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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


28 febbraio 2010

Gravina Avions spa


ovvero

la strana parabola di un’azienda familiare

Per Gianni Gravina il suono della sveglia era diventato un sollievo. La fine di un dormiveglia tormentoso, di un’ansia stordita che lo prendeva allo stomaco. Buttava giù i piedi dal letto e lasciava che i fantasmi della notte gli scivolassero di dosso a poco a poco.
Già mentre si trascinava verso il bagno però, la realtà riprendeva i suoi contorni, e tornava ad opprimerlo con quel senso di disastro incombente che lo accompagnava ormai da mesi.
Sapeva cosa gli riservava la giornata: grane, grane e poi ancora grane.
Una vita di lavoro e di sacrifici se ne stava andando a puttane insieme all’azienda e al patrimonio di famiglia. O meglio a quello che ne restava, dal momento che ormai tutto era nelle mani delle banche.
A volte si chiedeva quando fosse iniziata quella discesa nel baratro, ma non sapeva darsi una risposta. L’azienda aveva semplicemente concluso la sua parabola si diceva, ma forse era reticente perfino con se stesso. Non era capace di riconoscere di avere imboccato in un momento cruciale il bivio sbagliato. Di aver compiuto un balzo in avanti cui la fortuna non aveva arriso. Forse se la Gravina Avions fosse rimasta fedele alle sue vecchie produzioni, la crisi non l’avrebbe colpita in modo così devastante. Forse avrebbe conservato più facilmente i suoi equilibri finanziari.
Forse…
Di certo, dopo la guerra, la produzione degli strumenti per gli aerei aveva fatto la fortuna della famiglia e dell’azienda.
Grandi commesse, lauti margini, profitti da capogiro. E le più grandi aziende aeronautiche in fila per accaparrarsi la produzione.
Poi erano arrivati i cinesi con la loro concorrenza selvaggia e l’azienda aveva cominciato a soffrire.
Le commesse si erano rarefatte, i margini erano crollati ed i profitti avevano ceduto presto il passo alle perdite.
Vendere tutto, quella sarebbe stata la soluzione. Glie ne era capitata l’occasione ma aveva lasciato che il treno passasse e dopo, tutto si era fatto più complicato.
Gravina aveva esperienza, entusiasmo e un mucchio di idee. Il mercato è cambiato diceva ai collaboratori e noi dobbiamo adeguarci. Basta con le battaglie di retroguardia, il successo è legato all’innovazione. Aveva predisposto un piano industriale ambizioso ed audace ma al momento delle scelte decisive l’azienda era arrivata stremata, con le casse vuote e le banche ansiose solo di rientrare delle proprie esposizioni. Per dare ossigeno alla compagnia Gravina aveva dovuto firmare fideiussioni su tutto il patrimonio familiare. Tre generazioni di conquiste e sacrifici erano state rimesse in gioco per la più temeraria delle scommesse.
Avionica. Era questo il campo del futuro, diceva Gravina. Strumenti sofisticati, alta tecnologia, ricerca. L’azienda avrebbe cavalcato l’innovazione e gli utili sarebbero tornati a riempire le casse esauste dell’azienda, liberandola dall’attuale stretta finanziaria.
L’inizio era stato esaltante. Nel primo anno della nuova gestione, l’azienda aveva messo a segno quattro o cinque brevetti che le avevano aperto la strada di promettenti sviluppi commerciali. Aveva iniziato a produrre centraline per il controllo robotico dei droni e le commesse non avevano tardato ad arrivare.
I fatturati erano esplosi, così come i profitti, ma tutte le risorse prodotte continuavano ad essere assorbite dagli investimenti nella ricerca.
Poi era arrivata la crisi. Rapida, improvvisa, dirompente. Commesse annullate, clienti in bancarotta, mercato nel panico.
Gravina aveva sentito la terra mancargli sotto i piedi e l’azienda, in uno stato di asfissia finanziaria, aveva perso ogni capacità di manovra. Il colpo di grazia erano stati i ritardi accumulati nella messa a punto del progetto Falco cui l’azienda aveva destinato risorse esorbitanti. Un progetto d’avanguardia. Un sistema rivoluzionario per il puntamento dei missili balistici. Al solo annuncio, il sistema Falco aveva riscosso l’interesse delle più grandi compagnie americane ed europee, prefigurando commesse tali da proiettare l’azienda fra le grandi del settore. Tutto però si era arenato ai primi test. Quello che funzionava sulla carta non superava le prove di laboratorio e le simulazioni al computer.
Gravina sapeva che mancava un niente alla definitiva messa a punto del sistema ma le casse erano vuote e non c’erano più risorse cui attingere. L’azienda sarebbe andata a picco, pur avendo nel cassetto un progetto vincente, agli ultimi stadi della progettazione.
Entrando in azienda quel giorno, Gravina provò una stretta al cuore. Ormai il clima di smobilitazione era palese. Il personale era al si salvi chi può e la maggior parte delle scrivanie era vuota.
Raggiunse la sala delle riunioni, le mani in tasca, il capo chino.
