e rasa al suolo. Tre anni più tardi, le truppe islamiche misero a ferro e fuoco la Castiglia, e la popola­zione catturata durante queste spedizioni fu deportata e ridotta in schiavitù. Le invasioni degli almoravidi e degli almohadi (XI-XIII secolo), dinastie berbere del Maghreb, segnarono la ri­presa della guerra santa. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.54-57)

E da allora non hanno mai smesso. Nel 1929 venne il massacro di Hebron, di cui possiamo vedere gli effetti in questo straordinario filmato inedito dell’archivio Spielberg (chi sentisse il bisogno di una rinfrescata può andare a rileggere qui e qui). E adesso, per completare l’opera, vogliono costruire il monumento alla jihad a Ground Zero – anche se qualcuno ha finalmente capito che l’idea di costruire una moschea lì, in realtà, non è altro che il frutto dell’ennesimo complotto sionista...


barbara


26 agosto 2010

DALLA POSTA DI TANTO TANTO TANTO TEMPO FA...

Film: Il postino (poesia allo stato puro)
Libri: Il gattopardo (mai visto scrivere così)
Musica classica (Bach ma col contagocce)
Musica leggera (Smashin' Pumpkins e Led Zeppelin ma col contagocce)
Sport (lo sai già)
Passatempo preferito 1: pub a bere birra e ruttare guardando una partita di calcio del mio team del cuore
Passatempo preferito 2: dita nel naso
Passatempo preferito 3: andare con la mia moto nera e la giacca di pelle nera con le frange ad un raduno di motociclisti a bere birra e mangiare salsicce kosher
Domeniche: radiolina all'orecchio quando il mio team è in trasferta
Segni particolari: tatuaggio all'avambraccio sx e orecchino
Altezza: 1,65
Peso: 85Kg
Ci vediamo a PD?

Auto: Golf Gti nera pulita
Moto: Harley, ti monto solo se ti metti i pantaloni di pelle
Musica: Britney Spears - tecno
Sabato: sballo
Domenica: Stadio
Telefonino: tre
Vacanze: Ibiza
Libro: non mi ricordo
Attori: Christian de Sica
Attrici: Edwige Fenech
Film: Un estate al mare
Ci vediamo a Pd?

Poi ci siamo visti. A Pd. Tanto tanto tanto tempo fa.



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. e pensare che

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 26/8/2010 alle 23:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa


25 agosto 2010

INDOVINA INDOVINELLO

 Dove sono state scattate queste splendide foto?









































































Signore e signori,

benvenuti a Gaza!


25 agosto 2010

LA BAMBINA CON I SANDALI BIANCHI

A voi infelici, umiliati, feriti, reclusi nelle galere della Repubblica o nei pregiudizi dei suoi cittadini; a voi che avete sofferto e ancora soffrite dico forte: alzate la testa! Sognate! Credeteci! Progredite!

Attraversare l’inferno – la miseria delle bidonville, una madre ostile e sadica, una famiglia, nel migliore dei casi, insensibile, un ambiente più o meno larvatamente razzista, un incidente che le ruberà anni di vita e la lascerà segnata per sempre, una famiglia araba musulmana che rivendica la proprietà delle figlie femmine e il diritto di decidere la loro sorte (impressionante quando, ancora giovanissima, si fa deflorare dal primo che le capita a tiro all’unico scopo di non essere più spendibile sul mercato dei matrimoni combinati; e quando, arrivato il momento, comunica che non possono farla sposare al cugino che lei ha soprannominato “rasoterra” perché, appunto, non è più vergine, prima il fratello la riempie di botte, poi la madre molto tranquillamente dice che non importa, basterà che al momento opportuno si infili un pezzetto di vetro nella vagina, e quello la farà sanguinare quanto basta per ingannare il marito) – e riuscire a riemergere. Riuscire a sconfiggere, oltre all’inferno intorno, anche l’inferno dentro. Lottando con tutte le proprie forze. Con indomabile volontà. Con inesauribile energia. E con una indistruttibile fede in se stessa e nelle proprie capacità (perché, come diceva quel tale, Se lo vorrete non sarà un sogno). È un libro forte che può dare qualche importante lezione anche a ciascuno di noi.

Malika Bellaribi, La bambina con i sandali bianchi, Piemme



barbara


24 agosto 2010

pace



(oggi niente post perché stamattina ho fatto gli altri due interventi, e sono un tantino stravolta)

barbara




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 24/8/2010 alle 23:59 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (14) | Versione per la stampa


23 agosto 2010

INTERLOCUTORI PER LA PACE

Gerusalemme

Questa è la storia di Gerusalemme pubblicata nel sito dell’Autorità Palestinese (quella buona, non i cattivi estremisti fanatici di Hamas), con cui Israele deve fare la pace.

E
' una delle piu' antiche citta' del mondo ed i monumenti ivi lasciati dagli originali abitatori, i Gebusiti, appartenenti alla tribu' dei Cananei, stanziatisi in Palestina dalla penisola arabica, testimoniano che la citta' fu fondata intorno al 3000 avanti Cristo. Il suo nome risale a Salem, insieme a Sahar il dio cui gli abitanti della citta' rendevano culto. Fu durante il primo periodo della sua storia che, attorno a Gerusalemme, furono erette mura fortificate per proteggere la citta' dall'attacco dei popoli invasori. Il nucleo della vecchia citta' fortificata rappresenta oggi il cuore di Gerusalemme est, la citta' della pace. La storia ci testimonia che lo stanziamento dei Gebusiti nell'area dell'attuale Gerusalemme e' precedente di almeno un millennio e mezzo l'avvento del re Davide e del cosiddetto "regno d'Israele", se c'e' mai stato.
La storia di Gerusalemme e' continuata in epoca greca, romana e bizantina, per raggiungere il massimo splendore in epoca islamica. Intorno alla meta' del 1900, diverse equipes di archeologi, studiosi, scolari biblici e ricercatori hanno cominciato ad effettuare scavi archeologici attorno alla citta' e al di sotto di essa, in particolare nella zona di Haram esh-Sharif (la spianata delle moschee) portando alla luce resti di molte civilizzazioni e culture, particolarmente di quella islamica. Molte di queste ricerche sono state finanziate dagli stessi governi israeliani succedutisi negli ultimi trent'anni: la ricerca dei resti del Tempio di Salomone non ha dato risultati. Il 7 giugno 1967, l'esercito d'Israele occupa la spianata delle moschee di Al Aqsa e della Cupola della Roccia - che gli ebrei chiamano monte del Tempio - nonche' tutta Gerusalemme est.
L'8 ottobre 1990, fu compiuto uno dei peggiori massacri della storia di Gerusalemme; qualche giorno prima della strage un gruppo di fanatici ebrei ortodossi progettarono una marcia sulla spianata delle Moschee di Gerusalemme per sistemare la pietra miliare del "Terzo Tempio" che di li' a poco avrebbero costruito. Alla marcia parteciparono circa 200.000 israeliani scortati dall'esercito, mentre le forze d'occupazione sbarravano le vie d'accesso alla citta'. Inoltre chiusero le porte d'ingresso della moschea, in cui migliaia di palestinesi erano giunte per resistere alla prepotenza degli occupanti. Allorche' I fedeli musulmani si opposero e tentarono d'impedire la sistemazione della pietra nella spianata delle Moschee, le forze d'occupazione iniziarono il massacro, usando tutte le armi che avevano a disposizione, compreso il micidiale gas nervino. I coloni ebrei che partecipavano alla marcia parteciparono al massacro, che vide la morte di 23 palestinesi e il ferimento di altri 850.

