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Diario


31 marzo 2010

LA DONNA CHE RINUNCIÒ A FARSI SALTARE IN ARIA

È un po’ lungo, ma avrete tutto il tempo per leggerlo con calma e meditarci sopra.

Arin, kamikaze che non vuole morire



Vent'anni e dieci chili di esplosivo addosso. Aveva da fare solo un ultimo gesto. Ma in quel momento ha scelto di vivere. "Ho visto una signora israeliana spingere un carrozzina con dentro un bebè, in quell'istante mi sono fatta mille domande: ho io il diritto di togliere la vita ad un neonato? e quale è la delega che mi avrebbe dato Allah per uccidere? E poi le mie dita, come pietrificate, non hanno voluto pigiare quel bottone". Così Arin Ahmed, una donna kamikaze palestinese, ricorda oggi gli ultimi istanti che le hanno fatto rinunciare di portare a termine la missione di morte per la quale era stata inviata, sette anni fa, in una cittadina a sud di Tel Aviv. Arin è uscita di recente da un carcere israeliano, dopo sette anni di reclusione. Gli anni del carcere le hanno fatto cambiare idea. Oggi Arin crede nel dialogo con Israele e vorrebbe fare l'attivista di pace. Detesta "quelli di Hamas" che l'hanno accusata di vigliaccheria: "Nessuno ha il diritto di biasimarmi, è stata una scelta che ha riguardato la mia vita". L'articolo che segue è stato scritto poche settimane dopo i fatti avvenuti.

di Jean Paul Mari

È un bel giorno per morire. Il cielo è azzurro, l'aria primaverile già calda e stormi di uccelli cantano sugli alberi del parco. Arin Ahmed sente sul corpo il peso dell'esplosivo chiuso nei sacchetti di plastica. Sotto un pergolato, alcuni pensionati ebrei russi giocano a carte, altri a scacchi. In rue Rothschild, accanto alla banca Discount, la giovane donna osserva passare tanta gente comune, adolescenti, mamme coi bambini per mano. Non sa nulla del celebre barone al quale è dedicata la via che lei sta ora percorrendo. Non conosce i marciapiedi di Rishon-Le Zion, tranquilla quanto squallida periferia di Tel Aviv. Non sa neppure in che città si trova. Quelli che l'hanno portata qui, le hanno semplicemente detto che si trovava "nel punto giusto". Arin cerca con lo sguardo Issam, l'altro kamikaze, un ragazzo di 16 anni con i capelli tinti di biondo, vestito di nero dalla testa ai piedi. Le hanno ripetuto più volte che deve soltanto aspettare che Issam si faccia saltare in aria, aspettare che arrivino le ambulanze e la polizia, i volontari, i curiosi e i parenti affranti. Aspettare che ci sia abbastanza gente. Poi non dovrà fare altro che tirare con forza la cordicella collegata al detonatore e alla decina di chili di esplosivo fissati sotto la camicia. È indubbiamente un bel giorno per morire. E per raggiungere Jad, il suo grande amore, morto combattendo contro Israele. Finito tutto, potranno finalmente ritrovarsi nel paradiso dei martiri. E mai più nessuno potrà separarli. Con la mano stretta sulla cordicella, Arin osserva la folla, gli anziani pensionati, le donne che spingono la carrozzina. Pensa alla ragazza israeliana, sua coetanea, che le ha scritto alcune lettere. Mercoledì 22 maggio: il cielo è d'un azzurro luminoso e lei ha 20 anni. No, non è un bel giorno per uccidere. In un attimo, Arin decide di rinunciare alla sua missione.
A Betlemme, Najah, sua zia, è in preda all'agitazione. Arin è uscita al mattino per andare all'università. Poi doveva passare dall'estetista, riprendere le lezioni e tornare a casa prima delle 16. Sono già le 18: due ore di ritardo, non è da lei. Di solito Arin non nasconde nulla a Najah, giovane insegnante di matematica di 35 anni, donna saggia, velata e affettuosa. Non si è mai sposata per potersi occupare al meglio di Arin, che ha perso il padre da piccola e la cui madre è rimasta in Giordania. Najah è un modello per Arin: una zia ma anche una sorella, una madre e persino un padre, severo quando occorre. Arin vorrebbe viaggiare come lei, andare in Egitto e in Giordania, ma per il momento si accontenta di prenderne in prestito i libri e confidarle i suoi segreti. Arin aveva sogni da ragazza saggia. Innanzitutto di completare gli studi di economia e commercio iniziati nella scuola secondaria evangelica luterana, un istituto privato, decisamente caro ma con una grande reputazione. Poi lavorare, prendere la patente, guadagnare dei soldi e vivere la propria vita.
Arin era laica, non portava il velo e vendeva prodotti di bellezza per raggranellare qualche soldo. Parlava l'arabo, l'ebraico e il tedesco, discuteva in inglese con lo zio Omar, ingegnere meccanico formatosi a Long Beach, in California, e adorava usare il suo PC per navigare in Internet, mandare e-mail ai suoi corrispondenti stranieri e israeliani. La sua vita era inquadrata, fra Najah, le altre due zie, la nonna un po' autoritaria e lo zio Omar. Ma l'Intifada sconvolge tutto.
Un giorno Najah si vede arrivare Jad Attallah, 26 anni, che chiede la mano di Arin, con la quale esce da più di un anno e mezzo. Jad vive nel sinistro campo di rifugiati di Dheisheh. È alto, impettito e serio, fin troppo serio dietro quel suo paio di occhiali d'acciaio. A 13 anni, durante la prima Intifada, aveva scagliato pietre contro i soldati israeliani ed era stato colpito alla testa da un proiettile di metallo avvolto nella plastica. Da allora soffre di disturbi alla vista, forti emicranie e un odio feroce nei confronti delle "forze d'occupazione". Come il fratello più giovane, Zeid, assediatosi nella Chiesa della Natività di Betlemme, catturato e poi espulso verso Gaza. Ufficialmente Jad lavora come sarto a domicilio, in realtà vive solo per le Brigate dei Martiri di Al-Aqsa. È un soldato, un combattente più propenso all'azione che alla politica. Najah lo sa e si oppone al matrimonio. D'altro canto, anche il padre di Jad ha rinunciato a seguire il figlio, che un giorno verrà sicuramente arrestato o ucciso. Cosa potrebbe mai offrire ad Arin se non un futuro come moglie di un detenuto o vedova di un martire? Da allora i due ragazzi si amano di nascosto. In modo assolutamente casto, ovviamente. Nei campi della Palestina non si scherza con l'amore. Quando Arin chiede a Jad di rinunciare alle sue attività, lui le risponde: "Ormai è troppo tardi".
Qualche settimana più tardi, Jad muore a bordo della sua automobile. Trasportando degli esplosivi, sostiene il Shin Beth (i servizi di sicurezza israeliani, ndr), polverizzato da un razzo lanciato da un elicottero, affermano al campo di Dheisheh. È l'8 marzo. Najah non osa dirlo ad Arin, le chiede semplicemente di ascoltare il notiziario di mezzanotte. Arin si mette a urlare, pazza di rabbia e di disperazione: grida che non è vero, vorrebbe uscire in piena notte, per correre da Betlemme a Dheisheh nonostante il coprifuoco. All'alba, Najah l'accompagna all'ospedale Hussein de Beit-Jala. L'impiegato dell'obitorio non vorrebbe far entrare quelle donne, ma Najah insiste per farsi aprire la cella frigorifera dove si trova il corpo bruciato di Jad, coperto da un telo di plastica. "Abbiamo pregato per due ore, in silenzio", dice Najah. I funerali si tengono il giorno stesso, al "cimitero dei martiri", all'ingresso di Dheisheh, su un pezzo di terreno offerto da un abitante del campo, che per questo ha sacrificato la sua futura casa. Il cimitero è un cantiere permanente, con 25 tombe recenti, coperte di fiori, e una quindicina di fosse supplementari, già rivestite di cemento, per le future vittime. Sulla lapide, davanti alla tomba di Jad, una citazione del Corano: "Non crediate che gli uomini caduti in combattimento siano morti, sono sempre vivi nel nostro grande paradiso".
Quel giorno vengono seppelliti altri tre attivisti, in mezzo a un'enorme folla. Secondo la tradizione, il sangue dei martiri è profumato. Arin afferra il sudario verde e rosso e lo allunga a Najah: "Guarda, senti, è sempre con noi". È l'ora del coprifuoco. I soldati israeliani sparano in aria per disperdere la folla. Najah e Arin ci mettono due ore per evitare i checkpoint e percorrere il labirinto di qualche chilometro che le riporta a casa. Alla sera, Arin vuole dormire da sola, "per piangere, sognare e ricordare". È una bambina, con un grande sorriso infantile, che può nascondere una profonda tristezza e Najah è preoccupata, perché la vede sempre più silenziosa. Il nuovo coprifuoco imposto dalle truppe israeliane dura trentanove giorni di fila. L'intera famiglia rimane segregata, attaccata al telefono e alle informazioni delle televisioni locali. Fuori i latrati dei cani risuonano nelle strade deserte. Arin piange nel vedere che nessuno può più appendere il ritratto di "Jad, il combattente martire" sui muri del quartiere, come vuole la tradizione. La ragazza passa il tempo con un libro di cucina, preparando dolci.
Due settimane dopo, riceve una drammatica telefonata dalla sua migliore amica: suo zio, un cristiano di 45 anni, è sceso ad aprire il garage, i soldati hanno aperto il fuoco e lui è rimasto ucciso sul colpo. Arin, sconvolta, è costretta a fare le condoglianze per telefono. Najah assiste impotente mentre Arin sprofonda sempre più nella disperazione. Le propone allora di partire per la Giordania, per cambiare vita: Arin accetta. Poi avviene una violenta lite familiare, con la nonna esasperata che esige la verità su Jad. Ma Arin si rifiuta di parlare: "State fuori dalla mia vita", si impunta. E poi passa quasi a una minaccia: "Vi spezzerò il cuore".
Tornata all'università, Arin rivede Alì al-Mograbi, un attivista del Tanzim. Fra studenti si discute di politica, si parla anche di Jad. Improvvisamente Arin si lascia sfuggire: "Voglio morire da martire". Non si può dire una cosa del genere a un tipo come Alì, che appartiene a una cellula terroristica come molti membri della sua famiglia, da quando uno dei suoi fratelli è stato assassinato dai soldati israeliani. Quando un emissario dell'Autorità palestinese è andato a trovare il padre dei ragazzi, per chiedere loro di cessare le attività armate, il vecchio ha risposto: "Che cosa posso dire a degli uomini che hanno deciso di vendicare la morte del fratello?". Arin ha gridato che vuole morire, come prova d'amore nei confronti di Jad. La ragazza sa che non verrà chiamata al suicidio prima di tre o quattro mesi, il tempo necessario per la preparazione. Si sente libera. Non sa che si è appena distrutta la vita.
Quattro giorni dopo, un mercoledì, Alì aspetta Arin all'ingresso della facoltà: "È per oggi. Congratulazioni!". Frastornata, la ragazza lo segue. In un appartamento segreto, compie le sue ultime abluzioni, si infila gli abiti religiosi e registra la "tradizionale" videocassetta dei futuri martiri. Riceve poi la cintura carica di esplosivo e conosce Issam, 16 anni, il secondo kamikaze. Gli attivisti hanno fretta di combattere la politica di Sharon e di dimostrare che l'occupazione dei territori non può mettere fine al terrorismo. Arin è stata certamente aggiunta alla missione all'ultimo minuto, per aumentarne l'impatto. La loro guida verso Israele si chiama Ibrahim Sarahna, un antiquario di Dheisheh. Sposato con un'israeliana di origine russa, può circolare fuori dai territori e per questo servizio viene ampiamente retribuito. Ibrahim mostra loro il veicolo col quale li condurrà sul luogo dell'attentato: una vettura rubata, senza freni, che mostra di aver avuto già qualche incidente: un rottame che rischia di fermarsi da un momento all'altro. Arin è scioccata: evidentemente la sua vita non vale un granché. Arrivati a Rishon-Le Zion, Ibrahim sceglie un punto per Issam e deposita Arin un po' più lontano. Le rimedia un walkie-talkie e un numero in codice in caso di emergenza. Poi sparisce. Arin si ritrova a camminare lungo il marciapiede di una città che non conosce. Improvvisamente è come se si levasse un velo: l'esplosivo, la videocassetta, il suo suicidio, la morte degli innocenti e l'ulteriore sangue che ne scaturirà... Non può essere lei! Tra una frase senza ritorno, gettata lì quasi per caso ("Voglio morire..."), e quel marciapiede, Arin non ha avuto tempo per respirare o per pensare, presa in un turbinìo che le dà le vertigini. Prende il walkie-talkie e compone il numero in codice. Dall'altra parte la voce di Ibrahim l'autista, dapprima sorpreso, che cerca di convincerla a continuare nella sua missione: "Non puoi tornare indietro. Per Jad, per vendicare la sua morte, per ritrovarlo nel grande paradiso di Allah dove ti sta aspettando. Sarai una delle poche donne che sono riuscite a trasformarsi in bombe umane. Diventerai un'eroina per il tuo quartiere, la tua città, il tuo popolo! Pensa a Jad, pensa a lui che ti sta aspettando! E vai avanti!". Non serve a nulla, Arin dice di no. Ritrova Issam, a 200 metri di distanza, e gli annuncia la sua decisione. Di colpo molla anche lui, richiama Ibrahim e gli chiede di riportarlo a Betlemme. Ibrahim non osa prendere una simile decisione e gli dà il codice di uno dei capi della cellula. Nuova chiamata, nuovo tentativo di persuasione, nuovo rifiuto. Alla fine Ibrahim e la moglie tornano a prenderli con la loro macchina. La missione è fallita, lui è furibondo. Ma Issam, 16 anni, era stato lungamente preparato a morire. Quando l'auto sta per ripartire, chiede a Ibrahim di farlo scendere. Arin non l'ha visto vagabondare nel pergolato, vicino ai giocatori di scacchi fino alle 21, in attesa del momento più propizio. Al momento dell'addio, lei si è limitata a dirgli: "Perdonami. Ho troppa paura. Salutami tutti quelli che incontrerai là in alto...". Stava pensando ancora a Jad.
"Come fate a convincere una persona normale a farsi saltare in aria?", ha chiesto un giorno un avvocato al suo cliente, responsabile di tante operazioni suicide. L'altro ha puntato un dito sul petto: "Dentro di te, c'è un'altra persona pronta a fare 'quello'. Il mio lavoro consiste nel tirare fuori quella persona". La spaventosa esplosione ha provocato tre morti e 27 feriti, di cui quattro in gravissime condizioni. Una delle vittime è un ragazzo di 16 anni, come Issam. Quelli che conoscono gli attentati kamikaze sanno che la cintura di esplosivi piena di chiodi dilania il corpo dell'attentatore ma spesso ne scaraventa la testa ancora intatta a parecchi metri di distanza. Hanno identificato Issam grazie ai vestiti neri e ai capelli tinti di biondo.
A Betlemme, Najah tira un profondo sospiro di sollievo quando vede tornare Arin, pallida come un cencio. Najah l'assale di domande, ma Arin mormora di essere stanchissima e si rifiuta di parlare. Il giorno dopo, Najah si occupa della madre e Arin torna all'università. Dentro l'organizzazione di Ali al-Mograbi la discussione si fa accesa. C'è chi vorrebbe giustiziare Arin, per evitare che possa parlare, ma uno dei fratelli Mograbi si oppone: "Non siamo dei criminali!". Verranno poi tutti arrestati. Ibrahim Sarahna e la moglie russo-israeliana vengono seguiti e localizzati in un albergo israeliano, dove tentavano di nascondersi. Il loro arresto dà origine a una situazione incredibilmente complicata, che vedrà coinvolto anche il Shin Beth. Dapprima, infatti, si pensa di aver arrestato Ibrahim Sarahna, nato a Sheisheh, collaboratore d'Israele e sposato con Marina Pinsky, un'ebrea russa. Peccato che la coppia si fosse separata e che l'uomo fosse del tutto innocente, visto che era già in prigione per il furto di un'automobile. Poi ci si rende conto di aver catturato un altro Ibrahim Sarahna, un omonimo, nato nello stesso posto e sposato con una russa ortodossa di nome Irena Polychuk, un'ex prostituta che avrebbe "usurpato" l'identità di Marina Pinsky per emigrare in Israele! Il "falso" Ibrahim viene discolpato, mentre il "vero" Ibrahim non resiste a lungo alle domande del Shin Beth.
Per Arin è tutto molto più semplice. È un altro mercoledì nero: alle cinque del mattino Najah vede la casa circondata da una trentina di militari. "Eccoli che arrivano", esclama Arin. "Chi sono? Che cosa vogliono?", chiede Najah, esterrefatta. "Sono venuti a prendermi". Najah crede a un errore, a uno sbaglio nella lettura del documento di identità. I militari prendono Arin, ancora in pigiama, le bendano gli occhi e le legano le mani dietro la schiena per poi spingerla dentro un'auto blindata. Dapprima prelevano anche Nahel, il cugino di Arin, che viene però subito rilasciato. A bordo del veicolo, Arin gli chiede: "Ma ci uccideranno? Vogliono torturarci?". Una volta giunti al Russian Compound, la prigione di Gerusalemme, le guardie che la interrogano non hanno nessun problema a farsi raccontare l'intera vicenda.
Un mese dopo, un uomo in abito scuro e cravatta bussa alla porta blindata del Russian Compound. È nato in Iraq, i suoi compagni l'hanno sempre chiamato Fouad, ma è meglio conosciuto con il nome di Benyamin Ben Eliezer, attuale ministro israeliano della Difesa. Accompagnato dal responsabile dello Shin Beth, ha deciso di cercare di comprendere il meccanismo umano che sta alla base dei gesti dei kamikaze. In una sala ammobiliata, le guardie accompagnano un giovane dall'aria inflessibile, arrestato poco prima di entrare in azione. Era stato arruolato sei mesi prima dalla Jihad islamica. Leggermente infastidito, il ministro lo ascolta mentre parla della gloria di morire come martire, uccidendo degli ebrei e liberando la Palestina, dell'ordine categorico di Allah e della ricompensa che attende i Puri in Paradiso. Poi è la volta di Arin. "Perché volevi suicidarti?", le chiede il ministro. "Avete ucciso il mio ragazzo". "Vivevate insieme?". "Oh no, certo che no! Non si può in una società come la nostra". "E volevi uccidere degli ebrei per vendicare la sua morte?". "Non lo so che cosa volevo fare. Ero rimasta ferita e provavo una forte rabbia". Poco a poco il vecchio ministro combattente d'Israele, ma anche gli agenti del Shin Beth che la interrogano, vengono conquistati dall'intelligenza di Arin, dalla sua freschezza e dal suo sorriso. A un certo punto il ministro le chiede: "Che cosa faresti se venissi rilasciata?". "Andrei a vivere in Giordania da mia madre, per continuare i miei studi e la mia vita". Il ministro la saluta e si alza per dirigersi verso l'uscita. Ma Arin lo ferma. Sa che il tribunale militare che l'aspetta, a differenza del tribunale civile, terrà in considerazione solo il fatto che aveva intenzione di commettere un attentato suicida. E sa anche che potrebbe essere condannata a decine di anni di prigione. Con le lacrime agli occhi, supplica il ministro: "Che cosa ne sarà di me? Non voglio che la mia vita sia rovinata per sempre. Non ho fatto niente. Ci ho rinunciato. Non l'ho fatto! Non dimenticatelo, per favore. Lasciatemi uscire di qui". Il ministro la guarda in silenzio, poi osserva gli uomini del Shin Beth presenti nella sala. I testimoni affermano che niente sul suo volto lasciava presagire cosa stesse pensando in quel momento. Ma tutti lo sentono pronunciare queste poche, precise parole: "Kul wahad wanasibuhu". Che tradotto dall'arabo significa: "A ciascuno il suo destino". (Repubblica Donne, luglio 2002)



barbara


31 marzo 2010

HAG SAMEACH BERLUSCONI!