Era in anticipo ma gli altri erano già arrivati e gli si fecero incontro.
David Gabbai era il responsabile della progettazione e Giorgio Galli, il direttore finanziario. Avevano vissuto a fianco di Gravina l’intera parabola dell’azienda e gli erano leali fino in fondo.
“Novità?” chiese.
Galli scosse il capo.
“Ha telefonato Samir. E’ in ritardo. Sarà qui fra mezzora.”
Gravina dette un’occhiata all’orologio.
“Meglio così. Abbiamo un po’ di tempo per chiarirci le idee. Fai portare del caffè e lascia detto che non ci disturbino. Non voglio telefonate!”
Sedette al tavolo e in attesa degli altri dette un occhiata al tabulato degli incassi. Con questi non si va lontano, pensò, ma cacciò indietro il pensiero per occuparsi della riunione: David gli aveva preannunciato alcune novità di cui non poteva parlare al telefono e poi c’era la visita di Samir.
“Qualche idea sul perché ci voglia incontrare?” chiese.
Galli scrollò le spalle.
“Lo sai come è fatto. Parla per ore senza dire un cazzo. Mi ha tenuto al telefono non so quanto ma l’unica cosa che ho capito è che ti vuole parlare. Dice che è importante…”
“Importante…” ripeté Gravina, scettico.
Conosceva Samir da vent’anni. Un tipo strano. Un libanese, emigrato in Francia negli anni sessanta. Agiva come mediatore ed aveva una solida entratura in tutto il Medio Oriente. Avevano fatto qualche affare insieme, di tanto in tanto, ma niente di straordinario. Possibile, si chiese, che non gli fosse arrivato all’orecchio in che situazione versava l’azienda?
“Tu mi volevi parlare” disse rivolgendosi a Gabbai.
“Ho notizie buone e cattive… Da dove vuoi che cominci?”
“Dalle cattive… Avanti, spara…”
“Siamo al collasso Gianni. Ieri sono venuti Armando, Stefano e Simona con le lacrime agli occhi. Dicono che non ce la fanno ad andare avanti. Non ricevono lo stipendio da sei mesi…”
Gravina si girò verso Galli.
“Ce la fai a pagargli un paio di mensilità?”
Galli scosse il capo con un sospiro.
“Lo sai…” disse senza aggiungere altro.
“Comunque, non è quella la questione…” intervenne Gabbai. “Hanno famiglia… Non vedono più prospettive… Insomma alla fine del mese lasciano.”
Gravina annuì chinando il capo.
“Puoi sostituirli in qualche modo?”
“Non dire stronzate Gianni! Per trovare progettisti di quel calibro, non basta mica schioccare le dita! E poi come li paghi ammesso che li trovi?”
Esitò qualche istante prima di continuare. Erano amici e non voleva infierire.
“E poi Gianni, abbiamo ancora bisogno di progettare qualcosa?”
Gravina socchiuse gli occhi sconfortato.
“Parlavi anche di buone notizie…”
“Ti ho già detto che dopo l’ultimo test negativo abbiamo ripassato il progetto da cima a fondo. Beh, abbiamo individuato il problema. Due mesi e il sistema Falco funziona. Garantito, senza ombra di dubbio. A condizione naturalmente, di poterci lavorare con tutto lo staff della progettazione…”
“Due mesi…” ripeté Gravina riprendendo tono.
“Non ho finito, Gianni. Ripassando il progetto mi è venuta un’idea, una sorta di intuizione… Beh, Stefano ci ha lavorato a testa bassa per una settimana e ieri sera ho avuto il suo report… Gianni, siamo a un passo da un qualcosa di straordinario!”
Gravina si protese verso di lui.
“Che vi siete inventati?”
“Te lo dico in parole povere. Una miglioria del sistema Falco, ma di tale portata da subissare tutti i sistemi di puntamento oggi in uso. Una rivoluzione copernicana. Consente al missile di seguire traiettorie modificate in modo random ad intervalli di pochi secondi, il tutto volando a velocità supersonica a non più di quindici metri dal suolo, schivando ostacoli e seguendo le asperità del terreno. Il Falco con queste modifiche renderà il missile virtualmente inattaccabile. Nessun sistema al mondo potrà intercettarlo prima che arrivi sull’obiettivo.”
“E per tutto questo ti bastano due mesi?”
“Mi ci gioco le palle!”
Gravina trattenne a stento il sorriso di sollievo che gli nasceva dalle viscere.
“Ce la fai a darci due mesi di autonomia?” chiese volgendosi verso il direttore amministrativo.
Giorgio Galli scosse il capo deciso.
“Mi dispiace, Gianni.”
Trasse dalla borsa una cartellina e la spinse verso l’amico.
“Te l’avrei data più tardi, ma a questo punto penso che siamo tutti sulla stessa barca…”
Gravina non si mosse.
“Un’istanza di fallimento?” chiese, senza toccare la cartellina.
“Undici. Una da ciascuna delle banche con cui lavoriamo. E’ una mossa concordata. I giochi sono finiti, Gianni, devi portare i libri in tribunale!”
Gravina si accasciò sul tavolo, le mani fra i capelli.
“Potrei andarci a parlare” disse in un bisbiglio, “forse con quello che abbiamo in mano…”
“Non ci pensare nemmeno, non c’è niente da fare. Glie ne hai raccontate troppe di storie, non ti crederebbero. Ora che ti tengono per il collo con quelle maledette fideiussioni, non molleranno la presa prima di averti spolpato. Mi dispiace Gianni, non vedo proprio vie di uscita.”
