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ilblogdibarbara
fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


26 dicembre 2010

VADO



Mi raccomando, aspettatemi lì.

barbara


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25 dicembre 2010

QUANDO NEANCHE IL TIZIO DELLA SERA HA PIÙ VOGLIA DI SCHERZARE

Gli ultimi minuti

Un documento dell'Unesco afferma che Mosè Maimonide era musulmano. Per il metropolita ortodosso del Pireo gli ebrei sono la causa di tutti i problemi della Grecia. Da qualche anno circola la convinzione storica che Gesù non fosse ebreo. Non è che parte minima del lungo elenco delle nuove ingiustizie del XXI secolo verso il popolo ebraico e la sua storia. E che esse provengano dal grande fronte del Jihad o dalla trepida arrendevolezza europea poco conta. Non c'è bisogno di istruzione superiore per rendersi conto che si tratta di menzogne. Lo sanno tutti.
Gli ebrei lo sanno, non c'è bisogno di avvertirli. Sarebbe come spiegare a un condannato a morte che ha la testa infilata nella ghigliottina. Ma bisognerebbe che tutti cominciassero a preoccuparsi dello scivolamento progressivo della lama della ghigliottina: siamo tutti condannati a morte. Cristiani, induisti, musulmani, buddisti, atei - tutti, in ogni luogo. Perché la questione ormai non riguarda gli ebrei, va assai oltre. Si tratta del danno inferto alla realtà. Se tutti sanno che si tratta di menzogne e nessuno ci fa caso, vuole dire che stiamo entrando in una realtà dove la realtà non ha posto. Il mondo galleggia pacatamente nel nulla. E' drammaticamente sbagliata l'affermazione secondo la quale stiamo tornando alla decadenza finale dell'impero romano. I pagani non fondavano l'esistenza sul niente, avevano dei principi e per quei principi davano la vita. Gli dei del monte Olimpo soffrivano e morivano per amore. Si commuovevano davanti a una capanna di contadini poveri, e quando vi entravano, non abbassavano la testa perché la capanna fosse bassa: si prostravano idealmente di fronte alla perfetta umiltà - Ovidio, Filemone e Bauci, le Metamorfosi. Il nostro mondo è indifferente alla realtà. Con una potenza ragliante che giunge a essere visionaria senza saperlo, il XXI secolo considera la realtà ininfluente. Ci sono i presupposti per un'autentica catastrofe.

Il Tizio della Sera

E nel tempo libero ci si dedica a fare sfrenatamente il tifo per il terrorismo, come possiamo vedere qui.

barbara


24 dicembre 2010

TRANQUILLI

Che a fare buona guardia in Libano ci pensano i caschi blu dell’Onu.



E poi, alquanto in tema, vai a leggere questo e questo.

barbara


23 dicembre 2010

STUDENTI

Sul Corriere di oggi ci sono le foto degli studenti ricevuti dal presidente Napolitano, corredate di nome, età e facoltà frequentata. E l’età indicata dice chiaramente che su undici, dieci sono fuori corso. Questo può spiegare parecchie cose.



(E non mi si venga a raccontare la storiella che gli spaccatutto erano altri: chi sa che ci sarà gente che spaccherà tutto e ci va lo stesso, o è un coglione o è un complice, tertium non datur). (Poi volendo si potrebbe aggiungere che è da un po’ più di quarant’anni che gli studenti in autunno protestano. Tutti gli anni. Qualunque sia il governo. Chiunque sia il ministro della Pubblica Istruzione. Ci siano o non ci siano riforme in atto o in programma. A prescindere. Arriva l’autunno e si protesta.)

barbara


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22 dicembre 2010

DEI DELITTI E DELLE PENE

Questo signore



si chiama Cesare Battisti. Di mestiere fa il terrorista. Ha fatto fuori quattro persone. È scappato di galera. Dice che ha cambiato vita, che è diventato un altro, una brava persona. A me risulta che le brave persone, se hanno conti in sospeso, provvedono a saldarli. Comunque. Adesso, nell’ennesima fuga dalle proprie responsabilità e dai propri debiti, si trova in Brasile. Dice che a Natale lo libereranno per motivi umanitari.


Questo signore



si chiama Jafar Panahi. Di mestiere fa il regista. Ha fatto film di grande valore artistico e sociale. È stato arrestato con l’accusa di “preparare un film contro il regime”. Dovrà restare in galera per sei anni. Inoltre per vent’anni non potrà girare film, lasciare l’Iran, avere contatti con i media nazionali e stranieri.

barbara


21 dicembre 2010

QUELLO CHE I GIORNALI NON DICONO

Domenica scorsa, in una sola giornata, sono arrivate al mio PC ben due notizie di notevole importanza, al momento ignorate dai media e, di conseguenza, dal grande pubblico.
Palestinian Media Watch, un sito fondamentale che rende disponibili notizie provenienti dal mondo islamico traducendole in inglese, allo scopo di evidenziare il contrasto fra quanto viene detto in arabo per uso interno e quanto comunicato in inglese per imbonire l'opinione pubblica internazionale, era stato bloccato da Youtube, e chi cercava di vedere uno dei numerosi video che erano in rete, leggeva questo comunicato:
Questo video è stato rimosso per una violazione della norma di YouTube che vieta l'incitamento all'odio.
Chi incita all'odio, chiedo ai lettori? Chi invoca lo sterminio di ebrei e cristiani o chi dà notizia di tali propositi? È un fatto di assoluta gravità che i lettori di Moked devono conoscere. Nel frattempo, grazie alle informazioni fatte circolare da blog e mailing list private, e alle numerosissime proteste da questi fatte arrivare, Youtube ha nuovamente abilitato PMW, ma rimane la gravità dell'episodio e del silenzio dei media su di esso, fatti che rappresentano un ulteriore passo in avanti compiuto dalla progettata (dagli arabi) Eurabia. Sarebbe perciò opportuno che tutti noi cercassimo di prestare la massima attenzione a ciò che accade nel mondo dei media, e soprattutto non ci accontentassimo di ciò che ci propinano i canali ufficiali.
La seconda notizia ricevuta riguarda un articolo scritto da Khaled Abu Toameh, giornalista arabo israeliano, per il Jerusalem Post lo scorso 30 novembre, e del tutto ignorato in Italia. In questo articolo si legge che il Consiglio Rivoluzionario del Fatah, riunito a Ramallah, ha detto NO ad una lunga serie di proposte, che voglio qui riportare:
NO al riconoscimento di Israele come stato ebraico.
NO ad una soluzione che faccia nascere uno Stato Palestinese con frontiere provvisorie.
NO a scambi territoriali tra Israele e Palestinesi.
NO a una ripresa dei negoziati senza un blocco totale delle costruzioni in Giudea, Samaria e Gerusalemme est.
NO ad un accordo tra Israele e USA sul futuro del processo di pace.
NO a forniture di armi americane ad Israele.
NO al riconoscimento dell'importanza del significato del Muro del pianto per gli ebrei.
NO alla nuova legge israeliana che prevede un referendum prima di un eventuale ritiro da Gerusalemme o dal Golan.
Il comunicato si conclude con queste parole: la Rivoluzione fino alla vittoria, fino alla vittoria, fino alla vittoria.
Come sostiene PMW, è importante conoscere quello che dicono gli avversari, non solo quando parlano a beneficio della platea, ma anche quando discutono fra di loro. Perché è solo conoscendo quanto viene detto in arabo che possiamo capire che quello che chiede Hamas è la "Palestina dal fiume al mare", ossia la cancellazione di Israele, e quello che chiede Fatah - anche se le strategie possono, in qualche dettaglio, differire - è la "Palestina dal fiume al mare", ossia la cancellazione di Israele: abbiamo o no il diritto di saperlo?
Emanuel Segre Amar

Questo articolo è pubblicato anche su Moked.

barbara


ANNOTAZIONE POSTUMA: In realtà avreste dovuto trovarlo anche da un'altra parte fin da lunedì. O almeno martedì (garantito). O almeno oggi (assolutissimamente garantito). E invece non lo trovate, perché chi lo doveva pubblicare è un uomo d'onore.


21 dicembre 2010

CAZZO, ANCHE GLI EBREI HANNO UN’AVIAZIONE!



Ve l’avevo preannunciato: in quella colossale schifezza che è “Con le peggiori intenzioni”, una pagina bella c’è. Questa.


È l'estate del Sessantasette. Quella in cui il mondo ha
preso a camminare vorticosamente. Sono trascorse poche settimane dalla conclusione della Guerra dei sei giorni. L'atmosfera in casa Sonnino, sebbene tutti siano troppo snob per aderire completamente agli umori della comu­nità ebraica, è ancora elettrica. Le mensole ingombre di quotidiani con titoli cubitali. Suvvia, è stato emozionante per chi ha vissuto certi tempi, per chi ha visto i propri de­cenni cuginetti deportati, per chi si è dovuto nascondere, per chi ha sopportato la violazione del proprio domicilio e lo scorticamento della propria anima, per chi ha tremato per il suono sordo degli stivali tedeschi e il clamore ferri­gno dei loro ordini mortuari di quel fatale Sedici Ottobre, vedere un esercito ebraico così formidabilmente equipag­giato annichilire lo stranumeroso nemico arabo sotto la guida di quel Messia ebraico del generale Yitzhak Rabin. Lo abbiamo già detto, in fondo: i Sonnino non sono tipi da commuoversi su Israele, non sono tipi da finanziarlo, non sono quel genere d'ebrei per cui Israele innanzitutto. Israele non è altro che una delle concrete propaggini della Me­moria Ebraica da loro guardate con diffidenza. No, i Sonnino sono dell'altro tipo: orgogliosamente affezionati al loro ufficio di sobri dispensatori di spirito critico e obbiettività. Chiediamo molto a Israele. Giustizia e democrazia. Tolleranza e laicismo. Proprio dagli israeliani, in guerra permanente, pretendiamo un comportamento esemplare, da padri pellegrini, da ultima frontiera: inflessibilmente duri ma severamente giusti. Ma stavolta no, è stato im­possibile trattenere l'emozione: ci siamo commossi, abbia­mo sofferto, perso il sonno, tifato, temuto realmente che Israele potesse smettere di esistere, scomparisse dalla fac­cia della terra, un nuovo genocidio ebraico e l'ennesimo sogno tramutato in tragedia. Abbiamo subito avuto l'im­pressione che stavolta le cose sarebbero andate diversa­mente. Abbiamo compreso che lo stoicismo con cui i geni­tori attesero di essere massacrati ha insegnato ai figli l'inderogabile necessità di combattere. Non potete capire l'orgoglio che riempie il cuore di Bepy. Incredibile che in una manciata di ore la piccola aviazione israeliana (cazzo, anche gli ebrei hanno un'aviazione!) abbia annientato i reattori russi, messi a disposizione degli egiziani e dei giordani, assicurandosi una supremazia aerea assoluta. E come quegli eserciti composti per lo più da masse analfa­bete e demotivate abbiano ceduto di fronte a un piccolo esercito compatto e così straripante di motivazioni.
Questo ha lasciato nell'animo di Bepy e dei suoi fa­miliari una sinistra euforia. È strano continuare a occu­parsi di cose insignificanti quali mandare avanti l'ingros­so, ricevere rappresentanti, organizzare feste in maschera, scoparsi modiste minorenni, mentre in una parte di mon­do nient'affatto lontana si consuma una vittoria così schiacciante dell'armata ebraica. Per vari giorni tutti in fa­miglia hanno continuato a comperare cinque quotidiani, delusi dalla progressiva perdita d'interesse dei giornali italiani per quell'evento straordinario, addolorati dalla fa­ziosità filoaraba della maggior parte dei commentatori. Come se un giornalismo impeccabile fosse tenuto a de­cantare ogni giorno l'inusitata potenza dell'esercito israe­liano. Sono diverse notti che Bepy dorme poco. Si alza, ascolta la radio, guarda la televisione. È scostante e irrita­bile. Soffre di quella sindrome periferica - quella sensa­zione di decentramento rispetto ai fatti della Storia - che ben presto porterà suo figlio Teo a emigrare laddove la Storia ancora esiste e la Cronaca non ha che un peso esor­nativo. (Alessandro Piperno, Con le peggiori intenzioni, pp.101-103)