Non aggiungo commenti.

barbara


22 agosto 2010

FARE I CONTI CON LA REALTÀ

La pace e la realtà

Fra molti segnali di giubilo da parte americana e uno scetticismo più o meno mascherato da parte di tutti gli altri, l'amministrazione Obama ha annunciato l'inizio delle trattative di pace fra Israele e palestinesi (solo quelli di Ramallah, non Hamas che non è gradito e non gradisce) fra una decina di giorni con un vertice a Washington. La pace è naturalmente una cosa buona, ma è una prospettiva lontana. Bisogna chiedersi: al di là dell'effetto positivo sulla traballante campagna elettorale democratica per il voto di midterm di novembre, che cosa verrà davvero da questi incontri?
La speranza naturalmente è un diritto e magari un dovere di chiunque. Ma esiste un punto di equilibrio fra Israele e le istituzioni palestinesi, che continuano a educare i propri figli all'inesistenza di Israele, alla Palestina "dal fiume al mare" e all'"eroismo" dei
"martiri" terroristi suicidi? È ragionevole pensare che questo punto di equilibrio siano quei confini del '49 contro cui il mondo arabo ha fatto quattro volte guerra e i palestinesi hanno organizzato infiniti attentati e che sul piano militare mettono tutta Israele (fra l'altro Tel Aviv, Gerusalemme, l'aeroporto) a portata di razzi tipo quelli che partono ogni giorno da Gaza? È possibile distruggere gli insediamenti ebraici in Giudea e Samaria facendo Judenrein il nuovo stato, lasciando però in Israele le popolazioni arabe che gli sono nemiche, magari in attesa che diventino maggioranza ed elimino così lo stato ebraico? E questa "pace", non sarebbe piuttosto secondo la morale islamica una "tregua" da rompere al momento opportuno per cacciare in mare in nemici, come spiegava Arafat ai suoi sostenitori? Quanto varranno eventuali garanzie internazionali? Si è vista l'efficacia dei caschi blu in Libano... È chiaro che la trattativa sarà l'occasione di fortissime pressioni su Israele in queste direzioni. Una soluzione formale, non importa quanto realizzabile e mantenibile, è quello che tutti i "mediatori" vogliono, per poter dire che hanno avuto successo dove prima nessuno era riuscito. Ma se l'America può ritirarsi anzitempo dall'Iraq e magari domani dall'Afghanistan, lasciando ad altri il compito di raccogliere i cocci e illudendosi di non pagare il prezzo di questa ritirata, certo gli israeliani dopo una resa non potrebbero rifugiarsi al di là di un oceano.
Per chi non sia accecato dall'ideologia e veda la dimensione reale del conflitto, si tratta di problemi difficilissimi, di cui non si intravvede una soluzione equilibrata. Sullo sfondo, nel frattempo, continuano ad addensarsi il rischio nucleare iraniano, la crescita dell'islamismo, la rinascente condizione di capro espiatorio assegnata a Israele e agli ebrei in tutto il mondo, la ritirata sempre più precipitosa dell'Occidente nel teatro dello scontro di civiltà. Chi come Netanyahu ha il compito di guidare per Israele questa fase di trattative, si trova di fronte uno dei compiti politici più difficili della storia ebraica, avendo anche alle spalle un paese e un mondo ebraico profondamente diviso su temi decisivi. Come ebrei della Diaspora non possiamo che cercare instancabilmente di ristabilire la verità dei fatti contro la martellante campagna anti-israeliana. E pregare per lui.

Ugo Volli

Proprio questa mattina, riordinando l’archivio, ho ritrovato questo post di due anni e mezzo fa di Sharon Nizza, che mi sembra il miglior commento possibile ai timori di Ugo Volli, e per questo ve lo voglio proporre.


La potenza alienante del fon

Mi sono appena tagliata i capelli. Cortissimi. Non mi piacciono e non so come sistemarli. Proprio stasera che dobbiamo uscire per il compleanno di Janet a Tel Aviv, la città trendy, cool... Sono due settimane che prepariamo questa nottata pazza, all'insegna del cuccaggio e io mi trovo con sto capello... Smanetto il fon, provo con le forcine... Anna ci deve passare a prendere da Mevasseret, sono in ritardo... e ci si mette pure sto capello. Telefono squilla e squilla, non rispondo perché devo sistemare il capello. Squilla. Rispondo. Alessandra "Che vuoi???". "C'è stato un attentato, non le senti le ambulanze?". È vero, ambulanze, elicotteri. Il fon mi aveva isolata dal mondo, sovrastando radio e rumori esterni. Non si sa ancora cosa sia successo esattamente. Accendo tv e computer. 6, 7, 8 morti, minimo, non si sa ancora. Anzi, come dicono sempre gli israeliani: 10 morti. Poi si scopre che 2 sono i terroristi. Sono entrati in fretta e soprattutto furia e hanno sparato ovunque. Almeno 10 feriti in condizioni tragiche. I terroristi erano 2 o forse 3, avevano anche delle cinture esplosive. Due sono stati uccisi, uno sembra sia scappato, non si sa dove. La Yeshivat Harav, la scuola di studi ebraici fondata da Rav Cook, il cuore dell'ebraismo sionista gerosolomitano, si trova vicino all'entrata della città. Vietato avvicinarsi. Come ci andiamo ora a Tel Aviv? Ma la voglia di festa sta passando. La televisione trasmette immagini da Gaza: sparano al cielo, suonano il clacson all'impazzata e gridano urla di gioia sul sangue israeliano.
"Benediciamo l'azione di Gerusalemme e ce ne saranno altre di questo genere" dichiara il braccio armato di Hamas. I gruppi terroristici, che generalmente fanno a gara ad addossarsi la responsabilità di attentati, non rivendicano ancora niente. Strano. Ecco, dicono ora che il terrorista a quanto pare era uno solo ed è stato ucciso.
A Gaza festeggiano, anche noi dovevamo festeggiare. Ma la voglia è passata del tutto. Il capello alla fine, dopo tutti gli smaneggiamenti, stava pure messo bene. Mi sento decisamente stupida e futile. Ultimo aggiornamento: l'attentatore proveniva da Gerusalemme Est.

6/3/2008



Ecco, il terrore, la morte, nella quotidianità degli israeliani irrompono così. E dall’altra parte del confine ogni mattanza di ebrei viene festeggiata. L’incoscienza con cui Obama e i suoi accoliti affrontano queste situazioni – sempre che di incoscienza si tratti, e non di peggio – potrebbe far sorridere, se non fosse che le conseguenze di tale incoscienza la pagheranno, sulla propria pelle – anzi, con la proprio pelle, un infinito numero di israeliani innocenti.

                                                    

barbara


21 agosto 2010

QUOUSQUE TANDEM...

Lettera aperta al segretario generale dell’Onu

Gentile Segretario Generale Ban Ki Moon,
mi permetto di disturbarla per una questione che ritengo di qualche importanza nei confronti di quella Pace che l'istituzione che lei rappresenta dovrebbe, credo, perseguire. Sappiamo che il suo collaboratore Goldstone - del quale non vogliamo ricordare in questa sede, in quanto fuori tema, il fosco passato di fedele servitore del regime sudafricano di apartheid, riccamente corredato di condanne a morte inflitte ad attivisti neri - ha costruito il suo notorio rapporto in modo scorretto, fazioso, parziale, finalizzato alla demonizzazione di Israele, ma che tuttavia non ha potuto completamente evitare di menzionare le migliaia di razzi sparati da Gaza su Israele, prendendo regolarmente di mira aree densamente popolate e del tutto prive di obiettivi militari, e di chiederne conto all'Autorità Palestinese.
Leggo, nelle risposte che lei ha ricevuto, che i gruppi della resistenza armata di Gaza non mirano intenzionalmente ai civili israeliani (did intentionally target Israeli civilians), e che si limitano a sporadici lanci di semplici razzi e mortai (sporadic “crude rocket” firing and mortar shelling), Se, eventualmente, dei civili sono rimasti colpiti, questo è avvenuto unicamente per la natura estremamente grossolana delle armi utilizzate e l’impossibilità di controllare dove finiscono i razzi sparati (If and when civilian targets or populations have been affected by such “crude rocket” firing, it was essentially because of the crude nature of the weapon and the inability to control where the fired projectile lands). Non essendovi quindi la chiara intenzione di colpire civili innocenti, il lancio di missili non può essere considerato una violazione delle leggi umanitarie internazionali (While this is in no way intended to justify any harm caused to innocent civilians, it cannot be considered a violation of international humanitarian law). Si dovrebbe poi investigare caso per caso sui pretesi incidenti che abbiano colpito dei civili o le loro proprietà, ed i gruppi della resistenza palestinese dovrebbero cooperare in simili verifiche con il governo di Israele (each alleged incident of harm to civilian persons or civilian property would have to be investigated on an individual basis, and the Palestinian Independent Commission is not in a position to do so without the cooperation of both the Government of Israel and the armed resistance groups in Gaza). Ma come sarebbe possibile se rifiutano comunque perfino di sedersi allo stesso tavolo?
Gentile Segretario Generale, le chiedo di dirmi fino a quando (le ho qui tradotto il titolo quousque tandem nel dubbio che lei non comprenda, a causa delle sue origini, il latino più elementare) il mondo civile dovrà far finta di credere a tutte le menzogne, a tutte le falsità, a tutte le prese in giro di certi personaggi che meriterebbero solo di essere sbattuti in galera per il resto dei loro giorni, e non certo di ricevere quantità enormi di denaro messo a disposizione dai paesi civili.
È mai possibile che l’esperienza del passato non serva a niente? L’ONU ha preso il posto della Società delle Nazioni, dimostratasi inadatta per lo scopo per il quale era stata creata, ma è caduta in errori, quando non veri e propri crimini, ancora peggiori. E lei certo sa, signor Segretario Generale, quale è stato il risultato di quegli errori.

