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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 maggio 2010

Poteva Israele evitare la sfida e lasciar passare la flottiglia? No, non poteva

Propongo, senza aggiungere commenti, questo testo di Ugo Volli che può aiutare chi vuole capire a capire che cosa sta succedendo e che cosa è successo.

Cari amici, volete capire freddamente che cos'è successo stamattina nella acque davanti a Israele? Ripensate alla famosa frase di Clausewitz: la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi. La politica consiste nel cercare di accumulare consenso con gesti simbolici e discorsi, di negoziare alleanze, di imporre così degli obiettivi e di realizzarli sul terreno. La guerra sostituisce ai discorsi le azioni fisiche e punta soprattutto a indebolire il nemico, a metterlo in difficoltà, per acquisire così un vantaggio. Nel caso di Gaza l'obiettivo politico immediato è stabilire la legittimità di Hamas e della sua "lotta"; quello più a lungo termine, naturalmente, la distruzione di quell'entità "estranea" (Sergio Romano) che è Israele. La guerra non sono più i carri armati e non ancora i missili balistici e le atomiche; oggi sono i razzi Kassam, gli attentati e le azioni che indeboliscono la capacità israeliana di autodifesa.
La spedizione delle navi turche e degli attivisti di sinistra verso la Striscia è stato un atto di questa guerra, freddamente calcolato e organizzato in maniera militare. L'obiettivo dei "pacifisti" armati che le popolavano non era affatto assistere la popolazione: in quel caso avrebbero accettate le forme di trasporto indiretto dei materiali proposte da Israele. Quello era solo un pretesto. Il punto era "rompere il blocco", cioè aprire la strada a un futuro comodo rifornimento di armi pesanti per Hamas e alla sua possibilità di proiettarsi all'esterno; oppure obbligare Israele a intervenire, come ha fatto, danneggiando ancora la sua immagine internazionale, isolandolo, indebolendolo. Come si è espresso nei giorni scorsi un capo di Hamas, "noi abbiamo vinto comunque, o riapriamo il porto di Gaza, oppure smascheriamo Israele".
In termini militari questa si chiama guerra asimmetrica, ed è la strategia dei palestinesi da sempre. Di fronte a una forza militare maggiore si compiono azioni che colpiscono la normalità della vita quotidiana (gli attentati alle fattorie degli anni Cinquanta, i dirottamenti degli anni Sessanta, le stragi all'estero, gli attentati suicidi, i rapimenti e i razzi), non pensando che questo modifichi l'equilibrio militare, ma facendo sì che il nemico si trovi nell'"alternativa del diavolo" di non reagire al terrorismo che minaccia la sua popolazione e quindi logorare la sua stessa esistenza o presentarsi come oppressivo, violento e inumano. E' quel che è accaduto negli ultimi anni con la guerra in Libano, con quella di Gaza e oggi con la flottiglia allestita dai turchi. Lo scopo è delegittimare Israele, renderlo incerto sul suo stesso territorio, trasformarlo in una stato paria. Purtroppo in buona parte questo è già successo. In questa guerra asimmetrica hanno una parte importantissima le organizzazioni internazionali (pensate al consiglio dei diritti umani dell'Onu e al giudice Goldstone), le organizzazioni "umanitarie" che agiscono in maniera unilaterale, gli intellettuali e i giornalisti che invece di spiegare quel che accade producono pregiudizi e demonizzazioni. Chi legge Informazione Corretta sa bene come queste forze della guerra asimmetrica dell'informazione siano massicciamente schierate.
Poteva Israele, come hanno suggerito i soliti noti di Haaretz e dintorni, evitare la sfida e lasciar passare la flottiglia? No, non poteva. Se Hamas realizzasse l'obiettivo tattico di avere libero accesso all'esterno senza controlli israeliani – il senso della "rottura del blocco" voluta dai "pacifisti" è questo - in mezzo al Mediterraneo si stabilirebbe un santuario terroristico, una base armata inattaccabile per l'islamismo combattente, l'equivalente della Somalia o delle valli tribali del Pakistan. Anche l'Egitto, che certo non vuol bene a Israele, tiene bloccata Gaza: perché è il solo modo per contenere una minaccia terrorista globale (a parte la riconquista della Striscia, che sarebbe stata opportuna già l'anno scorso, quando Olmert e Barak non ebbero il coraggio di andare fino in fondo – ma oggi dopo Goldstone e con Obama al potere è praticamente impossibile). Fra i due rischi, un'ennesima demonizzazione globale e la liberazione strategica di Hamas, Israele ha scelto giustamente il male minore e ha mandato i suoi ragazzi ad affrontare, col minor uso della forza possibile, "pacifisti" armati e militarmente organizzati.

Ugo Volli

Qui un altro articolo che ci fornisce ulteriori spunti di comprensione; qui le prove del fatto che si è trattato, da parte dei complici dei terroristi, di una provocazione premeditata e calcolata; qui un aiuto a capire la situazione in generale. E qui la cartolina di ieri, che avevo intenzione di postare oggi integralmente, ma gli ultimi avvenimenti hanno imposto altre priorità; e tuttavia la ritengo estremamente utile, proprio perché pubblicata ieri e quindi scritta in tempi e con scopi non sospetti, a capire il clima in cui si stanno verificando tutti questi eventi.

barbara

AGGIORNAMENTO
Innanzitutto leggere questo: http://www.israele.net/articolo,2839.htm e se avete tempo anche gli altri articoli linkati;
poi qui: http://twitter.com/MidEastTruth aggiornamenti in tempo reale;
qui http://www.mideasttruth.com/forum/viewtopic.php?t=9823 un'accurata ricostruzione degli eventi
e infine perfino sul sinistrissimo e pacifistissimo Haarets 
http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/israeli-commandos-gaza-flotilla-crew-tried-to-lynch-us-1.293089 si dà conto dell'accuratamente preparato linciaggio (do you remember Ramallah?) a cui i soldati israeliani si sono trovati a far fronte.
E per concludere in bellezza, ecco a voi



una splendida immagine di uno dei pacifisti in avvicinamento a Gaza con il suo tipico quanto inseparabile strumento di pace.
AGGIORNAMENTO 2: due video ripresi dall'elicottero: uno e due.
AGGIORNAMENTO 3: altri due documenti: uno e due.
AGGIORNAMENTO 4: mentre il giorno prima...


30 maggio 2010

IL DOGMA DELLA LINEA VERDE

Censure incongrue e grottesche

di Daniel Laufer

In risposta alle proteste di un lettore, la British Advertising Standards Authority (l'authority britannica per le regole in pubblicità) ha recentemente decretato che una certa campagna pubblicità del turismo israeliano nel Regno Unito non può essere usata perché giudicata ingannevole. E dove stava la grave menzogna israeliana? Nel fatto che nella pubblicità compariva una fotografia del Muro Occidentale (cosiddetto 'del Pianto') di Gerusalemme. Davvero scandaloso, non vi pare?
Solo pochi anni fa la sola idea che di questo luogo-icona dell'ebraismo - una vera e propria sinagoga a cielo aperto visitata da milioni di turisti e pellegrini, ambientazione di migliaia di cerimonie di bar mitzvah e bat mitzvah (maggiorità religiosa ebraica) - potesse essere in qualche modo negata l'israelianità, sarebbe stata disdegnata come una ridicola stupidaggine o, al peggio, come puro e semplice estremismo. Ma proprio quelle idee, che fino a poco fa sarebbero state scartate, oggi sono diventate il "vangelo" della politica sul Medio Oriente. E la grottesca posizione della British Advertising Standards Authority non è che la dimostrazione della conclusione logica a cui portano quegli assiomi.
Giusto due anni fa, nel 2008, la stessa British Advertising Standards Authority aveva ordinato il ritiro di un'altra pubblicità del turismo israeliano, quella volta perché riportava l'immagine delle grotte di Qumran, quelle dove sono stati scoperti i Rotoli (ebraici) del Mar Morto e i resti di un villaggio ebraico di più di duemila anni fa. Qumran è un sito storico ebraico, ma capita che si trovi nel deserto di Giudea, ai bordi della cosiddetta Cisgiordania e tanto basta, nella testa della British Advertising Standards Authority, per decretare che non può essere pubblicizzato da Israele.
Per il pensiero internazionale attuale, infatti, Israele ha certamente il diritto di esistere, ma solo dietro la linea armistiziale che è stata in vigore fra il 1949 e il 1967, conosciuta come "linea verde". Le aree che cadono (anche solo per un centimetro) al di fuori di questa linea - la striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est - sono considerate ipso facto "palestinesi". Con questo dogma ben piantato nella mente, qualunque presenza israeliana in quelle aree, compresi i civili che vi abitano, è considerata intrinsecamente illegittima (e per questo, prosegue il ragionamento, qualunque futuro accordo di pace dovrà fondarsi sulla giustizia assoluta rappresentata da quella linea).
È una posizione che sembra molto lineare, e forse proprio per questo ha avuto così grande successo. Il problema è che c'era ben poco di giusto, o anche solo di intenzionale o di logico, in quella linea, durata solo diciannove anni e che oggi costituisce il perno attorno a cui ruota tutta questa concezione.
La "linea verde" indicava semplicemente dove si erano attestate le forze israeliane e quelle giordane ed egiziane, le une di fronte alle altre, quando le parti cessarono di combattere a seguito di quello che sarebbe diventato l'ultimo cessate il fuoco della guerra arabo-israeliana del 1948-49. Non vi è nulla di più né di meno israeliano o palestinese, nulla di più né di meno ebraico o arabo al di qua e al di là di quella linea. Anzi, a ben vedere l'unica vera differenza era che, alla fine dei combattimenti, sul versante israeliano della linea c'erano sia ebrei che arabi, mentre sul versante controllato dagli arabi (dai giordani e dagli egiziani) di ebrei non ne rimaneva più neanche uno.
In realtà quella linea era completamente arbitraria, ed arbitraria è la concezione internazionale corrente che su di essa si basa. Ecco perché le censure della British Advertising Standards Authority saltano all'occhio come incongrue e grottesche.
È il motivo per cui una concezione fondata su premesse tanto fallaci non può contribuire a nulla che non sia profondamente ingiusto: giacché essa semplicemente richiede di ignorare o sminuire le complessità della storia, esattamente come ha fatto la British Advertising Standards Authority riguardo al Muro Occidentale e a Qumran.
Poco importa che la presenza ebraica in aree "al di là della linea" sia stata interrotta solo poche decine di anni prima che Israele ne assumesse il controllo durante la guerra dei sei giorni del 1967. Era stato soltanto nel 1929 e nel 1936 che la violenza araba aveva cacciato gli ebrei rispettivamente da Hebron e da Gaza. Gli ebrei erano già il gruppo maggioritario della popolazione di Gerusalemme quando al di fuori dalla cerchia di mura della Città Vecchia non c'era ancora niente. E fu soltanto nei diciannove anni di controllo giordano, delimitato dalla "linea verde", che agli ebrei fu proibito l'accesso al Muro Occidentale e alle loro case nella Gerusalemme vecchia.
Poco importa, poi, che il governo israeliano eserciti il controllo su quelle aree sin dal 1967, per un periodo di tempo più che doppio di quello esercitato dagli stati arabi che le avevano occupate; e che durante questo periodo abbia garantito a tutte le fedi libertà di culto e libertà di accesso ai luoghi santi (al contrario di quello che era avvenuto nei diciannove anni sotto governo arabo).
In effetti, se la comunità internazionale assimilasse, e integrasse nella sua concezione, gli eventi che precedettero solo di pochi anni lo scarabocchio tracciato in fretta sulla mappa col pastello verde, l'assurdità di certe attuali posizioni apparirebbe chiara a tutti.
Dobbiamo dunque ringraziare la British Advertising Standards Authority per aver dimostrato quanto il paradigma corrente si sia allontanato dalla realtà. E quanto ciò sia pericoloso. Bando alle illusioni: una politica che cerca di separare a forza un popolo dalla sua storia e dal suo patrimonio culturale e religioso, una politica che in nome della pace ratifica legalmente i frutti del rifiuto, dell'aggressione e dell'intolleranza, è certamente pericolosa. Lungi dal produrre la pace, essa non fa che incoraggiare più rifiuto e più intolleranza.
D'altro canto, che altro ci si dovrebbe aspettare da un dogma che giunge a negare all'unico stato ebraico che esiste al mondo di pubblicizzare il luogo più sacro al mondo per gli ebrei? (YnetNews, 5 maggio 2010 - da israele.net)

Da sempre ripetiamo che la propaganda antiisraeliana si basa su slogan e mantra privi di ogni fondamento. Da sempre denunciamo la pericolosità di tali falsificazioni storiche. Ma la menzogna, purtroppo, soprattutto quando è finanziata dalla lobby del petrolio e supportata dagli antisemiti con la maschera dell’antisionismo, è spesso molto più forte della verità. Che noi, tuttavia, non ci stancheremo mai di sostenere e documentare.


