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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 novembre 2010

30 NOVEMBRE 1939

L'annuncio della prima deportazione arrivò a Ko­nin, senza preavviso, giovedì 30 novembre. Gli Hahn sentirono un secco rumore di passi affrettati giù per la scala del loro seminterrato in Tepper Mark, ora ribat­tezzato Horst Wessel Platz: gli uomini della Gestapo sfondarono la porta e ordinarono a tutti di uscire. «Non avevamo nessun oggetto di valore da portare via - racconta Izzy - e nemmeno valigie per i vestiti: allora non si andava mica in vacanza come si fa adesso. Mia madre si mise un indumento sopra l'altro, mio padre indossò vari strati di giacche e anche noi ragazzi c'in­filammo quanta più roba possibile. Si dovette far tutto in un tempo brevissimo. Eravamo terrorizzati. Quelli della Gestapo erano molto alti, il nostro soffitto piut­tosto basso: t'immagini cosa potevano sembrare a noi bambini? Dei giganti. La mia sorellina cominciò a piangere, poi anche mamma. Non avevamo la minima idea di quello che ci sarebbe capitato o dove ci avreb­bero portati.»
I 1080 ebrei selezionati per la deportazione furono condotti nei centri di raccolta, tenuti lì fino a mezza­notte e poi trasportati con autocarri alla stazione. «Durante il tragitto gettammo un ultimo sguardo ai luoghi dov'eravamo vissuti.» Per i deportati era difficile capire che cosa stesse accadendo: fino al giorno prima avevano abitato nella propria casa, dormito nel proprio letto, mangiato al proprio tavolo. Ora si ritrovavano con quaranta o cinquanta altri prigionieri, stipati dentro un vagone merci o su un carro bestiame, rannicchiati o di­stesi sulle nude assi, stringendosi l'uno all'altro per combattere il gelo di dicembre. Erano affamati, oppressi dalla sete, costretti a respirare il fetore di secchi stracolmi, usati come latrina; i bambini piangevano, gli anziani si lamentavano, qualcuno sveniva. E tutto questo senza sapere a cosa andavano incontro.
Spesso il convoglio veniva deviato su binari morti per far passare i trasporti militari. A volte rimaneva fermo per ore e ore, e l'agonia era ancora più interminabile di quando si viaggiava. Il treno seguiva certi itinerari viziosi che lo riportavano spesso negli stessi luoghi, ma si dirigeva comunque verso est. La seconda mattina le guardie aprirono le porte e concessero ai passeggeri cinque minuti d'aria accanto ai vagoni. Felig Bulka, il medico di Konin, era fra i deportati e correva da un vagone all'altro per prodigare il suo aiuto. Il 3 dicembre il treno fece il suo ingresso nella stazione di Ostrowiec Swietokrzyski, città industriale nella Provincia di Kielce: c’erano voluti più di due giorni per percorrere i duecentosessanta chilometri che la separano da Konin. Ad accogliere inuovi arrivati, che uscivano barcollanti dal treno, c’era un comitato: distribuì pane e tè, e per tutti trovò una sistemazione in casa di ebrei.
La prima deportazione allontanò da Konin circa la metà degli ebrei che vi abitavano all'arrivo dei tedeschi. Nel luglio del 1940 venne deportata la restante metà, inizialmente verso Zagórów, Grodziec e altri villaggi della campagna a sud di Konin. Gli ebrei trovavano riparo dove potevano: nei granai, nelle stalle o in stan­ze prese in affitto dai contadini.
Sebbene tutta la popolazione polacca abbia patito pro­fondamente in questo periodo, il 1941 fu «rok zydowski», l'"anno degli ebrei", come lo definì Antoni Studzinski.
Convogli sempre più frequenti viaggiavano verso est, con il loro carico di deportati diretti ai Ghetti di Ostrowiec e di Józefów-Bilgorajski (nei territori del Governatorato generale della Polonia centrale), o raggiungevano di­rettamente Treblinka e gli altri campi della morte. Ma
a migliaia di famiglie ebree della regione di Konin fu­rono risparmiati questi terribili viaggi: vennero sempli­cemente massacrate nella foresta di Kazimierz Biskupi, a non più di quindici chilometri dalla Piazza Grande della città.
Verso la metà del 1942 i burocrati tedeschi potevano già esibire con orgoglio le loro statistiche con un sod­disfacente zero in corrispondenza di una delle voci: a Konin non c'era più un solo ebreo. (Konin, pp.138-140)

Adesso non è più consentito deportare ebrei dall’Europa; è per questo che sono costretti ad ammazzarli sul posto, dove li trovano: in sinagoghe, sedi di comunità, centri di studio, eccetera. Da Israele invece riescono ancora a deportarli: penetrano all’interno dello stato, qualcuno lo ammazzano subito, qualcuno se lo portano via. E, oggi come allora, la Croce Rossa non muove un dito per tentare di visitarli e le famiglie, dopo anni, ancora non hanno modo di sapere se siano vivi o morti.

barbara


29 novembre 2010

QUANDO IL SAND CREEK SI TINSE DI ROSSO

IL MASSACRO DI SAND CREEK



Nel 1864 tra la popolazione della frontiera americana si creò un clima di paura e di tensione, la causa era la sommossa iniziata dai Sioux nel 1862 in Minnesota. Nella primavera di quello stesso anno nel Colorado alcune bande di Sioux, di Cheyenne e di Arapaho effettuarono delle rapine e dei saccheggi, dando molto filo da torcere ai bianchi, facendo iniziare così le prime scaramucce tra la Cavalleria dei Volontari del Colorado e i cacciatori Cheyenne.
In autunno i capi Cheyenne risposero favorevolmente ai “sondaggi di pace” del governatore John Evans, mettendosi sotto la protezione del maggiore Wynkoop (Uomo Bianco Alto) a Fort Lyon.


Uomo Bianco Alto aveva rapporti amichevoli con i Cheyenne, procurando la disapprovazione di alcuni ufficiali militari del Colorado. Così dopo essere stato accusato e rimproverato di far ”comandare gli indiani”, fu sostituito dal maggiore Scott J. Anthony, un ufficiale dei Volontari del Colorado.
Il governatore Evans affidò a John Chivington la “campagna di pacificazione”.



Chivington era un protestante metodista, alto quasi 2 metri e molto robusto, un tipo spaccone e arrogante, ogni qualvolta che incontrava un bianco, lo esortava a uccidere tutti gli indiani sia piccoli che grandi, era poi un personaggio molto conosciuto nella frontiera, famoso tra i cercatori d’oro e gli allevatori.
Il governo, impegnato nella Guerra di Secessione, non aveva modo di occuparsi della frontiera, ed erano quindi gli uomini del calibro di Chivington a rappresentare la legge e il governo nei sperduti territori del lontano West.
Le autorità locali per tutelare pionieri, cercatori d’oro, coloni, agricoltori, dalle scorrerie degli indiani che stavano diventando “sempre più fastidiosi”, non sentendosi sicuri con l’esercito, fecero ricorso ai reparti dei volontari, vigilantes reclutati sul posto, milizie improvvisate, avventurieri, disertori fuggiti dal fronte della guerra che stava imperversando.
Nel frattempo Chivington rifiutò indignato il brevetto di ufficiale cappellano che il governo gli offrì, così chiese ed ottenne un grado di combattente di capitano, che in poco tempo trasformò in colonnello, diventando il comandante dell’intero reggimento.
Fu per il suo odio sviscerato che provava contro gli uomini dalla pelle rossa che Chivington si fece la nomina di “cacciatore di indiani”.
Così quando gli attacchi e le scorrerie di alcuni indiani ostili divennero più frequenti contro pionieri e carovane che percorrevano il sentiero delle Smoky Hills, fu al colonnello Chivington con il suo 3° reggimento di Volontari che il governatore Evans si rivolse.
Evans emanò un decreto promettendo terre e denaro a chiunque uccideva un indiano.
Questo era un invito che Chivington ed i suoi non si fecero certo ripetere.
Nel forte c’era una piccola guarnigione di soldati, tra cui alcuni ufficiali regolari. Questi fecero notare a Chivington che non tutti gli indiani erano nemici, in particolar modo la tribù Cheyenne di Motavato (Pentola Nera) che si trovava accampata a circa 60 km. dal forte.



Pentola Nera era un capo pacifico e credeva molto nella parola dell’uomo bianco, aveva anche firmato la pace pochi mesi prima con l’esercito, consentendo così il transito dei carri che passavano attraverso il suo territorio. Ma questo a Chivington non interessava più di tanto, ed iniziò ad infuriarsi e ad accusare ufficiali e soldati che non erano d’accordo con lui dicendo che erano dei codardi e dei traditori. In particolar modo inveì contro il capitano Silas Soule, il tenente Joseph Cramer e il tenente James Condor. Agitando il pugno vicino alla faccia del tenente Cramer disse: odio tutti coloro che simpatizzano per gli indiani, bisogna sterminarli tutti, è il dovere di ogni patriota americano. Tutto questo tra gli applausi dei suoi volontari.
Per non ritrovarsi davanti ad una corte marziale i tre ufficiali dovettero partecipare loro malgrado alla spedizione. Essi comunque ordinarono ai loro uomini di sparare solo per difendersi.
Era la sera del 28 novembre 1864 quando l’ex predicatore metodista con più di 700 uomini al suo seguito uscì da Fort Lyon per andare a “caccia di indiani”. Chivington dando la carica ai suoi uomini disse: “uccidete qualsiasi indiano che incontrate sulla vostra strada”.
Il villaggio di Caldaia Nera si trovava in un ansa del Sand Creek, il suo tipì era situato quasi al centro, ad ovest c’erano Antilope Bianca e Copricapo di Guerra con la loro gente. Sull’altro versante, quello orientale c’era il campo arapaho di Mano Sinistra. Complessivamente vi si trovavano quasi 600 persone, la maggior parte di loro erano donne, bambini ed anziani.
Quasi tutti i guerrieri si trovavano lontani, a caccia di bisonti, come gli era stato suggerito dal maggiore Anthony.
Alle prime luci dell’alba la colonna raggiunse il villaggio, nell’accampamento nessuno si immaginava che cosa stesse per accadere, d’improvviso i Cheyenne si svegliarono con il rumore dei cavalli al galoppo. Si scorsero i primi soldati e tra la gente si diffuse subito il panico.



Donna Sacra, moglie di Pentola Nera fu una delle prime persone ad avvistare i soldati, iniziò così ad urlare fortemente per dare l’allarme al villaggio. Pentola Nera si trovava nel suo tipì, sentendo la moglie urlare uscì all’aperto e vide i soldati che avanzavano, fermamente convinto delle rassicurazioni avute dal magg. Anthony, cercò di calmare la sua gente e innalzò la bandiera americana, lo stesso vessillo che gli era stato offerto in segno di amicizia dai soldati al momento della firma.
Caldaia Nera attendeva protezione, ma le prime bordate scoppiarono. Quando gli fu chiaro che i soldati erano venuti per uccidere, si scagliò contro di loro a mani nude, ma alcuni suoi guerrieri riuscirono a metterlo fortunatamente in salvo.
Un vecchio settantenne, Antilope Bianca, anche lui disarmato, invece di fuggire disse ai pochi guerrieri rimasti che tutto ciò era colpa loro, di loro vecchi che si erano fidati della parola dell’uomo bianco. Andò incontro al comandante dei soldati (testimonianza di Beckwourth, la guida che si trovava al fianco di Chivington), tenendo bene le mani alzate e dicendo chiaramente in lingua americana: fermatevi, fermatevi... egli si fermò e incrociò le braccia. Una pallottola lo prese in faccia, prima di spirare intonò il suo canto di morte: niente vive per sempre sola la terra e i monti sono eterni...
Nel frattempo anche Mano Sinistra e gli Arapaho cercarono di raggiungere la bandiera di Pentola Nera, fermandosi davanti ai soldati con le braccia incrociate disse che non voleva combattere contro i suoi amici bianchi.
Morì fucilato anche lui sotto i colpi dei volontari.
Ci furono molte scene raccapriccianti in tutto il campo, la maggior parte degli uomini di Chivington erano completamente ubriachi e si lasciarono andare in una frenesia omicida, massacrando barbaramente tutti gli indiani che capitavano a tiro.
Non risparmiarono nessuno, si accanirono anche sui cadaveri mutilandoli e scotennandoli...
Ci furono diverse testimonianze, sia da parte dei bianchi che da parte degli indiani.
Coperta Grigia (John Smith l’interprete di Fort Lyon) riferì che dei soldati catturarono tre bambini e li condussero davanti a un gruppo di ufficiali. Il più grande aveva 8 anni, gli altri due avevano 4 e 5 anni, il tenente Harry Richmond disse: abbiamo l’ordine di ucciderli tutti, ne uccise uno sparandogli un colpo di pistola alla testa. Uccise anche gli altri due nonostante i pianti e le suppliche.
Robert Bent, figlio maggiore di William Bent (che prese in moglie una donna Cheyenne),



si trovò suo malgrado insieme a Chivington, vide cinque donne nascoste dietro un cumulo di sabbia, i soldati avanzarono verso di loro, uscirono fuori tirandosi su i vestiti per far capire che erano donne, chiesero pietà, i soldati le fucilarono.
Altre 30-40 donne si misero al riparo di un anfratto, mandarono fuori una bambina di 6 anni con una bandiera bianca attaccata a un bastoncino, fece pochi passi e un colpo di fucile la uccise. Poi uccisero anche tutte le donne che si erano nascoste nell’anfratto, senza opporre nessuna resistenza.
Tutti i morti che vide Robert Bent erano stati scotennati. Vide anche un certo numero di neonati uccisi con le loro mamme...
Il vecchio Tre Dita (uno dei sopravvissuti) raccontò che sua madre si mise sulle spalle il figlio più piccolo e correva verso il torrente tenendo per mano lo stesso Tre Dita, i soldati continuarono a sparare ugualmente, un proiettile la colpì alla spalla, nonostante fosse ferita riuscì a mettersi in salvo. Quando prese il bambino piccolo che portava sulle spalle si accorse che era morto, colpito da un proiettile. Anche suo marito venne ucciso quel giorno. In seguito lei andò a vivere con i Cheyenne del Nord e rimase con loro molti anni. Il vecchio Tre Dita non dimenticò mai quello che successe a lui ed a sua madre quel giorno al Torrente della Sabbia...
Un'altra donna, la moglie di Orso Nero portava una cicatrice nel posto in cui era stata colpita, per questo motivo la chiamavano Un Occhio Andato Insieme. Raccontò cose atroci sui soldati che uccidevano i bambini, portavano via le donne trattandole male. Ne uccisero la maggior parte, ma qualcuna riuscì a salvarsi e raccontò quello che successe.
Queste ed altre atrocità ancora furono commesse quella volta sul Torrente della Sabbia.
Nessun Cheyenne che riuscì a salvarsi dimenticò quello che vide laggiù quel giorno.
Era la Luna Cheyenne di Quando i Cervi Sono in Fregola...
La descrizione di Robert Bent su quello che fecero Chivington ed i suoi volontari venne confermato dal tenente James Connor. Il giorno dopo quando tornarono sul campo di battaglia (se battaglia si vuole chiamare) non vi era un solo corpo di uomo, donna o bambino a cui non fosse stato tolto lo scalpo, ed in molti casi i cadaveri erano mutilati in modo orrendo.
Un reggimento ben addestrato e disciplinato avrebbe potuto annientare sicuramente tutti gli indiani che quel giorno si trovavano sul Sand Creek. Fu grazie alla mancanza di disciplina, alle abbondanti bevute di whisky, ed alla scarsa precisione di tiro da parte dei volontari che quel giorno molti indiani riuscirono a mettersi in salvo.
Quando tutto fu finito sul campo vi erano 105 morti tra donne e bambini e 28 uomini.



Nel suo rapporto ufficiale Chivington disse di aver ucciso 400-500 guerrieri.
Tra le sue file vi furono 9 morti e 38 feriti, questo non per la reazione da parte indiana, ma a causa del tiro disordinato dei suoi volontari.
Rimasero uccisi i capi Antilope Bianca, Occhio Solo e Copricapo di Guerra. Mano Sinistra fu ferito da una pallottola ma riuscì a scamparla. Pentola Nera riuscì a salvarsi trovando un rifugio in un burrone, sua moglie Donna Sacra nonostante avesse 7 pallottole addosso riuscì a sopravvivere. Tra i cadaveri che i becchini bianchi andarono a seppellire nelle fosse comuni scavate accanto al Torrente della Sabbia (1 dollaro per ogni cadavere) c’era anche il corpo di Donna Gialla, la donna Cheyenne che il giovane Cavallo Pazzo salvò nel massacro di Blue Water Creek.
Dopo pochi giorni a Denver in ogni locale della città cui c’era uno spettacolo, c’era una presentazione al pubblico di uno degli “eroi”, uno dei reduci del Sand Creek, accompagnato da alcuni trofei di guerra, una lancia, una freccia, uno scalpo ancora completo di trecce da esibire, tra gli applausi ed i toni ironici dei signori e delle signore. Nei locali più malfamati erano riservati i trofei più raccapriccianti, i genitali maschili e femminili amputati ai cadaveri dei Cheyenne uccisi.
Per molti giorni dopo l’eccidio, le prostitute della città avevano promesso amore gratis a chi le avrebbe ricompensate con le capigliature sanguinanti dei selvaggi ed a tutti i reduci del Sand Creek che si fossero presentati nei bordelli esibendo lo scalpo con il pube tagliato via a una donna Cheyenne.
Ci volle diverso tempo, per far tornare Denver alla “normalità”.