E ricorda, questo letterario “Cazzo, anche gli ebrei hanno un’aviazione!”, quell’incredulo – e autentico – “Juden haben Waffen!” levatosi in quel giorno d’aprile nel ghetto di Varsavia. E continueranno ad averle, armi e aviazione: se ne facciano una ragione i nemici di Israele, e si vadano ad ascoltare questo messaggio. Per gli amici, invece, questo capolavoro di tre minuti e mezzo.


barbara


20 dicembre 2010

ULTIM’ORA

Perché uno crede di avere toccato il fondo e invece no, poi si scende ancora. Vi avevo dunque raccontato, qui e qui, le storie di quella benemerita istituzione che si chiama Agenzia Minviaggi. Ventiquattro giorni fa – gli ultimi: qualcuno probabilmente lo avrà fatto anche prima - abbiamo pagato il saldo all’agenzia. Sei giorni fa è arrivato il seguente messaggio:

----- Original Message -----
From: Chicca
Sent: Tuesday, December 14, 2010 2:39 PM
Subject: biglietti e non solo

Care amiche, cari amici, alcune cosette:
1.   i biglietti vi arriveranno sul computer entro la settimana

Sono passati sei giorni. La settimana è finita e ne è cominciata un’altra. Di biglietti non ho visto l’ombra. E mancano sette giorni alla partenza (di cui il settimo non è utilizzabile perché parto la mattina e il giorno prima è domenica e il giorno prima è Natale e il giorno prima è la vigilia di Natale).
Vogliamo provare a fare un ragionamento piccolo piccolo? Chiunque abbia prenotato un volo online sa come funziona: trenta secondi dopo aver fatto la prenotazione è arrivato il biglietto. Questo ovviamente vale per il privato, che contestualmente alla prenotazione provvede a fornire i dati della propria carta di credito, ossia a PAGARE. Ora, se la dolce Sabryna non ci ha mandato i biglietti, ciò significa che non li ha. Se non li ha significa che non ha pagato. E se non ha pagato, che cosa ne farà in tutto questo tempo delle nostre decine di migliaia di euro e di non so quanti altri soldi di tutti gli incauti viaggiatori che si affidano alle sue materne cure? E pensare che ha anche avuto il coraggio, la dolce Sabryna, nel corso dell’ennesimo tentativo di rivoltarmi la frittata sulla storia dell’albergo, di buttare lì la non troppo larvata minaccia di denunciarmi per diffamazione! Perché, dico, a parte che non mi faccio spaventare dalle minacce di morte di islamici e affini e figuriamoci se mi lascio sconvolgere dalle minacce di denuncia di un’imbroglioncella da due soldi, a parte questo, dicevo, la dolce Sabryna potrà permettersi il lusso di correre il rischio che la Finanza vada a ficcare il naso nei suoi affari?

barbara


19 dicembre 2010

CONSIGLI PER IL NATALE IN ARRIVO

"Kauf nicht bei Juden", non comprare dagli ebrei. Goebbels ? No, palestinesi cristiani

Nel periodo delle feste si diffondono spesso messaggi che invitano a fare doni altruistici, un po' per mimetizzare qualche opera buona nell'orgia consumistica del regalo universale, un po' per sfruttare l'idea che questo è il periodo in cui tutti sarebbero chiamati ad essere buoni.
Queste comunicazioni sono naturalmente molto diffuse e rimbalzano fra i vari mezzi di comunicazione, tanto che ne arrivano spesso anche a chi con le feste cristiane non c'entra. A me personalmente ne sono arrivati un paio molto interessanti, che voglio riferirvi qui.
Queste comunicazioni invitano i "Christmas shoppers" cioè i consumatori natalizi (mirabili creature generate dal matrimonio del marketing con la religione, peccato essere doppiamente fuori target), a realizzare un grande desiderio del buon cristiano; scrive: "All I Want for Christmas is an End to Apartheid". (Tutto quel che voglio per Natale è la fine dell'Apartheid"). Cioè – rendendo trasparente la fraseologia propagandistica – la distruzione di Israele come soggetto autonomo e diverso dalla "Palestina".
È il messaggio diffuso dalla "Voice of the Palestinian Christians", in un due formati diversi: uno più secco con l'elenco di dieci marche israeliane (da Ahava a Sabra) e non (dall'Oreal, a Motorola a Intel) da boicottare (qui
). E uno più religiosamente untuoso con abbondanti citazioni di Isaia, che predica contro un governo israeliano che "divora la terra palestinese" (qui) e "non cammina sulla strada della pace – la quale secondo il messaggio richiede sacrifici dalla due parti, ma i palestinesi li hanno già fatti e dunque ora bisogna "premere" su Israele. A queste voci si è unita quella del sindaco di Betlemme, cristiano-palestinese anche lui, che chiede come regalo di Natale "sanzioni commerciali, sanzioni sportive, sanzioni educative, sanzioni culturali" contro Israele, perché "le sanzioni sono la sola strada, negoziare è una perdita di tempo". (qui).
Naturalmente tutte queste sanzioni non riguardano tanto gli israeliani intesi come cittadini di uno stato, quanto gli ebrei, come componente maligna di quello stato o suoi sostenitori.
Per dirne una, Wikileaks ha appena rivelato che ci fu addirittura una decisione della Lega araba per boicottare i film di Spielberg. Come il mondo "progressista" e antimperialista si trovi a imitare gli slogan nazisti ("Kauf nicht bei Juden", non comprare dagli ebrei, ripetevano i propagandisti di Goebbels), meriterebbe una certa attenzione.
Ma dato che siamo sotto Natale, concentriamoci invece sull'aspetto religioso. Che un atto di guerra a Israele (guerra "con altri mezzi", non direttamente violenti, ma sempre guerra) possa essere un regalo di Natale, che fra l'altro è la festa di compleanno di un ebreo patriottico com'era evidentemente Gesù, come si concili con la religione dell'amore, è una questione interessante, che lascio alla riflessione di chi crede in Lui.
Resta il fatto che le cose stanno proprio così, che quella contro Israele (anzi contro gli ebrei) è una guerra di religione non solo da parte islamica, dove questo è del tutto evidente; ma anche da parte di settori minoritari ma consistenti del mondo cristiano. È quel che è emerso dal recente sinodo dei vescovi cattolici in Medio Oriente, quel che risulta evidentissimo dalle pubblicazioni di un'entità ufficiale della Chiesa cattolica come Pax Christi, ma anche dalle recenti decisioni di boicottaggio dei presbiteriani americani, una denominazione cristiana piccola ma influente eccetera. Anche qui, lascio alla loro coscienza la riflessione su perché si impegnino proprio contro Israele e non su Cipro (dove i Turchi hanno invaso e opprimono dei Cristiani), la Cecenia, il Sahara occidentale, il Sudan e altri mille posti: non sarà per un "odio antico" e tutto teologico contro gli ebrei?
C'è un altro punto che voglio sottolineare: le guerre politiche finiscono facilmente prima o poi con un compromesso, dato che si tratta di dissidi mondani e secolari, che ammettono mediazioni. Ma una guerra religiosa, per esempio quella contro un "peccato contro Dio", come la dichiarazione "Kairos-Palestina" letta al Sinodo definisce Israele, può finire solo con la distruzione totale del nemico: cioè in questo caso con una nuova Auschwitz.
Questo è quello che cercano, al di là delle dichiarazioni fintamente ecumeniche, gli amici dei cristiani palestinesi, i pacifisti di Pax Christi, i compilatori di Kairos Palestina. Lo stesso che cercava Hitler con l'accordo del Muftì di Gerusalemme. Io posso augurar loro solo, nella ricorrenza del loro Natale: che Dio li perdoni. Io non ne sono capace.

Ugo Volli (informazione corretta)

Nel frattempo apprendiamo da
http://www.nuitdorient.com/ N° 25 che d’ora in poi in Turchia non sarà più consentito a israeliani e graci di acquistare terre nel Paese. Gli altri stranieri possono acquistare fino a dieci ettari, tranne Iran, Siria, Arabia e stati del Golfo, per i quali non vi sono limiti di superficie acquistabile. (P.S.: non solo tu, Ugo)

barbara


18 dicembre 2010

LA FORZA DEL CALZINO

Outing

Il Tizio legge il mezzo rigo di un amico di Facebook, uno dei tanti amici sconosciuti, uno dei tanti amici ebrei. Questo qui ha di quei cognomi ebraici romani. Discute in modo ragionevole, posta video di vecchie canzoni italiane. E' un faro di leggerezza. Stavolta, fa sapere a tutti, ebrei, cristiani, atei, comunisti, rockettari, fascisti, amanti di Mina, dipietristi, che sta aspettando che la lavatrice risputi un calzino. Meno male che c'è lui, pensa il Tizio, la persona eh, mica il calzino, precisa il Tizio con sé stesso a scanso di equivoci. Non c'è dunque solo Hamas, l'antifascismo antisionista, il linciaggio di Saviano perché è amico di Israele. Quell'outing giovialmente minimo sui calzini splende come un sole di filanca. Il Tizio vuole bene all'amico, al calzino, e sotto sotto anche alla lavatrice. Delle volte basta mezzo rigo di apprezzamento delle cose minime. E' la nostra amabile ora d'aria.

Il Tizio della Sera

E il Tizio della Sera è, a sua volta, la nostra ora d’aria. E possiamo ben dire che, dopo Volli e Lucrezi, egli fu terzo fra cotanto senno (e poi sì, la Forza del Calzino è davvero strepitosa)

