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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 gennaio 2010

LETTERA APERTA AL SINDACO DI MALMÖ

Gentile signor Reepalu,
lei ha appena dichiarato al quotidiano Skanska Dagbladet, nella giornata della Memoria (pura coincidenza?), che, con l'aiuto della polizia municipale, lei è impegnato nella lotta contro il razzismo in qualunque forma si presenti. Sembrerebbe un modo corretto per celebrare il 27 gennaio. Ma ha poi aggiunto, a spiegazione del suo pensiero, "di non accettare né il sionismo, né l'antisemitismo ... in quanto estremismi che si vanno a situare sopra le altre forme di pensiero, che vengono pertanto considerate come inferiori".
Egregio signor Reepalu, è vero, dopo Durban 1 alcuni sciagurati hanno cominciato a ripetere che il sionismo è una forma di razzismo, ma è altrettanto vero che tanti altri, e particolarmente nella nostra Europa che, più di qualsiasi altra regione, ha conosciuto sulla propria carne il razzismo antisemita, si sono ribellati a simile affermazione.
Mi permetta di ricordarle, da italiano, quanto ha solennemente dichiarato il nostro Presidente Napolitano: “no all’antisemitismo anche quando esso si travesta da antisionismo”.
Mi rendo conto che lei, essendo il sindaco di una città dalla storia antica, e con una popolazione islamica sempre più numerosa e anche, mi permetta di aggiungere, sempre più prepotente (pensi, per esempio, a quanto è successo quando, proprio nella sua Malmö, si incontrarono le squadre di tennis di Svezia e di Israele), cerchi di venire incontro alle richieste dei suoi cittadini. Ma non pensa di dover selezionare, in quanto primo cittadino, queste loro richieste? Non ritiene che sia insensato accettarle indiscriminatamente tutte?
Inoltre lei ha anche chiesto ai suoi concittadini di religione ebraica di "prendere le distanze" pubblicamente dalla politica israeliana. Egregio signor Reepalu, nella civile Svezia esiste ancora la libertà di pensiero? Lei che cosa ne pensa? O forse lei vuole, in tal modo, anticipare i programmi dei suoi concittadini islamici che, come dichiarano apertamente, quando avranno raggiunto la maggioranza (e quel giorno è sempre più vicino; molti dicono entro il 2049) sostituiranno le leggi della democrazia con quelle della sharia? In realtà già considerano la Svezia “il migliore stato islamico”, come ha recentemente dichiarato l’imam svedese Adly Abu Hajar. Vede, egregio signor Reepalu, quando verrà quel giorno anche lei sarà messo di fronte alla scelta tra abbandonare la sua attuale fede (non ricordo bene se lei è protestante o ateo; mi scusi, ma di persone come lei ne incontro sempre troppe in giro per l'Europa) per abbracciare l'Islam, o diventare un cittadino "inferiore" (oh, che combinazione: proprio la stessa parola che lei usa a proposito delle "forme di pensiero", come le ricordavo più sopra). Mi dica: ci ha già pensato? È pronto a questo passo?
Comunque, mi permetta un piccolo consiglio, signor Reepalu: in Spagna, tanti anni fa, alcuni ebrei, di fronte ad un dilemma analogo, scelsero di convertirsi mantenendo l'antica fede di nascosto. Erano i marrani. Ne ho conosciuto uno, tuttora marrano a distanza di 5 secoli. Se desidera glielo presento. Potrà farsi spiegare come si vivono simili situazioni e ricevere utili suggerimenti su come sopravvivere da minoranza dominata da una maggioranza ostile e malvagia.
Infine, non si stupisca, come fa lei, se i suoi concittadini ebrei si sentono così minacciati da non poter più vivere a Malmö. Prenda un bel libro di storia del 900; vi troverà la spiegazione di tutto.
Distinti saluti

Emanuel Segre Amar

P.S. Mi permetta una domanda: che effetto le fanno quei saluti nazisti che si vedono durante i disordini nelle vie di Malmö, provocati sempre più frequentemente dagli islamici svedesi? Sa, a me, sinceramente provocano qualche crampo allo stomaco.



Del tutto casualmente è accaduto che anche la cartolina odierna abbia trattato lo stesso tema e, in gran parte, con gli stessi argomenti, ma poiché è anch’essa il solito piccolo capolavoro, vale la pena di leggerla. E poi andate anche a guardare questo. Se poi qualcuno ha voglia di dirci che siamo fissati, islamofobi, razzisti, si accomodi pure: è da tanto di quel tempo che siamo abituati ad essere circondati da branchi di cretini, che ormai ce ne siamo fatti una ragione.

barbara


29 gennaio 2010

E NONOSTANTE TUTTO

Nonostante il faraone e nonostante Amalek,
nonostante Isabella e nonostante l’Inquisizione
nonostante i francescani e nonostante i cosacchi,
nonostante i papi e nonostante gli zar,
nonostante Hitler e nonostante Stalin,
nonostante Hamas e nonostante Hezbollah,

AM ISRAEL CHAI

The children of Israel still live!


bambini alla liberazione di Bergen Belsen

barbara


28 gennaio 2010

OGGI PARLO DI CALCIO

Con le parole del grande Gian Antonio Stella


Weisz e l'occasione che il calcio ha perso


Nel derby non c' è stato un minuto per ricordare il tecnico morto ad Auschwitz

Peccato. Poteva essere l'occasione giusta, il derby, perché l'Inter ricordasse la tragedia di uno dei suoi allenatori più grandi. Perché la partita con il Milan era proprio alla vigilia del Giorno della Memoria, celebrato oggi. Perché da mesi è in corso un'indecente offensiva razzista contro Mario Balottelli. Perché, infine, si giocava nello stadio intitolato a Pepin Meazza, il più famoso dei fuoriclasse scoperti dall'uomo straordinario di cui stiamo parlando: l'ebreo Árpád Weisz, morto ad Auschwitz nel 1944 dopo essere sopravvissuto qualche anno allo sterminio della moglie e dei due figli. Bastava un minuto di silenzio. Solo un minuto di silenzio. Macché. Ancora una volta, nonostante la sempre più ammorbante spazzatura negazionista quotidianamente rovesciata in internet suggerisse la necessità di un forte gesto simbolico, non solo la Lega, la Figc, il mondo del calcio in generale (che si limita nel ricordo da pochi anni all'organizzazione di un torneo giovanile a Roma...) ma anche l'Inter multietnica di Massimo Moratti hanno totalmente dimenticato quel pezzo del loro passato. Non era uno qualunque, Árpád Weisz. Intendiamoci, l'infamia del suo assassinio sarebbe stata uguale se fosse stato un mediocre «mister» di una mediocre squadretta di mediocri dilettanti. Ma Árpád Weisz, ungherese, giocatore del Padova, dell'Inter e della nazionale magiara prima di appendere le scarpette al chiodo, fu un grande. Che non solo scoprì eccezionali talenti come appunto Giuseppe Meazza, ma vinse tre scudetti negli anni d'oro del calcio italiano: uno nella stagione 1929-30 con l'Inter (allora Ambrosiana) e due, nel 1935-36 e nel 1936-37, col Bologna. Altra società che di nuovo si è scordata di lui nonostante Weisz l'avesse portata nel '37 a vincere a Parigi quella che allora era una specie di Coppa dei Campioni, la Coppa dell'Esposizione, stracciando per 4 a 1 in finale i «maestri» inglesi del Chelsea. Era ai vertici del calcio italiano e non solo, Árpád Weisz, quando vennero varate nel 1938 le leggi razziali fasciste. Anche per aver scritto con Aldo Molinari un famoso manuale, «Il Giuoco del calcio», con la prefazione di Vittorio Pozzo. Eppure, quando l'anno dopo il trionfo europeo fu costretto ad andarsene dal Bologna, sparì nel nulla come spariscono i pali e le reti e le strisce bianche dei campi quando, dopo le partite in notturna, un clic dell'interruttore spegne i fari. Così come, contemporaneamente, si spegnevano i fari sulle più celebri cantanti dell'epoca, Alexandrina, Judith e Kathrina Leschan, il Trio Lescano, loro stesse «colpevoli» di essere ebree. Eppure lo sanno, Moratti e Abete e Beretta e tutti quanti, quale fu il destino di Árpád Weisz. Lo sanno almeno da quando un paio di anni fa, il direttore del Guerin sportivo Matteo Marani raccontò la sua tragedia nel libro «Dallo scudetto ad Auschwitz» (Aliberti). Era così difficile fare, di questi tempi, un piccolo sforzo di memoria?

Stella Gian Antonio



Già, la memoria si onora solo quando se ne possono ricavare credenziali politiche, o altri utili dividendi. Qualche altra notizia su Árpád Weisz qui, dove ho anche rubato la foto.

barbara


26 gennaio 2010

GERARD E JACOB MUSCH

Li conoscete? No? Lo immaginavo. D’altra parte è ben per questo che ho aperto il blog, no? E allora, adesso vi spiego. Gerard e Jacob, Jaap per gli amici, erano due ragazzini olandesi. Avevano un’amica, si chiamava Marianne Marco-Braun.



Che era una buona cristiana, la domenica andava regolarmente alle funzioni ma, ahimè, anzi ahilei, non era sempre stata cristiana. E quando in Olanda è arrivata l’occupazione tedesca è quasi subito apparso chiaro che fuga da Vienna e conversione non erano servite a molto, e infatti nel 1942 viene obbligata a portare la stella gialla, e poco dopo arriva a lei e al fratello l’ordine di presentarsi per andare “a lavorare in Germania”. È a questo punto che entrano in scena Gerard e Jacob, che si mobilitano per salvarla: trovare un rifugio sicuro, convincerla a separarsi dai genitori, convincere i genitori a separarsi da lei. Impresa non facile perché nessuno o quasi, all’epoca, si rendeva conto di che cosa realmente incombesse sugli ebrei, e non molti, dunque, erano disposti a lasciar smembrare le famiglie. Ma alla fine la missione va in porto. Fine della storia? No. Perché, sistemata Marianne, i due fratelli cominciano a chiedersi: e tutti gli altri? Quelli che non hanno la ventura di essere nostri amici? Quelli che non hanno amici cristiani perché non hanno mai pensato a convertirsi e non frequentano dunque chiese e parrocchie? Quelli dobbiamo condannarli a morte? Detto fatto si rimettono in moto, e in quattro e quattr’otto mettono in piedi un’organizzazione, l’NV, tutta fatta di ragazzini, adolescenti o poco più, che riusciranno a salvare centinaia di bambini ebrei.
Notizie dettagliate su di loro e su altri eroici salvatori di bambini le potete trovare nel bellissimo Nascere con la stella di Debóra Dwork, Marsilio. Poi, per non perdere le buone abitudini, andate a rileggervi questo; molto in tema va poi letto questo e, andando a ritroso per recuperare un po’ di arretrati, questo e questo.

barbara


25 gennaio 2010

LA SCUOLA ADESSO FUNZIONA COSÌ

O almeno la mia. Le note sul registro non si possono dare per cavolatine, tipo che uno chiacchiera, tipo che uno legge il giornalino mentre tu fai lezione, tipo che uno disturba eccetera (per cose tipo che uno non fa in compiti, invece, fosse pure per 93968705142 volte, è già da una vita che le note non si possono dare). Però se uno non ha almeno una nota nel registro non gli si può dare otto in condotta. Anche se ha passato ogni singolo minuto di ogni ora dell’intero quadrimestre a chiacchierare, a non stare attento, a leggersi i giornalini, non di nascosto sotto il banco bensì ostentatamente, guardandoti con aria di sfida ogni volta che lo richiami.

Poi si chiedono come mai la scuola italiana, un tempo fra le prime nel mondo, sta pian piano scivolando verso gli ultimi posti in Europa.

barbara


23 gennaio 2010

MACAIA

Scimmia di luce e di follia



... che cosa bizzarra: detesto viaggiare in treno, però adoro le stazioni ... (dite che non c'entra? E vabbè, ce ne faremo una ragione)

barbara


22 gennaio 2010

PICCOLO POST AUTOREFERENZIALE

sei come una scialuppa di italiani che si è imbarcata per l'Albania ...



È una cosa che mi è stata scritta in un messaggio email. Ed è uno dei più bei complimenti che mi siano mai stati fatti (più o meno alla pari con quello che mi aveva paragonata al gabbiano Jonathan Livingston).





barbara


21 gennaio 2010

I VOLTI DELLA MEMORIA

Gli articoli di Gian Antonio Stella sono sempre stupendi. Qualche volta sono anche qualcosa di più che stupendi.Questa è una di quelle volte.