Ieri sera tutto il popolo di Israele, in Israele e nella diaspora, ha celebrato la fine della schiavitù e tutti alla fine del Seder (la cena rituale) hanno detto a voce alta "Le Shanà abaà be Yerushalaim", augurio che gli ebrei si sono detti l'un l'altro per 2000 anni rivolti verso la Città Santa, capitale dell'ebraismo, per 3000 anni Capitale di Israele Popolo e per 1000 anni capitale di Israele Regno e da 65 anni Capitale di Israele Stato.
Una storia di dolore, di miracoli, di schiavitù, di morti e di libertà, una storia nostra, solo nostra, solo degli ebrei che altri popoli hanno voluto distruggere per puro e indistruttibile odio.
Uno dei più grandi miracoli del Popolo ebraico è stata la ri-fondazione nella sua terra dello Stato di Israele dopo più di 20 secoli di persecuzioni e massacri, dopo tanta disperazione e tanta speranza eppure questo miracolo ha fatto cadere nel tunnel dell'odio e dell'invidia altri popoli, quelli europei e quelli arabi e islamici, un odio e un'invidia che si sono espressi nel desiderio di distruggere questo piccolo Stato desideroso solo di pace e di sicurezza.
Un piccolo Stato trasformato in pochi decenni, da deserto quale era diventato nei secoli di abbandono, in un paese all'avanguardia in tutti i campi, dall'agricoltura alla medicina, dalla tecnologia alla scienza.
Un piccolo Stato sempre sotto pericolo di estinzione per l'odio dei suoi vicini e dei suoi lontani.
Un piccolo Stato che è d'esempio a tutto il mondo di come si può diventare se si ama il proprio Paese, se lo si vuole sviluppare, se si è legati anima e corpo alla Terra da cui si proviene e dove si è implorato il ritorno per tutto il periodo dell'esilio e delle persecuzioni.
Sì, ieri sera abbiamo celebrato la fine della Schiavitù in Egitto, "schiavi eravamo, ora siamo liberi in Erez Israel".
Azzam Pascià della Lega Araba diceva nel 1948: "Inizieremo una guerra di sterminio e di massacri".
Radio Bagdad gridava nel 1967: "Siamo risoluti a raggiungere il nostro obiettivo: cancellare Israele dalla Carta Geografica".
Radio Cairo nel 1967: "Uccideteli tutti, non lasciate vivo nemmeno uno..."
Yasser Arafat nel 1974: "Nessuno ci fermerà finché Israele non sarà distrutto. Per noi la pace è la distruzione di Israele."
Yasser Arafat nel 1979: "Gli israeliani devono ricordare che il loro stato non durerà piu' di 70 anni e 32 sono già passati."
Yasser Arafat nel 1985: "Il popolo palestinese combatterà i sionisti fino all'ultimo bambino nel ventre di sua madre".

Dall'epoca di queste dichiarazioni di odio, distruzione e morte sono passati anni, abbiamo sofferto molte guerre e un terrorismo spaventoso ma le cose non sono cambiate nel senso che vi sono leader occidentali che avallano tali dichiarazioni e, a differenza degli arabi, le avallano parlando di in modo ipocrita e disgustoso di pace che nella loro lingua significa "Israele lascia tutto ai palestinesi e rassegnati".
Quindi abbiamo Obama, presidente USA, nostro alleato, che incolpa Israele di tutto quello che succede perché Israele costruisce case per la popolazione a Gerusalemme Capitale come ogni nazione del mondo fa nelle proprie capitali e nelle proprie città.
Obama ha bisogno di prendere a calci Israele per accattivarsi le simpatie arabe e lo fa senza remore, senza pentimenti, senza vergogna, poi partecipa al Seder alla Casa Bianca senza mettersi, in segno di rispetto, la kippà in testa... si arrabbierebbero troppo gli arabi amici suoi.
Napolitano, presidente italiano, va in un paese nemico come la Siria a blaterare che Israele deve rerstituire i territori contestati (per lui e gli altri "occupati") e naturalmente il Golan.
Dulcis in fundo, ciliegina sulla torta, il nostro amico Silvio Berlusconi che ha gettato via anni di amicizia proclamando, come Napolitano, che Israele deve lasciare i territori e il Golan e ha concluso queste oscenità baciando la mano a Gheddafi.
Ma Berlusconi, ma come si fa!
Ma Berlusconi!
Non lo sa che l'Italia non è più quella vergogna che era all'epoca dei governi Craxi-Andreotti in cui venivano protetti i terroristi palestinesi, li si faceva scappare dall'Italia dopo aver ammazzato cittadini italiani e si nascondeva Arafat in Parlamento per proteggerlo dalla Interpol.
L'Italia non è più neanche quella dei governi comunisti e cattocomunisti quando per le strade italiane si facevano cortei oceanici urlando "A MORTE ISRAELE" e si bruciavano decine di bandiere di Israele e si bastonavano gli ebrei per le strade (nel resto d'Europa, è vero, li ammazzavano).
L'Italia non è più l'Italia di Dalema, Prodi, Diliberto, non è più l'Italia dell'odio.
L'Italia di Berlusconi è amica di Israele, non se lo ricorda più?
E allora perché va nei paesi nemici, in braccio alla lega Araba, a baciare le mani a un luridissimo terrorista e a dire che la democratica Israele deve... deve... deve!
Non le rifaccio la storia, Cavaliere, ma le ricordo che Israele è stata attaccata dalla Siria due volte per la distruzione e il Golan è stato conquistato da Israele perché aveva vinto la guerra.
Da quell'altipiano per 20 anni i siriani hanno sparato contro i nostri agricoltori e cittadini che vivevano in pianura.
Il Golan è per Israele la sicurezza e lei, come Napolitano, come Obama, vorrebbe che noi lo regalassimo alla Siria? E lo va a dire al signor Gheddafi, nostro ferale nemico e assassino di molti europei? E poi gli bacia anche le mani? Credeva di essere di fronte al Papa perché il dittatore libico si veste quasi uguale?
Cavaliere, lei è una grande delusione per me ma so che nonostante questi tremendi errori e schiaffi senza pietè a Israele, il governo italiano è ancora nostro amico.
Sono sicura che lo sia anche lei, Cavaliere, solo che sta cedendo ai ricatti e questo per un leader non è un atteggiamento dignitoso.
Il Golan è Israele, Cavaliere, come lo è Gerusalemme, tutta intera, senza est, ovest o nord e sud!
Le Shanà Abaà be Yerushalaym, l'anno prossimo a Gerusalemme, lo abbiamo detto piangendo per 2000 anni, oggi lo diaciamo con orgoglio e a testa alta.
Se lo ricordi Berlusconi, se lo ricordi Napolitano e soprattutto se lo ricordi Obama!
Gerusalemme è la nostra capitale e non la daremo a nessuno.
Hag Sameach, Berlusconi, noi siamo a Gerusalemme!
Deborah Fait

Naturalmente non condivido neppure mezza briciola della sorpresa di Deborah per quello che a lei è sembrato un voltafaccia dell’amatissimo Silvio (impressionanti, a questo proposito, le reazioni isteriche e sgangherate del Signore e Padrone di informazione corretta ad ogni accenno di critica al suddetto amatissimo) e che è invece nient’altro che una dimostrazione di perfetta coerenza con ciò che l’uomo – si fa per dire – è sempre stato, fin da quando a scuola si faceva pagare per passare ai compagni più deboli i compiti delle materie in cui era più ferrato. Ma a parte questo, per il resto condivido assolutamente tutto. Così come condivido questo e questo.

                       

barbara


30 marzo 2010

CORRIERE DELLA SERA: NUOVI TAROCCHI, VIZIO ANTICO

Qualche giorno fa il Corriere della Sera, nel nobile e lodevole intento di mostrare quanto sono cattivi i perfidi giudei che occupano la Terra d’Israele, ha pubblicato una foto che mostra come sono ridotti i poveri palestinesi, vittime della loro infamia. Su tale foto ha messo le mani il bravo Marco Reis, così:



Per vederne meglio i dettagli, ecco i singoli pezzi ingranditi:







Chiaramente non si tratta di ciò che la didascalia vorrebbe far credere, bensì di una delle innumerevoli foto fabbricate ad arte e conservate per essere usate all’occorrenza, allo scopo di “documentare”, in qualunque momento, ciò che fa comodo propinare ai lettori – do you remember le migliaia di foto taroccate che la Reuters è stata costretta a ritirare durante la guerra in Libano?
Vizio antico, d’altra parte, al Corriere: quella che segue è una mia lettera al giornale – direttore, allora come oggi, Ferruccio De Bortoli – nel lontano maggio del 2001:

Buongiorno direttore. Sono di nuovo io, abbia pazienza. Sul Corriere di oggi c'è una foto con la didascalia "Un soldato israeliano spara contro un palestinese a Ramallah".
1 - Come fa a sparargli se il mitra è rivolto in un'altra direzione?
2 - Perché il palestinese cade in avanti se è colpito di fianco?
3 - Perché porta le mani in avanti come chi è inciampato?
4 - Perché, guardandolo con la lente di ingrandimento, il viso del palestinese appare perfettamente disteso e ha addirittura un accenno di sorriso?
5 - Come fa uno a essere talmente idiota da passeggiare tranquillamente a quattro metri - come appare nella "foto" - da un nemico col mitra spianato?

Poi uno dice eh, c’è scritto sul giornale! C’è anche la foto ...

barbara


29 marzo 2010

HA VISTO IL MURO?

Avevo scelto di non parlarne a botta calda, riservandomi di farlo in un secondo momento. Bene, il secondo momento è arrivato.
Abu Mazen gli aveva chiesto, al suo arrivo: “Ha visto il muro?” Se avesse risposto qualcosa come: “Ho visto la barriera che Israele è stato costretto ad erigere per fermare quei terroristi che Lei non ha mai voluto fermare, e ho visto il muro che in alcuni punti, soprattutto lungo le strade, ha dovuto prendere il posto della barriera metallica per impedire che quei cecchini che Lei non ha mai voluto fermare facessero il tiro al piccione sugli automobilisti di passaggio”; se avesse risposto così avrebbe dimostrato di essere un Uomo coi Coglioni.
Se avesse detto: “Ho visto quello che c’era da vedere”, avrebbe dimostrato di essere un politico prudente e accorto.
Invece ha risposto: “No, non l’ho visto perché ero occupato a prendere appunti”, e con ciò ha dimostrato, una volta di più, di essere quel miserevole coglioncello che abbiamo sempre saputo. Qualcuno, con tonnellate di prosciutto per niente kasher sugli occhi, ha voluto vedere in quella infelice e squallida risposta la tempra del grande statista e ha continuato a crederlo amico.
Ora il Grande Amico di Israele, colui che non ha paura di cantarle chiare a chicchessia, è andato in casa d’altri per prendere l’amico Israele a sonori calci in culo, ha – riuscendo a superare perfino D’Alema – devotamente baciato una delle mani più insanguinate del pianeta, ha svenduto il proprio culo e quello dei presunti amici. Quale scusa riuscirete a inventarvi questa volta per evitare di guardare in faccia la realtà?



barbara


28 marzo 2010

DAVAR ACHER – L’ANNO PROSSIMO A GERUSALEMME

Domani sera in tutte le case ebraiche, dopo il vino, l'haroset, le erbe amare, i salmi e le storie, proprio alla fine della sera, si diranno tre parole decisive, che danno al seder una presa sull'attualità che non è mai cessata da quando i saggi hanno fissato l'Haggadà. Diremo, come tutti gli anni "Leshanà habbà beJerushalaim", l'anno prossimo a Gerusalemme. Per secoli questa è stata solo una promessa spirituale, una speranza che non moriva. Una preghiera. Gradualmente, a partire da centocinquanta anni fa, la clausola è diventata concreta, il senso è cambiato in un invito a salire davvero in Eretz Israel. Una proposta, una richiesta. Poi, a giugno di sessantatre anni fa a Gerusalemme ci siamo insediati davvero. Dal senso della frase non è sparito l'invito all'alyà, ma si è aggiunta la gioia di una realizzazione. Era diventata un segno di festa. Magari fra mille problemi, Gerusalemme era comunque tornata al popolo ebraico, dopo centinaia, migliaia di instancabili ripetizioni di quella formula.
Tutti sappiamo quel che ho appena riassunto. Perché parlarne ancora? Perché non è affatto detto che l'anno prossimo saremo ancora a Jerushalaim. Se le cose andassero come sembrano volere non solo i palestinesi e il mondo arabo e islamico, ma anche l'Europa e l'America di Obama, l'anno prossimo di Gerusalemme potrebbe restarci solo la periferia occidentale, quartieri simpatici come Rehovia. Come negli anni fra il '48 e il '67 la parte occidentale delle mura di Solimano, dalla cittadella di Davide alla porta di Giaffa sarebbero di nuovo il confine di due Stati. Per capire quel che accadrebbe all'interno della Gerusalemme storica basta ricordare la legione araba guidata dagli inglesi nel '48 all'assalto del quartiere ebraico: non lasciarono pietra su pietra, bruciarono tutto, costruirono strade con le lapidi del Monte degli Ulivi.
Non voglio rovinare la festa a nessuno, ma è di questo che si discute oggi. Non delle 1600 case in un quartiere o delle 20 di un'altro: il problema è se Israele debba restare beJerushalaim o no. Sul nostro Stato si sta addensando una "tempesta perfetta" come nei film: l'arma atomica iraniana, il terrorismo, l'odio del mondo islamico, l'idea comune a Obama e all'Europa che per fare la pace col mondo islamico bisogna fare a Israele quel che Francia e Inghilterra fecero alla Cecoslovacchia a Monaco dal 29 al 30 settembre 1938: una bella conferenza senza la partecipazione della vittima, che diede a Hitler quel che voleva con l'illusione di acquietarlo col riconoscimento della sua potenza. (Come sappiamo non si tranquillizzò affatto, anzi, ma questa è un'altra storia). Il rifiuto generale di qualunque mossa Israele faccia per difendersi da nemici aggressivi e violenti: le campagne militari, la barriera di sicurezza, le esecuzioni mirate, l'esercito, i servizi segreti, la giustizia.
Attualmente, che io sappia, l'America è "indignata" per l'insulto di Israele che costruisce case nella sua capitale, Inghilterra e Australia sono "offese" per vie dei passaporti di Dubai, l'Europa è "scontenta" delle scelte di Israele, l'amica Italia ha appena proposto per bocca del presidente della repubblica e di quello del consiglio uniti per l'occasione una resa senza condizioni alla Siria. Anche la Chiesa vuole che Gerusalemme sia quanto meno internazionalizzata e lo dice a voce sempre più alta. La stampa è unanime nel condannare. Una bella fetta di prestigiosi intellettuali ebraici che si dicono pacifisti, per fortuna del tutto privi di seguito popolare, fanno il possibile per convincere tutti che il popolo di Israele non esiste, che la fondazione dello Stato ebraico è stato un crimine, e comunque per far sì che leshanà habbà a Gerusalemme comandi Abu Mazen o magari anche Hamas. Il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite ha approvato un paio di giorni fa quattro mozioni quattro di condanna a Israele, con una maggioranza di 39 a 5 (e 11 astenuti). Fra i contrari c'era l'Italia, ma non è una consolazione. Eccetera eccetera.
Certamente il nostro popolo e il suo Stato non sono spacciati, hanno ancora la sua forza militare ed economica, la creatività, la combattività, l'ostinazione che Israele mostrava già uscendo dall'Egitto. Il popolo ebraico ha il suo destino storico, la fede che ci ha portato per due millenni a ripetere il seder e la sua formula finale. Ma domani sera, forse, guardando la sedia che lasceremo vuota per Gilad Shalit, dovremo interpretare di nuovo la formula millenaria come una preghiera e magari aggiungere sottovoce un'altra parolina, un davar acher: (gam) leshanà habbà biJerushalaim: anche l'anno prossimo a Gerusalemme. Speriamo.