barbara


17 dicembre 2010

PERCHÉ BRUTO È UN UOMO D’ONORE

PRIMO CITTADINO: Fermi, oh! Udiamo Marc'Antonio.
TERZO CITTADINO: Che salga sulla pubblica cattedra; l'udremo. Nobile Antonio, sali.
ANTONIO: Per l'amore di Bruto, sono obbligato a voi.
QUARTO CITTADINO: Che dice egli di Bruto?
TERZO CITTADINO: Egli dice che per amore di Bruto si sente obbligato a noi tutti.
QUARTO CITTADINO: Sarà bene che egli non sparli di Bruto qui.
PRIMO CITTADINO: Questo Cesare era un tiranno.
TERZO CITTADINO: Davvero, questo è certo: siamo fortunati che Roma ne sia libera.
SECONDO CITTADINO: Silenzio! Udiamo ciò che Antonio può dire.
ANTONIO: O voi, gentili Romani...
PRIMO CITTADINO: Silenzio, oh! Udiamolo.
ANTONIO: Amici, Romani, compatrioti, prestatemi orecchio; io vengo a seppellire Cesare, non a lodarlo. Il male che gli uomini fanno sopravvive loro; il bene è spesso sepolto con le loro ossa; e così sia di Cesare. Il nobile Bruto v'ha detto che Cesare era ambizioso: se così era, fu un ben grave difetto: e gravemente Cesare ne ha pagato il fio. Qui, col permesso di Bruto e degli altri - ché Bruto è uomo d'onore; così sono tutti, tutti uomini d'onore - io vengo a parlare al funerale di Cesare. Egli fu mio amico, fedele e giusto verso di me: ma Bruto dice che fu ambizioso; e Bruto è uomo d'onore. Molti prigionieri egli ha riportato a Roma, il prezzo del cui riscatto ha riempito il pubblico tesoro: sembrò questo atto ambizioso in Cesare? Quando i poveri hanno pianto, Cesare ha lacrimato: l'ambizione dovrebbe essere fatta di più rude stoffa; eppure Bruto dice ch'egli fu ambizioso; e Bruto è uomo d'onore. Tutti vedeste come al Lupercale tre volte gli presentai una corona di re ch'egli tre volte rifiutò: fu questo atto di ambizione? Eppure Bruto dice ch'egli fu ambizioso; e, invero, Bruto è uomo d'onore. Non parlo, no, per smentire ciò che Bruto disse, ma qui io sono per dire ciò che io so. Tutti lo amaste una volta, né senza ragione: qual ragione vi trattiene dunque dal piangerlo? O senno, tu sei fuggito tra gli animali bruti e gli uomini hanno perduto la ragione. Scusatemi; il mio cuore giace là nella bara con Cesare e debbo tacere sinché non ritorni a me.
PRIMO CITTADINO: Mi pare che vi sia molta ragione nelle sue parole.
SECONDO CITTADINO: Se tu consideri bene la cosa, a Cesare è stato fatto gran torto.
TERZO CITTADINO: Vi sembra, signori? Temo che uno peggiore di lui verrà al suo posto.
QUARTO CITTADINO: Avete notato le sue parole? Non volle accettare la corona: è quindi certo che non era ambizioso.
PRIMO CITTADINO: Se si troverà che è così qualcuno la pagherà ben cara.
SECONDO CITTADINO: Pover uomo! I suoi occhi sono rossi come il fuoco dal piangere.
TERZO CITTADINO: Non v'è uomo a Roma più nobile di Antonio.
QUARTO CITTADINO: Ora, osservatelo, ricomincia a parlare.
ANTONIO: Pur ieri la parola di Cesare avrebbe potuto opporsi al mondo intero: ora egli giace là, e non v'è alcuno, per quanto basso, che gli renda onore. O signori, se io fossi disposto ad eccitarvi il cuore e la mente alla ribellione ed al furore, farei un torto a Bruto e un torto a Cassio, i quali, lo sapete tutti, sono uomini d'onore: e non voglio far loro torto: preferisco piuttosto far torto al defunto, far torto a me stesso e a voi, che far torto a sì onorata gente. Ma qui è una pergamena col sigillo di Cesare - l'ho trovata nel suo studio È il suo testamento: che i popolani odano soltanto questo testamento, che, perdonatemi, io non intendo di leggere, e andrebbero a baciar le ferite del morto Cesare, ed immergerebbero i loro lini nel sacro sangue di lui; anzi, chiederebbero un capello per ricordo e, morendo, ne farebbero menzione nel loro testamento, lasciandolo, ricco legato, alla prole.
PRIMO CITTADINO: Vogliamo udire il testamento: leggetelo, Marc'Antonio.
I CITTADINI: Il testamento, il testamento! Vogliamo udire il testamento di Cesare.
ANTONIO: Pazienza, gentili amici, non debbo leggerlo; non è bene che voi sappiate quanto Cesare vi amò. Non siete di legno, non siete di pietra, ma uomini, e essendo uomini, e udendo il testamento di Cesare, esso v'infiammerebbe, vi farebbe impazzire: è bene non sappiate che siete i suoi eredi; ché, se lo sapeste oh, che ne seguirebbe!
QUARTO CITTADINO: Leggete il testamento; vogliamo udirlo, Antonio; dovete leggerci il testamento, il testamento di Cesare.
ANTONIO: Volete pazientare? Volete attendere un poco? Ho sorpassato il segno nel parlarvene. Temo di far torto agli uomini d'onore i cui pugnali hanno trafitto Cesare; invero, lo temo.
QUARTO CITTADINO: Erano traditori: che uomini d'onore!
I CITTADINI: Il testamento! Il testamento!
SECONDO CITTADINO: Erano canaglie, assassini: il testamento! Leggete il testamento!
ANTONIO: M'obbligate dunque a leggere il testamento? E allora fate cerchio attorno al corpo di Cesare, e lasciate che io vi mostri colui che fece il testamento. Debbo scendere? E me lo permettete?
I CITTADINI: Venite giù!
SECONDO CITTADINO: Scendete.
TERZO CITTADINO: Avrete il permesso.

(Antonio scende)

QUARTO CITTADINO: In cerchio, state intorno.
PRIMO CITTADINO: Lontani dalla bara; lontani dal corpo.
SECONDO CITTADINO: Fate posto ad Antonio, al nobilissimo Antonio.
ANTONIO: No, non vi affollate intorno a me; state lontani.
I CITTADINI: State indietro! Posto! Andate indietro!
ANTONIO: Se avete lacrime, preparatevi a spargerle adesso. Tutti conoscete questo mantello: io ricordo la prima volta che Cesare lo indossò: era una serata estiva, nella sua tenda, il giorno in cui sconfisse i Nervii: guardate, qui il pugnale di Cassio l'ha trapassato: mirate lo strappo che Casca nel suo odio vi ha fatto:
attraverso questo il ben amato Bruto l'ha trafitto; e quando tirò fuori il maledetto acciaio, guardate come il sangue di Cesare lo seguì, quasi si precipitasse fuori di casa per assicurarsi se fosse o no Bruto che così rudemente bussava; perché Bruto, come sapete, era l'angelo di Cesare: giudicate, o dèi, quanto caramente Cesare lo amava! Questo fu il più crudele colpo di tutti, perché quando il nobile Cesare lo vide che feriva, l'ingratitudine, più forte delle braccia dei traditori, completamente lo sopraffece: allora si spezzò il suo gran cuore; e, nascondendo il volto nel mantello, proprio alla base della statua di Pompeo, che tutto il tempo s'irrorava di sangue, il gran Cesare cadde. Oh, qual caduta fu quella, miei compatrioti!
Allora io e voi e tutti noi cademmo, mentre il sanguinoso tradimento trionfava sopra di noi. Oh, ora voi piangete; e, m'accorgo, voi sentite il morso della pietà: queste son generose gocce. Anime gentili, come? piangete quando non vedete ferita che la veste di Cesare? Guardate qui, eccolo lui stesso, straziato come vedete, dai traditori.
PRIMO CITTADINO: O pietoso spettacolo!
SECONDO CITTADINO: O nobile Cesare!
TERZO CITTADINO: O infausto giorno!
QUARTO CITTADINO: O traditori! Canaglie!
PRIMO CITTADINO: O vista cruenta!
SECONDO CITTADINO: Vogliamo essere vendicati.
I CITTADINI: Vendetta! Attorno! Cercate! Bruciate! Incendiate!
Uccidete! Trucidate! Non lasciate vivo un solo traditore!
ANTONIO: Fermi, compatrioti!
PRIMO CITTADINO: Silenzio, là! Udite il nobile Antonio.
SECONDO CITTADINO: L'udremo, lo seguiremo, morremo con lui!
ANTONIO: Buoni amici, dolci amici, che io non vi sproni a così subitanea ondata di ribellione. Coloro che han commesso questa azione sono uomini d'onore; quali private cause di rancore essi abbiano, ahimè, io ignoro, che li hanno indotti a commetterla; essi sono saggi ed uomini d'onore, e, senza dubbio, con ragioni vi risponderanno. Non vengo, amici, a rapirvi il cuore. Non sono un oratore com'è Bruto; bensì, quale tutti mi conoscete, un uomo semplice e franco, che ama il suo amico; e ciò ben sanno coloro che mi han dato il permesso di parlare in pubblico di lui: perché io non ho né l'ingegno, né la facondia, né l'abilità, né il gesto, né l'accento, né la potenza di parola per scaldare il sangue degli uomini: io non parlo che alla buona, vi dico ciò che voi stessi sapete, vi mostro le ferite del dolce Cesare, povere, povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per me: ma se io fossi Bruto, e Bruto Antonio, allora vi sarebbe un Antonio che sommoverebbe gli animi vostri e porrebbe una lingua in ogni ferita di Cesare, così da spingere le pietre di Roma a insorgere e ribellarsi.
I CITTADINI: Ci ribelleremo.
PRIMO CITTADINO: Bruceremo la casa di Bruto!
SECONDO CITTADINO: Via dunque! Venite, si cerchino i cospiratori!
ANTONIO: Ascoltatemi ancora, compatrioti; ancora uditemi parlare.
I CITTADINI: Silenzio, oh! Udite Antonio, il nobilissimo Antonio.
ANTONIO: Amici, voi andate a fare non sapete che cosa. In che ha Cesare meritato il vostro amore? Ahimè, non sapete: debbo dirvelo allora: avete dimenticato il testamento di cui vi parlavo.
I CITTADINI: Verissimo, il testamento: restiamo ad udire il testamento.
ANTONIO: Ecco il testamento, e col sigillo di Cesare: ad ogni cittadino romano egli dà, ad ognuno individualmente, settantacinque dramme.
SECONDO CITTADINO: Nobilissimo Cesare! Vendicheremo la sua morte.
TERZO CITTADINO: O regale Cesare!
ANTONIO: Ascoltatemi con pazienza.
I CITTADINI: Zitti, oh!
ANTONIO: Inoltre, egli vi ha lasciato tutti i suoi passeggi, le sue private pergole e gli orti nuovamente piantati, al di qua del Tevere; egli li ha lasciati a voi ed ai vostri eredi per sempre: pubblici luoghi di piacere, per passeggiare e per divertirvi. Questo era un Cesare! Quando ne verrà un altro simile?
PRIMO CITTADINO: Giammai, giammai! Venite, via, via! Bruceremo il suo corpo nel luogo santo, e con i tizzoni incendieremo le case dei traditori. Raccogliete il corpo.
SECONDO CITTADINO: Andate a prendere il fuoco.
TERZO CITTADINO: Abbattete le panche.
QUARTO CITTADINO:. Abbattete i sedili, le finestre, ogni cosa.

(Escono i Cittadini col corpo)

ANTONIO: Ed ora, che la cosa vada avanti da sé. Malanno, tu sei scatenato, prendi il corso che vuoi.

Eh sì, è bello vivere in un mondo pieno di uomini d’onore, pieno di uomini di intelligenza, pieno di uomini di pace... Bello davvero.

barbara


16 dicembre 2010

PERCHÉ SGARBI È UN UOMO INTELLIGENTE

L’intelligenza di Sgarbi

Buona parte dell’intervista rilasciata da Vittorio Sgarbi, pubblicata sull’ultimo numero di HaTikwa, è dedicata all’episodio – già a suo tempo ampiamente pubblicizzato – del presunto atteggiamento eccessivo e scortese che nei confronti del critico d’arte avrebbero assunto, tempo fa, gli addetti alla sicurezza dell’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv: un comportamento giudicato dall’interessato tanto molesto e inopportuno da indurlo ad affermare che non avrebbe più messo piede in Israele, scelta che appare confermata nella suddetta intervista. Alla base del risentimento, spiega Sgarbi, c’è soprattutto il fatto che lui era andato in Israele essendo stato invitato, e ciò lo avrebbe dovuto esentare dai necessari controlli di routine: “ero ospite di Israele, sapevano perfettamente chi ero… Se uno va in Israele spontaneamente è giusto che facciano i controlli che vogliono. Se uno invece va come ospite deve essere rispettato, non c’è nessuna ragione perché sia temuto come un nemico… Se un ebreo viene a casa mia non faccio nessun controllo”.
Essendo Sgarbi notoriamente considerato persona di intelligenza fuori dal comune, tali considerazioni meritano qualche commento:
1) Gli addetti alla sicurezza del Ben Gurion non mancano mai a nessuno di rispetto, che sia invitato o no, e non trattano nessuno “da nemico”, ma tutti come persone che possono essere usate, anche a loro insaputa, da possibili nemici. Sgarbi pensa forse che i “nemici” si presentino con un ghigno sadico e un pugnale tra i denti?
Siamo sicuri che Sgarbi non fa nessun controllo su chi va a casa sua, ebreo o no, per il semplice motivo che non c’è nessuno che minacci di farlo saltare in aria con qualche bomba. Il massimo che ha rischiato, in vita sua, è qualche fischio. Forse per Israele il discorso è un poco diverso. Ma, nonostante l’aeroporto Ben Gurion sia il target n. 1 dei terroristi di mezzo mondo, esso resta tuttavia l’aeroporto più sicuro del pianeta, grazie proprio alla pignoleria di quei solerti addetti alla sicurezza che tanto hanno infastidito Sgarbi. Strano che una persona della sua intelligenza mostri di non capirlo, e apprezzarlo.
Sgarbi non dice da chi è stato invitato in Israele, se dal governo, da un’Università, un’istituzione culturale o altro. Ma la cosa, in ogni caso, non ha alcuna importanza, così come non ha alcuna importanza, ai fini della sicurezza, se uno va in Israele invitato da qualcuno o no. Se anche Sgarbi fosse stato invitato, per esempio, dal Presidente dello Stato in persona, neanche il Presidente stesso avrebbe potuto influire sui meccanismi di sicurezza, che sono necessariamente inderogabili e, per definizione, non ammettono eccezioni. Certo, secondo un ragionamento “all’italiana”, secondo cui “gli amici degli amici” o i “Lei non sa chi sono io” devono avere un trattamento diverso, Sgarbi non avrebbe “fatto la fila”, come ogni comune mortale. Ma questo Israele non se lo può permettere, nell’interesse dei suoi milioni di visitatori. Strano, ancora una volta, che un’intelligenza così raffinata non arrivi a comprenderlo.
Le numerose volte che sono andato in Israele (molto spesso, da invitato, come Sgarbi), sono sempre stato sottoposto, ovviamente, ai controlli di scurezza, e ho sempre provato gratitudine per quei ragazzi impegnati in un lavoro ingrato, duro e stressante, nel quale anche una piccola distrazione potrebbe rivelarsi fatale. Quasi sempre sono stato trattato con grande cortesia e affabilità, e qualche volta anche, come è umano che accada, in modo un po’ sbrigativo. Può anche darsi (anche se non me ne ricordo) che talvolta io abbia un po’ bofonchiato per la rigidità di un addetto particolarmente zelante. Ma se avessi trasformato il mio malumore verso un responsabile della security un po’ brusco in una generale insofferenza verso lo Stato ebraico, nel suo insieme, avrei dimostrato lo stesso livello di intelligenza di Sgarbi. Che però, per fortuna, è irraggiungibile.