L’ossario digitale dei bimbi ebrei. Rastrellati in 288, uno solo tornò

C'è un ossario digitale di bambini ebrei, da questa mattina, online: le foto di Fiorella e Samuele, Roberto e Giuditta e tutti gli altri piccoli, coi fiocchi tra le trecce e il triciclo e il vestito da marinaretto, scattate prima che fossero caricati sui treni per Auschwitz. Dal solo ghetto di Roma ne portarono via 288: quelli che passarono per il camino furono 287. E intanto gli opuscoli del Terzo Reich incoraggiavano le mamme germaniche: «Offrite un bambino al Führer ché ovunque si trovino nelle nostre province tedesche gruppi di bambini sani e allegri. La Germania deve diventare il Paese dei bambini».
Ferma il respiro, rileggere quelle righe propagandistiche della dispensa «Vittoria delle armi, vittoria del bambino» o i proclami nel «Mein Kampf» di Adolf Hitler («Lo Stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione») mentre riaffiorano su internet quelle immagini di piccola felicità familiare e domestica. Per questo, 66 anni dopo la retata del 16 ottobre 1943 e dieci dopo l’istituzione nel 2000 del Giorno della Memoria, il Cdec, il Centro Documentazione Ebraica Contemporanea, ha deciso di metterle on line.
È sulla rete, inondata di pattume razzista, che si trovano migliaia di rimandi a siti che strillano «L’olocausto, una bufala di cui liberarsi» e «Il diario di Anna Frank: una frode» o arrivano a sostenere che ad Auschwitz c’era una piscina «usata dagli ufficiali delle SS per guarire i pazienti». È sulla rete che siti multilingue di fanatici sedicenti cattolici («Holywar»: guerra santa) si spingono a indire un «giorno della memoria» per ricordare «l’olocausto comunista perpetrato dalla mafia razzista ebraica responsabile dello sterminio di 300 milioni di non ebrei». È sulla rete che sono approdate canzoni naziskin come quella dei «Denti di lupo» che urlano «quelle vecchie storie / sui campi di sterminio / abbiamo prove certe / son false e non realtà» e «Terra d’Israele, terra maledetta! / I popoli d’Europa, reclamano vendetta!» e ancora «Salteranno in aria le vostre sinagoghe / uccideremo tutti i rabbini con le toghe...». Ed è sulla rete, perciò, che doveva essere eretto questa specie di sacrario virtuale che ci ricorda come l’ecatombe successe solo una manciata di decenni fa. Un battere di ciglia, nella storia dell’uomo.
Sono le fotografie che i parenti scampati al genocidio consegnarono via via, a partire dalla liberazione di Roma, al Comitato Ricerche Deportati Ebrei che tentava in quegli anni di ricostruire il destino degli italiani marchiati dal fascismo con la stella gialla e mandati a morire nei lager: «Questa è mia sorella Rachele...» «Questo è mio fratello Elio con sua moglie...» «Questi sono i miei nipotini Donato e Riccardo...» Quelli del Crde raccoglievano le immagini, le pinzavano su un cartoncino azzurro, ci scrivevano i nomi e inserivano le schede al loro posto, negli archivi dell’orrore.
Furono rarissimi, ad avere la fortuna di veder tornare un loro caro. Dei 1023 ebrei rastrellati quel maledetto «sabato nero» dell’ottobre ’43, rientrarono vivi a Roma solo in 17. E tra questi, come dicevamo, solo un bambino dei 288 che erano stati portati via. Una strage degli innocenti. Uguale in tutta l’Italia. Il dato più sconvolgente della strage, scrivono appunto Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida ne «Il futuro spezzato: i nazisti contro i bambini», è «l’altissimo numero delle vittime più giovani, dei bambini e dei ragazzi ebrei: complessivamente i morti, da zero e 20 anni, ammontano a 1541». Di questi, i figlioletti con pochi mesi o pochi giorni di vita furono 115.
Fatta salva una mostra organizzata a Milano per ricordare la Liberazione, le foto di quei piccoli, accanto a quelle di distinti signori con il panciotto come Enrico Loewy, floride matrone come Lucia Levi, ragazze nel fiore della bellezza come Laura Romanelli, famigliole intere come quella di Benedetto Bondì, sono rimaste per anni e anni dentro un faldone dell’archivio del Cdec.
Riaprire oggi quel faldone, per far vedere a tutti i volti di quegli italiani schiacciati sotto il tallone dai nazi-fascisti, non è solo un recupero della memoria. Restituire a quegli ebrei una faccia, un nome, un cognome, qualche briciola di storia personale, come già aveva fatto ad esempio ne «Il libro della memoria — Gli ebrei deportati dall’Italia» quella Liliana Picciotto di cui è in uscita «L’alba ci colse come un tradimento. Gli ebrei nel campo di Fossoli 1943-1944», vuol dire strappare ciascuno di loro all’umiliazione supplementare. L’essere stati uccisi come anonimi. Riconoscibili l’uno dall’altro, come il bestiame, solo per i numeri marchiati a fuoco sul braccio.
Ed ecco il passato restituirci bambini, bambini, bambini. Come Fiorella Anticoli, che aveva due anni e due grandi nastri bianchi tra i boccoli.
Graziella Calò, che in piedi su una sedia pianta le manine sul tavolo per non cadere. Olimpia Carpi, infagottata in un cappottino bianco. E Massimo De Angeli che dall’alto dei suoi quattro o cinque anni bacia il fratellino Carlo appena nato. E poi Costanza e Franca ed Enrica il giorno che andarono al mare a giocare col tamburello sulla battigia. E Sandro e Mara Sonnino, un po’ intimoriti dalla macchina fotografica mentre la mamma Ida sprizza felicità.
Sono 413, gli ebrei delle foto messe in rete all’indirizzo www.cdec.it/voltidellamemoria/. Quelli tornati vivi furono due: Ferdinando Nemes e Piero Terracina. Tutti gli altri, assassinati. Buona parte lo stesso giorno del loro arrivo ad Auschwitz, come il 23 ottobre 1943 la romana Clelia Frascati e i suoi dieci figli, il più piccolo dei quali, Samuele, aveva meno di sei mesi. «Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata», ha scritto ne «La notte» lo scrittore e premio nobel Elie Wiesel, «Mai dimenticherò quel fumo. Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto. Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede».
Sono in troppi, ad aver fretta di dimenticare. O voler voltar pagina senza riflettere su quello che è successo. A rovesciare tutte le colpe sui nazisti. Quelle foto, due giorni dopo l’amaro riconoscimento del Papa su quanti restarono indifferenti, ci ricordano come andò. E magari è il caso di rileggere, insieme, qualche passo di quel libro di Lidia Beccaria Rolfi e Bruno Maida. «I bimbi ebrei sono anche vittime di una ulteriore piaga che infuria nei mesi dell’occupazione nazista, quella della delazione: secondo la sentenza emessa dalla corte di assise di Roma nel luglio 1947, un gruppo di sei spie italiane che agiscono nella capitale vendono i bambini ebrei a mille lire l’uno e i militi italiani si distinguono in dare loro la caccia, come l’appuntato dei carabinieri che arresta nel febbraio 1944 a La Spezia Adriana Revere, di nove anni...».

E poiché, come purtroppo sappiamo fin troppo bene, l’antisemitismo non è nato col Mein Kampf e non è rimasto sepolto fra le ceneri di Auschwitz, Ugo volli ci ricorda che ai giorni nostri succede anche questo.








Foto pubblicate qui.


barbara


19 gennaio 2010

A PROPOSITO DI ISRAELE

Notizie che faticano – chissà come mai – a raggiungere i mass media

Speciale Haiti

Tel Aviv, 14 gennaio:

Uno dei due Jumbo 747 di aiuti per Haiti alla partenza da Ben Gurion. L'ospedale da campo sarà montato e tutto il team di 220 persone entrerà in funzione di Shabbat 16 gennaio. La legge della Torà prescrive che si faccia qualunque lavoro di Shabbat se c'è la speranza di salvare una vita.
Stasera 14 gennaio partirà da Israele diretto ad Haiti un team dell'esercito di 220 persone tra cui 40 dottori e 5 squadre di soccorso e recupero. Impianteranno un ospedale da campo con camere operatorie ed un reparto di terapia intensiva. Si prevede che verranno visitate e curate almeno 500 persone al giorno.

Haiti, 17 gennaio:

Il comandante della missione israeliana: non abbiamo grandi budget ma ci concentreremo nei campi dove vantiamo speciali esperienze: medicina di emergenza, ricerca e recupero vittime, assistenza post trauma e purificazione dell'acqua sono straordinariamente all'avanguardia in Israele. Porteremo anche aziende high tech esperte nel ripristino di reti di comunicazione collassate.

Haiti, 17 gennaio:

Mentre la Croce Rossa Internazionale, l'organizzazione che oggi non visita Ghilad Shalit rapito a Gaza, non riesce a far arrivare a Haiti un ospedale da campo da 50 posti, l'ospedale dell'esercito israeliano con 150 posti letto funziona in pieno già dall'alba di Sabato. Oltre all'esercito una piccola squadra di 6 uomini di Zaka, l'organizzazione di ebrei ortodossi in prima linea nel soccorso negli attentati palestinesi in Israele, ha tirato fuori dalle macerie dell'università 8 studenti vivi dopo 38 ore di lavoro ininterrotto. Al termine del salvataggio si sono ammantati nel tallith ed hanno recitato le preghiere dello shabbat attorniati da un pubblico sorpreso che li festeggiava baciando i loro tallitot.

Haiti, 17 gennaio:

In mezzo alla desolazione ed alla morte un lieto evento all'ospedale dell'esercito Israeliano: è nato un bambino sano assistito dal dott. Dar della Hadassah di Gerusalemme. La mamma lo chiamerà Israel. In un paese dove si nasce in casa anche in tempi normali il piccolo Israel ha goduto di cure veramente eccezionali.

Haiti, 17 gennaio:
Le prime parole di France Gilles, 69 anni, tirato fuori dai soldati israeliani dalle rovine di un palazzo: "Venite da Israele? Ma non mi prendete in giro!"

Haiti, 17 gennaio:
Sapete quanti pasti l'ONU distribuisce a Haiti? Ottomila, avete capito bene, 8.000 a tre milioni di superstiti. Ma, si giustifica Ban Ki Moon, il segretario generale, più volte al giorno... e diamo anche biscotti energetici....

Haiti 18 gennaio.
I principali ospedali israeliani hanno contribuito alla missione ad Haiti inviando i medici, infermieri e altri professionisti tra i più alti in grado nelle rispettive strutture addestrati alle emergenze e alla gestione dei disastri. Nelle prossime ore nasceranno altri due bambini...

Haiti 18 gennaio.

Il comandante dell'Ospedale Israeliano, Col. Dott. Kreis: "Attualmente è il più importante centro medico nell'area colpita dal terremoto". Il vice direttore, Dott. Bar-Tal: "I pazienti più gravi, sia feriti nel terremoto che malati, ci arrivano dalle strutture gestite dagli americani, dai russi e da atri gruppi che non possono gestire i casi più seri".

Sì, lo so, potete risparmiarvi la fatica di dirmelo voi perché lo so da me: i perfidi giudei, i malefici sionisti imperialisti colonialisti espansionisti ecceteraecceteraisti sono andati, con la scusa del terremoto, sotto le mentite spoglie dei portatori di aiuti umanitari, a invadere e occupare anche i Territori Haitiani. Nel frattempo, tra un’imprecazione e una condanna, andate a leggervi qualche altro dettaglio qui e poi guardate questo.

barbara


17 gennaio 2010

DIO LI FA E POI LI ACCOPPIA



Praticamente due gocce d'acqua.



barbara


16 gennaio 2010

COME FU CHE IL MONDO ARABO DIVENNE IL MONDO ARABO

e che qualcuno ebbe modo di inventare la leggenda di una Palestina da sempre araba, musulmana e, soprattutto “palestinese”.

L'espansione terrestre


Verso il 633 le armate arabe, composte da tribù nomadi origi­narie dello Yemen, del Hijaz e di altre regioni dell'Arabia, inva­sero la Babilonia e la Siria. La conquista, scaglionata lungo circa un decennio, comportò alcuni decisivi scontri armati, ma soprat­tutto una serie di razzie e saccheggi a danno dei villaggi e delle campagne. La vittoria finale fu facilitata dall'intervento a fianco dei conquistatori delle tribù arabe che da circa due secoli si erano infiltrate, e talora stabilmente insediate, presso i confini mesopotamici e siro-palestinesi dell'Arabia. Queste tribù, alcune delle quali si erano convertite al cristianesimo, optando o per il nestorianesimo o per il monofisismo a seconda che fossero stanziate in territorio persiano o bizantino, in qualità di vassalle di questi Im­peri si assumevano il compito di difenderne le frontiere e di pro­teggerne le città e i villaggi dai saccheggi dei beduini, che condu­cevano un'esistenza nomadica nei deserti limitrofi.
Recentemente, l'analisi di questa migrazione delle tribù arabe e del loro insediamento nei territori persiano e bizantino ha in­dotto alcuni storici a sostituire la teoria di una conquista islamica fulminea con quella di un processo graduale spalmato su due se­coli: la costante penetrazione del mondo arabo nomade nei paesi caratterizzati da una civiltà stanziale. La disgregazione degli Im­peri persiano e bizantino e il crollo delle loro strutture difensive permisero alle tribù nomadi, unificate dall'islam, di invaderne le campagne e di reclutare per i loro raid, tra gli arabi insediati ai margini della Mesopotamia e della Siria, preziosi aiutanti che ben conoscevano la topografia di quelle regioni.
Alla morte del Profeta, il califfo Abu Bakr organizzò l'invasio­ne della Siria, un progetto che era già stato elaborato da Mao­metto. Radunò le tribù nomadi del Hijaz, del Najd e dello Yemen, e raccomandò ad Abu 'Ubayda, responsabile delle operazioni nel Golan (Palestina), di razziare le campagne ma di astenersi dall'assalire le città, non disponendo di adeguati armamenti.
Così, nella spedizione del 634 l'intera regione di Gaza sino a Ce­sarea fu saccheggiata e devastata. Quattromila contadini - cristiani, ebrei e samaritani -, che avevano difeso le loro terre, furono massacrati. I villaggi del Negev furono depredati da 'Amr ibn al-'As, mentre gli arabi si riversavano nelle campagne, tagliavano le co­municazioni e rendevano pericolosi gli spostamenti. Le città, tra cui Gerusalemme, Gaza, Giaffa, Cesarea, Nablus e Beit She'an, rimaste isolate, chiusero le loro porte. Nella sua omelia natalizia del 634 il patriarca di Gerusalemme Sofronio deplorava l'impossibilità di re­carsi a Betlemme come di consueto poiché i cristiani erano tratte­nuti con la forza a Gerusalemme, «trattenuti non da legami fisici, ma incatenati e paralizzati dal terrore dei saraceni», la cui «spada fe­roce, barbara e grondante sangue» li teneva prigionieri in città.
In Siria i ghassanidi, tribù araba monofisita, si schierarono con i musulmani. Sofronio, nell'omelia pronunciata in occasione dell'E­pifania del 636, si lamentava delle chiese e dei monasteri distrutti, delle città saccheggiate, dei villaggi dati alle fiamme dai nomadi che percorrevano in lungo e in largo il paese, e in una lettera del 636 a Sergio, patriarca di Costantinopoli, menzionava le devastazioni compiute dagli arabi. Nel 639 morirono migliaia di persone, vittime della carestia e della peste conseguenti alle distruzioni. (Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau, pp.48-51)

[…] Le fonti, in particolare quelle siriache e armene, ma anche quelle arabe, ci forniscono preziose informazioni sul processo di degrado delle regioni rurali dell'Impero arabo. Ne emerge che il calo demogra­fico dei popoli dhimmi, il regresso dell'agricoltura, l'abbandono delle campagne e dei villaggi e la progressiva desertificazione di province che, nel periodo preislamico, erano densamente popola­te e fertili, sono tutti fenomeni legati all'immigrazione delle tribù nomadi arabe, berbere (Spagna) e, più tardi, turkmene.
L'avanzata dei nomadi generò insicurezza, spopolamento e ca­restie. Nel 750, nella parte nord-occidentale della Spagna, le razzie dei berberi, l'incendio delle colture e la riduzione in schiavitù de­gli abitanti causarono una carestia tale che i conquistatori dovet­tero tornare nel Maghreb. Nello stesso periodo Palestina e Siria, soggette a una forte colonizzazione araba essendo Damasco sede del califfato omayyade, erano impoverite dalle epidemie conse­guenti alle carestie. Già intorno al 700 i villaggi un tempo fiorenti del Negev erano scomparsi, e alla fine dell'VIII secolo la popola­zione aveva abbandonato la maggior parte delle regioni comprese tra il Sud di Gaza e Hebron per rifugiarsi a Nord, lasciando die­tro di sé chiese e sinagoghe distrutte. Le stesse piaghe - brigan­taggio, guerre tribali, epidemie e carestie - afflissero la Mesopotamia sotto l'ultimo califfo omayyade Marwan II (744-750).