Distinti saluti

Emanuel Segre Amar

PS: le allego, per sua informazione, nel caso non ne abbia avuto già conoscenza, copia del video che dimostra il modo di passare la giornata di questi prigionieri di quel carcere a cielo aperto, vittime di apartheid, sterminio, genocidio, olocausto. Ma non è una presa in giro, tutto questo?
http://elderofziyon.blogspot.com/2010/08/new-video-of-gazan-suffering-starvation.html

Sì, certo che è una presa in giro, ma si direbbe che il mondo non desideri di meglio che di farsi prendere in giro, e quindi temo proprio che la fine di tutto questo non la vedremo mai. Anche perché molto prima finiremo noi.

    

barbara


20 agosto 2010

METODO INDIANO

Se mai un giorno dovessi diventare ricchissima e farmi una villa di trenta stanze, la più grande, la più bella, la più ricca, la più curata sarà sicuramente il bagno. È quello, più di qualunque altro spazio, il luogo dell’intimità, è quello il luogo del relax più assoluto. Ed è lì che a suo tempo ho preparato tutta la Divina Commedia per l’esame di italiano. Ed è nella vasca da bagno che mi sgorgano le idee più brillanti e riemergono i ricordi più sommersi. E proprio mentre ero immersa nella vasca da bagno, oggi, con olio di enotera, alla luce tremolante di una candela profumata all’arancia e con il Canone di Pachelbel in sottofondo, è riaffiorato dai meandri del labirinto della memoria questo ricordo. Questa storia me l’ha raccontata un medico che, tra miliardi di altre cose, aveva anche un laboratori di analisi. Un giorno si presenta una ragazza, insieme al suo ragazzo, per un test di gravidanza. Fatta l’analisi, il medico consegna il referto dicendo: “È positivo.” Tutto speranzoso, il ragazzo chiede: “Vuol dire che va tutto bene?” “Beh, non lo so che cosa sia bene per lei – risponde. Comunque il referto dice che la signorina è incinta.” Il ragazzo sbianca e, con aria incredula, dice: “È impossibile.” “Perché impossibile, scusi?” “Perché io uso il metodo indiano!” “E quale sarebbe?” “Mentre lo faccio mi concentro e penso intensamente ‘non deve restare incinta, non deve restare incinta, non deve restare incinta…’” “Ah beh, ma allora doveva dirmelo prima – dice il medico – che così durante la reazione io mi concentravo e pensavo intensamente ‘non deve venire positivo, non deve venire positivo, non deve venire positivo...’” (Che poi, diciamola tutta, darà proprio tanta soddisfazione fare l’amore con uno che è tutto concentrato a pensare intensamente a qualcos’altro?)
(E poi, a proposito di ricordi...)

barbara


19 agosto 2010

PARADOSSO

Il professor Klein, indicò la massa di strumenti elettronici che riempiva gran parte del sotterraneo ed il groviglio inestricabile di cavi che ne faceva un tutto unico, dotato di una sua indecifrabile essenza.
“Questa, signori, è la macchina del tempo. La prima che l’uomo abbia mai realizzato.”
I suoi assistenti si limitarono ad annuire, spiando silenziosamente lo stupore che si dipingeva sul volto del giovane studente.
Gavriel O. Lee tossicchiò imbarazzato.
“Non sono sicuro di avere capito, professore. Che cosa intendete per macchina del tempo?”
Klein inarcò le spalle con una smorfia divertita.
“Abbiamo creato uno strumento capace di distorcere la continuità temporale della nostra dimensione. In pratica con questa macchina possiamo trasferire indietro nel tempo un oggetto, un animale o anche …”
“Un uomo?”
“Sì, anche un uomo. E poi possiamo riportarlo indietro, al momento della partenza.”
Il ragazzo si guardò intorno confuso.
“E funziona veramente?”
“Certo che funziona,” rispose piccato il professor Klein “almeno da un punto di vista teorico, funziona perfettamente.”
“Volete dire che non ne avete un riscontro sperimentale?”
Gli assistenti finsero di non cogliere la vena di sarcasmo.
“Il professore,” rispose il più anziano dei due, “vuole solo dire che non è facile ottenere una prova sperimentale. Abbiamo inviato nel passato oggetti inanimati e piccoli animali. Ma né gli uni né gli altri hanno potuto ovviamente confermarci, al loro ritorno, l’avvenuto spostamento temporale.”
Il ragazzo rifletté per qualche istante.
“Se inviate un oggetto nel passato, esso dovrebbe sparire dal presente. La sparizione e poi la successiva riapparizione potrebbero costituire una prova quantomeno indotta del funzionamento della macchina. ”
Il professor Klein scosse il capo con un sorriso benevolo.
“Il problema ragazzo mio è che gli oggetti, dopo il loro viaggio nel tempo, ricompaiono nel medesimo luogo e nel medesimo istante in cui il viaggio aveva avuto inizio…”
Non dovette fornire ulteriori spiegazioni. Il ragazzo era già arrivato alla conclusione.
“Dunque sparizione e riapparizione combaciano in modo talmente perfetto da non essere avvertiti? È così, non è vero?”
Lo scienziato annuì.
“C’è anche un altro problema, Gavriel. Nessuno di noi sa quanto indietro nel tempo siano stati inviati gli oggetti e gli animali. La macchina non è tarata. E non potremo tararla fin quando non sarà un uomo a compiere il viaggio. Solo le sue informazioni potranno consentirci di regolare la macchina per i viaggi successivi.”
Gavriel O. Lee si guardò intorno guardingo. Temeva di capire, alla fin fine, perché quei tre lo avessero messo al corrente di esperimenti che avrebbero dovuto essere coperti dal più assoluto segreto.
“Non avrete intenzione di…”
Il professor Klein sollevò una mano con un espressione rassicurante.
“Nessuno ti imporrà nulla. Però hai ragione, abbiamo pensato a te quale primo viaggiatore nel tempo.”
Gavriel O. Lee si dimenò a disagio sulla sedia.
“Sono davvero lusingato,” disse senza convinzione, “ma non credo di essere il soggetto più adatto per una simile impresa.”
Lo scienziato scosse il capo
“Non sottovalutarti, Gavriel. Sei il capitano della squadra di basket universitaria e sei un ufficiale delle truppe scelte israeliane. Fisicamente non potremmo trovare di meglio, ma c’è dell’altro: tu hai una passione per la storia e quindi potrai cogliere e riportarci la realtà del tempo in cui sarai catapultato, meglio di chiunque altro. Inoltre studi filosofia e sociologia. Questo ti consentirà di valutare il pericolo implicito di un viaggio nel tempo. Un paradosso temporale può costituire una minaccia per l’umanità come noi la conosciamo.”
Gavriel O. Lee annuì lentamente.
“Non parlate però dei pericoli che io stesso potrei correre.”
Lo scienziato sembrava aspettarsi quella eccezione. La sua risposta fu pronta e convincente.
“Rifletti, Gavriel. Tu non correrai in realtà nessun pericolo. Se anche non dovessi tornare indietro, se anche tu venissi ucciso nel corso del viaggio, sarà come se tu fossi morto solo nella finzione. Non sarà una cosa definitiva. Non appena la macchina sarà tarata, e ti assicuro che non ci vorrà ancora molto, torneremo al momento della tua partenza e la impediremo. Così in realtà tu non sarai mai partito e non sarai mai rimasto ucciso.”
Un mese dopo, tutto era pronto per l’esperimento.
Seduto in una microscopica carlinga, Gavriel O. Lee avvertì solo un tremito leggero ed una breve ondata di calore.
Quando aprì lo sportello, non era più nella cantina. E non c’erano più accanto a lui Klein ed i suoi assistenti.
Si guardò intorno. Si trovava al chiuso. All’interno di una tenda molto spaziosa. Pellicce in terra. Una tavola imbandita e stoviglie d’argento. Armi un po’ ovunque. Archi, pugnali, spade.
Nel corso dell’ultimo mese lo avevano addestrato ad analizzare rapidamente qualunque eventuale scenario. La sua mente lavorava quasi per riflesso condizionato. Si trovava nella dimora da campo di un uomo potente. Forse un generale. O forse il capo di una tribù nomade. Distanza stimabile dal tempo base 2.000 anni. Forse 2.500. Un’analisi delle armi avrebbe reso possibile una verifica e una precisazione della stima.
Uscì dalla carlinga.
Solo allora si avvide dei tre uomini prosternati di fronte a lui.
Gavriel O. Lee ne esaminò in un attimo abiti, paramenti, monili.
Due di loro dovevano essere subordinati al terzo, molto più giovane. Probabilmente erano i suoi consiglieri.
I tre erano genuflessi di fronte a lui. Lo stavano adorando.
Ovvio.
L’apparizione improvvisa faceva di lui una creatura sovrannaturale. Un dio se erano pagani. O un inviato di Dio, se erano monoteisti.
Il più giovane dei tre, il Capo, sollevò appena la fronte dal terreno e cominciò a parlare. Un profluvio di parole. Una lingua indecifrabile. Si rivolgeva a lui. Lo implorava. O forse inveiva contro qualcosa o qualcuno. Poi si interruppe ed impartì dei secchi ordini a qualcuno fuori della tenda.
Dopo pochi istanti comparvero nella tenda quattro giovani donne riccamente abbigliate, mentre i tre uscivano dal suo cospetto, arretrando lentamente.
Un turbine di domande si affollava nella mente di Gavriel O. Lee. Ma le donne erano splendide e sembravano dolci, disponibili, impazienti di donarglisi. Diavolo, la sua indagine poteva ben attendere. In fondo secondo i calcoli di Klein aveva almeno ventiquattro ore di tempo prima di dover rientrare nella carlinga.
Quando si svegliò le donne erano scomparse. Aveva un cerchio alla testa, effetto dei bagordi notturni e delle generose libagioni. Il Capo era di fronte a lui. Parlava con tono solenne e mostrava dei doni. Una lunga spada metallica, un elmo, un armatura. Insisteva chiaramente perché li accettasse.
Gavriel O. Lee si sforzò di esprimere il suo gradimento. Sebbene fosse ridicolmente piccolo per il suo fisico imponente, riuscì ad indossare il pettorale dell’armatura, ma non poté in alcun modo cingere il piccolo elmo. Se lo pose comunque sotto il braccio ed impugnò la spada sforzandosi di assumere un atteggiamento fiero e battagliero.
Il Capo era in visibilio. Squittiva, rideva, dava di gomito ai suoi subalterni.
Ora lo invitava a seguirlo fuori della tenda.
Seguendo le gesticolanti istruzioni del Capo, Gavriel O. Lee avanzò da solo al centro di un grande spiazzo, alle cui estremità erano schierati migliaia di armigeri. Erano tutti di piccola corporatura, vestiti di stracci. Solo pochi avevano scudi ed armi metalliche.
Gavriel brandì la spada e salutò lo schieramento alla sua destra. Gli rispose un unico, assordante, urlo guerresco.
Si volse baldanzoso verso lo schieramento di sinistra, ma stavolta lo accolse solo un gelido silenzio.
Perché, si chiese? Perché? E chi è quel ragazzino vestito di stracci che avanza verso il centro dello spiazzo?
C’era qualcosa di allarmante in quella situazione. Una sorta di indecifrabile déjà vu.
Fu folgorato da una raccapricciante comprensione quando vide il ragazzino ruotare la sua fionda.
Troppo tardi.
Maledizione, troppo tardi.
Era stordito, e il sangue gli colava sul viso.
Vide come in un sogno il giovane avvicinarsi. Cercò di alzarsi ma le membra non gli rispondevano.
Il ragazzino lo fissava con un’espressione di trionfante disprezzo, mentre si chinava su di lui e gli strappava dalla manica la stella a sei punte.
La esaminò a lungo e poi decifrò il nome ricamato in ebraico sulla tuta: G.O.LEE.
“Ho ucciso il gigante Golia!” gridò ai suoi dimenando la spada e mostrando la stella a sei punte.
“Da oggi questo segno fregerà il mio scudo! Da oggi questo è il Maghen David.”
Gavriel rideva, mentre la lama del giovane gli recideva la giugulare.