Francesco Lucrezi, storico

Sì, Vittorio Sgarbi è un uomo intelligente, e ciò è di grande conforto a tutti noi.

                     

 

barbara


16 dicembre 2010

MAQQUANTO CI PIACCIONO I COLLOQUI!

Che amanti della pace, questi palestinesi

Cari amici, siete angosciati, lo so. Lasciatemi dire che vi sono vicino in questo difficile momento. So che vi sentite soli, che fate fatica, che vi mancano. Qualcuno, che evidentemente non è fra i più consapevoli, mi chiede chi manca, di che cosa portiamo il lutto. Poverini, non lo sanno. Voi (e io con voi) sentiamo la mancanza dei colloqui. Che colloqui? Ma come, dei colloqui mirati a stabilire la possibilità di incontri. Che incontri? Quelli preliminari alle trattative. Che trattative? Quelle per stabilire l'agenda. L'agenda di che cosa? Delle discussioni sui vari capitoli. Di una futura pace, è chiaro.
Ricapitoliamo. Nessuno – a parte voi, naturalmente, e qualche giornalista particolarmente illuminato - sembra aver capito la gravità del fatto che gli americani abbiano rinunciato a parlare con Israele e i palestinesi per vedere se era possibile indurli a concordare le condizioni, anzi il grado esatto di refrigerazione delle costruzioni, per parlarsi su come arrivare a trattative dirette intorno all'ordine in cui discutere in futuro per arrivare a un trattato di pace. In molti hanno capito la sconfitta americana, ma non la terribile solitudine dei negoziatori. Non sentono la mancanza dei colloqui. Che insensibilità.
E però c'è chi butta il cuore oltre la barricata. Pensate che l'avventurosa Clinton ha deciso, con mossa certamente avventata, ma coraggiosa, che invece di parlare intorno alle condizioni per iniziare a discutere direttamente di come fare le trattative, si può entrare direttamente "nel cuore dei problemi". Chirurgia cardiaca innovativa, senza dubbio, made in Houston, la capitale dei trapianti. Ma siamo poi sicuri che i problemi abbiano un cuore? E se avessero un fegato grosso così per la rabbia?
Lasciamo stare. Ma vi devo dire un'ultima cosa, che ho saputo in confidenza da quelle "perdite condivise" (Wikileaks, per chi non conoscesse il significato medico è una specie di logorrea contagiosa). La Clinton è un po' disperata. Ha incominciato a prendere gli appuntamenti per questa sua chirurgia cardiaca e naturalmente ha chiamato i palestinesi. Ma il telefono di Abbas squilla a vuoto, quello di Erekat è sempre occupato, e tutti gli altri hanno solo una segreteria telefonica con la musica delle bombe e dei Kalashnikov. Insomma, non rispondono. Della chirurgia cardiaca non vogliono sentire parlare.
Hanno fatto sapere invece in via informale a degli amici degli amici che è meglio fare delle consultazioni naturalmente indirette per verificare le condizioni in seguito alle quali potrebbero accettare di discutere come aumentare i requisiti che sono necessari per arrivare a colloqui preliminari per stabilire il calendario degli incontri in cui si potrebbe stabilire l'agenda di eventuali prediscussioni a proposito dell'eventualità di un negoziato sul prezzo di riunioni per il negoziato che dovrà forse portare a discutere di come iniziare le trattative preliminari. Nel frattempo hanno deciso di proclamare lo stato palestinese, dato che sono colti "dall'Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno", ovvero sulla linea armistiziale dell'832 (battaglia di Poitiers, per chi non lo sapesse). Che amanti della pace, questi palestinesi.

Ugo Volli

Ecco, questa volta Ugo Volli ha veramente superato se stesso, il che non è facile, lo so, solo lui ci può riuscire. E, a proposito di Clinton e dintorni, leggi anche qui.

barbara


15 dicembre 2010

PRIMA E DOPO

Il Monte Carmelo com'era:




Il Monte Carmelo com'è:



Ma siamo tutti certi che prima o poi potremo ripubblicare queste due foto col titolo "Com'era e com'è" a sequenza invertita. Purché non manchi l'aiuto di tutti noi, naturalmente.

barbara


14 dicembre 2010

CHIEDO AIUTO AGLI AMICI VISITATORI MASCHI

Nella toilette dell’autogrill c’è il consueto contenitore. Sul quale campeggia un foglio con scritto: “Contenitore per assorbenti igienici femminili”. Immagino che la precisazione sia stata fatta per non rischiare che qualcuno, per sbadatezza o per trascuranza, ci butti dentro degli assorbenti igienici maschili. Il fatto è che, vuoi per eccessivo pudore delle mie frequentazioni maschili, vuoi per distrazione mia, non ho mai avuto occasione di vedere degli assorbenti igienici maschili e d’altra parte non vorrei che, per inconoscenza, mi capitasse di buttare sventatamente nel contenitore cose sbagliate. E quindi, cari amici, vi prego, ditemi: come diavolo sono fatti questi assorbenti igienici maschili? Grazie anticipate a chi mi vorrà aiutare ad uscire dall’ignoranza.



barbara


13 dicembre 2010

E LA CHIAMANO XENOFOBIA

Alla luce di quanto appena accaduto in Svezia, credo che questo sia il momento migliore per rileggere questo articolo.

Difendere i valori dell’Occidente costituisce “INCITAMENTO ALL’ODIO”?

di Bat Yeor
tradotto e illustrato da Paolo Mantellini

L’Inghilterra ha appena assistito allo spettacolo di un Parlamentare di un altro paese dell’Unione Europea, regolarmente eletto, Geert Wilders, a cui è stato negato l’ingresso nel paese in quanto costituisce “un pericolo pubblico”. Wilders, dopo essere stato brevemente arrestato all’aeroporto di Heathrow, è stato espulso e rimandato in Olanda – dove dovrà affrontare ulteriori problemi legali. Tre settimane prima, infatti, un tribunale Olandese aveva ordinato alla pubblica accusa di iniziare un procedimento penale contro di lui per il reato di “incitamento all’odio e alla discriminazione” e di “vilipendio alla fede islamica” a causa delle sue affermazioni pubbliche e del suo film del 2008, Fitna. L’ordine di iniziare il procedimento penale fu emanato per le pressioni esercitate sugli stati Europei e sul Consiglio per i Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite dalla Organizzazione della Conferenza Islamica (OIC). Lo scopo dell’OIC è di punire ed eliminare ogni espressione di così detta “islamofobia” nel mondo, ma specialmente in Europa, ed è stata la prima artefice delle condizioni che hanno reso possibile la messa al bando di Wilders dal Regno Unito.
L’OIC è una delle maggiori Organizzazioni intergovernative al mondo. Comprende 56 stati musulmani più l’Autorità Palestinese. Diffusa su quattro continenti, pretende di parlare a nome della Ummah (la comunità universale musulmana), che ammonta a circa un miliardo e trecento milioni di persone. La “missione” dell’OIC è di unire tutti i musulmani del mondo radicandoli nei princìpi del Corano e della Sunnah – il nocciolo della civiltà e dei valori dell’islam. Mira al rafforzamento della solidarietà e della cooperazione tra tutti i suoi membri, per proteggere gli interessi musulmani dappertutto e spronare la ummah ad unirsi in un unico corpo.
L’OIC è una organizzazione unica – un’organizzazione che non ha equivalenti al mondo. Unisce la potenza religiosa, economica, militare e politica di 56 stati. L’Unione Europea, invece, rappresenta un numero di stati pari a meno della metà ed è un blocco unicamente laico mentre il Vaticano, che parla a nome di circa un miliardo e cento milioni di Cattolici, è privo di ogni potere politico. Molti musulmani, in Occidente respingono la tutela dell’OIC e si oppongono ai suoi tentativi di sostituire la legge Occidentale con la shariah. Ma le risorse a disposizione dell’OIC sono enormi.
L’Organizzazione possiede numerose Istituzioni sussidiarie, specializzate e affiliate, oltre a molti comitati permanenti, che collaborano ai più alti livelli con altre Organizzazioni internazionali per realizzare in tutto il mondo i suoi obbiettivi politici. I suoi principali e più attivi Organismi sono l’Organizzazione Islamica per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (ISESCO), che si propone di imporre all’Occidente la visione della storia e della civiltà dal punto di vista islamico; l’Osservatorio sull’Islamofobia, che preme sui governi occidentali e gli organismi internazionali per promulgare leggi che puniscano l’islamofobia e la bestemmia; infine è stata recentemente istituita una Corte Internazionale Islamica di Giustizia. Come affermato nella sua Dichiarazione del Cairo sui Diritti dell’Uomo nell’Islam, nel 1990, l’OIC è strettamente legato ai princìpi del Corano, della Sunnah e della shariah. In una parola, l’OIC tenta di costituirsi come il Califfato rinato.
L’OIC rinnova regolarmente il suo impegno nel proteggere i diritti politici, storici, religiosi ed umani dei musulmani residenti negli stati che non fanno parte dell’OIC, con particolare attenzione ai musulmani che costituiscono maggioranze in particolari zone di stati non musulmani – come ad esempio nel Sud delle Filippine, nel Sud della Tailandia e in Grecia, nella Tracia occidentale – e come per i musulmani residenti in posti come i Balcani, il Caucaso, Myanmar (Birmania), India e Cina. L’OIC sostiene Hamas e i Palestinesi nella loro lotta per distruggere Israele, come pure la lotta islamica per la “legittima autodeterminazione” nel “Jammu-e-Kashmir occupato dall’India”. Ha condannato la “continua aggressione dell’Armenia contro l’Azerbaijan,” ed esprime la sua totale solidarietà per la “giusta causa del popolo musulmano Turco di Cipro” e per il Presidente Sudanese, Omar Hassan Al-Bashir, che molti ritengono responsabile di aver incoraggiato i massacri nel Darfur. La sede dell’OIC è a Jedda, ma l’Organizzazione la considera una sede provvisoria: il suo quartier generale sarà trasferito ad al-Quds (la Gerusalemme islamizzata) quando la città sarà stata “liberata” dal controllo israeliano.
Nel suo sforzo di difendere la “vera immagine” dell’islàm e di combattere la sua diffamazione, l’Organizzazione ha richiesto alle Nazioni Unite e ai paesi occidentali di punire l’Islamofobia” e la bestemmia. Tra le manifestazioni di Islamofobia, nella visione dell’OIC, sono incluse l’opposizione dell’Europa all’immigrazione illegale, le misure contro il terrorismo, la critica del multiculturalismo e ogni sforzo di difendere le identità culturali e nazionali dell’Occidente. L’OIC dispone di massicci finanziamenti derivati dal petrolio, che spende larghissimamente nei mezzi di comunicazione di massa occidentali, nelle Università e in innumerevoli “dialoghi”. Influenza le politiche, le leggi e addirittura i libri di testo occidentali mediante le pressioni esercitate dagli immigrati musulmani e dagli stessi partiti occidentali di sinistra. Ecco perché abbiamo assistito a manifestazioni di incitamento all’odio e all’omicidio, simili alla “notte dei cristalli”, contro Ebrei Europei e contro Israele, svoltesi impunemente nelle città Europee – dove si suppone che il rispetto dei diritti umani sia uno dei valori più alti.
Geert Wilders è l’ultima vittima di questo enorme marchingegno mondiale. Il suo crimine è di sostenere che la civiltà dell’Europa è radicata nei valori di Gerusalemme, Atene, Roma e nell’Illuminismo – e non alla Mecca, Bagdad, Andalusia e al-Quds. Combatte per l’indipendenza dell’Europa dal Califfato e per le sue libertà a rischio di estinzione. Ha ricevuto gravi minacce di morte addirittura prima che uscisse il suo film Fitna.
Anche molti musulmani in Occidente lo appoggiano, comunque, le principali armi di Geert Wilders sono il suo coraggio e la sua determinazione di opporsi perfino al suo stesso Governo che sta gradualmente sottomettendosi alle pressioni dell’OIC. I nemici di Wilders millantano che sia una persona insignificante che fa dichiarazioni “provocatorie” solo alla ricerca di notorietà. In realtà, se la sua motivazione fosse solo il proprio tornaconto, potrebbe avere molto più successo ricercando i favori dell’OIC – come molti Europei stanno facendo, consciamente o inconsciamente – piuttosto che rischiare la sua libertà e anche la sua vita.