Kotel 1880


Kotel 1920


Kotel giugno 1967                                                                  Kotel giugno 2007

barbara


29 maggio 2010

MA PERCHÉ?

Nell’ultimo numero di Sette c’è in copertina la foto di Ilaria d’Amico. Bellissima. Certo, autentica quanto un biglietto da trenta euro, però bellissima. Espressiva quanto un ferro da stiro, però bellissima. Naturale quanto una trota salmonata, però bellissima. Spontanea quanto le ritrattazioni di monsignor Babini, però bellissima. Sciolta quanto il Mosè di Michelangelo, però bellissima. Con in primo piano i piedi nudi. Brutti. Grandi. Larghi. Informi. Sgraziati. Rozzi. E uno si chiede: ma perché? Perché tanto masochismo, ragazza, perché?



barbara


28 maggio 2010

FRUSTRAZIONE



Rubata qui.

barbara


27 maggio 2010

L’ANTISEMITA CHE VIVE IN MEZZO A NOI

Credo che sia il momento giusto per postare questo articolo di sedici mesi fa.

Vento, pioggia, finestrini appannati. I giornali dei passeggeri mostrano svastiche e stelle di Davide: non più icone contrapposte, ma unite in una spaventosa equazione. Israele è nazismo, Bestia dell´Apocalisse. L´ebreo è il carceriere dei nuovi lager, sterminatore degli innocenti. Le foto delle proteste pro-Palestina colgono striscioni con slogan inauditi; come se Gaza avesse abbattuto i confini dell´indicibile, rotto un argine che si porta dietro parole che nessuno finora aveva osato pronunciare.
Linea Trieste-Mestre-Milano, un treno di pendolari e studenti. Un proiettile di pensieri, sentimenti e paure in corsa nella nebbia della Padania. L´Italia si interroga. Cosa è diventato oggi l´antisemitismo? Cosa cambia nel pensiero medio con la guerra di Gaza? Come si coniuga il vecchio odio europeo con l´anatema anti-sionista del mondo arabo filtrato con l´immigrazione? Per capire basta sparare ad alta voce il proprio sconforto per Gaza. Una risposta dalle poltrone accanto arriva sempre. Il tema è a fior di pelle.
"Loro hanno dimenticato Auschwitz, non noi". Parla un uomo ben vestito con borsa ventiquattrore, salito a Portogruaro. "Sono stufo del giorno della memoria - aggiunge - è solo una loro schifosa ipocrisia per garantirsi impunità sulle nefandezze peggiori. Hanno tutto, comandano tutto. Non se ne può più". È sdegnato, stressato, parla ad alta voce, non ha freni inibitori. "Noi" e "loro": contrapposizione assoluta. E identificazione totale fra israeliani ed ebrei.
Piove a dirotto, a Padova c´è ressa di studenti. Nel mucchio, una pia donna sui settanta che non sta mai zitta, impartisce petulanti lezioni di vita. Banalità come: "moglie e buoi dei paesi tuoi". Qualcuno ridacchia. La provoco su Gaza e quella si fa un rapido segno di croce. "Loro hanno crocefisso Nostro Signore. Non c´era da aspettarsi altro". Poi sussurra con voce costernata, quasi dolce "Preghiamo per quei bambini", e si chiude in raccoglimento. Nessuno replica, e nel vagone scende un imbarazzato silenzio. Desenzano, tuona, il convoglio entra nel monsone, diventa un bivacco. Due studenti prendono le parti di Israele, chiedono perché tanto sdegno per Gaza mentre si tace su Cecenia e Afghanistan, ma li zittisce un grassone salito a
Verona. "Col potere che hanno, devono smettere di fare le vittime". Ostenta "la Padania" bene aperta sul tavolinetto, così gli chiedo se è solidale con i palestinesi. Risposta prevedibile: "Stessa gentaglia. Da passarci sopra con la ruspa. Le macerie e loro". Arabi, ebrei, zingari, clandestini, immondizia dell´umanità. Il pregiudizio antiebraico e quello antimusulmano
diventano facce della stessa medaglia.
È l´interezza del Vicino Oriente che sfugge, come se l´Italia cristiana avesse smarrito il rapporto con ambedue i fratelli del Libro. Ora è chiaro. Il pregiudizio esce allo scoperto, riprende coraggio. Lo stereotipo del perfido ebreo si aggancia a formule nuove, si ibrida, cambia volto, si infiltra tra insospettabili, nobilita l´odio come lotta antirazzista, addossa a Israele la colpa del rapporto fallito fra cristiani e Islam. Si sdogana a sinistra, si camuffa dietro la contestazione contro Israele o il volto di bambini uccisi. Si nutre di risentimenti, alimenta retropensieri, abbatte tabù. Diventa magma, micidiale latenza.
Come fotografare un fantasma? Soprattutto, come stare in equilibrio fra il dovere civile di essere allarmisti e il timore di stravedere, svegliando il can che dorme? Arrivo a Milano e in via Cellini un ebreo Hassid col cappellone nero subito mi raffredda: "Ammesso che ci sia, che senso ha parlarne? È il Signore che manda queste cose". Ma quando se ne va, noto lo sguardo duro di alcuni "gentili" che passano. "È un momentaccio" confessa l´ebreo "Lubavitsch" Ariel Haddad, pure lui barbone e completo regolamentare. "Pochi hanno voglia di parlare, il clima è pessimo. Temiamo il contagio dalla Francia".
Nelle comunità i nervi sono scoperti, si sa che Gaza è il pretesto umanitario ideale per sdoganare pregiudizi. "Un Papa che rivaluta la preghiera del Venerdì Santo, dove si recita che gli ebrei sono da portare sulla strada della vera fede, non è cosa senza influenza" s´arrabbia
Marcello Pezzetti, direttore del museo della Shoah di Roma. Loris Rosenholz: "In situazioni come queste, frustrazioni invidie e paure vanno in emulsione come in un frullatore, specie se c´è un segnale dall´alto". Mi scrivono da Israele: "C´è voglia matta di sputtanare gli ebrei, un desiderio liberatorio, così il patibolo di Cristo non fa più paura".
Al centro di documentazione ebraica - Cdec - si muovono con i piedi di piombo, sanno che "critiche comprensibilissime" verso Israele non vanno confuse con l´antigiudaismo. Ma mai hanno visto una vigilia così tesa del giorno della memoria. L´effetto inibitorio di Auschwitz non ha più la forza di una volta. Per la prima volta le comunità non hanno proposto nulla, paralizzate del clima. Giorni fa una donna s´è presentata agli organizzatori per protestare contro la cupola del nuovo museo della Shoah di Roma, che faceva pensare a una moschea e dunque implicava il pericolo che gli arabi s´offendessero. Persino la scritta "Shoah" non andava bene, perché "attirava terrorismo".
"L´Italia non è la Francia" mi dice subito Adriana Goldstaub dell´Archivio del Pregiudizio. Non c´è la rabbia delle banlieues e non ci sono sei milioni di maghrebini. Ma le barriere del politicamente corretto sono saltate da tempo, a livello verbale, nei confronti di Rom ed extracomunitari, e ora lo sproloquio dilaga fatalmente con gli ebrei. Dietro non c´è solo Gaza: c´è la crisi economica che suscita rancori e dietrologie, come negli anni Trenta. La gente parla apertamente, ora anche la sinistra estrema sfonda la barriera dell´ultimo tabù.
L´esperto di Medio Oriente David Meghnagi: il conflitto non crea ostilità, ma la porta a galla. Svela un fiume carsico che si rinforza di umori nuovi. Cita dati agghiaccianti: il 34 per cento degli italiani pensa che gli ebrei debbano smettere di parlare di Shoah, e quasi altrettanti credono che nel Paese gli ebrei siano milioni, mentre sono appena 30 mila. "Ora si colpisce
l´ebreo in quanto Israele. La vittima della Shoah, santificata come nazione morta, è demonizzata dalle stesse persone come nazione viva. E l´antisemitismo, presentandosi come variante della lotta al razzismo, consente il ricupero di un´innocenza perduta".
L´onda lunga cresce. Da dove sondarla? Tra gli skinhead del Veneto? Nei centri sociali di Milano? Nelle tane dell´estrema destra del Varesotto? Nelle frange estreme della sinistra a Torino? Nei covi di Forza Nuova? Non ci sono statistiche aggiornate, la scienza e la cultura sono inermi di fronte a un fenomeno nuovo. E poi oggi, mi avvertono, non esiste più un luogo. La nuova frontiera è virtuale, corre su Internet, in un labirinto di siti gonfi di negazionismo, antisionismo o giudeofobia, varianti della stessa ossessione. Siti di destra e sinistra estreme, islamisti, iper-cattolici o cospirativi.
Un organo ansiogeno saluta l´ingresso nel portale del catto-integralista "Holywar", un funebre monumento all´antisemitismo nazista. C´è di tutto: l´omicidio rituale dei bambini che spiega la strage di Gaza; la stella di Davide con il "666", il numero della Bestia. Il solo stato nazista al mondo? Israele. L´Italia? Una colonia israeliana. Crisi economica? Provoca tagli su tutto ma non sulle missioni dei soldati "che vanno ad ammazzare per conto di Sion". Dappertutto, micidiali disegni satirici gettonatissimi su altri siti. Il mondo arabo, incluse nazioni moderate come la Germania, mette in rete raffiche di vignette che renderebbero felice Goebbels, accompagnate da dissertazioni per cui esisterebbe un disegno segreto di Dio per portare a
termine il disegno di Hitler. C´è il "diavolo sionista" sdentato e bavoso, oppure un fumo puzzolente che sale da Israele e ammorba i cieli disegnando una stella a sei punte. Trasferito sui siti di casa nostra, l´odio europeo torna al mittente, arricchito di pregiudizio arabo.
Ma ecco "Effedieffe", ipercattolico, legato a una casa editrice che vende libri antigiudaici o negazionisti "on line". Cose come "I fanatici dell´Apocalisse", già alla terza edizione; o "I segreti della dottrina rabbinica" dedicato alle "bestemmie del Talmud contro i cristiani". Testi
banditi fino a poco fa, che ora hanno conquistato lettori e gli scaffali delle librerie "normali".
È qui che il vecchio e il nuovo antisemitismo si ibridano. L´ebreo è colui che uccide i bambini altrui, ne beve il sangue per fare il pane, domina il mondo attraverso occulte macchinazioni finanziarie. È il potere demo-pluto-massonico, la congiura, il complotto. Ha il naso adunco, le mani come artigli. È il carnefice di Gesù, l´infedele per cui pregare il venerdì santo, nel giorno del sangue versato.
"Sionismo = pulizia etnica = Quarto Reich"; "Ebrei = massoni"; "nuove SS = soldati sionisti". Le tesi antisemite escono dal ghetto. Parole come: "Israele filtra il moscerino e ingoia il cammello: di sabato non accende una sigaretta ma accende i motori degli F16". La Chiesa? Su Israele è "afasica" perché "ha smesso di dire che gli ebrei hanno ucciso il Dio figlio", quindi
"non trova la voce per gridare che si ammazzano innocenti".
Sui siti della sinistra si arriva all´equazione finale: "Israele = stato fascista". E ancora: "Da Kabul a Gaza, viva la resistenza dei popoli". Gaza non è "un fatto umanitario ma di solidarietà politica e di classe". Da qui il corollario: "Basta con la propaganda filo-sionista dei media e col
sostegno a Israele del governo Berlusconi".
Ma per capire non bastano queste nicchie estreme. L´Onda la catturi nell´ineffabile, là dove il veleno diventa chiacchiera da bar, discorso d´autobus. Frasi buttate là, che vanno ben oltre le curve degli stadi e le grida "ebreo" degli ultras. A Roma trovo Stefania Buccioli, che cura i temi
della memoria nelle scuole di Roma. Un lavoro bestiale contro i luoghi comuni senza matrice politica. "Nei bar, discoteche o palestre, i giovani della destra estrema e quelli dei centri sociali costruiscono una miscela esplosiva che diventa rabbia contro il mondo".
In un locale di piazza Bainsizza, tre tecnici televisivi discutono ad alta voce su Gaza e concludono che "Se a Hitler avessero lasciato finire il lavoro, oggi non ci troveremmo in questa situazione". Risate, ghigni, la gente al bancone non protesta. In un Paese dove sui giornali è di moda la caccia agli immigrati e un premier può tranquillamente definire Barack Obama "abbronzato" e il fascismo una bazzeccola, può succedere anche di questo. C´è un collasso del linguaggio, lo registri sui blog, su media anche rispettabili. Ecco cosa scrivono ad Andrea Tornelli del "Giornale": non ci sono menzogne antisemite, ma solo menzogne filosemite "come i sei milioni nelle camere a gas". Oppure: "Quanti sacerdoti, frati e suore rischiarono la vita per salvare ebrei? E loro? Schifosissimi ingrati". E infine: "Bravo Tornielli! Presto ti vedremo con la kippà in testa e la bocca a cul-di-gallina a deplorare l´olocausto".
Matteo Bordone, pseudonimo ebraico "Yankele" scrive di Palestina sul sito "Freddynietzsche. com". Risposta: "Gli ebrei avrebbero dovuto estinguersi con l´avvento del cristianesimo. Che ci siano ancora a fare danni è un amaro scherzo della storia". Ida Magli, graffiante opinionista del
"Giornale", sul sito "ItalianiLiberi" spiega come gli ebrei dell´alta finanza abbiano distrutto l´Occidente attraverso la loro visione del mondo: il primato dell´economia come unico valore.
Difficile mantenere la rotta nella tempesta. Difficile soprattutto non farsi catturare dalla logica del "muro-contro-muro". Rosella Gabriel, ebrea milanese: "Non è solo l´antisemitismo che preoccupa, ma anche certo filosemitismo. Quello di chi ammira gli ebrei solo per i loro muscoli o la loro forza finanziaria". E Valerio Fiandra, di Trieste: "Si può stare dalla parte di Israele usando parole antisemite e si può stare dalla parte dei Palestinesi senza essere affatto antisemiti. Una delle tragedie della guerra è anche la mancata comprensione di queste differenze". Paolo Rumiz Da La REPUBBLICA del 21 gennaio 2009

