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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 agosto 2009

APASSIONEDECRISTIO

Cinque anni fa, il 31 agosto 2004, usciva il DVD di “La passione di Cristo” di Mel Gibson. Per celebrare degnamente la ricorrenza di questo immortale capolavoro, vi ripropongo la sublime “recinzione” di Johnny Palomba.



"POPO NUMMEPIACE STOPORO CRISTO ALLA BRACE"
che infatti apassionedecristio se chiama così perché erreggista ciaveva nagrande passione che infatti allora affatto stofirm eallora appreso umpiacione e iaddeto mò annamio ampaesetto sperduto daabasillicata e tegonfiamo debbotte che infatti allora cestaggesù che lo gonfiano ie meneno ie dicheno unzacco de parolacce chepperò nunsecapisce gnente perché infatti parlano in basillicatese allora infatti lo piiano accarci accazzotti corbastone caafrusta caafrusta modificata ie fanno etorture teribbili tipo oschiaffo dersordato allora poi che infatti cestava pure una tutta strana che mesà che era tipo nafotografa che infatti ciaveva imbraccio lomino daacodac allora poi stoporo cristo che pareva nabracioletta ie mettono nacroce e loripiiano accarci ie fanno sputa dieci litri desangue allora poi cuanno che sta incroce tutto bucherellato allora gesùccristio dice elì eli' lama sabachtani? che in basillicatese vordì mio dio mio dio ma se pò fa unfirm così? ma che daverodavero? ma stamio arcinema o darmacellaro? vabbé che è pascua ma la griiata mista vattela affà arpaese tuo. poi lui mesà che tipo risorge ner mentre che erreggista tramonta.
anamico mio lanno preso accarci e ianno menato ammorte ma dopo treggiorni ianno rimenato.

E dopo aver letto questo autentico capolavoro (ve ne metto un’altra nei commenti, perché ho deciso di viziarvi: andate a leggerla) vale forse la pena di ricordare che gli ebrei, per questo film, hanno protestato. PROTESTATO. Così come i cristiani avevano a suo tempo protestato per “L’ultima tentazione di Cristo”. Scritto articoli. Scritto lettere ai giornali. Stazionato davanti ai cinema con cartelli che dicevano tutta la loro indignazione. Non assaltato. Non incendiato. Non devastato. Non ucciso. Perché noi, ebrei e cristiani, quando ci sentiamo offesi usiamo la bocca e la penna. NOI.

barbara


30 agosto 2009

PARLIAMO DI HEBRON E SAFED (TZFAT)

Meglio un ricordo in più che uno in meno. E dunque per prima cosa leggetevi qui la cartolina di oggi …