Gravina rimase qualche istante come stordito, cercando di riflettere.
“I brevetti… Lo sviluppo del Falco non è stato brevettato. Se lo depositiamo a nome di una nuova azienda, potremmo rimetterci in piedi… Ripartire sotto altro nome… ”
Galli lo squadrò comprensivo.
“Vuoi finire in galera, Gianni? Beh, quella è la strada maestra per finirci… Si chiama distrazione di attività e configura la bancarotta fraudolenta.”
Furono interrotti dallo squillo del telefono.
“E’ arrivato Samir” disse Gabbai abbassando la cornetta, “lo stanno accompagnando qui.”
Gravina si agito sulla sedia.
“Ci mancava solo questo rompicoglioni!” imprecò sottovoce.
Il libanese entrò nella stanza di lì a poco e finse di non cogliere l’atmosfera tesa che vi aleggiava.
Aveva un aspetto fragile e minuto, ma qualcosa in lui emanava un’incontenibile energia. Indossava abiti impeccabili e sembrava perfettamente a proprio agio.
“Vi sarete chiesti il motivo della mia visita” disse una volta conclusi gli inevitabili preamboli.
Il silenzio di Gravina lo indusse a proseguire.
“Rappresento un cliente che per il momento desidera mantenere riservata la propri identità. Spero che la mia parola valga a rassicurarvi del fatto che si tratta di un soggetto dotato di risorse finanziare molto rilevanti.”
Fece ruotare lo sguardo sui suoi interlocutori come a sincerarsi di avere la loro attenzione.
“Il mio cliente è venuto a conoscenza dei piccoli contrattempi finanziari, diciamo così, che la vostra azienda sta incontrando…”
Incrociò lo sguardo di Gravina, come se si aspettasse una sua reazione, ma quello si limitò a scrollare le spalle ostentando una totale indifferenza.
“D’altro canto il mio cliente apprezza le vostre tecnologie. E’ per questo che mi ha incaricato di recapitarvi una proposta. In altre circostanze avrei forse seguito un percorso più guardingo nell’adempiere al mio incarico, ma ho avuto la sensazione che il fattore tempo giocasse in questa circostanza un ruolo sensibile.”
Gravina batté il palmo della mano sul tavolo, indispettito da quegli arzigogoli verbali.
“Venite al punto Samir.”
“Il mio cliente desidera entrare nel capitale della Gravina Avions. E’ pronto a sottoscrivere il 30% delle quote. E una volta socio, metterebbe a disposizione dell’azienda le proprie linee di credito.”
Gravina sollevò appena un sopracciglio.
Troppo bello per essere vero, pensava. Da qualche parte deve esserci il trucco.
“Se questa è una proposta” disse impassibile “voi avrete un’idea della cifra che il cliente intendere investire.”
Samir estrasse di tasca un carnet e scrisse la cifra su un foglietto che ripiegò e fece scorrere sul tavolo.
Gravina ne separò i lembi con lo stesso gelido rituale di un giocatore di poker alle prese con un progetto di scala reale.
“Non basta” disse, sebbene la cifra fosse tale da azzerare di colpo tutte le esposizioni debitorie.
Posò il biglietto sul tavolo fissando Samir negli occhi.
“Per il 30% ci vuole almeno il doppio. E prima di accettare voglio esaminare le condizioni.”
Samir non batté ciglio.
“Va bene il doppio. E le condizioni sono molto semplici. Voi producete e progettate, il mio cliente si occupa del marketing. Vendita e distribuzione sono cosa sua.”
“Parlavate anche di linee di credito…”
“ Virtualmente illimitate.”
Due mesi più tardi il progetto Falco 2 era completato.
I test di laboratorio davano risposte pari alle attese mentre le simulazioni al computer confermavano l’affidabilità del sistema.
Ora in azienda era tornato il sereno. Negli uffici ferveva l’attività e le tensioni del passato sembravano rimosse e dimenticate.
Anche Gravina sembrava rinato. Si era scrollato di dosso la depressione che lo attanagliava da mesi ed affrontava con gioia le sue giornate di lavoro. Non ricordava di essere mai stato così sereno. E’ questa la felicità, si chiedeva di tanto in tanto, con una sorta di pudore?
Eppure in tutto questo c’era una nota stonata, una sorta di leggera dissonanza che lo faceva star male.
David Gabbai.
Era lui l’artefice del Falco 2.
Gravina glie ne era grato e non dimenticava l’amicizia e la lealtà con cui gli era stato vicino nei momenti peggiori. Voleva farlo proprio socio, cedendogli parte delle proprie quote. Quello però, invece di esultare, nicchiava.
“Non ci tengo” diceva, e non aggiungeva altro.
La cosa non era impellente, il lavoro procedeva, i soldi fluivano nelle casse e gli stipendi di tutti i dirigenti crescevano in modo più che soddisfacente.
Passarono dei mesi dunque, prima che Gravina tornasse sull’argomento.
“Mi chiedi perché, Gianni? Beh, te lo dico in due parole. Perché non mi piace la piega che ha preso questa azienda. Noi produciamo un sistema di puntamento che impedisce l’intercettamento dei missili che ne siano provvisti. E’ un business, lo capisco… Ci stiamo facendo i soldi a palate… Però dovremmo fermarci un attimo a riflettere. E’ morale fare soldi in questo modo…?”