Mario Pacifici
mario.pacifici@gmail.com

È tornato il geniale Mario Pacifici, con un’altra delle sue strepitose storie. Godetevela tutta.

barbara


18 agosto 2010

IN CENTRO

Bambino con automobilina (“ina” si fa per dire) con telecomando lanciata a settemila chilometri all’ora. Sindaco che sbuca all’improvviso dal sottoportico, per un pelo non viene travolto dalla suddetta, con un salto acrobatico evita lo sfracello, scoppia a ridere e si mette a scherzare col bambino. Un po’ più in là un Torna a Surriento con fisarmonica e flauto di Pan talmente strappabudella che mi è venuto voglia di tornarci davvero. Mi avevano appena tolto i punti (eccezionalmente piccoli e numerosi, ha detto la dottoressa che li ha tolti, visibilmente sorpresa: evidentemente di solito non li fanno così. Un autentico lavoro di alta sartoria). C’era quasi il sole. Faceva perfino quasi caldo.

barbara


17 agosto 2010

NON VA BENE

                         

“Non va bene” ha detto, e con pochi, rapidi colpi del piede ha demolito il castello di sabbia. “Ma mamma... ma perché?” Talmente stupito, talmente incapace di capire, da non riuscire neppure ad essere arrabbiato mentre, con le lacrime che gli luccicavano negli occhi, guardava sconfortato quella devastazione. “Perché non andava bene”. “Ma l’avevo fatto io!” Non andava bene”. “Ma era mio!” “Non andava bene”.
Mi è tornato alla mente il mio orto. Quando arrivava la primavera veniva su mio padre e provvedeva: vangava, sarchiava, concimava, rastrellava, faceva le aiuole, seminava, copriva. Faceva tutto lui. “Perché tu non sei capace”. Un anno è successo che non stava bene e non è potuto venire, e l’orto finalmente ho potuto farlo io. Vangato sarchiato concimato rastrellato fatto le aiuole seminato coperto. Innaffiato. Legato i pomodori quando hanno cominciato a crescere. Eccetera. Quell’anno l’orto – sarà stato un caso, per carità – è venuto meglio degli altri anni. Poi in luglio io sono andata al mare e loro sono venuti a casa mia, a far vacanze in montagna. Quando sono tornata a fine mese ho trovato l’orto devastato. “Cosa hai fatto?!” “Ho vangato su tutto”. “Come hai vangato su tutto? Perché?” “Non andava bene”. “Come non andava bene? Era pieno di verdure!!” “Erano troppo fitte, non potevano venire su bene. Ho vangato su tutto e ho riseminato”. Non sapeva, il signor sotuttoio, nonostante venisse dalla campagna, che le cose non si possono seminare quando capita, e se le semini fuori stagione non viene niente. Infatti non è cresciuto un grammo di verdura. Allora, idea geniale, compra le piantine e le pianta. Ignorando che anche per la messa a dimora ci sono i suoi tempi. In breve, quell’anno di verdura del mio orto non ne ho mangiata.
E mi chiedo, una volta di più, quale strana perversione spinga così tanti genitori a distruggere i propri figli. O, se non si azzardano a distruggerli materialmente per paura della galera, a distruggerli simbolicamente distruggendo le loro opere.
(Sempre in tema di distruzioni, qui)

barbara


16 agosto 2010

E VOI COME PISCIATE?

SHARI’A: un’importante questione di Legge Sacra Islamica

Pisciare in piedi: è lecito o è peccato?