A proposito di narrative palestinesi. Avete tutti sentito parlare della "nakbah", il disastro, quando i cattivi sionisti cacciarono con la forza i poveri palestinesi dalle loro case e "rubarono" loro il paese. Be', prendete il caso di Mahmud Abbas ("nome di battaglia" Abu Mazen), insomma il presidente dell'Autorità Palestinese. La televisione di Ramallah, Al Palestinia ha raccolto le tracce della sue esperienza durante la Nabkah.
"Until the nakbah," he recounted, his family "was well-off in Safed." When Abbas was 13, "we left on foot at night to the Jordan River... Eventually we settled in Damascus... [...] People were motivated to run away... They feared retribution from Zionist terrorist organizations - particularly from the Safed ones. Those of us from Safed especially feared that the Jews harbored old desires to avenge what happened during the 1929 uprising. This was in the memory of our families and parents... They realized the balance of forces was shifting and therefore the whole town was abandoned on the basis of this rationale - saving our lives and our belongings."
["Fino alla Nakbah", ha raccontato, "la sua famiglia era benestante a Safed". Quando Abbas aveva 13 anni "lasciammo la città a piedi di notte dirigendoci al Giordano... alla fine andammo a vivere a Damasco... La gente era motivata a scappare... Avevano paura delle rappresaglie delle organizzazioni terroristiche sioniste - in particolare quelle di Safed. Chi di noi veniva da Safed aveva particolare paura che gli ebrei ospitassero vecchi desideri di vendetta per quel che era acceduto durante i disordini del 1929. I nostri genitori e le nostre famiglie se ne ricordavano... realizzarono che l'equilibrio delle forze stava cambiando e perciò l'intera città fu abbandonata per questa ragione: salvare le nostre vite e i nostri averi."]
Fin qui Abu Mazen, che poi si sarebbe ricordato una decina d'anni dopo di quelle memorie dei genitori per scrivere una bella tesi di laurea negazionista della Shoà all'università Lumumba di Mosca e sarebbe quindi tornato in Medio Oriente negli anni Sessanta per essere fra i primi terroristi di Al Fatah a sparare contro gli israeliani, come si è vantato di recente. Questi sono quelli con cui bisognerebbe fare la pace...
Ma torniamo a questa interessante intervista, per notare due cose. La prima è ovvia. In questo racconto, pardon narrativa, Abu Mazen si è dimenticato un elemento essenziale: la violenza ebraica. Dove sono le armi, i rastrellamenti casa per casa, la costrizione fisica che avrebbe fatto emigrare la sua famiglia, legittimando ora il suo ritorno? Niente di tutto questo. Magari da qualche parte sarà successo, la guerra è la guerra, ma a Safed no. Gli arabi "avevano paura" che gli ebrei "albergassero" una rappresaglia e se ne sono andati per conto loro, pensando di "salvare vite e beni". Triste, come tutti gli esodi, ma non criminale né violento. La fuga è dovuta alla loro paura, non a pressioni effettivamente subite; e la paura era certamente eccessiva, se si pensa alle centinaia di migliaia di arabi che sono rimasti in Israele dopo la sua costituzione e non sono stati affatto molestati, ma anzi sono cresciuti di numero e di condizione economiche. Almeno nel caso del loro presidente Abbas e di quel che lui ha visto, la Nabkah dei palestinesi è stato un disastro autoinflitto, ben altra cosa rispetto alla Shoà cui qualcuno oggi osa paragonarla.
Il secondo punto sono quegli "eventi del '29". Pochi oggi lo ricordano nelle loro "narrative", ma probabilmente è quello il punto di partenza della guerra fra (futuri) israeliani e (futuri) palestinesi. Quando ancora non c'era uno Stato, non c'era stata la Nabkah, non c'era "occupazione" né "colonie", ma solo vecchie comunità religiose inermi e insediamenti agricoli su terreni regolarmente comprati (anche in quelli che oggi sono il West Bank), quando una parte consistente del gruppo dirigente ebraico dell'Yishuv (l'"insediamento", come si chiamava allora) cercava il dialogo e l'alleanza con gli arabi locali, ci fu una terribile ondata di violenze contro gli ebrei in Palestina, un pogrom più sanguinoso di quelli russi o della stessa Notte dei Cristalli tedesca, cui mancava ancora una decina d'anni.
Esattamente ottant'anni fa, nell'agosto del '29, il capo religioso (muftì) di Gerusalemme che poi sarebbe andato a lavorare per Hitler, Haj Amin al-Husseini, proclamò il "jihad" (guerra santa) contro gli ebrei. Nell'antichissima comunità ebraica di Hebron, esistente senza interruzione dai tempi biblici, perché custodisce il luogo che la tradizione attribuisce alla "tomba di Abramo" furono ammazzati sessantasette ebrei e gli altri furono deportati "per la loro sicurezza" dagli inglesi (adesso capite perché la pretesa di alcuni "estremisti" ebrei di tornare a vivere a Hebron non è senza giustificazioni). A Safed (in ebraico Tzfat), comunità altrettanto antica e nota per aver ospitato nel Cinquecento i grandi maestri della cabala come Luria, gli arabi ammazzarono in maniera terribile 21 ebrei (per fare un solo esempio di questo orrore, un gatto fu infilato nel ventre aperto di una donna incinta. Gli ebrei di Tzfat respinsero l'offerta inglese di "trasferimento in un luogo sicuro" e si organizzarono per difendersi (le "bande terroriste" di Abbas). Ciò nonostante, durante un'altra "guerra santa", proclamata da Husseini, il 13 agosto del '36, vi furono altri morti ebrei, fra cui una intera famiglia, gli Unger, il padre scriba della Torah di 36 anni, le sue figlie Yafa and Hava (rispettivamente 9 e 7 anni) e il suo figlio Avraham di 6.
Questi sono gli "uprising" di cui la famiglia Abbas teneve memoria; casi analoghi accaddero in tutto il paese. Una strage organizzata di ebrei, praticamente senza reazioni né difese (nessuno nel campo sionista immaginava che una cosa del genere fosse possibile, neanche Jabotinski, che da questa esperienza trasse la sua convinzione della necessità di "un muro di ferro" per difendere gli ebrei in Terrasanta). Senza dubbio i parenti di Abbas avevano ragione di sentirsi inquieti, nel momento in cui "la bilancia del potere" si spostava; o magari avevano una qualche forma primitiva di rimorso, la paura di una punizione per i crimini orribili che avevano commesso.
La conclusione è semplice. Non bisogna accettare le "narrative" o le versioni di comodo per come si raccontano. Se si vuol capire il Medio Oriente bisogna entrare nei dettagli, scavare prima dell'inizio ufficiale della "narrativa" (il '48), cercare di individuare le dinamiche reali. Fare storia e non propaganda ideologica. Ma questo è un lavoro troppo difficile e paziente per quelli che vogliono semplicemente attribuire torti (a Israele) e ragioni (agli arabi), si tratti di Eurabia, degli arabi, o di "progressisti" di buona volontà, magari ebrei che proiettano il loro senso di colpa occidentale su Israele.