E si coglie ogni pretesto per demonizzare Israele e per demonizzare gli ebrei, e quando non ci sono neppure i pretesti si inventa, si inventa qualunque cosa, senza preoccuparsi che sia sensata, senza preoccuparsi che sia logica, senza preoccuparsi che abbia un qualsiasi nesso con la realtà, perché tanto si sa perfettamente che qualunque menzogna, per quanto assurda, per quanto inverosimile, se è contro Israele e se è contro gli ebrei verrà accettata senza discutere. E diffusa. In un crescendo parossistico che arriva addirittura al punto di minacciare chi si permette di denunciare l’antisemitismo. Lasciate che ve lo dica: la vedo nera. E non tanto per i deliri di odio degli antisemiti, quanto per il silenzio di tutti gli altri.


barbara

AGGIORNAMENTO: leggere assolutissimamente questo articolo. Per quanto riguarda l'Opus Dei, obbligatorio rinfrescarsi la memoria andando a leggere qui.


26 maggio 2010

POST PERSONALE E UN PO' INTIMISTICO

Oggi vi faccio vedere il mio collega di sostegno, la seconda B (tutti vestiti a festa), il mio preside, e i due angioletti di cui il collega si occupa, qui.

barbara


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25 maggio 2010

DOMANDA

La ciccia è brutta?



        

                             

  

                      



Ripropongo la domanda: la ciccia è brutta?

barbara


24 maggio 2010

LE PROVOCAZIONI DI UGO VOLLI

Perché quando l’amarezza è tanta da rischiare di soffocarti, la provocazione è l’unica risorsa che ti rimane.

Provocazioni

C'è un pazzo criminale dalle parti di Teheran che vuole la bomba atomica per ammazzare i miei parenti, i parenti dei miei parenti e molti altri che stanno in Israele. Ci sono un sacco di matti in giro che profanano le tombe dei miei cugini, dei cugini dei miei cugini e di molti altri, in Germania, in Francia, in Polonia, in Grecia. Ci sono dei dementi a Roma che parlano di ammazzare il mio amico Riccardo Pacifici. Criminali bruciano le sinagoghe, come quella di Creta e di Worms, dove mi fermerei volentieri a pregare. Quelle italiane le lasciano stare, per il momento, solo perché protette da della polizia, metal detector, bravi ragazzi che fanno la sicurezza. In Australia e in Scozia, in Norvegia e naturalmente nei paesi arabi, seri manager e scapestrati attivisti dei diritti umani boicottano le merci prodotte grazie al lavoro di gente come me, proprio perché è come me, sempre in quel paese che il pazzo criminale vuol cancellare dalla carta geografica. Cercano di far chiudere le banche che vi lavorano, spesso riescono a ottenere che cantanti e attori non vadano a far spettacolo lì. Le riviste scientifiche e i congressi non accettano i contributi dell'università dove sono andato a lavorare gratuitamente le ultime estatI, e neanche delle altre università consorelle. Umberto Eco spiega che non è d'accordo col boicottaggio, ma solo perché molti universitari dissentono dalle politiche del governo. E io che vi consento, merito dunque di essere boicottato per questo? Sarei curioso di sentirlo dire proprio da Eco, con cui ho lavorato per tanti anni. Se non come ebreo, come sionista merito dunque il boicottaggio? Non mi pubblicherebbe sulla sua rivista, perché in Israele avrei votato per Netanyahu? O si era espresso male? Tutti matti, tutti incapaci di parlare con chiarezza? Solo equivoci? No. Un gruppetto di autodefiniti intellettuali che sarebbero in fondo anche loro miei cugini, ma quando gli scappa distingue fra il proprio spirito illuminato e il popolo bue nazionalista e tribalista, mi spiega che questa faccenda è tutta colpa mia (non solo mia, naturalmente, ma anche mia), che devo tornare alla ragione e fare quel che un governo straniero mi dice di fare per il mio bene, cioè arrendermi. Il pericolo non viene tanto dal di fuori, mi spiegano gli illuminati, quello principale sono io e chi la pensa come me, perché siamo colonialisti e pensiamo che Gerusalemme sia un luogo ebraico. Tutta colpa mia se mi boicottano, mi bruciano le sinagoghe, mi profanano le tombe. E anche se quel pazzo dalle parti di Teheran (e i suoi amici a Damasco, Beirut, Gazah, Ramallah, Tripoli eccetera eccetera) aspettano solo di leggere il necrologio collettivo di quelli come me. Se io fossi più buono, se non facessi muri ma ponti, se mi ritirassi dietro la linea verde, se non facessi resistenza quando cercano di farmi fuori, se non mi divincolassi... se non la prendessi come un fatto personale... Va bene, capisco, accetto di suicidarmi come vogliono gli illuminati. Ma se poi viene fuori che anche la mia tomba è una provocazione?

Ugo Volli

E io temo proprio che lo sia, caro Ugo: per qualcuno sei milioni di ebrei senza tomba sono anora pochi, e se si deve giudicare dall’appassionato sostegno che in tanti continuano a fornire a coloro che vorrebbero almeno raddoppiare tale numero, direi proprio che un ebreo con una tomba rischia davvero di essere una provocazione di quelle belle forti. Ma noi non ci stancheremo di lanciarle, le nostre provocazioni, vero? E tanto peggio per chi non è in grado di capirle…

barbara


23 maggio 2010

VERO: A GAZA NON SI STA SEMPRE BENE

A volte capita che si stia anche male. Anzi, malissimo. Tutti, ma soprattutto i bambini.

MEDIO ORIENTE

Gaza, devastato campo estivo per bimbi
Minacce all'agenzia Onu per i profughi


Commando armato incendia la struttura, allestita sulla spiaggia dall'Unwra per fa giocare i piccoli palestinesi durante l'estate. Lettera con proiettili a John Ging, che accusa: "Atto di estremisti"



GAZA - E' stato un raid veloce e spietato, quello di una trentina di uomini armati dal volto coperto che ha letteralmente devastato, all'alba di oggi, un campo estivo per i bambini della Striscia di Gaza, organizzato dall'Unwra, l'agenzia Onu per i profughi palestinesi. I vandali hanno legato una guardia all'ingresso, dato fuoco alle tende e danneggiato i bagni della struttura. L'attacco non è stato rivendicato, ma gli aggressori hanno lasciato una lettera con tre pallottole nella quale minacciano di uccidere John Ging, responsabile dell'Unwra nella Striscia, se continueranno le attività a favore dell'infanzia.
Il campo è uno dei 35 realizzati dall'Unwra per l'annuale programma estivo "Summer game", destinato a 250mila bambini e ragazzi dei campi profughi. Malgrado l'attacco, ha affermato Ging, "l'Unwra continuerà a fornire il sostegno necessario ai bambini di Gaza, sottoposti a stress fisici e psicologici". Questo, ha commentato, "è vandalismo legato all'estremismo, un attacco contro la felicità dei bambini".
L'amministrazione di Hamas a Gaza ha condannato l'attacco al campo dell'Onu. Tuttavia in passato il dipartimento per i diritti dei profughi, che fa capo al movimento islamico, ha accusato l'Unwra di "invadere culturalmente le menti dei bambini" promuovendo idee a favore del "perdono, la coesistenza e per dimenticare il passato". Hamas dispone di propri campi estivi per i bambini.
(23 maggio 2010) (qui)

In effetti sia Hamas che Fatah si sono sempre preoccupati di organizzare campi estivi per quei poveri bambini: campi per distrarli dalle preoccupazioni quotidiane, campi per tenerli impegnati in attività utili e costruttive, campi per dare loro un’educazione che garantisca loro un futuro degno.



                  



                                                     

    

                                                  

Un’idea ancora più esaustiva la possiamo ottenere andando a vedere qui, qui e qui.


barbara


22 maggio 2010

FLAMINIA E ALESSIO

Due anni sono passati, ma la ferita non accenna a volersi rimarginare: e come potrebbe, se c’è chi, per professione, provvede ogni giorno a riempirla di sale? Vorrei riportare qui, per ricordarli, le parole dell’amici Livuso, che mi sono piaciute e che ho sentito mie:

In famiglia siamo in 4. Abbiamo 4 biciclette in cantina che non escono più da almeno 4 anni. Ormai hanno le ruote sgonfie, le catene piene di ragnatele e polvere ovunque. Programmiamo sempre di comprare le barre per caricarcele sopra al tetto della macchina per portarle a 35 chilometri da qui e girare un po'... nello spazio protetto della Reggia di Caserta. Sembra assurdo, ma è così.
Perché?
Semplice: perfino la legge della jungla era una legge... oggi uccidere con l'auto è un reato quasi depenalizzato.
Due anni fa morivano sulla strada Flaminia e Alessio:
http://www.youtube.com/watch?v=Ac5qAOXDPXU&feature=related


Non servirà forse a molto gridare la nostra indignazione di fronte a una cosiddetta giustizia che sempre più spesso solidarizza coi carnefici e sputa in faccia alle vittime, ma è l’unica cosa che possiamo fare, e non ci stancheremo di farlo.



barbara


21 maggio 2010

OGGI VI PORTO A FARE UN GIRO

Dove? Nell’area più popolata del pianeta. Non ho bisogno di dirvi qual è, vero? Lo sappiamo tutti di che cosa stiamo parlando. E che è per quello che ogni tanto gli scappa di fare un po’ di terrorismo, perché lo sanno tutti che quando un’area è così tanto popolata il terrorismo è inevitabile. Ecco, andate qui e guardate coi vostri occhi. Se non ve la cavate troppo bene con l’inglese mettete il tutto in google translate, e lasciate fare a lui. Quanto al video niente paura: le immagini, come si suol dire, parlano da sole. Poi magari, se nel vostro cuore è rimasto ancora un angolino per ospitare un altro po’ di compassione, restando nei paraggi andate a dare un’occhiata anche a questo.
NB: si invitano i signori visitatori ad osservare che la fonte non è la propaganda demoplutoecceteraeccetera, bensì tutti serissimi, onestissimi, affidabilissimi siti palestinesi.