Gravina scrollò le spalle infastidito.
“Dai, David. Ci manca solo che ti metta proprio tu a fare il moralista. Questa è un’industria di armamenti, non di confetti. Vendiamo i nostri sistemi seguendo le regole. L’utilizzo che ne faranno i compratori non è affar nostro.”
Gabbai sorrise condiscendente.
“Se questo ti basta per metterti in pace la coscienza, buon per te. A me non basta. Io per esempio mi chiedo dove vadano a finire i nostri sistemi.”
“Singapore. E’ lì che spediamo ed è tutto quello che dobbiamo sapere.”
“Singapore non produce missili, Gianni. Mi dici cosa dovrebbe farsene del Falco 2?”
“Quello che ci fa non lo so e non mi interessa. Noi seguiamo le regole, ci atteniamo alle leggi e portiamo a casa i nostri soldi in modo più che legittimo. Questo è tutto quello che ci deve interessare, il resto sono seghe mentali.”
“Seghe mentali....? Ma non lo capisci che ci siamo messi nelle mani di quello stronzo di Samir e dei suoi fantomatici soci?”
“Quello stronzo ci ha salvato il culo, David, non te lo dimenticare. E poi fino a prova contraria io ho ancora il 70% delle quote. Sono io che comando qui dentro, non loro.”
Gabbai allargò le braccia condiscendente.
“Va bene, sei tu che comandi… Ma loro tengono in mano i cordoni della borsa e la commercializzazione del prodotto. Noi non sappiamo nemmeno chi siano i clienti!”
“Le cose funzionano così e funzionano bene. Lo abbiamo accettato fin dall’inizio!”
“Certo, perché stavamo con l’acqua alla gola! Prova ad immaginare però se un bel giorno tu volessi mettere in discussione la destinazione dei nostri sistemi di puntamento. Vendiamo in Francia, in Germania, in America, non a Singapore. Quelli in cinque minuti ti mettono col culo per terra: ti tagliano i finanziamenti, ti sospendono i pagamenti, ti contestano le commesse. Pensi di poterti fidare? Io non mi fido ed ho la sensazione che se provassimo a fare di testa nostra ci troveremmo davanti qualcuno dei loro con in mano una mitraglietta.”
Rimasto solo, Gravina si accasciò su una sedia cercando di contenere il tremito che si stava impadronendo di lui.
David aveva solo espresso quei pensieri cui lui aveva impedito di emergere a livello cosciente.
Li aveva sotterrati sotto il peso delle necessità e delle convenienze ma erano rimasti lì, inespressi, a covare sotto la cenere. Una volta emersi doveva farci i conti e già si sentiva nuovamente ghermito dalla depressione che lo aveva afflitto per anni.
Guardò l’orologio. Sua moglie lo aspettava a teatro con gli amici ed aveva fatto tardi.
La chiamò sul portatile.
“Tu entra” le disse “io ti raggiungo appena posso.”
Mentre si recava al teatro con la sua nuova Maserati, continuava a rimuginare sulle parole di Gabbai.
“Non ha torto” si diceva con un’angoscia crescente e con la consapevolezza di avere superato un punto di non ritorno.
Il giornale radio ronzava nel sottofondo dei suoi pensieri ma una notizia fece breccia nella sua attenzione.
“Preoccupazione a Washinghton e nelle capitali europee per le manovre missilistiche dell’Iran. Il lancio simultaneo di sei razzi a lunga gittata, è considerato una atto di sfida nel momento in cui le trattative sul nucleare dovrebbero entrare nella loro fase finale. A Teheran frattanto, la Guida Suprema dichiara che Israele sarà cancellato dalle mappe e che le nuove tecnologie missilistiche avvicinano il giorno del trionfo dell’Islam sull’alleanza di crociati ed ebrei.”
“Le nuove tecnologie…” ripeté Gravina con un crampo allo stomaco.
Pochi minuti dopo era a teatro.
Ritirò il biglietto alla cassa mentre già gli operai stavano preparando le insegne e le locandine per lo spettacolo del giorno dopo.
Raggiunse la moglie nel buio della sala e sedette al suo fianco.
“Fammi un riassunto” le sussurrò sottovoce, dandole un bacio.
“Quale riassunto, tesoro…” bisbigliò lei. “E’ il Faust, conosci la storia. Questo è il monologo di lui che attende l’arrivo di Mefistofele. Il contratto è scaduto ma lui vuole sottrarsi al pagamento…”
Gravina si sentì mancare il respiro.
Il cuore gli batteva forte mentre Faust, nelle sue incorrotte sembianze giovanili, malediva il patto che aveva sottoscritto.
Sudava, di un sudore gelido e la disperazione di Faust era la sua disperazione.
E poi ecco, con un rombo di tuoni e un lampeggiare di fulmini appare in scena Mefistofele, avvolto in una sinistra nebbia giallastra.
Gravina ora è in preda all’orrore. Inchiodato alla poltrona, gli occhi sgranati, è rapito dal vortice di quella tragedia senza soluzioni. Una smorfia di terrore gli stravolge i lineamenti. Fissa il diavolo, ormai padrone del palcoscenico, ma non vede Mefistofele, non vede le sue corna, non vede il suo mantello.
Lui al centro della nube giallastra vede solo Samir.
Samir nel suo impeccabile completo di saglia, con il volto stirato in un ghigno diabolico.