Nel frattempo a Washington iniziarono a nascere dei forti dubbi sull’“impresa militare” compiuta da Chivington, e quando alcune testimonianze del massacro giunsero ad alcuni giornalisti dell’est, fu nominata una corte marziale per giudicare il “Colonnello”.


Il testimone Edmond Guerrier

Per sfuggire alla giustizia militare Chivington rassegnò le dimissioni dall’incarico paramilitare.
Il governo allora nominò una commissione d’inchiesta civile presieduta da Kit Carson.
Ascoltarono i testimoni oculari, gli ufficiali di Fort Lyon che visitarono il villaggio dopo la strage, e i medici militari che esaminarono i cadaveri e soccorsero i feriti ancora vivi.
Tutti i rapporti militari sostennero chiaramente che non erano ferite da combattimento quelle trovate sui cadaveri, bensì colpi dati a vecchi inermi, a donne e bambini in fuga o riversi a terra già agonizzanti.
Per la commissione non ci furono dubbi.
Nel suo rapporto finale Carson scrisse che quello che successe a Sand Creek fu una strage premeditata, un massacro compiuto da vigliacchi.
Nessuna punizione fu inflitta a Chivington ed i suoi eroi.
Lui e il suo 3° reggimento di volontari si trasformarono in una vergogna nazionale.
Il colonnello se ne tornò nel suo nativo Ohio tentando la fortuna con la carriera politica, si fece eleggere assessore all’ordine pubblico.
In quanto a Pentola Nera, che teneva tanto alle relazioni amichevoli e che rispose favorevolmente ai sondaggi di pace, dopo aver visto quello che successe quel giorno al Sand Creek si rese conto che dell’uomo bianco non ci si poteva più fidare. Non gli fu concesso nessun risarcimento da parte del governo e fu ripudiato dai suoi guerrieri.
Pentola Nera insieme a sua moglie Donna Sacra, moriranno 4 anni più tardi nella battaglia sul fiume Washita.
Sotto la presidenza Clinton il Congresso degli Stati Uniti si è pronunciato nuovamente sull’eccidio del Sand Creek e sono state presentate le scuse ufficiali alla nazione indiana. Lo ha preteso Ben “Cavallo della Notte” Campbell, senatore indiano del Colorado. Tutto il Congresso si è schierato con lui. Erano presenti anche Colo, il delegato agli Indian Affairs ed il senatore Daniel Inonye nell’ufficio di Bill Clinton quando lo stesso presidente firmava il decreto legge che assegnava un fondo monetario per organizzare un gruppo di studio per trovare la zona precisa dove avvenne il massacro.

    

Oltre a diventare parco nazionale


fu previsto anche la costruzione di un monumento alla memoria.



Per la ricerca furono incaricati indiani Cheyennes ed Arapaho. Il luogo si trova a circa 40 miglia a nord di Lamar. (fonte)


                 abababababababab


Here are some of the names of those reputed to have been killed at Sand Creek, according to various sources:

Vo-ke-cha/White Hat
Na-ko-ne-tum/Bear Skin or Robe
Na-ko-yu-sus/Wounded Bear
O-ko-che-voh-i-tan/Crow Necklace
No-ko-a-mine/Bear Feathers
Ne-sko-mo-ne/Two Lances
O-ne-mok-tan/Black Wolf
Vo-ki-ve-cum-se-mos-ta/White Antelope
E-se-ma-ki/One Eye
Ne-so-min-ni/Tall Bear
Co-kah-you-son-ne/Feather Head
On-ne-ma(hito)/Tall or Big Wolf
O-ka-cha-his-ta/Heap of Crows - killed were both a father and son of the same name, and the sons wife and children.
O-ko-che-vo-voi-se/Spotted Crow
Ma-pa-vin-iste/Standing Water
Make-ti-he/Big Head
Mah-she-ne-(ve)/Red Arm
No-ko-ist/Sitting Bear
Vou-ti-pat/Kiowa
Mak-o-wah/Big Shell
O-ne-ah-tah/Wolf Mule
Ve-hoe/White Man
Oh-to-mai-ha/Tall Bull
Mok-tow/Black Horse
Oh-co-mo-on-est/Yellow Wolf
No-veh-yah/Loser in the Race
Co-pe-pah/Coffee
Ta-ik-ha-seh/Cut Nose
Veh-yah-nak-hoh/Hog
No-ko-nis-seh/Lame Bear
Oh-tam-i-mi-neh/Dog Coming Up
Why-mih-est/Foot Tracks
One-vah-kies/Bob-Tail Wolf
Mo-ke-kah/Blue Crane
Ah-kah/Skunk
Ni-het/Mound Of Rocks
Vos-ti-o-kist/White Calf
Oh-e-vil/ (Morning Star or Dull Knife, listed as Black Kettles brother)
Min-ne-no-ah/Whirlwind or Standing Bear
Mi-hah-min-est/Spirit Walking
Wost-sa-sa-mi/White Crane
Wi-can-noh/Forked Stick
O-hit-tan/Crow
Mah-hite/(Iron ?)
Mah-ki-mish-yov/Big Child
Man-i-tan/Red Paint
To-ha-voh-yest/White Faced Bull
No-ko-ny-u-/Kills Bear
No-ko-nih-tyes/Big Louse
O-ha-ni-no/Man On Hill
Mah-voh-ca-mist/White Beaver
Mah-in-ne-est/Turtle Following His Wife
Mak-iv-veya-tah/Wooden Leg
O-ma-ish-po/Big Smoke
Ne-o-mi-ve-yuh/Sand Hill
Mo-ha-yah/Elk AKA Cohoe
Van-nit-tah/Spanish Woman
O-tat-ta-wah/Blue Horse
Kingfisher
Cut Lip Bear
Smoke or Big Smoke
One Eye
Big Man
Cheyenne Chief Left Hand
Kah-makt/ Stick or Wood
Oh-no-mis-ta/Wolf That Hears
Co-se-to/Painted or Pointed Tomahawk
Ta-na-ha-ta/One Leg
O-tah-nis-to(te)/Bull That Hears
O-tah-nis-ta-to-ve/Seven Bulls
Mis-ti-mah/Big Owl
No-ko-i-yan/Bear Shield
Vo-ki-mok-tan/Black Antelope
O-to-a-yest-yet/Bull Neck
Sish-e-nue-it/Snake
Non-ne/Lame Man, White Bear or Curious Horn
O-ne-na-vist/Wolf Horn
Com-sev-vah/Shriveled Leg
O-ne-i-nis-to/Wolf That Speaks or
Howling Wolf
No-ko-i-kat/Little Bear
O-ne-mi-yesp/Flying Bird
Moh-sehna-vo-voit/Spotted Horse
Ish-ho-me-ne/Rising Sun
Wip-puh-tah/Empty Belly
Mah-oist/Red Sheath
Ak-kin-noht/Squirrel
Meh-on-ne/Making Road
O-ko-oh-tu-eh/Bull Pup,
Male Crow O-ye-kis/Man Who Peeps Over The Hill
O-ne-i-kit/Little wolf
Sa-wah-nah/Shawnee
Mok-tok-kah/Wolf Road
O-ha-va-man/Scabby Man
Ta-ne-vo/Arapahoe
A-st-yet/Bushy Head
Ca-sum-mi/Wolf Grey
Kah-i-nist-teh/Standing Skunk
Kast-yah/Lean Belly
No-ko-mi-kis/Old bear
Tah-vo-tuveh/Mad Bull
Vo-tou-yah/Tall Bird
No-ko-se-vist/? Bear
Es-toh/Stuffed Gut
Oh-mah/Little Beaver
Mah-hi-vist/Red Bird
Ve-hoe/White Man
O-ko-che-ut-tan-yuh/Male Crow
E-yo-vah-hi-heh/Yellow Woman
Min-hit-it-tan-yeh/Male Cherry
A-ya-ma-na-kuh/Bear Above
O-kin-neh/Smooth Face
No-ku-hist/ (Possibly White Bear) (fonte)

barbara


28 novembre 2010

CATTIVA

Era la mia vicina di tavolo nell’albergo al mare, una ventina d’anni fa. Sessantasettenne. Zitella. Vergine (me l’ha detto lei). Maestra in pensione. Un giorno si è messa a raccontarmi di quando frequentava l’istituto magistrale, e aveva una professoressa “cattiva, ma cattiva, ma cattiva guardi che neanche se lo può immaginare. Un’ebrea. Infatti poi l’hanno eliminata”.
Da cui si deduce che
a) l’appartenenza all’ebraismo (alla razza ebraica?) è esauriente spiegazione per la sua disumana cattiveria
b) l’eliminazione ne è stata la giusta punizione
E mi chiedo: in quarant’anni di cattedra, quante generazioni di bambini avrà “formato” quella donna?

barbara


27 novembre 2010

IL SUO NOME È KHAN E ALTRI ANIMALI

1. È un film appena uscito, pare, di cui sto continuando a vedere e sentire recensioni da tutte le parti. Il protagonista si chiama appunto Khan, ed è un indiano musulmano – perché, per inciso, nell’India induista di musulmani ce ne possono stare quanti se ne vuole, mentre nel Pakistan musulmano, separatosi dalla patria comune all’incirca al momento dell’indipendenza, di induisti non ce ne possono stare (ricorda qualcosa?) – che va in America. La cosa che ritorna come un mantra in tutte le recensioni è “l’intolleranza antiislamica post-11 settembre”, “il razzismo antiislamico post-11 settembre” di cui il pover Khan è vittima. Ora, il suddetto Khan sarà sicuramente una brava persona, per carità, ma a questi signori recensori nessuno ha mai parlato del razzismo islamico – pre, durante e post 11 settembre - contro tutto ciò che non è islamico, dell’intolleranza islamica - pre, durante e post 11 settembre - contro tutto ciò che non è islamico, che hanno portato, per l’appunto, all’11 settembre e a tutte le altre migliaia di atti di terrorismo islamico con decine di migliaia di morti, dopodiché qualcuno – e sempre troppo pochi, ahimè – ha cominciato ad aprire gli occhi e tentare di mettere in atto qualche misura di difesa?
2. Gianna Nannini ha partorito. Una robettina di un chilo e settanta grammi di peso e dodici centimetri di lunghezza meno di me quando sono nata, proprio una robettina da niente. Partorita dopo una gravidanza resa possibile da un bombardamento di ormoni, dato che la signora, vista l’età, era ovviamente impossibilitata a concepire da sola, anche se adesso raccontano che ha partorito con parto naturale, forse perché almeno una cosa naturale, in tutta questa baraccata, ci fosse. Ma non è per questo che sono qui a scrivere di questo evento che sicuramente non cambierà la vita a nessuno di noi, bensì per una frase che ho trovato nell’articolo del Corriere che dava la notizia: “La primogenita della rocker...” No, cioè, voglio dire, che intenzioni avrebbe la signora?
3. Oggi entrando in sala insegnanti ho trovato il collega di tecnica – quello con la signorina discinta nell’armadietto – che imprecava sgangheratamente: sfogliando il giornale locale aveva trovato la notizia della nomina di un santo protettore del calcio. In realtà adesso andando in google per cercare conferma ho trovato che c’era già, tale san Mauronto, morto una dozzina di secoli fa, ma quello del collega era uno nuovo, con un cognome che suonava come lettone o lituano o qualcosa del genere. Ma la cosa sconvolgente era la foto della statua, il santo in atteggiamento tipo Madonna col Bambino, solo che invece del bambino stringeva amorosamente al petto un pallone.
4. Obama si prende una gomitata giocando a basket e si guadagna un’intera pagina di giornale: Napolitano per ottenere altrettando dovrebbe come minimo farsi tirare sotto da un tir, mi sa.
5. Buon compleanno a chi compie gli anni.

barbara


26 novembre 2010

CITAZIONE

Quando nel mondo appare un vero genio,
lo si riconosce dal fatto
che tutti gli idioti fanno banda contro di lui.

Johnatan Swift

Ecco, è esattamente questo, il vedere quanti sono gli idioti che fanno banda contro di me, a darmi sicurezza nella vita.

barbara


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25 novembre 2010

LUSSI A 5 STELLE NEL CUORE DELLA WEST BANK

L’articoletto che segue appare nell’ultimo numero di Sette, supplemento del giovedì del Corriere della Sera. Lo riproduco qui, inserendo qualche commento – giusto per riprendere le vecchie, sane abitudini.



Fino a poco tempo fa in quel punto di
Ramallah piovevano razzi.
Piovevano razzi? Da dove? Tirati da chi? Per quale ragione? Dato che Israele potrà magari anche avere qualche brutta abitudine, ma non certo quella di far “piovere razzi”, chi è che li tirava? E perché proprio in quel punto? E questa pretenderebbe di chiamarsi informazione?
Qualche anno dopo, in
quello stesso posto, è stato inaugurato un hotel. Non uno qualsiasi, ma la prima struttura a 5 stelle della Cisgiordania. Si chiama Mövenpick Hotel e appartiene alla nota ca­tena svizzera. «Il passato è passato. Crediamo nel futuro del Paese e di questo albergo», ha detto il direttore generale Daniel Roche. Anche se, a pochi chilometri di distanza, ci sono un insediamento ebraico
e si raccomanda di precisare ebraico: non “israeliano”, che sarebbe una questione politica, ma proprio ebraico, che è notoriamente una questione di razza. Salvo poi frignare e levare alti lai quando “noi” confondiamo antiisraeliani con antisemiti. Salvo fare i martiri perseguitati quando “noi” chiamiamo antisemitismo “ogni minima legittima critica alla politica del governo israeliano”. E magari ricordarci che hanno un sacco di amici ebrei e il loro nonno ne ha salvati dallo sterminio almeno tre o quattro miliardi.
e un campo pro­
fughi palestinese.
Un campo profughi palestinese? E cosa diavolo ci fa un campo profughi palestinese in un territorio palestinese amministrato dall’autorità palestinese? Perché l’autorità palestinese mantiene un campo profughi palestinese in territorio palestinese? E il signor “L.B.” non ci trova niente da ridire? Niente da commentare? Lo butta lì come se fosse una cosa normale? Ve lo immaginate un campo profughi italiano in Italia, o un campo profughi olandese in Olanda? E invece un campo profughi palestinese in territorio palestinese è normale, si butta lì sensa fa gnanca un plissè: c’è un campo profughi palestinese in Palestina, fa parte delle leggi di natura, come la pioggia e il sole, e neanche se ne vergognano. A proposito, lo sa il signor L.B. che in Israele sono stati smantellati 58 (CINQUANTOTTO) anni fa?
L'hotel
è costato 40 milioni di dollari, ha 171 stanze, una piscina esterna, un centro fitness e sette sale per le conferenze. Il ristorante principale, poi, è gestito da uno chef italiano che ogni giorno dovrà portare nel cuore della West Bank la pizza, le lasagne e gli spaghetti. L.B.
“Portare” in che senso? Nel senso che ogni giorno corre in Italia a prenderli e poi ricorre a Ramallah a portarli? Boh. Ah, dimenticavo: Ramallah non è “nel cuore della West Bank”: è a sud. Molto a sud. Praticamente quasi sul confine.



barbara


25 novembre 2010

BRRRRRRRRRRRRRRRR!



barbara


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24 novembre 2010

DICE CIOÈ NO DICEVA INSOMMA NON SO

Dice, anzi no, diceva, che i talebani si erano ammorbiditi. O per lo meno c’era una corrente moderata. Insomma si poteva trattare. Dice, cioè no, diceva, che avevano un capo tanto ammodo, sti talebani. Dice che ci hanno fatto un sacco di conversazioni tanto simpatiche, che aveva pretese molto molto ragionevoli, il capo talebano. Sono arrivati a un passo dall’accordo, col capo talebano. Gli hanno dato una paccata di soldi, al capo talebano, per agevolare le trattative. E lui, per ricompensarli, gli ha fatto un colossale pacco. Perché lui non era mica lui. Cioè, non era un capo talebano. E non si sa neanche chi fosse. Pare che non ci sia neanche più modo di saperlo, perché è sparito, il tipo. Insomma, per dirla alla francese, gliel’ha messo nel culo dritto e rovescio. E io sono contenta, ma di un contento, ma una cosa, gente, da festeggiare a champagne. Perché quando qualcuno è talmente coglione da immaginarsi che con gli islamici si possa trattare, se lo merita tanto ma tanto ma tanto, che glielo mettano nel culo. Oh se se lo merita.



barbara


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23 novembre 2010

SE TI BECCO

Il mio armadietto a scuola è grigio. Non perché qualcuno che mi vuole male me lo abbia fatto grigio per dispetto, ma perché gli armadietti sono grigi: è così, è una legge di natura, come l’acqua che a livello del mare a 100° bolle o l’accelerazione di gravità che, sempre a livello del mare, è di 9 metri al secondo per secondo o gli angoli interni di un triangolo che assommano a 180°. Non c’è niente da fare, è così, ti piaccia o no, e devi fartene una ragione. Grigio, di metallo. Grigio dentro e grigio lo sportello. In un corridoio grigio, lungo, con un’unica finestra in fondo, dalla luce frequentemente ridotta a causa dei colleghi che vi si affollano perché è l’unico angolo di tutta la scuola, che sta proprio sotto una montagna, in cui i cellulari riescono a prendere. La collega V, per vivacizzarlo, ci ha messo una sua foto. La collega U l’ha riempito di smiley. Il collega N, che è l’unico della scuola ad essere più vecchio di me e quindi, oltre al bisogno di vivacizzare l’armadietto (e a una moglie leggermente folle che quando ingrassa troppo si mette a dieta e per solidarietà mette a dieta anche il gatto, oltre ovviamente al marito), ha anche una dignità da difendere, ci ha messo una signorina abbondantemente discinta. Io ci ho messo tre foto piene di colori, fra cui questa.