Ecco la spada degli arabi <rivolta> contro di loro; ecco una furia predatoria tale che è impossibile uscire senza essere saccheggiati e spogliati dei propri beni; ecco la carestia che infuria all'interno e al­l'esterno. Se qualcuno entra in casa, vi incontra la fame e la peste; se esce fuori, gli corrono incontro la spada e la prigionia. Ovunque non vi sono che crudele oppressione, dolore straziante, sofferenza e turbamento. (Ivi, p. 140)

Ecco, un po’ di Storia (rigorosamente documentata: andate a leggere il libro e troverete tutte le fonti) che dovrebbe aiutare a sfatare un po’ di leggende: non per i soliti noti imbottiti di propaganda filo terrorista della lobby del petrolio, ma per qualche disinformato in buona fede, se ancora ne esistono, potrà essere di qualche utilità. E anche lui proprio oggi tratta lo stesso tema, quindi correte a leggerlo.

barbara


15 gennaio 2010

UGO VOLLI DÀ I NUMERI

E siccome mi sembrano numeri decisamente interessanti, li faccio leggere anche a voi.

Quanti ex terroristi una volta usciti dalla prigione ricascano nel vizietto di ammazzare quelli che capitano a tiro ?

Cari amici, cosa pensate delle statistiche? Appartenete anche voi alla scuola di pensiero del Papa che di recente ha condannato insieme, senza darci troppo peso, come se fosse un'ovvietà, astrologi ed economisti come venditori di fumo? Sono perfettamente d'accordo sull'infondatezza dell'astrologia, parecchi anni fa ho anche scritto un libro per argomentarla, ma perché prendersela con gli economisti? La loro è una scienza basata sulla matematica, le cui fonti empiriche sono statistiche e quindi per definizione soggette a incertezza.
Dico questo non perché ambisca a consigliarvi su cosa fare coi vostri soldi: se ne avessi sarei praticamente sicuro di perderli, qualunque investimento facessi. Ma perché vorrei sottoporvi una strana statistica. La questione non è economica ma politica, o anzi giuridico-militare: quanti ex terroristi una volta usciti dalla prigione ricascano nel vizietto di ammazzare quelli che capitano loro a tiro, così, per esprimere la loro fede? Non fate scommesse, la risposta è complicata e incerta, ma importante. L'Associated Press ha diffuso dati per quelli che sono usciti da Guantanamo. E la risposta non è univoca. Anzi, di risposte ne abbiamo non una ma tre. Verso gennaio dell'anno scorso, prima che il buon Obama iniziasse la sua premiatissima e confusissima presidenza, gli ex detenuti del campo cubano che fossero stati individuati di nuovo dai servizi segreti americani come terroristi attivi erano valutati intorno all'11 per cento sul totale. Badate, non è poco, considerate le difficoltà logistiche per raggiungere il fronte, quelli che sono passati ad altre forme di confino o di prigione, i feriti e malati; considerate infine che Guantanamo non dev'essere stata un'esperienza proprio piacevole, che una persona non motivata potrebbe voler rischiare di ripetere. Il 10 per cento che ha ricominciato è proprio ostinato.
Be' ad aprile, secondo quel che racconta l'Associated Press, gli irriducibili erano già saliti al 14 per cento. E a dicembre questo che mi permetto di chiamare Effetto Obama era già decollato fino al doppio, il 20 per cento di ricadute complessive. Aspettiamo altri dati per vedere se cresce ancora, ma la tendenza è chiara. Essa può significare due cose: o che le ricadute accadono dopo un periodo diciamo così, di riposo o di latenza o ancora che la capacità dei servizi di individuare i terroristi bis cresce col tempo; oppure che gli ultimi terroristi sono più irriducibili dei primi (le ricadute devono essere più del doppio, valutiamo a spanne intorno al 30% almeno, per pareggiare i conti al 20% compensando i tassi più bassi dei primi); il che non sorprende, considerato che i primi rilasciati sono stati quelli meno pericolosi e poi, evidentemente a malincuore, chi ha amministrato questo aspetto della politica di sicurezza americana ha ceduto alle pressioni ideologiche dell'amministrazione e ha dovuto rilasciare anche i tipi più tosti. Col risultato di avere rimesso in circolazione alcune centinaia di sperimentati quadri terroristi, con il prestigio di chi ha resistito alla prigione e la capacità di diffondere il contagio.
Certamente questo fatto va accostato alla considerazione che anche gli assassini palestinesi che hanno ammazzato un rabbino un paio di settimane fa erano ex internati in una carcere israeliana, rilasciati in uno dei periodici "atti di buona volontà" verso l'Autorità Palestinese, che in realtà non servono affatto a migliorare la situazione sul terreno in Eretz Israel, ma solo a dare un piacevole, ma purtroppo transitorio senso di onnipotenza a politici e burocrati di Washington. Fatto sta che se il governo israeliano rilasciasse il migliaio di terroristi richiesto da Hamas, si troverebbe probabilmente di fronte lo stesso effetto: chissà quante decine e centinaia di assassini provetti in attività dal giorno dopo. Il che spiega la prudenza israeliana su questo scambio e soprattutto la resistenza a lasciarli tornare in Cisgiordania, dove potrebbero facilmente fare danni da subito. Sono statistiche, ma forse è meglio fidarsene ed essere prudenti che affidarsi ad astrologi e professionisti dei diritti umani (intesi come diritti degli assassini e non delle vittime). Voleva dire questo il papa? Probabilmente no. Ma oltre all'astrologia esiste anche un'economia del terrorismo. Che non è certo quella piuttosto complottista di Loretta Napoleoni - ma questo è un altro discorso.

Ugo Volli

Altri numeri interessanti li trovate qui e qui. Non che con questo ci si illuda che i duri e puri si decidano ad aprire gli occhi su Obama e sulla catastrofe planetaria che quest’uomo rappresenta, per carità, qui è da un pezzo che si è smesso di credere a Babbo Natale, ma insomma, ognuno fa la sua parte, ognuno porta il suo sassolino, si fa quello che si può. Con la certezza che, se non altro, nessuno può invocare l’attenuante dell’ignoranza in buona fede.

barbara


14 gennaio 2010

UN PENSIERO





barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 14/1/2010 alle 13:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa


13 gennaio 2010

UNA COSA MI CHIEDO

Noi che, giustamente, ci indigniamo per l’abitudine delle autorità palestinesi, sia di hamas che di al-Fatah, di intitolare scuole e stadi e vie e piazze a terroristi assassini, noi ci accingiamo a celebrare e onorare un ladro latitante, amico e complice (complice attivo, molto attivo) dei suddetti terroristi assassini, che ha mandato allo sbaraglio – ossia servito alla mafia su un piatto d’argento - un giudice reo di avere trovato il suo nome indagando sui traffici di armi e di droga dei terroristi palestinesi, e si propone addirittura di intitolargli una strada, siamo sicuri di essere migliori di loro? (Poi magari quelli che si indignano e quelli che vogliono onorare la benedetta memoria del ladro latitante amico e complice dei terroristi eccetera eccetera non sono le stesse persone, vabbè, però rimane un’indecenza lo stesso, no?).

(Poi altre indecenze e altre indignazioni le trovi, come al solito, qui)

barbara

AGGIORNAMENTO: un piccolo promemoria qui, grazie a lei.


12 gennaio 2010

IL MIDRASH DIMENTICATO

 "Sorse un nuovo re in Egitto che non aveva conosciuto Giuseppe", così inizia il libro di Shemot. Dovrebbe essere un nuovo re nel senso letterale ma il midrash suppone anche che possa essere stato lo stesso re che si era dimenticato del bene fatto da Giuseppe. Sembra strano ma non lo è affatto. Nel Tempio Maggiore di Roma all'entrata a destra c'è una solenne lapide che ricorda la visita alla Sinagoga di Vittorio Emanuele III, lo stesso che qualche anno dopo avrebbe firmato le leggi razziste. Quando decisero di mettere la lapide forse furono i nostri che si dimenticarono il midrash del re d'Egitto. Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma



Brutto affare, quando la memoria fa difetto ... Meno male che abbiamo sempre fra di noi qualcuno che non perde mai né la memoria, né la grinta (grazie, grande Ugo!), uno e due.

barbara


11 gennaio 2010

DANIEL IL MATTO OVVERO I PANNELLI DEL PAPA

No, non è mai successo. Ma se fosse successo possiamo essere certi che è esattamente così che sarebbero andate le cose ...