Ugo Volli

… e poi andate a rileggervi questo mio vecchio post, che male non vi fa di sicuro. E quando avrete finito, per completare il panorama, guardatevi anche questo video.


Hebron 1929, sangue (ebreo) su una scala

barbara


29 agosto 2009

IO A ME MI CI VIENE DA DOMANDARMIVICISI

No perché cioè adesso vi spiego. Fra gli ospiti abituali di questo blog c’è, come sapete, un ex direttore di un quotidiano italiano. Un quotidiano non cattolico. Ora, quello che io a me, come dico nel titolo, mi ci viene da domandarmivicisi è questo: se il suddetto ex direttore di quotidiano non cattolico al tempo in cui non era ex fosse stato condannato per delle molestie DOCUMENTATE, virgola, voi cosa dite, ci sarebbe stata una plebiscitaria levata di scudi a dire ah no, lui è una brava persona, lui gode di tutta la mia stima, lui è strasicurissimamente innocente? E il fatto che anche il suddetto ex direttore, come l’altro direttore de quo fabula narratur, è, sia pure indirettamente, rappresentante di una religione, che però nel suo caso non è quella cattolica, voi cosa dite, sarebbe stato considerato un’attenuante o un’aggravante nella valutazione delle accuse contestategli?

  

barbara

ERRATA CORRIGE: Chiedo scusa, ho fatto un po' di confusione: a dirigere per un breve periodo il Corriere della Sera non è stato Ugo Volli, bensì Stefano Folli (che peraltro sono praticamente coetanei, quindi, oltre che per la quasi omonimia, ho sbagliato davvero di poco ...). Credo comunque che il discorso rimanga valido lo stesso: la rivelazione della condanna di un direttore di un giornale non cattolico difficilmente avrebbe provocato una analoga levata di scudi.


29 agosto 2009

AVVISO PER LILIT SE PASSA DI QUI

Cara Lilit, il 4 agosto ho fatto un post con il tuo appello: se lo vai a leggere ci troverai qualche risposta. Se puoi fatti viva anche per email.

barbara


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28 agosto 2009

MA COME, A GAZA NON SI MORIVA DI FAME?