Ugo Volli

No, caro Ugo, no, non “speriamo”: l’anno prossimo ci saremo! L’anno prossimo ci sarò! L’anno prossimo Gerusalemme sarà ancora, e per sempre la capitale unica e indivisibile di Israele. Ce la vogliono strappare, la vogliono ridurre a una cloaca, come hanno ridotto tutto ciò su cui hanno messo le mani e come avevano ridotto anche Gerusalemme, la nostra Gerusalemme d’oro, quando l’hanno avuta in mano, ma le forze del male non prevarranno. Ed è perciò che nell’augurare a te e a tutti gli amici

                                         HAG PESACH SAMEACH

                             

posso anche proclamare, con fede sicura:

  Leshanà habbà beJerushalaim

barbara


28 marzo 2010

MA COSA DOVREBBE FARE ISRAELE PER DIFENDERSI?

Da un articolo di Evelyn Gordon su Jerusalem Post, 20 febbraio 2001

Esiste una qualunque misura che Israele potrebbe adottare per difendere la propria popolazione dagli attacchi palestinesi e che sia considerata legittima da governi e osservatori occidentali? Nel corso degli ultimi mesi, di fonte alla vera e propria guerra di attrito che i palestinesi hanno scatenato in risposta a offerte negoziali senza precedenti, Israele ha tentato tutta una serie di tattiche diverse che sono state invariabilmente condannate, anche in Europa e negli Stati Uniti. All'inizio il governo israeliano adottò la tattica più semplice di tutte: disse semplicemente ai suoi soldati di rispondere al fuoco quando erano presi di mira. Ma, dal momento che i miliziani palestinesi adottarono sistematicamente la pratica di sparare dal bel mezzo di folle di civili più o meno aggressive, questa tattica si tradusse in un alto numero di vittime tra la popolazione, e non solo tra i miliziani armati. Ne seguì una condanna universale della "ferocia" d'Israele, con una sorta di invito implicito ai soldati israeliani a lasciarsi bersagliare senza reagire.
Israele decise poi di colpire le proprietà anziché le persone. In risposta ai più gravi attacchi palestinesi, venne dato l'ordine di distruggere edifici appartenenti alle organizzazioni responsabili, dopo averne avvertito gli occupanti e aver dato loro il tempo per mettersi al sicuro. Per garantire la minore quantità possibile di danni collaterali si fece ricorso a sistemi d'arma sofisticati, come gli elicotteri da combattimento. Risultato: condanna universale di Israele, questa volta per aver fatto uso di armi tecnologiche, benché fosse evidente che il loro utilizzo mirava proprio a evitare vittime civili.
Israele ha anche tentato la leva della pressione economica, una tattica cui spesso le nazioni fanno ricorso in caso di conflitti a bassa intensità come strumento alternativo allo scontro violento. Sembrava ovvio che Israele avesse il diritto di sospendere il trasferimento all'Autorità Palestinese dei fondi coi quali essa si procura le armi da guerra che poi vengono usate contro militari e civili israeliani, o finanzia le campagne di istigazione all'odio che poi scatenano attentati e violenze contro Israele. Impedire alla popolazione del campo avverso d'attraversare il confine e congelare i beni patrimoniali del nemico sono comportamenti assolutamente normali in caso di conflitto. Ma evidentemente non è così nel caso di Israele, criticato da tutti anche per queste misure di semplice prevenzione.
Infine, il governo israeliano ha optato per la tattica più difficile, quella di cercare di arrestare e, quando non è possibile, uccidere con precisione soltanto gli individui che si rendono responsabili di attacchi e violenze. Una tattica che non comporta danni né vittime tra la popolazione inerme perché le Forze di Difesa israeliane possono scegliere il momento e il luogo per colpire, quando non ci sono civili innocenti nei paraggi. Questo in genere significa sorprendere i terroristi mentre non sono concretamente impegnati in attività violente. In teoria, non ci sarebbe nulla di sbagliato: cogliere il nemico di sorpresa è una delle regole più ovvie della tattica militare. Nessuno si aspetta da un esercito in guerra che, in ogni singola occasione, prima di sparare aspetti che sia il nemico ad aprire il fuoco. Ma anche qui, sembra che le regole normali non valgano per Israele. E così una tattica che punta, a costo di maggiori rischi per i soldati israeliani, a colpire in modo mirato i responsabili evitando il più possibile vittime civili è stata condannata come una forma di brutale assassinio.
A questo punto sarebbe legittimo domandare a politici e osservatori occidentali secondo loro quale tattica sarebbe mai concessa a Israele, a parte quella di lasciare che i suoi cittadini, militari e non, vengano bersagliati senza muovere un dito per difenderli. Non c'è governo israeliano che non userebbe molto volentieri tattiche di difesa gradite all'occidente, se solo queste tattiche esistessero. Ma se, come pare, non esiste strumento di difesa che Israele possa adottare senza incorrere nella condanna universale, allora il governo israeliano - qualunque governo israeliano - non potrà fare altro che ignorare l'opinione pubblica internazionale e comportarsi come ritiene necessario. Giacché nessun governo israeliano, come nessun altro governo del mondo, può stare con le mani in mano mentre ogni giorno i suoi cittadini vengono aggrediti e minacciati di linciaggio.

Come troppo spesso accade quando si parla di Israele, anche questo articolo, vecchio di quasi dieci anni, potrebbe essere stato scritto un quarto d’ora fa. Ed è infatti di oggi la cartolina di Ugo Volli, costretto ancora una volta ad occuparsi dello stesso drammatico problema.

barbara


27 marzo 2010

OCCIDENTALI SCOSTUMATE?

Ci pensiamo noi!

E poi uno e due.

barbara


26 marzo 2010

COMPITO IN CLASSE IN III A

Il tema era “Inventa una storia”.

“Forse domani …”

Una donna, circa 70 anni, si è alzata dal letto e ha fatto colazione: un tè e un pezzettino di pane con burro. Lei ha acceso il televisore. Era una soap-opera, altri programmi non c’erano. La donna ha sospirato e ha spento il televisore. Alle nove è andata nel villaggio a fare la spesa. Vicino al negozio c’era la casa della famiglia Gartner. La donna ha sentito gridare la figlia del signore tante volte, ma non ha fatto niente per aiutarla. “Forse domani …” lei ha detto sempre. Ma quel giorno Lucia non ha gridato e la vecchia è andata a fare la spesa. Ma quando è andata fuori dal negozio ha iniziato … Lei ha sentito un rumore del signor Gartner, il lamentare della ragazza, la cintura che si abbatte su Lucia, dopo silenzio. La vecchia ha perso il coraggio ed è andata a casa. Alla sera quando la donna è andata a letto ha sognato di Lucia, suo padre, e il papà di Lucia. Nel sogno ha mormorato e quando si è svegliata era triste e serissima ma ha detto solo: “Forse domani …” ed è andata a fare colazione.
Yamuna M.

Che l’indifferenza uccide riesce a capirlo una ragazzina di 13 anni. Chissà perché a tanti adulti riesce invece così difficile da capire.

barbara


26 marzo 2010

I PALESTINESI DANNEGGIATI DAI LORO AMICI ARABI

di Gianni Pardo

C’è un aneddoto che spiega perfettamente perché il problema dei palestinesi è insolubile e perché i loro amici arabi non collaborano a risolverlo.
Giacomo soffriva di una brutta malattia. Prima camminava appoggiandosi alle sedie e ai mobili, poi comprò un bastone, infine si rese conto che dipendeva dalla moglie per ogni cosa e cominciò a piangere in segreto. Tutti gli amici lo incoraggiavano con belle parole, come ignorando la gravità del caso, finché un giorno venne a trovarlo Guido, un suo amico d’infanzia, che gli disse: “Sei praticamente paralitico. Devi comprarti una sedia a rotelle. Meglio se elettrica”.
La sua brutalità raggelò tutti ma Giacomo presto si rese conto che il consiglio migliore era proprio quello, mentre edulcorare la realtà rendeva la sua vita un disastro. Comprò dunque la sedia a rotelle e scoprì di avere ricuperato la libertà: non solo poteva girare per casa, ma anche andare a leggere in giardino, andare a prendere gli occhiali se li aveva per caso dimenticati, e perfino andare a comprare il giornale all’angolo della strada. Ammettere che non si può guarire di una malattia nel modo desiderato è l’unico modo per diminuirne gli effetti negativi.
In Palestina bisognerebbe riconoscere alcuni dati. Israele esiste ed è imbattibile militarmente. Si deve dunque accettare che ha il diritto di annettersi tutto ciò che vuole: e dal momento che vuole Gerusalemme, il Golàn solo per motivi militari e poco altro, tanto vale darglieli, ringraziando il Cielo che non sia più avida. Dato il grave stato di indigenza della Cisgiordania, bisognerebbe trarre vantaggio dalla vicinanza di un Paese sviluppato, dalla sua tecnologia e dalle occasioni di lavoro che può offrire. Sarebbe come andare a comprare la sedia a rotelle, ma è sempre meglio della paralisi.
Viceversa che cosa fanno gli amici musulmani? Incoraggiano i palestinesi a chiedere la Luna. Ad esigere vantaggi che forse nemmeno una loro vittoria avrebbe giustificato. In questo modo li allontanano da una pace che potrebbe condurli a non vivere più di carità, a fruire di una vera indipendenza (armamenti a parte) e ad avere piena dignità nella società internazionale. Anche l’Europa e gli Stati Uniti, traboccanti di bontà, li spingono ad atteggiamenti irrealistici, perfino riguardo alla politica abitativa della capitale israeliana: il risultato è che la pace non c’è stata per sessantadue anni e non ci sarà nel prevedibile futuro. La strada dell’inferno è lastricata di buone intenzioni.
Tempo fa Edward N.Luttwak espose una verità agghiacciante, del tutto contraria alla political correctness. Nell’antichità i conflitti etnici giungevano alla pace definitiva in due modi: o un gruppo ammazzava tutti i membri dell’altro, oppure uno dei due gruppi per sfuggire al massacro andava via. Se invece si impone una tregua, i contendenti sono ancora sul campo, rimangono pronti a riprendere le armi e non si ha mai pace. Naturalmente nessuno auspica che questa sia oggi la soluzione per i Balcani, per l’Africa o per la Palestina. Ma è vero che la pace è figlia della vittoria, non della tregua. Che ci sia un vincitore indiscutibile è l’unico modo perché la guerra cessi.
Questo doloroso riconoscimento può avvenire in due modi. O chi perde subisce un tale catastrofico disastro che non può negarlo nessuno: è il caso della Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e non della Prima (infatti solo stavolta l’Europa ha ottenuto sessantacinque anni di pace). Oppure il perdente ha il buon senso di non aspettare il verificarsi di quella tragedia, per prendere atto della realtà: e si arrende veramente. È il caso di tante guerre del passato e del Giappone dopo Nagasaki.
I palestinesi hanno avuto a che fare con un vincitore mite e sono stati spinti da consiglieri dementi a non riconoscerlo. Anzi a sfidarlo: ed è così che hanno perso ogni speranza di pace.
Non si può che ripeterlo: la strada dell’inferno è lastricata di ipocrisia e di retorica. (Affaritaliani, 25 marzo 2010)

E ci si chiede: perché le cose più evidenti sono così difficili da vedere? Perché il più semplice buon senso è così difficile da mettere in pratica? Sempre in tema di disastri da quelle parti, da leggere anche questo.


barbara


24 marzo 2010

WILDERS: “L’AMERICA, L’ULTIMO UOMO RIMASTO IN PIEDI”

Qui di seguito riportiamo il discorso di Geert Wilders, Presidente del Partito per la Libertà dei Paesi Bassi, all'hotel Four Seasons di New York, presentando una Alleanza di Patrioti e annunciando la conferenza Affrontare la Jihad che si terrà a Gerusalemme.
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Cari amici,
Vi ringrazio molto per avermi invitato.
Sono venuto in America con una missione. C'è qualcosa che non va nel Vecchio Mondo. Un pericolo tremendo si profila minacciosamente, ed è molto difficile essere ottimisti. Potremmo essere allo stadio finale dell'Islamizzazione dell'Europa. Questo non solo è un chiaro e presente pericolo per il futuro dell'Europa stessa, è anche una minaccia per l'America e la pura sopravvivenza dell'Occidente. Gli Stati Uniti sono l'ultimo bastione della civiltà Occidentale che si trova a fronteggiare una Europa Islamica.
Per prima cosa descriverò la situazione sul terreno in Europa. In seguito, dirò qualcosa circa l'Islam. Per finire, vi parlerò di un futuro incontro a Gerusalemme.
L'Europa che voi conoscete sta cambiando.
In Europa voi avete probabilmente visto i posti famosi. Ma in tutte queste città, talvolta solo qualche strada più in là della vostra destinazione turistica c'è un altro mondo. È il mondo della società parallela creata dall’immigrazione di massa mussulmana.
In tutta l'Europa una nuova realtà sta sorgendo: intieri quartieri mussulmani dove pochissima gente indigena risiede o persino si vede. E se ci si avventura, potrebbe pentirsene. E questo vale anche per la polizia. È il mondo dei fazzoletti in testa, dove le donne vanno in giro in tende senza forma, con carrozzine e un gruppo di bambini.
I loro mariti, o schiavisti se preferite, camminano tre passi avanti. Con moschee a molti angoli di strada. I negozi hanno scritte che né io né voi possiamo leggere. È quasi impossibile trovare una qualsiasi attività economica. Questi sono ghetti mussulmani controllati da fanatici religiosi. Questi sono quartieri mussulmani, e stanno crescendo come funghi in ogni città dell'Europa. Questi sono i pilastri portanti per il controllo territoriale di sempre più grandi porzioni d'Europa, strada per strada, quartiere per quartiere, città per città.
Ci sono ormai migliaia di moschee in tutta l'Europa. Con congregazioni più grandi di quelle che ci sono nelle chiese. E in ogni città europea esistono progetti per costruire super-moschee che al paragone ogni chiesa nella regione sembrerà una nana. Chiaramente, il segnale è: comandiamo noi.
Molte città europee sono già per un quarto mussulmane: pensate solo ad Amsterdam, Marsiglia e Malmo in Svezia. In molte città la maggioranza della popolazione sotto i 18 anni è mussulmana. Parigi è ora circondata da un anello di quartieri mussulmani. In molte città Mohammed è il nome più comune tra i ragazzi.
In alcune scuole elementari ad Amsterdam non si può più menzionare la fattoria perché significherebbe menzionare anche il maiale e questo sarebbe un insulto ai mussulmani.
Molte scuole statali in Belgio e Danimarca servono solo cibo "halal" a tutti gli scolari. Nella Amsterdam un tempo così tollerante i gay sono bastonati quasi esclusivamente da mussulmani. Le donne non-mussulmane sono costantemente insultate col grido 'puttana, puttana'. I piatti satellitari non sono puntati su stazioni TV locali ma su stazioni del paese di origine.
In Francia agli insegnanti delle scuole si consiglia di evitare autori ritenuti offensivi ai mussulmani, inclusi Voltaire e Diderot; e lo stesso si applica sempre più a Darwin. La storia dell'Olocausto non può più essere insegnata a causa della sensibilità mussulmana.
In Inghilterra i tribunali della Sharia sono ormai parte del sistema legale britannico. Molti quartieri in Francia sono aree proibite alle donne senza fazzoletto in testa. L'altra settimana un uomo è quasi morto dopo essere stato bastonato da mussulmani a Bruxelles, perché beveva durante il Ramadan.
Gli Ebrei stanno fuggendo dalla Francia in quantità record, scappando dalla peggiore ondata di anti-Semitismo dal tempo della Seconda Guerra Mondiale. Il Francese è ora comunemente parlato nelle strade di Tel Aviv e Netanya in Israele. Potrei continuare all'infinito con storie come questa. Storie sull'islamizzazione.
Un totale di cinquantaquattro milioni di mussulmani vivono ora in Europa. L'Università di San Diego ha calcolato recentemente che uno sbalorditivo 25 percento della popolazione in Europa sarà mussulmana in solo 12 anni da ora. Bernard Lewis ha predetto che alla fine di questo secolo ci sarà una maggioranza mussulmana.
Ora questi sono solo numeri. E i numeri non sarebbero una minaccia se gli immigranti mussulmani avessero un forte desiderio di assimilarsi. Ma ci sono pochi segnali di questo. Il Centro di Ricerca Pew riporta che metà dei mussulmani francesi considerano la loro lealtà all'Islam maggiore della loro lealtà alla Francia. Un terzo dei mussulmani francesi non sono contrari agli attacchi suicidi. Il Centro Britannico per la Coesione Sociale riferisce che un terzo degli studenti mussulmani britannici sono a favore di un califfato mondiale. I mussulmani pretendono quello che chiamano 'rispetto'. E così è come noi diamo loro rispetto. Abbiamo ora festività ufficiali statali mussulmane.
Il Ministro della Giustizia Cristiano-Democratico nei Paesi Bassi è pronto ad accettare la Sharia se c'è una maggioranza mussulmana. Abbiamo membri del governo con passaporti del Marocco e della Turchia.
Le pretese dei mussulmani trovano supporto nel comportamento illegale di molti di loro, a partire da piccoli crimini e violenza a caso, ad esempio contro operatori delle ambulanze e autisti di autobus, fino a piccole sommosse vere e proprie. Parigi ha visto la sua sommossa nella periferia meno abbiente, la banlieu. Io chiamo i responsabili 'coloni insediati'. Perché è quello che sono. Questi non vengono per integrarsi nelle nostre società; vengono per integrare la nostra società nel loro Dar-al-Islam. Pertanto, sono degli insediati.
Molta di questa violenza di strada che ho menzionato è diretta esclusivamente contro i non-mussulmani, forzando molta gente del posto a lasciare i loro quartieri, le loro città, i loro paesi. Per di più, i mussulmani costituiscono ora un voto elettorale da non ignorare.
La seconda cosa che si deve sapere è l'importanza che ha Maometto il profeta. Il suo comportamento è un esempio per tutti i mussulmani e non può essere criticato. Ora, se Maometto fosse stato un uomo di pace, diciamo come Ghandi e Madre Teresa in uno, non ci sarebbe nessun problema. Ma Maometto era un signore della guerra, un assassino di massa, un pedofilo ed ebbe parecchi matrimoni - tutti allo stesso tempo. La tradizione islamica ci dice come combatté nelle battaglie, come fece assassinare i suoi nemici e perfino fece giustiziare i prigionieri di guerra. Maometto stesso massacrò la tribù ebrea dei Banu Qurayza. Se una cosa va bene per l'Islam è buona. Se non va bene per l'Islam è cattiva.
Non fatevi abbindolare da chi dice che l'Islam è una religione. Certo, ha un dio e un al di là, e 72 vergini. Ma nella sua sostanza l'Islam è una ideologia politica. È un sistema che detta regole precise per la società e per la vita di ogni persona.
L'Islam vuole sentenziare su ogni aspetto della vita. Islam significa 'sottomissione'. L'Islam non è compatibile con la libertà e la democrazia, perché quello per cui si batte è la Sharia. Se uno vuole paragonare l'Islam a qualsiasi cosa, lo paragoni al comunismo o al nazional-socialismo, tutte queste sono ideologie totalitarie.
Ora sapete perché Winston Churchill chiamava l'Islam ‘la più retrograda forza al mondo', e perché paragonava il Mein Kampf al Corano. Il pubblico ha accettato senza riserve la narrativa palestinese e considera Israele l'aggressore. Io ho vissuto in questo paese e l'ho visitato dozzine di volte. Io sostengo Israele. Primo, perché è la patria degli Ebrei dopo duemila anni di esilio fino a ed incluso Auschwitz, secondo perché è una democrazia, e terzo perché Israele è la nostra prima linea di difesa.
Questa minuta nazione è situata sulla linea di faglia della jihad, frustrando l'avanzata territoriale dell'Islam. Israele ha davanti le lineee del fronte della jihad, come il Kashmir, il Kosovo, le Filippine, il Sud della Thailandia, il Darfur nel Sudan, il Libano, ed Aceh in Indonesia. Israele è semplicemente un ostacolo. Nello stesso modo come Berlino Ovest lo era durante la Guerra Fredda.
La guerra contro Israele non è una guerra contro Israele. È una guerra contro l'Occidente. È jihad. Israele sta semplicemente ricevendo i colpi che sono veramente per tutti noi. Se non ci fosse Israele, l'imperialismo islamico avrebbe trovato altre strade per sfogare la sua energia e il suo desiderio di conquista. Grazie ai genitori israeliani che mandano i loro figli nell'esercito e restano svegli la notte, i genitori in Europa ed in America possono dormire bene e sognare, ignari dei pericoli che incombono.
Molti in Europa sono favorevoli ad abbandonare Israele per risolvere le lamentele delle nostre minoranze mussulmane. Ma se Israele dovesse, Dio ne scampi, soccombere, questo non porterebbe alcun sollievo all'Occidente. Questo non vorrebbe dire che le nostre minoranze mussulmane cambierebbero tutto ad un tratto il loro comportamento ed accetterebbero i nostri valori. Al contrario, la fine di Israele darebbe un enorme incoraggiamento alle forze dell'Islam. Esse vedrebbero, ed a ragione, la fine di Israele come la prova che l'Occidente è debole e condannato. La fine di Israele non significherebbe la fine dei nostri problemi con l'Islam ma solo il principio. Significherebbe l'inizio della battaglia finale per la dominazione del mondo. Se essi possono prendere Israele possono prendersi tutto.
Alcuni cosiddetti giornalisti, etichettano di loro spontanea volontà qualsiasi critico dell'Islamizzazione come "estremista di estrema destra" o "razzista". Nel mio paese, i Paesi Bassi, 60 percento della popolazione ora considera l'immigrazione di massa dei mussulmani come l'errore politico numero uno dalla Seconda Guerra Mondiale. Ed un altro 60 percento considera l'Islam la minaccia maggiore. Eppure c'è un pericolo maggiore degli attacchi terroristici, lo scenario dell'America come l'ultimo uomo rimasto in piedi. Le luci possono spegnersi in Europa più presto di quello che uno possa immaginare. Un'Europa islamica significa un'Europa senza libertà e democrazia, una desolazione economica, un incubo intellettuale ed una perdita di potenza militare per l'America - mentre i suoi alleati si trasformano in nemici, nemici con bombe atomiche. Con una Europa islamica, resterebbe l'America da sola a preservare l'eredità di Roma, Atene e Gerusalemme.
Cari amici, la libertà è il bene più prezioso. La mia generazione non ha mai dovuto combattere per questa libertà, ci è stata offerta su di un piatto d'argento da gente che per averla ha combattuto dando la loro vita. In tutta l'Europa i cimiteri americani ci ricordano i giovani ragazzi che non ce l'hanno fatta a tornare a casa e la cui memoria ci è cara. Questa libertà non appartiene alla mia generazione; noi ne siamo solamente i custodi. Noi possiamo solo passare questa libertà conquistata duramente ai figli dell'Europa nelle stesse condizioni in cui fu offerta a noi. Non possiamo fare patti con mullah e imam. Le future generazioni non ci perdonerebbero mai. Non possiamo sprecare le nostre libertà. Semplicemente, non abbiamo il diritto di farlo. Noi dobbiamo fare adesso le azioni necessarie per impedire a questa stupidità islamica di distruggere il mondo, questo lo sappiamo.