Roma, Marzo del 1776

di Mario Pacifici

Josef Sacerdoti camminava per via della Fiumara in preda ad una crescente apprensione. Avrebbe pagato di tasca propria pur di evitare l'incontro che lo attendeva, ma non c'era nulla da fare. Toccava a lui quel discutibile privilegio, in forza dell'esperienza e dei capelli bianchi che ne facevano il decano dei fattori.
Già dialogare con quell'individuo era sempre sgradevole, rimuginava fra sé Sacerdoti, figurarsi quando si era nella necessità di chiedergli qualcosa che solo lui era in grado di offrire. Qualcosa di indispensabile per il ghetto.
Camminando si prefigurava nella mente i diversi modi di affrontare l'argomento, ma sapeva bene che quello non gli avrebbe dato modo di svolgere compiutamente i propri pensieri: lo avrebbe interrotto, irriso, dileggiato. Era quello il suo modo di rapportarsi col mondo e di certo non avrebbe fatto eccezioni per lui, considerate le vecchie ruggini che li dividevano.
Fece ancora pochi passi e finalmente lo scorse, seduto al banchetto di fronte alla sua bottega, intento a lavorare ad una pergamena.
Daniel Fornari era senza dubbio il migliore scriba che si fosse mai visto a Roma. I suoi Sefarim, sapientemente vergati per conto degli Ascarelli, dei Piperno o degli Almagià erano decantati come straordinari esempi di eleganza e di perfezione. E le sue Ketuboth, i contratti matrimoniali dipinti e miniati, erano il vanto delle famiglie più agiate del ghetto.
Era un artista ed un erudito. Se solo lo avesse voluto avrebbe potuto fregiarsi del titolo di rabbino, ma per farlo avrebbe dovuto accettare una disciplina cui era per natura refrattario. Ed in effetti le sue dispute con i rabbini e con i fattori erano così frequenti e così accese, da lasciarsi dietro una scia di rancori e di insanabili inimicizie. Perfino i pochi discepoli che frequentavano la sua bottega non duravano a lungo: a volte perché cacciati in un accesso d'ira, più spesso perché incapaci di sopportare i suoi modi aspri e collerici.
La gente faceva la fila per una sua Ketubah, riconoscendo il suo innegabile talento. Ciò nonostante tutto il ghetto lo chiamava senza alcun imbarazzo Daniel il Matto, sintetizzando in quel graffiante soprannome le sue esuberanze caratteriali.
Josef Sacerdoti si avvicinò al banchetto, dandosi un piglio disinvolto e fingendo dimenticate le asprezze intercorse.
"Sempre al lavoro, Daniel! Cosa preparate di bello, oggi?"
Lo scriba sollevò appena lo sguardo. Non degnò il fattore di una risposta ma per lui parlò l'espressione di ostentata sufficienza con cui tornò ad occuparsi della sua pergamena.
Josef si pose alle spalle del banchetto e rimase per qualche istante ad ammirare le miniature che lo scriba stava tracciando con mano sicura.
Con quell'individuo non aveva senso menare il can per l'aia, pensò. Tanto valeva rompere gli indugi ed affrontare la questione.
"Avete sentito della Cerimonia per la Presa di Possesso di Pio VI?"
Il sofer posò lo stilo sul banchetto e strofinò le mani sullo straccio che gli pendeva dalla cintura.
"I preti fanno festa. C'è qualche motivo per cui me ne debba rallegrare? Ditemelo, perché francamente io non ne vedo alcuno. Ed anzi, a dire il vero, mi domando perché voi pezzi grossi siate così eccitati per questa festa di goym. Come se la storia non vi avesse insegnato nulla. Come se ci si potesse aspettare qualcosa di buono da un nuovo Papa."
Il fattore prese uno sgabello e lo trascinò vicino a quello dello scriba, prendendo posto accanto a lui.
"Non siamo eccitati, Daniel, siamo preoccupati. Il Papa attraverserà Roma per recarsi alla Basilica Lateranense e tutti i rioni sono chiamati ad addobbare il suo tragitto con allegorie, festoni e scenografie. La Curia considera l'evento un momento di grande importanza per avvicinare il popolo al nuovo Pontefice e..."
"Cosa c'entriamo noi con tutto questo? Siamo un rione noi? No, siamo solo un ghetto. Gente angariata e reclusa più avvezza al bastone che alla carota. Gente che non ha niente a che vedere con il popolo, perché non è suddita, è schiava!"
"Non venite a raccontarle a me queste cose! Cosa credete, che io non sappia con chi abbiamo a che fare? Ma è proprio perché lo so che sono preoccupato. Il Vicariato ci ha assegnato un tratto del percorso del corteo pontificio e la nostra Università deve curarne le scenografie. Lo capite che non possiamo esimercene? E lo capite soprattutto che saremo giudicati per quel che saremo in grado di fare? Non credo che sia nel nostro interesse inaugurare il pontificato di Pio VI con un gesto di offensiva noncuranza."
Lo scriba rimase in silenzio per qualche istante, assumendo una provocatoria espressione di incredulo stupore.
"Mi fate pena Sacerdoti. Voi scodinzolate dietro alle loro sottane sperando che questo vi metta al riparo dal loro bastone. Beh, non è così! Fate pure le vostre scenografie! Festeggiate questo Pio VI che di certo non sarà migliore di tutti quelli che lo hanno preceduto! Questo non farà crollare le mura della Casa dei Catecumeni e non aprirà i cancelli del ghetto. I nostri figli continueranno ad essere rapiti dalle guardie pontificie e la nostra gente sarà obbligata di shabat a sorbirsi il veleno delle loro prediche. Continueremo a portare i nostri segni gialli sui cappelli ed a patire il freddo di shabat solo perché ai goym è proibito di accendere i nostri focolari. Fate, fate Sacerdoti, ma non tentate di coinvolgere me in queste umilianti genuflessioni. Io sono un sofer, non un fattore."
"Ed è proprio di un sofer che abbiamo bisogno. E del migliore, per giunta, se non vogliamo sfigurare. Ci serve qualcuno che sappia coordinare i nostri sforzi e realizzare le nostre scenografie."
"Beh, non pensate a me. Io non sono disponibile. Non lo sarei nemmeno per un compenso principesco, figuriamoci per i pochi soldi che l'Università vuole pagare!"
Sacerdoti sembrò cogliere in quell'accenno al compenso una breccia in cui insinuarsi.
"I soldi non sono un problema. Ne ho già parlato con gli altri fattori e..."
"Figuriamoci. Lo so come paga l'Università: poco, male e tardi. In ogni caso non è questo ciò che conta. La mia risposta è no, perché non ho alcuna intenzione di confondermi con voialtri! Genuflettersi di fronte al Papa è un atto di idolatria, una profanazione del Nome. Io faccio mia la lezione di Rabbì Akivah, voi fate quel che volete!"
Sacerdoti trasse un profondo sospiro e si impedì di replicare come avrebbe voluto. Le cose dopotutto stavano prendendo la piega che aveva previsto. Si agitò per qualche istante sul suo sgabello e finalmente decise di giocare l'ultima carta che gli restava. Una carta sottile, pericolosa e ultimativa, tutta basata sulla presuntuosa prosopopea dello scriba.
"Beh, sono contento che la cosa non vi interessi. Il mio in fondo era solo uno scrupolo. Mi sarebbe sembrato scortese affidare ad altri l'incarico, senza avervi prima interpellato."
Daniel il Matto riprese in mano lo stilo e lo accostò titubante alla pergamena.
Passò qualche istante prima che sibilasse con studiata indifferenza: "Ad altri...?"
Sacerdoti si alzò rassettandosi le vesti, come a voler prendere congedo.
"Beh, a qualcuno lo dobbiamo pur dare questo incarico. Il tempo stringe e..."
Il sofer alzò le mani condiscendente.
"Certo, certo. Se proprio intendete assecondare i vostri preti... Ma giusto per curiosità, a chi intendereste affidarlo questo impegno?"
L'anziano fattore represse a stento un sorriso. Alla fine il sorcio si stava infilando fra le zampe del gatto.
"È un ragazzo promettente. Non che abbia fatto molto fino ad oggi, ma dicono che se avesse un'occasione potrebbe mostrare tutto il suo talento."
Daniel il Matto si sfilò i mezzi guanti e si strofinò con vigore le mani infreddolite.
"E chi sarebbe questo bamboccio inesperto?"
"Dovreste conoscerlo. A quel che dicono ha frequentato la vostra bottega. È Moisè Efrati."
Lo scriba si portò le mani ai capelli con una risata sarcastica.
"Oh shemagn Israel! Ditemi che non è vero. Ditemi che non è quello il Moisè Efrati che intendete!"
Il fattore allargò le braccia senza replicare.
"Quello, amico mio, non sa tenere in mano uno stilo. L'ho cacciato di bottega a calci dopo che mi aveva rovinato non so più quante pergamene. Un incapace... Un vero incapace, e voi gli andate ad affidare un lavoro così delicato! Così importante!"
"Non è che abbia molte scelte. E poi ne è passato di tempo da quando voi lo avete cacciato."
Daniel il Matto scrollò le spalle disgustato.
"Quello può fare lo scalpellino, non l'artista. Non è con lui che vi ingrazierete quei cialtroni della Curia. Tutt'al più darete loro una buona ragione per mandare qualcuno a bruciare il ghetto."
"Non tutti la pensano come voi. E del resto io non ne conosco di migliori di lui... A parte voi naturalmente."
Il sofer arricciò il naso con fare pensoso.
"Cosa dicevate del compenso...?"

Mancavano tre settimane alla Presa di Possesso e Daniel il Matto lavorò senza tregua. Le tele ed i pannelli che aveva richiesto ai fattori sotto le sue mani si colmavano di luci, di colori, di figure. Dipingeva in preda ad un furore estatico finché la luce glie lo permetteva e poi, nascosti i suoi pannelli, si lasciava cadere in un letargo esausto, per cominciare di nuovo all'alba del giorno successivo.
Quando finalmente arrivò il momento della Cerimonia, l'addobbo degli ebrei lasciò i romani senza fiato. Dodici grandi pannelli erano dedicati alle tribù di Israele ed ognuno aveva i suoi colori, i suoi simboli, le sue allegorie. Di fronte ad essi, sul lato opposto della strada, altri dodici pannelli raffiguravano i momenti salienti della storia biblica. Il sacrificio di Isacco, il sogno di Giacobbe, l'incontro di Giuseppe con i suoi fratelli e poi via via l'esodo dall'Egitto, le piaghe, la traversata del Mar Rosso. L'ultimo dei pannelli raffigurava Mosè che in un turbine di lampi e di luci annunciava al popolo le tavole dei comandamenti. Un lungo striscione sostenuto da pertiche bianche attraversava infine la via del corteo pontificio e in una fantasmagoria di colori su cui le lettere dorate sembravano galleggiare, una scritta emergeva potente: Fratres Sumus In Nomine Dei.
Perfino gli ebrei del ghetto si recarono nei giorni successivi sul luogo dell'addobbo ad ammirare con malcelato orgoglio l'opera di Daniel il Matto. Ed il successo del sofer non rimase confinato tra le mura del ghetto.
Qualche settimana più tardi Josef Sacerdoti ricevette un'inattesa comunicazione da un forbito Monsignore e si recò perplesso alla bottega di Daniel il Matto.
Già da lontano quello sfoderò la sua usuale indisponente tracotanza.
"Alleluiah! Vi siete finalmente deciso a portarmi i miei soldi?"
L'anziano fattore si impedì di replicare con lo stesso garbo.
Sedette invece accanto allo scriba e si guardò intorno per accertarsi di poter parlare in modo riservato.
"Vi porto qualcosa di meglio dei soldi. Il Papa vuole incontrarvi in udienza privata. Pare voglia affidarvi un lavoro."
Contrariamente ai timori del fattore, Daniel il Matto non dette in escandescenze. Si mostrò anzi lusingato dall'invito e soddisfatto che nessuno del ghetto fosse chiamato ad assistere all'incontro.
"Lo so io come si tratta con quella gente" disse spavaldo, e con questo sprofondò nuovamente Sacerdoti nell'angoscia.
Il giorno dell'udienza il sofer fu introdotto di mattina presto negli appartamenti pontifici e lasciato solo in attesa in una spoglia anticamera.
Molte ore più tardi, nessuno si era ancora affacciato sulla soglia per dargli notizia dell'incontro. Aveva fame, sete e bisogno di urinare. Continuava a camminare avanti e indietro per la stanza chiedendosi se i prelati si fossero dimenticati della sua presenza.
Cominciava già ad imbrunire quando un religioso si fece finalmente vivo per accompagnarlo dal Papa.
Il Pontefice sedeva ad un tavolo imbandito, al centro di un vasto salone.
"Fatti avanti" gli disse, indicandogli benignamente la sedia di fronte a lui, "e mangia con me."
Daniel il Matto prese posto al tavolo tenendo fra le mani il berretto con il segno giallo dei giudei.
"Prendi pure quello che vuoi, non fare complimenti."
Lo scriba fissò con disgusto il porcellino da latte che troneggiava al centro del tavolo.
"Non ho fame, vi ringrazio."
"Peccato" disse il Papa, "dovresti assaggiare questa trippa col pecorino. È fantastica!"
"Non ho fame."
"Quand'è così non ti dispiacerà se termino il mio pranzo."
Quando finalmente il Pontefice si alzò, Daniel il Matto era esasperato e il bisogno di urinare lo opprimeva.
"Sai cosa mi è piaciuto più di tutto del tuo addobbo?" chiese benevolmente il Papa. "Lo striscione. Fratres Sumus In Nomine Dei. Non c'era modo migliore per affermare questa verità."
Il sofer scrollò le spalle sforzandosi di celare il proprio malanimo per quella che considerava un'ipocrita provocazione.
"Il Signore ci ha creati a Sua immagine. Cristiani od Ebrei siamo tutti Suoi figli e la fratellanza è frutto del Suo amore. Dovremmo ricordarcelo sempre."
"È vero" disse il Papa. "Purtroppo voi ebrei lo dimenticate troppo spesso, ma siamo tutti fratelli, tutti figli di Abramo."
"Se lo dimentichiamo è perché i nostri amati fratelli ci chiudono nei loro recinti e ci impongono regole insopportabili. Anche fra fratelli bisognerebbe rammentare che 'amor fa amor e crudeltà fa sdegno'."
Il Papa lo squadrò con uno sguardo risentito.
"Stai abusando della mia pazienza, scriba. Ringrazia Dio che amo l'arte più di quanto detesti l'insolenza. Ora seguimi!"
Si avviò per i corridoi del palazzo fino a raggiungere una stanza spoglia e disadorna.
"Voglio fare di questa stanza il mio studio privato. Affrescala a tuo giudizio, perché da quel che ho visto sei in grado di farne qualcosa di straordinario."
Daniel il Matto ruotò lo sguardo sulle pareti della stanza e sulle grandi finestre che si affacciavano sulla città.
"Sono ebreo" disse titubante, "non dipingo i vostri soggetti sacri."
"Qualcuno te l'ha chiesto? " chiese il Papa. "Rifiutando il Cristo avete perso la vostra primogenitura, ma siete pur sempre i nostri fratelli. Dipingi dunque un'allegoria della fraternità. Fai quello che vuoi, non ti pongo limiti. Ma voglio un lavoro memorabile. Il dono di un fratello al suo amato fratello maggiore."
Daniel il Matto si mise al lavoro e non smise finché non fu consapevole di avere dato vita ad una sublime allegoria della fratellanza biblica.
La stanza disadorna che gli era stata affidata ora risplendeva di colori e figure di impareggiabile violenza espressiva.
"Eccoti la tua stanza, fratello maggiore," mormorò fra sé rimirando le pareti affrescate.
Appena avvertito del completamento dei lavori il Papa arrivò accompagnato da uno stuolo di prelati. Daniel il Matto lo attendeva lungo il corridoio e il Pontefice lo salutò con insolita cordialità.
"Ecco il mio fratello minore" disse forte, provocando l'ilarità del suo seguito "che si accinge a consegnarmi il suo superbo dono fraterno. Fammi strada, scriba."
Entrarono nella stanza per essere istantaneamente sopraffatti dalla ricchezza degli affreschi, dalla luce che ne emanava, dalle emozioni cui davano vita.
Dipingi la fraternità aveva detto il Papa e Daniel il Matto si era scrupolosamente attenuto all'incarico.
Sulla parete di sinistra era raffigurato Caino, il volto trasfigurato dalla furia omicida, nell'atto di avventarsi contro Abele. La scena emanava odio e violenza ma il volto di Abele era illuminato da una composta consapevolezza. Nessuna paura nei suoi occhi, nessun terrore nella sua espressione. Solo pietà per un fratello incapace di amare.
Sulla parete di destra era invece raffigurato l'allontanamento di Agar ed Ismaele dal campo di Abramo. Qui i sentimenti dei protagonisti emergevano dall'affresco con una sbalorditiva forza espressiva. Se Abramo era combattuto fra l'amore filiale e l'amore muliebre, sul volto di Sara si leggeva una sofferta soddisfazione ma anche una pena profonda per la colpa di cui si faceva carico. Sullo sfondo, la figura sofferta di Agar era dominata dal dolore per il tradimento di Abramo e dall'angoscia per la sorte di Ismaele. Ma era nei volti di Ismaele ed Isacco che Daniel il Matto aveva superato se stesso. Il primo era una maschera di rabbia. Il suo odio non si dirigeva contro il padre che lo cacciava ma contro il giovane fratello che della sciagurata decisione paterna era l'inconsapevole ragione. Nel suo sguardo c'era una luce di implacabile ferocia. Isacco emergeva invece dall'affresco come un grumo di sofferenza. La tragedia di Ismaele era anche la sua tragedia. Non l'aveva cercata, non l'aveva voluta. La subiva con dolore e rivolgeva al fratello una richiesta di comprensione e di perdono.
La parete centrale raffigurava infine l'incontro fra Giacobbe ed Esaù.
Sullo sfondo la gente di Giacobbe posseduta dalla paura per l'ostile violenza di Esaù e rincuorata tuttavia dalla promessa pacificazione. In primo piano invece le figure dei fratelli serrati in un abbraccio senza amore, che si baciavano promettendosi pace. Ma era un bacio poi quello che si scambiavano? O non era piuttosto un morso quello che Esaù tentava di portare al collo di Giacobbe? Il volto di Esaù era quello della violenza e della doppiezza, quello di Giacobbe rifletteva timore e prudenza.
Il Papa si ritirò sulla parete di fondo e lasciò spaziare lo sguardo sugli affreschi.
"Straordinario" mormorò, subito seguito dai sussurri di approvazione dei suoi prelati. "Ma aprite quelle finestre che entri la luce."
Dopo lo sguardo di insieme, ora voleva godere dei particolari.
Si avvicinò al primo affresco ed osservò con attenzione il volto di Abele.
Se ne allontanò corrugando la fronte.
Si avvicinò al volto di Caino e balzò all'indietro, spalancando la bocca.
"Non capisco" mormorò indeciso.
Volse lo sguardo verso i volti di Ismaele e di Esaù e rimase impietrito dall'orrore.
"Che cos'è questa infamia?" gridò in preda ad una furia incontenibile.
I volti dei tre fratelli maggiori dietro le sembianze giovanili ed i capelli fluenti raffiguravano i tratti del Sommo Pontefice. Quelli dei fratelli minori ritraevano invece Daniel il Matto.
"Non siete forse voi il nostro fratello maggiore?" gridò il sofer mentre già le guardie pontificie lo portavano via.
Il giorno dopo tutto il ghetto era al corrente dell'impresa di Daniel il Matto.
A raccontarla era lui, serrato nella gogna in via della Rue. Gli ebrei gli avevano aggiustato cuscini sotto le ginocchia e si curavano di alleviargli il tormento per quel che potevano. Ma soprattutto si beavano delle sue parole quanto lui, a dispetto dei ceppi, si beava di narrare lo sconcerto e la rabbia del Papa, l'imbarazzo e l'indignazione di prelati.
Daniel il Matto aveva sepolto sotto le risate del ghetto l'ipocrisia dei suoi fratelli maggiori.