Ho trovato questa dotta disquisizione teologica in un sito islamico (apparentemente moderato, ma cosa significa “islamico moderato”?). Ho ritenuto opportuno farvene partecipi. Mi pare che sia inutile criticare, basta lasciarli parlare. Eccovi il pezzo (opporunamente abbreviato):

...
Dopo aver letto tutto il Corano in arabo con l'aiuto della versione di A.J. Arberry, … lessi tutti gli ahadith, volume per volume, annotando tutto quello che sembravano prescrivere di fare al Musulmano.…

… Quando erano menzionati ahadith che sembravano contraddirsi l'un l'altro, sceglievo semplicemente quello che volevo… Dopotutto, mi dicevo, non fu mai data al Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) la scelta tra due cose, senza che scegliesse la più facile delle due (Sahih al-Bukhari, 4.230: 3560)...

Ad esempio, mi avevano detto che non fosse Sunnah orinare in piedi, e avevo sentito l'hadith in cui 'A`isha (r) dice: "se qualcuno dice che il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) orinava stando in piedi, non credetegli" (Musnad al-Imam Ahmad. 6 vols. Cairo 1313/1895. Reprint. Beirut: Dar Sadir, n.d., 6.136).

Ma poi lessi nell'hadith riportato nel Sahih di Bukhari, che il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) una volta orinò stando in piedi (Sahih al-Bukhari, 1.66: 224), e perciò decisi che quello che mi era stato detto era un errore, o che forse non aveva grande importanza.

Solo in seguito, … scoprii come i sapienti della Shari`ah avessero combinato le implicazioni di quegli ahadith: lo stare in piedi del Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) per orinare era per insegnare alla Ummah che ciò non è illecito (haram), ma soltanto riprovevole (makruh) - sebbene nel caso del Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace) tali azioni non fossero offensive, ma semmai da compiere obbligatoriamente almeno una volta, per mostrare alla Ummah che non sono illecite -- o secondo altri sapienti, per mostrare che è permesso in situazioni in cui in tal modo impedisca all'urina di schizzare sui propri vestiti.…

Traduzione a cura di `Umar Andrea Lazzaro

Si tratta di un brano dell’articolo, “Consiglierebbe di studiare da soli le raccolte di ahadith di Bukhari e Muslim?” scritto da un illustre studioso Islamico, pubblicato sul sito Discussioni sull’Islam e, data l’importanza dell’argomento, su moltissimi altri. Vi basta fare una ricerca GOOGLE con la frase “Sahih al-Bukhari, 4.230: 3560” per vedere quante volte appare l’articolo che vi ho presentato qui, sia in Italiano che in Inglese.

L’insegnamento, molto serio, che se ne ricava, è l’enorme importanza che ha per i musulmani l’esempio di Maometto (Corano 33:21, “Avete nel Messaggero di Allah un bell'esempio per voi, per chi spera in Allah e nell'Ultimo Giorno e ricorda Allah frequentemente”).

Anche per pisciare, bisogna pisciare come pisciava Maometto.

Mi astengo da ulteriori commenti.

Ognuno è libero di pensare ciò che crede.

O no?

di Paolo Mantellini
Milano 12 Agosto 2010

Questo testo può essere trasmesso o inoltrato purché venga presentato in forma integrale e con informazioni complete sul suo autore, data e luogo di pubblicazione e URL originale. (qui)


E anch’io mi asterrò da ogni commento, ringraziando nel contempo il Cielo di essere nata donna e di avere quindi la certezza che, anche quando finalmente anche l’Italia, come il Belgio, diventerà un Paese islamico, mi sarà risparmiato l’obbligo di pisciare come il Profeta (Allah lo benedica e gli dia la pace).
(Molto meno divertente è invece questo. E poi bisogna leggere anche qui)

barbara


15 agosto 2010

I MUSULMANI SÌ CHE SONO FORTUNATI!

Chi di noi sarebbe in grado di dire su che lato dormiva Gesù? O se Mosè si lavava le mani dopo aver fatto pipì? Chi di noi sa come si soffiava il naso il Buddha? I musulmani, invece, tutte queste cose sul loro Profeta – che la pace sia con lui – e tante altre ancora, le sanno, le studiano a scuola, le imparano a memoria!

"Il Profeta Maometto - che la pace sia con lui - sedeva
sempre per terra. Non c'erano mobili nella sua abitazio­ne, perché diceva che un uomo deve passare attraverso la vita come un viaggiatore, che si ferma a riposare all'om­bra solo per un attimo e poi riparte. Una casa non doveva essere niente di più di un posto in cui poter riposare ed essere protetti dal freddo e dal caldo e dagli animali sel­vatici e che salvaguardasse la pace della vita privata di ognuno.
"Maometto - che la pace sia con lui - era solito riposa­re appoggiato sul suo braccio sinistro. Quando era immerso in pensieri profondi, gli piaceva scavare nel ter­reno con una vanga o un bastoncino, o sedere abbracciandosi le ginocchia. Quando dormiva, lo faceva sul fian­co destro appoggiando il viso sul palmo della mano destra. A volte dormiva sdraiato di schiena, a volte acca­vallava le gambe, ma stando sempre ben accorto che ogni singola parte del suo corpo fosse coperta. Non sopporta­va assolutamente stare a faccia in giù e proibì anche agli altri di mettersi in quella posizione. Non gli piaceva dor­mire in una stanza buia o su un tetto all'aperto. Si lavava sempre prima di coricarsi e recitava preghiere fino a che non si addormentava. Quando dormiva, russava piano. Se gli capitava di svegliarsi nel cuore della notte per urinare, si lavava le mani e il volto prima di tornare a dormire. A letto indossava una veste che gli copriva i fianchi, ma di norma si toglieva la camicia. Dato che all'epoca le case non avevano latrine, il Profeta era solito uscire dalla città e camminare per chilometri così da allontanarsi da ogni sguardo e prediligeva i terreni soffici in modo che gli schizzi non arrivassero sul suo corpo. Era anche molto accurato nello scegliere un luogo riparato alla vista, die­tro una roccia o un'altura. Si faceva sempre il bagno celandosi dietro un tappeto, oppure, se si lavava sotto la pioggia, indossava una veste. Quando si soffiava il naso, si metteva sempre un fazzoletto davanti."
Fazil prosegue leggendo ad alta voce le abitudini ali­mentari del Profeta: "Gli piacevano i datteri, specialmen­te quelli mescolati a latte o panna. Aveva una particolare predilezione per il collo e i fianchi degli animali, ma non si cibava mai di cipolla e aglio perché non sopportava l'a­lito sgradevole. Prima di sedersi a mangiare, si toglieva sempre le scarpe e si lavava le mani. Per toccare le pietan­ze utilizzava sempre la mano destra e si serviva dalla cio­tola solamente dal suo lato, senza mettere mai la mano al centro del piatto di portata. Non usava mai le posate e utilizzava solo tre dita per portare il cibo alla bocca. Rin­graziava Dio per ogni singolo boccone che ingeriva".
E poi: "Quando beveva, non faceva rumore". (Il libraio di Kabul, pp. 226-227)

Su, dai ragazzi, convertiamoci tutti, che avere certezze nella vita è bello! O no?
(E, sempre in tema di Profeta – che la pace sia con lui – e dintorni, vale la pena di leggere anche questo)


barbara


14 agosto 2010

IL LIBRAIO DI KABUL

Potete bruciare i miei libri, potete rendermi la vita difficile, potete anche uccidermi, ma non riuscirete mai a cancellare la storia dell’Afghanistan.

abababab

È un uomo colto, il libraio di Kabul, che per quasi un anno accoglie nella propria casa, insieme alla numerosa famiglia, la giovane giornalista norvegese Åsne Seierstad, offrendole così un’esauriente visione dall’interno dell’Afghanistan post-talebano. È colto, intelligente, aperto, liberale, ha viaggiato, visto, imparato... e tuttavia è davvero difficile provare simpatia per questo despota intransigente, per questo tiranno spietato, per questo padrone assoluto della vita delle sue mogli (una delle quali appena adolescente, e lui potrebbe esserle nonno), dei suoi figli, fratelli, nipoti, e persino della vecchia madre. E se la figlia di un uomo come questo, scolarizzata, così padrona della lingua inglese – al pari di altri familiari, del resto – da poter comunicare direttamente con la giornalista ospite senza bisogno di intermediari, non è neppure in grado di chiedersi se ami o no un certo ragazzo, tanto è assuefatta all’idea di non avere diritto a una propria opinione, quali saranno, viene da chiedersi, le condizioni di vita delle figlie di genitori analfabeti nei villaggi lontano dalle città? Se persone istruite, religiose ma non fanatiche, trovano giusto che una ragazza venga selvaggiamente frustata per essersi fermata a parlare con un ragazzo per strada, quale sarà il comportamento dei fanatici “veri”? Se il figlio di un uomo istruito, a dodici anni deve sgobbare dodici ore al giorno per fare soldi per il padre e non gli è consentito di andare a scuola, come vivranno gli altri?
Ogni volta che si legge un nuovo libro sull’Afghanistan si resta terribilmente sconvolti dalla realtà che si va scoprendo, e ogni volta, di fronte all’orrore infinito che si apre davanti ai nostri occhi (approfittare della fame di una mendicante bambina, per esempio, per scoparsela di santa ragione. E poi offrirla generosamente agli amici) viene da pensare: “Adesso ho visto proprio tutto”. Salvo essere smentiti al libro successivo.