Mario Pacifici

mario.pacifici@gmail.com

Ecco qua, è tornato Mario Pacifici con un altro dei suoi impareggiabili racconti, da leggere tutto d'un fiato. E dato che al momento sono occupata giorno e notte e di tempo per scrivere in proprio non riesco a trovarne, vi affido volentieri alle sue mani.

barbara


24 febbraio 2010

PENSIERO INDECENTE …

Stamattina a scuola ho assistito a una scazzottata. Una scazzottata di quelle di una volta: del tempo, intendo dire, in cui gli insegnanti non rischiavano un processo penale se un ragazzo posto sotto la loro responsabilità tornava a casa con un graffio. Del tempo in cui i ragazzi, qualunque questione sorgesse tra di loro, se la sbrigavano da soli. Del tempo in cui avere qualche livido sul corpo non era una tragedia paragonabile alle piaghe d’Egitto. Pensate che c’è stato un collega, qualche anno fa, che per non sapere né leggere né scrivere aveva proposto che si inserisse nel regolamento scolastico il divieto di qualunque contatto fisico. Neanche una bottarellina per scherzo. Neanche un buffetto. Neanche un braccio sulle spalle. Neanche tenersi per mano. Neanche una carezza sulla guancia per consolare l’amica del cuore che ha preso un’insufficienza nel compito di matematica. Così non si rischia di non accorgersi in tempo che due stanno per menarsi e quelli arrivano a menarsi sul serio. Ho detto per far passare una vaccata simile dovrai passare sul mio cadavere. Poi non è passata, in effetti, ma tocca star lì come gufi, o come carabinieri, o come carabigufi, ché se qualcuno si fa mezza briciola di male si rischia davvero grosso. E di conseguenza i rapporti fra ragazzi sono come anestetizzati. Disumanizzati, oserei dire. E stamattina, improvvisamente, il miracolo di quei due che si sono messi a pestarsi. Erano lì per terra, davanti alla porta della classe, che se le davano di santa ragione, con tutta la forza, con tutta la rabbia, con tutta la determinazione che avevano in corpo. Sono arrivata io, è arrivata la collega di sostegno, quella si è messa a chiamarli gridando e loro niente, indifferenti a tutto e a tutti continuavano a tirarsi botte da orbi. Beh, volete che ve lo dica? Mi sono piaciuti un sacco. Sono stata contenta che alla fine a separarli tirandoli su di peso abbia provveduto la collega. E sono stata contenta che abbia deciso di non prendere nessun provvedimento, neanche una notarellina sul registro, neanche una comunicazione a casa sul diario, niente. Avevano una questione da chiarire e se la sono chiarita, poi ognuno per la sua strada.

barbara


23 febbraio 2010

DOMANDINA PICCINA PICCIÒ

Perché se degli induisti rappresentano un Gesù Cristo non del tutto rispettoso della sensibilità cristiana si protesta e se un musulmano invece lo butta dalla finestra non fiata nessuno? Perché un Gesù Cristo un po’ gaudente ad opera di induisti merita scontri, rivolte, distruzioni, mentre rappresentazioni pesantemente blasfeme ad opera di islamici non meritano neanche un fiato? Perché se degli induisti mancano di rispetto a un’immagine sacra, da noi si afferma trattarsi di una provocazione intollerabile mentre quando i musulmani massacrano i cristiani, se appena appena si può se ne dà la colpa agli ebrei?