mario.pacifici@gmail.com



E poi come al solito andate a leggere lui, un altro che castigat ridendo mores et mures.

barbara


10 gennaio 2010

OGGI ANDIAMO PER CARTOLINE

La strage dei copti testimonia il modo con cui l'islam affronta la dhimmitudine

Cari amici, vorrei organizzare un viaggio a Nag Hamadi. Sapete che cos'è? No? Eppure è un posto a soli 450 kilometri dal Cairo, molto importante per la cristianità, per due ragioni molto diverse. Wikipedia spiega che è "è una cittadina situata nel Governatorato di Qina (Egitto centrorientale), con una popolazione di circa 30.000 abitanti. È importante centro agricolo per la produzione di zucchero, a cui si affianca l'industria dell'alluminio e del cemento", la quale "fu nota anticamente con il nome di Chenoboskion, "recinto per oche". Ma le ragioni importanti sono altre. Una risale a sessantacinque anni fa, quando in una giara di terracotta, accanto a un monastero copto, vi furono trovati tredici papiri risalenti al III o al IV secolo, i cosiddetti "vangeli gnostici": testi di straordinario interesse su cui archeologi e teologi non si sono stancati di discutere.
La seconda ragione risale a un paio di giorni fa, alla vigilia di quella che in Europa è l'Epifania e nel calendario giuliano che i copti adottano ancora (come gli Armeni ecc.) è Natale. Come certamente avete letto, all'uscita della messa di Natale di quel paesone, c'è stato un assalto a sangue freddo da parte di un terzetto di persone su una macchina che hanno sparato sulla folla dei fedeli con armi automatiche, facendo sette morti e almeno nove feriti (http://www.corriere.it/esteri/10_gennaio_07/egitto-massacro-copti_45292ad8-fb7b-11de-a955-00144f02aabe.shtml). È un evento importante, così importante che io vorrei aprire una sottoscrizione per mandare in gita a Nag Hamadi quei preti dei presepi con le moschee di cui vi ho scritto l'altro giorno, i loro vescovi, l'intera Caritas, i religiosi della Consolata, insomma tutta quella brava gente cattolica che pensa di avere la missione di convincerci ad accogliere con gioia l'invasione, pardon, l'immigrazione islamica (e anche la loro controparte laica, protestante, valdese ecc., naturalmente). Una gita di massa, per una volta utile, invece delle vacanze a Gaza e in Cisgiordania. Utile come potrebbe essere spedire i gruppettari in Iran, perché si rendano conto di cos'è la repressione.
Perché è importante l'"incidente" di Nag Hamadi (dove la polizia naturalmente si è messa subito a imbrogliare le carte, parlando di faida, della vendetta per uno stupro e altre bizzarre giustificazioni)? Forse perché è un caso unico, eccezionale, uno straordinario "martirio" da testimoniare coi propri occhi? No, tutto il contrario, utile perché è la regola, quel che accade sempre, il modo standard con cui l'Islam affronta la diversità religiosa. Per dirne una sola, pochi giorni fa, a un centinaio di chilometri da lì, hanno bruciato un edificio, perché volevano aprirci una chiesa. E per soprammercato se la sono presa con le case della comunità copta (che, vi ricordo, sono i Cristiani convertiti nei primi secoli, eredi dell'Egitto antico ed ellenistico, conquistati dall'Islam con la forza nell'ottavo secolo).
Il fatto è che le cose vanno avanti così da dodici secoli, dalla conquista islamica dell'Egitto: violenze, intimidazioni, minacce, omicidi, pogrom, dissacrazioni... e di conseguenza conversioni di quelli che non ne possono più. E non è che questo accada specialmente contro i copti: contro gli ebrei, i cristiani di altre confessioni, contro tutti i non musulmani. Il modo standard di trattare le religioni "protette" (per i politeisti il Corano prescrive la morte immediata). E non solo in Egitto: in Arabia, nei territori palestinesi, nella "democratica" Turchia, dappertutto, in tutto quel delizioso "territorio della pace" che gli islamisti considerano loro per sempre e di cui non sono disposti a cedere neanche un millimetro, come in Israele. Quelli che ci invitano ad accogliere con favore i fratelli musulmani, preparano esattamente questo avvenire per i nostri nipoti. Speriamo che ci ripensino, per questo vorrei offrire loro un bel viaggio a Nag Hammadi, perché capiscano e meditino.
Non siete convinti? Guardate, ci sono classifiche per tutto. E per caso proprio ieri è uscita in rete la classifica dei paesi che opprimono di più i cristiani, aggiornata a tutto il 2009. La compila un'organizzazione che si chiama "Open doors"; il suo sito è questo: http://members.opendoorsusa.org/site/DocServer/WWL2010_test.pdf?docID=5801. Ma per risparmiarvi la fatica vi ho ricopiato nell'ordine l'elenco, anzi la classifica dei peggiori, cioè dei primi 50. Eccola: Korea North; Iran; Saudi Arabia; Somalia; Maldives; Afghanistan; Yemen; Mauritania; Laos; Uzbekistan; Eritrea; Bhutan; China; Pakistan; Turkmenistan; Comoros; Iraq; Qatar; Chechnya; Egypt; Vietnam; Libya; Burma/Myanmar; Azerbaijan; Algeria; India; Nigeria; Oman; Brunei; Sudan; Kuwait; Tajkistan; United Arab Emirates; Zanzibar Islands; Turkey; Djibouti; Morocco; Cuba; Jordan; Sri Lanka; Syria; Belarus; Tunisia; Ethiopia; Bangladesh; Palestinian Territory; Bahrain; Indonesia; Kyrgyzstan; Kenya (North East). Dei primi cinquanta, 39 sono paesi islamici, membri dell'OCI (organizzazione della conferenza islamica, il nuovo califfato, come la chiama Bat Ye'or. Altri sette sono paesi comunisti o ex da poco, gli altri sono dittature militari o fanatici induisti. Paesi occidentali non ce n'è, Israele naturalmente non figura, anzi praticamente nessuno fra i paesi citati ne riconosce l'esistenza; fra tutti solo l'India si può ragionevolmente definire una democrazia.
Insomma, chi perseguita i cristiani sono essenzialmente dittatori, islamisti e comunisti. Soprattutto, di gran lunga soprattutto gli islamisti. Quand'è che i bravi cattolici democratici capiranno che il nemico mortale non è l'Occidente, il consumismo, il laicismo, l'indifferenza religiosa, ma la violenza organizzata del fanatismo politico e religioso anti-occidentale? Quando si renderanno conto che eventi come Nag hammadi non sono occasionali, ma conseguenze di un metodo millenario? Quando smetteranno di pensare che il dialogo e l'accoglienza risolvono ogni cosa? Chiedeteglielo. E aiutatemi, anzi aiutateli, mandate un po' di questi preti e cattolici "di base" a parlare con i copti (o con chi condivide lo stesso destino in Siria o in Turchia). Forse capiranno che non si può servire la Croce e la Mezzaluna (o la Falce e Martello) allo stesso tempo.

Ugo Volli

In effetti lo ha detto anche Gesù che non si può servire Dio e Mammona, e bene fa Ugo Volli a condividere, parafrasandolo, il pensiero del suo antico correligionario. E dopo questa cartolina dell’altro ieri che non potevo, per il suo contenuto e per la carica di indignazione che contiene, relegare a un link, vi invito a leggere anche quella di ieri. Riporto invece interamente – e poi capirete perché – quella di oggi.

Voglio i danni per l'incendio di Gerusalemme nel '70 e.v.

La sapete l'ultima? Eccola, l'Iraq chiede a Israele i danni per aver distrutto nel 1981 il reattore nucleare di Osirak dove Saddam cercava di produrre le armi atomiche. Sembra una barzelletta, no? Ma è vero, lo ha detto un parlamentare iracheno, Muhammad Naji Muhammad, al giornale altrettanto iracheno al-Sabah. E sapete da chi sta cercano aiuto il governo iracheno per ricevere la giusta compensazione per non essere lasciato in pace a completare il compito lasciato interrotto dalla buonanima dello zio Adolf? Ma dall'Onu, naturalmente. Sembra una barzelletta, lo stato che ha gasato i curdi, che ha invaso il Kuwait, che ha attaccato l'Iran eccetera eccetera, che durante la prima guerra del golfo ha spedito i suoi missili con gas velenosi sulle città di Israele che in quella guerra non combatteva, be' quel paese vuole i danni per non aver potuto fare la Bomba.
Ma è qualcosa di più di una barzelletta, è una moda. La guerra legale contro Israele ("lawfare") si è estesa dai tribunali penali a quelli civili. Senza parlarne coi giornali, ma evidentemente con metodi efficaci, l'Onu ha raggiunto un accordo con Israele per farsi compensare con qualche milione di dollari i danni subiti dalle sue istallazioni durante l'Operazione piombo fuso. Di lì sparavano i cecchini di hamas, ma evidentemente questo non conta.
Il ministro degli esteri israeliano ha inoltre avvertito che oltre ai soliti mandati di arresto inglesi contro ufficiali e governanti israeliani, sono da mettere in conto cause civili nei tribunali americani contro i comandanti militari israeliani per i danni prodotti alle proprietà private nella stessa guerra.
Ultimo, come sempre, ma più fracassone di tutti è venuto fuori Ahamadinedjad, che ha dichiarato alla televisione di volere dall'America e dalla Russia i danni per l'invasione subita dalla Persia durante la seconda guerra mondiale. "Altro che sanzioni, ha detto in sostanza il presidentucolo, quelli ci devono dei soldi."
Insomma, la politica internazionale si fa sempre di più con l'arma della legge. Che questa mescolanza rovini la politica e anche la legge (e pure la storia, dati i tempi di cui si parla) non importa niente a nessuno (in particolare non agli avvocati, figuratevi le parcelle). Del resto gli stati del Terzo mondo non vogliono compensazioni per i crimini dell'imperialismo e dello schiavismo, avvenuti per lo più un paio di secoli fa? Io spero solo che il sindaco di Roma Alemanno faccia una bella causa alla Spagna per il sacco di Roma, deciso da Carlo V. Col ricavato, potrebbe forse pagare i danni dell'incendio di Gerusalemme del 70 dC, ad opera dell’imperatore Tito. Sperando che l'Egitto non cerchi di rivalersi per le 10 piaghe (ma forse per loro il Destinatario è sconosciuto...)

Ugo Volli



Carina la battuta sull’Egitto, vero? Solo che, ecco, Ugo Volli non lo sapeva, ma non è affatto una battuta … Leggete un po’ qua:

Un processo contro il popolo ebraico 25-08-03

Non sappiamo come dare ai nostri lettori questa notizia. È talmente assurda da sembrare falsa, ma una volta accertata la sua autenticità rimane da chiedersi come reagire, se scuotendo con disappunto la testa, se prendendosela con la eterna e sempre sorprendente stupidità umana, o se semplicemente sorridendo amaramente.
Nel numero del 9 agosto scorso il settimanale egiziano Al-Ahram Al-Arabi ha dato spazio ad una intervista con il dott. Nabil Hilmi, preside della Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Al-Zaqaziq.
L'illustre ed illuminato docente, coadiuvato da altri suoi colleghi, sta preparando una causa civile contro il popolo ebraico nella sua totalità. Ecco quanto egli afferma:
"Poiché gli ebrei fanno svariate richieste agli arabi ed al mondo, e pretendono il riconoscimento di diritti basati su fonti storiche e religiose, un gruppo di egiziani che vivono in Svizzera ha aperto il caso del cosiddetto "grande esodo degli ebrei dall'Egitto dei Faraoni". A quel tempo, essi rubarono all'Egitto dei Faraoni oro, gioielli, utensili di cucina, ornamenti d'argento, abiti ed altro, lasciando il paese a notte fonda con questo oggi inestimabile patrimonio".
Il capo degli egiziani emigrati in Svizzera, Gamil Yaken, ha fatto ricerche storiche ed ha nominato una squadra di giuristi per ottenere dal tribunale la restituzione di quanto gli ebrei rubarono allora. Questo furto non può essere vanificato appellandosi al tempo trascorso, ed è comprovato dai testi sacri degli ebrei.
Il Faraone era rimasto esterrefatto, continua Hilmi, al vedere le donne egiziane che piangevano per quanto era stato loro rubato nel corso della più colossale rapina che la storia ricordi.
Questo furto, secondo Hilmi, è in perfetta armonia con "la moralità ed il carattere degli ebrei", ed egli cita alla lettera dialoghi fra il Faraone e le donne del tempo, che descrivevano nei dettagli al loro sovrano gli oggetti rubati.
Una indagine di polizia ordinata dal Faraone svelò che Mosè ed Aronne, a causa "della natura perversa degli ebrei", avevano ordito questo crimine con la complicità dei rabbini, e malgrado il desiderio del popolo egiziano di essere loro amico.
Secondo il calcolo molto minuzioso di Hilmi e dei suoi esperti, considerando anche gli interessi maturati e la svalutazione, sulla base del peso dei preziosi rubati, egli valuta che si debbano moltiplicare 300 tonnellate d'oro per 5.758 anni, con il risultato di 1.125 trilioni di tonnellate d'oro al valore attuale. Per non parlare del valore degli altri beni.
Ma, bontà sua, egli proporrà al tribunale un compromesso onorevole: che agli ebrei, cioè, sia concesso di restituire questi beni frazionandoli in mille anni.