Da leggere, da meditare, da imparare a memoria. E poi, come al solito, da leggere anche questo e questo.

barbara


23 marzo 2010

LEGGERE ATTENTAMENTE LE ISTRUZIONI PRIMA DELL'USO



barbara


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22 marzo 2010

GUIDA (ITALIANA) ALLA GUERRA SANTA

Così il sito di un gruppo musulmano nel nostro Paese esalta l’esempio dei kamikaze

di GIAN ANTONIO STELLA

«L’allenamento militare è un obbligo islamico e non una opzione» per «ogni sano, maschio, maturo musulmano, che sia ricco o povero, che stia studiando o lavorando, sia che viva in un Paese musulmano o non-musulmano».
Proprio nei giorni in cui l’Occidente scosso dal massacro di New York tende la mano al mondo islamico riconoscendo l’abisso che c’è tra quanti si riconoscono nel Corano della pace e della tolleranza e quanti vi cercano parole di odio, un sito Internet italiano semina messaggi di minacciosa ambiguità. Si chiama «Islam Jihad Italia» (www.islamitalia.it), si vanta d’essere «il portale dei musulmani» nostrani, è il più visitato dai navigatori sia per AltaVista sia per Google ed è l’organo on-line dell’Unione delle comunità e delle organizzazioni islamiche in Italia (Ucoii). Un movimento che, spiega il libro «Islam, Italia» di Magdi Allam e Roberto Gritti, è minoritario nel panorama nazionale, ha il segretario nel convertito Hamza Roberto Piccardo e si riconosce nei Fratelli Musulmani.
I fratelli musulmani sono l’ala più dura e pura di quel fronte che punta apertamente a islamizzare l’Europa e l’Italia galleggiando sfuggente: né con Bin Laden, né contro Bin Laden. Con ripetuti ammiccamenti a tutte le jihad sparse per i continenti.
C’è tutto, nel sito. L’irrisione strafottente a un signore che chiede perché gli islamici rivendichino qui il diritto a convertire i cattolici quando non è permesso il contrario in Arabia: «Il paragone non è valido perché l’Arabia Saudita è uno Stato a regime islamico. L’Italia non è così, dunque non si può parlare di reciprocità: si tratta di una repubblica fondata sul lavoro e non sul Corano o sulla Bibbia!». La prescrizione alle donne a non uscire senza essere accompagnate da marito, fratello o figlio.
L’approvazione del processo ai cristiani accusati di proselitismo a Kabul: «È logico che ciò che è legale da noi può non esserlo in altri Stati». L’invito a finanziare la guerra santa dei talebani.
Per «Islam Jihad Italia» (le tre parole sono in bianco, rosso e verde) l’Afghanistan è in realtà «l’unico Paese nel mondo nel quale Allah ha riacceso il Jihad nel 20° secolo», dove «gli eruditi Islamici vivono vite semplici» e hanno «implementato con successo la Shariah», la legge islamica, «riportando la legge e l’ordine». Di più: quello di Kabul è «l’unico governo musulmano che si è rifiutato di prostrarsi sotto la pressione dei nemici di Allah». Tanto che la soluzione di «tutte le calamità» islamiche della Terra, dalla Palestina alla Cecenia, dal Kashmir alle Filippine e all’Indonesia, non sarà «niente se l’unico gruppo di Musulmani che si è alzato e ha implementato la Shariah dovesse cadere».
La parte più sconcertante del sito però, destinata ad accendere la polemica e sollevare le dissociazioni delle organizzazioni islamiche più responsabili, è quella che con un link si richiama alla guerra santa in Cecenia. E non tanto per le foto raggelanti di soldati russi mutilati per rappresaglia. Quanto perché la Cecenia è il punto di partenza per mettere a fuoco due temi generali: la liceità del suicidio dei kamikaze maomettani e la necessità che tutti i musulmani si allenino alla jihad poiché «chiunque muore senza avere combattuto in battaglia, e senza avere il sincero desiderio nel suo cuor di combattere in battaglia, muore su di un ramo di ipocrisia».
Sia chiaro: il movimento coordinato da Piccardo (che come tutti i Fratelli Musulmani ha stretto un patto di obbedienza, la bayaa, che si basa, come spiega Allam, «sull’accettazione da parte dell’adepto a prestare obbedienza al proprio capo spirituale considerandola pari all’obbedienza al profeta Maometto e quindi pari a Dio») ha detto subito parole di censura sull’attentato a New York. È vero che ha dato spazio all’ipotesi che a fare la strage siano stati gli israeliani: «Solo loro han ricavato guadagno da tutto ciò che è successo. (...) La gente americana, generalmente, è beatamente inconsapevole della macchinazione israeliana, è condotta dal naso dei media che è dominato dagli ebrei». Ma la presa di distanza c’è stata. E va registrata.
La teorizzazione del suicidio nel nome di Allah, però, è resa esplicita con parole che vanno oltre il conflitto ceceno e non lasciano margini a dubbi e distinguo. Spiega infatti il sito, sotto il titolo «Giudizio Islamico Circa la Permissibilità di Operazioni di Martirio», che «il nome "operazioni di suicidio" usato da alcuni è inaccurato, infatti questo nome è stato scelto dagli Ebrei al fine di scoraggiare la gente da tali imprese» poiché «non c’è alcun’altra tecnica che diffonda così tanto terrore nei loro cuori». L’obiettivo, spiega Islam Jihad Italia, cantando il sacrificio della cecena Hawa Barayev, «una delle poche donne il cui nome sarà registrato nella storia», è chiaro: «Cercare il martirio. Infliggere perdite sul nemico. Incoraggiare i Musulmani ad attaccare. Demoralizzare il nemico, mostrando loro che se un uomo può fare ciò, allora cosa è capace di fare la totalità!».
L’importante, precisano tutti i saggi, è non morire inutilmente: «Se, ad ogni modo, egli sa che non infliggerà alcune perdite al nemico, non è permissibile per lui di attaccarli, in quanto non contribuirebbe al rafforzamento della religione». Allora il suicidio torna a essere un peccato perché non porta «alcun beneficio ai Musulmani». Ma se i «miscredenti» destinati a saltare per aria sono tanti, allora Allah sarà misericordioso: «Purché ottenga qualche cosa, come uccidere, ferire o sconfiggere il nemico».
Vale per l’Afghanistan, la Cecenia, la Palestina o il mondo intero? Rispondono le pagine on-line dedicate al tema: «Come posso allenarmi per Jihad ». Dove la parola, dopo le seccate precisazioni intorno al «vero significato» che sarebbe quello di «combattimento interiore», assume un senso differente. Più vicino alle idee bellicose di Bin Laden che a quelle degli islamici sinceramente moderati e tolleranti che costituiscono la grande maggioranza del panorama italiano e internazionale.
L’interpretazione del versetto (8.60: «Preparate, contro di loro, tutte le forze che potrete (raccogliere) e i cavalli addestrati per terrorizzare il nemico di Allah...») è affidata a «Sahih Muslim», cioè l’«opera omnia genuina di Muslim», uno dei grandi interpreti del Corano. Ed è secca: «La forza è sparare, la forza è sparare, la forza è sparare». Precisa tuttavia il sito che a tanto si arriverà dopo. Prima c’è l’allenamento. Corse. Flessioni. Iscrizioni a «club che insegnano armi come il combattimento con la spada o il coltello». Fino ad arrivare all’«addestramento su armi da fuoco». Spiegazioni in dettaglio: «In alcuni Stati degli Usa o Sud Africa, è perfettamente legale per componenti del pubblico di possedere certi tipi di armi da fuoco. Se vivete in tali Paesi, ottenete un fucile d’assalto legalmente, preferibilmente AK-47 o variazioni, imparate come usarlo appropriatamente...».
Corriere della Sera 20/9/2001

Tutto noto, tutto documentato, tutto esplicitamente dichiarato nero su bianco già quasi dieci anni fa. E qualcuno ancora si affanna a dimostrare che saremmo noi gli esaltati, che saremmo noi i visionari, che saremmo noi i fissati.
Nel frattempo, tanto per restare tra fissati, andate a leggere anche questo e questo.


barbara


21 marzo 2010

I BEI TEMPI PRIMA DELLA PACE

È il titolo di un curioso articolo del giornalista arabo israeliano Khaled Abu Toameh, apparso sul Jerusalem Post a gennaio del 2010.
Ne diamo una traduzione riassuntiva, perché è sicuramente un punto di vista ‘diverso’ del processo di pace. Buona lettura!

Molti Ebrei e Arabi da queste parti rimpiangono i bei tempi quando non era ancora iniziato il processo di pace in Medio Oriente – prima che Yasser Arafat e l’OLP ritornassero in Cisgiordania e nella striscia di Gaza dopo aver firmato gli accordi di Oslo. È giunta l’ora di gridare a gran voce che questo processo di pace è stato disastroso per entrambi i popoli. Non vi siete mai accorti che sono stati uccisi molti più Ebrei ed Arabi dopo gli accordi di Oslo che nel periodo compreso fra il 1967 e il 1993? Il processo di pace, che qualcuno definisce sarcasticamente “processo di guerra”, è fallito - e bisogna prenderne atto.
Non è possibile firmare la pace fra Palestinesi ed Ebrei, non nell’immediato futuro.
Il divario fra le due parti non si è ridotto, e nessuno dei due si fida dell’altro.
Quindi invece di parlare di “risoluzione del conflitto”, dovremmo parlare di “gestione del conflitto”, e tentare di spingere entrambe le parti a gesti di buona volontà.
Israele ad esempio potrebbe allentare le restrizioni, bloccare l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e migliorare le condizioni di vita dei Palestinesi. I Palestinesi dal canto loro potrebbero fermare le violenze e la propaganda contro Israele e dedicarsi alla costruzione di istituzioni governative e di un’infrastruttura forte per il futuro stato palestinese. In ogni caso si dovrebbe mantenere bassa l’intensità del conflitto nella speranza che possa avere effetti benefici su entrambe le parti.
Prima che il processo di pace iniziasse, chi viveva in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza poteva alzarsi la mattina, prendere la macchina e andare in qualunque parte all’interno di Israele. Solo di rado si sentivano notizie di terroristi suicidi e autobombe. Non venivano sparati missili su Israele né dalla Cisgiordania né dalla Striscia di Gaza, e circa 200.000 Palestinesi venivano a lavorare tutti i giorni in Israele. Non esisteva una barriera di sicurezza (né tantomeno un muro) fra Cisgiordania e Israele. Non c’erano milizie armate come le Brigate dei Martiri di al-Aqsa o il Battaglione al-Quds per le strade delle comunità palestinesi. I Palestinesi avevano accesso alle loro terre e alle loro fattorie in Cisgiordania e nella striscia di Gaza. Migliaia di mercanti palestinesi dalla Cisgiordania e dalla striscia di Gaza ogni giorno raggiungevano Tel Aviv o altre città israeliane per le loro attività. […] A quell’epoca infatti non c’erano posti di blocco permanenti fra la Cisgiordania e la striscia di Gaza, dato che sono stati creati soltanto quando erano ormai strettamente necessari.
Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania poi c’era una sola forza di polizia, i Palestinesi sapevano a chi rivolgersi e non dovevano districarsi fra dozzine di forze di sicurezza create dall’OLP dopo gli accordi di Oslo. Migliaia di Ebrei erano soliti recarsi nelle città e nei villaggi palestinesi, specialmente nei fine settimana, per comprare verdura a basso costo o assaggiare le specialità locali come il kebab o l’hummus. Gli Ebrei spesso si facevano riparare le macchine a Gaza o in Cisgiordania, e andavano dal dentista a Qalqilya, Betlemme e Jenin.
I Palestinesi non avevano bisogno di un permesso speciale per entrare in Israele. Gerusalemme era aperta a tutti i Palestinesi e l’OLP aveva molti uffici in città. I Palestinesi potevano muoversi in lungo e in largo per Israele e anche ottenere la cittadinanza se si sposavano con un cittadino israeliano.
Abbiamo quindi raggiunto il punto in cui molti Arabi ed Ebrei affermano - con sarcasmo - di rimpiangere i “bei vecchi tempi prima della pace”. Traduzione di Davide Meinero

Ecco, fra tanti che, vicini o lontani dalla scena degli eventi, si dilettano a raccontare balle stratosferiche, abbiamo la fortuna di trovare ogni tanto perle come questa: un arabo onesto, che vive in loco, che vede quello che c’è da vedere, e capace di calcolare che due più due fa quattro. E con il coraggio di dirlo.


barbara


20 marzo 2010

PER CONOSCERE BENE QUELL’ISLAM MODERATO …

di cui tanti amano parlare …

Il Decalogo dell’islàm “moderato”