(Che poi, se vogliamo, il vino fino a prova contraria lo beveva, per cui non mi riesce molto chiaro per quale motivo la birra sia così spaventosamente insopportabile. Quanto alla sigaretta, al suo tempo non c’erano, quindi non abbiamo modo di sapere se, nel caso ci fossero state, avrebbe fumato o no)

Nel frattempo, in attesa di trovare la risposta, andate a leggervi Ugo Volli 1, Ugo Volli 2, Ugo Volli 3, Ugo Volli 4, Ugo Volli 5 e Ugo Volli 6.

barbara


21 febbraio 2010

... PER POI RITROVARMI

 sotto la tangenziale alle due di notte ...



(sì, lo confesso: mi sono fatta raccomandare, perché mi capitino tante cose da poter poi raccontare)

barbara


16 febbraio 2010

VADO E POI TORNO

E quando torno spero di avere di nuovo tempo per postare regolarmente come prima. Nel frattempo vi do l'opportunità di recuperare un po' di arretrati andando a leggere

Ugo Volli 1
Ugo Volli 2
Ugo Volli 3
Ugo Volli 4
Ugo Volli 5
Ugo Volli 6



Mi raccomando, fate i bravi, non picchiatevi, non infilatevi le dita nel naso, non mangiate troppe caramelle che vi si rovinano i denti, e soprattutto non smettete di venire qui, che vi controllo, sappiatelo!

barbara


15 febbraio 2010

PER NON DIMENTICARE TARANEH

Era bella, era innocente, era un fiore.



Ma qualcuno i fiori, anziché odorarli, anziché sfiorarli con la punta delle dita, anziché coglierli con delicatezza, preferisce strapparli, e farli a pezzi, e calpestarli, e infine scagliarli nel letamaio. Questo video, costruito con grande talento, con immenso amore, con sconfinata pietà, non è nuovo, ma mi è stato inviato ieri, e io voglio condividerlo con voi, per ricordare questa martire innocente simile a tante, troppe altre martiri innocenti.

barbara


11 febbraio 2010

COME LE BESTIE

Mi è tornato in mente, per via di tutta una serie di collegamenti e passaggi e richiami e svincoli e snodi e sinapsi, questo episodio di una trentina d’anni fa. Succede che incrocio sulle scale la mia padrona di casa che, con aria schifata, mi racconta di avere visto la signora M. Conoscevamo la signora M., era napoletana, ed è esattamente questo il punto focale della storia. La signora M, mi racconta, era al bar, col marito e col figlio di pochi mesi. Ad un certo momento arriva l’ora della poppata, il bambino, affamato, comincia a piangere, e lei, come se niente fosse, scopre il seno e ci attacca il bambino. Proprio come le bestie, commenta la padrona di casa, con un’espressione sempre più disgustata, là al sud sono proprio abituati come le bestie. Ora, è vero che le bestie non provano la minima vergogna ad allattare i piccoli in pubblico ma, mi sono sempre chiesta, per quale motivo se ne dovrebbero vergognare le donne? (Eppure non più di qualche mese fa è successo che una donna è stata allontanata da un albergo perché stava scandalosamente nutrendo il proprio figlio, e giusto l’altroieri un collega, padre di numerosa prole, mi ha raccontato scandalizzato che ci sono in giro donne che allattano in pubblico, “come in Africa”. Mah …)



E a proposito di bestie e dintorni, anche lui ci parla di colossali bestialità.

barbara


9 febbraio 2010

COSÌ, PERCHÉ MI VA

Perché è bellissima. E perché mi ricorda tante cose. E alcune persone. Compreso quello sciagurato dalle missioni talmente segrete che non ho neppure mai modo di sapere se sia vivo o morto. E poi dedicata un po’ anche a lui che, con le armi di cui dispone, non si stanca mai di combattere.



barbara


7 febbraio 2010

PANE E DINTORNI

La notizia ha fatto scalpore, un paio di settimane fa: ogni giorno, si è scoperto, vengono buttate via spropositate quantità di pane. Cosa di cui davvero non riesco a capacitarmi, per il semplice motivo che non riesco a immaginare una sola ragione per cui il pane vecchio debba essere buttato via. Mi capita, sia pur molto raramente, di dover buttare via il pan carrè, perché quando resta lì troppo tempo fa la muffa. Ma il pane normale? Che cos’ha che non va quando è vecchio? Si può tagliare a dadini e metterlo in una zuppa, si può grattugiare e usarlo per impanare, si può sgranocchiare così com’è, con o senza una spolveratina di sale, quando arriva una improvvisa botta di fame. Io ho un cestino apposta per accogliere il pane avanzato; mi è capitato di mangiarlo anche vecchio di un anno, ed era buonissimo. Poi, in reazione a questa notizia, ho letto delle lettere al giornale. Una diceva, mi ricordo quando, in altri tempi, si teneva l’olio rimasto in fondo al piatto dell’insalata per condirci l’insalata successiva. Beh, io lo faccio sempre, sia perché non sono abbastanza ricca da potermi permettere di buttare via mezzo cucchiaio-un cucchiaio di olio al giorno, sia perché buttare via cibo e affini è cosa che davvero ripugna alla coscienza. Io conservo e riutilizzo l’olio dei vasetti dei sottoli, conservo il fondo di cottura di un arrosto per condirci la pastasciutta, riciclo assolutamente tutto: non divento più ricca, ma ho almeno la coscienza di non prendere a schiaffi la miseria.