"Gaza, prigione a cielo aperto". "Apartheid Gaza". Quanti titoli di questo tipo abbiamo letto sui giornali di mezzo mondo? Ma non ci avevano detto che Israele con le sue politiche repressive aveva ridotto la Striscia di Gaza alla fame? E poi quanta carta è stata consumata per i poveri palestinesi, oppressi dall'occupazione sionista, e costretti a contrabbandare formaggi e verdure attraverso i tunnel sotterranei. Si arrivava perfino a giustificare i razzi Katiuscia, che senza sosta colpiscono la città israeliana di Ashkelon da anni, con la "resistenza" armata figlia della pancia vuota.
Eppure a guardare queste foto non si ha proprio l'impressione di trovarsi nella Soweto negli anni più bui della discriminazione dei bianchi cattivi. Ma allora perché le varie ONG come "Free Gaza" vanno in giro a chiedere soldi per aiutare i martiri della Striscia? E chissà quanti, a leggere i loro allarmati appelli, si sono commossi a tal punto da aprire generosamente il portafoglio. La tragedia è in mezzo a noi, questo il loro mantra: "La situazione è tremenda specialmente a Gaza, dove Israele ha imposto un brutale assedio che sta privando un milione e mezzo di palestinesi del cibo di base, di medicine e della libertà che diamo per garantita".
Viene allora da chiedersi quale fine facciano i fiumi di denaro che inondano, quelli sì, i conti correnti dei vari boss palestinesi. Qualcuno dirà: queste foto sono manipolate dalla propaganda israeliana, pronta a far credere al mondo che Gaza è un paradiso! Eh no cari pacifinti, riponete pure le vostre bandiere arcobaleno nell'armadio. Anzi no, tenetele srotolate perché quando servono veramente non si sono mai viste.
Queste immagini provengono direttamente dal sito web di Palestine Today, un network di notizie locali di Gaza City, il cui obiettivo, cito alla lettera, è “svelare il volto orrendo dell'occupazione israeliana”!
Volto orrendo? Gli scatti che testimoniano l'atmosfera che si respira nei villaggi in occasione del Ramadan sembrerebbero suggerire altro. Mercanzie di ogni tipo, gente festosa che fa acquisti, buste della spesa, certo una bella differenza con le descrizioni stile Biafra dei vari mass media.
Sempre dal Palestine Today: "il nostro obiettivo è quello di fornire informazioni e conoscenza sul terrorismo di Israele contro il popolo Palestinese". Be' certo è proprio a questo che si pensa quando si osservano le istantanee prese dalle spiagge di Gaza. C'è chi prende il sole, chi fa surf, chi gioca nell'acqua, chi si fa un giro in motoscafo. A proposito, ma la benzina non scarseggiava?
Quello che sorprende di più non è tanto l'ottusità di una larga parte dell'opinione pubblica, abituata a bersi senza nessun senso critico le bufale sui palestinesi che da anni vengono propinate al mondo intero, quanto lo scarso pudore che gli stessi organi di informazione dimostrano nel diffondere la loro "verità".
Un esempio lo offre lo stesso sito web di Palestine Today: i due reportage fotografici citati compaiono nella sezione in arabo del sito, ma basta cliccare la versione inglese e, come per magia, gli scenari idilliaci e bucolici si trasformano in immagini di sofferenza, martirio, rovine e sensazionalismo. Una svista del traduttore? No di certo. C’è sempre stata in quel mondo una fondamentale differenza tra quello che viene detto in inglese e quello che si afferma in arabo.
Purtroppo questo, l’Occidente, sembra non averlo proprio capito.
Filippo Lobina, 27/08/09, qui

(No, non l’ho rubato a lei, lo abbiamo solo ripreso dalla stessa fonte, e poiché melius abundare quam deficere, soprattutto in un campo in cui le deficienze sono già tanto cospicue, lo mettiamo tutte e due. Comunque se c’è ancora qualcuno che non la frequenta, ci vada subito, che c’è sempre roba buona da lei)
E ancora una volta non ho niente da aggiungere tranne l’invito, dopo che avrete in religioso raccoglimento contemplato le drammatiche testimonianze fotografiche della fame a Gaza, della catastrofe umanitaria a Gaza, delle tragiche conseguenze dell’embargo imposto dall’infame occupante sionista a Gaza, del genocidio che si sta perpetrando contro il popolo palestinese, dell’olocausto che si sta consumando contro il popolo palestinese sotto i nostri occhi colpevolmente indifferenti, l’invito, dicevo di completare il lavoro di informazione andando a leggere anche lui.