1. Non solo i musulmani, ma anche gli “islamocristiani” oggettivamente promuovono e incoraggiano la linea propagandistica che maschera la jihad (la cui presenza può essere riscontrata dappertutto) e ingannano sia su ciò che causa questa jihad (non la “povertà” o la “politica estera” ma i precetti del sistema ideologico totalitario dell’islàm) che su ciò che potrà appagarla (non il Kashmir, non la Cecenia, non l’assurda “soluzione di due Stati”, non la continua condiscendenza di Francia e Olanda – non c’è nulla che possa saziarla o appagarla fino a quando una parte del globo continuerà a resistere al dominio dell’islàm). “Cristiani” come Fawaz Gerges o Rami Khoury, o qualcuno nato Cristiano, come Edward Said, sono Arabi la cui visione è influenzata da questa auto-percezione. La loro lealtà alla comunità e alla storia degli Arabi li obbliga ad essere leali alla visione islamica del mondo come se fossero essi stessi nati musulmani. Difendono risolutamente l’islàm contro ogni interpretazione dottrinale occidentale (come in Orientalism di Edwar Said) o distolgono l’attenzione dall’islàm e continuano ad affermare, contrariamente ad ogni evidenza, da Bali a Beslan e Madrid, che il “problema Israele/Palestina” – l’ultima e più sinistra formulazione della jihad contro Israele – è la fons et origo dell’ostilità musulmana e della sua aggressione assassina in tutto il mondo. Ad eccezione dei Copti e dei Maroniti, che non si considerano Arabi, ma solo “utilizzatori” della lingua Araba (rifiutando l’idea che tali “utilizzatori” siano in effetti Arabi) molti Arabi Cristiani hanno assurdamente abbracciato il programma islamico; proprio il programma di chi, in Medio Oriente, ha reso la vita dei Cristiani così incerta, difficile e a volte addirittura “a rischio”. Il tentativo di essere "plus islamiste que les islamistes" – la posizione di Rami Khoury e Hanan Ashrawi – semplicemente non funziona, perché non ha mai funzionato. È stato Habib Malik, ed altri Maroniti, in Libano ad aver analizzato il problema dell’islàm in un modo estremamente chiaro. Per cui, il miglior libro sulla condizione dei non-musulmani sotto l’islàm è quello dello studioso Libanese (Maronita) Antoine Fattal.
Ogni Arabo “islamo-cristiano” che promuova il programma islamico, partecipando a una campagna che può solo ingannare gl’infedeli ed impedire la loro comprensione della jihad e i suoi vari strumenti, è oggettivamente parte del problema, esattamente come i musulmani che consciamente praticano la taqiyya per eliminare i sospetti dei non-musulmani. Chiunque agisca con lo scopo di mantenere l’incauto infedele nella sua sconsideratezza, sta aiutando il nemico. Basta pensare un attimo a Oskar Schindler. Un membro del Partito Nazista, ma qualcuno che, certamente non seguiva il programma nazista. Ma che pensare se per caso Schindler avesse incontrato degli occidentali, e avesse continuato a negare che i Nazisti erano impegnati in un genocidio, anche se lui lo deplorava e avrebbe poi agito attivamente contro di esso? Lo avremmo considerato un “moderato”? O come qualcuno che aiutava la coalizione anti-Nazista a capire cosa stava macchinando?
Un altro esempio: pensate a Ilya Ehrenburg, che, circa nel 1951 fu inviato all’estero da Stalin per mentire circa le condizioni degli intellettuali Ebrei di lingua Yiddish che Stalin aveva massacrato da poco. Ehrenburg andò in Francia, poi in Italia. Fece ciò che gli era stato ordinato. "Peretz? Markish? Oh, sì, ho visto Peretz il mese scorso nella sua dacia, con suo nipote. Che tipo simpatico! Markish – è stato grande l’anno scorso in Lady Macbeth del Distretto di Mtsensk – avreste dovuto vedere come riusciva bene col suo gergo, Yiddish …”. E andava avanti così. Eherenburg mentiva, e poi mentiva ancora. Non era uno Stalinista. Odiava Stalin. E odiava anche l’eliminazione di Peretz Markish e di molti altri che erano già stati eliminati mesi prima, come Eherenburg sapeva molto bene. Quando si recò all’estero e mentì agli editori di Nouvelle Revue Francaise, cos’era? In effetti, stava promuovendo gli interessi di Giuseppe Stalin, dell’Armata Rossa e del Politburo. Non dobbiamo interrogarci sui motivi. Dobbiamo solo vedere quali furono i risultati ottenuti con queste menzogne. E la stessa cosa vale per quegli Arabi Cristiani che mentono nell’interesse dell’islàm – alcuni per paura, altri per una identificazione etnocentrica così forte che li porta a difendere l’islàm, la religione di coloro che hanno perseguitati gli Arabi Cristiani del Medio Oriente, altri per interesse (se diplomatici e giornalisti occidentali sono sul libro paga degli Arabi, perché non lo possono essere anche gli stessi Arabi?), altri ancora per carrierismo. Se vuoi avere successo nella graduatoria accademica, e la tua materia è il Medio Oriente, a meno che tu sia un vero luminare – un Cook o una Crone o un Lewis – è meglio ripetere le idee politicamente corrette, che non ti costano nulla, ma ti garantiscono una continuità di amici – per premi, concessione di finanziamenti, buone referenze, buone critiche e buone recensioni. C’è almeno un esempio, tra quelli ricordati, in una situazione in cui un Cristiano di lingua Araba, cercando di sfuggire a una persecuzione musulmana, aveva bisogno della testimonianza di un “esperto” – il quale “esperto”, invece di offrila gratuitamente con una azione da buon Samaritano, ha chiesto, per farsi coinvolgere, una somma di denaro tale (in una stupefacente esibizione di cupidigia) che la stessa idea di solidarietà tra Arabi Cristiani è stata messa permanentemente in discussione.
2. La definizione “moderato” non può essere applicata ragionevolmente a quei musulmani che continuano a negare i contenuti – i contenuti reali, non i contenuti ripuliti o truccati – di Corano, ahadith e Sira. Che questo diniego sia dovuto ad ignoranza, o ad imbarazzo, o a pietà filiale (o alla riluttanza a lavare i panni sporchi ideologici davanti agli infedeli) non ha alcuna rilevanza. Tutti questi musulmani, anche se sembra che deplorino ogni aspetto dell’aggressività musulmana, chiaramente basata su fonti testuali contenute nel Corano e negli ahadith, o nell’esempio di Maometto, come descritti e accettati nella Sira – Maometto, questo “modello” di comportamento – si stanno semplicemente comportando, oggettivamente, in modo da ingannare gl’infedeli. E ogni musulmano che aiuta ad ingannare gl’infedeli a proposito della vera natura dell’islàm non può essere definito un “moderato”. Questo epiteto è semplicemente distribuito un po’ troppo rapidamente per chi ha buon senso.
3. Come considerare poi un musulmano che dice: “Ci sono cose terribili nella sira e negli ahadith e bisogna trovare una via di uscita, in modo che questo sistema di credenze religiose si possa focalizzare unicamente sui rituali del culto individuale e possa offrire un sostegno come una semplice fede per gente comune”? Ciò richiede di dover ammettere che la gran parte delle azioni di Maometto debbano essere o negate o gli deve essere data una interpretazione allegorica o addirittura devono essere eliminati come parte del suo “modello” di vita. Per quanto riguarda gli ahadith, qualcuno dovrebbe affermare che Bukhari, e Muslim, e tutti gli altri rispettabili muhaddithin non hanno esaminato con la giusta meticolosità quelle catene di isnad (trasmissione) e che molti degli ahadith considerati “autentici” devono essere declassati allo stato di “non autentici”. E, seguendo Goldziher, si dovrebbe dubitare di tutti gli ahadith e considerarli elaborazioni fantasiose tratte dal Corano senza alcuna reale esistenza indipendente.
4. Questo ci lascia solo il Corano. Ma ogni “moderato” che cerchi di bloccare ogni inchiesta sulle origini del Corano – sia che che possa essere il prodotto di una setta Cristiana, o una setta Ebraica, o degli Arabi pagani che decisero di farsi un libro sacro, fatto di materiale Cristiano e materiale Ebraico mescolati a un pizzico di folclore Arabo risalente al tempo della Jahiliya – o di impedire ogni studio filologico (per esempio, sull’Aramaico o su parole mutuate da altre lingue) – chiunque impedisca l’iniziativa di sottoporre il Corano al tipo di inchieste storiche a cui fu sottoposta la Bibbia di Cristiani ed Ebrei negli ultimi 200 anni di esegesi, ebbene costui non è un “moderato”, ma un fervente Difensore della Fede. E ancora, chiunque sia contrario a favorire questo studio – che può soltanto condurre all’allontanamento dal letteralismo di alcuni tra i Credenti – non è un “moderato”.
5. La conclusione che si deve trarre è che ci sono veramente pochi “moderati”. Perché se si considera il reale significato del Corano, degli ahadith e della sira e se si considera come questi testi hanno influenzato il comportamento dei musulmani sia durante i 1400 anni di conquiste e di sottomissione dei non-musulmani, sia nel bloccare la crescita e lo sviluppo – politico, economico e culturale – dei musulmani in tutto il mondo, è impossibile non concludere che questo imponente edificio non è in alcun senso moderato né suscettibile di moderazione.
Cosa dovrebbe cominciare a pensare dell’islàm un musulmano intelligente che viva nell’inferno della Repubblica islamica dell’Iran? O quel miliardario Kuwaitiano, con case in St. James Place e in Avenue Foch e a Vevey, così come il quartier generale della famiglia e della ditta a kuwait City, che manda i figli alla scuola Americana del Kuwait, e che si vanta che parlano meglio l’Inglese dell’Arabo, e che contribuisce ad ospita Fouad Ajami quando visita il Kuwait, è veramente affranto nel vedere la crescente islamizzazione del Kuwait? Oserebbe ripetere ciò che conosce molto bene in pubblico o di fronte ai suoi fratellastri o ai suoi amici, ben sapendo che, sul più bello, potrebbero mostrarsi scandalizzati dal suo modo di pensare anti-convenzionale e che, per questo, potrebbe perdere il suo posto nella graduatoria della divisione degli utili della famiglia o, peggio, il suo rango negli affari della famiglia?
Il solo fatto che il numero dei musulmani nel modo occidentale può aumentare, rappresenta una permanente minaccia per gl’infedeli. Ciò è vero anche se alcuni, o molti, di questi musulmani sono dei “moderati” – cioé non credono che l’islàm possieda qualche diritto soprannaturale e la necessità di espandersi in tutto il mondo, conquistando ed inglobando il dar al-harb. Perché, se costoro devono essere ancora annoverati nell’Esercito dell’islàm, e non come Disertori (Apostati) di questo Esercito, la loro mera presenza nel Bilad al-kufr contribuisce ad impinguare i ranghi dei musulmani e quindi la percezione del potere musulmano. E anche un padre “moderato” può generare figli, o nipoti non moderati (questo, in effetti, era il tema del film, quasi comico, ma politicamente acuto, “Mio figlio, il fanatico”, di Hanif Kureishi). Che sia per la Da'wa che per le famiglie numerose, ogni crescita della popolazione musulmana inibirà la libertà di espressione (vedi il destino di Pim Fortuyn e Theo van Gogh, e le minacce fatte a Geert Wilders, Carl Hagen, Ayaan Hirsi Ali, e molti altri), perché politici bramosi di guadagnarsi il voto musulmano si sdegneranno per ogni oltraggio ai musulmani e si batteranno per spingere lo Stato a cedere alle richieste musulmane, solo per un immediato interesse personale. E i numeri dei musulmani, includendo anche i “moderati”, aumenta il numero dei missionari musulmani – poiché ogni musulmano è un missionario – sia compiendo una Campagna propagandistica tipo “Condividiamo il Ramadan” nelle scuole (dove una donna Pachistana dalla voce suadente è la tranquillizzante propagandista di scelta), o facendo Da'wa in carcere. Più musulmani ci sono, più ce ne saranno e nessuno sa quanti “moderati” diventeranno chiaramente non-moderati nelle loro idee e nelle loro azioni. E questi ci riporta al problema più importante: la temporaneità dell’atteggiamento “moderato”. Che cosa ci fa ritenere che qualcuno, che questa settimana o questo mese ha decisamente voltato le spalle alla jihad, che non ha nulla a che spartire con quelli che lui chiama “fanatici”, se non si separa nettamente dall’islàm e non diventa un “rinnegato” o un apostata, ad un certo punto non possa ritornare, non all’islàm, che non ha mai lasciato, ma ad una forma più devota, per cui ora accetta tutti i suoi dogmi, e non solamente quei pochi che interessano esclusivamente i riti della devozione individuale?
6. Gli esempi riguardano sia individui che intere comunità. Per quanto riguarda gli individui, alcuni musulmani cominciarono come persone molto tranquille e largamente indifferenti all’islàm, fino a quando non ebbero una crisi e si rivolsero a una variante molto più fanatica di islàm. Questo fu il caso dell’urbanista Mohammad Atta, a seguito del suo disorientante incontro con le abitudini del mondo occidentale ad Amburgo, Germania, la Reeperbahn e tutto il resto. Questo fu anche il caso di "Mike" Hawash, il tecnico informatico che guadagnava $360,000 all’anno, che sembrava completamente integrato (una moglie Americana, la Little League per i bambini, numerosi amici tra i colleghi dirigenti della Intel che avrebbero messo la mano sul fuoco per la sua innocenza), finché un bel giorno, dopo gli attacchi al World Trade Center, fece testamento, lasciò la casa alla moglie e partì per combattere con i Talebani e Al Qaeda in Afganistan (arrivando fino in Cina) contro i suoi concittadini Americani. In altre parole, se ci sono musulmani fanatici, questo non significa che tutti siano stati “fanatici” fin dall’inizio. L’islam è il punto di inizio necessario, ma ciò che fa esplodere un “moderato” può non avere alcuna relazione con quanto fanno gl’infedeli o con problemi di politica estera – può essere semplicemente una crisi nella vita personale di un musulmano, per la quale cerca una risposta, non sorprendentemente, in … più islàm.
7. Lo stesso insegnamento può essere tratto dall’esperienza di intere società. Per inciso, possiamo ricordare che la condizione degl’infedeli sotto il regime dei Pahlavi era migliore di quanto fosse stata per secoli – e sotto il regime che seguì, quello della Repubblica Islamica dell’Iran, la posizione degli infedeli diventò peggiore di quanto era stata per secoli. Nei paesi islamici il “Secolarismo” non è mai permanente; il peso e la minaccia dell’islàm è sempre presente.
L’esempio migliore è la Turchia, fin dal 1924, quando Ataturk iniziò le sue riforme. Si impegnò in ogni modo possibile – mediate la Legge del Cappello (che vietava l’uso del fez, adatto alla salat), ordinando una traduzione in Turco del Corano accompagnata da un tafsir (commento coranico) in Turco; eliminando l’uso dell’alfabeto Arabo per il Turco; stabilendo un controllo governativo sulle moschee (anche colpendo gli imam recalcitranti e distruggendo le loro moschee); dando alle donne il diritto di voto; stabilendo regole che scoraggiassero l’uso del hijab; incoraggiando gli abiti occidentali; e scoraggiando, nell’esercito, le promozioni di ogni militare che mostrasse un interesse troppo grande per la religione. Questo tentativo di limitare l’islàm ebbe successo e fu rinforzato dal culto della nazione per Ataturk. Ma le poche decadi passate ci hanno mostrato che l’islàm non muore; continua a ritornare. Dalla Turchia, in realtà, non se ne era mai andato; non ostante la creazione di un ceto sociale secolarizzato ammontante a circa un 25% della popolazione, con un altro 25% tentennante e un 50% ancora certamente musulmani tradizionali. Contemporaneamente, i Turchi in Germania non diminuirono il fervore per la loro fede, ma incrementarono. E sembra che, in Turchia, quei Turchi che seguono Erdogan, da un momento all’altro, possono vincere e prendere il potere e lentamente (molto lentamente fino a quando la domanda di ammissione alla EU non sia stata decisa, in un modo o nell’altro) possono annullare quanto fatto da Ataturk. Lui è provvisorio; l’islàm è per sempre.
8. Ecco perché definire qualche musulmano come “moderato” in ultima analisi non ha alcun significato. Essi gonfiano il numero dei musulmani e la percezione del loro potere; i “moderati” possono anche contribuire a trarre in inganno, ad essere, in effetti, i più efficaci agenti della taqiyya/kitman, anche se la loro motivazione può essere semplicemente la lealtà per gli antenati o l’imbarazzo, e non necessariamente il desiderio di ingannare gl’infedeli per disarmarli e alla fine distruggerli.
9. Per questi motivi bisogna sempre osservare obiettivamente la situazione. Cosa potrebbe rendere gl’infedeli più sicuri di fronte ad un sistema ideologico che si dimostra nemico dell’arte, della scienza e di ogni spirito critico, che blocca lo sviluppo della mente e che si basa su di una crudele divisione manichea del mondo tra Infedeli e Credenti? La risposta è: limitare il potere – militare, politico, diplomatico, economico – di tutti i sistemi politici musulmani e delle popolazioni musulmane, diminuendo anche, il più possibile, la presenza musulmana in tutte le terre degli Infedeli, per quanto amabile, accettabile e apparentemente rassicurante una parte di questa presenza possa sembrare. Ciò deve essere fatto non per spirito di inimicizia, ma semplicemente come un atto di minima auto-protezione – e per lealtà e gratitudine per coloro che hanno prodotto questa civiltà che, per quanto sia stata recentemente svalutata dai suoi stessi eredi, scomparirebbe del tutto se i musulmano avessero successo nell’islamizzare l’Europa e poi, se possibile, anche altre parti del mondo.
10. “Ci sono musulmani moderati. L’islàm non è moderato” è la lapidaria enunciazione di Ibn Warraq. A questo dobbiamo aggiungere: noi infedeli non abbiamo un metodo sicuro per distinguere il musulmano “moderato” vero da quello falso. Non possiamo sprecare tempo per perfezionare i metodi per fare questa distinzione. Inoltre, in ultima analisi, queste distinzioni possono perdere ogni significato se anche i “veri” moderati ci nascondono ciò che l’islàm è in realtà, e non per qualche recondito sinistro motivo, ma solo per una umanamente comprensibile ignoranza (specialmente tra i musulmani occidentali di seconda o terza generazione) o per imbarazzo, o per pietà filiale. E alla fine, il “moderato” di ieri si può trasformare improvvisamente nel “fanatico” di oggi, o in quello di domani.
Dobbiamo affidare la nostra sicurezza al sogno consolatorio della frase “musulmano moderato” e al proteiforme concetto che lo sostiene e che si può trasformare in qualcos’altro in un istante?