(... e se non piangi, di che pianger suoli?)

barbara


19 maggio 2010

VIVA VIVA L’AMERICA DI OBAMA!

L'Iran è nella Commissione Diritti delle donne grazie all'assenteismo degli Usa

di Piera Prister

L’Iran ha ottenuto nella “Commission on Status of Women” dell’ONU un seggio da cui pontificare in fatto di diritti e pari opportunità delle donne e ciò è avvenuto senza l’opposizione degli Stati Uniti e con il loro silenzioso beneplacito, visto che Susan Rice, l’ambasciatrice USA all’ONU non era presente in aula mentre la maggioranza dei suoi membri, per acclamazione ha detto sì all’ingresso dell’Iran. Una maggioranza che vorrebbe vedere sempre più le donne dietro il burqa, soggiogate, sottomesse e ammazzate sull’altare della Shariah Law che avanza in Occidente con i suoi insidiosi tentacoli per l’insipienza e l’omertà delle democrazie.
L’Italia civile e progredita s’è dichiarata contro, grazie al suo governo in carica che rappresenta in alta percentuale gli Italiani nel cui immaginario culturale collettivo le donne, con tutte le loro battaglie storiche -anche in difesa delle donne afgane- da Emma Bonino ad Adelaide Aglietta e ad Adele Faccio sono degne di tutto rispetto.
E così Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU non era presente in aula e quindi non ha opposto il suo veto, come avrebbe dovuto fare per chiarezza morale. Così le donne sono state doppiamente gabbate per l’assenteismo USA e per l’ammissione dell’Iran nella Commissione sui Diritti delle Donne.
È notorio che con Obama non si scherza e che ogni giorno che passa si scopre qualche altra sgradita sorpresa sulla sua amministrazione. Susan Rice nominata da Obama US Ambassador to the UN- che per il suo ruolo e in nome della bipartisanship avrebbe dovuto difendere i diritti delle donne, non era in aula al momento del voto quando si doveva votare SÌ o NO all’Iran che senza fanfara è entrato scandalosamente a far parte della commissione in questione e in altre due commissioni. L’Iran è ”UN REGIME FEMMINICIDA” -il termine inglese “femicide” è usato dal 1801 ed è incluso nel “Wharton’s Law Lexicon”- è un regime di terrore che agita lo spauracchio di donne assassinate, o lapidate, o penzolanti dalla forca avvolte nel sinistro burqa o bersaglio dei cecchini come Neda in strada che muore in un mare di sangue.
Il canagliume che siede all’ONU ha ora, ancora più, i crismi della legalità per commettere impunemente ancora altre illegalità senza che nessuno gli sbarri il passo! Nemmeno gli Stati Uniti.
Già, dove era Susan Rice, ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU? Dove era quando nella sede dell’ONU, “United Nations Commission On Women’s Status” i membri hanno acclamato l’ingresso dell’Iran nella commissione, l’Iran che fa quotidianamente scempio dei diritti umani e si accanisce contro le donne? L’ambasciatrice statunitese non era presente né in sala, né lo era nell’edificio, era latitante, come si dava per scontato, ormai. Un blogger ironicamente ha detto che forse stava incipriandosi il naso, ma non ci sono scuse che reggano. Come spiegare la sua defezione in un giorno così importante quando invece avrebbe dovuto votare contro e opporre il suo veto? Nessuna opposizione ai crimini del regime iraniano, neppure dagli Stati Uniti, dove le donne ne hanno fatta di strada per raggiungere lo status di cui godono e dove dovrebbero difendere quelle meno fortunate! Che altro ci si potrebbe aspettare da Obama che nomina come suo consigliere, una donna in tonaca e hijab, come Dalia Mogahed?
Infatti per l’amministrazione Obama, l’Iran non è più un paese canaglia e non è più quindi lo sponsor internazionale del terrore, un regime sanguinario, antisemita e misogino che reprime nel sangue la protesta, lapida impicca, tortura e viola le donne nelle carceri. E dove vige, per legge, la poligamia. È un paese invece non solo con cui dialogare ma anche al quale assicurare una membership nella Commissione sui diritti delle donne!? E così l’Iran ha ottenuto dall’ONU non solo l’impunità dei suoi crimini ma anche l’incoraggiamento a proseguire, con la Susan Rice che se la batte in ritirata e che per giunta è anche pagata con i nostri soldi. Forse se la spassava nei salotti televisivi di Oprah Winfrey, la regina dei talk-show televisivi, la donna più ricca ed influente d’America e sua grande amica, e soprattutto grande promotrice mediatica della candidatura di Obama.
L’anno scorso, abbiamo visto Susan Rice, fresca di carica, su C-Span -in diretta TV presente al summit di Davos del 2009, sui fatti di Gaza, con Israele sul banco degli imputati, insomma quando si discuteva di cose molte serie con il primo ministro turco Erdogan che attaccava duramente il presidente israeliano Shimon Peres. Lei invece tutta leggera ed incline al pettegolezzo, eludendo l’argomento generale, parlò della sua amicizia con Oprah Winfrey.

Quello che ci si chiede è: perché per trovare una parola su questi fatti SCANDALOSI bisogna andare sui siti specializzati come Informazione Corretta dove, oltre al pezzo di Piera Priester, troviamo anche quello di Ugo Volli? Perché i giornali non traboccano di indignazione e di anatemi come fanno regolarmente per fatti di ben più modesta portata? Perché? E, senza allontanarci troppo dal tema, perché ci sono personaggi di altissimo livello che addirittura si rifiutano di pronunciare le parole “islam radicale”? Davvero qualcuno è tanto sprovveduto da illudersi che nutrendo il coccodrillo se ne otterrà alla fine la benevolenza? Ma non si illuda, questo qualcuno, che offrendogli in pasto tutti noi su un piatto d’argento, come i fanciulli e le fanciulle al Minotauro, alla fine giungerà ad essere sazio: alla fine arriverà anche il vostro turno: quattordici secoli di storia dovrebbero avervelo insegnato.

  

  

                                               

barbara


17 maggio 2010

INTERVISTA AD EMANUEL SEGRE AMAR

Proseguo la mia serie di interviste a personaggi che hanno qualcosa da dire. Chi frequenta Informazione Corretta e alcuni altri ambienti di “addetti ai lavori” conosce già Emanuel Segre Amar, gli altri ne faranno la conoscenza adesso.

Segre Amar: un cognome noto fin dagli anni Trenta. Vorresti ricordarci come e perché è salito alla ribalta?
In realtà la domanda non è precisa, se mi permetti.
Io credo che tu ti riferisca al momento dell’arresto di mio Padre, nel 1934, allorquando venne arrestato alla frontiera di Ponte Tresa mentre rientrava in Italia, con un amico, Mario Levi, con dei volantini nascosti nel bagagliaio dell’automobile nei quali si invitavano gli italiani a votare no nelle elezioni del 25 marzo.
Ebbene, in quel momento mio Padre si chiamava ancora Sion Segre, e solo successivamente aggiunse un secondo cognome, appunto Amar, per ricordare la famiglia di sua Madre, da poco deceduta. Sua Madre, Margherita Amar vedova Segre, era l’ultima di una antica famiglia che si sarebbe pertanto estinta, almeno nel suo ramo. E mia nonna Margherita deve essere ricordata, tra l’altro, per essere stata la fondatrice di un importante salotto sionista, sorto negli anni 20, molto frequentato nella vecchia Torino del periodo tra le due guerre.
Quando dunque mio Padre venne arrestato, venne processato e giudicato nel primo processo fatto dal Tribunale Speciale voluto dal fascismo per combattere gli antifascisti, in gran parte torinesi, ed in gran parte ebrei. Va detto che mio Padre subì una condanna a tre anni, della quale scontò un anno soltanto grazie alla riduzione della pena accordatagli alla nascita della principessa Maria Pia di Savoia. In carcere, a Regina Coeli, in una cella insieme a Leone Ginzburg, visse quello che amava definire il momento più importante e arricchente della sua vita. Tra l’altro, mancandogli la possibilità di leggere se non pochi libri, mandò a memoria l’intera Divina Commedia. La convivenza con Leone doveva influenzare il resto della sua vita per la enorme personalità dell’amico, e compagno di scuola, Leone.

Figura davvero straordinaria, quella di Sion Segre Amar, non solo per il suo impegno nella lotta antifascista. Vogliamo ricordarne qualche altro aspetto?
Ben difficile questa domanda, per un figlio.
Innanzitutto devo dire che è stato un padre ed un nonno eccezionale, e fino all'ultimo giorno della sua vita, pur ormai malato, non è venuto meno a questo compito che si era sempre imposto. Non è facile essere genitore, ma egli lo ha saputo essere lungo tutto l’arco della sua vita, nei momenti belli come in quelli tristi, quando ero bambino come quando ero studente o quando ormai lavoravo anch’io, inizialmente insieme a lui, e poi per conto mio. E, nello stesso modo, seppe essere guida per i miei figli. Io nacqui in tempo di guerra, in condizioni difficili per tutta la famiglia, eppure le rare immagini di quei tempi lo mostrano come fu poi sempre, per tutta la vita.
Ebbe numerosi interessi, fece tanti lavori diversi, soprattutto negli anni della guerra ed in quelli immediatamente successivi, ma credo che si debbano ricordare, in particolare, i suoi libri ed i suoi articoli che iniziò a scrivere quando si ritirò dal lavoro. Fu per lui il modo migliore per mantenere la testa in esercizio. Iniziò quasi per divertimento, scrivendo un libro di memorie, Sette storie del numero 1 (il numero 1 era la linea del tram che passava davanti a casa nostra). Ma poi continuò, e collaborò anche con diversi quotidiani italiani scrivendo sulla attualità di Israele; aveva conosciuto a fondo il paese, e manteneva stretti legami di amicizia con italiani che avevano fatto la aliyah.
Ma non si può parlare di mio Padre senza ricordare anche la sua passione per i libri miniati; nacque quasi per caso, un giorno che era di passaggio a Londra, e segnò profondamente la sua vita di uomo sempre alla ricerca di interessi colti ed intelligenti. Divenne non solo collezionista di antichi codici e miniature, ma fine intenditore, e due libri da lui scritti furono l’occasione per raccontare una storia romanzata dei miniatori che vissero nell’Italia del medio evo.
Fu anche presidente della Comunità ebraica torinese dove portò cambiamenti ed innovazioni che furono rottura col passato; trovò sul momento molti avversari, mossi soprattutto da motivi politici, ma molte sue azioni influenzarono gli anni successivi non solo dell'ebraismo torinese, ma anche di quello italiano. Alcuni avversari di allora, mi fa piacere ricordarlo, gliene resero atto quando mancò, nel 2003.
Ecco, queste poche parole servono forse per descrivere, a chi non lo conobbe, quello che fu mio Padre al di là della lotta antifascista; di questa mi preme dire che non amava parlare se non con gli amici di allora, o forse meglio con i pochi che non abbracciarono poi altre ideologie assolutiste che egli sempre combatté, vedendone i pericoli che portavano ad Israele, agli ebrei ed all’uomo in generale. Si illuse quando sembrò che palestinesi ed israeliani potessero finalmente raggiungere un’intesa, ma fu un’illusione nella quale in cuor suo forse non credeva del tutto, vista la sua conoscenza del mondo e della mentalità araba (e qui non vorrei che proprio lui fosse considerato razzista per questa mia affermazione; non si deve parlare di razzismo se si studia attentamente la mentalità di un popolo).