Mese sacro del Ramadan, atmosfera nelle città e villaggi nella Striscia di Gaza
Dal sito web: http://www.paltoday.com/arabic/News-55720.html, dove troverete altre bellissime foto, pubblicate il 21/08/09 






















Gli abitanti di Gaza, nonostante il blocco, si divertono in spiaggia
Dal sito web: http://www.paltoday.com/arabic/News-49213.html, dove troverete molte altre bellissime foto, pubblicate il 13/06/09











barbara


27 agosto 2009

SI SMONTA LA BUFALA DELL’AFTONBLADET

I famigliari palestinesi: “Mai detto che avessero rubato gli organi”

Famigliari e parenti di Bilal Ahmed Ghanem, il palestinese al centro dell’articolo del tabloid svedese Aftonbladet sull’immaginario furto di organi da parte delle Forze di Difesa israeliane, affermano di non sapere affatto se le accuse siano vere o false e smentiscono d’aver mai detto nulla del genere ai giornalisti svedesi.
I famigliari di Ghanem, il diciannovenne che rimase ucciso il 13 maggio 1992 durante i violenti scontri della “prima intifada” con i soldati israeliani, vivono nel piccolo villaggio di Imatin, nella Cisgiordania settentrionale. Bilal Ghanem era un attivista di Fatah ricercato dalle autorità di sicurezza israeliane per il suo coinvolgimento nelle violenze.
Lunedì scorso il fratello Jalal ha dichiarato di non poter confermare le accuse mosse dal giornale svedese secondo cui gli organi di Ghanem sarebbero stati rubati dagli israeliani. “Non so se sia vero – ha detto – Noi non abbiamo nessuna prova che lo dimostri”. Jalal dice che il corpo di suo fratello venne portato via da un elicottero israeliano e restituito alla famiglia alcuni giorni più tardi.
La madre, Sadeeka, nega d’aver mai detto a un giornalista straniero che gli organi di suo figlio siano stati rubati, ma aggiunge di “non poter escludere” che gli israeliani trafugassero organi di palestinesi.
Jalal e due cugini che affermano d’aver visto il corpo sostengono d’aver solo constatato che gli mancavano dei denti. Dicono anche d’aver visto suture lunghe dal torace fino al ventre. “Evidentemente praticarono sul corpo qualcosa come un’autopsia – dice il fratello – Quando l’esercito ci consegnò la salma, ci ordinarono di seppellirla in fretta e di notte”. All’epoca, i funerali dei morti durante l’intifada divenivano spesso occasione di manifestazioni e ulteriori scontri violenti.
Jalal dice che lui e alcuni suoi compaesani ricordano d’aver visto nel villaggio, durante il funerale, un fotografo svedese che riuscì a scattare un certo numero di foto del corpo, prima della sepoltura. “Quella è stata l’unica volta che è visto quel fotografo”, aggiunge.
Ibrahim Ghanem, un parente di Bilal, dice che la famiglia non ha mai detto al fotografo svedese che Israele avesse rubato gli organi dal corpo del loro congiunto. “Forse il giornalista ha tratto questa conclusione dalle suture che ha visto sulla salma – dice – Ma, per quanto ci riguarda come famigliari, noi non sappiamo nulla di organi rimossi dal corpo di Bilal, sul quale non abbiamo mai fatto una nostra autopsia. Tutto quello che sappiamo è che mancavano dei denti”.
Jalal e altri membri della famiglia confermano che già da tempo circolavano “voci” su palestinesi uccisi dagli israeliani per rubarne gli organi. “Ma non posso dire se quelle voci fossero vere o false”, conclude. (Da: Jerusalem Post, 26.08.09 - traduzione www.israele.net)

Non che se ne dubitasse, naturalmente. Non che avessimo bisogno di conferme, naturalmente. Ma insomma, che un po’ di verità in questa cloaca immonda cominci ad emergere è comunque una bella cosa. (E grazie a lui per la segnalazione)


L'articolo diffamatorio pubblicato da Aftonbladet nella pagina della "cultura"

barbara


26 agosto 2009

NIENTE LINK PER UGO VOLLI OGGI

Perché quello che è troppo è troppo: anche alla grandezza che si può inscatolare in un link c’è un limite. Ebbene, la grandezza del suo scritto di oggi supera tale limite, e bisogna dunque metterlo in vetrina.