L’ho stampata, plastificata, e infine attaccata allo sportello col nastro biadesivo attaccato dietro.
Chiunque abbia trafficato col nastro biadesivo sa quanto questa cosa sia micidiale. Se cambi idea e decidi di togliere la cosa che avevi attaccato, devi lavorare di unghie peggio di uno scoiattolo che scava il terreno semigelato per nasconderci ghiande e noci. E quindi deve averci lavorato davvero parecchio il/la collega che ha provveduto a farmela trovare, questa mattina, con un angolo interamente staccato e scorticato.
Adesso la foto è di nuovo a posto, con l’angolo riattaccato e protetta da un foglio adesivo. E sotto le tre foto campeggia un messaggio che riempie un intero A4:

Avviso per il/la gentile collega che si diverte a usare le unghie per rovinare le mie cose: se ti becco finisci all’ospedale. E bada che non scherzo.

Perché quell’area della scuola, questo va precisato, non è accessibile agli scolari. Non nel senso che sia semplicemente vietato – cosa che sarebbe del tutto secondaria e ininfluente – ma nel senso che proprio non hanno modo di arrivarci.

barbara


22 novembre 2010

IN QUESTA TERRA DI POETI DI NAVIGATORI E DI SANTI

Riporto integralmente un articoletto di Claudio Sabelli Fioretti pubblicato sull’ultimo numero di Io donna.

Il Califfo vuole il vitalizio per vivere come prima

CARO MINISTRO BONDI, C'È UN PROBLEMA che bisogna risolvere. Franco Califano è diventato povero. Ha 72 anni. È malato, vecchio e senza una lira.
Dopo aver vissuto una vita allegramente, dedito a una se­rie infinita di vizi, adesso chiede aiuto allo Stato. Guadagna quasi duemila euro al mese di diritti d'autore. Ma come si può vivere con così poco, dopo avere pazziato per tutta la vita? Quindi vorrebbe fare ricorso alla legge Bacchelli, che consente alle persone che abbiano dato lustro alla cultura italiana di ricevere un vitalizio a spese dei contribuenti. «A me sembra di avere tutti i requisiti» dice Califano. Lei, ministro Bondi, dovrà decidere. E non vorrei essere al suo posto. Franco Califano ha dato lustro? La sua è una situazione di indigenza? Sostenitore dei problemi del cantautore si è fatto il senatore del Pdl Domenico Gramazio. Il quale ha detto al giornalista del Corriere della Sera Mario Luttazzo Fegiz: «Molte persone famose hanno realizzato miliardi e poi, per una serie di ragioni, si sono ritrovate in difficoltà». Be', certo. La serie di ragioni è che questi soldi se li sono sputtanati. «Lo ammetto» ha detto Califano. «Quando le cose andavano bene non badavo a spese. Quando avevo sto­rie con attrici importanti abitavo all'Excelsior o al Grand Hotel. Avevo sempre come minimo tre macchine, una Mer­cedes, una Jaguar decappottabile e una Maserati. Ora, comunque, sono con le spalle al muro». No, ministro Bondi, non sarà facile decidere.

A Califano, ma vaffanculo, va’.

barbara


21 novembre 2010

DIALOGO DIALOGO DIALOGO

Perché la pace – lo sappiamo perfettamente, visto che il mondo intero continua a ricordarcelo – si fa con i nemici, e quindi giustamente il mondo intero mette in atto tutte le proprie risorse per indurre Israele a dialogare con questi soggetti, ad accordarsi con questi soggetti, ad offrire tutto l’offibile, compreso il proprio deretano e quello dei propri figli, per arrivare alla pace con questi soggetti che sono, per l’appunto, i nemici ossia coloro con cui, per definizione, bisogna fare la pace (scusate, ma repetita iuvant, così mi hanno insegnato).

Un documento fondamentale che dimostra come l'Islam sia religione di pace e la pace possibile subito

Cari amici, questa è una cartolina per stomaci forti. Non a causa di ciò che vi scriverò io, ma per quel che vi inviterò a vedere: l'illustrazione della cartolina, diciamo così, che in realtà è un video, anche lunghino, perché dura una ventina di minuti. E però val proprio la pena di guardarlo tutto, perché ci troverete la summa del pensiero islamico sugli ebrei. Lo trovate qui:
http://vimeo.com/16779150. Vedrete un bel gruppetto di clerici musulmani, con barbone, palandrane e tutti gli accessori del caso, spiegare che "gli ebrei soffrono di disordini mentali, perché sono ladri e aggressori, un ladro o un aggressore che prende una proprietà o una terra sviluppa disordini psicologici e spasimi di coscienza, perché ha preso qualcosa che non è suo. Loro (gli Ebrei) vogliono presentarsi al mondo come se avessero dei diritti, ma di fatto sono batteri estranei, microbi senza uguali nel mondo. Non sono io che dico questo, è il Corano stesso che dice che non hanno uguali nel mondo" (così Abdallah Jarbù, ministro di Hamas per gli affari religiosi alla tv Al-Aqsa (Gaza) il 28/02/10). Ovvero che "i più grandi nemici dei mussulmani – dopo Satana – sono gli Ebrei. Chi ha detto questo? Allah lo ha fatto" (Dr. Hassan Hanizzadeh, commentatore iraniano, Jaam-E Jam2 tv (Iran) il 20/12/05)
Li sentirete dichiarare che anche "Se gli Ebrei ci restituissero la Palestina cominceremmo ad amarli? Certamente no. Non li ameremo mai. Assolutamente no. Le vostre convinzioni sugli Ebrei devono essere che essi sono infedeli e essi sono nemici. Sono nemici non perché hanno occupato la Palestina. Sarebbero nostri nemici anche se non avessero occupato niente", o più succintamente che "noi tratteremmo gli Ebrei come nostri nemici anche se ci restituissero la Palestina perché essi sono infedeli" Wael Al- Zarrad, clerico palestinese alla tv Al-Aqsa il 28/02/08.
Potrete gustarvi il modo in cui insegnano ai bambini cose pacifiche e gentili come queste: "Il nostro sangue chiede vendetta contro di loro e si placherà solo con la loro distruzione, Allah lo vuole, perché essi hanno cercato di uccidere il nostro Profeta diverse volte" (Masoud Anwar, clerico egiziano alla tv Al-Rahma (Egitto) il 09/01/09) (tutte queste citazioni vengono da
qui, riprese poi da Emanuel Baroz)
Li vedrete rilanciare la calunnia del sangue, anzi potrete gustarvi un brano di un filmato in cui si vede proprio un gruppo di ebrei che taglia la gola a un bambino gentile per fare azzime col suo sangue. Li sentirete discutere sul fatto se i morti della Shoà siano 3 milioni come pretendono gli ebrei (e inutilmente qualcuno dice che no, gli ebrei dicono siano stati 6 milioni, la conduttrice tv dice che le sue ricerche mostrano che per gli ebrei i morti sono 3 milioni...), oppure più probabilmente 150 mila o piuttosto certamente appena 30 mila, il resto è propaganda. Soprattutto vedrete la scena indimenticabile di un fanatico imam o ulema o quel che è sbavare letteralmente per la gioia ed esaltarsi, producendo una sorta di telecronaca mentre scorrono le scene dei cadaveri di Auschwitz, dei deportati che stanno morendo di fame, delle uccisioni e delle umiliazioni, facendo un gran tifo per i tedeschi e promettendo che presto anche il bravo popolo arabo potrà fare come hanno fatto loro: una scena davvero indimenticabile.
Dovete assolutamente vedere queste sequenze, tutte tratte da pubbliche televisioni del mondo islamico, e vi prego: fatele girare. Solo così vi potrete perfettamente convincere – voi e i vostri amici - di quanto l'Islam sia una religione di pace, quanto lo stato di guerra in Medio Oriente sia colpa solo dell'entità sionista, come tutti dobbiamo assolutamente fidarci delle buone intenzioni dei bravi fedeli islamici. Solo così potrete capire quanto infondati siano i pregiudizi e le paranoie di chi pensa che l'Islam sia pericoloso non solo per Israele e gli ebrei, ma per l'Europa e il mondo. Guardate qui:
http://vimeo.com/16779150. E buona visione, con l'augurio di non vomitare.

Ugo Volli (Informazione Corretta)

Una sola parola, da parte mia, di commento: meditate.

barbara


20 novembre 2010

KONIN

Se già prima della guerra – quando in città erano quasi tremila – si erano sentiti vulnerabili, figuriamoci adesso che non erano più di una trentina. I polacchi li avevano accolti con battute del tipo: «Quanti ebrei che tornano indietro!» La comunità ebraica era stata sterminata, eppure i sopravvissuti avevano l’impressione di essere ancora troppi per i polacchi. «Ma com’è che i tedeschi non hanno incenerito anche te?»

“La città che vive altrove” è il sottotitolo di questo libro: perché lì, di ebrei, non ne è rimasto nessuno. Quelli che ancora esistono, degli abitanti ebrei di questo tipico shtetl dell’Europa orientale, sono i discendenti di coloro che sono scampati allo sterminio emigrando prima, come l’autore, e i pochissimi sopravvissuti alla deportazione. Ed è presso queste persone che Theo Richmond compie il suo pellegrinaggio della memoria – simile, sotto molti aspetti, a quello di Daniel Mendelsohn – alla ricerca dei frammenti di quel mondo scomparso, alla ricerca di volti e voci e ricordi e immagini. Alla ricerca di un mondo che è stato cancellato, per ridare vita a ciò che è stato annientato. Con l’irrimediabile rimpianto di essere arrivato, come gli dice uno dei suoi interlocutori, con venticinque anni di ritardo: troppo tardi per riempire tutte le lacune, troppo tardi per recuperare tutte le tessere del mosaico, e tuttavia ancora in tempo, per nostra fortuna, per offrirci un grandioso affresco miracolosamente sottratto all’oblio. Con pazienza. Con perizia. Con infinito amore.

Dove sono finite oggi tutte queste persone? «Passate a miglior vita» risponde lapidario Joe. Ogni speranza di riscoprire le tracce di altri suoi concittadini, di altre memorie da saccheggiare, sembra svanire. Poi ci ripensa e tira fuori due nomi, uno del figlio di un macellaio di Konin che viveva vicino a Londra, per quanto ne sapeva lui; l'altro di un uomo più anziano che, «se è ancora vivo», dovrebbe abitare a Hove, sulla costa meridionale. Joe però non mi sa dare né gli indirizzi né i numeri di telefono.
Gli indizi erano vaghi, eppure riuscii a rintracciare Henry, il figlio del macellaio, sopravvissuto a Mauthausen. E lui mi mandò a Ilford da Izzy, un suo coetaneo di Konin sopravvissuto ad Auschwitz, e da un sarto ottantenne che confezionava ancora gli abiti su misura a Whitechapel. Trovai il vecchio di Hove, che a Konin faceva il calzolaio ed era stato invitato alla circoncisione del figlio del macellaio. Lui ricordava, ancora bambina a Konin, una bibliotecaria di Pinner e lei mi indicò il figlio di un ricco possidente, che abitava ad Harrow ma era nato nella tenuta di famiglia, sulle sponde della Warta. Il figlio del possidente m'indirizzò a Edgware, da una vecchia signora discendente di una delle famiglie intellettuali di Konin, e lei mi accompagnò a sud di Londra da sua nipote, figlia di uno scultore di Konin, con uno zio attivista rivoluzionario del Bund che era scappato da Konin nel 1905, con la polizia segreta zarista alle calcagna. Fu l'inizio.

Settecento e passa pagine, e si leggono in un soffio.

Theo Richmond, Konin, Instar Libri




barbara


20 novembre 2010

SE QUESTA È UNA DONNA

No, cioè, voglio dire...



E pensare che c’è stato un tempo che la consideravo la donna più coraggiosa del mondo perché, mi dicevo, a tenersi e portarsi in giro una faccia così ce ne vuole del coraggio. Poi invece ho scoperto che no, quella non era la sua faccia, si era fatta un bordello – absit iniuria verbis – di operazioni per migliorarsi. Poi giusto per tenere tutto in famiglia, ha sposato l’amante del suo chirurgo plastico (ed eccola qui, sposina radiosa)



il quale avrà continuato a operarla aggratis, immagino, in cambio dell’autorizzazione a fare ogni tanto un giro con l’ex amichetto, e così possiamo continuare a vederla fresca come una rosa



naturale come una sorgente di montagna



e, soprattutto, inconfutabilmente bella.



barbara


19 novembre 2010

IL TIZIO DELLA SERA - QUELLO GRANDE E QUELLO PICCOLO

Precisazione

Non è in questione se l'altro giorno il chirurgo ebreo dovesse o meno operare il malato nazista, perché veramente i malati andrebbero curati. Si è trattato solo di un fatto pratico di cui tenere conto: il bisturi tagliava troppo bene e nell'entusiasmo dell'operazione c'era il rischio di forare il pavimento. E va bene, il Tizio della Sera ha provato a riderci sopra. Sa come tutti che nell'uomo esistono odi improvvisi, oppure odi che covano dato che il tempo mantiene bene l'avversione sotto la cenere, e qui di cenere ve n'è un'infinità. Però, riflette il mattino dopo il Tizio della Sera, che in definitiva non pensa solo la sera, la precisazione della precisazione è che per i nazisti non prova più un odio fresco, di quello appena sgorgato. Solo se li vede nel loro presente, che marciano in un film o in un veridico documentario in bianco e nero con gli stivali tesi nell'aria, vorrebbe essere lì con un cannone e maciullarli insieme al loro capetto col ciuffo. Altrimenti la questione della Shoah prosegue nei cuori delle generazioni ebraiche. Lo fa in silenzio, lo fa in paura e lo fa nella tristezza - la peggiore povertà che ci sia. E certi giorni questa povertà si fa viva.
Il Tizio ricorda come andò che il piccolo Tizio apprese del fatto. Il piccolo Tizio non seppe fino agli otto anni della distruzione dei corpi ebraici. Nessuna parola della scomparsa cinerea degli zii, della nonna e dei cugini. Eppure già prima, molto prima, il piccolo Tizio aveva saputo del fatto attraverso le pareti dell'aria. Succedeva la sera, quando doveva andare a letto. Aveva cinque anni il piccolo Tizio, e camminava nel corridoio lunghissimo. Nessuno aveva lasciato la meravigliosa luce accesa e il corridoio era al buio. A un tratto, il piccolo Tizio si metteva a correre perché immaginava che dal buio spuntassero le mani secche di mille e mille morti, che lo volevano subito con sé. E sentiva che lo sfioravano, che lo facevano anche se non le vedeva, anche se correva. Volava in camera e si tuffava nella tenda immacolata delle lenzuola - e tutto finiva. Adesso era a casa con gli amici che aveva inventato. Ma da dove venissero quei morti e chi fossero, il piccolo Tizio non lo sapeva. Non da un film, non da racconti. Li chiamava i Vecchi. Stava già riscuotendo l'eredità ebraica, e l'eredità veniva dal buio.

Il Tizio della Sera

Già, perché il Tizio della Sera, a volte, pensa anche di mattina. E quando lo fa, quando ti offre il pensiero che nasce di mattina sorgendo dalle ceneri e spalanca davanti ai tuoi occhi la voragine che quelle ceneri hanno creato, ti manca il respiro. Perché di quelle ceneri è ancora impregnata l’aria che respiriamo. E perché è a tutti noi che sono stati sottratti, quei sei milioni, quelle nonne, quegli zii, quei cugini di cui qualcuno può dire mia nonna mio zio mio cugino e noi no, noi questo non lo possiamo dire, però il vuoto c’è anche per noi, è lì, si sente, come le mani di quei vecchi che si protendevano verso il piccolo Tizio, e ti chiama e ti chiede il tuo contributo, ti chiede il tuo obolo. E io rispondo: sono qui. Sono qui, Tizio della Sera. Sono qui, nonna del Tizio della Sera. Sono qui, zii e cugini del Tizio della Sera e di tutti gli altri. Sono qui a compiere il mio dovere, e anch’io, quel giorno, potrò dire: vi ho ricordati.

barbara


18 novembre 2010

GUANTANAMO

Ovvero come spacciare qualche fotogramma di un film mediocre per drammatica realtà. Mi riferisco a immagini come questa:



Le avete viste tutti, vero? La vergogna di Guantanamo, l’indecenza di Guantanamo, la barbarie di Guantanamo, l’inciviltà di Guantanamo, la sospensione dei diritti umani di Guantanamo... Solo che quello che avete visto e che vi hanno spacciato per Guantanamo non era affatto Guantanamo bensì, come detto, qualche fotogramma di un mediocre filmetto a tesi. Talmente a tesi che per “documentare” la tesi in questione hanno dovuto inventare i documenti perché la realtà, dalla suddetta tesi, era ed è lontana anni luce. Leggere e meditare.