Che cosa ha significato per te essere figlio di questo uomo eccezionale?
Non è davvero facile rispondere a questa domanda, che richiede per me una attenta riflessione.
Certamente, avendo io delle attitudini diverse dalle sue (io mi sono dedicato a studi scientifici, essendomi laureato al Politecnico), ho faticato, nei primi anni, a cogliere il significato profondo degli insegnamenti che, giorno dopo giorno, mi arrivavano. Ma quegli insegnamenti restavano lì, nella mia testa, ed arrivato all'età matura me li sono ritrovati tutti a disposizione, per la vita.
È così che ho imparato a non dare mai nulla per scontato, a cercare di non essere mai banale, e, soprattutto, a non far mai nulla di cui un giorno potrei pentirmi. Insegnamento di vita così raro e così importante anche oggi, ma che non credo che ancora molti genitori trasmettano ai propri figli.
In parte sono insegnamenti che so che egli aveva ricevuto da sua madre (suo padre morì quando egli era bambino), e li ha trasmessi poi anche ai miei figli.
Ecco, anche se non sono sicuro di aver risposto davvero alla domanda, credo di poter affermare che questi valori sono il principale insegnamento che ho ricevuto, per tutto il lungo cammino della vita fatto insieme.

Bene, e ora che abbiamo parlato di tuo padre, anche se certamente non in modo esauriente rispetto al calibro del personaggio, parliamo di te: chi è Emanuel Segre Amar?
Mia cara, possibile che le tue domande siano sempre più difficili?
Da dove si deve cominciare, visto che ho già 65 anni?
Bene, da bambino ero sempre sorridente, amico di tutti. Poi ho continuato ad aprirmi, ma solo con gli amici, e anche questi erano via via sempre più selezionati.
Il fatto è che ho incominciato un severo lavoro di attenta valutazione, ho incominciato a soppesare attentamente chi mi stava di fronte. Le sventure della vita, che capitano a tutti noi, insegnano a difendersi per cercare di evitare di cadere due volte negli stessi errori.
Nella mia vita lavorativa ho avuto la fortuna di fare sempre dei lavori che mi piacevano, e quando i due figli (entrambi maschi) sono diventati adulti, ho avuto ancora la fortuna che uno dei due volesse lavorare con me.
E così ora ho molto tempo libero, perché gran parte del lavoro lo fa questo figlio. Io ne approfitto per approfondire la conoscenza della cultura che è stata alla base della vita della mia famiglia per almeno un secolo. Già mia nonna, Margherita Amar vedova Segre (da qui il mio cognome, come ho già spiegato) aveva fondato a Torino un salotto dove si riunivano i sionisti
dell'epoca. Di mio Padre ho già spiegato, ed io ho trovato uno spazio tutto mio (anche se certo in valida compagnia) nel quale puntualizzo, correggo e critico tutto quello e tutti coloro che, volutamente, falsificano i fatti, di ieri e di oggi. Non capiscono, queste persone, che se non si guarda con onestà in faccia alla realtà, il conto lo si pagherà, alla fine, tutti insieme. Per questo non mi stanco di dire e di spiegare quello che riportano i documenti ufficiali.
Guardiamo, ad esempio, i nostri quotidiani: perché solo pochi giornalisti, e pochissimi direttori (forse soltanto De Bortoli, direttore del Corriere, tra questi ultimi) accettano il dialogo (che deve essere sempre corretto e concreto, ovviamente)? È una grave mancanza di correttezza professionale quella di tanti professionisti della stampa e della televisione che non accettano il dialogo. Preferiscono stare chiusi nel loro ufficio a pontificare. Da un dialogo preciso, puntuale e corretto, non possono invece venire che arricchimenti per tutti. Il rifiuto è, per me, indice di codardia e di servilismo (verso altri, ovviamente).
Ecco, oggi, compresso da questi problemi, sono sempre più chiuso in me stesso, frequento meno persone, sono meno loquace, sorrido sempre meno. Ma penso che ne valga la pena, e che sia utile e necessario per tutti noi (anche se non ho la pretesa di cambiare il mondo; ci mancherebbe altro). Come ho sempre sostenuto, coloro ad esempio che fondarono Giustizia e
Libertà non cambiarono il corso della storia. E tuttavia furono utili, tanti anni dopo. E loro, almeno loro, furono in pace con la loro coscienza. Non dovettero far finta di dimenticare i loro trascorsi di collaborazionisti, come tante figure altamente "democratiche" della nostra Repubblica, del mondo politico e culturale e della società civile.
Io credo in quello che faccio, in quello che scrivo, e penso che sia utile per tutta la nostra società occidentale, a rischio oggi come mai nel passato recente.

Parliamo allora di Israele: Israele ed Emanuel Segre Amar, Israele e il mondo, Israele e Israele...
Israele, cosa è per me?
Ma io sono nato in Israele; non ne ho merito, evidentemente, ma nascere a Gerusalemme è una cosa che non può essere ordinaria. Quando ero bambino mi dicevano tutti erroneamente: ah, come Gesù bambino. Ed io mi seccavo.
Poi, per tanti anni non sono più tornato, in quella terra che lasciai quando avevo un anno.
Ci tornai, per la prima volta, subito dopo il servizio militare, e feci un grandissimo giro, pieno di avventure, insieme ad un carissimo compagno di scuola. Ma era un paese del tutto diverso da quello che è poi diventato. Ricordo che quando mio cugino mi accompagnò a vedere la casa in cui ero nato, ebbene, io la riconobbi prima che lui me la indicasse. Impossibile? Non so, ma è così.
Poi tornai dopo poco, in una circostanza che non voglio divulgare; lavoravo in un pollaio, con amici italiani, la famiglia Eckert; altra esperienza che mi ha segnato moltissimo.
E appena i miei bambini furono in grado di capire, tornai con loro e con mio Padre.
E poi tornai tante altre volte ancora.
Adesso ci vado una volta all'anno (ma quest'anno ho programmato due viaggi consecutivi), non solo per visitare il paese, ma per incontrare tante persone come si trovano solo là e in pochi altri posti al mondo. E per capire, per comprendere sempre di più come, ahimé, in questa situazione non si può davvero sperare che la pace sia vicina.
Se il mondo volesse capire la mentalità dei popoli e della gente, se i governanti non preferissero stare in pace con la propria coscienza mandando tanti soldi (dei cittadini, non certo loro), forse si potrebbe aprire uno spiraglio di luce. Ma visto come vanno le cose, no, non è possibile vedere una luce in fondo al tunnel. I governanti palestinesi non hanno nessun
interesse personale a cambiare lo status quo; loro stanno troppo bene così. Ed a quale governante islamico è mai interessata la condizione in cui vivevano i suoi concittadini?
Ed Israele, così, pur con il desiderio di pace che hanno tutti i suoi cittadini, è destinato a non conoscerla tanto presto. La situazione è pericolosa; ma è così da sempre. Israele ha sempre trovato (quasi unica tra le nazioni) governanti in grado di risolvere i suoi enormi problemi. Durerà? C'è da augurarselo, almeno guardando alla realtà del paese. Un paese in cui, grazie al livello scolastico, il numero di brevetti e di innovazioni, e il livello culturale è da primato. Anche la politica non può che trarre dei giovamenti da questa situazione. Auguriamoci che così continui, senza catastrofi cioè, fino al giorno in cui i suoi nemici (ed i suoi amici poco
sinceri) comprenderanno quello che è nell'interesse di tutti.

Vorrei parlare ora dell'ebraismo. Che cos'è per te l'ebraismo? Che cosa significa per te essere ebreo? Quale ruolo e quale peso ha l'ebraismo nella tua vita?
Vorrei rispondere con parole tratte da: "POURQUOI JE SUIS JUIF" di
Edmond Fleg [qui il testo originale, ndb].

Io sono ebreo
perché sono nato
non solo nel popolo di Israele, ma in
Israele, (che poi ho lasciato subito, quando ero ancora piccolissimo);
ma voglio che viva dopo di me,
più vivo ancora di quanto non sia dentro di me.
Sono ebreo
perché la fede per il popolo di Israele non richiede nessuna abdicazione.
Sono ebreo
perché per il popolo di Israele sono pronto a tutto.
Sono ebreo
perché in ogni luogo dove vi sono sofferenze,
vi è un ebreo che piange.
Sono ebreo
perché sempre quando vi sia la disperazione, l'ebreo spera.
Sono ebreo
perché la parola di Israele è la più antica e la più nuova.
Sono ebreo
perchè, per il popolo di Israele, il mondo non è compiuto, ma sono gli uomini che lo fanno.
Sono ebreo
perché, al di sopra delle nazioni e di Israele,
il popolo di Israele mette l'Uomo e la sua unità.

E vorrei aggiungere che sono ebreo, come tanti, pur in un totale agnosticismo, senza seguire i 613 precetti, senza pregare in sinagoga. Ma non mangio cibi proibiti: è forse un controsenso? Certo che lo è, ma per me non lo è. È il mio modo di essere ebreo, come ho imparato ad esserlo da mio Padre che a sua volta lo aveva imparato dai suoi genitori. Sono ebreo perché credo nei valori della famiglia che stanno alla base del mio mondo.

A partire dall'inizio del 1994 (immeditamente dopo la firma degli accordi di Oslo: sarà un caso?) si è scatenata in tutto il mondo un'ondata di antisemitismo come non si era più visto dalla fine della guerra, con aggressioni fisiche ad ebrei, devastazioni di sinagoghe e cimiteri e violentissime campagne di stampa. Alcuni parlano di "nuovo antisemitismo". Qual è la tua opinione in proposito: è sempre lo stesso antisemitismo che, dopo un periodo di latenza è tornato ad alzare la testa o è un fenomeno nuovo con caratteristiche proprie, diverse dal precedente?
L’antisemitismo dura da almeno 2000 anni e si è sempre rinnovato nelle sue forme pur restando sempre identico a se stesso, nella sua malvagità.
Nel 1993, vorrei ricordare, non si firmano solo gli accordi di Oslo, ma si aprono anche i rapporti diplomatici tra Israele e il Vaticano.
Questi due episodi sono strettamente legati; non a caso il papa si incontra con Arafat prima di compiere il grande passo, sempre rifiutato, fino ad allora, dal GOVERNO DELLA CHIESA.
Ed ecco che ora si capisce lo stretto collegamento che vi è tra fatti apparentemente slegati, e le conseguenze che ne derivarono.
Arafat era un grande maestro nell’arte di far finta di accettare l’idea dei due stati, salvo poi trovare il modo di scatenare i suoi uomini contro gli ebrei per bloccare tutto; nella sua azione, e nella reazione israeliana trovava il successo che cercava: la non accettazione di Israele, e quindi l’uccisione degli ebrei (non dimentichiamo che suo zio, il Gran Muftì di Gerusalemme, fu grande alleato di Hitler fino alla fine del regime nazista, e ne continuò gli ideali nell’Egitto del dopo guerra; e l’OLP non ha mai modificato il suo statuto originale, nonostante gli impegni firmati). [Qui il testo integrale della Costituzione di al-Fatah, ndb]
Arafat scatena poco per volta i suoi alleati contro Israele; tra questi vi sono certamente i classici nemici degli ebrei, quei movimenti cioè di estrema destra mai scomparsi nel vecchio continente. Ma vi sono anche i simpatizzanti di una sinistra più o meno estrema che, pur orfani del comunismo, sono rimasti fedeli a certi principi che durano fin dall’epoca di Stalin. E vi sono, ovviamente, le masse di fedeli dell’islam non necessariamente fondamentalista, ma certo facile preda di predicatori senza scrupoli.
Parallelamente nella Chiesa, che oramai ha riconosciuto lo Stato di Israele, rimangono forti presenze di uomini che mantengono intatti gli ideali più violentemente antigiudaici. Proprio nei giorni scorsi ne abbiamo avuto la riprova con le dichiarazioni di “autorevoli” rappresentanti della Chiesa.
E così diventa semplice, per chi continua a rifiutare l’ebreo come cittadino uguale a tutti gli altri, trovare persone pronte a scatenarsi con atti che non sono spariti né con l’illuminismo, né con l’apertura dei ghetti, né con la fine della seconda guerra mondiale. Il male è sempre presente, anche quando la malattia sembra essere debellata, ed alla prima occasione si scatena in forme nuove, ma che ricalcano quelle vecchie.
Il Presidente Napolitano lo ha detto benissimo; l’antisemitismo e l’antisionismo sono sintomi di una stessa malattia; ieri gli ebrei, come oggi gli israeliani (e, di conseguenza, anche gli ebrei) sono accusati di rubare il sangue o gli organi dei goim, di controllare le finanze del mondo intero, di voler dominare il mondo. Che cosa vi è di nuovo negli ultimi tempi?