Hugh Fitzgerald
25 Novembre 2004
Pubblicato originariamente su: http://www.jihadwatch.org/2004/11/hugh-fitzgerald-ten-things-to-think-when-thinking-of-muslim-moderates.html
Tradotto e illustrato da Paolo Mantellini (parte prima e parte seconda)
Hugh Fitzgerald è il Vice Presidente del Consiglio Direttivo di Jihad Watch
Questo testo può essere trasmesso o inoltrato purché venga presentato in forma integrale e con informazioni complete sul suo autore, data e luogo di pubblicazione e URL originale.

   

    

Tutto quanto scritto da Hugh Fitzgerald, che riguarda cose che stanno davanti agli occhi di tutti noi, ma che troppi di noi continuano a rifiutarsi di vedere, dovrebbero almeno fornire qualche spunto di riflessione.


barbara


19 marzo 2010

CONNESSIONE

(per tirare un po' il fiato)



barbara




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18 marzo 2010

DI GERUSALEMME E DI CASE E DI SINAGOGHE E DI ALTRO

"Tema: Chi sa dove si trova Gerusallemmest e a cosa serve?"

Cari amici,
ogni tanto ci chiediamo tutti che cosa vogliono davvero i palestinesi, quali sono i loro obiettivi. Sappiamo che sono buoni, che hanno ragione loro, che la buona buonissima amministrazione del presidente Osama (Nobel preventivo e santo subito) li appoggia senza esitazione. Dato ormai per scontato che le "colonie" sono cattive cattivissime, e vanno prima fermate e poi distrutte, perché "occupano", adesso è la volta di Gerusalemme. Anzi, per il momento di Gerusalemmest, una nuova entità storico/geografica: il problema a Gerusalemmovest si porrà in seguito, appena chiarita la questione a Est. Tanto sappiamo che i confini non contano. Gerusalemme (Est o Ovest, Nord o Sud che sia) non è mai stata assegnata ai Palestinesi dall'Onu, nei piani del '47 doveva essere un territorio a parte, ha una maggioranza ebraica documentata dai censimenti almeno da centocinquant'anni, e naturalmente una presenza ebraica altrettanto documentata che risale a un millennio e mezzo prima che nascesse due o tremila chilometri più a Est un tizio che oggi conosciamo come Maometto - ammesso che ci sia mai stato, cosa di cui gli studiosi blasfemi dubitano.
Ma non importa, Gerusalemmest è dei palestinesi, "perché essi aspirano a farvi la capitale del loro futuro stato". E' un ottimo principio. Anch'io aspirerei di fare della reggia di Versailles il mio futuro pied-à-terre in Francia, non l'ho costruito io, questo no... ma pensate che l'ho visitato da ragazzo, mi è sempre piaciuta moltissimo, così modesta e funzionale... non capisco perché lo Stato Francese continua a pretendere di possederla... forse farò un'intifada, che almeno mi diano Versaillest...
Ma non divaghiamo. I palestinesi vogliono gli insediamenti ebraici oltre la linea verde e vogliono anche Gerusalemme (Gerusallemmest, per ora). Per stabilire che è loro hanno trovato il mezzo del blocco delle costruzioni: sapete le costruzioni sono rumorose, fanno polvere, "mangiano la terra". E naturalmente chi decide in un territorio se si può costruire ne è il proprietario. Geniale, no? Dato che aspirano alla proprietà di Gerusalemme (Est), ogni cosa che venga costruita in quel luogo è colonia. Ma dov'è esattamente Gersualemmest? Somiglia un po' all'isola che non c'è, o a quelle città di Calvino o di Escher, la cui impossibilità è presupposta. Siamo concreti, sapete voi dov'è Gerusalemmest? Dove finiscono i suoi confini?
Be' i palestinesi hanno questo in comune con Ahamadinedjad, e anche con la buonanima di Adolf, che non nascondono le loro intenzioni. A modo loro, sono onesti. L'hanno sempre detto che intendevano cacciare in mare i giudei, e anche quando dicono pace non smentiscono. Dunque per capire la questione geografica di Gerusallemmest, basta leggerli. Per esempio qui, in un delizioso pastiche pseudogiuridico che sembra proprio uscito dalla penna di Raymond Queneau:
http://www.pchrgaza.org/portal/en/index.php?option=com_content&view=article&id=6297:pchr-strongly-condemns-inauguration-of-synagogue-in-occupied-east-jerusalem-&catid=36:pchrpressreleases&Itemid=194.
Quel che dicono i bravuomini è che "PCHR also confirms that East Jerusalem constitutes an integral part of the OPT" (il Centro Palestinese dei Diritti Umani (fortemente finanziato da Eurabia, questo è chiaro, perché anche Eurabia è buona) costituisce parte integrante di una cosa che loro chiamano Opt (Territori palestinesi occupati): certamente è un'"optima" idea.
Questo lo sappiamo: "aspirano" a Gerusalemmest. Il punto viene ora: "The inauguration of a Jewish synagogue in East Jerusalem is considered a form of settlement activity, and thus constitutes a war crime under international humanitarian law." L'inaugurazione di una sinagoga ebraica a Gerusalemmest è un'attività di colonizzazione e costituisce una crimine di guerra sulla base delle legge umanitaria internazionale."
Non voglio discutere qui e ora la geniale applicazione creativa della Quarta Convenzione di Ginevra da parte dei palestinesi e dei loro amici. Voglio solo sottolinearvi che Gerusalemmest per loro comprende non solo la città vecchia di Gerusalemme, ma anche il suo quartiere ebraico, al cui centro è stata inaugurata ieri la ricostruita sinagoga Hurva. Perché ricostruita? Perché stava lì da sempre e, anche senza andare troppo indietro gli arabi l'hanno distrutta due volte, la prima due secoli fa, la seconda sessant'anni fa, dopo che Gerusalemme fu occupata dalle truppe giordane (guidate dagli inglesi, guardate un po' com'è costante la tradizione di Eurabia). E i giordani stabilirono allora, da bravi difensori dei diritti umani e della libertà di religione che era proibito agli ebrei entrare a Gerusalemme e tanto per chiarire la questione, tirarono giù tutto il quartiere ebraico inclusa la sinagoga (che non a caso si chiama Hurva, cioè rovine) e pavimentarono le strade con le lastre tombali ebraiche del cimitero millenario del Monte degli ulivi.
Dunque, bisogna capirli: dove comandano loro abbattere sinagoghe va bene, non è un problema; è riscostruirle che è un crimine di guerra. Ecco, abbiamo finalmente capito dove sta e a cosa serve Gerusalemmest: a impedire che nel quartiere ebraico ci siano gli ebrei e anche le sinagoghe: l'esistenza degli uni e degli altri è un crimine di guerra! Siamo sicuri che zio Adolf, giù dal cielo da dove guarda benigno Eurabia e palestina, sorride e acconsente, anche in memoria del suo amico Gran Muftì di Gerusalemme. Il solo dubbio è se l' "americo Amleto" il buon presidente Hussein Obama abbia capito fino in fondo il gioco che sta giocando. E' vero che tutti dicono che è intelligentissimo, ma a me pare soprattutto buono: come dicono dalle mie parti, tre volte buono.

Ugo Volli


La sinagoga Hurva prima del 1948


La sinagoga Hurva in mano alla Legione giordana, nel 1948


La sinagoga Hurva sotto la dominazione giordana, fra il 1948 e il 1967


La sinagoga Hurva restaurata da Israele (foto trovate qui)

Anche dalle mie parti, benché distino un buon paio di centinaia di chilometri da quelle di Ugo Volli, si dice tre volte buono, ma in questo caso davvero non so se sia più la tontaggine o il freddo cinismo. Verrebbe da dire “ai posteri …” ma nel frattempo, fino a quando arriverà una risposta, quanti morti avranno causato le sue scelte sciagurate?
E sempre in tema di sinagoghe, andate a leggere anche questo, che è davvero un gran bell’articolo.


barbara


17 marzo 2010

DA CHE PULPITO ...

L’Egitto ci chiama razzisti, ma stermina i cristiani. Alle frontiere casi di immigrati uccisi e profughi rispediti verso la tortura.

di Fausto Biloslavo

Alle frontiere casi di immigrati uccisi e profughi rispediti verso la tortura

Il
governo egiziano accusa l'Italia di violenze, razzismo e discriminazione nei confronti degli immigrati, ma a casa sua non ci pensa due volte a prendere a fucilate i clandestini. Oppure bastonarli a morte. Lo scorso anno ne hanno fatti fuori 17, in fuga da Etiopia, Sudan ed Eritrea, mentre cercavano di arrivare in Israele, la nuova terra promessa per migliaia di disperati. Decine sono rimasti feriti. L'anno prima le guardie di frontiera egiziane, dal grilletto facile, avevano ammazzato 28 clandestini. Per non parlare delle deportazioni di massa di chi fugge dalla tirannia. Nel 2008 ben 1200 eritrei sono stati rispediti in patria senza usare i guanti bianchi come da noi. Li aspettavano la tortura e la rieducazione in campi militari.
Il fustigatore dell'Italia è il ministro degli Esteri Aboul Gheit, che dovrebbe conoscere bene il nostro paese. Ex ambasciatore a Roma ha retto anche la sede diplomatica di San Marino. Il capo della diplomazia egiziana «condanna» le violenze di Rosarno e chiede al governo italiano di intervenire contro episodi di razzismo e discriminazione, come se da noi ci fosse la schiavitù. Secondo una nota del ministero degli Esteri de Il Cairo «gli episodi di violenza» sono solo «un'immagine delle numerose violazioni subite dai migranti e dalle minoranze in Italia, tra cui quella araba e quella musulmana».
Da che pulpito arriva la predica
.
Vai a dirlo alla famiglia del clandestino ventenne, che dal Sahara meridionale, sperava di raggiungere Israele agli inizi di dicembre. Le guardie di frontiera egiziane gli hanno sparato come i Vopos del Muro di Berlino, senza neppure fornire il suo nome e la nazionalità.
Nel 2009 la stessa tragica sorte è capitata ad altri 16 disgraziati in fuga verso un mondo migliore, che hanno pensato male di passare per l'Egitto. Amnesty International, nel rapporto annuale sul 2008, ha enunciato che «28 persone (migranti) sono state uccise a colpi d'arma da fuoco e decine sono rimaste ferite». Lo scorso settembre ne hanno fatto fuori quattro in un colpo solo, nonostante fossero inermi e disarmati. Secondo Amnesty centinaia di migranti sono stati processati davanti a un tribunale militare per «tentata fuoriuscita illegale dal confine egiziano orientale».
Le telecamere sulla frontiera israeliana talvolta hanno ripreso la caccia al clandestino da parte egiziana. In alcuni casi i poveretti vengono picchiati finché non esalano l'ultimo respiro. Lo scorso novembre un altro immigrato è stato freddato, mentre i suoi compagni, due etiopi e un eritreo, venivano arrestati. Da quando la Libia ha cominciato a fermare i flussi di migrazione verso l'Italia, la terra delle Piramidi è una via sempre più battuta. Non solo: gli egiziani, come tutti gli arabi del nord, hanno sempre guardato dall'alto in basso gli africani con la pelle nera, come gli immigrati di Rosarno. Gli etiopi e i sudanesi del sud, che per di più sono cristiani, vengono trattati come bestie se li pizzicano in Egitto.
Negli ultimi anni gli eritrei fuggono a ondate dal governo tirannico di Isaias Afewerki. La prima tappa è l'Egitto che concede l'asilo politico con il misurino. «A giugno (2008), circa 1.200 richiedenti asilo eritrei sono stati rimpatriati forzatamente dove erano a rischio di tortura. La maggior parte di essi sono stati immediatamente detenuti dalle autorità eritree in campi di addestramento militare» ha denunciato Amnesty International. Eritrei e sudanesi rimandati indietro sono «esposti al rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani» denuncia Amnesty.
Il ministro degli Esteri Gheit ha cercato la classica pagliuzza nell'occhio degli altri per non vedere la trave nel suo.
La strage del 7 gennaio di sei cristiani copti a sud de Il Cairo ha riaperto la piaga dell’intolleranza religiosa. Negli ultimi trent'anni si calcola che sono stati circa 4mila i cristiani uccisi, feriti o assaliti in Egitto. Dopo l'ultimo episodio il ministro degli Esteri, Franco Frattini, si è unito al coro di condanna. In un'intervista all'Avvenire ha sostenuto che «l'Unione europea è troppo timida» e che il vecchio continente «dovrebbe invece gridare con voce alta e chiara che la protezione dei cristiani nel mondo è interesse dell’Europa intera».
Al collega egiziano dev'essere saltata la mosca al naso tenendo conto che Frattini sarà in visita a Il Cairo il 16 gennaio. Gheit non è nuovo nei panni di strenuo difensore dell'Islam. Quando Papa Ratzinger pronunciò il famoso e contestato discorso di Ratisbona, il diplomatico egiziano sentenziò: «È un discorso veramente inappropriato (...), che speriamo venga abbandonato per non alimentare tensioni e incomprensioni fra i musulmani e l'occidente».

© Copyright Il Giornale, 13 gennaio 2010

L’articolo, come vedete, è di circa due mesi fa, ma vale la pena di leggerlo perché fornisce un ulteriore tassello al quadro che troppi si ostinano a rifiutarsi di vedere, e che sta ormai rovinosamente crollando sulle teste di tutti noi. Compresi quelli che danno a noi dei catastrofisti visionari.

barbara


16 marzo 2010

THE CIRCLE OF LIFE

A proposito di settimane del boicottaggio e giornate dell’odio e decenni della vendetta anche se non si sa bene di che e dintorni e affini e annessi e connessi.

Tu sei più forte di me ma io un pugno te lo do lo stesso perché ti odio. Ma non ti faccio molto male. Tu magari alzi il braccio per non prendere il mio pugno e non sei cristiano e non porgi l'altra guancia. Al decimo mio pugno ti stufi e mi rifili uno sganassone che mi fai un male bestia. Perdo qualche dente che mostro incazzato e un po' piangente alla telecamera politically correct a cui dico che sei cattivo cattivo. Se il mio dente è da latte fa ancora più impressione soprattutto al pubblico dello Zecchino d'Oro e delle telenovela.
Porto il dente in processione.
Dichiaro una giornata dell'odio.
Durante la giornata dell'odio ci riprovo e perdo un altro dente.
Ri-dichiaro un'altra giornata dell'odio.
Rimango così senza denti.
Smettiamo per un po' fino a quando i miei amici e i telespettatori mi danno un po' di soldi per comprare una dentiera nuova: alcuni lo fanno perché io possa mangiare, altri perché hanno bisogno di processioni.
Poi ricominciamo.
The circle of life direbbe il re leone.

Scritta un po’ più di nove anni fa dallo straordinario, insuperabile, mitico Toni. Come si suol dire: il tempo passa e neanche te ne accorgi che sia passato. Poi, sempre in tema, leggi anche questo.

barbara


16 marzo 2010

E LA MATTANZA CONTINUA

Violentata e bruciata viva ragazza cristiana

di Stefano Vecchia

Tratto da Avvenire del 13 marzo 2010

Un altro caso di stupro di una giovane cristiana seguito da un orrendo omicidio. La comunità cristiana di Sheikhupura, a una qua­rantina di chilometri da Laho­re, nella provincia del Punjab, piange la morte di Kiran Geor­ge, spirata nei giorni scorsi per le gravissime ustioni a due gior­ni dal ricovero nel Mayo Ho­spital di Lahore. Nell’agonia, Kiran è riuscita a raccontare agli inquirenti la sua vicenda e a portare all’arresto di Mohammad Ahmad Reza, un giovane musulmano figlio del datore di lavoro, e della sorella. Insieme le avrebbero gettato addosso della benzina, dando­le poi fuoco, per timore che la giovane riferisse alla polizia del­la violenza subita. Nonostante le gravissime condizioni della ragazza, il suo assassino non l’aveva portata in ospedale, ma aveva invece chiamato i suoi genitori raccontando che gli a­biti avevano preso fuoco men­tre puliva la cucina. Kiran ave­va confessato alle amiche il comportamento sconveniente di Muhammad Ahmad Raza, nella cui casa prestava servizio come domestica ma esitava a lasciare il posto di lavoro a cau­sa della povertà della sua fami­glia. Muhammad Ahmad Raza si trova ora sotto custodia del­la polizia in attesa che si con­cludano le indagini prelimina­ri. Subito dopo la morte di Ki­ran, alcuni cristiani avevano bloccato strade e incendiato copertoni chiedendo l’arresto dell’omicida.
Il caso della ragazza di Sheikhu­pura ricorda da vicino quello della 12enne Shazia Bashir, morta il 21 gennaio a Lahore dopo essere stata stuprata e massacrata dall’avvocato Mohammad Naeem presso cui prestava servizio. Naeem è sot­to indagine, ma gli avvocati del­la famiglia e i gruppi che si so­no impegnati per fare giustizia si trovano di fronte a minacce e ai tentativi di insabbiare la vi­cenda che riguarda un perso­naggio, di fede musulmana ed ex giudice dell’Alta Corte pro­vinciale, assai conosciuto in città e sostenuto dai suoi stes­si colleghi. Ancora nel distretto di Sheikhu­pura, nella cittadina di Narang Mandi, il 10 marzo una folla di musulmani ha svaligiato e in­cendiato l’abitazione di una fa­miglia cristiana. Come riporta­to da AsiaNews, a scatenare la rabbia degli estremisti il pre­sunto coinvolgimento di un cri­stiano, Yasir Abid, ora in custo­dia cautelare, nell’assassinio del figlio di un latifondista lo­cale.
I cristiani del distretto denun­ciano «l’incendio deliberato» di alcune copie della Bibbia tro­vate nella casa incendiata. La polizia ha avviato le indagini e valuterà se aprire un fascicolo di inchiesta anche per il reato di blasfemia. In questo caso, spie­ga Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione Giu­stizia e pace della Chiesa catto­lica pachistana, la magistratu­ra «non agirà in base alla sezio­ne 295-B del codice penale pa­chistano», che prevede pene fi­no all’ergastolo per chi dissa­cra il Corano, ma non include i testi sacri di altre fedi.
«Siamo contrari alla legge sulla blasfemia – conclude Jacob – e questo indipendentemente dal testo sacro o da chi si è reso col­pevole del crimine». Questo non esclude però «indagini approfondite» e la punizione dei responsabili dell’incendio del­la casa dei cristiani. Per ricordare le violenze che il mese scorso hanno interessa­to diverse comunità e luoghi di culto, in particolare nell’area di Pahar Ganj, ieri nella metropo­li meridionale di Karachi i cri­stiani hanno osservato una giornata di digiuno.