E poi, come sempre, lui.

barbara


17 novembre 2010

NEL PARCHEGGIO

Che è piuttosto grande, perché serve l’intero polo scolastico (che poi capita di trovarci parcheggiati camper e camion mentre a noi si progetta di far pagare una quota fissa mensile, ma questa è un’altra storia. O forse no). E dunque succede che dopo aver parcheggiato mi avvio verso la scuola, e da un altro settore del parcheggio vedo avanzare un’elegante signora di mezza età, che sta parlando al cellulare. Arrivata a pochi passi da me alza gli occhi, si ferma di colpo, punta un dito e grida: “Lei è stata la mia insegnante!” Mi fermo anch’io, “Chi sei?” chiedo. “Ottilia”. “Ottilia H.?” “Sììììììììììììììì!!” Non riesce a crederci, che mi possa ricordare anche il suo cognome, dopo tanto tempo. Ma anch’io stento a credere a quello che è successo: mi ha riconosciuta all’istante, e non mi vedeva da trentatre anni. Allora, mi viene da pensare, il tempo non è stato poi così inclemente con me.

Ma non è finita qui: anche il mitico Ugo Volli oggi ha un sacco di buone notizie per voi, e quindi correte a leggerlo!

barbara


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16 novembre 2010

IL CROCIFISSO

Roma, Aprile del 1777

Umberto Zarfati spingeva il carretto lungo gli stretti vicoli del rione, dirigendosi verso il Palazzo della Cancelleria. Era stata una buona giornata, pensava. Aveva svuotato la soffitta di un palazzo signorile e riempito il carretto di pregevoli cianfrusaglie. Qualche rattoppo, qualche riparazione e quel mucchio di roba vecchia sarebbe divenuto merce vendibile a buon prezzo. Era perfino riuscito a farsi lasciare alcune vecchie tende di broccato. Sua moglie ci si sarebbe consumata gli occhi ma le avrebbe rappezzate e fatte come nuove. Con l’aiuto di Dio, pensava, ci sarebbe scappato un bel guadagno.
Svoltò verso la chiesa di S. Andrea della Valle e si trovò incanalato in un traffico convulso di carrozze, barrocci e carrettini. C’era mercato e la gente si accalcava intorno ai banchi intralciando la strada. Le grida dei verdurai si mescolavano a quelle dei vetturini e dei cocchieri che scesi da cassetta guidavano i cavalli per il morso.
Zarfati si guardò intorno cercando il modo di tirarsi fuori dalla bolgia.
Si stava poco a poco districando dalla calca quando all’improvviso avvertì un tumulto alle sue spalle.
Grida, urla e la folla che ondeggiava.
“Al ladro! Fermatelo!”
Un uomo scappava, altri lo inseguivano. E i più lesti fra questi erano un paio di frati che, ciabattando sui sandali, urlavano al sacrilegio.
Zarfati, impietrito dalla sorpresa, scorse il fuggitivo dirigersi verso di lui e d’istinto si parò di fronte al carretto, frapponendosi fra il tumulto e il suo carico prezioso.
Fu un attimo. L’uomo travolse lui, urtò il carretto, e gettò per aria tutta la mercanzia.
Gli inseguitori gli erano quasi addosso ma quello con un balzo fu di nuovo in piedi. Si liberò con una manata di uno dei frati, saltò sopra il carretto rovesciato e si dileguò veloce, proseguendo la sua corsa col codazzo degli inseguitori alle calcagna.
Per un solo istante Zarfati ne incrociò lo sguardo e un brivido gli corse per la schiena.
Era comunque ancora intento a raccattare le sue cose quando un paio di sbirri gli passarono accanto, trascinando il fuggitivo che urlava e si dimenava, protestandosi innocente. La sua fuga era durata poco ed ora la folla dava sfogo alla rabbia con sputi ed invettive.
Zarfati si massaggiava il ginocchio dolorante. Grazie a Dio se l’era cavata solo con una contusione, pensava, e soprattutto aveva recuperato tutta la sua merce.
“Una buona giornata” ripeté fra sé, cacciando dalla mente lo sguardo brutale di quell’uomo braccato.
Si avviò zoppicando verso il ghetto, curvo sulle stanghe del carretto. E mentre avanzava lentamente verso casa, si rallegrava del pericolo scampato e di quel po’ di soddisfazione che il carico insperato avrebbe portato in famiglia.
Il mattino dopo scese di buonora in bottega con sua moglie, per mostrarle compiaciuto la mercanzia.
Rebecca non era tipo da perdersi in smancerie ed aveva poca dimestichezza con le cianfrusaglie dei rigattieri. Di fronte alle tende però sgranò gli occhi. Tessuti come quelli non si vedevano di frequente. Ne prese un lembo e ne carezzò la superficie.
“Belle” disse, e questa per lei era una manifestazione d’entusiasmo.
Zarfati annuì orgoglioso.
“Non voleva darmele, quella strega… C’è voluta tutta la mia faccia tosta…”
“Sono sporche e consunte” replicò la donna, incurante dell’amor proprio di suo marito, “ma con un po’ di pazienza si possono sistemare. Aiutami ad aprirle…”
Afferrò la prima e con un gesto rapido la svolse sul mucchio delle altre.
Qualcosa volò in alto e cadde in mezzo alla mercanzia con un tintinnio di metallo.
Rebecca aggrottò la fronte e si piegò a cercare l’oggetto.
Quando si rialzò, aveva in mano un crocifisso d’argento, di quelli che i dignitari della Chiesa indossano per le più solenni liturgie.
“E questo che cos’è?” chiese, fissando stupefatta Umberto che per parte sua era rimasto inebetito, la bocca aperta come un pesce lesso.
“Non lo so…” farfuglio il rigattiere, mentre una certezza gli si faceva strada nella mente. Quella era la refurtiva che aveva dato luogo al parapiglia del giorno prima. Il ladro, ormai scoperto e inseguito, aveva approfittato della confusione per liberarsi del bottino, nascondendolo con destrezza in mezzo alle tende.
“Il ladro…” mormorò Rebecca che era già arrivata alla stessa conclusione.
“Oh, Shemagn Israel…” biascicò Zarfati, lasciandosi cadere su uno sgabello.
“E’ d’argento…” osservo la donna, soppesando il crocifisso con un’espressione smarrita.
Rimasero in silenzio, ciascuno pensando alle conseguenze di quella scoperta.
“E adesso cosa facciamo?” mormorò Umberto cercando il conforto della moglie.
Rebecca era confusa quanto lui ma non era tipo da abbattersi tanto facilmente. E d’altro canto le faceva rabbia vedere lui rannicchiato e tremebondo, pronto a nascondersi come al solito dietro alle sue gonne.
“Ma non ti vedi…?” lo apostrofò, “Sembri un morto! Cerca di fare l’uomo per una volta…”
Cercò uno straccio e lo avvolse intorno al crocifisso.
“Non abbiamo fatto niente di male… Non sei tu che l’hai rubato.”
Umberto scrollò il capo perplesso.
“Lo verranno a cercare, Rebecca. E se lo trovano qui non andranno tanto per il sottile. Non gli parrà vero di accusare un ebreo…”
“E perché mai dovrebbero venire proprio qui? Chi vuoi che lo sappia che l’abbiamo noi questo crocifisso. Se non te ne sei accorto tu, che il ladro lo nascondeva fra le tende, chi vuoi che l’abbia notato? E poi, ragiona. Se qualcuno avesse visto qualcosa, pensi che se ne sarebbe stato zitto? Avrebbe gridato come un ossesso e magari ti avrebbe accusato di essere il complice di quel furfante.”
Zarfati la tacitò con un gesto isterico.
“Il ladro… Quello mi ha visto in faccia!”
Mancava poco che piagnucolasse.
“Ti ha visto in faccia…” gli fece il verso Rebecca. “E allora? Per accusare te dovrebbe prima di tutto accusare sé stesso. E poi non gli hai mica dato l’indirizzo. Come vuoi che ci arrivi alla bottega?”
Zarfati non si sentiva affatto rassicurato dall’ottimismo della donna.
“L’hanno preso Rebecca. Quel mascalzone non ha scampo. E’ già condannato ma potrebbe svuotare il sacco per mitigare la pena. E se gli sbirri ci trovano quella roba fra le mani siamo fregati. Ci accuseranno di ricettazione e di complicità.”
“E come fanno a trovarci?” sbottò la donna, indispettita dall’irresolutezza del marito. Ma già mentre lo diceva, la risposta le era chiara. Dove può andarsi a cacciare un ebreo se non nel ghetto? E quanto potevano impiegare gli sbirri ad identificare il carretto che il giorno prima si era trovato sul luogo del furto e dell’arresto?
“Beh,” si corresse, “di certo non ci troveranno con questo affare per le mani. Nascondila, buttala a fiume, fanne quello che ti pare… Ma per l’amor di Dio, portala fuori di qui! Sbarazzatene!”
Umberto si dimenò sullo sgabello, battendosi le mani sulla testa.
“Tu non capisci, donna! Se lo trovano siamo i complici del ladro, ma se non lo trovano siamo in guai perfino peggiori. Penseranno che lo abbiamo già rivenduto. Oddio! Un ebreo che ricetta un oggetto sacro… Mi tortureranno per sapere a chi l’ho venduto.”
Ora anche Rebecca aveva perso la sua sicurezza.
Rimasero a lungo in silenzio ciascuno sperando che l’altro trovasse una soluzione.
Alla fine l’uomo si scosse.
“So io cosa fare” disse, e prese a raccontarlo per filo e per segno alla moglie che scuoteva il capo perplessa.
Il giorno dopo Umberto si mise in tasca il crocifisso e si diresse verso la Chiesa di Sant’Andrea della Valle.
“Se male non fai” cercava di rincuorarsi lungo la via “nulla devi temere.”
Ma quanto più si avvicinava alla Chiesa, tanto più quella convinzione si dileguava, gettandolo in uno stato di confusa prostrazione.
Una volta arrivato di fronte alla facciata, rimase a lungo incerto se entrare od aspettare fuori che passasse un qualsiasi sacerdote. Alla fine però si fece coraggio e recitato uno shemagn si scoprì il capo ed entrò.
Non era mai entrato in una Chiesa come quella. La luce, le volte, i dipinti lo lasciarono a bocca aperta.
Voleva parlare con un prete ma non sapeva dove cercarlo e dunque rimase lì confuso e intimidito accanto all’ingresso.
“Che ci fai tu qui, giudio?”
Un vecchio sacerdote stava arrancando verso di lui, trascinando penosamente una gamba offesa.
Aveva un aspetto minaccioso o almeno tale parve a Zarfati che per parte sua aveva perso quel po’ di sicurezza che lo aveva animato.
Si era preparato a parlare, a spiegarsi ma ora non era più capace di articolare una parola. Cacciò di tasca il crocifisso e lo tese verso il sacerdote.
“Sono qui per questo…” disse.
Il sacerdote glie lo strappò dalle mani e lo portò alle labbra con un gesto di devota riparazione.
“Sei tu che lo hai rubato…”
Non era una domanda, era una constatazione.
“No, non è vero” insorse Umberto e prese a raccontare i fatti con una forza e una convinzione che lasciarono il prete interdetto.
“Va bene,” disse alla fine “tutto questo lo vedremo… Tu intanto vieni con me.”
Lo condusse in sagrestia, lo fece sedere in una grande sala e lo lasciò solo chiudendosi la porta alle spalle.
Qualche ora più tardi il prete si ripresentò, accompagnato da un altro sacerdote.
Zarfati non capiva di preti e sacerdoti ma gli abiti e i paramenti del nuovo arrivato gli parvero quelli di un personaggio importante.
“Eccellentissima eminenza,” provò a dire ma quello, senza curarsi di lui, posò il cappello sul tavolo e sedette sulla sedia che l’altro sacerdote gli porgeva.
“Ora mi racconterai la tua storia fantasiosa, giudio. Ma stai attento: se solo sospetto che vuoi prenderti gioco di me…”
Non disse altro ma l’indice che agitava in alto valeva più di ogni parola.
Zarfati, in piedi e intimorito cominciò a raccontare. E mentre il racconto fluiva, scrutava l’espressione del sacerdote sperando di scorgervi un barlume di comprensione. Quello però ascoltava impassibile, senza lasciar trapelare una qualunque reazione.
Quando finalmente l’ebreo tacque, il prelato rimase qualche istante meditabondo, passandosi le dita sulla pelle glabra del viso.
“L’esperienza mi dice che non c’e più gran bugiardo di un furfante, e che non c’è peggior furfante di un ebreo…”
“Oh, no eminenza! Lo giuro, io…”
“Ciò detto,” lo zittì il sacerdote, “i casi, a mio vedere possono essere due, ma non più di due. Il primo: tu eri in combutta con il ladro e quando lo hai visto acciuffare dagli sbirri, hai compreso di non avere più alcuna speranza di farla franca. Ti sei dunque ingegnato di mettere in piedi questa patetica storiella, sperando nella dabbenaggine delle tue vittime. Questa è francamente l’ipotesi che mi sembra più probabile…”
“No, eminenza, io…”
“Taci giudio, che hai parlato anche troppo!”
Prese un gran respiro, cercando di ritrovare la sua flemma.
“Come dicevo, tuttavia, c’è anche un’altra ipotesi e Dio sa quanto vorrei che fosse quella vera.”
Si volse verso l’anziano sacerdote che era rimasto in piedi alle sue spalle e gli fece cenno di sedere.
“A volte, don Carmelo, le vie della salvazione sono imperscrutabili. Può essere dunque che l’ebreo dica il vero. Ma in tal caso perché è venuto fino a noi, piuttosto che disfarsi del nostro prezioso e venerato crocifisso? Io voglio credere che quell’immagine sacra gli abbia toccato il cuore. Voglio credere che gli abbia dischiuso gli occhi sulla beatitudine della salvazione e lo abbia condotto fino a noi per cercarne la via.”
Umberto non capiva più nulla di quel gran parlare. Si pencolava da un piede all’altro, tormentando fra le mani il copricapo, rassegnato ormai alla più infausta delle sentenze.
“Sei tu, giudio, che devi dirmi quale sia delle due l’ipotesi vera. Se è la prima, non meriti altro che la galera. Se è la seconda, la Chiesa è pronta ad offrirti il suo abbraccio misericordioso ed a condurti sulla via della redenzione.”
Umberto taceva, incapace di prendere partito. Entrambe le ipotesi erano false e in entrambi i casi aveva orrore delle conseguenze.
“Vedete don Carmelo… L’ebreo è ancora incapace di esprimere apertamente il suo desiderio di salvezza. La Casa dei Catecumeni lo aiuterà a trovare le riposte alle sue inquietudini e la via della Verità. D’altro canto, se dopo i canonici quaranta giorni di esercizi spirituali rifiuterà ancora la luce del Cristo, sapremo con certezza che disgraziatamente è vera la prima delle ipotesi. Che vada in carcere dunque e sconti la pena dei suoi misfatti.”
Quando giunse in ghetto la notizia che Umberto Zarfati era stato condotto alla Casa dei Catecumeni, Rebecca comprese meglio di chiunque altro cosa fosse successo.
Suo marito aveva evitato il carcere, accettando di sottoporsi all’indottrinamento dei preti. Se avesse resistito ai loro tentativi di convertirlo tuttavia, sarebbe di certo finito in galera.
Non c’era tempo da perdere.
Si recò dai fattori implorando aiuto ma raccolse solo una tiepida simpatia. Per nulla al mondo quelli si sarebbero esposti, prendendo le difese di un presunto ricettatore. Di più. Del presunto complice di un sacrilegio.
D’altro canto avevano già il loro da fare, dopo l’accoltellamento di Giacobbe Pijatutto.
Quel mascalzone, si faceva passare per un rigattiere ma tutto il ghetto sapeva che i suoi maneggi erano più quelli del ricettatore che quelli del bottegaio. Dopo aver trascorso la vita ad imbrogliare il prossimo, ora se ne stava andando nel peggiore dei modi, attirando sul ghetto le malevole attenzioni della curia. E non c’era bisogno di indagare per comprendere cosa fosse successo: alla fine aveva trovato qualcuno che gli aveva presentato, sulla punta di un pugnale, il conto dei suoi raggiri e delle sue truffe.
Mentre quello agonizzava in casa, comunque, i fattori cercavano di isolare il risentimento dei goym, tenendolo lontano dalla generalità degli ebrei.
Rebecca non perse tempo con loro.
C’era solo un uomo cui potesse rivolgersi e poco le importava se era in permanente conflitto con tutti i fattori e i rabbini del ghetto.
Daniel il Matto era scorbutico e indisponente, ma non aveva paura di nessuno. Viveva nel suo mondo, padrone della sua arte di sofer, vergando pergamene e miniando manoscritti, ma solo a suo comodo e secondo le sue regole. Lavorava se ne aveva voglia, per chi gli andava a genio. E tutti i soldi del mondo non sarebbero bastati a comprare una delle sue meghillot se il committente non fosse rientrato nelle sue grazie.
Rebecca lo trovò come al solito davanti alla sua bottega, seduto al banco di lavoro.
Lui la lasciò parlare, senza sollevare lo sguardo dalla pergamena su cui continuava a tracciare le sue lettere eleganti.
Quando finalmente la donna tacque lui non disse nulla. Posò lo stilo, si massaggiò la barba ispida e con una smorfia disgustata eruttò un “Bastardi!” che lei non comprese se fosse diretto ai preti, ai fattori o a qualcun altro.
“Lascia fare a me” la congedò sbrigativo e senza spiegarle nulla di ciò che aveva in mente tornò al suo lavoro.
Quando i quaranta giorni furono trascorsi, senza che gli interminabili sermoni avessero fatto breccia nel suo coriaceo cuore di ebreo, Umberto Zarfati fu buttato fuori di malagrazia dalla Casa dei Catecumeni.
Libero, in strada, si chiedeva chi mai lo avesse salvato dalla galera e non sapendo darsi una risposta si convinse di aver avuto un segno da Kadosh Baruchù.
“Un miracolo,” si ripeteva avviandosi verso il ghetto, e più ci pensava più se ne convinceva.
Non sapeva ovviamente che qualche giorno prima gli sbirri pontifici si erano presentati in ghetto per arrestare Giacobbe Pijatutto il quale però, dal canto suo, aveva opportunamente già stirato le gambe e trovato all’Aventino la sua ultima dimora.
Le guardie avevano esibito una lettera scritta di pugno dal defunto e avevano chiesto ai fattori di riconoscerne la scrittura.
Trovandomi ad un passo dalla morte” c’era scritto “voglio sgravarmi la coscienza da un peso insopportabile. Non è Zarfati il ricettatore del crocifisso di Sant’Andrea della Valle. Sono io che l’ho ricevuto dalle mani di un goy. Quando ho compreso quanto quell’oggetto fosse divenuto pericoloso, ho profittato di una fortunata circostanza per liberarmene. Zarfati mi aveva raccontato di essere stato urtato dal ladro in fuga ed io ho pensato di allontanare il pericolo, nascondendo la refurtiva sul suo carretto. Non potevo immaginare che quello sprovveduto, preso dal panico, si sarebbe denunciato. Lui è innocente, il colpevole sono io. In fede Giacobbe Anticoli Pijatutto.”
I fattori si erano affrettati a riconoscere la scrittura del defunto, ben lieti che la questione si concludesse davanti alla tomba di un uomo senza famiglia e senza onore. E naturalmente si erano ben guardati dall’informare gli sbirri che Giacobbe Pijatutto dopo l’accoltellamento non aveva più ripreso i sensi.
Tutto il ghetto comprese che dietro quella lettera c’era lo zampino di Daniel il Matto ma nessuno osò profferire parola né fare domande.
Rebecca, dal canto suo, sapeva tutto ma lo teneva per sé: Daniel il Matto aveva scovato una vecchia lettera di Giacobbe Pijatutto e ne aveva prodigiosamente imitato la calligrafia. Poi, quando la morte del rigattiere era sembrata ormai questione di ore, aveva fatto recapitare la confessione al parroco di Sant’Andrea della Valle, scagionando il povero Umberto.
Che la fine di un lestofante donasse la vita ad un uomo onesto sembrava a Daniel l’apoteosi della giustizia. Ed essere lui stesso l’artefice di quell’atto di riparazione lo riempiva di un quieto orgoglio, quasi fosse stato il consapevole strumento di Kadosh Baruchù.
Ignaro di tutto, Umberto Zarfati tornava dunque verso casa, assaporando il piacere di una libertà che pensava perduta.
Gli tornavano in mente le parole dell’ Haggadah: in ogni generazione ricordiamo quello che il Signore fece a noi, quando ci liberò dall’Egitto. Che differenza c’era in fondo fra le porte della Casa dei Catecumeni, e le acque del Mar Rosso? Entrambe ai suoi occhi erano state aperte dal prodigioso intervento di Dio.
“Questa si che è una buona giornata” si disse grato, affrettandosi per via della Fiumara.
Era eccitato all’idea di riabbracciare la famiglia, ma quell’euforia non doveva durare a lungo.
Sul portone, un uomo lo attendeva, le braccia conserte, appoggiato allo stipite.
“Tu hai qualcosa che appartiene a un mio amico” lo apostrofò da lontano, sollevando appena la marsina per mostrare il bagliore sinistro di un coltello.
Umberto ne incrociò lo sguardo e sentì un brivido corrergli per la schiena.
“Oh, Shemagn Israel…” mormorò “e adesso…?”
Fece appello a quel po’ di coraggio che gli restava e si avvicinò all’uomo che lo scrutava con un ghigno minaccioso.
“Ci deve essere un errore” disse e prese a raccontare della restituzione ai preti della refurtiva.
Il malvivente non lo lasciò terminare.
“Se ti sei sbarazzato del crocifisso, poco importa. Me ne risarcirai il valore o faremo i conti in altro modo.”
Zarfati tornò a casa pallido come un morto.
Quell’uomo sarebbe tornato entro una settimana a reclamare un prezzo che in nessun modo lui sarebbe stato in grado di pagare.
Si abbandonò tremebondo fra le braccia di Rebecca e riversò su di lei l’ansia e l’angoscia di cui era preda.
La donna non ci stette a pensar su troppo.
“Smettila di frignare e vieni con me” disse trascinandolo da Daniel il Matto.
Quello ascoltò il loro racconto ed alla fine disse solo: “Portatemi qui quel farabutto, che a sistemarlo ci penso io.”
Quando il malvivente tornò a reclamare il suo prezzo, si trovò davanti Rebecca che con un cipiglio battagliero, recitò la parte concordata con il sofer.
“I soldi non li abbiamo” disse “ma possiamo trovare un accomodamento. C’è una persona che desidera farvi una proposta onesta.”
L’uomo rimase qualche istante perplesso ma si lasciò vincere dall’avidità ed accettò l’incontro con l’insperato garante di quei due morti di fame.
Daniel il Matto li attendeva seduto al suo banchetto, intento a disegnare a china su dei fogli di carta..
Sollevò solo per un attimo lo sguardo sull’uomo che lo fissava minaccioso.
“I miei amici” disse senza smettere di disegnare “mi dicono che pretendete un prezzo esagerato per un crocifisso di cui loro non sono più in possesso. La cosa mi sorprende perché quella era una refurtiva e loro hanno fatto ciò che la legge gli intimava. L’hanno restituita al proprietario.”
L’uomo sghignazzò minaccioso.
“L’unica legge di cui dovete preoccuparvi è questa” disse, carezzando il pugnale che gli sporgeva dalla marsina.
Daniel il Matto storse il naso e sollevò lo sguardo sul lestofante che lo fronteggiava insolente.
“Con quella lama non andrete da nessuna parte. E se sperate di intimorirmi sappiate che sprecate il vostro tempo.”
Ciò detto arrotolò uno dei fogli su cui stava lavorando e lo porse al ragazzino che sedeva accanto a lui..
“Vai” disse, facendogli scivolare in mano una monetina, e quello partì di gran carriera avviandosi per via della Fiumara, mentre lui riprendeva tranquillo a disegnare.
L’uomo era rimasto frastornato dalla calma del sofer e non sapeva prender partito su come fronteggiare quella inaspettata fermezza. Non poteva certo usare la violenza davanti a tanti testimoni ed in mezzo ad una strada affollata. E d’altro canto cosa poteva ancora minacciare dopo che quello si era fatto beffe del suo pugnale? Incapace d’altro, optò per un’uscita di scena minacciosa. L’avrebbe piegato lui quel maledetto ebreo ed in una maniera o nell’altra ne avrebbe ottenuto soddisfazione.
“Sentirete parlare ancora di me” disse, prendendo rabbiosamente congedo “e allora, statene certo, rimpiangerete la vostra impudenza.”
“Non credo” disse Daniel il Matto, senza smettere di disegnare “perché se dovesse accadere qualcosa a me o ad uno qualunque dei miei amici, quello sarebbe l’ultimo dei vostri misfatti. Il patibolo libererebbe finalmente il mondo della vostra nauseabonda presenza.”
L’uomo si lasciò andare ad una risata sguaiata.
“Voi dovete essere pazzo! L’ultimo che ha osato minacciarmi non ha vissuto abbastanza per raccontarlo.”
Per tutta risposta il sofer gli allungò uno dei fogli su cui aveva fatto correre il suo stilo.
L’uomo fissò sorpreso la propria inconfondibile fisionomia fissata sulla carta.
“Il ragazzino ne ha già consegnata una copia ad un amico fidato” stava dicendo Daniel il Matto ”ed io ne farò delle altre. Molte altre. Non sarete mai in grado di rintracciarle tutte ma, soprattutto, non ne avreste il tempo perché se doveste solo immaginare di rimettere piede in ghetto per disturbare qualcuno dei nostri, gli sbirri saprebbero chi andare a cercare. Ci penserebbero i miei disegni a metterli sulla buona strada.”
Il furfante lo fissò furibondo, consapevole di essere stato giocato.
“Non finisce qui” sibilò, pur sapendo di non avere più frecce al proprio arco.
Si girò per andarsene ma il sofer lo trattenne.
“Prendete almeno questo” disse “e consideratelo un regalo di addio.”
L’uomo afferrò con un grugnito il foglio arrotolato che Daniel gli porgeva e si dileguò a grandi passi.
Quando più tardi lasciò cadere lo sguardo sul disegno del sofer rimase a fissarlo a bocca aperta.
Anche questo era un suo ritratto. La stessa fisionomia affilata, gli stessi denti sporgenti, gli stessi capelli unti e radi che gli cadevano sulle spalle. La posa però era raccapricciante. La lingua tumefatta, gli occhi fuori delle orbite, quello era lui, disegnato come un pendaglio da forca.