Ti è accaduto di viverlo, l'antisemitismo, sulla tua pelle?
Devo riconoscere che non ho dovuto soffrire troppo sovente per atti o parole antisemite. Tuttavia...
Quando ero bambino avevo un grande amico, Gianni, che giocava a pallacanestro dai salesiani, proprio dietro casa mia. Un giorno mi presentai al cancello per vedere una partita che mi era stata annunciata di grande interesse. Ma un sacerdote mi ha bloccato sulla porta dicendomi testualmente: tu sei ebreo, non puoi entrare.
Mi ha colpito molto, quella frase, e mai osai riferirla a mio Padre, forse temendo chissà quale sua reazione. Oggi mi chiedo anche come facesse a sapere che ero ebreo, visto che non ho neanche il naso adunco, e la stella gialla non era più di moda.
Detta a un bambino una frase di quel genere rimane impressa nella mente per tutta la vita, e questo mi fa pensare a come dovevano vivere i giovani che subirono nella loro vita situazioni ben più tragiche, e ripetute in drammatiche sequenze.
Non mi ritrovai in seguito in simili condizioni per lungo tempo, fino al momento del servizio militare, quando un mio compagno uscì con un'altra frase tipica dell'antisemitismo; ma oramai sapevo come difendermi.
Oggi è diverso: non sono attaccato come ebreo, ma come filo-israeliano; spesso capisco che alla base è la stessa cosa (spesso, non sempre); ma credo di sapere argomentare contro qualsiasi attacco.

Io le domande le avrei terminate, quindi, come si fa a scuola, per la conclusione ti assegno un "tema libero": c'è qualcosa che avresti sempre voluto dire - in qualunque campo e su qualunque argomento - e non ne hai mai avuto l'occasione perché nessuno te lo ha mai chiesto?
Ma perché dobbiamo sempre fare attenzione a quello che è politicamente corretto? Ma perché dobbiamo sempre fare attenzione a che cosa succede se... Ma non ci renderemo mai conto che è sempre meglio dire le cose che vanno dette, perché altrimenti i problemi non si risolvono da soli? E poi, quando impareremo a sceglierci i compagni di strada? Quello sbagliato, prima o poi, ci porta alla rovina, sempre. Io sono fatto così, e sarà anche per questa ragione che pochi mi sopportano. Ma non me ne importa niente. Ora anche voi sapete un poco come sono fatto. Se vi va, bene, altrimenti, alla mia età, non cambio più.

Un sentito grazie ad Emanuel, che ha voluto dedicare a me e al mio blog tanto del suo scarso e preziosissimo tempo, e un grosso augurio per tutte le sue attività in favore della pace, in favore della verità, in favore di Israele.

barbara


16 maggio 2010

GAZA: FAME E MISERIA

prigione a cielo aperto
campo di concentramento
assedio
blocco
embargo
black-out
emergenza alimentare
catastrofe umanitaria
tragedia
manca tutto
olocausto palestinese
genocidio palestinese
sterminio palestinese
pulizia etnica
fame...
fame...
fame...

                       

  
   Un menu di 12 pagine con tutto ciò che potete desiderare di carne, pesce e pollame.

 
  Strutture interne ed esterne per i vostri eventi speciali


                         

Fra i clienti del Roots Club, UNRWA e UNICEF. (fonte)
E per concludere, un video (scovato da lui) in cui i palestinesi, messa da parte la loro proverbiale dignità, messo da parte il loro proverbiale orgoglio, messa da parte la loro proverbiale ritrosia a mettere in piazza le proprie miserie, ci permettono di dare uno sguardo all’abisso in cui l’infame occupante sionista (leggi il perfido giudeo) li ha fatti precipitare. ATTENZIONE: immagini MOLTO crude. Astenersi anime sensibili e stomaci delicati.

barbara


16 maggio 2010

QUALCUNO ME LO SA DIRE?

È in circolazione una nuova pubblicità di DOLCE&GABBANA: vi si vedono cinque baldi giovani in mutande che portano sulla cintura la scritta CALCIO. Ecco, io vorrei sapere: è una pubblicità dei prossimi mondiali in Sudafrica? È la segnalazione di un nuovo preparato per signore in menopausa a rischio di osteoporosi? O è un aiuto per signore e signorine affinché non rischino di sbagliare mira? (No, così, giusto per non rischiare di sbagliarne l’utilizzo nel caso mi capitasse di trovarmi davanti una mutanda di questo tipo…)



barbara


15 maggio 2010

E MENO MALE CHE C’È UGO VOLLI

che ci racconta un po’ di quelle belle cose che succedono in giro per il mondo e che i nostri mass media tanto tanto tanto politicamente corretti – e magari anche un tantino timorosi di finire con la gola tagliata dai seguaci della religione di pace – si guardano bene dal dare.

Due lezioni da Eurabia: la birra e il sangue

Cari amici, vi racconto oggi ancora un paio di piccole storie vere da Eurabia così com'è oggi, per la vostra edificazione. Ognuna di esse, infatti, contiene una lezione morale da studiare bene, se vogliamo essere cittadini consapevoli del nostro continente prossimo venturo.

La prima viene dalla Gran Bretagna. Una donna chiama al telefono un taxi per farsi portare a casa dal supermercato dove aveva fatto la spesa. La macchina arriva regolarmente, il conducente smonta, fa per aiutare la cliente a mettere in macchina il suo carico, poi si rialza e dice "Non posso portarla, la mia religione me lo vieta." (http://www.newenglishreview.org/blog_display.cfm/blog_id/27535). Sapete che cosa rendeva impura la donna (cattolica) al taxista (islamico, naturalmente), tanto da impedirgli di fare il suo lavoro? Che questa avesse nella spesa un paio di lattine di birra. L'alcool è tabù nel Corano. Ma per i musulmani, non per gli altri. Sennonché non potete pensare che una religione seria come l'Islam abbia il ritegno di limitare le proprie norme ai propri fedeli, la sua naturale ambizione è regolare tutto il mondo, anche se magari qualche momentaneo compromesso è possibile per quelli più scafati del nostro ingenuo tassista. Un episodio da meditare per quelli che sul burqa pensano che ciascuno si vesta come vuole e se loro si divertono ad abbigliare le donne come tavole sotto la tovaglia sono fatti loro. Be', non è così, primo a poi saranno anche fatti nostri.

Il secondo episodio è accaduto a Colonia, Germania. Sulla piazza davanti al famoso duomo, il comune ha dato il permesso di allestire un'esposizione intitolata "Wailing Wall" (o il suo equivalente in tedesco, cioè "Muro del pianto"). Immagini dedicate alla famosa Muraglia Occidentale, l'ultimo ricordo del Secondo Tempio a Gerusalemme, che gli israeliani chiamano per antonomasia Kotel e gli europei per l'appunto "Muro del pianto"? No, figuratevi. Il "Wailing Wall" sarebbe la barriera di sicurezza che impedisce ai poveri terroristi palestinesi di fare il loro mestiere di ammazzaebrei. Nessuna meraviglia, di mostre sui muri è piena Eurabia, ne ho vista io stesso una poche settimane fa a Ginevra, con desolate fotografie di quella costruzione così antipatica agli europei di sinistra e agli impresari di pompe funebri. Ma a Colonia c'era una cosa diversa: erano vignette, fra cui spiccava una figura con una bandiera israeliana che mangiava un bambino palestinese e beveva il suo sangue. Vi ricorda qualcosa l'idea che gli ebrei mangino e bevano i bambini gentili? Ma sì, le azzime impastate nel sangue, san Simonino da Trento, tutto quell'armamentario lì, che poi è finito nella Shoah. Un direttore di teatro non ebreo, Gerd Burmann, ha sporto denuncia per incitamento all'odio razziale, un reato che in Germania è grave. Ma la Procura locale ha respinto la denuncia, sostenendo che la vignetta "non rappresenta una tendenza ostile contro gli ebrei, ma una critica della situazione a Gaza". (http://www.jpost.com/JewishWorld/JewishNews/Article.aspx?id=173381). Figuriamoci. Anche la propaganda più sfrenata non è arrivata a questo punto. Ma si parlava del conflitto arabo-israeliano e si sa chi ha ragione in Eurabia. E chi da duemila anni bisogna incolpare di reati misteriosi e terribili. E questa è una lezione per chi pensa che il ricordo della Shoah possa frenare nel nostro continente un nuovo antisemitismo.

Ugo Volli

Una cosa, da sempre, mi chiedo: il giorno in cui la questione israelo-palestinese (che fino al giugno 1967, data di fabbricazione del “popolo palestinese”, si chiamava arabo-israeliana) dovesse trovare una soluzione, che cosa si inventeranno gli odiatori di ebrei per poter continuare a odiarli in maniera politicamente corretta?
E un’altra cosa mi chiedo da quando l’evidenza mi ha costretta ad aprire gli occhi: quanti soprusi, quante prevaricazioni, quante violenze, quante pulizie etniche, quanti assassini privati e quanti massacri pubblici occorreranno ancora perché anche chi si ostina a tenerli ben serrati, si decida finalmente ad aprirli?



barbara


15 maggio 2010

E VENGONO A CHIEDERE TOLLERANZA A NOI!!







Ve la immaginate una roba del genere su qualche strada che porta a luoghi sacri cristiani, ebraici, buddisti, o consacrati al dio Manitù? Qualcuno può anche solo ipotizzarlo come periodo ipotetico di novantasettesimo tipo?

barbara


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14 maggio 2010

LE RELIGIONI SONO TUTTE UGUALI?

La forza delle donne

A commento della parashà di questo Sabato, inzio del libro dei Numeri, che parla di un censimento di soli uomini abili alla guerra, una citazione da Rav Jonathan Sacks: "Quando vuoi conoscere la forza di un esercito, come all'inizio del libro di Bemdibar, conta gli uomini. Ma quando vuoi conoscere la forza di una civilizzazione, guarda le donne. Perché è la loro intelligenza emozionale che difende la dimensione personale da quella politica, il potere della relazione dalla relazione di potere".

Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma


Fatwa del 1979

“Le donne membri e sostenitori dei Mojahedin, (il maggior gruppo di opposizione ai mullah), possono essere uccise, torturate, violentate e le loro proprietà confiscate”.

Ruhollah Khomeini

barbara


12 maggio 2010

SÌ, LO SO, LO SO, L’ISLAM NON C’ENTRA NIENTE

 «Torturati, messi in fuga, ora esuli» l’odissea Ryadh, fabbro a Baghdad, è stato seviziato con la moglie, e ha visto distrutti la casa e la bottega

DI NELLO SCAVO

Ryadh si risvegliò dal coma dopo tre gior­ni. La testa cucita, le lenzuola sporche di sangue, gli arti fasciati. Solo allora il fabbro cattolico di Baghdad realizzò che le minacce di u­na settimana prima erano anche per lui: «Via i cristia­ni. Per sempre». Due giorni dopo era in fuga verso la Si­ria. Mille chilometri di de­serto, a tutto gas insieme al­la moglie Shoua e alle due bimbe di sette e due anni. Correvano come inseguiti dai fantasmi di mille mat­tanze. «Il venerdì esplodeva­no le moschee, la domenica le chiese», ricorda la donna. Ryadh era finito in ospedale dopo due ore di torture sot­to gli occhi di Shoua, a sua volta in balia di sette uomi­ni in tuta nera e viso coper­to. «Non piangevo per quel­lo che mi facevano, né per le sigarette che mi spegneva­no addosso. Ero disperata per quello che stavano fa­cendo a lui e per le nostre bambine». Uno dei milizia­ni gliele aveva strappate dal­le braccia. Mentre le trasci­nava fuori casa, fece con le mani quel gesto che già per undici volte aveva portato il lutto tra i parenti più stretti: «Si passò un dito sulla gola, da parte a parte».