Åsne Seierstad, Il libraio di Kabul, BUR



barbara


13 agosto 2010

VOI LO SAPETE QUALI SONO I PAESI ISLAMICI?

Scommetto di no, ma per vostra fortuna c’è l’incommensurabile Ugo Volli che ve lo spiega, e ci sono io che ve lo segnalo!

Come in un teorema. O in una cartolina. O in una lettera anonima



Cari amici, voi sapete come sono fatte queste cartoline: fatti rigorosamente reali e documentati, valutazioni esplicite, appoggio a Israele, solo un pizzico di paradosso per poter mostrare l'assurdità o la criminalità di certi fatti, molta preoccupazione per il futuro del nostro continente e della libertà in generale. Chiamatela satira, se volete. Accade qualche volta però che la realtà si satireggi da sola, o per così dire che si spedisca cartoline (o come vedrete lettere anonime) da sé. Questo è uno di tali casi.
I fatti sono semplici. A una rete televisiva belga è arrivata una lettera anonima di minacce contro la possibilità che il deputato Elio Di Rupo, che ha ricevuto dal re l'incarico di formare il nuovo governo, diventi primo ministro. Che uno sconosciuto criminale ponga veti al processo costituzionale di formazione del governo non è una cosa inedita – in fondo il rapimento di Aldo Moro in Italia è stato qualcosa del genere. Più originale, e se mi permettete cartolinesca è la motivazione del futuro attentatore. "In un paese islamico come il Belgio", dice la lettera, un omosessuale come Di Rupo non può diventare primo ministro." (http://www.unaviaxoriana.it/cgi-bin/uvpo/index.cgi?action=viewnews&id=4068). Anzi: "il peccatore e omosessuale Di Rupo morrà per via di spada" (http://islamineurope.blogspot.com/2010/08/belgium-homosexual-cant-become-prime.html)
In un paese islamico come il Belgio, avete letto bene. Altro che Eurabia delle nostre previsioni. E naturalmente ha ragione lo sconosciuto: in un paese islamico, se è un paese islamico, la gente non è libera. Né di avere orientamenti sessuali che il Corano disapprovi, né di vivere la propria vita normale essendo donna, né di essere di un'altra religione o senza religione, né di dissentire politicamente. Non è una malignità o un paradosso, è un fatto. Dato che Islam significa sottomissione, e il verbo tipico della sottomissione è "non potere".
C'è un ulteriore lato cartolinesco. Sapete chi è Di Rupo? Il presidente del partito socialista belga (vallone) dal '99. Un tipo simpatico, sempre con un fiocchetto rosso con un blog ben fatto (http://www.leblogdelio.be/). E' uomo debitamente di sinistra, il suo partito ha espresso indignazione quando Berlusconi al parlamento europeo osò dire che l'Occidente gli piaceva più dell'Islam (http://archiviostorico.corriere.it/2002/gennaio/10/Elio_Rupo_contro_Niente_gemellaggio_co_0_0201104142.shtml), e ha fatto leggi molto generose sull'immigrazione (http://www.storialibera.it/attualita/unione_europea/articolo.php?id=970&titolo=Una%20Ue%20rosso-islamica?%20C%27%E8%20gi%E0%20il%20Belgio). Insomma, un vero politico eurarabo, uno che condivide tutti gli ideali e le politiche che rischiano di fare dell'Europa un continente islamico e hanno fatto del Belgio, almeno nella percezione dell'anonimo criminale "un paese islamico". Uno che se andrà al governo farà gli interessi di chi l'ha condannato a morte perché gay. Tant'è vero che da bravo politico non ha assolutamente voluto commentare la lettera di cui stiamo parlando. Meglio ignorare quel che ti smentisce.
Del resto, Di Rupo è tutt'altro che isolato nel mondo gay. All'ultimo gay pride di Madrid hanno escluso la delegazione israeliana per appoggio alla flottiglia (http://news.nationalpost.com/2010/06/09/madrid-gay-pride-parade-bans-israeli-group-over-gaza-ship-raid/); in Canada si è appena formato un gruppo di "queers against Israeli apartheid" (http://www.jpost.com/International/Article.aspx?id=184277). Che Israele sia l'unico posto del Medio Oriente (e più ancora, probabilmente in tutta l'area fra il marocco e il Pakistan) dove gli orientamenti sessuali siano ufficialmente liberi, a questa gente non importa niente: preferiscono i regimi che li ucciderebbero se provassero a manifestarsi a casa loro: potenza dell'ideologia o vertigine suicida? Fate voi.
Non è un'interessante ironia che proprio Di Rupo sia minacciato dagli islamisti? L'illusione tipica della sinistra di farsi trovare simpatici da gente che nutre un'ideologia sostanzialmente nazista e odia anche loro in quanto occidentali. L'idea che appoggiandoli come "moltitudine" rivoluzionaria (Negri) o come eredi del Terzo Mondo oppresso, o come poveri in lotta, entreranno nel campo del progresso (mentre sono i più regressisti di tutti) così nitidamente smentita dai fatti... Come in un teorema. O in una cartolina. O in una lettera anonima.

Ugo Volli (qui)

E questa come la commentiamo? La mamma degli imbecilli è sempre incinta? Si prega di eliminare i fatti per non disturbare l’ideologia? Altre proposte? Una cosa, comunque, è certa: il nostro futuro appare sempre più nero.


barbara


12 agosto 2010

UN’ORA E MEZZA SOTTO I FERRI

E gli adoratori degli assassini – vogliamo contenerci? Vogliamo limitarci a chiamarli simpatizzanti? – ne hanno approfittato per scatenarsi senza ritegno. Ormai lascerò tutto il letame che hanno depositato, visto che qualcuno ha voluto fare la fatica di rispondere, ma d’ora in poi, visto che sono di nuovo qui, non succederà più (adesso scusate, ma torno a stendermi, perché sono un tantino sfinita).



barbara




permalink | inviato da ilblogdibarbara il 12/8/2010 alle 17:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (31) | Versione per la stampa


11 agosto 2010

IL BELLO DELL’ISLAM

Sì, lo so che queste cose le avete già lette su tutti i giornali, ma ve le voglio riproporre lo stesso, perché sono notizie belle, e le notizie belle è sempre meglio leggerle una volta in più che una in meno.

Onore dunque anche ai taliban, è da loro che ci viene la speranza in una vera giustizia

Cari amici, capisco che siate scoraggiati. Dallo stato della giustizia, voglio dire. Tante liti, tanti scandali, processi che non finiscono più, innocenti diffamati, colpevoli assolti – insomma un disastro. Per fortuna, contro ogni male ci soccorre la speranza. E per i bravi eurarabi, la speranza è la giustizia islamica: rapida, efficace, forse un tantino dura, ma certamente giusta.