                                      

Poi, dato che anche un Ugo Volli, fresco e fragrante di giornata o amorosamente conservato dal giorno prima, esattamente come il pane non va mai buttato, leggetevi l’Ugo Volli dell’altro ieri, quello di ieri e quello di oggi: non ve ne pentirete, ve lo dico io.

                                                

barbara


5 febbraio 2010

LEZIONE IN SECONDA B

Personaggi ed interpreti:
Professoressa (P)
Scolari (S)

S 1: Che cosa vuol dire “beccare”?
P: Da dove viene la parola “beccare”?
S 2, 3, 4, 5 (vari tentativi, tutti falliti, di individuare la parola madre da cui deriva “beccare”)
S 6: Viene da becco.
P: Bene. E che cosa significa “becco”? Che cos’è il becco?
S 7: (agitando il braccio alzato, tutto contento di poter fare bella figura): Io lo so! È la punta dell’uccello!



(P.S.: per ragioni di – immagino evidente – opportunità, Ugo Volli lo linkerò domani)

barbara


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4 febbraio 2010

LA PUBBLICITÀ È L’ANIMA DEL COMMERCIO

Alla radio

- Lui: Tesooroo! Sono tornato!
- Lei: Accidenti!
- L’altro: E adesso che facciamo?
- Lei: Presto! Nasconditi sul balcone!
- L’altro: Con questo caldo?! E senza neanche una tenda da sole?!?!


Sul giornale

Temperatura record in un paese del Trentino: -47°.



Ma c’è anche che delira molto peggio di così.

barbara


4 febbraio 2010

UMORISMO

Se per caso qualcuno si immagina che dell’umorismo abbiamo l’esclusiva gli ebrei, beh, si sbaglia …

"Dal paese dove se non ti piace il Corano ti processano"

Cari amici, sappiamo tutti per esperienza che la mamma dei cretini è sempre incinta. E anche quella degli antisemiti, ammettendo che si tratti di due mamme diverse. Quel che non sapevamo, forse, è che queste mamme partoriscono spesso dei grandi umoristi involontari. Vi ho raccontato l'altro giorno della bella battuta del sindaco di Malmoe per cui in sostanza il sionismo è una forma di antisemitismo (e viceversa?). Infatti "sono tutt'e due estremismi". E allora, se Goering e le SS erano autentici sionisti, come la mettiamo con gli antisemiti "moderati", quelli che non farebbero mai il lavoro sporco ad Auschwitz, perché sono signori educati, ma insomma "questi ebrei hanno davvero troppe pretese, e poi comandano loro in finanza, sui giornali, dappertutto, bisognerebbe che la smettessero"? Mah, chissà, un comico non è obbligato alla coerenza intellettuale, specialmente se di mestiere fa il politico.
E però ho trovato qualcuno ancora più (involontariamente) spiritoso del sindaco Ilmar Reepalu. Lui, anzi lei, perché si tratta di una signora, una vera signora, si chiama Gretta Duisenberg, abita nella fertile contrada eurabica d'Olanda, dove se non ti piace il Corano ti processano (a proposito, com'è finito il giudizio di Geert Wilders?). Di mestiere fa la vedova del primo presidente della banca europea, l'amica della regina d'Olanda e la protettrice degli islamisti nell'alta società olandese. È abituata a ripetere le solite cose connesse a quest'ultimo mestiere, per esempio queste citate da http://www.haaretz.com/hasen/spages/1146333.html: "la potente lobby ebraica gioca sul senso di colpa del paese per l'Olocausto" ... "è molto forte e potente e ancora specula sui nostri sentimenti anche se sono passati 63 anni dall'Olocausto" (magari con qualche errore di aritmetica che getta forse qualche luce sui problemi venuti fuori quando l'Euro fu istituito con la supervisione del marito: 2010 meno 63 a casa mia fa 1947, il nazismo secondo tutti i libri di storia cadde nel '45, ci sono due anni che ballano, o la signora vive una storia tutta sua o non sa far di conto... fate un po' voi). Ma poi nell'articolo aggiunge una piccola frase, anch'essa citata da Haaretz che le meriterebbe l'ingresso in un'edizione europea delle "formiche nel loro piccolo". Dice dunque la signora Duisberg che non se ne può più, "ogni volta che ce l'avete con gli ebrei, in Olanda vi chiamano antisemita" ("whenever you have something against the Jewish people in Holland they call you an anti-Semite."). Geniale, signora, ecceziunale veramente. Mi saluti la sua mamma e se se la sente, le regali la pillola del giorno dopo.