Mario Pacifici, mario.pacifici@gmail.com

Contenti che vi ho regalato un’altra perla del grande Mario Pacifici?
Adesso però, anche se non c’entra niente, correte a leggere anche lui.


barbara


15 novembre 2010

UNA INTERESSANTE CARTA GEOGRAFICA



Quelli segnati in verde sono gli stati che non riconoscono il passaporto israeliano. Quelli in verde scuro sono quelli che non accettano passaporti di qualunque nazionalità infangati da timbri d’ingresso in Israele. Mi risulta che ci siano anche stati – non stati a maggioranza cristiana – che oltre al passaporto e al visto esigono anche il certificato di battesimo, per assicurarsi che il loro sacro suolo non venga calpestato da qualche sporco giudeo.
Discretamente in tema anche la cartolina odierna.

barbara


14 novembre 2010

QUALCHE INFORMAZIONE SUL JIHAD

Ieri…

Scopo del jihad è sottomettere tutti i popoli della Terra alla leg­ge di Allah, rivelata dal suo profeta Maometto. L'umanità è divi­sa in due gruppi: musulmani e non musulmani. I primi costitui­scono la comunità islamica o umma, che possiede i territori del dar al-islam, retti dalla legge islamica, mentre i non musulmani sono gli harbi, ossia i «cittadini del dar al-harb» o «territorio della guer­ra», designato in tal modo perché è destinato a passare sotto la giurisdizione islamica o con la guerra (harb), o attraverso la con­versione dei suoi abitanti. Secondo il giureconsulto Ibn Taymiyya (XIV secolo), i possedimenti dei non musulmani spettano di di­ritto ai soli adepti della vera religione. Pertanto il jihad costituisce il mezzo grazie al quale si realizza la restituzione ai musulmani dei beni illegalmente usurpati dai non musulmani. Ecco perché all'interno del dar al-harb ogni atto di guerra è lecito ed esente da riprovazione.
In quanto guerra permanente, il jihad esclude la nozione di pa­ce ma prevede delle tregue temporanee legate alle contingenze politiche (muhadana). Queste tregue, che non devono mai durare più di dieci anni, possono essere revocate unilateralmente dall'imam, previa notifica all'avversario. Anche in tale contesto è il jihad a regolare le modalità dei trattati con il dar al-harb, contem­plando uno stadio intermedio di non guerra o di vassallaggio. La guerra santa, considerata dai dotti dell'islam uno dei pilastri del­la fede, è obbligatoria per tutti i musulmani, i quali devono con­tribuirvi, a seconda delle loro possibilità, con la propria persona, i propri beni o i propri scritti.
Il jihad può essere combattuto con mezzi militari, come av­venne all'epoca della grande espansione araba (VII-VIII secolo), continuata più tardi in Europa dai turchi islamizzati. La tattica di guerra prevede ripetuti assalti alle frontiere del dar al-harb da parte di truppe irregolari, incendi di villaggi, rapimenti di ostaggi, saccheggi e massacri, il tutto al fine di cacciare gli abi­tanti e facilitare l'avanzata dell'esercito tramite progressivi sconfinamenti territoriali. Le modalità di spartizione del bottino sono regolate da rivelazioni coraniche in base alle quali un quinto di esso spetta al detentore dell'autorità spirituale e poli­tica (l'imam o il califfo).
Il jihad può essere condotto anche con mezzi pacifici, quali il proselitismo, la propaganda e la corruzione: quest'ultima consi­ste nell'elargire gratifiche destinate a coloro di cui si desidera «conquistare il cuore» (ta'lif al-qulub). Il harbi, in quanto abitante del territorio della guerra, è un nemico che non può avventurar­si impunemente nelle terre dell'islam, in cui, secondo la legge religiosa, ogni musulmano è autorizzato a versare il suo sangue e a impadronirsi dei suoi beni. Tuttavia la sua sicurezza può essere garantita dall'aman, una protezione temporanea che può essergli accordata da qualunque «credente» di entrambi i sessi.
Quando una porzione del dar al-harb, in seguito alla vittoria, diventa dar al-islam, i suoi abitanti (harbi) sono considerati prigio­nieri di guerra. L'imam, in base alle circostanze in cui è avvenuta la conquista, può condannarli al massacro, alla schiavitù, all'esi­lio, oppure trattare con i loro rappresentanti e concedere loro un patto di protezione (dhimma), che conferisce loro lo status di tri­butari (dhimmi). Poiché la condizione di dhimmi è il diretto risul­tato del jihad, essa è legata al contratto che sospende l'originario diritto del vincitore sui vinti, in cambio dell'accettazione da par­te di questi ultimi del pagamento di un tributo e della loro sotto­missione all'islam, secondo l'esempio degli accordi stipulati dal Profeta con gli ebrei e i cristiani da lui sconfitti. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.40-41)

E oggi…

"Ascolta Geert, non è uno scherzo"

Cari amici, volete leggere una bella poesia? Bella bella, poeticamente e politicamente significativa? Ve la regalo, eccola:

"Pim Fortuyn ha parlato dei musulmani, È stato abbattuto.
Theo van Gogh, ha parlato dei musulmani, È stato abbattuto.
Chi è il prossimo…? (…)
preparo un attacco contro Geert Wilders.
E questo con PAROLE. /Ti trovo orribile. Sarai strangolato.
Tutti quelli (…) che parlano dei musulmani si fanno uccidere. [...]
Geert preferisci saltare dal tetto, o preferisci ricevere delle pallottole nel corpo?
Non sono un terrorista, sono un rapper innocente.
Questo è un avvertimento!
Vuoi restare in vita?
Allora devi ritirare ciò che hai detto […]
Ascolta Geert, non è uno scherzo, la notte scorsa ho sognato che ti tagliavo la testa."

Come forse avete capito, il destinatario di questa alta composizione poetica è Geert Wilders, il leader del terzo partito olandese, il politico europeo più impegnato nella resistenza a Eurabia. L'autore invece si fa chiamare Mosheb, e ama farsi fotografare con una moschea alle spalle. Non è solo poeta ma anche cantante, insomma un rapper. Potete sentire la sua bellissima canzone qui: http://www.youtube.com/watch?v=177Yg34YKyA. Vedrete com'è soave; notate gli scoppi d'arma da fuoco e la lunga spranga maneggiata dal cantante: dettagli artistici di grande effetto, che aiutano il realismo del testo.
Come sapete, Wilders nei mesi scorsi è andato sotto processo per diffamazione dell'Islam. Purtroppo il suo processo è saltato, perché qualche maligno è riuscito a dimostrare che il presidente del tribunale ce l'aveva con lui per ragioni ideologiche. Del tutto ingiustamente anche il poetico Mosheb è stato processato. Eppure l'arte non si processa ... salvo che parli male di Maometto e dell'Islam, naturalmente. Chi avrebbe osato, in Italia, dopo l'omicidio Moro, condannare un cantante che avesse innocentemente incitato a uccidere dopo Moro anche Andreotti, o Berlinguer? Ricordate che in Olanda gli islamisti hanno ammazzato Pim Fortuyn e Theo Van Gogh, hanno costretto alla clandestinità e alla fuga negli Stati Uniti Ayaan Hirsi Ali, deputata somala di origini islamiche che si era ribellata alla sua oppressione. Dunque si poteva ben pensare che il tribunale se la prendesse con il povero Mosheb.
E infatti, dovete sapere che il tribunale l'anno scorso gli aveva inflitto una dura condanna: tre mesi di prigione e 80 ore di servizio sociale con la condizionale, insomma più o meno quel che nel rigoroso paese dei canali si prende per una sosta vietata. (http://islamizationwatch.blogspot.com/2009/12/dutch-islamic-rapper-convicted-of.html) Ma l'altro giorno è intervenuta la corte d'appello, che trionfalmente ha assolto il buon Mosheb, dicendo che il suo video è forse sì un tantino eccessivo, ma solo per quegli spari che vi si sentono, e però non si può sapere chi li abbia inseriti nell'audio, mentre la canzone rientra nella sfera della libertà di opinione, non si può proprio condannare. (http://www.unaviaxoriana.it/cgi-bin/uvpo/index.cgi?action=viewnews&id=4805). Che sentenza salomonica! La prossima volta che avete voglia di fare una minaccia di morte a qualcuno, mi raccomando, andate a farla in Olanda, così sarete al sicuro! Come sarebbe bello vivere in quel civilissimo paese, dove se uno è contrario all'immigrazione selvaggia e ai costumi oppressivi islamici e qualcuno incita ad ammazzarlo, non c'è niente di male, ma se costui dice che l'Islam incita ad uccidere gli infedeli lo processano... Per molti sensi Eurabia è ancora lontana, ma stiamo tranquilli, c'è la legge che (non solo) in Olanda lotta insieme a lei.
Ugo Volli (Informazione Corretta)