Prendete per esempio l'Iran, cui tocca oggi un ruolo guida anche in questo campo. Tutti conosciamo e naturalmente ammiriamo l'efficacia con cui la giustizia islamica sta reprimendo la sovversione delle spie dell'occidente che hanno avuto la faccia tosta di chiamarsi col colore dell'Islam, verdi. Ma pochi considerano a sufficienza l'azione della giustizia islamica iraniana su altri crimini. Per esempio, l'omosessualità. E' il caso di Ebrahim Hamidi, un diciottenne che conosce lo straordinario privilegio di essere stato condannato a morte per omosessualità, senza prove, senza avvocato, avendo lui la faccia tosta di dichiararsi non gay. (http://www.jpost.com/International/Article.aspx?id=184169) Il suo avvocato Mohammed Mostafaei è stato giustamente costretto a fuggire dopo aver provocato uno scandalo internazionale sul caso di un altro cliente, Sakineh Mohammadi Ashtiani anche lei giustamente condannata a morte per adulterio; arrivato in Turchia è stato giustamente arrestato; ma quel paese che forse sta tornando all'Islam è ancora fragile e dunque l'ha rilasciato per le pressioni del diavolo americano. Fatto sta che Hamidi non ha avvocato, ha confessato di essere gay sotto tortura, ma poi ha avuto subito la faccia tosta di rimangiarsi la verità: ma si può? che lealtà è smentire una cosa che hai appena ammesso solo perché non ti torturano più? E però nel diritto iraniano c'è il principio del "sapere del giudice": se un giudice sa per conto suo che le cose stanno in una certa maniera, può decidere senza bisogno di altre prove. E naturalmente senza neppure dover rispondere all'impertinente domanda di come ha avuto personale conoscenza degli orientamenti sessuali di Hamidi. Fatto sta che l'omosessualità può essere punita con le frustate, l'impiccagione o la lapidazione (anche chi fosse vittima di stupro può essere frustato, se il giudice ritiene che abbia "provato piacere"). Chissà se a Hamidi faranno scegliere come morire?

Fra le cose belle dell'Islam c'è anche la sua internazionalità, che mostra come i suoi pregi non siano costumi tribali, ma principi universali. In un altro paese con un altro sistema politico, infatti, l'Afghanistan degli studenti islamici di teologia (questo vuol dire talebani), una donna incinta è stata pubblicamente frustata – con duecento colpi, cioè ridotta a una polpetta umana - e poi finita con tre colpi alla testa per aver commesso la terribile colpa dell'adulterio. L'aspetto interessante è che la colpevole, Bibi Sanubar, 35 anni, del distretto rurale di Qadis nella provincia occidentale di Badghis – era vedova da tempo e dunque il suo adulterio era per così dire virtuale. Così ha spiegato il capo provinciale della polizia Ghulam Mohammad Sayeedi all'agenzia France Press. (http://news.yahoo.com/s/afp/20100809/wl_sthasia_afp/afghanistanunrestwomenexecution_20100809121039) Ma la giustizia islamica ha questo di bello, che non ammette cavilli: a ogni mente lucida e fedele al diritto naturale è chiaro che la morte dell'onorato consorte dell'adultera non la esimeva dagli obblighi di fedeltà: il suo corpo era di lui per sempre, non vorremo mica ammettere che ci possano essere delle donne che fanno quel che gli pare, no? Onore dunque anche ai taliban, così simili ai giudici iraniani e a tutto l'Islam. E' da loro che ci viene la speranza in una vera giustizia, finalmente rigorosa e capace di individuare e punire efficacemente i reati più gravi.

Ugo Volli

Lo so, lo so, risparmiatevi pure la fatica, lo so da sola che l’islam non c’entra niente, che l’islam è pace amore e fantasia, che da noi succede pure di peggio, che noi abbiamo le veline mezze nude in televisione eccetera eccetera eccetera, lo so, cari, lo so. Lo so.

barbara


10 agosto 2010

LA VERA STORIA DELL’EXODUS

Un altro anniversario è caduto nello scorso mese di luglio: quello della drammatica avventura dell’Exodus. Lo recupero adesso, grazie alla rievocazione di Federico Steinhaus.

Recentemente è morto in Israele,
all'età di 86 anni, Yitzhak (detto Ike) Aronowicz. Era stato il comandante della mitica nave Exodus.

                          

La storia dell'Exodus racconta­taci dal libro di Leon Uris e dal film di
Paul Newman è pura finzione. Nell'immediato dopoguerra l'aliyah Bet rappresentò uno dei momenti epici della creazione dello Stato ebraico, portando in Palestina ebrei sopravvissuti alla Shoah che, con l'aiuto di circa 200 volontari ameri­cani, canadesi, europei e palestinesi, forzavano il blocco imposto dagli in­glesi. Molti di questi volontari ave­vano 20 anni o meno.
La storia dell'Exodus rappresenta uno degli episodi più drammatici.
L'11 luglio 1947 la nave con a bordo 4.515 passeggeri di cui 655 bambini, si accingeva a lasciare il porto di Séte, nella Francia meridionale, in dire­zione della Palestina; ma il portuale che la avrebbe dovuta aiutare a su­perare le secche fu fermato dagli in­glesi, cosicché il comandante della nave decise di tentare la sorte senza l'aiuto di chi conosceva quelle acque.



Non fu un viaggio tranquillo. Al­l'imbocco del porto c'erano un incro­ciatore e alcune navi da guerra inglesi, che affiancarono la Exodus durante il suo viaggio attraverso il Mediterraneo; quando la nave arrivò a 40 chilometri dalla costa palesti­nese, al limite delle acque internazionali, il convoglio inglese sferrò l'attacco contro la nave carica di persone provenienti dai campi di sterminio e dai centri di raccolta. Le navi inglesi speronarono quella di Aronowicz, e prima dell'arrem­baggio vi gettarono bombe lacrimo­gene: si contarono tre morti e più di cento feriti. Poi, la resa. Ma non fu
la fine.
Negli
anni tra il 1946 ed il 1948 una sessantina di navi organizzate dall'aliyah Bet aveva tentato di for­zare il blocco inglese, quasi sempre senza riuscirvi, e i loro passeggeri e marinai (oltre 50 mila) venivano de­portati verso un campo di prigionia inglese a Famagosta, Cipro: a questi si riferisce specificamente la busta riprodotta, con il suo annullo "Ben­venuti a casa" che ancora oggi ci fa rivivere con commozione quegli eventi.



Non la Exodus però, che fu
costretta a tornare nell'Europa dalla quale i suoi passeggeri erano fuggiti e dove furono smistati, prima in Francia e poi in Germania. Fu così che la Exodus divenne il simbolo dell'immane tragedia degli ebrei eu­ropei. Forse questa storia è meno suggestiva del film e del romanzo. Ma è più coerente con la realtà degli atti di eroismo di molti ebrei che, scam­pati alla Shoah, misero il loro de­stino di sopravvissuti al servizio dei valori positivi dell'edificazione di
una patria ebraica. Israele nacque anche grazie a loro.

Federico Steinhaus

Consigliere Ucei


Aggiungo un solo commento. A ricordare, a proposito di un recente episodio, i latrati di condanna levati da ogni parte, alla luce della vicenda dell’Exodus, non si può fare a meno di esclamare: da che pulpito!

barbara


9 agosto 2010

LA RAFLE DU VEL’ D’HIV’

È avvenuto in un caldo giorno di luglio di sessantotto anni fa. Ricordiamolo.

Parigi, il rastrellamento del velodromo d’inverno

di Levia Messina

Uno degli episodi più tristi e vergognosi della storia francese porta la data del 16 luglio 1942 e il nome di Rafle du Vel’ d’hiv’, rastrellamento del velodromo d’inverno di Parigi.
In quel giorno, alle quattro del mattino, ebbe inizio un’operazione di polizia militare che portò all’arresto di 12884 ebrei: 4051 bambini, 5802 donne e 3031 uomini.
Alcuni arrestati, i single e i coniugi senza figli, furono inviati subito al campo di transito di Drancy, campo di concentramento a nord della capitale francese, nel quale erano alloggiati i prigionieri prima di essere deportati in Germania o in Polonia.
Altri, la maggioranza, compresi tutti i bambini, furono rinchiusi per giorni nel Velodromo d’inverno, ecco l’origine del nome di quel tristissimo giorno.
All’orrore delle deportazioni e del Nazismo in sé, si aggiunge l’orrore delle condizioni in cui dovettero non vivere, bensì cercare di sopravvivere i 7000 internati.
All’interno della costruzione, nulla era stato preparato per il loro arrivo, tutti erano stipati con meno di un metro quadrato a disposizione di ciascuno.
Le pochissime persone che, in qualità di assistenti sociali, poterono entrare a portare un misero sollievo a quei disperati, parlano di condizioni disumane sotto ogni aspetto.
Cibo scarsissimo, per non dire nullo (soltanto il terzo giorno furono distribuiti 70 grammi di pane e una tazza di brodo a testa).
Assenza di toilette, con le logiche e orribili conseguenze.
Temperature insopportabili dovute all’unione tra il mese di luglio, l’elevatissimo numero di persone e la chiusura totale di porte e finestre. Odori nauseabondi. Malori, svenimenti, parti e aborti.
Dopo alcuni giorni, le vittime della Rafle furono deportate nei campi di Drancy e Beaune-la-Rolande e, successivamente, in Germania. Su 12884 persone, soltanto 811 fecero ritorno.
E, nel 1995, a cinquant’anni dalla fine della guerra, il Presidente francese Chirac riconobbe la responsabilità della Francia nella Shoah. (qui)