Ugo Volli



Effettivamente non si capisce perché ci sia gente che abbia la strana abitudine di chiamare antisemiti quelli che odiano gli ebrei, ma si sa che la gente è strana. E mentre ci sforziamo di abituarci a tutti queste stranezze, andiamo a leggerci l’ennesima perla del grande, sempre più grande, Gian Antonio Stella.



barbara


1 febbraio 2010

LA DONNA NON È GENTE

Riflessioni di Caren A. sulla situazione dalla donna nel mondo.

«La donna non è gente» o «Una donna e altri animali», sono proverbi contadini che crudelmente significano: la donna non è genere umano. Cioè non è nessuno. Questo è quanto pensavano gli uomini non tanto tempo fa anche da noi. Ci sono voluti tanti anni di femminismo e di lotta per riuscire a far capire loro che la donna è una persona da rispettare ed avente gli stessi loro diritti. Oggi da noi come in tanti altri paesi occidentali noi donne siamo tutelate anche per legge anche se non sempre però la legge viene rispettata (ad. es. la lavoratrice donna in molti settori percepisce uno stipendio inferiore al lavoratore maschio pur svolgendo le stesse mansioni) e bisogna sempre continuare a lottare. Tra le tante vite femminili anonime, emarginate, non riconosciute, i due testi letti da noi durante la lezione d'italiano, cercano di farci capire, come è dura e difficile anche al giorno d'oggi ancora la vita di milioni di donne, soprattutto nei Paesi di religione islamica. Nell'Islam la donna è sottomessa all'uomo ed è maltrattata sia fisicamente (anche solo perché cadendo malamente le si scopre una caviglia) che psicologicamente, (le viene tolta ogni possibile libertà) perché nell'Islam il padrone è l'uomo. Così sta scritto nel Corano, si giustificano. Non riesco a capire come una religione possa fare tanto male a degli esseri umani. Quando le donne sono costrette ancora bambine a sposare l'uomo scelto dai parenti, devono recitare dei versetti coranici con i quali si impegnano ad ubbidire al marito, come stabilito da Allah, il loro Dio. Non possono indossare pantaloni, gonne corte, camicette scollate. Non possono parlare con altri uomini, se non in casi urgenti e sempre in presenza di un uomo di famiglia e anche in questo caso devono parlare a voce bassa. La pelle deve essere coperta, non può essere mostrato niente più degli occhi. Devono mettersi il burka, una enorme tovaglia che le soffoca e impedisce loro di respirare. Alcuni burka hanno davanti agli occhi una rete. Le scarpe non devono emettere il minimo rumore e spesso non possono uscire da casa se non scortate da un parente maschio. Le ragazze sono sottoposte all'infibulazione. La donna non deve studiare (una persona non istruita è più facile da tenere a bada di una istruita) e non può lavorare. È obbligata a studiare il corano e a svegliarsi per la preghiera. Deve accettare di vivere accanto ad altre mogli del marito, (una cosa assurda). Queste e altre malvagità devono sopportare le donne. A me, che vivo in Occidente, sembra impossibile che queste cose possano accadere ancora al giorno d'oggi. Tutti dovremmo cercare di fare il possibile per aiutare queste donne e bambine a migliorare la loro situazione ma so che non è facile. Anche se vivono da noi in paese sviluppati invece di adottare le nostre leggi continuano come se fossero nei paesi dai quali provengono. Secondo me, volendo si potrebbe fare molto di più di quello che viene fatto. Bisogna dire però che ci sono anche alcuni uomini di religione islamica che forse grazie agli studi fatti in Occidente hanno capito che l'Islam è una religione assurda (o ancora più assurda di molte altre) e si sono anche convertiti a un'altra religione, (ad es. Magdi Allam) Consiglio anche a tutte le donne d'Italia e di tanti altri Paesi di riflettere molto bene e a lungo prima di sposare un uomo di religione islamica o comunque di stare attente a quello che dicono e firmano. Anche se prima di sposarsi vengono fatte loro tante promesse che come abbiamo visto nel testo letto (ma ci sono molte altre storie simili!) poi non vengono mantenute e poi si ritrovano con dei figli, che rischiano a volte anche di non rivedere mai più, perché affidati ai padri e le povere bambine a volte vengono sposate anche a due anni. Spero che non debba passare molto tempo prima che le cose cambino anche se non ci credo molto.

Ogni tanto capita che mi dico: sì, ho scelto il mestiere giusto. Quando ho corretto (si fa per dire: il testo che state leggendo è esattamente come è stato scritto, non ho corretto neanche una virgola) questo compito, è stata una di quelle volte.

barbara

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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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