Caro Frattini, dato che lei appare come incapace di pudore, mi vergogno io per lei

Cari amici, sapete che cos'hanno in comune l'Italia e la Gran Bretagna? Indovinate. Non il gusto del cibo, naturalmente, non il clima, non la costituzione repubblicana e neppure lo schieramento politico al governo. Naturalmente sono entrambi paesi membri onorati di Eurabia, con tutti i problemi che sappiamo. Ma non voglio parlarvi proprio di questo, oggi, anche se c'entra.
C'è qualcosa di più attuale che mette insieme i paesi governati da Gordon Brown e Berlusconi: l'irresistibile tendenza a leccare gli stivali (o i sandali o i piedi nudi o altro ancora che non voglio nominare, quel che sia) del colonnello Gheddafi. La Gran Bretagna gli ha appena consegnato Abdel Basset Ali Mohmet al-Megrahi, un terrorista assassino, autore dell'attentato che ha ucciso qualche centinaio di persone in un aereo sui cieli scozzesi una ventina d'anni fa. Gheddafi ha ammesso a suo tempo il proprio coinvolgimento nella faccenda pagando ai parenti delle vittime un risarcimento miliardario (in dollari).
Ora per "ragioni umanitarie" a quanto pare contrattate all'ultimo G8 dell'Aquila, e naturalmente connesse al petrolio, che oggi è certamente la misura di tutte le cose, anche dell'umanità, la Gran Bretagna ha restituito alla Libia libero l'esecutore materiale del suo attentato di Stato. Naturalmente per ragioni umanitarie, il poverino era malatissimo secondo gli scozzesi che lo custodivano (dato che l'attentato è avvenuto nel loro cielo, non ai danni dei loro cittadini - e anche questo c'entra). Com'era prevedibile, Gheddafi non ha affatto tenuto il basso profilo promesso, ringraziando umilmente per il piacere, ma ha presentato al mondo la liberazione del sicario come un trionfo personale e l'assoluzione del suo regime, organizzando grandi manifestazioni per onorare se stesso e l'assassino, o piuttosto se stesso come assassino impunito. Prevedibile e previsto. Ora Gordon Brown si proclama "disgustato" per queste manifestazioni, ma nel frattempo viene fuori dalle avanzatissime cliniche oncologiche libiche che il criminale liberato non era affatto un malato terminale di cancro, forse non è affatto destinato a morire entro tre mesi (come la legge britannica richiede per le liberazioni umanitarie) ma fra sei mesi o più. Del resto gli uomini sono mortali e anche per Basset Ali Mohmet al-Megrahi verrà il suo turno, perché fare fretta alla sorte? Anche questo si poteva prevedere. È dai tempi delle verifiche a scuola che un certificato medico un po' gonfiato è il miglior modo di evadere gratis.
Di fronte allo scomposto trionfo libico sui cadaveri dei passeggeri del volo Pan Am, si è scatenata anche una polemica contro la partecipazione di Berlusconi al compleanno della rivoluzione islamica di Gheddafi, prevista nei prossimi giorni: la prima visita di un leader occidentale dopo lo spernacchio gheddafiano. Una partecipazione che è stata difesa come "importantissima" dal ministro degli esteri Frattini. Importantissima. Sarà. Noi non siamo affatto sicuri che sia opportuno celebrare (addirittura con le Frecce tricolori), l'instaurazione di un regime totalitario puro e duro, tendenzialmente anti-italiano e deliberatamente antisemita. Ma sarà importantissima.
Ammettiamo dunque che la real politik abbia le sue esigenze. Ma allora non vale almeno la pena di chiedere che ci sia consegnato un altro terrorista, Al Zomar, quello che trent'anni fa fece un attentato al tempio ebraico di Roma, ferendo molte persone e ammazzando un bambino di due anni? Fu condannato in contumacia dai tribunali italiani, scovato in Grecia e consegnato dal governo greco non all'Italia ma guarda un po' alla Libia (lo stesso piacere che fece Craxi ai palestinesi a Sigonella: si sa che uccidere ebrei non è un reato che meriti un'attività internazionale; del resto fu lo stesso Craxi a mandare a monte l'attacco americano contro Gheddafi, avvertendolo appena in tempo).