Federico Steinhaus



Sì, lo so che è banale dire che la realtà supera la fantasia, ma che altro dire di fronte a questa cosa? Caro Ugo Volli, rassegnati: gli arabi, in fatto di fantasia – soprattutto quando si tratta di estorcere e rapinare prendendo per i fondelli l’intero pianeta - ti mangiano la pappa in testa!

barbara


9 gennaio 2010

ANDREA SCHIVO: SÌ, QUESTO È UN UOMO

Andrea Schivo, agente di custodia a San Vittore durante l'occupazione tedesca, pagò con la vita, in un campo di concentramento tedesco, il suo coraggio.
Il 26 marzo, lo Stato d'Israele ha attribuito alla sua memoria l'onorificenza di “Giusto tra le Nazioni”, la più alta fra quelle civili che lo Stato d'Israele assegna ai suoi eroi.
Questa è una storia che merita di essere raccontata. È la storia di Andrea Schivo, agente di custodia, alla cui memoria lo Stato di Israele ha tributato il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni”.
È la storia di un uomo giusto, di un uomo che divenne eroe suo malgrado, perché i veri eroi sono proprio le persone comuni, le persone semplici che non aspirano a guadagnare un posto nella Storia con la “S” maiuscola.
“La storia siamo noi, nessuno si senta escluso”, cantava Francesco De Gregori in una bella canzone di qualche anno fa. La storia la fanno gli uomini, nel bene e nel male. Siamo tutti partecipi e responsabili, con le nostre azioni e le nostre omissioni, con il nostro coraggio e le nostre paure. La storia non si cancella e non si dimentica.
Andrea Schivo è l'antieroe per eccellenza, secondo una visione del mondo e della storia che identifica nei grandi condottieri, nei personaggi illustri e famosi, coloro che hanno cambiato il mondo. Andrea, ad un certo punto della sua vita, incontrò la Storia e non si tirò indietro.
Andrea Schivo era nato a Villanova d'Albenga il 17 luglio 1895 ed era un agente di custodia del carcere milanese di San Vittore. Erano gli anni drammatici del secondo conflitto mondiale, gli anni dell'antisemitismo e delle deportazioni di milioni di Ebrei che strappati dalle loro case, dopo le assurde leggi razziali del 1938, furono avviati nei campi di sterminio tedeschi.
Negli anni bui dell'occupazione tedesca nel carcere di San Vittore, separata dai detenuti comuni e dai politici, c'era una sezione che ospitava una categoria di persone la cui unica colpa era di essere ebrei. I tedeschi, infatti, requisirono alcuni raggi del carcere per destinarli ai detenuti politici e agli ebrei in attesa di essere deportati nei campi di concentramento. Uomini, donne e bambini, strappati dalle loro case, rastrellati per strada, scovati nei luoghi segreti dove trovavano riparo e dove ogni rumore, calpestio, respiro li metteva in allarme, perché ogni presenza umana avvertita poteva essere quella del carnefice che poneva fine alle loro vite.
Tra il 1943 e il ‘44 Andrea Schivo, sposato e padre di una bambina, era addetto proprio nel raggio che ospitava i prigionieri ebrei gestito direttamente dalle SS per conto del comando di Polizia di sicurezza germanico, che aveva la sua base di comando all'hotel Regina. Qui il feroce comandante Otto Koch conduceva gli interrogatori con metodi spietati, impiegando le più feroci tecniche di tortura. Altri luoghi in cui si svolgevano gli interrogatori erano lo stesso carcere di San Vittore e Villa Luzzatto in via Marenco. Schivo conosceva bene questi sistemi e la ferocia nazista nel punire chiunque fosse stato scoperto nel fornire aiuto agli ebrei, eppure la sua coscienza di uomo giusto gli diede il coraggio di sfidare il pensiero della morte a cui sicuramente sarebbe andato incontro se avessero scoperto che faceva da tramite tra gli ebrei prigionieri e le loro famiglie.
Sono state le figlie della detenuta Clara Cardosi, una delle persone aiutate da Schivo, Giuliana, Marisa e Gabriella, a testimoniare del coraggio e del sacrificio di Andrea che consegnava loro dei biglietti scritti dalla madre dopo l'arresto, mentre alla donna Andrea faceva giungere indumenti e cibo da parte della famiglia. Quanto dolore, ma quanta gioia nel ricevere quei biglietti sottratti al controllo dei carcerieri tedeschi, emozioni così descritte nella testimonianza delle tre sorelle “È impossibile dire con quale emozione riconoscevamo la sua calligrafia e leggendo quelle parole, con cui la mamma sempre forte cercava di tranquillizzarci sulla sua sorte, era come se ci fosse stata restituita la sua presenza e non l'avessimo completamente perduta. Nella prima settimana del giugno 1944 la mamma venne trasferita dal carcere di San Vittore a Milano al campo di smistamento di Fossoli, anticamera dei lager nazisti per poi essere deportata con l'ultimo convoglio partito da Fossoli il 1° agosto 1944 al Campo di sterminio di Auschwitz donde non fece più ritorno (…). Poco tempo dopo la traduzione di nostra madre da S. Vittore a Fossoli, Andrea Schivo era stato arrestato perché sorpreso ad aiutare gli ebrei del V raggio portando loro da mangiare e rinchiuso nella cella 108”.
Tra la fine di giugno e i primi di luglio del 1944, sul pavimento di una cella del V raggio di San Vittore, occupata da una famiglia di ebrei, i tedeschi rinvennero un osso di pollo, evidente resto di un pasto che non poteva certo essere stato servito dalla mensa del carcere. Apparve quindi chiaro agli aguzzini tedeschi sospettare di un agente di custodia che poteva aver fatto da staffetta con l'esterno. La famiglia di ebrei fu sottoposta a interrogatorio con tortura e confessò il nome di quell'angelo delle carceri che rispondeva al nome di Andrea Schivo. L'agente Schivo sapeva bene a quale rischio si esponeva portando aiuto agli ebrei prigionieri eppure non aveva esitato a mettere a rischio la propria vita, forse proprio impietosito da una bambina della famiglia ebrea che gli ricordava sua figlia. Andrea Schivo fu dunque scoperto, arrestato e trattenuto per un breve periodo a San Vittore, qualche giorno dopo fu deportato da Milano nel lager di Bolzano e da qui spostato nel campo di concentramento di Flossembürg.
L'arresto di Schivo, e il tragico epilogo della sua esistenza, furono riportati alla luce con la pubblicazione di un documento d'archivio del Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea (CDEC) di Milano, pubblicato nel gennaio 2005. Il documento era la testimonianza di diciannove agenti di custodia, colleghi di Schivo, che descrivevano le circostanze del suo arresto da parte della Polizia SS. Ecco la drammatica testimonianza “… cosicché l'agente Schivo dopo una breve permanenza in queste carceri non più come guardia ma come detenuto venne deportato in Germania dove ora abbiamo appreso per mezzo di un compagno dello stesso campo che l'agente Schivo Andrea è morto a seguito di maltrattamenti percosse e sevizie da parte della SS tedesca di sorveglianza, lasciando la famiglia addolorata e piena di miseria”. Andrea Schivo morirà, di stenti e maltrattamenti, il 9 gennaio 1945. [altre fonti riportano la data del 29 gennaio, ndb] Pochi giorni dopo, il 27 gennaio, l'Armata Rossa entrava nel campo di sterminio di Auschwitz.
L'episodio è ricordato dalle tre figlie di Clara Cardosi che, leggendo il documento, compresero immediatamente che quell'uomo di cui si parlava era l'uomo che aveva aiutato la loro mamma: “Andrea Schivo, di cui ancora non conoscevamo la drammatica sorte, era la guardia carceraria che ci fece avere le prime notizie della mamma dopo l'arresto. In quei giorni disperati a lui consegnavamo cibo e indumenti per la mamma e ricevevamo biglietti che ella nascostamente ci inviava durante la prigionia a San Vittore”. La signora Clara Cardosi, grazie all'aiuto di Schivo, riuscì a mantenere per un po' i rapporti con le figlie raccomandando loro di non esporre a troppi rischi il loro benefattore. Questo fino alla sua deportazione ad Auschwitz, dove fu subito avviata ai forni crematori.

La storia di Andrea Schivo negli archivi della CDEC

Luciana Laudi, collaboratrice della Fondazione CDEC, ricostruisce i fatti che hanno consentito all'Istituto per la Rimembranza dei Martiri e degli Eroi dell'Olocausto “Yad Vashem” di attribuire ad Andrea Schivo il riconoscimento di “Giusto tra le Nazioni”. Eccone una sintesi.

Nell'archivio della Fondazione fu rinvenuto un foglio, datato 15 giugno 1945 (trovato tra le carte della Comunità israelitica versate nell'archivio nel 1996) che riportava la testimonianza sottoscritta da 19 agenti di custodia del carcere di San Vittore, che racconta con pochi cenni l'operato e il sacrificio di Andrea Schivo. La CDEC ebbe poi conferma della presenza di Andrea a Flossembürg dalla ANED (Associazione nazionale ex deportati). La notizia del ritrovamento della testimonianza degli agenti di custodia fu data dunque nel 1998 sul bollettino della CDEC e su Ha Keillah con la speranza che qualche lettore potesse ricordare qualcosa di quell'agente del carcere di San Vittore. Il 27 gennaio 2003, in occasione della Giornata della memoria e dell'inaugurazione di una mostra sulla Shoà a Palazzo Reale di Milano, la CDEC aveva allestito una sezione dedicata ai “Salvatori non ebrei”. Tra questi non compariva il nome di Schivo, la cui storia non era stata ancora documentata. La mostra fu visitata da una nipote di Schivo che, conoscendo la storia dello zio, si meravigliò di non trovare citato il suo nome e si rivolse agli organizzatori per raccontare la sua testimonianza. La donna ricordava di quest'uomo che era padre di famiglia, che adorava i bambini, ricordava di racconti familiari che parlavano di una moglie che cucinava il pollo. Il caso Schivo, quindi, ritornò alla CDEC che si attivò per trovare testimonianza da parte ebrea per tributare il giusto riconoscimento allo sconosciuto agente di custodia. La storia della nipote di Schivo fu raccontata dal settimanale Panorama e fu letta dalle sorelle Cardosi che riconobbero subito in quella descrizione l'agente di San Vittore che aveva fatto da tramite tra loro tre bambine e la mamma Clara detenuta a San Vittore. Fu così possibile per la Fondazione CDEC avviare la pratica perché lo Stato d'Israele, mediante Yad Vashem, riconoscesse Andrea Schivo “Giusto tra le Nazioni”. La decisione del riconoscimento è giunta il 13 dicembre 2006.
La consegna dell'onorificenza si è svolta il 27 marzo 2007 nel carcere milanese di San Vittore, alla presenza del Consigliere d'Ambasciata d'Israele a Roma, dott. Rami Hatan, dei familiari dei salvati e dei salvatori. La medaglia dell'onorificenza per Andrea Schivo è stata consegnata alla nipote Carla Arrigoni. (qui)

Perché, in mezzo a tanto lerciume che ci circonda, abbiamo bisogno di ricordare che esistono anche persone così. Perché chi, in nome dell’umanità, ha dato la vita, merita che noi diamo almeno un minuto del nostro tempo e il dono della memoria. Ricordiamo dunque, nel sessantacinquesimo anniversario della sua morte, un Uomo Giusto. Al ricordo di questo Giusto è dedicato anche un libro, dal significativo titolo “Questo è un uomo”.