Servono parole? Servono commenti? No, vero? A questa cronaca dell’ennesimo efferato delitto perpetrato in nome della religione di pace, aggiungo solo l’invito ad andare a leggere anche questo.

barbara


15 marzo 2010

DHIMMI: SE NON PAGANO UCCIDETELI!

«Ecco perché uccidevo i fedeli»; video-choc. Un terrorista iracheno confessa: «Se non mi pagavano la tassa prevista, finivano decapitati»

« Sono stato reclutato da un imam pachistano a Londra, che mi ha pagato per unirmi ad al-Qaeda in Iraq e mi ha detto che era lecito uccidere i cristiani». È con queste parole che l’ex mufti di al-Qaeda a Mosul, il terrorista Muhammad Ramzi Shihab, racconta in una sua confessione come e perché uccideva i cristiani iracheni della provincia di Ninive. La Tv satellitare al­Arabiya ha trasmesso parte della sua confessione, mostrata ai giornalisti durante una conferenza stampa tenuta dal portavoce del ministero della Difesa iracheno, Muhammad al-Askari, a Baghdad. «Ero solito decapitare i cristiani che non volevano pagarmi la “jizia” (la tassa per i cristiani prevista dalla sharia) – afferma il terrorista nel video – l’imam pachistano mi ha nominato mufti e ho emanato una fatwa ordinando di decapitare un insegnate cristiano. Poi ho ordinato un’altra fatwa contro un commerciante cristiano che non voleva pagare la “jizia”». Shihab aveva emanato anche una fatwa che rendeva lecita l’uccisione di tre donne accusate di aver dato informazioni alla polizia, così come ha ammesso di aver «pianificato un attentato avvenuto nel villaggio di al­Khazana». Il terrorista aveva preso di mira anche una minoranza sciita presente nel nord del Paese. Il portavoce del ministero della Difesa ha poi mostrato le confessioni di altri otto terroristi, chiedendo alle famiglie delle loro vittime di sporgere denuncia contro di loro alla magistratura.
Tra le persone arrestate c’è anche un siriano, Azmi Dari Muhammad, di Homs, arrestato mentre si camuffava con abiti femminili. «Era addetto ad arruolare donne – ha spiegato il portavoce – che avrebbero lavorato come domestiche per le persone importanti della zona, in modo da raccogliere informazioni utili per il gruppo. Trasportava anche armi, evitando i controlli della polizia in quando scambiato per una donna». Intanto, la violenza continua a dilagare nel Paese. Ieri a Baghdad quattro persone sono morte in un attacco contro una Ong nel quartiere sciita di Adhamiyah. Alle 14 locali un gruppo di uomini armati ha fatto irruzione negli uffici di “Mawteny”, ha ucciso quattro dipendenti, tra cui una donna, e ne ha feriti due. (A.E.) 20.01.2010

Sì, certo lo so, loro sono buoni, loro seguono la religione di pace, loro hanno una cultura che vale quanto la nostra; siamo noi che siamo islamofobi eurocentrici imperialisti colonialisti, in una parola: cattivi. E molto kattivissimo, inutile dirlo, è anche il solito, inescusabile Ugo Volli, uno e due.

barbara


15 marzo 2010

QUEGLI STERMINI CHE NON SUSCITANO PROTESTE

PAKISTAN 12 ANNI CRISTIANA violentata, torturata e uccisa. Il 99% delle giovani cristiane che lavorano per musulmani sono vittime di violenze e abusi.

Dal suo datore di lavoro, un ricco avvocato musulmano


nella FOTO: il corpo senza vita della giovanetta Shazia Bashir

ROMA, lunedì, 25 gennaio 2010 (ZENIT.org).- La violenza contro i cristiani in Pakistan non risparmia neanche i bambini. Shazia Bashir, di 12 anni, è stata infatti torturata, violentata e uccisa dal suo datore di lavoro, un ricco avvocato musulmano di Lahore.
La ragazzina, riferisce l'agenzia Fides, era nata in una famiglia cattolica molto povera e lavorava da otto mesi come domestica in casa dell'avvocato Chaudry Muhammad Neem. Il 22 gennaio è stata picchiata, violentata e assassinata.
Al suo funerale, svoltosi questo lunedì a Lahore, hanno partecipato migliaia di persone, tra cui i Vescovi cristiani di tutte le confessioni. Anche molti musulmani hanno espresso solidarietà per l'accaduto.
Quello di cui è stata vittima Shazia è solo “uno dei tanti episodi di maltrattamenti e sevizie che i cristiani subiscono – specie quelli più poveri – quando sono impiegati come lavoratori (per servizi spesso molto umili) nelle case di musulmani”, ricorda Fides.
La ragazzina riceveva 1.000 rupie al mese (circa 12 dollari statunitensi) per aiutare la famiglia, composta dai genitori, due sorelle sposate e un fratellino di otto anni.
I genitori hanno raccontato che da giorni non era loro permesso di vedere la figlia. Dopo molte richieste, è stata restituita con segni evidenti di violenze e torture. E' stata immediatamente portata all’ospedale Jinnah di Lahore, ma i medici non hanno potuto fare nulla per salvarla.
L’avvocato ha cercato di comprare il silenzio dei genitori, offrendo 20.000 rupie (circa 250 dollari), ma loro hanno denunciato la vicenda.
In un primo momento la polizia non voleva registrare l’accaduto, ma le proteste dei cristiani hanno portato il caso all’attenzione dell’opinione pubblica.
Il Presidente del Pakistan, Ali Zardari, ha stanziato un risarcimento di 500.000 rupie (circa 6.000 dollari) per la famiglia di Shazia, mentre il Ministro per gli Affari delle Minoranze, Shahbaz Batti, ha assicurato che “i colpevoli saranno condotti dinanzi alla giustizia”.


Situazione insostenibile”

Francis Mehboob Sada, cattolico, Direttore del Christian Study Center di Rawalpindi, ha dichiarato a Fides che “il tragico caso di Shazia non sarà l’ultimo. E’ molto triste. La ragazza è stata torturata e uccisa senza alcun motivo”.
“Era giovane, debole, e cristiana, dunque una vittima perfetta. Proviamo sdegno per una situazione che è insostenibile”, ha aggiunto.
Il Christian Study Center è un luogo ecumenico di documentazione, studio e riflessione, molto apprezzato per la sua opera di monitoraggio e informazione sulla condizione dei cristiani in Pakistan.
“I cristiani sono perseguitati e non sono trattati come gli altri cittadini. Siamo discriminati. Nella società i cristiani, specialmente delle famiglie povere, subiscono ogni forma di violenza e vessazioni. Abbiamo documentato una sequela di casi che lo testimoniano. La polizia e il Governo non fanno molto per proteggerci e spesso molti casi finiscono con l’impunità”, ha denunciato.
Secondo Mehboob Sada, ultimamente “i cristiani hanno rischiato la pulizia etnica” e vivono “tempi di insicurezza e precarietà”.
“I colpevoli si conoscono – ammette –: sono i militanti di un’organizzazione estremista già bandita dal Governo”.
La vicenda di Shazia è stata condannata anche dalla Commissione Nazionale per i Diritti umani e da altre organizzazioni attive nella società civile, mentre alcune associazioni di avvocati hanno difeso Chaudry Muhammad Neem.

Chi continua a rifiutarsi di credere che dopo il sabato viene la domenica, farebbe molto meglio a ricordarsene, invece.

barbara


14 marzo 2010

SENZA PAROLE

Aveva velleità di regista e scrittore. Mi aveva anche regalato un suo “romanzo”, un volumettino 13X18 di un’ottantina di pagine con più vuoti che pieni: messo in word, dubito che avrebbe superato la decina di pagine. “Romanzo cronotematico”, lo aveva pomposamente definito, intendendo dire che i fatti erano narrati in ordine cronologico, questo è successo prima e te lo racconto prima, quest’altro è successo dopo e te lo racconto dopo. C’era anche, fra le vicende narrate, una “avventura dromologica”: un giro in vespa. Ad un certo momento si era trasferito a Roma, in cerca di quelle opportunità che la cittadina di provincia non può offrire ai geni desiderosi di emergere. Qualche anno dopo è tornato a casa con la coda fra le gambe, e si è rassegnato a fare l’insegnante. Alle elementari.
Uno dei suoi divertimenti preferiti era quello di mandare la musica a palla alle tre di notte. A volte, per aumentare il divertimento, metteva le casse dello stereo sul davanzale fuori dalla finestra. «Ma per fortuna – diceva – ho dei bravi vicini che non rompono i coglioni».
Era, al tempo in cui l’ho conosciuto, animalista talmente convinto che non solo era vegetariano, ma addirittura portava in pieno inverno, a venti sottozero, scarpe di plastica. «Perché ogni essere vivente merita rispetto», diceva.
L’altro ieri, dopo mesi di indagini, l’hanno arrestato per pedofilia.

barbara




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13 marzo 2010

ASSEMBLEA DI FACOLTÀ

Ovvero

come shekerare quattro stronzate

Simona Cantoni impiegò mezzora a vestirsi, dopo aver speso più di un’ora al bagno, fra doccia, capelli e trucco. Per quanto le costasse ammetterlo, questo era un segnale inquietante. Un campanello d’allarme. Un avviso subliminale. Il suo inconscio stava prendendo decisioni che lei era ben lungi dal condividere. Meglio, che lei respingeva con fermezza.
Chi era mai questo Alessandro per meritare una simile liturgia propiziatoria?
Nessuno. Meno di nessuno.
E allora perché si comportava come un’adolescente al primo appuntamento?
Tranquilla, è per sentirmi in controllo. Che non creda di avere a che fare con una che gli pende dalle labbra solo perché è carino e all’università gli sbavano tutte dietro. O magari perché va come un treno a medicina, ha mille interessi, gira su una BMW decappottabile e ha un tono di voce… Dio, che tono di voce!
Smettila, sei una stronza! Non te ne frega niente di lui!
Si dette un ultimo ritocco al lucido delle labbra, un ultimo colpo di spazzola e si fissò allo specchio con aria convinta.
Non fare la stronza Simona. O quanto meno…
Come, quanto meno…?
Ho detto non fare la stronza, punto e basta!
Al suono del citofono però, il cuore le batté forte.
“Io esco,” gridò quando era già sul pianerottolo, “torno tardi!”
Alessandro l’aspettava in macchina.
“Ti va di mangiare qualcosa?” le chiese, sporgendosi per darle un bacio sulla guancia.
“Conosci un posto carino?”
“A Castel Porziano. Pesce e musica dal vivo. Praticamente sulla spiaggia.”
Parlarono di tutto, lungo la strada, come parlano due ragazzi che si studiano. Senza lasciarsi andare più di tanto. Attenti alle domande, attenti alle risposte.
Di vista si conoscevano da una vita ma era la prima volta che uscivano insieme.
Un paio di giorni prima lui aveva preso l’iniziativa in un modo che a lei era parso intrigante.
“Cerco qualcuno che non mi conosca” le aveva detto, “perché ho voglia di raccontarmi.”
Lei aveva sorriso.
“E chi ti fa pensare che a qualcuno interessi il racconto?”
“Beh, in realtà non è che lo penso. E’ solo la prima cosa che mi è venuta in mente. Quando scriverò un libro sull’arte del rimorchio, comunque, ce la metterò dentro perché pare funzioni. Il primo passo l'ho già fatto.”
Questa volta lei aveva riso e lui aveva assaporato con discrezione un senso di trionfo.
La trattoria era semplice. Una veranda sul mare. Pochi tavoli. Poca gente. Poca luce.
Un cantante da piano bar creava un sottofondo musicale.
“Ci metterai anche questa trattoria nel tuo libro?”
“Dipende. Te lo dico domani… Quel libro conterrà solo strategie vincenti.”
Due spaghi, un bicchiere di vino e già l'atmosfera si era fatta confidenziale.
Ora parlavano di tutto, a ruota libera.
Studio, viaggi, libri, cinema, pittura. Si confrontavano, scoprendo passioni e avversioni in comune.
“Devi assaggiare gamberi e calamari. Qui sono spaziali!”
“Quelli no, non li mangio. Né crostacei né frutti di mare.”
“E invece li devi assaggiare. Non te li puoi perdere...”
“Non posso. Sono ebrea. Sai cacheruth, norme alimentari...”
“Fantastico! Spiegami meglio.”
Parlarono di religione e di tradizioni. Di senso di appartenenza e di retaggi identitari. E poi ancora di minoranze e di società multietniche.
In macchina si baciarono e rimasero a lungo a chiacchierare, sulla banchina deserta.
“Ho una villa, qui vicino... Potremmo andarci.”
Lei gli pose un dito sulle labbra.
“Non avere fretta...” disse e lui sembrò cogliere in quelle parole più una promessa che un rifiuto.
Sotto casa si baciarono ancora.
“Domani abbiamo assemblea di facoltà. Ti passo a prendere alle otto.”
Lei sorrise di tanta sicurezza, ma lo baciò sulle labbra e scese dall'auto.
Quando arrivarono in facoltà, la mattina dopo, l'aula magna era in fermento.
Mancava un'ora all'assemblea e fervevano i preparativi. Piccoli gruppi discutevano dell'impostazione dei lavori, alternando alterchi e risate. Altri si dedicavano agli impianti tecnici.
“Uno, due, tre, prova. Uno, due, tre, prova.”
Alessandro si trovava come a casa sua. Passava da un gruppo all'altro, scambiando battute e discutendo documenti.
Simona invece si era seduta ad uno degli ultimi banchi in cima all'anfiteatro ed osservava con distacco quell'animazione.
Odiava le assemblee. Passavano per uno strumento di democrazia diretta e ne erano invece l'antitesi spaccata.
Una minoranza di attivisti che si arrogava il diritto di rappresentare una maggioranza distratta. Tutta gente che si beava delle proprie parole.
Falla finita, non sei qui per fare politica! Se questi si divertono cosi, a te che te ne frega?
Tirò fuori il testo di diritto penale e si mise a ripassare.
Alessandro ogni tanto le si avvicinava.
“Tutto bene?”
Bene un cazzo! Non so che ci sto a fare in mezzo a questi coatti!
“Certo, tutto bene. Stai tranquillo, sto ripassando. Ho l'esame fra quindici giorni...”
Si concentrava sul testo, sollevando di tanto in tanto lo sguardo sull'aula che si andava riempiendo.
Gli oratori avevano preso posto sul palco. Alessandro era fra loro, con il microfono in mano.
Questo ci crede proprio! Scommetto che ci mette pure questa cazzo di assemblea nel suo libro.
Si concentrò ostinatamente sul testo di penale, per non sentirsi parte della sua esibizione.
“La nostra facoltà è chiamata ad essere l'anello di una lunga catena” stava dicendo lui, “una catena che unisce le forze progressiste in tutto il mondo, dentro e fuori le università. Una catena che col suo peso morale e l'incisività dei suoi richiami può riuscire lì dove hanno fallito le politiche degli stati e delle organizzazioni internazionali...”
Ma chi si crede d’essere, Bruce Willis pronto al salvataggio del pianeta...?
Sorrise immaginandoselo dentro una tuta spaziale, il casco sotto il braccio, ma chiuse il libro e si mise ad ascoltare.
“... la libera scelta di ognuno di noi è poca cosa. Ma se queste scelte divengono univoche, si trasformano in un'arma potente. Compagni, appropriarci di quest'arma non è più un'utopia, è qualcosa che dipende da noi, da ognuno di noi... E sono proprio loro con i loro crimini, con la loro superbia, con la loro apartheid che ci hanno dato la necessaria compattezza. Il sangue di Gaza è la ragione della nostra coesione internazionale. E' la ragione della nostra determinazione...”
Applausi.
Pugno allo stomaco.
Di che diavolo stai parlando...?
“Noi siamo chiamati a boicottare Israele per ristabilire la giustizia negata. Per dare una voce a chi non ha voce. Per dare una terra a chi ne è stato spoliato ed una patria a chi ne è stato cacciato. Compagni, dobbiamo fare terra bruciata intorno al sionismo razzista. Chiudere le porte della collaborazione internazionale ad uno stato che fa dell’apartheid la propria strategia. Tenere fuori da ogni scambio culturale chi con le proprie lobbies inquina la politica mondiale...”
Brutto bastardo, pezzo di merda.
Simona raccolse le sue cose, decisa ad andarsene.
Sei una stronza. Ci voleva tanto a capire di che pasta era fatto?
Stronza un cazzo. E' lui che è un verme. Che mi ci ha messo a fare in questa situazione di merda?
“... è per questo” stava dicendo lui “che cedo ora la parola a Mahmet Huseyin del Comitato Palestinese per il Boicottaggio di Israele.”
Simona aveva già raggiunto la base dell'emiciclo, ma qualcosa la trattenne.
Io non scappo. Non te la dò questa soddisfazione.
Sei pazza? Vattene che e meglio...
No, non me ne vado! Voglio vedere dove sono capaci di arrivare.
Sedette di nuovo.
“... ogni rifiuto di un prodotto israeliano” stava dicendo il palestinese “sarà la pietra di una nuova intifada che ci condurrà alla vittoria sul nemico sionista...”
Il delegato non fece sconti e riversò sull’assemblea le sue feroci invettive contro Israele, il sionismo e gli ebrei.
Simona sopportò tutto stoicamente, fino a quando Mahmet non superò il segno.
“... è un nemico subdolo e feroce. Ci ruba la terra, ci ruba le case, ci ruba il futuro. E adesso ci ruba anche gli organi dei nostri bambini e dei nostri prigionieri. Li uccide per appropriarsene e per farne commercio...”
Applausi.
Simona alzò la mano.
“Voglio intervenire” gridò.
Che fai? Sei pazza? Vuoi farti sbranare da questi scalmanati?
“Al tempo compagna. Il dibattito con la platea è previsto al termine degli interventi, se ce ne sarà il tempo.”
“Ah, si?” gridò Simona. “E questo chi lo dice? In un dibattito democratico chi partecipa ha lo stesso diritto di intervento di chi sta in cattedra!”
“In un dibattito democratico” cercò di zittirla il compagno sul palco, facendosi forte del microfono che impugnava, “ci sono tempi e regole da rispettare.”
“Tu stai solo rispettando la casta dei cattedratici e dei presunti leader. Fai parlare anche il popolo degli sfigati!”
L'emiciclo cominciò a vociare e qualcuno sul palco comprese da che parte stesse girando il vento.
“Fate parlare la compagna. Lasciatele fare il suo intervento.”
Simona salì sul palco mentre il cuore le pulsava in circolo adrenalina a gogò.
Voglio vedere adesso che gli dici. Tu devi essere completamente suonata.
Lo so io quello che gli dico. Brutti stronzi, bastardi di merda...
Afferrò il microfono e volse lo sguardo verso la platea. Un silenzio inconsueto. Un'attenzione inconsueta.
“Compagni, oggi abbiamo chiamato sul banco degli imputati Israele. Abbiamo istruito un processo, accusandolo dei crimini più efferati. Ma se questo è un processo, chi parlerà per l’accusato? Chi ne prospetterà le attenuanti? Chi chiamerà in giudizio i correi che si sono macchiati di colpe e di crimini altrettanto gravi?”
La platea cominciò a rumoreggiare confusa, mentre sul palco gli oratori si scambiavano occhiate perplesse.
“Se mettiamo Israele sotto accusa, perché facciamo salva la Russia per le stragi in Cecenia? E il Sudan per il genocidio in Darfour? E la Turchia per la repressione dei Curdi? E la Cina per il Tibet…? E dov’è Hamas che ha prima massacrato quelli del Fatah e poi ha provocato scientificamente la reazione degli israeliani, con la sua pioggia di razzi sui civili. E già che ci siamo, perché non parliamo anche di scudi umani, di bombe negli autobus, di oppressione sulle donne islamiche.”
“Questa è una provocazione…” cominciarono a gridare dall’emiciclo .
“No, non è una provocazione. E’ un invito a ragionare… Per quale motivo sempre e solo Israele è sul banco degli imputati?”
“Buttatela fuori!”
“Calma, compagni. Calma, non cadiamo nella sua provocazione!”
Simona col microfono in mano si sentiva ormai come John Wayne a Fort Apache.
“Io non provoco nessuno. Sono qua per parlare in difesa di uno stato che con l’haparteid non ha nulla a che fare.”
Fuo-ri. Fuo-ri. Fuo-ri.
L’aula magna era ormai una bolgia ma Simona non demordeva.
“Israele è l’ebreo della scena internazionale,” gridava, “per lui vale una legge che per gli altri non vale. E’ sempre e comunque colpevole, anche quando agisce per difendersi, anche quando sopporta l’insopportabile. I razzi di Hamas sono brutali quanto la reazione che provocano, ma qual è la causa e qual è l’effetto? Perché dobbiamo dare tutto per scontato e rinunciare a giudicare? Perché la logica quando si parla di Israele viene distorta e deformata?”
Fuo-ri. Fuo-ri. Fuo-ri.
Qualcuno si avvicinò alle spalle di Simona e tentò di trascinarla via ma lei si aggrappò al tavolo con tutte le forze.
“Questa è una violenza,” gridò nel microfono, “vergogna!”
Furono le sue ultime parole all’assemblea. La spina del microfono ora era staccata e il servizio d’ordine la spintonava senza complimenti fuori della facoltà.
L’ultima cosa che percepì fu un coro da stadio.
“Va in sinagoga, giudia va in sinagoga…”
Simona adesso era in mezzo alla strada, in uno stato di confusa prostrazione.
Si sentiva umiliata. Ferita.
Sarai contenta, ora! Cosa pensavi, di fare? Speravi di convincerli?
Vaffan’ culo! E’ lui che è uno stronzo! Un grandissimo stronzo!
Ancora!? La fai finita!? Quello è uno scarafaggio insignificante e tu ci piangi sopra come se meritasse la tua attenzione.
Tremava.
Sedette su una panchina e piegò la testa fra le mani.
No! Adesso ci manca solo che ti metti a piangere!
Ho detto non piangere!
Le lacrime le fluivano inarrestabili.
Trasse dalla borsa un kleenex e si soffiò il naso.
“Sei stata coraggiosa.”
Si girò. Lui era in piedi alle sue spalle.
“Vattene. Sei uno stronzo!”
Si asciugava gli occhi con le mani e si aggiustava il trucco per quel che poteva. Odiava che lui la vedesse in quelle condizioni.
“Ci volevano le palle per parlare in quel modo davanti ad una platea tanto ostile. Tu ce le hai avute…”
“Lasciami in pace. Voglio stare sola.”
Lui non si mosse.
“Doveva essere una manifestazione politica ma purtroppo è degenerata. Perfino quel coro antisemita… Mi dispiace, Simona, ti chiedo scusa.”
Questo è completamente fuori! Vattene, non gli dare spago! Vuole solo prenderti per il culo per salvare la faccia.
Me ne vado!? Ma nemmeno per idea! Questo lo sistemo io!
“Mi dispiace, ti chiedo scusa,” gli fece il verso lei, con tono irridente. “Tu non ti rendi nemmeno conto di quello che hai detto e di quello che hai lasciato dire in assemblea. E poi, scusa tanto… Dove cazzo stavi quando mi zittivano e mi spintonavano?”
Alessandro la fissava come un cane bastonato.
“Te lo dico io dove stavi. A fare lingua in bocca col tuo amico palestinese. Spero ti sia scusato con lui per le mie intemperanze verbali, ma del resto, sai come sono queste ragazze ebree. Pazze, esaltate. Incontrollabili. Sioniste e dunque razziste come tutti gli israeliani.”
“Ora sei ingiusta. Io non sono così…”
“Io non sono così…” gli fece di nuovo il verso lei. “E come sei? Dai raccontamela di nuovo la storiella degli anelli della catena. Può darsi che stavolta mi convinci. Può darsi che dopo possiamo andare insieme a salvare il mondo… Tanto basta poco… Basta spazzare via Israele dalle mappe e il pianeta avrà finalmente la sua età dell’oro. Basta convincere sei milioni di Israeliani a buttarsi a mare e Bin Laden potrà finalmente smettere il broncio e diventare un bravo bambino.”
Raccolse le sue cose e si alzò per andarsene.
Lui rimaneva in piedi, le mani in tasca, gli occhi bassi. Naturalmente aveva ragione lei a sentirsi offesa. Come aveva potuto essere così stronzo, così insensibile. In due ore aveva messo insieme una tale mole di cazzate da seppellire sul nascere una storia che già lo aveva preso.
Simona non gli era mai parsa così bella. Così intrigante… Figa e con le palle… Il massimo!
“Non ne so un cazzo di medio oriente. E’un tale bordello che non mi ci raccapezzo.”
“Me ne sono accorta. Ma questo non ti ha impedito di pontificare in assemblea…”
“Non ho mica detto niente di speciale. Ho shekerato quattro stronzate, tanto per fare la mia figura. Funziona così in assemblea, lo dovresti sapere.”
“No, non lo so come funziona in assemblea. So come funziona invece una testa in cui ci sia un minimo di cervello… Ma questo non ti riguarda, non è il tuo caso!”
Gli girò le spalle e si avviò per i viali dell’ateneo senza un saluto, resistendo alla tentazione di voltarsi indietro.
Mi sei piaciuta! Lo hai fatto a pezzi quel verme! Quel megalomane presuntuoso!
Chi, io…? Ma se è lui che ha fatto a pezzi me!
Ancora!? Non mi dirai che…
No che non te lo dico!
Ecco, brava! Mettici una croce sopra! Quello è solo uno stronzo, nient’altro… Ma adesso che fai…? No, ti prego, non ricominciare a piangere!
E perché mai dovrei piangere? Non ci penso nemmeno…
Le lacrime le solcavano il viso.
Io non piango, si disse, non piango, non piango…
E comunque non per te…. Vaffan’ culo!