Bat Ye’or è autrice di studi sulla condizione di Ebrei e Cristiani nell’ambito dell’ideologia del jihad e della legge islamica, la shariah. I suoi libri più recenti includono Il declino della cristianità sotto l’Islam” dalla jihad alla dhimmitudine (2009), Eurabia. Come l'Europa è diventata anticristiana, antioccidentale, antiamericana, antisemita (2007) e Verso il califfato universale. Come l'Europa è diventata complice dell'espansionismo musulmano (2009), tutti pubblicati da Lindau. (qui)

Poi leggi sul Corriere un’intervista a uno scrittore svedese il quale dice che c’era da aspettarselo che prima o poi ci sarebbe stato un attentato, perché c’è un partito xenofobo al governo. Vale a dire che fa benissimo la mafia a far fuori giudici come Falcone e Borsellino e tutti gli altri che hanno l’assurda mania di mettere in galera i mafiosi, i quali mai e poi mai si sognerebbero di far fuori i giudici se quegli sconsiderati non cercassero di impedirgli di far fuori chi gli pare. E pensare che c’è ancora qualcuno che si illude che fatti eclatanti come questo abbiano il potere di aprire gli occhi a chi di aprirli non ha proprio nessunissima intenzione.


barbara


12 dicembre 2010

TESTIMONIANZA DALL’INFERNO

Prima di far andare i miei ragazzi incontro al fuoco, sono andato personalmente con il mio camion per verificare che non fosse una via senza uscita. Ripensandoci, ho realizzato che anche se sapevo di mettere a rischio la mia vita, non ho esitato neanche un attimo a guidare incontro alle fiamme. C’è stato un momento in cui ho pensato “È troppo! Allontaniamoci dal fuoco e mettiamo in salvo le nostre vite.” Ma poi mi sono ricordato gli alberi con cui ho lavorato per tutta la vita, e non potevo abbandonarli!



Mi sono sentito colpito quando mio figlio Dar di 12 anni mi ha telefonato e mi ha chiesto “Papà, non puoi fermare le fiamme?” Per lui il papà è qualcuno che può fare sempre tutto. Aveva sentito parlare di altri incendi vinti. Ho sentito come se lo stessi tradendo. (Micah Silko)

              

Oggi il Governo israeliano ha creato il pool direttivo per fare fronte alla crisi dell’incendio del Monte Carmelo, di cui fa parte anche il KKL.
Gli altri partners sono: Infrastructure and Equipment Rehabilitation, Long-Term Ecological Rehabilitation, Mapping and G.I.S. e Information & PR. Il programma di lavoro sara definito nei prossimi 21 giorni.

                             


L’impossibile è, da sempre, la specialità degli ebrei. E di Israele. Ce la faranno anche questa volta, non ne ho alcun dubbio, ma se anche noi faremo la nostra parte sarà decisamente meglio.

barbara


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12 dicembre 2010

DI SCIACALLI E DI ALTRI ANIMALI

Gli sciacalli a quattro zampe – chi ha avuto occasione di vederli, soprattutto dal vivo, lo sa – sono animali graziosissimi, eleganti, aggraziati. Le iene invece sono brutte, estremamente sgradevoli con quel loro camminare sbilenco a culo basso. Si dice però che siano madri amorevolissime. Non ho invece idea di come siano, in ambito familiare, gli avvoltoi, però a vederli sono proprio brutti, e il rumore dei becchi sulle ossa fa venire i brividi. Forse è più a questi ultimi che assomigliano gli sciacalli a due zampe, ma per comodità e consuetudine continuerò a chiamarli sciacalli.
Sciacalli, dunque, che entrano in azione e si scatenano in occasione delle peggiori sciagure, siano queste terremoti, inondazioni, o incendi. E in questi giorni abbiamo visto intere orde selvagge, di sciacalli a due zampe, scatenarsi per siti, blog e forum. Si va dai raffinati estimatori dell’aroma di carne giudea arrostita che gioiscono sfrenatamente per la gratificazione di cui le loro sensibili narici hanno avuto modo di godere, a quelli che scaricano tutto il loro rabbioso livore sui cosiddetti sopravvissuti ai cosiddetti campi di sterminio che vogliono chiudere la bocca agli onesti storici revisionisti, ben sapendo di non avere argomenti per controbattere le loro inoppugnabili prove dell’inesistenza delle camere a gas e tutta l’altra paccottiglia di invenzione giudaica. Eccetera. Poi ci sono giornali come Haaretz, che qualcuno ama chiamare progressisti, perché buttare carrettate di fango su Israele è progressista un sacco, si sa, che mentre le fiamme ancora continuano a distruggere e mentre ancora si continua a morire, non trovano di meglio che scatenare polemiche sulla gestione dell’emergenza (c’è chi la chiama democrazia, io lo chiamo sciacallaggio). E c’è chi, come il famigerato blog falafel cafè, che pubblica un unico post al giorno, per quell’unico post sceglie, nel sessanta per cento dei casi (non sto sparando a vanvera: li ho contati) temi o toni o titoli pesantemente ostili a Israele o foto di un tarocco talmente smaccato che se ne accorgerebbe anche un cieco ritardato ubriaco, a volte inventa notizie inesistenti, a volte ci ricama su di suo, ospita compiacentemente commenti di puro odio e censura commenti che documentano le menzogne pubblicate. In occasione dell’incendio del Carmelo non ha trovato di meglio che riprendere le polemiche di Haaretz (per fortuna ormai quasi tutti i siti seri di informazione si sono accorti dell’inesistenza della sua pretesa e sbandierata imparzialità e dell’odio che continua a spandere a piene mani, e quasi nessuno gli dà più spazio).
Magari qualcuno mi obietterà che l’esistenza degli sciacalli, come quella dei tafani o delle cavallette, fa parte dell’economia dell’universo ed è necessaria all’equilibrio dell’ecosistema (quella degli sciacalli a quattro zampe effettivamente lo è), ma quanto è brutto vederli in azione.

   

                             

barbara


11 dicembre 2010

LEGITTIMO ORGOGLIO

Oggi in prima B ci siamo intensamente dedicati alla produzione e al lancio di aeroplanini di carta. Loro ne hanno fatti di bellissimi, però quello che è riuscito a fare il volo più lungo è stato il mio.



barbara


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11 dicembre 2010

INSALATA MISTA DI NOTIZIE E FATTI VARI

Leggo che un tale ha ammazzato una donna, l’ex convivente. Leggo che aveva già tentato di ammazzarla – e l’aveva ferita gravemente - cinque anni fa, e che quattro anni fa era stato e processato e condannato a otto anni e qualcosa. Sono contraria alla pena di morte, come sa chi mi frequenta. Anche per i più efferati assassini. Anche per i mafiosi. Anche per i terroristi. Però a quei giudici che si prodigano con tutte le loro forze perché potenziali assassini, stupratori, terroristi possano diventare assassini, stupratori, terroristi effettivi, un paio d’ore di sana tortura al giorno per un paio di dozzine d’anni le appiopperei volentieri.

Leggo poi sul Corriere di mercoledì 8 dicembre che 18 Paesi hanno deciso di boicottare la cerimonia del Nobel per solidarietà alla Cina, oltraggiata dal conferimento del premio a un delinquente che osa pensare, e forse anche dire, che in Cina non si vive la migliore vita possibile nel migliore dei mondi possibili. Tali Paesi sono:

1. Arabia Saudita
2. Iran
3. Kazakhstan
4. Pakistan
5. Venezuela
6. Russia
7. Sudan
8. Cuba
9. Vietnam
10. Afghanistan
11. Filippine
12. Colombia
13. Egitto
14. Iraq
15. Marocco
16. Serbia
17. Tunisia
18. Ucraina

Scrive Pierluigi Battista sul Corriere che i boicottatori sono evidentemente quelli che “condividono con Pechino una certa affinità ideologica o comportamentale nel trattamento repressivo nei confronti dei dissidenti, nell’umiliazione dei diritti umani, nella scarsa considerazione per le procedure e l’ossigeno di libertà di cui si nutrono le democrazie.” Mi permetto di aggiungere che la Cina, al pari di tutti o quasi gli stati della lista, ha anche una politica fortemente antiisraeliana (in lingua politically correct si dice filopalestinese, che suona meglio, esattamente come all’organizzazione fondata con l’obiettivo di distruggere Israele è stato dato il più accettabile nome di Organizzazione per la Liberazione per la Palestina – e nessuno vuole ricordarsi che all’epoca della sua fondazione i cosiddetti Territori Occupati non erano occupati affatto. Non da Israele, per lo meno), e con la “Palestina” condivide davvero il trattamento dei dissidenti.

Sul Corriere di giovedì 9 dicembre trovo il titolo: Rogo nel carcere a Santiago. Muoiono arsi vivi 83 detenuti. E se consideriamo che i titoli non sono mai del giornalista che firma l’articolo bensì del titolista, ossia di uno che fa di mestiere quello che scrive i titoli, siamo proprio nella sezione “Braccia rubate all’agricoltura”, sottotitolo “Giornalisti, andate a zappare”.

barbara


10 dicembre 2010

AVVISO A TUTTI I VISITATORI

Pare che dalle parti di Sharm el Sheik si aggiri un agente del Mossad sotto copertura. Chiunque lo avvistasse è cortesemente pregato di darne immediatamente notizia. Del suddetto agente è stata fornita una rara immagine, colta con una telecamera nascosta. Si ringrazia vivamente chiunque vorrà collaborare.


Immagine rubata qui.

barbara


9 dicembre 2010

DEFORMAZIONE E DINTORNI

Vedere scritto “benzoin” e leggere “benzion”... (sì, sono un po’ legastenica e mi capita spesso di leggere , a prima vista, cose lontanissime da quelle scritte, come quando l’amica Astrid ha titolato “Somatizzare la domenica sera” e io ho letto “Sodomizzare la domenica sera”, ma chissà se il contrario sarebbe potuto succedere... E dunque sì, mi sa che è proprio deformazione).