Ecco, al tempo del Profeta - la pace sia su di Lui e magari un po’ anche sulle bambine stuprate da Lui e, in Suo nome e in Suo onore, dai Suoi seguaci – i rapper non c’erano, però la musica, in un millennio e mezzo, non è cambiata neanche un po’. Ieri, con quella musica, hanno arabizzato e islamizzato tutto il nord Africa e tutto il Medio Oriente, pezzi di Europa e varie frange qua e là; oggi, con quella stessa musica, stanno completando l’opera. E noi ci difendiamo mettendoci a 90°.

barbara


13 novembre 2010

OGGI NIENTE POST

perché sono di nuovo a letto con influenza e bronchite e annessi e connessi. Per non farvi sentire troppo la mia mancanza e offrirvi, al contempo, una lezione di coscienza civile, vi regalo l'immagine di un uccellino rispettoso delle norme della strada, che sceglie di attraversare nel posto giusto.



barbara


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12 novembre 2010

OGGI

Dopo il divorzio dall'agenzia almeno per quanto riguarda l'albergo, mi sento così:



Raffreddore a parte. Mal di gola a parte. Bronchite a parte. Occhi brucianti e lacrimanti a parte. Mal di testa a parte. Eccetera. Vabbè, non si può avere tutto dalla vita.

barbara


12 novembre 2010

AGENZIA DI VIAGGI - LA SAGA CONTINUA

Perché non vi immaginerete mica che la storia dell’agenzia di viaggi sia finita lì, vero? E infatti no, non lo è. Succede dunque che la gentilissima Sabrina (pardon: Sabryna. Sì, lo so che non è colpa sua, però, insomma, sì vabbè...) torna dalla sua meritata vacanza e le viene fatto leggere il mio post. Mi scrive subito chiedendomi se l’albergo prenotatomi dalle sue colleghe mi va ancora bene o se voglio cercarmi qualcosa per conto mio. Io ovviamente stupisco come e peggio di Agata (qui per i più giovani, che hanno avuto la sciagura di perdersi tali memorabilia) perché secondo la narrazione precedente l’albergo doveva averlo prenotato lei oltre un mese e mezzo fa. Faccio dunque notare che con questo messaggio ha fatto emergere l’ennesima balla, e aggiungo che a questo punto devo farmelo andare bene per forza, perché nel mese e mezzo trascorso ad aspettare una risposta che non arrivava, tutte le occasioni più convenienti si sono via via esaurite. E lei? Abbocca come un tordo. Si precipita come un siluro verso la trappola con tutte le zampe e vi si tuffa a capofitto: mi manda il link di uno dei vari siti per la prenotazione di alberghi online, per dimostrarmi che di occasioni molto più favorevoli di quella propostami da lei ce ne sono eccome! Ora, per poter turlupinare il prossimo, non dico che occorra essere intelligenti, ma almeno un quarto di neurone sarebbe utile averlo – ma evidentemente la mancanza totale di neuroni è proprio quella cosa che impedisce di accorgersi di essere sprovvisti di neuroni. Rispondo dunque che adesso mi ha fornito la prova documentale che nel raccontarmi che non c’era niente a prezzi inferiori mi aveva raccontato una balla. E lei? Tenta di ribaltare la frittata. Avete presente la tecnica dei pallestinisti? Vi dicono: i sionisti si sono macchiati di ogni sorta di crimini contro l’umanità. Voi dite: beh, lo stupro etnico per esempio non lo hanno mai praticato. E quelli vi rispondono: certo, perché sono razzisti e scopare donne di altre razze gli fa schifo. Beh, stessa tecnica, appena si smonta un argomento, si sposta la mira su un altro obiettivo, totalmente diverso, allo scopo di depistare e sviare l’attenzione: mi ha mandato il link, spiega, per dimostrarmi che non è vero niente che non ci sono più alberghi economici. Dimenticando che era stata lei ad affermare, in partenza, più di un mese e mezzo fa, che non ce n’erano. Ma io, che il mio quarto di neurone ce l’ho e me lo tengo ben stretto, non rischio davvero di dimenticarlo. By the way, la signora scrive tutto in caratteri maiuscoli: le faccio notare che nel linguaggio internettiano la scrittura maiuscola equivale a gridare, il che è molto molto maleducato. Risponde che lei scrive sempre così (bene, apprendo con gioia che non è maleducata selettivamente solo con me, ma lo è proprio sempre, di suo), come posso verificare dalle sue mail precedenti (peccato che non ce ne siano, di mail precedenti, perché nel mese e mezzo in cui ho aspettato i suoi messaggi, questi non sono mai arrivati). Ma non è mica per raccontarvi queste quisquilie che sono qui a scrivere, no no, ci mancherebbe! Perché la chicca arriva adesso. Viene dunque fuori, improvvisamente, che l’albergo non lo devo pagare all’albergo, oh no: l’albergo lo devo pagare a loro! O yes! E anticipatamente! O yes! Il fatto è che io non ho mai sentito che si paghi un albergo a un’entità diversa dall’albergo. E non ho mai sentito che si paghi un albergo in anticipo (l’unica cosa che so che si pagava in anticipo erano le marchette nei casini, e se fossi tipo da emoticon, qua ci metterei un rofl gigante). E, oltre a tutto questo, dovrei pagare senza avere una sola prova che quell’albergo sia stato effettivamente prenotato e che il suo costo sia quello che mi è stato comunicato, fidandomi sulla parola di gente che da oltre un mese e mezzo mi sta menando per il naso contandomi carrettate di balle: no, dico, cosa ho scritto io sulla fronte? Beh, ho risposto spiegando che per tutte queste ragioni, di pagare l’albergo a loro non se ne parla neanche, ho disdetto la prenotazione, sono andata in internet e in cinque minuti ho prenotato un albergo, sempre vicinissimo all’aeroporto, a meno della metà del prezzo chiesto da loro (con l’opzione, per un piccolo supplemento, della camera SPA con accesso a sauna, bagno turco, idromassaggio, “docce emozionali”, zona relax e spumantino in camera...) e servizio navetta da e per l’aeroporto. E 3 (TRE) minuti dopo mi è arrivata la mail di conferma della prenotazione.
Resterò comunque in ansia fino all’ultimo momento, visto il casino che mi hanno combinato con le date, in attesa di scoprire se i voli prenotati siano, almeno loro, quelli giusti. (Memento: EVITATE MINVIAGGI)

barbara


11 novembre 2010

POICHÉ AMO SMISURATAMENTE IL TIZIO DELLA SERA,

e amo smisuratamente Roberto Saviano, e amo smisuratamente Ugo Volli, e amo la lingua italiana e il vederla usata con eleganza, e amo la verità e chi ha il coraggio di dirla, tanto per cominciare vi offro l’ultimo Tizio della Sera fresco di giornata:


Basta poco

Con una scelta coerente ai temi della prima puntata di "Vieni via con me", Saviano non ha parlato delle sue radici. Da par suo, ha riacceso le luci su Borsellino, poi, in un altro segmento, dopo essersi messo una bandiera tricolore in spalla, ha parlato del Risorgimento con una passione civile sconosciuta al mondo presente e ha pronunciato il giuramento della Giovane Italia. Lo ha fatto sia in modo ponderato che con slancio, cosa che che gli fa ulteriormente onore, e abbiamo amato Roberto Saviano anche per questo, senza fare come è accaduto per settimane la grottesca contabilità della sua appartenenza spirituale. Eppure quello che vedevamo in onda in un volto bruno approfondito dai due pozzi degli occhi, era anche un ebreo italiano - il Risorgimento, una famiglia di patrioti, un retaggio sefardita. E la bolla anti-ebraica che aveva giganteggiato intorno a lui per qualche settimana, si è afflosciata come se non fosse mai esistita - oblio allo stato puro, surrealtà: come nei sogni. La morale è antichissima e oltrepassa sia l'epoca che una trasmissione davvero eccezionale, e le oltrepassa dato che riguarda il tormento così antico della vita ebraica, e la morale è infatti la solita: che basta così poco perché non ci siano problemi ebraici - è sufficiente non porli.

Il Tizio della Sera


E poi, essendo rimasta un po’ in arretrato, vi regalo Ugo Volli 1, Ugo Volli 2, Ugo Volli 3, Ugo Volli 4 e Ugo Volli 5. Buona lettura.


barbara


10 novembre 2010

10 NOVEMBRE 1846

Dal nostro corrispondente in Polonia

... In seguito alla scomparsa di una bambina cristiana dalla città di Konin si è diffusa la falsa notizia che sarebbe stata rapita e sacrificata dagli ebrei. Un testimone avrebbe perfino dichiarato di aver visto la sera prima un ebreo con un sacco sulle spalle, in cui s'intravedeva la forma di due gambe umane. Nell'apprendere ciò la folla ha reagito con rabbia e indignazione. Il borgomastro, un individuo purtroppo assai poco illuminato, ha subito convocato il rabbino capo [il rabbino di Konin] intimandogli di radunare tutti gli ebrei della città in sinagoga (era mezzanotte): sarebbe stato suo preciso dovere ordinare loro di rendere le povere spoglie del sacrificio o, viceversa, d'individuare il rapitore e consegnarlo alle autorità. Il rabbino capo ha opposto resistenza, dichiarando che i suoi correligionari non si sarebbero mai macchiati di simile infamia. Intanto la folla inferocita si è riversata nelle strade con tanto di bastoni, forconi e varie altre armi improprie, giurando vendetta contro gli ebrei. Il massacro pareva inevitabile, non fosse stato per un ufficiale accorso sul posto, con trenta veterani armati di moschetto, a minacciare di sparare contro qualsiasi atto di violenza. Ma la calma è durata ben poco: qualche minuto dopo la folla scatenata, incurante dell'esiguo numero di militari, era pronta a infierire sugli ebrei. Per fortuna proprio in quel momento è comparso un contadino con la bimba in braccio: l'aveva trovata addormentata in un campo e l'aveva tenuta in casa sua in attesa di rintracciarne i genitori. La resurrezione della (presunta) vittima ha posto fine ai disordini. Gli ebrei hanno subito mandato staffette [corrieri a cavallo] alle autorità di Kalisz e Varsavia, esigendo un'indagine e un risarcimento. Sei sobillatori sono stali arrestati, e c'è da sperare che il borgomastro venga chiamato a rendere conto del proprio, a dir poco, bizzarro comportamento in tale circostanza.
dal Jewish Chronicle del 27 novembre 1846

A quei tempi era così che andavano le cose: spariva una bambina e immediatamente gli ebrei venivano accusati di averla immolata per i loro infami rituali. Altri tempi. Oggi, in questi nostri tempi tecnologizzati informatizzati mediatizzati non c’è affatto bisogno che spariscano bambini per montare una campagna: basta che un sedicente giornalista si inventi un’intervista – e poco importa che i presunti intervistati neghino di averlo mai incontrato – ed ecco che sull’intero pianeta si diffonde in un istante la turpe novella dei perfidi giudei predatori d’organi. Eh sì, sono proprio cambiati i tempi.


barbara


9 novembre 2010

NOTTE DEI CRISTALLI: UN RICORDO, UNA RIFLESSIONE

         
                  Sinagoga di Dortmund

Una testimonianza letta tanti anni fa. Protagonista, una donna. Viveva sola, la sua casa era in fondo alla strada. Tutta la notte era rimasta in piedi ascoltando, terrorizzata, l’orda selvaggia che, di casa in casa, di ebreo in ebreo, avanzava inesorabilmente, devastando, distruggendo, brutalizzando. Ed ecco, arriva la mattina e l’orda raggiunge la sua casa e iniziano a scardinare il portone. E in quel preciso momento si leva la voce del dirimpettaio, preside di liceo, che grida: “Ehilà, cosa state facendo? Vergognatevi! Cosa penserebbe di voi il Führer se vi vedesse?!”

                                  
                                             Sinagoga di Berlino

Noi, naturalmente, sappiamo benissimo che cosa avrebbe pensato il Führer se li avesse visti, e probabilmente lo sapeva anche il buon preside. Di sicuro, in ogni caso, lo sapevano i ragazzi dell’orda selvaggia. Il fatto è, però, che quella che stavano sentendo in quel momento era la voce dell’Autorità: la più vicina a loro, la più immediata, la più diretta. Hanno mollato tutto e se la sono data a gambe. La donna si è salvata per quello: per quel semplice “Ehilà cosa state facendo”. E viene da chiedersi: chissà quanta gente in più si sarebbe salvata, anche senza grandi atti di eroismo, se solo ci fosse stato qualcuno in più ad avere il coraggio di dire Ehilà.

                                                          

barbara


9 novembre 2010

CILIEGINA SULLA TORTA

Pio XII al nunzio Roncalli: non restituite i bimbi ebrei


Ma il futuro Giovanni XXIII disattese gli ordini giunti da Roma e favorì il ritorno a casa dei minori accolti nei conventi francesi

Chi augurerà buon anno a Charles de Gaulle il 1° gennaio 1945? Questa domanda, apparentemente sciocca, angoscia Pio XII nel dicembre 1944 e segna uno snodo importante per la politica vaticana di allora e dei decenni successivi. Nella Parigi liberata di quei mesi si va infatti ricostituendo il rituale civile, a partire dagli auguri che il corpo diplomatico porge al capo di Stato. Per tradizione tali voti augurali venivano letti dal nunzio, decano del corpo diplomatico in Francia. Ma per il Capodanno del 1945 il nunzio ancora non c' è. De Gaulle ha fatto cacciare monsignor Valeri, disponibile al dialogo col regime collaborazionista di Vichy. Nominare un nunzio vuol dire riconoscere il diritto di de Gaulle a epurare la Chiesa; ma non nominarlo significa cedere all'anziano ambasciatore dell'Urss il diritto di pronunciare il discorso dell'Eliseo - e per Pio XII questo sarebbe un immeritato regalo a Stalin. La questione non è protocollare. La cartina d' Europa del Capodanno 1945 racconta di destini imminenti e fatali. Per ciascun Paese è vicina la vittoria, la vendetta, la catastrofe, la libertà, la rinascita, la divisione. E il Vaticano deve riposizionare se stesso, dopo che alcuni capisaldi prima scontati (l'indulgenza verso il confessionalismo autoritario, l'anticomunismo ideologico, il pregiudizio antisemita, la diffidenza per la democrazia liberale) si sono rivelati radici della tragedia bellica. Ma la Chiesa può accettare una politica che adotti la democrazia nella sfida al comunismo e la rottura col nazifascismo come principio da cui essa stessa non è esentata? E a rovescio: può la Chiesa rinunciare a vivere il futuro dell'Europa per limitarsi al rimpianto d'un passato inglorioso? Questo è il groviglio in cui sono impigliati gli auguri a de Gaulle del Capodanno 1945. Pio XII taglia quel nodo con una mossa personale e audace. Piglia da Istanbul, ultima retrovia della politica estera pontificia, un diplomatico di basso rango e, contro il parere di molti suoi collaboratori, lo manda a Parigi. Monsignor Angelo G. Roncalli, un bergamasco fino a quel momento sconosciuto ai più, ma non agli ebrei che aveva aiutato a fuggire verso la Palestina, sale così al primo posto della diplomazia vaticana. Il suo compito è arduo: il ministro degli Esteri Georges Bidault, proprio perché cattolico, è il più intransigente nel pretendere la testa di molti vescovi accusati di collaborazionismo; il ricomporsi politico della nazione coincide con una rinascita impetuosa della ricerca teologica che Roma guarda male; e mille questioni - dal processo di Norimberga alla nascita dell'Unesco, dalla conferenza di pace alla nomina di nuovi vescovi - bussano alla sua porta. Che Roncalli se la cavi con buon successo era già noto. Ma ora possiamo capire molti dettagli inediti, perché con il volume Anni di Francia. Agende del nunzio Roncalli 1945-1948, Étienne Fouilloux, uno dei massimi storici francesi, pubblica le fitte note quotidiane di quel periodo. Esse svelano poco dell'uomo Roncalli (che con un filo di ironia trema dei successi del Pci a Sotto il Monte, suo paese natale), ma dicono molto dei dilemmi che attraversano la politica vaticana. Il cattolicesimo francese, infatti, è stato su tutti i fronti: ha collaborato e ha resistito; chiede un ricambio e offre copertura; pensa vie nuove teologico-politiche e sporge le denunzie al Sant'Uffizio. Roncalli si muove fra questi scogli con studiata lentezza, che i testi inediti documentano ora per ora. È un nunzio fedele alla politica di Pio XII, ma ha una sua sensibilità e una sua storia. È così per la Shoah. Roncalli, appoggio sicuro negli anni d'Istanbul per il rabbinato e per l'Agenzia ebraica, trova a Parigi un ambiente attento e attivo: nella capitale francese Jules Isaac sta promuovendo la rete di intellettuali che redigerà i «punti di Seelisberg», coi quali si chiedeva alla Chiesa di ripudiare ogni variante dell'antisemitismo; da Parigi passa il gran rabbino di Palestina Herzog, per cercare di ottenere che vengano restituiti alle organizzazioni ebraiche i bambini salvatisi nelle case e nei conventi cattolici. Roncalli, racconta l'Agenda, riceve il rabbino Herzog nel 1946 come un amico e, con una lettera del 19 luglio, lo autorizza «ad utilizzare della sua autorità presso le istituzioni interessate, di modo che ogni volta che gli fosse stato segnalato, questi bambini potessero ritornare al loro ambiente d' origine». Tuttavia (come rivela uno straordinario documento, parte dell'apparato del secondo tomo delle Agende di Francia, che i lettori del Corriere possono leggere in anteprima) al nunzio arrivano nello stesso 1946 istruzioni elaborate dal Sant'Uffizio e approvate da Pio XII. Al nunzio Roncalli, la cui fraternità con gli ebrei in transito dalla Turchia non era passata inosservata, si trasmettono ordini agghiaccianti: non deve dare risposte scritte alle autorità ebraiche e precisare che «la Chiesa» valuterà caso per caso; i bambini battezzati possono essere «dati» solo a istituzioni che ne garantiscano l'educazione cristiana; i bambini che «non hanno più i genitori» (proprio così!) non vanno restituiti e i genitori eventualmente sopravvissuti potranno riaverli solo nel caso che non siano stati battezzati... Alcune delle vicende su cui queste disposizioni cadono si risolveranno felicemente, ma non tutte. Di casi di sottrazione dei bambini ebrei - repliche del caso Mortara dei tempi di Pio IX nella Francia del dopoguerra - non c'è per ora un censimento, se non nella memoria ferita delle vittime di questa tragedia umana e spirituale. Nemmeno Roncalli ne annota in dettaglio gli sviluppi, abile com'è nel filtrare tutto in uno stile ecclesiastico apparentemente impassibile. Ma è difficile credere che questi episodi non siano alla base della sua risposta positiva a Jules Isaac, che nel 1960 gli chiede di aprire una riflessione sui punti di Seelisberg: quando nel 1955 Isaac li aveva portati a Pio XII, il Papa gli aveva detto «li appoggi su quel tavolo», quasi a marcare un abisso fisico fra due umanità; quando nel 1960 li porterà a Giovanni XXIII, questi li accoglierà e farà iscrivere il ripudio degli antisemitismi nell'agenda del Concilio Vaticano II. Decisione capitale, perché diceva a tutti che la Chiesa non vive immacolata negli orrori della storia, ma ne è parte, nel bene e nel male; diceva che nell'Europa senza più innocenza del secondo Novecento il futuro non vive di mitologie del sé, ma di una memoria umile e sincera, radice d'indispensabile cambiamento, anima della speranza nel tempo.