Andrea Schivo con la moglie e la figlia

barbara


8 gennaio 2010

SCONTATO

È successo un po’ di anni fa, e non è che ci sia un motivo particolare per raccontarvelo oggi, però non c’è neanche un motivo per non raccontarvelo oggi e quindi ve lo racconto e se a qualcuno non sta bene, vabbè, peggio per lui.
Succede dunque che la padrona di casa ha bisogno di parlarmi; vede però che le persiane sono chiuse, e dato che è il fine settimana pensa: è via. Non le viene in mente di suonare il campanello per verificare se sia effettivamente via o no, semplicemente lo dà per scontato, e aspetta. Il lunedì mattina le persiane sono ancora chiuse, e lei pensa: “O è rientrata stamattina ed è andata direttamente a scuola, o è successo qualcosa”. Un po’ preoccupata, per accertarsi di come stiano le cose, chiama la scuola e chiede se ci sono. La segretaria dice: “No, non è a scuola, è a casa in malattia”. E lei: “No no, a casa non c’è”. La segretaria non provvede a chiederle se lo abbia verificato: dal momento che lo afferma con così assoluta sicurezza dà per scontato che lo abbia fatto, e quindi va dal preside e annuncia: “È scomparsa la Mella”. “Come scomparsa?” “Scomparsa: dovrebbe essere a casa in malattia ma a casa non c’è e non si sa dove sia”. Il preside non le chiede se abbia telefonato per controllare: dà per scontato che lo abbia fatto, e i due cominciano a studiare il da farsi. Per prima cosa chiamano il mio medico per sapere se per caso mi abbia fatta ricoverare. Ora, dovete sapere che il mio preside dell’epoca era un tale losco figuro che appariva falso anche quando casualmente gli accadeva di essere sincero. Così quando comincia a chiedere informazioni su di me, il dottore si mette subito sulle sue; al che quello, per far apparire più accettabile la richiesta di notizie si mette a raccontare tutta una storia di tubi che perdono, di soffitti bagnati, di necessità da parte della padrona di casa di verificare dove fosse la perdita … era tutto vero, ma in bocca sua appariva falso come la strada ferrata, come si dice dalle mie parti, e il dottore, in tono molto secco e molto irritato, ha detto: “Le confermo che la professoressa Mella è malata, e questo è tutto ciò che lei ha il diritto di sapere” e ha sbattuto giù. Fallito il piano A, passano al piano B: forse, dal momento che vivo sola, prima di mettermi a letto ho fatto un ultimo sforzo e sono andata dai miei in modo che mi possano curare. Detto fatto chiamano a casa dai miei, per sentirsi ovviamente rispondere che no, lì non ci sono. E a questo punto è la volta di mia madre, che naturalmente dà per scontato che la scuola prima di chiamare lei abbia verificato che non sono a casa, di cominciare a tormentarsi: essendo malata, sicuramente non sarò andata in giro, e allora, se non rispondo al telefono, come sembrerebbe avere constatato la scuola, cosa diavolo mi potrà essere successo? Nel frattempo il preside, ormai sull’orlo della crisi di nervi, dice: “Chiamiamo i carabinieri”. Con la cornetta del telefono già in mano, la segretaria ha finalmente un barlume di resipiscenza e dice: “No aspetti, facciamo un ultimo tentativo: provo prima a chiamare lei, e se non risponde avvertiamo i carabinieri”. E in quel momento l’illuminazione l’hanno avuta tutti, e tutti in contemporanea: la segretaria, mia madre, la padrona di casa … Dove si dimostra che dare per scontate le cose senza verificarle non è una buona idea, ma proprio proprio per niente.
(Poi, certo capitano anche le eccezioni: lui, per esempio, aveva dimenticato di dare per scontato che i perfidi giudei sono, per l’appunto, perfidi, e guardate un po’ che razza di sorprese si è ritrovato).

barbara


7 gennaio 2010

SARA E IL SUO BAMBINO: GRAN NOTIZIA CHE NON FA RUMORE

GABRIELLA SARTORI

Fino all’Epi­fania le favole di Natale si possono raccontare. Se poi sembrano favole ma sono storie vere, raccontarle è necessario. La notte del 23 dicembre scorso, Sara, di Montebelluna, Treviso, trentadue anni, incinta alla ventinovesima settimana, si sente male. Diagnosi pesante: « aneurisma dissecante all’aorta ascendente » , patologia molto grave in sé ma ancora più grave in quanto Sara non solo è incinta ma ha anche già subito un importante intervento al cuore, di diversa natura, nel 2005. Sara e il bambino che porta in grembo hanno bisogno urgente di ricovero in una struttura altamente attrezzata: se no, moriranno tutti e due. Comincia il giro convulso di telefonate in vari ospedali del Veneto e del Friuli, ma il posto non si trova: periodo difficile, molti operatori hanno appena cominciato le agognate ferie natalizie. All’ospedale civile 'Ca’ Foncello' di Treviso, il cardiochirurgo professor Carlo Valfrè, con la sua équipe, è impegnato in un intervento d’urgenza. Ma i dirigenti di Ca’ Foncello non si arrendono. Con un giro di telefonate, fanno l’impossibile per reperire altro personale in tempi record, medici, infermieri, ostetriche, anestesisti: e ci riescono. Anche perché trovano in tutte le persone allertate la massima disponibilità a tornare immediatamente in servizio anche se sono appena rientrati a casa per il meritato riposo e si apprestano a festeggiare il Natale in famiglia.
Nessuno dice di no: in poche ore nasce una seconda équipe cardiochirurgica in grado di far fronte alla difficile situazione.
L’elicottero del Suem porta la mamma Sara a Ca’ Foncello alle sedici e trenta. Comincia l’intervento. Sara dice: pensate prima al bambino. Così si fa: alle sedici e 41, il primario di ginecologia Giuseppe Dal Pozzo e la patologa neonatale dottoressa Linda Bordignon portano alla luce Lorenzo, 942 grammi di peso, vitale e sano. È il primo bambino trevigiano che nasce in cardiologia.
Poi comincia l’intervento su Sara: otto ore di duro lavoro e alle due di notte della vigilia è salva anche lei.
Cardiologia dei miracoli quella natalizia di Treviso? Chi se ne intende, dice che l’espressione non è esagerata. Però di questa meravigliosa storia nessuna traccia è arrivata sui mass media nazionali.
I quali, anche a Natale, non hanno mancato di informarci di tutt’altre vicende. Vedi il caso della sfortunata bambina di Agrigento che ha perduto la vita in quanto non soccorsa in tempo dai volontari (?) del 118: che avrebbero litigato per ore su chi avesse il compito di intervenire prima di passare ai fatti.
O l’altra bambina di Cosenza, cui medici... disattenti, hanno ingessato il braccino sano invece di quello rotto. Anche stavolta, il circo mass- mediatico italiano ha obbedito all’antica , cinica legge secondo la quale « una buona notizia non è una notizia » . E che importa se, a dare solo cattive notizie, si altera in negativo il profilo morale e professionale del Paese, si distrugge la speranza delle persone, si scoraggiano i giovani.
Nel suo discorso di Capodanno alla nazione, il presidente Napolitano ha detto con forza che l’Italia reale è migliore di come la si fa apparire. Il presidente dice il vero, e chi sta in mezzo alla gente lo sa. Tanto più noi credenti per i quali Natale o 'è' la Buona Notizia o non è Natale. Per questo, noi sappiamo che, a Treviso, quest’anno il Bambino è nato in un reparto di cardiologia, che sua madre, che l’ha voluto a rischio della vita, si chiama Sara, che gli angeli sono scesi dal cielo con l’elicottero del Suem, e che i pastori che l’hanno soccorso indossavano i camici bianchi della sala operatoria. È una buona notizia: e vogliamo che sia conosciuta.

Avvenire 6 gennaio 2009 (qui)

E voglio anch’io che sia conosciuta, perché ogni tanto c’è bisogno di una buona notizia, ogni tanto c’è bisogno di tirare il fiato, ogni tanto c’è bisogno di poter credere che “uomini di buona volontà” non è una specie estinta.

barbara


6 gennaio 2010

L’ANGOSCIA DEL RE SALOMONE

Come si recensisce un capolavoro? Quali parole si usano per parlare di un capolavoro? Non sono sicura di saperlo e quindi farò quello che posso, butterò là un po’ di parole, quelle che so, quelle che posso, e voi cercate di contentarvene. E vi dirò dunque che è ricco di cose, questo libro, e di persone e di fatti e di parole, naturalmente, ci mancherebbe che un romanzo non fosse ricco di parole! E ci troverete i telefoni, perché è intorno a quelli che gira tutto, e il taxi, che fa girare ciò che dai telefoni prende avvio, e vecchi e giovani e fiori e opere di bene e opere di male e vecchie canzoni e sei milioni di ebrei e sesso strano e sesso normale e gente che sa tutto e gente che non sa niente e antichi amori ed eterni rancori e stoffe fatte per durare cinquant’anni e ricordi e progetti e viaggi e cartoline e francobolli e appuntamenti onorati settant’anni dopo e una cantina sugli Champs Élysées e la vita e la morte e poi vocabolari, tanti tanti vocabolari per sapere sempre la parola giusta perché se non chiami le cose col loro nome esatto la vita ti fotte, e ci mancherebbe che fossimo scampati all’olocausto per farci poi fottere dalla routine! Grazie, mille volte grazie a Romain Gary, alias Romain Kacew, alias Émile Ajar, alias Fosco Sinibaldi, alias Shatan Bogat per avere scritto questo capolavoro, e grazie ad “amica” per avermelo regalato.

Romain Gary, L’angoscia del re Salomone, Giuntina



barbara


5 gennaio 2010

PER VEDER FINIRE L’ERA DEI RAPPORTI GOLDSTONE

Prendere il toro per le corna

di Noah Pollak

Dal 1948 al 1973 i nemici di Israele hanno combattuto conflitti che per lo più si attenevano alle dottrine di guerra tradizionali. Le guerre avevano una data di inizio e di fine, i soldati indossavano uniformi, gli eserciti combattevano per conto di stati sovrani. Ogni volta, tuttavia, risultarono sconfitti, spesso in modo umiliante.
Dopo la guerra di Yom Kippur del 1973, gli Stati Uniti cercarono di interrompere l'incessante conflitto stringendo un'alleanza che garantiva a Israele un consistente vantaggio militare rispetto a qualunque aggressione regionale. Gli arabi capirono l'antifona: Egitto e Giordania finirono col chiedere la pace, e gli altri nemici di Israele da allora non hanno più lanciato una guerra convenzionale.
Ma non per questo quei nemici hanno cessato di guerreggiare. Oggi Siria e Iran - il cosiddetto "blocco della resistenza" - persegue una diversa strategia che consiste nell’incrementare le risorse delle milizie terroristiche che attaccano Israele al posto loro. Nonostante le sconfitte tattiche subite sul campo di battaglia da gruppi come Hamas e Hezbollah, la strategia nel suo complesso funziona. Essa permette a Siria e Iran di prendersi il "merito", in Medio Oriente, come quelli che osteggiano Israele senza rischiare ritorsioni sul loro suolo; separa la conflittualità continua da ogni possibile rischio per i loro regimi, diminuendo in questo modo il deterrente a continuare la guerra; costringe in combattimenti in aree densamente abitate da popolazione civile, compromettendo la superiorità militare delle Forze di Difesa israeliane e assicurandosi una cospicua dose di danni civili di cui mass-media e Ong - due soggetti che oggi tendono sempre più a coincidere - danno tutta la colpa a Israele, e non ai gruppi terroristi che scatenano le guerre.
E poi, cosa forse più importante, la strategia della "resistenza" crea un'inversione morale: sia nella guerra in Libano che in quella nella striscia di Gaza, agli occhi dei mass-media e dell'opinione pubblica Israele è stato tramutato da aggredito che combatte per difendersi in aggressore che commette atrocità. Se il massimo obiettivo, in guerra, è sconfiggere le forze armate nemiche, bisogna dare atto a Siria e Iran d'aver messo in campo una strategia in grado di trasformare spesso la superiorità militare d'Israele in un handicap.
Oggi, molto tempo dopo che i combattimenti sono cessati, Israele è ancora fatto oggetto di una cinica campagna di vituperio internazionale per le ultime guerre combattute. Lamentarsi dei due pesi e due misure non serve: lo stato ebraico sarà sempre il bersaglio privilegiato di attivisti che sanno bene quanto sia più facile dare addosso a una società piccola, libera e autocritica - specie se abitata da cittadini che bramano l'approvazione del resto del mondo - piuttosto che battersi contro stati più forti o superpotenze. Il che è ancora più vero quando si può costringere Israele a combattere una guerra ogni pochi anni garantendo in questo modo ai suoi denigratori un costante rifornimento di "prove" della sua criminale cattiveria.
La nuova strategia di combattere per interposti gruppi terroristi, dotati della forza e del perfezionamento di eserciti regolari senza però i limiti e le responsabilità di quelli, sta dando frutti. L'obiettivo non è quello di sconfiggere Israele sul campo di battaglia, ma di condurre una guerra di usura che eroda la sua fiducia in se stesso, che ne metta in discussione la limpidezza morale, che lo trasformi in un paria tra i popoli democratici.
E tuttavia il successo di questo modello di guerra dipende da un fattore importante: dal fatto che Israele accetti di combattere sul terreno imposto da Siria e Iran. Molti sostengono che Israele ha ristabilito la sua deterrenza rispetto a Hamas e Hezbollah. Può darsi, ma è solo temporanea: lo testimoniano i missili, le granate e le munizioni da mortaio sulla nave Francop. Di più, Israele esercita la sua deterrenza solo sui quadri inferiori della gerarchia dei gruppi terroristi, che sono in grado di rinnovare i loro ranghi e le loro risorse molto più facilmente di quanto non faccia un regime statale. È difficile credere che negli anni a venire non vi sarà un altro conflitto con Hezbollah, che innescherà il solito ciclo di eventi perfettamente prevedibile: vittime civili in Libano, condanna di Israele, indagini farsa di Onu e Ong, peggioramento del senso di isolamento d'Israele, che renderà ancora più difficile arrivare alla pace.
Ma la situazione potrebbe essere ribaltata spostando l'obiettivo della controffensiva sugli stati che sponsorizzano Hamas e Hezbollah. Carl Von Clausewitz sosteneva che "una delle valutazioni più importanti" consiste nell'individuare "il centro di gravità delle forze nemiche", per attaccare lì dove l'attacco avrà più effetto. Combattendo a Gaza e in Libano, Israele attacca la periferia del nemico, non il suo centro di gravità, e le sue vittorie saranno sempre temporanee. Private, invece, di stato-padrino, Hamas e Hezbollah sarebbero ridotti all'ombra di se stessi: perderebbero gran parte delle loro armi, dei soldi, dell'addestramento, del supporto ideologico che li rende attori tanto potenti.
I modi per esercitare pressione contro il centro di gravità non devono necessariamente conformarsi ai metodi tradizionali: nulla esclude di contrastare l'asimmetria con l'asimmetria, o di perseguire nuove iniziative economiche e diplomatiche. Ma una cosa è certa: se Israele vuole veder finire l'era dei rapporti Goldstone e delle navi cariche di missili, deve spostare il mirino sulla sorgente del problema. La deterrenza non funzionerà mai se non includerà l'intero spettro dei nemici. (Jerusalem Post, 23 novembre 2009 - da israele.net).