E poi un banco, grande, con frutta secca di ogni sorta presentata in tutti i modi: noci nocciole mandorle, col guscio, sgusciate, tostate, ricoperte, sfuse, confezionate, singole, miste... E una cassetta di melagrane. Non vado matta per le melagrane, devo dire. E neanche per i pompelmi. Quando li compro, è solo per un motivo ben preciso. Lì non ci sono indicazioni, e quindi aspetto pazientemente il mio turno e quando arriva chiedo: “Da dove vengono quelle melagrane?” Lei prende fiato prima di rispondere. Prende fiato perché sa benissimo, naturalmente, che nessuno fa quella domanda per qualunque prodotto. E nessuno la fa per pura curiosità. E sa benissimo che dalla risposta non dipende solo la mia decisione di comprare o non comprare, ma chissà cos’altro ancora: quando si tocca quel tema, specialmente se non sai con chi hai a che fare, può succedere letteralmente di tutto. Prende fiato e poi spara: “Da Israele”. Un po’ con ansia (e adesso cosa succederà?), un po’ in tono di sfida (sì, tengo roba da Israele: qualcosa da ridire?) Io tuffo le mani nella cassetta, ne prendo due e gliele porgo. Lei capisce cosa c’è dietro lo slancio di quel tuffo e, forse sarà deformazione anche questa, ma ho l’impressione che sia quasi commossa. Mi guarda dritto negli occhi, sorride, e sussurra: “Sono dolcissime”. La guardo dritto negli occhi, sorrido e sussurro: “Lo so”. E stavolta, sia deformazione o no, ho proprio l’impressione che siamo commosse in due.
(E poi leggi qui)



barbara


7 dicembre 2010

APPELLO DEL KKL

Har-Ha-Carmel Ba-Esh: una tragedia nazionale



Il Monte Carmelo (Har-ha-Carmel) è il più importante polmone verde di Israele, dove viene anche chiamato “Il monte verde tutti i giorni dell’anno”.
Oggi purtroppo non è più possibile usare questa definizione.
5 milioni di alberi sono andati distrutti. Alberi che hanno anche il doppio dell’età dello Stato d’Israele.
Molti centri abitati, tra cui diversi Kibbutz, sono ormai completamente bruciati.
Ci sono 17 mila sfollati.
Decine di persone sono morte, in maggioranza giovani ragazzi e ragazze che erano accorsi in aiuto. Tra questi, anche un boyscout di soli 16 anni, volontario nei vigili del fuoco.
Ogni anno, come purtroppo succede nelle foreste e nei boschi di tutto il mondo, il Monte Carmelo è oggetto di incendi più o meno grandi, dolosi e non.
Questo incendio però è stato devastante. E’ la peggiore catastrofe naturale che il Popolo d’Israele abbia subito da sempre.



Non è una sciagura che tocca solamente Israele. Tutto il Mediterraneo soffrirà di questa tragedia ecologica.
Il Primo Ministro dello Stato di Israele Bibi Netanyahu ha nominato il KKL quale unico Ente responsabile della rigenerazione dell’eco sistema nell’area. Tutte le Ambasciate di Israele nel mondo sono in contatto con gli uffici locali del KKL per coadiuvare la raccolta delle donazioni.
Noi del KKL abbiamo accettato con grande senso di responsabilità questo compito, per il quale abbiamo bisogno fin da ora dell’aiuto di tutti i nostri sostenitori.
Sappiamo che si tratta di un lavoro lungo e difficile. L’incendio viene combattuto con materiale anti-incendio chimico e con gli aerei anti-incendio che usano acqua marina. Questo significa che non sarà possibile piantare subito nuovi alberi se non solo dopo una lunga e paziente preparazione.
Per la completa rigenerazione della flora del Monte Carmelo parliamo di tempi che purtroppo si aggirano tra i 20 e i 40 anni.
Bisogna però iniziare immediatamente. E per farlo, tutti noi dobbiamo partecipare e aiutare.
Fai parte di questo grande progetto sionista con una offerta che può variare da 10 a 100.000 euro. Effettua un bonifico della cifra che puoi donare.
Non tirarti indietro.
Ricostruiamo insieme il giardino più bello della Terra d’Israele.

Raffaele Sassun
Presidente KKL Italia

(6 dicembre 2010)

KKL Italia Onlus

IBAN: IT 64 A030 6903 2361 0000 0003 409


6 dicembre 2010

I PAPI PREFERISCONO LE ZOCCOLE

Papi nel senso di quei signori vestiti di bianco che risiedono in quel bel palazzo al di là del Tevere. Quei signori che quando arrivano si fanno annunciare da un bel fumo bianco. Quelli che sono direttamente ispirati dallo Spirito Santo – ma forse questa era meglio se non la mettevo, visto che anche l’altro papi quando, pure lui con tanto fumo, è apparso sulla scena, si è proclamato l’Unto del Signore, quindi niente, questa fate conto che non l’abbia scritta. Quelli che di solito, per lo meno in pubblico e davanti alle telecamere, preferiscono evitare di bestemmiare. Quelli là, insomma, spero che ci siamo capiti. E dunque abbiamo letto che l’ultimo della serie sembrerebbe disponibile a lasciar usare il preservativo, perché la salute è importante e va salvaguardata, ha detto, e quindi in casi particolari se ne può ammettere l’uso. Purché la signora che decide di usarlo sia una prostituta. Cioè, se ho capito bene, la salute delle prostitute è preziosa e va salvaguardata, anche a costo di infrangere uno dei più granitici tabù della chiesa cattolica, le mogli invece possono anche andare – absit iniuria verbis - a farsi fottere. Sarà mica per caso per il fatto che di mogli non ne può avere, mentre di puttane...



barbara


6 dicembre 2010

QUALCHE AGGIORNAMENTO SUL FRONTE DEL FUOCO

"Solidarietà umana e religione dell'amore"

Cari amici, sapete chi ha appiccato il terribile incendio che ancora devasta il Carmelo e ha ucciso decine di persone? E' stato Allah, naturalmente, per punire "l'occupazione". Ne sono convinti i media arabi (gli stessi, probabilmente, che al tempo del terremoto in Abruzzo esultarono alla punizione dei peccati degli infedeli italiani). Ecco qualche citazione:

"O Allah, distruggili e distruggi tutti i nemici dell'Islam"
"Grazie a Dio per il nuovo Olocausto e vergogna sull'Egitto che è accorso in aiuto"
"Il fuoco è il risultato delle preghiere dei nostri prigionieri tenuti nei carceri dell'occupazione. Il fuoco dell'inferno sarà più forte. Possano bruciare nell'inferno con gli ebrei quegli arabi che li aiutano."
"Allahu akbar! Ecco un'arma efficace. Chiamiamo i nostri fratelli palestinesi a bruciare tutte le foreste."
"O Allah, distruggili e distruggi tutti i nostri nemici."
"Possa Allah punire gli arabi che hanno aiutato a contenere l'incendio".
"Questo è il momento giusto per l'Iran. Se un incendio ha causato il panico nell'entità sionista, dove sono Ahamadinedjad e Nasrallah? Dov'è la Siria? Un razzo può appiccare migliaia di incendi."

Non vi annoio ancora con queste splendide dichiarazioni di solidarietà umana, potete trovarne una collezione qui
. Se avete lo stomaco per resistere a immagini tremende, guardate che cosa ha pubblicato il blog di Al Jazeera (già, la buona televisione antimperialista che piace ai terzomondisti e ai progressisti). E leggete qui, in basso, la traduzione delle frasi in arabo contenute nei post di Al Jazeera: sono espressioni RELIGIOSE di compiacimento, lodi a Dio per l'incendio e la morte orribile di chi vi è stato coinvolto. Vi invito solo a riflettere sul tipo di psicologia (e di religione) che sta dietro a pensieri come questi.

Ugo Volli (informazione corretta)

Qualcuno, nel post sottostante dedicato all’incendio, ha avuto lo stomaco di venire a scrivere nei commenti che da Gaza hanno mandato aiuti, il che dimostra che gli arabi sono buoni. Non aggiungo altro.

barbara


5 dicembre 2010

E L'ALTRA YIDDISHE MAME PER COMPLETARE L'OPERA

 A yiddishe mame, una delle più famose canzoni del repertorio yiddish, interpretata da una strepitosa yiddishe mame di 94 anni. Buon ascolto!