A Ryadh risvegliarsi dalle percosse e vedere accanto ai medici le due piccole in braccio a Shoua dev’essere sembrato un miracolo. Era il 2008, lui aveva 31 anni, lei 26. Nel bagagliaio pochi ve­stiti e neanche una foto: né della casa prima della razzia, o della chiesa nel giorno del battesimo della primogeni­ta, né di lui che picchia sul­l’incudine e neanche di Shoua, mai col velo, nel suo salone da parrucchiera. La bottega di fabbro verrà pol­verizzata da due granate sparate dai mujaheddin, il negozio per signora assalta­to e distrutto mentre le clien­ti scappavano urlando come pazze. Restava però un pic­colo tesoro accumulato ne­gli anni: 40mila dollari. Mai avrebbero pensato di dover­li usare fino all’ultimo bi­glietto per pagare l’odissea attraverso la Siria, il Libano e infine su un peschereccio con altri immigrati. Sbarca­rono il 27 agosto 2008 in mezzo ai bagnanti di Roc­cella Jonica. «Non sapevamo di poter chiedere asilo poli­tico, così dopo alcuni giorni siamo ripartiti diretti in Sve­zia, dove vivono alcuni no­stri parenti, attraverso la Francia e la Germania». Le autorità di Stoccolma non ne hanno voluto sapere. Re­spinti. Non restava che la Ca­labria.

«All’inizio eravamo dispia­ciuti di dover tornare qui. L’I­talia era stata una delusione. Quando eravamo sulla bar­ca – ricorda Ryadh – dicevo a mia moglie che eravamo fortunati ad essere ancora vi­vi, salvi e finalmente a poche ore dal più importante Pae­se cattolico del mondo, quel­lo di Roma e del Papa». Una terra promessa. Shoua già si vedeva a pettinare le belle si­gnore italiane viste sui canali satellitari. Più di ogni altra cosa immaginavano la do­menica. «Prepararsi per u­scire di casa, e con le bimbe andare a Messa senza pau­ra ». Da nove mesi sono ospiti della piccola e cordiale Cau­lonia, in quella Calabria che sembra così lontana da Ro­sarno. Il sindaco Ilario Am­mendolia, che ha fatto di questo borgo sul mare un approdo sicuro per oltre un centinaio di rifugiati, ha con­cesso una borsa lavoro. «Po­chi soldi, 650 euro, per una breve occupazione in un ri­storante locale. Di più non riusciamo a fare, anche se questa famiglia meriterebbe ben altra sistemazione». Shoua e Ryadh non chiedo­no nulla. È già tanto potersi raccontare. «Certo che se qualcuno si facesse avanti con qualche offerta di lavo­ro – spera Ammendolia – noi per primi saremmo felici».

Ogni giorno la giovane cop­pia trova un momento per pregare: «Chiediamo a Dio di portare la pace nel cuore degli uomini di ogni religio­ne, perché non succeda ad altri ciò che è accaduto a noi». Ryadh non sorride quasi mai. Non è questo il domani che un padre può volere per i propri figli. Quel giovedì sera di due anni fa forse gli sarebbe bastato ar­rendersi e presentarsi scal­zo in moschea il mattino do­po, per la preghiera del ve­nerdì. «Questo mai. Sono cristiano, cattolico – scandi­sce spalleggiato da Shoua –. Lo erano i nostri genitori, lo sono i nostri figli. Siamo sta­ti cacciati a causa della no­stra fede, ma non siamo i so­li. In Iraq soffrono anche i musulmani».

Chissà se riusciranno un giorno a rivedere Baghdad. «Senza protezione – temo­no –, i cristiani sopravvis­suti non potranno svolgere una vita normale». A co­minciare dal recarsi senza paura da un fabbro o da u­na parrucchiera.



Ecco, come tutti potete ben vedere, l’islam è una religione di pace, predica e pratica l’amore universale – e se mai qualcuno ne avesse dubitato qui ne può trovare la prova documentale - e chi lo nega è un bieco e abbietto razzista islamofobo, seminatore di zizzania, fomentatore di scontri di civiltà, guerrafondaio e, naturalmente (NATURALMENTE!) al soldo della famigerata lobby giudaico-sionista.
E a proposito della suddetta famigerata lobby, dovete NATURALMENTE come al solito andare a leggere uno, due, tre, quattro e cinque.

barbara


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9 maggio 2010

ILAN HALIMI

Ventitré anni. Francese. Un debole, sembra, per le belle donne. E poi ebreo. Anzi no, non “e poi” ebreo: prima di tutto ebreo («Sono Ilan Halimi. Sono il figlio di Halimi Didier e di Halimi Ruth. Sono ebreo»). E come tale selezionato per la soluzione finale, adescato, rapito, sequestrato, bestialmente torturato per oltre tre settimane e infine, ancora vivo, bruciato (“Ilan era ebreo, doveva finire in fumo”).
Ora il libro scritto dalla madre di Ilan per ricordarne la sconvolgente vicenda è disponibile anche in italiano, nella traduzione di Barbara Mella, Elena Lattes e Marcello Hassan: noi la nostra parte l’abbiamo fatta, ora tocca a voi fare la vostra, leggendo il libro e diffondendolo, affinché uno dei più efferati episodi di antisemitismo dei nostri tempi sia conosciuto e ricordato.

Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte



barbara

AGGIORNAMENTO, purtroppo molto in tema: in Ucraina ucciso uno studente ebreo e fatto in dieci pezzi. Qui, la notizia.


8 maggio 2010

DENUDATA IN PUBBLICO DAI CARABINIERI









Qui la testimonianza in mp3.
È lo stesso posto, per inciso, metro più metro meno, in cui 22 anni fa le forze dell’ordine, la polizia, quella volta, hanno messo le mani su Francesco Badano.



Forse aveva fatto qualcosa, o forse no; la sua versione, comunque, non la conosceremo mai perché dalle mani della polizia non è uscito vivo. Storia vecchia, comunque, quella della questura di Padova: durante il fascismo era noto che chi finiva nelle mani di un certo questurino di cui ora non ricordo il nome, se ne usciva vivo viveva ancora per qualche settimana, sputando sangue dai polmoni frantumati a suon di manganellate, e poi toglieva definitivamente il disturbo. Solo che adesso in teoria non dovremmo essere ai tempi del fascismo. In teoria.

barbara


7 maggio 2010

INTERAMENTE DEDICATO AL TIZIO DELLA SERA

La sensibilità

Da un certo numero di anni la Germania sta facendo i conti con il suo passato nazista. Vi sono musei e importanti segni nella nuova architettura urbana, esistono dipartimenti universitari che si occupano della fenomenologia della catastrofe ebraica. C'è una pubblicistica che va dalla narrativa, alla saggistica, all'indagine giornalistica. Infine ci sono atti di amicizia verso Israele da parte del governo nazionale. Ma a ben guardare, esiste una sottile linea di silenzio su come fossero i tedeschi in quegli anni. Una barriera invisibile impedisce l'accesso al loro interno umano. Non sappiamo cosa in quegli anni orridi la gente avesse dentro. Ed esiste un silenzio ancora maggiore su cosa sentano oggi i tedeschi di questo passato genocida. Ad uno scrittore che si informava con operatori culturali tedeschi circa la possibilità di realizzare una fiction satirica sul nazismo, è stato spiegato che questo potrebbe avvenire solo con una piccola produzione e con personale artistico prettamente ebraico: attori e regista, ad esempio. I canali generalisti tedeschi, è stato spiegato educatamente a bassa voce, non si impegnerebbero mai in una satira televisiva sul nazismo. La motivazione risiede nel fatto che la nazione si offenderebbe. A riguardo, c'è molta sensibilità. E questo, commuove.

Il Tizio della Sera


La grande nuvola

I colloqui indiretti tra Israele e Palestina sono già una noia. Se ne presagisce l'amara inutilità. L'ossequio al loro svolgimento è legato al fatto di soddisfare il gusto etico-estetico di Obama, la sua idea tenue, quasi fanciullesca, di una democrazia planetaria poggiata sul carattere tenace degli uomini di buona volontà. E' questa la politica estera della più grande potenza mondiale. Noia nella noia, la stampa rovescia su Israele le solite accuse precostituite. La struttura ricorda quella dei tormentoni del varietà, che sono in pratica i ritornelli comici di uno spettacolo, quelli che danno il segnale quasi meccanico della risata: il pubblico ride e vuol dire che, come un buon motore, il tormentone funziona. Qui il tormentone sono i titoli dei giornali. Le parole proclamano didascalicamente che gli ebrei hanno torto; allora il pubblico dello spettacolo crede di avere delle idee, e dice compiaciuto: Israele ha torto, e porca miseria, io penso. Perché i giornali vellicano la vanità umana, inseguendola nei suoi atroci scantinati. Prendiamo il caso del quartiere di Gerusalemme est di cui parlano tutti i media perché Israele vuole costruirvi e perché alla stampa serve sempre un buon tormentone su Israele. Nessuno, come abbiamo detto in altre occasioni, conosce l'antica storia ebraica del quartiere, ma tutti sono pronti a riconoscere la lesione procurata al diritto palestinese. Attraverso il fantastico tormentone del quartiere est tutti possono capire con facilità che Israele ha torto. Negli uffici, molti giocano al ministro degli esteri e spiegano il M.O. ai colleghi. Ci sono aziende in cui all'ora di pranzo l'80 per cento degli impiegati aprono il pacchetto con il panino al tonno e maionese, e il 50 per cento di loro sono ministri degli esteri con delega su Israele e il tonno e capperi. Poi il tormentone svanirà, qualcuno farà notare che l'argomentazione del quartiere est di Gerusalemme era inconsistente. Poco importa, i media faranno spalluccia. Diranno: è inutile riparlarne. C'è invece un più grande tormento. L'immensa nuvola nera che non se ne va dai cieli della Storia. L'antisemitismo.

Il Tizio della Sera


Dichiarazione ufficiale

Tizio della Sera, ti amo.
Per quella sofferenza che non sempre l'ironia riesce a velare.
Per quell'ironia che spesso riesce a sdrammatizzare una sofferenza antica di millenni.
Per il sorriso che, in mezzo a tanta sofferenza, quasi sempre riesci a strappare.
Per la passione che traspare da ogni tua parola.
Per l'intelligenza che accompagna la passione.
Per le stupende perle, che ormai sono collana lunghissima, che continuamente ci regali.
Per il mistero che ti avvolge.
Per quella nostra Fiorentina che ho cominciato ad amare mezzo secolo fa e, anche se il tifo non lo faccio più da un pezzo, non ho mai smesso del tutto.

barbara

Poi, se c’è ancora qualche pellegrino vagabondo sperduto che non sia venuto a conoscenza dell’appello di Fiamma Nirenstein in risposta all’oscenità di jcall, è caldamente invitato (che in realtà è un eufemismo, perché se non lo fate vi meno) ad andare a leggerlo e firmarlo qui. Per leggere l’ultima meravigliosa cartolina dovete invece cliccare qui.

                          

barbara


6 maggio 2010

VUOI UN'AUTO A RISPARMIO ENERGETICO?

Eccola qui!