Perché non basta un giorno della memoria per ricordare. E non basta piangere sugli ebrei morti per guadagnarsi il diritto di sputare su quelli vivi.











barbara


8 agosto 2010

BREVE RETROSPETTIVA

Durante la mia assenza, per quanto possa sembrare incredibile, il mondo non si è fermato, e hanno continuato a succedere delle cose. Sì, lo so, è un colpo duro, ma so che voi siete forti e lo reggerete. Un paio di cose comunque le voglio recuperare.
È successo dunque che per almeno mezza settimana i giornali hanno straripantemente dato conto della laurea di una ragazzotta dalla faccia da patata. Cosa che magari mezza riga la meriterebbe se si trattasse di uno di quei geni ultraprecoci che a otto anni prendono la licenza media, a undici danno la maturità e a quindici si laureano in medicina con tesi sperimentale. Questa qui invece di anni ne ha ventisei e si è laureata in una ciofechina che non ricordo più quale fosse ma sono certa che riuscirete a sopravvivere. Boh.
È poi successo che un tale signor Vendola (= la vendo?) ha detto che Carlo Giuliani – un assassino che è partito da casa per andare ad assassinare, che stava per assassinare e avrebbe assassinato se non fosse stato fermato – è un eroe come Falcone e Borsellino. Poi ha detto che non era vero niente e che era stato frainteso. Scusi, signor La Vendo, ma lo specialista del non-è-vero-non-ho-detto-niente-del-genere-sono-stato-frainteso non era Berlusconi? E lei non dovrebbe essere il contrario assoluto di Berlusconi? Boh.
Già, Borsellino: col fatto che in luglio sono via non lo ricordo mai. Voglio rimediare quest’anno per ricordare almeno una volta, sia pure in ritardo, il suo martirio (qui e qui).

barbara


8 agosto 2010

CERTO CHE IL CONTE DRACULA

se li è scelti bene i dintorni!



barbara


Tag inseriti dall'utente. Cliccando su uno dei tag, ti verranno proposti tutti i post del blog contenenti il tag. Dracula Carpazi Moldavia Romania

permalink | inviato da ilblogdibarbara il 8/8/2010 alle 17:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


7 agosto 2010

TUTTI I TIZI DELLA SERA

Che naturalmente è sempre un tizio solo, non è che nel frattempo si sia moltiplicato ci mancherebbe, è solo che fra le tiziate uscite durante la mia assenza ce ne sono alcune particolarmente degne di nota e quindi adesso ve le presento tutte insieme.


Avvertenza

Si avvertono i profughi di Africa, M.O e Sud Est asiatico che in questo momento i "Pacifisti" si trovano in sonno, nella millenaria posizione Off e non possono essere disturbati. Si rende noto alla gentile clientela che i "Pacifisti" non sono predisposti a tornare su On per chiamate che non riguardino Israele e svegliarsi per niente. I proprietari delle case e o baracche targate "Striscia di Gaza" che fossero state rimosse e/o fatte saltare da Hamas, le fidanzate che fossero state trovate non illibate dopo una gita al Cairo, e i signori Curdi sono pregati di smettere di lamentarsi perché in questo modo svegliano i militanti di Filopal a Porto Santercole. Si rende noto che appena l'entità sionista tornerà attiva con una semplice multa per divieto di sosta, la posizione Off volgerà automaticamente in On e la protesta tornerà attiva con il consueto antisemitismo a tavoletta. Buona notte.

Il Tizio della Sera


The Fool on the Hill

Paul McCartney ha pubblicamente detto che chi non crede agli allarmi climatici è come chi non crede all'Olocausto. Adesso che lui ha parlato invece di cantare bisognerà che qualche volontario con moltissimo tempo a disposizione si presenti a bordo del suo yacht e gli spieghi che la Shoah è un evento della Storia, mentre, per fare un esempio, noi non sappiamo se ci sarà mai lo scioglimento dei ghiacci. Certo, è chiaro che stiamo parlando di una mente non comune. Fa ad esempio impressione la particolare abilità con cui Paul riesce contemporaneamente a parlare senza pensare un solo istante. D'altra parte, quando i Beatles composero The Fool on the Hill (in italiano Lo scemo sulla collina), a qualcuno si saranno ispirati.

Il Tizio della Sera



L’ultima scoperta

Scopre due anni dopo un’intervista di Cossiga al quotidiano israeliano Yediot Aharonot; scopre che esisteva un cosiddetto “Accordo Moro”, dal nome e dalla volontà dello statista ucciso dalle Brigate Rosse, e che secondo tale accordo stipulato negli anni Settanta l’Italia non si sarebbe intromessa negli affari dei palestinesi, come far viaggiare armi di provenienza sovietica sul territorio nazionale, e che in cambio i palestinesi non avrebbero colpito obiettivi italiani; e con la bocca spalancata dallo stupore come un immenso hangar, scopre che gli ebrei italiani, anzi che gli italiani ebrei, risultavano esclusi dall’equazione e che in modo implicito essi avrebbero potuto essere uccisi, come poi in effetti avvenne. Smette di leggere l’intervista perché è finita e scopre di avere finito anche lo stupore e che forse non ne avrà mai più.

Il Tizio della Sera



Pianta antica

(Circa l’albero al confine col Libano)
L’albero oltre cui tiravo
la mia bombetta a mano
a quelli di Tzahal
non c’è più
or è un mobile banal
A Haifa è un comodino
comprato da un rabbino

Il Tizio della Sera

Sì, signor Tizio della Sera, lo so che te l’ho già detto che ti amo, ma ogni tanto bisogna proprio che te lo ripeta, perché ti amo talmente tanto che se non apro la valvola di scarico mi intaso e quindi ecco, lo ridico: TIZIO DELLA SERA, TI AMO!

barbara


6 agosto 2010

CON LE PEGGIORI INTENZIONI

C’è un solo aggettivo adatto a descrivere questo libro: brutto. Brutto senza riscatto. Brutto senza misericordia. Non mi era minimamente passato per la testa di comprarlo e di leggerlo quando tutti i giornali ne parlavano come dell’evento del secolo: le cose “di moda”, in qualunque campo, non mi inducono mai in tentazione. Adesso invece, vedendolo sullo scaffale di una libreria, mi era sembrato che potesse essere una buona idea prenderlo. Non lo era. Perché è proprio brutto. Talmente brutto che un mese dopo averlo iniziato ancora non ero riuscita ad arrivare a metà. E palloso. Talmente palloso che ogni volta che mi mettevo a leggere, dopo poche righe mi addormentavo. E talmente noioso che se mi distraevo un momento non riuscivo più a ricordarmi dove fossi arrivata. E talmente insulso che ancora non ho capito che cosa possa avere indotto Piperno a scrivere questa insulsissima storia che comincia con “il cazzo stagionato” del nonno di un segaiolo e finisce con un paio di mutande annusate e poi dimenticate. L’unica cosa certa è che è stato scritto, nei confronti del lettore, con le peggiori intenzioni. (C’è un’unica pagina bella, e prima o poi ve la farò leggere, ma una pagina non basta a riscattare un libro brutto, e per giunta scritto anche da cani).

barbara


6 agosto 2010

BEH SÌ LO AMMETTO

Gestire un pipistrello impazzito alle tre di notte non è fra le cose che mi riescono meglio nella vita.

barbara

sfoglia     luglio   <<  1 | 2  >>   settembre
 
 




blog letto 1 volte
Feed RSS di questo blog Reader
Feed ATOM di questo blog Atom

COSE VARIE

Indice ultime cose
Il mio profilo

RUBRICHE

Diario

VAI A VEDERE

siti
foto e filmati
blog
.
I MIEI POST
Israele, documenti e riflessioni
Comunicati HonestReportingItalia
islam
donne
addii
ricorrenze
cose di ebrei
i miei libri
cose mie
cose così
chicche
post speciali
sveglia!
in Israele
Somalia
La luna e il suo bardo


ilblogdibarbara@gmail.com 

Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



Locations of visitors to this page


        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

CERCA