IL DOCUMENTO
«I piccoli giudei, se battezzati, devono ricevere un'educazione cristiana»
Pubblichiamo la traduzione dall'originale francese del documento, datato 20 ottobre 1946, che fu trasmesso dal Sant'Uffizio al nunzio apostolico Angelo Roncalli. L'originale si trova presso gli Archivi della Chiesa di Francia.
A proposito dei bambini giudei che, durante l'occupazione tedesca, sono stati affidati alle istituzioni e alle famiglie cattoliche e che ora sono reclamati dalle istituzioni giudaiche perché siano loro restituiti, la Congregazione del Sant'Uffizio ha preso una decisione che si può riassumere così: 1) Evitare, nella misura del possibile di rispondere per iscritto alle autorità giudaiche, ma farlo oralmente 2) Ogni volta che sarà necessario rispondere, bisognerà dire che la Chiesa deve fare le sue indagini per studiare ogni caso particolare 3) I bambini che sono stati battezzati non potranno essere affidati a istituzioni che non ne sappiano assicurare l'educazione cristiana 4) I bambini che non hanno più i genitori e dei quali la Chiesa s'è fatta carico, non è conveniente che siano abbandonati dalla Chiesa stessa o affidati a persone che non hanno alcun diritto su di loro, a meno che non siano in grado di disporre di sé. Ciò evidentemente per i bambini che non fossero stati battezzati 5) Se i bambini sono stati affidati (alla Chiesa) dai loro genitori e se i genitori ora li reclamano, potranno essere restituiti, ammesso che i bambini stessi non abbiano ricevuto il battesimo. Si noti che questa decisione della Congregazione del Sant' Uffizio è stata approvata dal Santo Padre. Le agende parigine L'Istituto per le scienze religiose di Bologna (www.fscire.it) sta curando l'edizione nazionale dei diari e delle agende di lavoro di Giovanni XXIII, che conterà in totale sei volumi ordinati cronologicamente Il primo tomo del quinto volume (Angelo G. Roncalli / Giovanni XXIII, «Anni di Francia. Agende del nunzio Roncalli 1945-1948», pp. 595, euro 50) è appena uscito a cura di Étienne Fouilloux Il secondo tomo uscirà alla fine del 2005, con le agende di Francia del periodo 1949-1953: conterrà anche il documento del Sant'Uffizio, datato 20 ottobre 1946, qui pubblicato. La lettera del 19 luglio 1946, in cui Roncalli concede al rabbino Herzog di agire a suo nome, si trova a Parigi presso il Centre de documentation juive contemporaine, fondo Kaplan.


Melloni Alberto Pagina 37 (28 dicembre 2004) - Corriere della Sera

Magari non tutti lo sanno, ed è utile invece che si sappia.

barbara


8 novembre 2010

ODORE DI POLVERE

Vapore che si leva dai corpi nudi. Mani che si agitano con rapidi movimenti ritmici. I raggi di sole penetrano attra­verso due aperture sul soffitto conferendo a sederi, seni e cosce una luminosità pittorica. Nella stanza calda i corpi si intravedono appena, fino a che l'occhio non si abitua a questa magica luce. I volti hanno un'espressione di gran­de concentrazione. Questo non è divertimento, ma duro lavoro.
In due grandi sale, donne sdraiate, sedute o in piedi, stro­finano. Strofinano se stesse, le altre o i loro bambini. Alcu­ne sembrano uscite da un quadro di Rubens, altre sono tan­to scheletriche da avere le costole sporgenti. Con grandi guanti di canapa fatti a mano si sfregano a vicenda schiena, braccia e gambe. Grattano via dai piedi la pelle dura con la pietra pomice. Le madri strofinano le fìglie in età da marito osservandone attentamente il corpo. Non passerà molto tempo prima che queste ragazzine con un accenno di seno si trasformino in madri che allattano. Ci sono esili adole­scenti con profondi segni sulla pelle per aver messo al mon­do dei figli quando il corpo non era ancora maturo per far­lo. Quasi tutte le donne presentano ampie smagliature sul­l'addome dovute ai parti precoci e frequenti.
I bambini gridano e strillano, per la paura o per la gioia. Quelli che sono già stati strigliati e sciacquati giocano con i catini per l'acqua, altri urlano dal dolore e sgambettano come pesci che guizzano nella rete. Qui a nessuno viene messo un panno sugli occhi per evitare che il sapone, colando, li faccia bruciare. Col guanto di canapa le mam­me sfregano i sudici corpi color marrone scuro dei loro bambini fino a farli diventare di un rosso chiaro. Fare il bagno e lavarsi è una battaglia che i piccoli, nelle mani salde delle madri, hanno perso già in partenza.
Leila si strofina via rotolini di sporco e pelle morta. A forza di fregare, si toglie striscioline nere che rimangono nel guanto o cadono sul pavimento. Sono passate molte settimane dall'ultima volta che si è lavata a dovere e parecchi mesi da quando è andata allo hammam. A casa l'acqua c'è raramente e lei non vede il motivo di doversi lavare troppo spesso, tanto ci si sporca subito di nuovo.
Ma oggi è andata allo hammam con la mamma e le cugi­ne. Leila e le sue cugine, come tutte le giovani non ancora sposate, sono particolarmente vergognose e dunque sono rimaste in mutande e reggiseno. Il guanto di canapa evita queste zone, ma braccia, cosce, polpacci, schiena e collo subiscono un duro trattamento. Gocce di acqua e di sudore si mescolano sui loro volti, mentre strofinano, sfregano e grattano: tanto più forte, tanto più pulito.
[...]

Mentre si striglia e cicala con le cugine, Leila lancia a trat­ti rapide occhiate alla madre per assicurarsi che vada tut­to bene. Questa giovane di diciannove anni ha un corpo da adolescente, una via di mezzo tra quello di una ragaz­zina e quello di una donna fatta. Tutti nella famiglia Khan sono sul rotondetto, come vogliono i canoni afgani. Il grasso e l'olio che versano generosamente sulle pietanze influiscono sulla corporatura: frittelle, patate a pezzi che gocciolano grasso, carne ovina in salsa d'olio speziato. La carnagione di lei è pallida e priva di difetti, morbida come il culetto di un bambino. Il colorito del volto sfuma dal bianco al giallognolo al nero-grigio. Il tipo di vita che conduce si riflette in questa pelle da bambina, che non prende mai il sole, e nelle mani ruvide e consunte da vec­chia. Per molto tempo Leila si era sentita debole e mala­ticcia, poi si era finalmente decisa ad andare dal medico. Le aveva detto che necessitava di sole, vitamina D.
Alquanto paradossalmente, Kabul è una delle città più
soleggiate al mondo. Posta a 1800 metri di altezza sul livello del mare, quasi tutti i giorni dell'anno vi splende il sole: spacca la brulla terra, desertifica quelli che un tem­po erano stati fertili giardini e brucia la pelle dei bambini. Ma Leila il sole non lo vede. Là sotto, nell'appartamento a piano terra di Mikrorayan, non splende mai, e nemme­no dietro al burka. Non un solo, piccolo raggio salutare riesce a penetrare attraverso le maglie della griglia. Sola­mente quando va a trovare la sorella maggiore Mariam, che ha un cortile sul retro della sua casa in campagna, lascia che il sole le scaldi la pelle. Di rado, però, le capita di avere tempo per andarci.
Leila è quella che in famiglia si alza per prima e si corica per ultima. Con sottili rametti accende il fuoco nel for­no del soggiorno, mentre quelli che ci dormono russano ancora, poi accende quello del bagno e fa bollire l'acqua per cucinare, fare il bucato e lavare le stoviglie. È ancora buio quando riempie di acqua bottiglie, paioli e vasi. La corrente elettrica non c'è mai a quest'ora, così Leila si è dovuta abituare a muoversi nell'oscurità andando a tasto­ni. Di tanto in tanto si porta dietro una piccola lampada. Poi prepara il tè: dev'essere tassativamente pronto alle sei e mezzo, l'ora in cui gli uomini della casa si svegliano, altrimenti sono guai. Quando usa l'acqua di una brocca, Leila torna subito a riempirla. Fino a che ne arriva, è meglio approfittarne: non si può mai sapere quando ne interromperanno l'erogazione, a volte capita dopo un'o­ra, a volte dopo due.
[...]
Sbattere di porte e colpi sulle pareti. È come se nelle poche camere, nel corridoio e nella stanza da bagno fosse in corso una guerra. I figli di Sultan litigano, strillano e piangono. Sultan se ne sta quasi sempre per conto proprio, a bere il tè e fare colazione in compagnia della seconda moglie. Sonya si occupa di lui, Leila di tutto il resto. Riempie di acqua i catini, tira fuori i vestiti, versa il tè, frigge le uova, va a prendere il pane, pulisce le scarpe. I cinque uomini di casa devono andare al lavoro.
Con grande riluttanza, aiuta i suoi tre nipoti - Mansur, Eqbal e Aimal - a prepararsi per uscire. Da loro non ci si deve aspettare mai un grazie, mai un piccolo aiuto. "Ragazzacci maleducati", sibila Leila tra sé quando i tre, di pochi anni più giovani di lei, le ordinano di fare questo e quello.
"Non c'è latte? Ti avevo detto di comprarlo!" inveisce Mansur aggiungendo: "Parassita che non sei altro!" E se lei brontola, lui ha sempre pronta la stessa micidiale risposta: "Sta' zitta, donna!" Non si fa scrupoli ad alzare le mani e colpirla sullo stomaco o sulla schiena. "Questa non è casa tua, è casa mia! " le dice con voce dura. Nem­meno Leila la sente come la propria casa, ma come quella di Sultan, dei suoi figli e della sua seconda moglie. Lei, Bulbula, Bibi Gul e Yunus sentono tutti di non essere i benvenuti nella famiglia. Ma andarsene non è certo un'al­ternativa possibile: dividere una famiglia è uno scandalo. Oltretutto sono dei buoni servitori, Leila almeno lo è di sicuro.
[...]
Dopo il caos mattutino, quando Sultan e i suoi figli sono usciti, la ragazza può finalmente tirare un sospiro di sollievo, bere il tè e fare colazione. Poi ci sono da pulire le camere, la prima volta nell'arco della giornata. La ragazza procede china, con uno scopettino di paglia in mano, e spazza, spazza, spazza spostandosi di stanza in stanza. La maggior parte della polvere si solleva, svolazza qua e là e si posa di nuovo sul pavimento alle sue spalle. L'odore di polvere non lascia mai l'appartamento. Della polvere Leila non si libererà mai, si è posata sui suoi movimenti, sul suo corpo, sui suoi pensieri. Ma briciole di pane, residui di carta e rifiuti riesce a raccoglierli. Spaz­za le stanze diverse volte al giorno: dato che tutto lì si svolge sul pavimento, si sporca rapidamente.
È questa polvere di sporcizia che ora sta cercando di strofinare via dal suo corpo, è questa che si toglie di dos­so fregando e formando spessi rotolini. È la polvere che si incolla alla sua vita.
"Pensate se avessi una casa da spazzare solo una volta al giorno, una casa che si mantiene pulita per un'intera giornata, in modo da non essere costretta a scopare di nuovo prima della mattina successiva", dice Leila sospi­rando alle sue cugine. Loro annuiscono: in quanto ragaz­ze più giovani della famiglia, vivono anche loro la sua stessa vita.
Leila ha portato con sé alcuni capi di biancheria intima che vuole lavare nello hammam. Di solito il bucato lo fa su una panchetta accanto alla latrina del bagno, nella stanza semibuia. Si prepara diversi catini: uno con il sapo­ne, uno senza, uno per i capi colorati, uno per quelli chia­ri. In queste bacinelle lava lenzuola, tappeti, asciugamani e vestiti di tutti i membri della famiglia. Li strofina e li torce, poi li mette ad asciugare, compito arduo, soprat­tutto in inverno. Sono state tese delle corde davanti alle palazzine, ma capita spesso che qualcuno rubi i panni stesi, perciò Leila lì non ce li vuole lasciare, a meno che qual­cuno dei bambini non sia disposto a tenerli d'occhio fino a che non sono asciutti. In alternativa li appende stretti uno all'altro sui fili tesi sul piccolo balcone. Su questo ter­razzino di appena un paio di metri quadrati ci sono gene­ri alimentari e cianfrusaglie, una cassa di patate, un cesto di cipolle, uno di aglio, un grosso sacco di riso, cartoni, scarpe vecchie, alcuni stracci e altri oggetti che nessuno ha il coraggio di buttare via perché forse un giorno potrebbero servire a qualcuno.
A casa Leila indossa vecchi maglioni pelosi e con le frange, camicie tutte macchiate e gonne che strisciano per terra e raccolgono lo sporco che lei non è riuscita a spaz­zare via. Ai piedi porta logori sandali in plastica e sul capo un piccolo foulard. L'unica cosa che dà un po' di luce sono i grandi orecchini dorati e i lucidi braccialetti.
[...]
L'acqua inizia a raffreddarsi. I bambini che ancora non sono stati completamente lavati strillano più forte che mai. Presto non rimarrà che acqua fredda nello hammam fino a poco prima pieno di vapore. Le donne lasciano il bagno e a mano a mano che se ne vanno lo sporco diven­ta visibile. Negli angoli ci sono gusci d'uovo e mele mar­ce. Sul pavimento sono rimaste strisce di sporcizia: nello hammam le donne portano gli stessi sandali di plastica che usano sui sentieri di campagna, nei bagni all'aperto e nei cortili sul retro delle loro abitazioni.
Bibi Gul si trascina fuori, con Leila e le sue cugine al seguito. È il momento di rivestirsi. Nessuna ha portato un cambio, si rimettono tutte addosso gli stessi abiti con cui sono arrivate. Alla fine si adagiano il burka sui capelli appena lavati. Il burka con il suo inconfondibile odore: ognuno ne possiede uno proprio e caratteristico, dato che poca aria riesce a penetrare attraverso la stoffa. Il burka di Bibi Gul ha lo stesso lezzo che esala da lei: alito di vec­chia frammisto a fiori dolciastri e una punta di acidulo. Leila sa di sudore giovane e puzzo di cibo. A dire il vero tutti i burka della famiglia Khan sono impregnati di puz­zo di cibo, perché li tengono appesi a un chiodo davanti alla cucina. Sotto il burka e gli altri vestiti, adesso, le don­ne sono linde e profumate, ma perché il sapone verde e lo shampoo rosa abbiano la meglio si prospetta una dura battaglia. Tra breve riacquisteranno il loro odore, il burka glielo ricaccia addosso, odore di vecchia schiava, odore di giovane schiava.
Bibi Gul procede davanti a tutte, per una volta tanto sono le tre ragazze a rimanere indietro. Camminano una accanto all'altra, ridacchiando sommessamente. In una strada quasi deserta si alzano il burka sopra la testa: tanto lì in giro ci sono solo bambini e cani. Il vento fresco fa bene alla pelle ancora madida di sudore, ma non è certo aria buona. Le strade secondarie e i vicoli di Kabul puzzano di immondizia e di fogna. Un sudicio canaletto di scolo costeggia la strada di terra battuta tra le casupole in argilla. Ma le ragazze non si accorgono nemmeno del tanfo che ne fuoriesce, né della polvere che, a poco a poco, si appiccica alla pelle otturandone i pori. Si godono i raggi del sole e ridono. All'improvviso sbuca fuori un uomo in bicicletta.
"Copritevi, ragazze! Sono tutto un ardore! " grida supe­randole. Le tre si guardano e scoppiano in una risata per la sua divertente mimica facciale, ma quando pedalando ritorna verso di loro, si abbassano il burka.
"Quando il re farà ritorno, non indosserò più il burka, mai più", afferma Leila fattasi di colpo seria. "Perché allora vivremo in un Paese in pace."
"Non tornerà mai", replica la cugina, velata anche lei.
"Si dice che ritornerà questa primavera", ribatte Leila.
Fino a quel momento, comunque, è meglio andare in giro coperte, tanto più adesso che le tre ragazze sono da sole.
Completamente da sola Leila non va da nessuna parte. Non sta bene che una giovane esca senza essere accompa­gnata. Chi può sapere con certezza dove è diretta? Maga­ri ha intenzione di incontrarsi con qualcuno, magari sta andando a peccare. Nemmeno al mercato della verdura, che dista solo alcuni minuti a piedi da casa, Leila ci va da sola. Come minimo si porta dietro un bambino del vici­nato. Oppure chiede a uno di loro di svolgere per lei la commissione. "Da sola" è un concetto che non esiste per lei. Mai e in nessun posto le è capitato di stare da sola. Non è mai stata da sola nell'appartamento, non è mai andata da sola da nessuna parte, non è mai rimasta da sola in nessun posto, non ha mai dormito da sola. Ogni singola notte l'ha trascorsa sulla stuoia accanto alla madre, Leila non sa cosa significhi essere da sola, ma non le manca neanche. L'unica cosa che potrebbe desiderare è un po' più di tranquillità e un po' meno da fare.
[...]
Leila deve andare in cucina a preparare la cena. [...]
Sbuccia le cipolle e questo le fa scendere lacrime amare lungo le guance. Di lacrime vere ne piange poche: ha rimosso desideri, nostalgie e delusioni. Il profumo fresco del sapone dello hammam è svanito già da un pezzo. L'olio della padella le schizza sui capelli diffondendo un odore acre. Le ruvide mani sof­frono quando il succo di peperoncino penetra attraverso la pelle screpolata.
[...]
Verso mezzanot­
te sono tutti sdraiati sulle loro stuoie. Tutti tranne una. Leila è in cucina alla luce di una candela. Domani Sultan vuole avere cibo fatto in casa da portarsi al lavoro. Frigge un pollo nell'olio, cuoce il riso, prepara una salsa di verdure. Nel frattempo lava le stoviglie. La fiamma del­la candela le illumina il volto. Ha grandi occhiaie scure. Quando le pietanze sono cotte, toglie le pentole dai for­nelli, le avvolge in grandi panni annodandoli saldamente di modo che i coperchi non cadano quando Sultan e i suoi figli le prenderanno l'indomani. Si lava via l'olio dal­le dita e va a coricarsi con indosso gli stessi vestiti che ha portato tutto il giorno. Srotola la sua stuoia, si distende sopra una coperta e dorme fino a che, poche ore dopo, il mullah non la sveglia e inizia così una nuova giornata al suono di "Allahu akbar - Dio è grande".
Ancora una giornata con lo stesso odore e lo stesso sapore di tutte le altre. Polvere. (Il libraio di Kabul, pp.189-207)