barbara


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5 dicembre 2010

PARADOSSO PER UNA JEWISH MAMY

Era un vecchio appartamento, grande ma decadente, disposto come si usava ai primi del novecento, con le stanze in sequenza una dietro l’altra.
Un tempo era un'abitazione animata. La famiglia era numerosa allora. Oggi erano rimasti in due, lui e sua madre, a dividersi quegli ambienti ormai troppo grandi, pieni di ricordi e di oggetti polverosi.
Lui a dire il vero, si era appropriato di un’intera ala della casa e l’aveva trasformata in un laboratorio. O meglio in una tana, come diceva sua madre, quando tentava di accedervi per fare ordine e pulizia.
Dentro quelle stanze, David Sermoneta trascorreva la sua esistenza in completa solitudine. Non ne usciva che di rado e quando lo faceva era solo per acquistare i materiali necessari agli esperimenti che conduceva.
Lui non frequentava gente. Non aveva amici. Non amava nulla di quelle cose che generalmente riempiono la vita e il tempo libero delle persone. Mai un cinema, un teatro, un ricevimento, un concerto.
Amava solo il suo lavoro solitario. E quel lavoro, fatto di esperimenti, di studi, di ricerche, oggi era finalmente giunto a conclusione.
Si guardò intorno. Da qualche parte doveva esserci una bottiglia di grappa. La trovò dentro un cassetto, sepolta sotto vecchi giornali e riviste. Se ne versò un goccio e brindò silenziosamente al successo della sua impresa.
Il rumore della porta a vetri alle sue spalle lo fece sussultare.
Sua madre era lì, ferma sulla soglia, coperta dal suo immancabile scialle di maglia, le ciabatte ai piedi.
Reggeva un vassoio con la caffettiera ed una sola tazzina, ma tutto in lei diceva che quello era uno sforzo quasi sovrumano. E che era lieta di compierlo per lui, per quel figlio adorato che forse non lo meritava.
Ma c’era qualcos’altro.
Una smorfia di disapprovazione le attraversava il volto corrucciato, e lo sguardo era fisso sulla bottiglia.
“Non ci manca che questa. Bere. Pensi che questo risolva qualcosa?”
David la fissò incredulo.
“Mamma, io non bevo. E soprattutto, non ho proprio niente da risolvere.”
“Certo, certo. Dite tutti così e poi vi trovate alcolizzati. E invece di risolvere i problemi ne aggiungete solo di più grossi.”
“Che dici, mamma? A chi ti riferisci? Lo sai benissimo che io non bevo!”
“Certo! E quella sarebbe una bottiglia di gazosa, non è vero...? Tu mi farai morire, David.”
Posò il vassoio del caffè in un angolo del tavolo, facendosi spazio fra le carte e gli oggetti che lo ricoprivano in un disordine senza speranza.
“Guarda qui. La stanza di un barbone. Come puoi vivere così...? I topi, gli scarafaggi... Ecco quello che ci ritroveremo dentro casa. Ma a te cosa ti importa? E poi cosa contano le parole di questa povera vecchia?”
Scrollò le spalle scuotendo mestamente il capo.
“Quando non ci sarò più... Allora forse capirete e magari la rimpiangerete, questa povera vecchia.”
“Mamma ti prego…”
“Del resto non manca molto. Lo sai come mi sento. La testa, la schiena, le gambe. Dite che non è niente. Ma che ve ne importa a voi, come mi sento io...”
“Basta, mamma...”
“E fatti la barba! Non ti posso guardare in quelle condizioni. Tuo padre morirebbe dalla vergogna se ti vedesse conciato in quel modo.”
David strinse i pugni nelle tasche.
“Mamma...! Mio padre ha sperperato una fortuna al gioco... E ti ha offeso con qualunque donna gli sia capitata a tiro. Se pure fosse vivo, penso che avrebbe qualche pudore a dire a me cosa posso o non posso fare.”
La spinse fuori della stanza, fingendo di non udire i suoi singhiozzi. Sommessi, ma non tanto che lui potesse non udirli.
Bevve il caffè, cercando di calmarsi.
Una vera jewish mamy. A cinquant’anni lo trattava come un bambino. E poi quei continui ricatti morali... Quei patetici rimbrotti...
Tornò a fissare l’intrico di apparecchiature elettroniche che invadeva la stanza e tornò a riflettere su ciò che aveva realizzato.
Chiunque altro nei suoi panni, chiunque altro avesse inventato in gran segreto la macchina del tempo, avrebbe cercato di trarne vantaggio per diventare ricco. Bastava, in fondo, tornare indietro di due giorni con la colonna vincente di un concorso milionario. Oppure tornare indietro di qualche anno e dare istruzioni appropriate al borsino della propria banca. Disponendo della macchina del tempo chiunque poteva diventare un mago della finanza.
David non ci pensava neppure.
Lui voleva solo un’altra occasione.
La vita a volte ci impone dei bivi. Destra o sinistra. Il risultato della scelta ci sarà chiaro solo a distanza di anni.
David aveva perso la sua occasione. Aveva perso la sua Sara.
Era giovane e non aveva saputo decidere con la propria testa. Aveva ceduto alle pressioni di sua madre. Non era la donna per lui continuava a ripetere. La famiglia, il carattere, l’indole. Non c’era nulla che andasse bene, non era la scarpa per il suo piede.
David aveva cercato di ribattere, di spiegare, di resistere.
Ma a volte le parole di una madre, i suoi silenzi, i suoi bronci sono più devastanti di una goccia cinese.
Lui aveva ceduto. Aveva scritto una lettera accorata alla sua bellissima Sara e l’aveva lasciata.
Un attimo dopo aver imbucato la lettera era già pentito, ma Sara non aveva voluto sentire ragioni. Non avrebbe sposato un uomo che si fa comandare a bacchetta da sua madre. E non credeva ad un amore incapace di resistere alle parole acide di una suocera gelosa. Di una jewish mamy isterica.
Quel giorno David aveva imboccato il bivio sbagliato. Oggi lo sapeva bene. E la sorte gli dava l’opportunità di riparare all’errore.
Sarebbe tornato indietro ed avrebbe sottratto dalla buca delle lettere di Sara la devastante missiva, prima che lei potesse leggerla.
Regolò con attenzione i comandi della macchina e quando tutto fu pronto tornò indietro nel tempo e compì la sua missione.
Al ritorno rimase per qualche momento in uno stato di torpida confusione.
Il rumore della porta a vetri alle sue spalle lo colse alla sprovvista.
Sara entrò nella stanza come una furia.
Era trasandata come sempre. Il trucco troppo pesante le era colato intorno agli occhi ma lei, come sempre, non se ne dava pena.
Sembrava furibonda.
“E’ un’ora che ti chiamo. Vuoi degnarti di muovere il culo e di venire a tavola? Sono stufa di essere trattata come una sguattera! Stufa di stare ai tuoi comodi!”
Ansimava per la rabbia. Era grassa e pesante e i lineamenti rugosi erano trasfigurati dall'ira.
“E poi guarda in che condizioni riduci la casa. Polvere... polvere e casino dappertutto.”
Dette una manata ad un fascio di fogli ammucchiati sul tavolo e li mandò a spargersi sul pavimento.
“Vivi come un barbone. Gli scarafaggi... i topi... Ecco quello che ci ritroveremo dentro casa. Ma tanto a te che te ne frega? Tu stai bene solo... E io solo ti avrei dovuto lasciare... Avrei dovuto dare retta a quella vipera di tua madre!”
David scosse il capo rassegnato e si alzò docilmente per seguirla a tavola.
La vita a volte ci impone dei bivi, pensava. Destra o sinistra. Il risultato della scelta ci sarà chiaro solo a distanza di anni.
Ma lui avrebbe avuto una nuova occasione.
Sarebbe tornato indietro e…

Mario Pacifici mario.pacifici@gmail.com


4 dicembre 2010

TORCERE IL MALE VERSO IL BENE

Mi sembra la cosa più giusta da mettere, dopo il ricordo di Jacques Stroumsa.

EVIN, CARCERE IRANIANO, non è famoso come Guantanamo. È molto peggio, però. Chi ci è passato racconta il puro orro­re. Come Marina Nemat: due anni, lì, dai 16 ai 18. Torture, stupri, e la minaccia costante della morte. Marina non è finita a Evin perché era una militante politica. Era solo una ragazzina cui piaceva studiare. Ma dopo la rivoluzio­ne khomeinista anche questo, che tu vo­lessi imparare il teorema di Euclide invece che sorbirti il catechismo delle Guardie della Rivoluzione, diventò un crimine. Due anni in cella, i piedi maciullati dalle vergate e tutto il resto. La sua storia, e quella di molti altri ragazzi come lei, Marina Nemat l'ha raccontata in Prigioniera di Teheran, bestseller tradotto in 25 lingue. Nel suo nuovo libro Dopo Tehe­ran (Cairo editore) Nemat, che oggi vive in Canada, parla della necessità di raccontare per guarire. Ci sono voluti anni per ricor­dare l'Inferno, passando attraverso il lim­bo della rimozione. «La sera in cui mi rilasciarono» racconta «i miei organizzarono una cena. C'erano due loro amici e Andre, il mio futuro ma­rito. Si è parlato solo del tempo e di altre stupidaggini. Nessuno mi ha chiesto nul­la. Nessuno ha voluto sapere che cosa mi fosse capitato. Più facile tacere e guardare altrove».
Perché? Per paura? Per vergogna? Per un malinteso senso dell'onore?
Molti anni dopo l'ho chiesto a mio padre. Io non ero pronta a dire, ma sarebbe sta­to importante sapere che qualcuno era pronto ad ascoltare. Lui mi ha risposto: sapevamo che avevi avuto esperienze ter­ribili, ma abbiamo taciuto perché parlar­ne ci avrebbe fatto solo male e non sareb­be servito.
Dopo Evin, la prigione del silenzio.
Quella non era più la mia casa. Era un posto sconosciuto dove le persone non si parlavano e fuggivano l'una dall'altra. Suc­cede sempre così: per le vittime dell'Olo­causto, del genocidio in Rwanda, per le donne stuprate del Congo. Nessuno vuole sapere. Si ha paura di doversi assumere delle responsabilità. Di doversi chiedere: dov'ero io quando stava capitando? Perché non ho fatto niente per prevenirlo?
Si poteva prevenire la rivoluzione di Khomeini?
Anche una rivoluzione ha bisogno di tem­po. Non capita tutto subito. Prima la chiu­sura di giornali e riviste. Poi Jane Austen fuori legge. La poesia. Gli abiti dai colori sgargianti. Il ballo. Il canto. Ogni forma d'arte, sublime ed estrema forma di liber­tà. Tutto quello che fa l'umanità, in poche parole, viene bandito. Se di volta in volta avessimo parlato, se ci fossimo opposti, non saremmo arrivati a quel punto. Quan­do ci siamo resi conto della gravità della situazione, ormai era troppo tardi. E ribel­larsi sarebbe stato uguale a morire.
Non soltanto la sua famiglia ha rimosso il
passato...
Tutto l'Iran si è comportato allo stesso modo. I giovani arrestati, torturati e uccisi sono stati migliaia. Evin sembrava un orri­do liceo, ed è ancora così. Ma il Paese ha voltato la faccia. E continua a non voler sa­pere. La memoria esiste, ma nessuno vuo­le accedervi. Oggi se vai in Iran ti sembra che le cose siano cambiate. Ci sono aiuole per le strade, la metropolitana funziona, il Paese è ricco ed efficiente. Anche la tor­tura è più efficiente. Ma è solo cosmesi. L'Iran è tale e quale. Che il presidente sia Ahmadinejad o Mousavi cambia poco. Il leader supremo resta l'ayatollah Khamenei. Questo è il problema.
Il ricordo è stato una dolorosissima con­
quista anche per lei.
Quando il nodo ha cominciato a sciogliersi ho sofferto di sintomi psicotici. Lancinan­ti flashback che mi facevano gridare. La terapia è stata la narrazione. E il perdono.
Chi ha dovuto perdonare?
La mia famiglia. E Ali, il mio primo mari­to: una guardia della Rivoluzione che ho sposato in carcere in cambio della vita... "Lo amavi o lo odiavi?" mi hanno chiesto in molti. Né una cosa né l'altra: lo capivo. Era un torturatore, il suo mestiere era uc­cidere. E mi ha stuprata legalmente a 17 anni. Ma a sua volta era stato torturato sotto il regime dello scià. Un ciclo infinito di odio in cui la vittima diventa carnefice. Perdonare Ali ha voluto dire interrompe­re la catena. Darmi il potere di tenermi fuori da questo destino di dolore. Quando vivi un terribile trauma, com'è capitato a me, non puoi cambiare quello che è stato. L'unica cosa che puoi fare è cercare di tra­sformare tutto questo male in qualcosa di buono. Torcere il male verso il bene.
(Marina Terragni, Io donna, 4.12.10)

Carcere, tortura, violenze di ogni sorta, infine condannata a morte, per un paio di articoletti scritti nel giornalino del liceo, salvata in extremis dal carceriere-innamorato-marito-stupratore, e ancora con la voglia e la forza di sorridere, di “trasformare tutto questo male in qualcosa di buono”. E davvero non si sa se stupirsi di più per l’abiezione di una parte della specie umana, o per l’incredibile coraggio, per la straordinaria forza, per l’incommensurabile grandezza di almeno una parte delle vittime. Come Jacques Stroumsa. O come Marina Nemat. Alla quale auguriamo di vivere a lungo almeno quanto Jacques, per potere, egoisticamente, godere di tutto il bene che una donna come lei sarà capace di tirare fuori da tutto il male subito.