Se invece vuoi leggere qualcosa di bellissimo, intelligentissimo, interessantissimo, vai qui, qui e qui.

barbara


5 maggio 2010

IL VENTO DI KABUL

Mi piace sfogliare una vecchia guida turistica dell'Afghani­stan, perché mi racconta un Paese che io non ho conosciuto. È scritta da Nancy Hatch Dupree, una signora inglese molto famosa tra gli afghani, sposata con l'antropologo Louis Du­pree che aveva vissuto e viaggiato in lungo e in largo tra le montagne e le città afghane.
I suoi libri, insieme a quelli del marito, intorno agli anni Settanta erano il meglio che un turista in viaggio in Afghani­stan potesse trovare. Ora sono solo un'agghiacciante testimo­nianza di quello che la furia dell'uomo è riuscita a compiere.
Raccontavano di luoghi che non esistono più, dove era possibile girare in macchina, fermarsi a mangiare nei piccoli ristoranti di cittadine che oggi sentiamo nominare solo per­ché sono diventate il cuore pulsante della guerriglia e dei suoi sanguinosi attacchi. La Dupree scrive di hotel raffinati di pri­ma classe con bagni in camera e menu europei. E poi descri­ve piccoli alberghi in stile locale dove si potevano gustare de­liziosi kebab preparati con carne di agnello o eccellenti ahshak, i ravioli di pasta ripieni di carne macinata e porro, rico­perti di panna acida. A me non sono mai piaciuti, ma il mo­do in cui la Dupree ne parla fa venire voglia di assaggiarli di nuovo... magari, penso, mi sono sbagliata. Si racconta di mu­sei che custodivano tesori di arte islamica e pre-islamica, di minareti e moschee che avevano fatto da sfondo al passaggio delle carovane lungo la via della seta nel corso dei secoli. Mu­sei che sono stati saccheggiati durante le guerre e che la furia religiosa dei talebani ha poi distrutto. Si descrivono fantasti­ci bazar dove era possibile acquistare tappeti, oggetti in legno intagliato e in argento, borse in pelle, coperte e chapan, i mantelli locali con le lunghe maniche di fogge differenti che il mondo ha visto indossati dal presidente Karzai a righe blu e verdi. Si passava da una città all'altra in aereo o guidando, e le distanze di percorrenza indicate per ogni tragitto sono impensabili nell'Afghanistan di oggi. Nancy Dupree ha dedi­cato la sua vita a catalogare, preservare e far conoscere l'arte, la storia e l'archeologia dell'Afghanistan.
Nel novembre 2001, con il Paese in preda all'anarchia, leggere i suoi libri serviva a sopportare e capire meglio la de­vastazione che circondava chiunque arrivasse a Kabul o nelle altre città afghane in quel periodo. Un altro Afghanistan era quindi esistito, pensavo a tarda sera quando, leggendo quelle vecchie pagine, mi concedevo una pausa prima di addormentarmi nel sacco a pelo della fredda stanza dell'Hotel Intercontinental.

•••••••

I piedini nudi penzolavano dalle panche e toccavano il fango che invadeva tutto il cortile. Sono così belle le bambine afghane che ogni volta diventa difficile raccontare in televisione le condizioni disperate in cui vivono. I loro visi, i loro occhi verdi, i loro vestiti colorati riempiono le inquadrature e al montaggio tutto appare meno drammatico di quello che è. Ma i piedini nudi nel fango non sono finzione: sono, purtroppo, la tragica realtà.

Una giornalista onesta, che guarda con occhio non strabico, non viziato da ideologie di sorta, e descrive e racconta ciò che vede, che denuncia errori e responsabilità e colpe e crimini ovunque si trovino, senza sconti per nessuna delle parti in causa. E forse, con questo libro bellissimo e appassionato, ci aiuta a capire un po’ di più una realtà così lontana da noi, e che troppo raramente raggiunge le nostre case.

Tiziana Ferrario, Il vento di Kabul, Baldini Castoldi Dalai



barbara


4 maggio 2010

BANDANA

Ne siamo stati informati all’inizio dell’anno. Perché all’interno dell’edificio scolastico non è consentito portare né berretti, né cappucci, né alcuna altra sorta di copricapo. E quindi, per non rischiare situazioni spiacevoli e imparazzanti, eravamo stati avvertiti che lui, la bandana, era autorizzato a tenerla. La scoperchiatura subita la primavera scorsa non era bastata, le radiazioni che gli avevano devastato collo e spalle non erano bastate, e quindi non si era potuta evitare la chemio, che si era portata via i capelli.
Ieri, passando davanti alle finestre della sua classe, dalle quali la bandana rossa sopra il suo viso dolcissimo spiccava sempre tra le teste bionde o brune dei compagni, mi sono improvvisamente resa conto che era una vita che non la vedevo, la bandana rossa. E che non vedevo il suo gigantesco e dolcissimo papà che veniva a prenderlo all’una. Così oggi ho chiesto alla collega. È da febbraio, mi ha detto, che manca. Non stava andando bene, gli hanno dovuto fare altre radiazioni, non sono bastate, adesso sta facendo un altro ciclo di chemio, ed è troppo debole per riuscire a venire a scuola.
Con tanti figli di puttana che infestano e impestano il pianeta, e non si decidono a togliersi di torno, viene da pensare.

barbara


3 maggio 2010

SALVIAMO LA RAGIONE

Con Elie Wiesel per difendere Gerusalemme

«Salviamo la Ragione»

Un gruppo di intellettuali e personalità ostentatamente rivendicando la loro ebraicità come segno di obiettività ha diffuso un "Appello alla ragione", dandogli la più ampia visibilità. In realtà, il contenuto va contro i suoi obiettivi dichiarati: la democrazia, la moralità, la solidarietà della diaspora, la preoccupazione del destino di Israele. La parte politica che lo sostiene è chiara a tutti.


1) L'idea di una pace imposta a Israele sotto attacco, anche l'intervento delle varie potenze, è una negazione della democrazia e del diritto internazionale, con aspetti neo-colonialisti. Essa viola la libera scelta dei cittadini della democrazia israeliana e crea un precedente pericoloso per tutte le altre democrazie.

2) Si basa su un presidente americano che non riesce ad affrontare la sfida mortale dell' Iran e dell’ Unione europea che si è globalmente identificata con la causa palestinese. Israele è sotto la minaccia di sterminio pronunciata da parte della Repubblica islamica dell'Iran e dei suoi satelliti, al nord con Hezbollah, al sud con Hamas nella Striscia di Gaza.

3) Mentre questi firmatari attribuiscono la responsabilità della situazione bloccata sul solo Israele, tutte le indagini obiettive dimostrano che né l'Anp né la società palestinese sono realmente interessate ad una pace giusta: 66,7% dei palestinesi rifiutano la creazione di un loro stato sulle frontiere del 1967, il 77,4% ha respinto l'idea che Gerusalemme possa essere la capitale di due stati (aprile 2010, sondaggio da parte dell'Università di Al-Najah di Nablus). La creazione di uno stato palestinese senza la conferma della volontà di pace del mondo arabo, senza eccezioni, esporrebbe il territorio di Israele a una debolezza strategicamente fatale.

4) «Appello alla ragione» soffre di amnesia: gli accordi di Oslo hanno portato ad un'ondata senza precedenti di terrorismo, il ritiro dal Libano alla nascita di Hezbollah - e le garanzie del Consiglio di Sicurezza si sono rivelate carta straccia. Il disimpegno da Gaza ha portato al colpo di stato da parte di Hamas e una pioggia di missili nell'arco di parecchi anni. Domani "Gerusalemme Est" e lo Stato di Palestina, saranno sotto il giogo di Hamas ? Il rammarico dei firmatari di questo appello non servirà a nulla ...

5) La morale e l’onore, l'impegno per la pace, non sono prerogativa di nessun campo. Sono ogni volta in gioco. Per le sue motivazioni parziali e di parte, questa " chiamata alla ragione" contribuisce ai tentativi di boicottaggio e di delegittimazione che minano lo stato d’Israele, e pregiudica gravemente l'esistenza della sua popolazione.


6) Davanti alle vere minacce che colpiscono Israele nella sua stessa esistenza e che compromettono le probabilità di una pace duratura in Medio Oriente, noi vogliamo costituire un movimento di opinione in seno all'unione europea di cui siamo cittadini, e che intende difendere e spiegare la legittimità dello Stato di Israele come parte di una vera pace, e la lotta contro l'antisemitismo che sta crescendo pericolosamente.

Chiediamo a tutti di firmare questa dichiarazione.

Firmate e fate firmare l'appello "Salviamo la Ragione"
Per firmare clicca sul seguente link http://www.dialexis.org



Io ho firmato, ora tocca a voi. Così come tocca a voi, perché io l’ho già fatto, leggere uno e due.

barbara


1 maggio 2010

UNA “INDUSTRIA” MOLTO PARTICOLARE

Cosa si nasconde dietro l’”industria della solidarietà”?

Secondo l’università americana John Hopkins, tutte le Ong internazionali e nazionali messe insieme rappresentano la quinta economia del pianeta, con un bilancio annuale, per le sole emergenze dovute a catastrofi naturali e conflitti armati, di sei miliardi di dollari offerti dai governi e di altre centinaia di milioni di dollari donati dai privati. La Croce Rossa Internazionale stima che al momento in ciascuna delle maggiori situazioni di crisi operino in media un migliaio di Ong e circa 10 diverse agenzie Onu.

Questi dati sembrano la confortante documentazione della generosità umana ben indirizzata e utilmente messa a frutto finché non si legge L’industria della solidarietà, il libro scritto da Linda Polman,
una nota giornalista free lance olandese, docente di giornalismo presso l’Università di Utrecht. Vi si scoprono, raccontate da una professionista accreditata, sprechi, improvvisazione, protagonismi di operatori umanitari irresponsabili, cifre gonfiate sull’entità di un problema per ottenere più finanziamenti, concorrenza tra le Ong per aggiudicarsi l’attenzione dei mass media e quindi i fondi dei governi e degli organismi internazionali, rapporti più che approssimativi su spese e risultati conseguiti.

Tuttavia, se si trattasse solo di questo, si potrebbe continuare a pensare che, ciononostante, le Ong svolgono una indiscutibile funzione positiva,
insostituibile e irrinunciabile, e quindi che le disfunzioni e le distorsioni, per tante che siano, non devono minimamente mettere in discussione l’attuale sistema degli aiuti internazionali perché sarebbe come buttare via il bambino con l’acqua sporca.

Ma Linda Polman affronta anche altri problemi
che sollevano seri interrogativi sull’esito stesso delle attività umanitarie svolte in zone di guerra e che peraltro sono ben noti a tutti coloro che si occupano a vario titolo delle emergenze causate dai conflitti.

Tra quelli descritti dall’autrice, vi è il fenomeno dei cosiddetti refugee warriors, i combattenti che si mescolano e si nascondono tra i civili accolti nei campi per profughi e sfollati.
Si tratta di una tattica abituale al punto che – scrive Linda Polman – «secondo alcune stime, tra il 15 e il 20 per cento degli abitanti dei campi profughi del mondo sono refugee warriors che tra un pasto e un trattamento medico portano avanti le loro guerre».

Un caso particolarmente grave si è verificato nei campi allestiti a Goma, nella Repubblica Democratica del Congo orientale,
per accogliere centinaia di migliaia di profughi dal Rwanda dopo lo scoppio della guerra civile che nella primavera del 1994 ha provocato la morte, secondo le stime governative, di 937.000 persone prevalentemente di etnia Tutsi in soli 100 giorni. A lasciare il paese inseguiti dall’esercito Tutsi erano gli Hutu, autori del genocidio, inclusi i militari e l’intera classe politica, che continuarono per qualche tempo il massacro dei Tutsi in patria e anche di quelli residenti in Congo, tornando ogni sera nei campi trasformati in quartieri militari sotto gli occhi degli operatori umanitari.

Ma ancora più preoccupante è la quantità immensa di denaro e di beni destinati alle popolazioni in difficoltà, seviziate, spogliate di ogni bene e messe in fuga dalle milizie contendenti,
che in un modo o nell’altro – sotto forma di dazi per il transito dei convogli, di estorsioni, percentuali concordate, furti sistematici e via dicendo – finiscono invece sistematicamente nelle mani dei combattenti, i quali perciò dispongono di essenziali risorse per continuare a lottare e a infierire sui civili inermi. «Grazie ai proventi delle trattative con le organizzazioni internazionali – spiega Polman – i gruppi in lotta mangiano e si armano, oltre a pagare i loro seguaci» e questo influisce in maniera decisiva sull’intensità e sulla durate delle guerre. Nel gergo degli addetti al lavoro, questi accordi tra Ong e combattenti vengono definiti «shaking hands with the devil»: patti con il diavolo.

Non che queste cose, più o meno, non le sapessimo, ma trovarle finalmente documentate è sempre una buona cosa.
E poi, visto che ultimamente non ho aggiornato, regaliamoci qualche utile riflessione recuperando un po’ di Ugo Volli arretrato,e precisamente uno, due, tre, quattro e cinque.


barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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