Non aggiungo parole di commento a questa stupenda pagina. L’unica cosa che aggiungo è l’invito a leggere la cartolina di oggi dell’imprescindibile Ugo Volli notevolmente in tema (e magari, se vi avanza qualche minuto, anche l’ulteriore scambio con la sua severa bacchettatrice), e poi, imperativo categorico, vedere questo video, che in Francia è stato censurato, motivo per cui invito chiunque passi di qui a diffonderlo il più possibile.


barbara


7 novembre 2010

E GLI ANNI PASSANO E I BIMBI CRESCONO

e le mamme imbiancano e imbiancano anche le figlie delle mamme e le mode cambiano e i modi si adeguano e così si evolvono anche gli stili dell’antisemitismo, vero che si evolvono? Nella Germania degli anni Trenta, per esempio, l’antisemitismo si manifestava così



mentre nella Giordania di oggi si manifesta così:



Vero che si vede che sono passati quasi ottant’anni?

barbara


6 novembre 2010

TROVA LA DIFFERENZA

Ebrei armati (arroganti, antipatici)


Ebrei disarmati (simpaticissimi, li adoriamo incondizionatamente)


Per tutti gli ebrei disarmati, Kaddish.

barbara


5 novembre 2010

PIO XII – QUALCHE UTILE INFORMAZIONE SUPPLEMENTARE

Pio XII: Sotto il cielo (nero) di Roma

Ogni chiesa ha i suoi chierichetti. Assistono il prete durante la messa, portano il secchiello dell’acqua benedetta e i santini per i fedeli. O, meglio ancora, per gli infedeli. Se ne trovano a tutte le età, anche se sono per lo più ragazzi allevati nelle parrocchie con corsi per catecumeni. Si distinguono perché hanno un contegno, uno stile comunicativo, che lo stesso esercizio del chierichetto obbliga ad avere. Toni persuasivi, quasi da confessori, voce bassa e sicurezza per le proprie verità. Sono espressioni, direbbe Foucault, del potere che deforma e rende gli uomini a sua immagine e somiglianza.
Un esempio di chierichetto in una messa televisiva solenne è il solito Bruno Vespa con il suo “Porta a Porta”. Imperversa da tempi immemorabili su Rai Uno tutte le sere tra il lunedì e il giovedì, in seconda serata. Come le febbri malariche endemiche che si presentavano a intermittenza e che gli antichi, non sapendo come definire, chiamavano terzane maligne e quartane.
Giovedì 28 ottobre, il tema era il film in due parti “Sotto il cielo di Roma” che andrà in onda, appunto nella parrocchia di Rai Uno, domenica 31 ottobre e lunedì 1° novembre, in prima serata.
I conteggi l’hanno fatta da padrone tra il surreale e l’osceno. Va’ be’, dicevano i sacerdoti della sacra audience televisiva, saranno pure stati deportati mille ebrei romani tra il 16 e il 18 ottobre 1943, finiti qualche giorno dopo nelle camere a gas del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Ma, diciamocelo, il principe romano Eugenio Pacelli, passato alla storia come papa Pio XII, in fondo ne ha salvati più di quattromila in conventi e monasteri, nei mesi dell’occupazione tedesca.
Bisognava vederli Paolo Mieli, presidente della Rcs libri, e l’inossidabile Bruno, inforcare gli occhialini da vista per spiegare al popolo numeri e statistiche. Certo, il buon Pacelli ha fatto opera di carità, non c’è dubbio. Se n’è stato zitto zitto nelle sue stanze del palazzo apostolico in quei giorni tragici, mentre sotto le sue finestre scorrevano le fila interminabili di ebrei prelevati dalle loro case romane come animali e condotti ai vagoni ferroviari per avviarli verso la morte. E se Pio XII avesse alzato la voce, hanno aggiunto, altre migliaia di inermi cittadini sarebbero stati cacciati a calci e pugni dentro i carri bestiame della stazione Tiburtina. Non vi è dubbio.
Bella storia ci raccontano Vespa, Mieli e gli altri ospiti presenti in studio. Bel servizio pubblico ci rende la Tv di Stato. Quasi che la disputa fosse sull’odio o l’amore che Pacelli provava nei confronti del popolo eletto. Una sciocchezza, questa dell’avversione atavica verso gli ebrei da parte del Vaticano, grande quanto il cupolone di San Pietro.
I documenti ci offrono scenari diversi. Sono carte che abbiamo raccolto negli ultimi tre anni negli archivi nazionali britannici di Kew Gardens, non lontano da Londra. È stato un lavoro metodico, di scavo tra le migliaia di rapporti del Foreign Office e del German Foreign Ministry (Ministero degli Esteri tedesco), sequestrati dalle truppe alleate a Berlino nel 1945 e copiati uno per uno a Londra e a Washington negli anni successivi. Un patrimonio di inestimabile valore costituito da milioni e milioni di documenti. Nel nostro Archivio di Partinico, in via Catania 3, ne conserviamo varie centinaia riguardanti, appunto, le attività di Pacelli nei primi anni del conflitto.
“Con la sconfitta della Russia, risulterebbe quanto meno inevitabile il forte indebolimento dell’influenza bolscevica nel mondo.” Così si esprime un membro della Curia romana dinanzi all’ambasciatore germanico presso la Santa Sede, il 24 giugno 1941. Sono passate appena quarantotto ore dall’attacco di Hitler contro l’Unione sovietica. “Si è temuto che il bolscevismo emergesse come potenza europea e che, anzi, rimanesse incolume a livello planetario fino alla fine del conflitto.” Peccato che il tentativo di indebolire il bolscevismo sia costato la vita a trenta milioni di persone sul fronte orientale. E meno male che la Chiesa cattolica romana si manifesta come apostolica.
Ma la santa pietà non finisce qui. Il 12 luglio 1941, il ministero degli Esteri tedesco redige un corposo documento segreto intitolato “Rapporto sulle attività del Papa”. Le informazioni provengono da un “confidente attendibile” che, qualche settimana prima, ha appreso di un colloquio animato tra il rappresentante statunitense in Vaticano, Harold Tittman, e Pacelli. Tittman chiede al pontefice ragguagli sull’eccessiva tolleranza della Santa Sede nei confronti dei dittatori. Pacelli risponde piccato: “Gli Stati Uniti dovrebbero comprendere la posizione del Vaticano. Il conflitto russo-tedesco sta per cominciare. Il Vaticano farà di tutto per accelerarne lo scoppio e per convincere Hitler ad agire, con la promessa di un sostegno morale. La Germania dovrebbe sconfiggere la Russia, ma si indebolirebbe a tal punto che, nei suoi confronti, si potrebbe procedere [da parte degli Usa e della Gran Bretagna] in maniera totalmente diversa.”
In buona sostanza, il papa cerca di far credere a Tittman che l’appoggio del Vaticano a Hitler è una strategia sottile che ha un duplice scopo: la sconfitta dell’Urss, con il conseguente annientamento del bolscevismo, e l’inevitabile indebolimento della Germania nazista che, seppur vittoriosa, sarebbe costretta, obtorto collo, a trovare un accordo geopolitico con gli Usa e la Gran Bretagna. Un’idea, questa, abbastanza diffusa all’epoca. Anche negli Usa, se è vero che il futuro presidente americano John F. Kennedy lo scriveva nei suoi articoli.
Il 10 dicembre 1942 Picot, un funzionario del ministero degli Esteri tedesco, invia all’ambasciata presso la Santa Sede in Roma, una nota confidenziale. Vi si afferma che il rappresentante di Roosevelt in Vaticano, Myron Taylor, si è incontrato con il papa per discutere un eventuale negoziato di pace tra le potenze belligeranti. Pacelli se ne esce con una frase agghiacciante. I governi di Stati Uniti e Gran Bretagna, a suo parere, “non sarebbero in grado di opporsi sufficientemente alla pressione dei partiti comunisti. In maniera inevitabile, un’ulteriore espansione del bolscevismo in Inghilterra e in America, porterebbe il Vaticano ad avvicinarsi alle potenze dell’Asse, che diverrebbero un bastione contro il bolscevismo e con le quali la Chiesa potrebbe sicuramente stabilire un’intesa dopo la guerra.
Il 23 febbraio 1943, von Bargen, un diplomatico tedesco con sede a Bruxelles, invia a Berlino una nota segreta. Vi si legge di un colloquio avvenuto qualche settimana prima a Roma tra il cardinale francese Suchard e Pacelli. Secondo lo spionaggio nazista “il papa è turbato dai successi militari dei russi e dalla possibilità di un crollo della Germania, che aprirebbe la strada al bolscevismo in Europa. [...] Il papa è angosciato innanzitutto dalla minaccia bolscevica.
Meno di un mese dopo, un diplomatico tedesco presso la Santa Sede, Erdmannsdorff, riferisce a Berlino su un colloquio avvenuto ai primi di marzo tra Pacelli e il cardinale americano Spellman. A poco servono le rassicurazioni di quest’ultimo sul “pericolo bolscevico”, un prodotto della propaganda tedesca. Leggiamo: “Spellman, come già Myron Taylor, ha ricevuto da Roosevelt l’incarico primario di tranquillizzare il papa sul fatto che il governo sovietico non mira a bolscevizzare l’Europa. Tuttavia, gli ambienti vaticani più influenti ritengono, come in passato, che la Russia non ha rinunciato ai suoi piani di bolscevizzazione del mondo.”
In luglio, l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede, von Weiszaecker, riferisce a Berlino di aver illustrato al papa “l’impegno tedesco contro il bolscevismo”. E aggiunge: “Il colloquio, che è durato mezz’ora, è stato sostenuto dal papa in maniera apparentemente pacata. Ma il suo fervore spirituale si è infiammato quando è stata affrontata la questione della lotta contro il bolscevismo, riconoscendo che, su questo tema, gli interessi sono comuni.”
Il 3 settembre 1943, von Weiszaecker scrive: “Un vescovo della Curia mi ha confidato che secondo il papa, per il futuro della Chiesa cattolica è assolutamente necessario un Reich tedesco forte. E da una trascrizione attendibile di un colloquio sostenuto da un pubblicista politico italiano con il papa, apprendo che questi, ad una domanda sul popolo tedesco, ha così risposto: ‘E’ un grande popolo. Nella lotta contro il bolscevismo, ha versato il suo sangue non solo a beneficio dei suoi alleati, ma anche dei suoi attuali nemici. Non posso pensare che il fronte russo finisca per essere travolto’ [dall’Armata rossa].”
L’8 ottobre lo stesso ambasciatore tedesco annota che “l’aspetto più inequivocabile della politica estera vaticana è oggettivamente l’avversione al bolscevismo. [...] Come minimo, la Curia desidera che la Germania sia forte e unita, una barriera contro la Russia sovietica”. E continua: “Il papa è dell’opinione che per il momento non sia possibile intraprendere colloqui di pace. Su questo punto, ora, la politica papale non vede altro sostegno contro il bolscevismo che non sia quello tedesco.”
L’Office of Strategic Services statunitense, alla fine del 1943, redige un documento segreto sulla situazione nella Santa Sede al 13 dicembre 1943. Apprendiamo, così, che durante un colloquio con von Weiszaecker, Pacelli si è così espresso:
“Il papa si augura che i nazisti mantengano le posizioni militari sul fronte russo e spera che la pace arrivi il prima possibile. In caso contrario, il comunismo sarà l’unico vincitore in grado di emergere dalla devastazione bellica. Egli sogna l’unione delle antiche nazioni civilizzate dell’Occidente per isolare il bolscevismo a Oriente. così come fece papa Innocenzo XI, che unificò il continente [l’Europa] contro i musulmani e liberò Budapest e Vienna.”
In un rapporto inviato da Kaltenbrunner, responsabile della Sipo e dell’Sd, a von Ribbentrop, ministro degli Esteri germanico, il 16 dicembre 1943, leggiamo, tra l’altro, che “il papa ha infine affrontato il tema del pericolo bolscevico su scala mondiale, lasciando intendere che fino a questo momento soltanto il nazionalsocialismo ha rappresentato una roccaforte contro il bolscevismo”.
Ce n’è abbastanza per tirare una prima valutazione sulla politica di Pio XII nei confronti di ciò che accade sullo scacchiere internazionale nei primi anni del conflitto.
Il papa valuta le forze in campo e opera una scelta preferenziale tra quelle in grado di assicurare al cattolicesimo il predominio sul laicismo. Sono forze che nella sua schematizzazione ideologica si oppongono, in primis, al comunismo. Ma anche all’ateismo, al liberismo, al capitalismo, alla democrazia partecipativa a suffragio universale. Aspetti tutti che esplicitano le molteplici forme della contemporaneità, così come emergono lungo il corso della prima metà del Novecento e da cui si svilupperanno le strategie di consenso di Giovanni Paolo II e del suo ideologo Joseph Ratzinger.
Il tema del “silenzio” di Pio XII sull’Olocausto, ovvero del perché in sei anni di guerra Pacelli non denunciò mai apertamente la persecuzione e lo sterminio degli ebrei, è la diretta conseguenza di un’impostazione storiografica errata e, quindi, fuorviante. È un falso problema.
Poteva mai Pacelli condannare apertamente il nazismo, se egli vedeva in questo (a differenza del suo predecessore Pio XI) il regime che, per primo, avrebbe liberato l’Europa e il mondo dal comunismo sovietico? E cioè dalla creatura più bestiale e demoniaca che il Novecento avesse mai partorito?
Naturalmente, nella fiction televisiva, di tutto questo non c’è traccia alcuna. Ci troviamo di fronte, tanto per cambiare, alle solite forme della propaganda occulta di antica memoria. Per quanto si tratti di un prodotto ineccepibile sotto il profilo tecnico, l’impressione che se ne ricava, stando alle anticipazioni, è di un’opera, scusate la parola grossa, pavoliniana. E meno male che, secondo Fabrizio Del Noce, direttore di Rai Fiction, la Rai si è affidata a una “commissione di storici importante”. Chissà, allora, cosa sarebbe successo se la Tv che noi finanziamo ne avesse fatto a meno.
Dice bene Corrado Augias su “la Repubblica” del 15 ottobre scorso: “Lo scopo della fiction è tratteggiare al meglio una figura preparandola alla santità. Non è da sceneggiati come questo che si può pretendere una sia pur approssimativa verità storica.”

Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino, qui.

Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella del silenzio dovuto a prudenza.
Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella della diplomazia al lavoro dietro le quinte.
Per tutti quelli che continuano a raccontarsi e raccontarci la storiella di un papa Pacelli intento a salvare quanti più ebrei possibile.
E poi prenditi ancora due minuti per andare a leggere questo.


barbara

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