barbara


3 dicembre 2010

UN RICORDO

Jacques Stroumsa, Il violinista di Auschwitz

Caro amico Jacques, caro amico lontano, figlio di quel popolo che viene da lontano, come i trovatori di altri tempi hai percorso le nostre città spostandoti da un luogo all’altro, invitato d’onore, testimone e depositario di tristi verità.
“Che vengano a dirmi che non è vero. Scelgano anche il luogo, a Parigi, a Londra o in qualsiasi altro posto, a me va bene. Che scelgano anche la data e l’ora ed io verrò. Ma non per dieci minuti, che mi si lasci parlare per almeno due ore. E che mi dicano che non è vero, che me lo dicano in faccia. Ma non osano”.
Coraggioso e sventurato trovatore dei tempi moderni non avevi da offrire versi d’amore per i cuori ardenti di passioni né tanto meno rime epiche per esaltare l’orgoglio di nobili condottieri in cerca di avventure. La nobiltà di duelli leali non rimava più con l’umanità.
La tua canzone e il violino, tuo fedele compagno, privati del soffio vitale della creatività, attingevano la propria ispirazione nel fondo delle tue viscere sigillate con la forza della violenza, visibile e leggibile sulla carne del tuo braccio rattrappito sui cui appariva il marchio dell’umiliazione e della vergogna. Un giorno, non così tanto remoto, privato del nome, ti avevano dichiarato un numero, il 124097. “Il numero lo dovevamo sapere in polacco, perché i Kapo parlavano polacco”.
E’ la storia di questo numero che ci hai dovuto svelare e rendere intellegibile. Latore di questo sciagurato sigillo ti sei presentato nei nostri auditorium, nelle aule magne delle nostre scuole, per raccontare un piccolo doloroso tassello di questa spaventosa storia di cui tu Jacques, figlio di questo popolo antico, dovevi figurare tra i protagonisti, quelle false comparse di un dramma dove, dietro le quinte, in sordina, dovevate, tu e il tuo popolo, a tutti i costi perire. Parlando di te, hai parlato per gli altri, per quelli che non potevano e per quelli ancora, come la tua amata sposa Laura, che non ci riuscivano, preferendo il silenzio.
Hai voluto e dovuto parlare, risucchiato per sempre, fino alla fine in un vortice infernale e implacabile. Sfortunatamente facevi parte di quel gruppo e sventurata generazione ma, per prima cosa, dettaglio non da poco, il tuo torto fu di essere un figlio di quel popolo odioso e maledetto a cui non era mai stato concesso il diritto di scegliere.
Ciò nonostante, e nei labili margini di manovra di cui hai potuto disporre, hai sempre scelto la vita. Amante della vita sei sempre stato sensibile alle sofferenze degli altri e non hai mai preteso di aver sofferto più di altri. “Appena finita la guerra l’umanità era ferita. Nessuno voleva ascoltarci. Ci chiedevano di tacere. Vi diamo tutto quello che volete, ma, per favore, state zitti”. Il destino, in quest’ultima tappa della tua vita ti ha voluto lasciare il tempo necessario per riprendere le fila della tua storia e concederti la possibilità di svelarci ciò che avevi creduto, saggiamente, per un certo periodo, di tacere.
“Nessuno può conoscere in anticipo il proprio destino, e io Jacques Stroumsa, nato nel 1913, a Salonicco, non avrei mai potuto immaginare che nel mio secolo e dal mio paese natale la Grecia, culla della civiltà europea, il mio destino m’avrebbe portato a conoscere la deportazione, l’umiliazione nei campi di concentramento.
Nessuno mi avrebbe potuto predire che sarei stato internato nel famigerato lager di Auschwitz, diventando il numero 124097.” La spietata legge della soluzione finale però non prevedeva eccezioni e tutti gli ebrei caduti nelle grinfie dei nazisti dovevano essere eliminati. Perfino a Rodi e nelle isole circostanti del Dodecaneso i nazisti allestirono delle navi per deportare ed uccidere le piccole comunità ebraiche locali.
Tribuno di questa orribile Memoria, la tua vita si è intrecciata lungo un sottilissimo filo che ti ha scaraventato, nei migliori anni della tua vita, nel mezzo di una delle peggiori catastrofi che l’essere umano abbia mai conosciuto: la deportazione, l’umiliazione, l’abbandono, la frustrazione e la schiavitù. Voi sopravvissuti ne siete usciti esangui e disorientati.
Figli sventurati avevate perso la bussola e quei riferimenti minimi che, sin dall’infanzia ci fanno temere e allo stesso tempo amare la vita, con le sue gioie e preoccupazioni quotidiane ma che, nonostante tutto, ci spinge ad accettare il gioco, a credere nelle nostre forze, anche fragili, confortati dal calore umano che emana dai nostri compagni di viaggio.
L’uomo, infatti, non è un’isola. All’uscita dei campi, soli ed abbandonati, non sapevate più se eravate ancora degli uomini. Ce l’avevate fatta, ma a che prezzo? A te Jacques, come agli altri sventurati, questo passato vi ha perseguitato e ossessionato gettando un’ombra e compromettendo, a posteriori, la vostra esistenza come uomini liberi.
Poco importa infatti, se l’esistenza da uomo libero sia stata, fortunatamente molto più lunga. L’uomo non è una semplice somma di anni vissuti. L’esperienza concentrazionaria ha annientato e roso come un tarlo i migliori dei vostri. Poco prima di porre fine ai suoi giorni, Primo Levi si chiedeva, con tormento e vergogna, se, sopravvivendo, non avesse usurpato il posto di qualcun altro più meritevole di lui.
“Hai vergogna perché sei vivo al posto di un altro? Ed in specie, di un uomo più generoso, più sensibile, più savio, più degno di vivere di te? Non lo puoi escludere…. Sopravvivevano i peggiori, e cioè i più adatti; i migliori sono morti tutti”. Un tarlo doloroso e fatale di cui gli assassini, i nazisti, erano perfettamente consci, così abili a usurare gli uomini, ricattandoli e mettendo a nudo la profonda fragilità dell’essere umano.
“Rimpiango di non averlo conosciuto. Di passaggio a Torino, dopo la sua scomparsa, mi sono recato sulla sua tomba per una piccola preghiera. Il cimitero era chiuso, a causa di una festività ebraica. Il custode non voleva assolutamente farmi entrare.
Per convincerlo gli ho allora mostrato il mio braccio su cui era inciso il mio numero. Impietositosi mi ha fatto entrare e così ho potuto chinarmi sulla sua tomba e fare una piccola preghiera. Nessuno di noi deve sentirsi in colpa per essere sopravvissuto. Non siamo noi i responsabili. Perché mai dovremmo sentirci in colpa?
Qualcuno di noi doveva sopravvivere per poter raccontare. Ce lo dicevamo, era un patto. Chi sarebbe sopravvissuto avrebbe poi dovuto testimoniare” Sopravvivere non è stata una vittoria, ma una sconfitta. La pesante eredità di Auschwitz l’avete dovuta portare fino alla fine. I nazisti il loro obiettivo l’hanno raggiunto, le loro prede non sono riuscite a fuggire. Siete tutti caduti nella loro trappola mortale, come topi.
Sei milioni dei vostri assassinati in così poco tempo. A chi importava la vostra morte? Per l’umanità si trattava di una misera manciata di ebrei e per un po’ l’umanità si è sentita sollevata.
Risorti dalla catastrofe la loro presenza è però diventata di nuovo ingombrante, e il cuore antisemita ha ripreso a vociferare, ritrovando le sue piazze. I carnefici di ieri sono invece tranquilli e fiduciosi del loro avvenire.
A parte qualche rimprovero qua e la sulla loro colpa e responsabilità collettiva, hanno ripreso velocemente il loro posto in seno alle nazioni, sfuggendo dal banco degli imputati.
Loro, non hanno commesso alcun peccato originale. Nessuno osa contestare il loro diritto ad esistere. Nessuno osa metterli pubblicamente alla gogna. Nessuno osa boicottare i loro prodotti o i loro atleti. Nessuno pianifica attentati o rapimenti per proporre obbrobriosi e mostruosi ricatti. Nessuno invoca la distruzione e l’annientamento della loro nazione.
Da parte tua Jacques mai però una parola di odio o di rancore nei confronti dei figli dei carnefici. Trovatore della Memoria non venivi alla ricerca di vendette postume. “Sono i nazisti colpevoli, non i tedeschi”, hai tenuto spesso a sottolineare, nel corso delle tue conferenze. Senza rancore hai visitato a più riprese il paese e le città dei tuoi carnefici, recandoti sempre in veste di sopravvissuto e testimone.
Non hai rifiutato alcun invito. Hai avuto la forza morale di affrontarli e ricordare loro senza ambiguità e false cautele, nella loro lingua, il tedesco, ciò che sapevano già, i crimini dei loro padri. Nonostante l’età avanzata e la tua piccola statura non ti sei fatto intimorire dagli sguardi loschi di piccoli simpatizzanti neonazisti.
Erano loro a dover aver paura di te. Sapevi, perché purtroppo l’avevi sperimentato sulla tua pelle, che i nazisti erano e sono dei vigliacchi. Di fronte ad un professore impaurito e un po’ ignavo che voleva metterti in guardia sulla presenza minacciosa di qualche suo alunno, il tuo braccio non tremava e spettava ancora a te insegnargli la forza della determinazione e del coraggio.
“Sbatteteli fuori. Che cosa aspetta? E’ lei l’insegnante. Se si permettono d’infastidirmi li prendo e li butto giù dalla finestra. Quando sono stato deportato nessuno mi ha chiesto se ero d’accordo. Io faccio quello che voglio. Quale tribunale tedesco oserebbe condannarmi?”
Sì Jacques, ci mancherai. Ci mancherà la tua presenza capace di mettere a nudo la nostra codardia ed ignavia. Sei venuto e tornato, anno dopo anno, per presentare il tuo libro “Violinista ad Auschwitz”, edito in numerose lingue, disponibile ad incontrare e a parlare davanti a qualsiasi pubblico: ragazzini delle medie, liceali, adulti e storici rinomati. In alcuni casi i tuoi viaggi sono stati delle vere e proprie tournées. Tenori e musicisti hanno avuto il piacere di accompagnare le tue esibizioni al violino.
“Sono stato fortunato. Ad Auschwitz si poteva morire da un momento all’altro. La morte era sempre in agguato. Se sono ancora vivo, qui con voi, è perché ho avuto molta fortuna: ero ingegnere, sapevo molte lingue e sapevo tocar il violino. Questa fortuna implica però un dovere, il dovere di testimoniare e di raccontare quello che ho vissuto. La mia vita ha un senso solo se utilizzata per continuare a testimoniare, in ricordo dei miei compagni scomparsi, assassinati, affinché essi non siano morti invano.”
Quando parlavi la tua voce vibrava forte e profonda, quasi arcana, come se provenisse da un tempo lontano e infinito, e il pubblico ti ascoltava in silenzio. E tu, nonostante l’aspetto un po’ buffo, dall’età indefinita, non sembravi per nulla affaticato e davi l’impressione che avresti continuato a lungo. Man mano che andavi avanti col racconto il tuo corpo si rinvigoriva, la tua mente lucida riscopriva ricordi e dettagli reconditi che a loro volta ne richiamavano tanti altri.
“Potremmo continuare a parlare tutta la notte e i giorni successivi senza mai riuscire ad esaurire il discorso”.
Con queste parole eri solito concludere le tue conferenze per poi accingerti ad eseguire un breve brano musicale con il tuo violino. Figlio del Mediterraneo, uomini cresciuti all’insegna dell’odio e nel culto della morte avrebbero voluto che “crepassi” nelle paludi dell’Europa orientale ridotto ad un pugno di cenere. Tu Jacques Stroumsa non ti rassegnasti e, aiutato dalla fortuna riuscisti a resistere ed aspettare con pazienza il momento della liberazione. Anni dopo il Mediterraneo ti richiamò offrendoti un’altra sponda, laggiù, nell’antica terra dei tuoi progenitori, per ricostruire quella famiglia che l’Europa ti aveva vigliaccamente sottratto e per contribuire alla rinascita della tua nazione, progettando e realizzando, tra le altre cose, l’impianto d’illuminazione della vostra capitale, Gerusalemme.
Fino all’ultimo hai continuato a testimoniare, debitore della lunga vita che il destino ti aveva voluto concedere: “Per parlare della Shoah potremmo continuare all’infinito senza riuscire mai a mettere la parola fine.” Ci riusciremo noi, un giorno? La Shoah per un verso e per l’altro continua a far parlare di sé. Tra negazionismo e perverse strumentalizzazioni, le tristi sequele continuano ad avvelenare il tormentato rapporto che il mondo intrattiene e vuole intrattenere con il popolo ebraico e d’Israele.
Nonostante la Shoah l’antisemitismo non è scomparso e l’odio e sentimento antiebraico sono sempre in agguato.
Nonostante la Shoah il popolo ebraico non è al riparo da una nuova e reiterata voglia di annientamento.
Domenica 14 novembre 2010 si è conclusa una piccola e grande pagina della storia. Alle ore 10:30, all’età di 97 anni, si è spento a Gerusalemme il dr. Jacques Stroumsa.

Lanfranco Di Genio (pubblicato in Informazione Corretta)

E mi viene da dire: meno male che se n’è andato in tempo, risparmiandosi di vedere ciò che stiamo vedendo in questi giorni nella sua e nostra amata terra. Ciao Jacques, riposa in pace: lo hai meritato.

      

barbara


3 dicembre 2010

CENTO ANNI DI LAVORO DISTRUTTI IN MEZZA GIORNATA















Qui un video. Qui altre foto. Qui informazioni. Qui aggiornamenti costanti.
Un pensiero solidale allo stato di Israele.

barbara

NOTA: il Corriere della Sera ha dedicato a questa tragedia un trafiletto di 63 parole, un dodicesimo di pagina fra titolo, sottotitolo, articolo e foto.

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io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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