Non per darmi arie, ma io questa cosa è da una vita che glielo dico, a Israele; il guaio è che Israele non mi ascolta. Ma se un giorno si decidesse ad ascoltarmi ...
Nel frattempo vediamo di recuperare qualche cartolina arretrata: uno, due, tre, quattro, cinque, sei.


barbara


3 gennaio 2010

STANCHI DEI SOLITI CAPODANNI?

In cerca di idee per un capodanno veramente alternativo? Ecco qua pronta per voi un'idea davvero scoppiettante. Buon divertimento!









barbara


2 gennaio 2010

L’INEGUAGLIABILE CREATIVITÀ DELL’ANTISEMITISMO

Dove si dimostra che gli anni passano e i bimbi crescono le mamme imbiancano ma non sfiorisce, no, non sfiorisce mai l’odio antiebraico, che anzi fiorisce e rifiorisce e cresce e prospera e se per un momento sembra acquietarsi state pur certi che molto presto tornerà a rinascere dalle sue ceneri – pardon, da quelle degli ebrei.

Lettera aperta

di Michael Sfaradi

Cari amici,
A distanza di pochi giorni dall'attentato alla sinagoga di Roma dell'ottobre 1982, il compianto Herbert Pagani pubblicò uno scritto che si intitolava "Arringa per la mia terra."
Fra l'altro diceva:

«È vero, noi ebrei siamo dei rompiscatole. Sono secoli che rompiamo le balle all'universo. Che volete? fa parte della nostra natura... Ha cominciato Abramo col suo Dio unico, poi Mosè con le tavole della legge, poi Gesù con l'altra guancia sempre pronta per la seconda sberla, poi Freud, Marx, Einstein, tutti esseri imbarazzanti, rivoluzionari, nemici dell'ordine. Perché? Perché l'ordine, quale fosse il secolo, non poteva soddisfarli, visto che era un ordine dal quale erano regolarmente esclusi. Rimettere in discussione, cambiare il mondo per cambiare il proprio destino, tale è stato il destino dei miei antenati; per questo sono sempre stati odiati da tutti i paladini dell'ordine prestabilito. L'antisemita di destra rimprovera agli ebrei di aver fatto la rivoluzione bolscevica. È vero. C'erano molti ebrei nel 1917. L'antisemita di sinistra rimprovera agli ebrei di essere i proprietari di Manhattan, i gestori del capitalismo... È vero. Ci sono molti capitalisti ebrei. La ragione è semplice: la cultura, la religione, l'idea rivoluzionaria da una parte, i portafogli e le banche dall'altra sono stati gli unici valori mobili, le solo patrie possibili per quelli che non avevano una patria. Ora che di patria ne esiste una, l'antisemitismo rinasce dalle sue ceneri o meglio, scusate, dalle Nostre, e si chiama antisionismo. Prima si applicava agli individui, adesso viene applicato a una nazione. Israele è un ghetto. Gerusalemme è Varsavia, chi ci assedia non sono più i tedeschi ma gli arabi e se la loro mezza luna si è talvolta mascherata da falce era per meglio fregare le sinistre del mondo intero. Io, ebreo di sinistra, me ne sbatto di una sinistra che vuole liberare tutti gli uomini a spese di una minoranza, perché io faccio parte di quella minoranza. Se la sinistra ci tiene a contarmi fra i suoi non può eludere il mio problema, e il mio problema è che dopo le deportazioni in massa dai romani nel primo secolo d.C. noi siamo stati ovunque odiati, banditi, schiacciati, spogliati, inseguiti e convertiti a forza....»

A distanza di tanti anni quello che lui scrisse allora è di una attualità disarmante.
Quando davanti alle varie ondate di antisionismo il presidente Peres, allora ministro degli esteri, disse di lasciarli fare tanto avrebbero sempre trovato il modo di parlare male di noi, fece un errore madornale.
Questo e' stato il più grande errore strategico mai fatto dalla politica israeliana; perché se è vero che ne uccide più la penna che la spada, o che sono più pericolosi 4 giornali ostili che mille baionette, l'aver lasciato allora campo libero ai nostri denigratori ha fatto danni inestimabili.
Infatti la mezza luna non si maschera più solamente da falce e martello, con il tempo si è fatta furba e sa mascherarsi da tutto ciò che gli conviene, come gli conviene e, soprattutto, quando gli conviene.
Non si accontenta più di fregare solo la sinistra, perché oggi ha la forza di fregare, intimorire o convincere chiunque ad appoggiarla e raggiunge i suoi scopi andando a toccare quei tasti e quelle corde di un antisemitismo che non riguarda più solamente un popolo ma anche, e soprattutto, la sua nazione: Israele.
Con questo intento si è costruita alleanze di tutti i tipi.
Sa essere comunista, socialista, fascista e anche nazista; anzi quello lo ha sempre saputo fare visto che lo zio di Yasser Arafat, Amin al-Husseini, gran Muftì di Gerusalemme, durante la seconda guerra mondiale viveva a Berlino alla corte del Führer Adolf Hitler.
Oggi, davanti agli occhi annoiati e rivolti altrove del mondo intero, e con la complicità di parte di esso che con il passare del tempo diventa sempre più grande, forte e arrogante, assistiamo alla crescita di sentimenti di ostilità che da troppo tempo hanno superato i limiti di guardia e che, se non fermati, presto strariperanno.
Acredine che va oltre la normale dialettica politica e che è alimentata dall'interesse economico, dall'odio mai completamente sopito e da mille altre ragioni, che nascono dalla parte più nera dell'animo umano.
Siamo testimoni di fatti inaccettabili che vengono vergognosamente sdoganati come si trattasse della normalità più assoluta.
Tribunali europei: inglesi, spagnoli, danesi olandesi ecc. ecc. che mettono mandati di cattura contro esponenti politici o di governo dello Stato di Israele accusandoli, senza prove e solo su denuncia di parte, dei crimini più efferati di cui un essere umano può macchiarsi, e rapporti di tutti i tipi, "Goldstone" è solo il più tristemente famoso, che redatti partendo da preconcetti e già pronti prima ancora che venissero fatte le indagini in loco, servono solo ad accusare Israele.
Io, in quei giorni di "Piombo Fuso", ho visto personalmente entrare dai valichi che dividono la striscia di Gaza dal territorio israeliano, decine di enormi autotreni carichi di ogni genere di prima necessità.
Io personalmente sono stato testimone del fatto che, proprio durante le ore di tregua per il corridoio umanitario che Israele concedeva per permettere il passaggio degli aiuti umanitari verso la striscia e del passaggio dei civili feriti verso gli ospedali israeliani, i palestinesi sfruttavano il fermo delle operazioni per colpire indisturbati, con i loro missili forniti dall'Iran, le città israeliane di Sderot, Asquelon ed il porto di Asdhdod.
Città piene di civili, ma di questo il dott. Goldstone nel suo rapporto ne fa menzione solo su poche pagine, ma che non sono mai venute alla luce e dalle quali non è scaturita nessuna accusa nei confronti dei dirigenti palestinesi.
Accusare Israele di crimini contro l'umanità è di moda, fa molto "IN", ma è come accusare ognuno di noi e anche se agli occhi di chi ci conosce sembra una barzelletta, sono in molti ormai, soprattutto quelli che si costruiscono le opinioni leggendo i giornali o ascoltando la televisione, e che di conseguenza si basano su falsi ripetuti la storia degli ultimi anni ne è piena, che ci credono capaci di ogni cosa... anche di questo.
L'accusarci di pulizia etnica, di massacri continuativi, espropri eseguiti e altro ancora, il catalogo è pieno e la fantasia non manca.
Dimenticando di menzionare un milione di ebrei perseguitati, cacciati e depredati di ogni loro bene dalla Libia, Algeria, Marocco, Tunisia, Siria, Iran e Yemen e della distruzione delle sinagoghe o nella loro conversione in Moschee nella quasi totalità delle nazioni arabe, accusare Israele è diventato per alcuni governi, per le loro magistrature, per molti giornali, che hanno scambiato la libertà di stampa in libertà di menzogna, e per la quasi totalità delle O.N.G., un lavoro a tempo pieno per il quale sono ben pagati.
Sbattendo le accuse contro Israele in prima pagina, e ripeterle all'infinito come un disco rotto, è un modo malvagio di condannare, perché anche se alle accuse non c'è quasi mai un seguito, il solo averle pubblicate è un successo, perché con l'andare del tempo la gente che segue solo superficialmente ciò che accade nel mondo, si forma l'idea che dietro tante accuse qualche colpa ci deve pur essere ... e così siamo condannati; senza processo, senza difesa, senza che ci possa essere stato modo di spiegare le nostre ragioni e, soprattutto, ci viene negata la possibilità di coprire di ridicolo le false accuse.
Quando poi ci riusciamo, il caso Al Dura è il classico esempio, le rettifiche da parte di coloro che avevano strombazzato al mondo intero l'assassinio di un bambino fra le braccia del padre non arrivano, e quando arrivano sono due righe in ultima pagina dopo gli annunci mortuari.
L'accanimento nei confronti della democrazia ebraica fa da contraltare al silenzio che gli stessi tribunali e gli stessi giudici applicano nei confronti dei governi dittatoriali di quei paesi, e la maggioranza di essi sono proprio nazioni arabe, per cui amici degli amici e agli amici tutto, o quasi tutto, è permesso.
Nazioni dove la libertà in ogni sua forma non è mai stata conosciuta, che non ne ha mai fatto parte, e mai lo farà.
Nazioni dove i tribunali sono teatri, i processi delle farse e il boia non è mai disoccupato.
Ma questo, ai solerti giudici inglesi, spagnoli e danesi e così via non interessa, perché è Israele il mostro da colpire.
Questo, di per sé già grave, è solo una delle facce di questo assurdo che caratterizza la nostra epoca, l'altra, più subdola per questo, forse, ancora più pericolosa, è la delegittimazione della magistratura e dei tribunali israeliani.
Gli inglesi, spagnoli, danesi e i loro soci con i loro mandati di cattura internazionali dicono al mondo intero, per mezzo di una stampa compiacente che sembra non aspettare altro per riempire le prime pagine dei giornali o mandare in onda i servizi di apertura, che non siamo in grado di giudicare noi stessi, che la nostra magistratura non è in grado di perseguire e di punire chi si macchia di crimini.
Falso ... mentono, e lo fanno sapendo di mentire, sfregiano e infangano una nazione che, al contrario, dovrebbe essere portata come esempio e faro di libertà.
Il messaggio che questa gente manda, senza contraddittorio è sicura che mai sarà chiamata a rispondere del loro operato, è che il nostro comportamento nei confronti dei nemici è simile, se non uguale, a quello che i nazisti usarono contro di noi.
Anche gli ebrei (o gli israeliani alla fine il senso non cambia) lo fanno... anche loro lo hanno fatto, per cui, quello che hanno subito allora potrebbe diventare oggi, come dire, prassi comune.
Quindi non vi potete lamentare di averlo subito visto che lo fate anche voi ai palestinesi e non potrete lamentarvi quando ve lo rifaremo, perché è a questo che si stanno preparando.
Calunnie, falsi storici, falsi morali.
Vediamo il loro continuo ripetersi, Goebbels è stato il loro maestro, ma dobbiamo smetterla di rimanere inermi.
Dobbiamo gridare al mondo intero che da oggi in poi non resteremo impassibili alle loro menzogne e che le combatteremo una ad una ed in tutti i campi.
Perché le menzogne e le offese, in ogni epoca, precedettero pogrom e massacri.

Cari amici, cari fratelli,
siamo attaccati su molti fronti, "Durban", "Durban 2", missili Qassam al sud, missili iraniani al nord e molto altro ancora.
Il mondo vuole legarci le mani, non abbiamo più il diritto di difenderci, e quando lo facciamo diventiamo criminali di guerra.
Nuova teoria mondiale, chi si difende e non chi attacca è criminale di guerra, ma questo, naturalmente vale solo per Israele.
Ultimamente è successo due volte: Libano 2006, Gaza 2009.
Israele è stata attaccata e difendendosi è diventata criminale di guerra.
Mentre bande di contestatori si organizzano promovendo boicottaggi contro tutto ciò che è prodotto in Israele, non importa cosa e dove, basta boicottare e mantenere alta la tensione e piene le pagine dei giornali, "Storici" di ultima generazione e "Sacerdoti" Lefevriani mettono in dubbio la Shoah o la sua portata in termine di numeri, in modo da cancellarla definitivamente o, in alternativa, diminuirne l'importanza.
Delegittimazione dello stato, minimizzazione dell'olocausto e accuse di crimini di guerra.
Queste sono le nuove armi, oltre naturalmente i bombardamenti del sud Israele che continuano ma che non vengono mai menzionati.
Il ministero dell'istruzione inglese, la stessa nazione dei solerti giudici indagatori, ha di fatto cancellato, nei corsi di storia che riguardano il secolo scorso, la parte riguardante lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti.
"Questo per non urtare i sentimenti degli studenti di fede islamica" è stato ciò che ha dichiarato il ministero; giudicate voi se è più grave l'atto o la spiegazione che viene data.
E mentre tutto questo gira e prende forza come un tornado non si aspetta nemmeno la scomparsa degli ultimi sopravvissuti di Auschwitz per smontare, pezzo dopo pezzo, i simboli del loro dolore.
Con il furto del cartello metallico con la scritta "il lavoro rende liberi " sul cancello d'entrata del più grande campo di sterminio che la follia umana è stata capace di creare, una nuova follia cerca oggi di cancellarne il ricordo e i suoi simboli.
Ma non c'è da stupirsi questo è solo l'ultimo atto di una campagna di antisemitismo che non ha più neanche il pudore di mascherarsi da antisionismo o da criticità nei confronti del governo di Israele.
Cordiali saluti

Michael Sfaradi

(Shalom_Israele, 20 dicembre 2009)

Di commento aggiungo solo quattro parole: NOI NON CI ARRENDEREMO.

barbara


1 gennaio 2010

E PER RESTARE IN TEMA DI PIEDI

Riuscite a immaginare qualcosa di più brutto dei piedi di questa donna?

 

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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