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Peccato che questo Mario Pacifici abbia cominciato a scrivere – o a far conoscere i suoi scritti, non so – così tardi, perché sono davvero degli autentici gioielli. In questo, poi, mi sono molto ritrovata, essendomi trovata in una situazione piuttosto simile a Parigi, nell’ormai lontano 1991. Con la confortante differenza, rispetto alla Simona del racconto, di non essere innamorata di nessuno della controparte. Poi naturalmente, giusto per restare in tema di bello scrivere e sani sentimenti e coraggiosa militanza e robusta presa di posizione ed energica difesa della verità evvetera eccetera, è tassativamente obbligatorio leggere il solito imprescindibile Ugo volli, qui e qui.

barbara


12 marzo 2010

UN PENSIERO

per un'amica.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 12/3/2010 alle 22:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


11 marzo 2010

A OCCHI CHIUSI

È vero che l'espansione degli insediamenti corrisponde alla strada dell'inconciliabilità e che una parte di Israele più maccabea dei maccabei si è potuta incarnare in questa maggioranza, e che da quello che si vede tale parte non si cura di far sorgere nella vicina nazione palestinese un epos di pace, o almeno un'incertezza - tale parte di Israele attinge le idee, o quello che si manifesta con la pretesa di apparire come idee, da una visione neo-biblica della geografia della regione. Così facendo, lascia ai propri figli l'eredità di un mondo dove la terra ebraica appare familiarmente un ghetto assediato. Ma oltre a quelli che secondo noi sono effettivi errori imputabili all'attuale governo israeliano, sarebbero da vedere le intenzioni profonde dei vicini dello Stato ebraico. E allora, bisognerebbe che nel pollaio mediatico calasse il raro silenzio della riflessione e ci si astenesse dallo starnazzio del gossip. Sarebbe necessario capire se nella nazione palestinese esista una prospettiva politica dissimile da quella offerta da Teheran: la distruzione di Israele. La domanda che gli esangui spettegolatori dei media dovrebbero farsi non è così difficile da formulare: esiste ancora un'autonoma aspirazione palestinese o quelli che oggi chiamiamo palestinesi non sono palestinesi, ma pura espressione delle aspirazioni politiche e geografiche di Teheran? La prospettiva di Gaza è forse quella di diventare una provincia iraniana con l'affaccio su altri mari? Ed è curioso il rinnovarsi di questo coro di proteste a senso unico, mentre sotto i nostri occhi chiusi qualcuno sta facendo le prove per un'altra geografia mondiale.

Il Tizio della Sera



Ecco, questo tizio qui, come possiamo vedere, sta criticando Israele. Sta criticando il suo governo, la sua politica, le sue scelte. Eppure a nessuno di noi – si condividano o no le sue opinioni - verrebbe in mente di considerarlo antisemita, oppure odiatore di Israele, o fazioso, o in malafede. Provate un po’ a indovinare perché. Non ce la fate? Proprio no? Vabbè, allora siete proprio senza speranza, ma per fortuna questa non è una delusione, perché lo sapevamo già.
A chi invece la risposta l’ha indovinata, offro in omaggio ben tre imperdibili chicche del mitico Ugo Volli: una, due e tre.


barbara


8 marzo 2010

OTTO MARZO

8 Marzo, i privilegi delle donne in Palestina

Cari amici, dato che oggi è l'8 marzo, festa della donna, desidero informarvi degli straordinari privilegi che le donne hanno nel mondo islamico e in particolare in Palestina, in modo che anche noi abitanti del decadente nord del mondo possiamo imparare e migliorarci.
Non mi soffermerò su argomenti ben noti e già giustamente apprezzati come il permesso di sposarsi a partire dai sette anni e l'abitudine di farlo nella primissima adolescenza, che denota uno straordinario rispetto per la maturità delle donne musulmane, capaci di godersi una vita sessuale accanto a un adulto quando le loro coetanee europee giocano con le bambole.
Né ritornerò sulla stima che l'Islam ha nei confronti della loro purezza punendo con la lapidazione ogni forma di contaminazione subita, per esempio lo stupro (punendo la stuprata, voglio dire, non lo stupratore, ed è qui la prova dell'attenzione primaria che l'Islam dedica alle sue donne). Non vi parlerò della proibizione di intrattenersi da sole con uomini, neanche per i più superficiali motivi: solo quando si sa il valore di ciò che è esposto si temono i ladri.
E neppure voglio annoiarvi con argomenti ben noti che conseguono da questi principi, come la proibizione di guidare le automobili in posti veramente osservanti e attenti ai diritti femminili – in questo caso quello dell'incolumità – come l'Arabia Saudita. O sulle vesti sontuose e abbondanti che vengono riservate alle donne, come l'elegantissimo abito nero che copre tutto salvo gli occhi in Turchia e nel Medio Oriente, o il sontuoso burka in Afganistan: avete mai pensato quanto costa ai poveri uomini tutta quella stoffa messa attorno alle donne nel loro interesse, per tutelarne il prezioso pudore dai rapinosi sguardi del mondo? Basterebbe questo a far capire come l'Islam sia naturalmente femminista; o basterebbe l'harem, luogo meraviglioso della socialità femminile, autentico prototipo della separatezza dei gruppi di autocoscienza che sono arrivati in Occidente solo alla fine del secolo scorso.
Né voglio accennare più che tanto al diritto di famiglia, al comando indiscusso dell'uomo sulle cose materiali, dovuto alla sua inferiorità naturale, all'affidamento dei figli solo a lui, al suo diritto/dovere di correggere fisicamente le donne che sbagliassero comportamento e così via: tutte cose pensate per sollevare le donne dalle eccessive preoccupazioni materiali. Dove altro, del resto, nel mondo moderno privo di dignità e di principi, l'onore maschile è così interamente riposto nel corpo delle donne?
No, voglio parlarvi oggi di un argomento più materiale, più concreto: l'eredità. Il Corano stabilisce, come certamente sapete, che le donne ricevano la metà dalla quota di eredità di un uomo: se un padre ha un figlio e una figlia, a questa va un terzo e a lui i due terzi. Se le figlie sono due, a lui va la metà, a loro un quarto a testa, eccetera. Vi rendete conto di come questa sia una straordinaria discriminazione positiva, a favore delle donne. Esse sono preziose di per sé, valgono il doppio e dunque dar loro la metà non è altro che riconoscere questo doppio valore.
Dovete sapere però che il popolo palestinese, avendo avuto dal cielo in sorte il compito duro ma pieno di soddisfazioni della guerra santa, è all'avanguardia anche dal punto di vista dei diritti delle donne. Non le pensa solamente come il doppio più importanti degli uomini - e dunque meritevoli della metà della componente materiale dell'eredità, visto che godono del doppio di quella spirituale.
No, il popolo palestinese, in particolare nella sua componente più avanzata, più moderna, più illuminata, quel movimento islamico Hamas che governa a Gaza per via della sua mitezza e spiritualità, ha deciso che le donne non sono solo il doppio, ma infinitamente superiori agli uomini. Di conseguenza è invalso l'uso di non appesantirle affatto con l'eredità materiale (http://www.jpost.com/MiddleEast/Article.aspx?id=170400). Solo lo zero è in grado di riequilibrare l'infinito, e dunque nessuna eredità può essere accostata alla superiorità infinita della purezza femminile. Inoltre le creature totalmente spirituali non devono essere trattenute e appesantite da elementi così materiali come i soldi e le terre.
Sarebbe come trattenere i martiri che si fanno esplodere per andare direttamente in Cielo ricordando loro che hanno un corpo.
Ecco, io spero che anche l'Europa impari dalla spiritualità palestinese e che le femministe tutte capiscano da questi esempi che solo l'appoggio alla rivoluzione palestinese potrà introdurre anche in Occidente la giustizia fra i sessi. Se esse si convertiranno e diventeranno anch'esse, coi loro uteri, un'arma dell'Islam, come i palestinesi teorizzano per le loro donne – bé in questa maniera potranno finalmente anche loro o le loro figlie, se il Cielo lo desidera, sposarsi a sette anni, essere lapidate se stuprate, non poter incontrare da soli neppure per caso un maschio impuro, non guidare e non avere alcuna eredità, obbedire in tutto per tutto a un marito cui la legge divina assicura il diritto di picchiarle. Evviva! Buon 8 marzo eurarabo!

Ugo Volli



E per completare la celebrazione della ricorrenza suggerisco di dare un’occhiata anche qui, e chi avesse voglia di leggere tanto potrebbe andarsi a vedere anche questo.

barbara


7 marzo 2010

FINALMENTE

Secondo un intelligente progetto cubano-iraniano in via di presentazione alle Nazioni Unite, d'ora in poi i servizi segreti israeliani dovranno essere pubblici in modo di poterli accusare con un certo anticipo.

Il Tizio della Sera



Concordo, sottoscrivo e, come si suol dire, condivido anche le virgole: è davvero ora che questi servizi segreti la smettano di agire in segreto, ecchecc…!
Naturalmente condivido anche le virgole anche degli immortali scritti usciti dalla penna del Grande, del Possente, dell’Immaginifico Ugo Volli.


barbara


3 marzo 2010

WOW, HO TROVATO UNA DONNA!

 

Mi ha scritto, sentite cosa mi dice:

Saluti! Sei un uomo molto attraente. Diverse volte ho guardato il tuo profilo. Ora scrivo per te. Mi auguro che tu sei un uomo decente, e per rispondere alla mia lettera. Socializzazione e scomodo per me.

La mia e-mail: Alenaciao@yahoo.com

Ti aspetto per la tua lettera. Vi prometto che nelle lettere, io mandero piu delle loro foto. Ho molti interessi, sono fiducioso che possiamo trovare interessi comuni. Io sono sola adesso. Mi auguro che saremo amici. Sto aspettando la tua lettera ... Alena.



Poi, oltre a questa donna, ho trovato anche un uomo che scrive divinamente, per esempio qui e qui.

barbara

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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










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