È quel che ha chiesto in maniera peraltro molto gentile ed educata Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma: "Non vogliamo entrare nel merito né nel giudizio se sia utile o meno questo viaggio a Tripoli - dice Pacifici - ma per noi rimane aperto questo problema. Siamo fiduciosi che il premier, amico di Israele e soprattutto della comunità ebraica, non dimenticherà di porlo sul tavolo degli incontri con Gheddafi". Pacifici ha ricordato che nell'attacco alla sinagoga, oltre a numerosi feriti, morì Stefano Gay Taché "un ragazzino di due anni. Un ebreo italiano colpevole di essere soltanto ebreo. Il palestinese Al Zomar è stato condannato in contumacia dai tribunali italiani nel 1988 ed è stato estradato dalla Grecia in Libia".
Ora leggete la risposta di Frattini in questo lancio Ansa di oggi. È un testo agghiacciante per la sua fredda presunzione e maleducazione: "La Libia è uno stato indipendente e le regole della giustizia libica non hanno previsto finora l'estradizione" di Osama Abdel Al Zomar. Così il ministro degli Esteri Franco Frattini commenta le parole del presidente della Comunità ebraica Riccardo Pacifici che oggi ha chiesto, in vista del viaggio a Tripoli del premier Silvio Berlusconi, che il terrorista Al Zomar, autore dell'attentato della sinagoga di Roma del 1982, sia estradato dalla Libia e sconti l'ergastolo in Italia. "Se noi immaginiamo che la Libia sia uno stato indipendente - prosegue Frattini - e che abbia i suoi organi giudiziari, dobbiamo chiedere a quegli organi giudiziari se l'estradizione sia consentita e sia possibile. Ma se pensiamo ancora che la Libia sia una colonia italiana allora ci prendiamo questa persona e ce la processiamo in Italia". Il ministro degli Esteri, evidenziando che l'Italia "non è certo sospetta di non essere amica degli ebrei", ha spiegato di volere "una giustizia seria, che punisca con grande severità questa persona, se responsabile", ribadendo però che "ci sono delle regole da rispettare" e che "la Libia ci ha fatto sapere, finora, che questa persona non sarà estradata".
Vi ricorda qualcosa? A me sembra proprio lo stile di D'Alema. Quel tono didattico e sfottente, quell'idea che gli altri siano tutti cretini... L'idea che la politica debba seguire la sua strada e che non si possa neanche far frenare un po' dall'etica... Chissà se i due ministri degli esteri si siano scambiati in segreto le maschere. Oltre a essere entrambi derogatori nei confronti del mondo ebraico (non è un capolavoro quella frase sull'Italia "non è certo sospetta di non essere amica degli ebrei"), pensano di essere furbi a leccare gli stivali (be', gli stivali...) al bullo di turno, se ha appena un po' di potere – o di petrolio... Ma non si rendono conto che le conseguenze di un atteggiamento del genere sono più terrorismo, più ricatti, perfino più barconi di emigranti (è questa la minaccia di Gheddafi, no?). Non capiscono che restituire terroristi a Gheddafi, o neppure chiederli col rischio di sentirsi dire di no, sia un errore. Per dirla con Taillerand la posizione di Frattini è peggio che criminale, è stupida. Caro Frattini, (be' caro: caro di prezzo, forse, non certo caro d'affetto) a un presuntuoso maleducato come lei non importa nulla, ma sappia che dato che lei appare come incapace di pudore, mi vergogno io per lei

Ugo Volli

Ecco, queste cose è senz’altro meglio che le scriva Ugo Volli, che è un signore e dice: “leccare gli stivali (o i sandali o i piedi nudi o altro ancora che non voglio nominare, quel che sia)”: io, come certamente non può dubitare chi mi conosce, avrei nominato, eccome se avrei nominato. E anche sul “caro Frattini” forse mi sarei lasciata andare a un modo di dire un tantino triviale che si usa dalle mie parti. E dunque è meglio che al posto della mia indignazione e della mia rabbia, lasci spazio a quelle del Grande Ugo.



barbara


25 agosto 2009

L’INFERNO ESISTE

Cari amici, quello che segue è un post insolitamente lungo per gli standard di questo blog, ma sento il dovere di proporvelo, perché vi voglio bene e ci tengo alla vostra salvezza. Come potete vedere dal titolo, infatti, adesso so che l’inferno esiste, e grazie a Radio Maria ne abbiamo anche le prove. Ritengo dunque mio preciso dovere offrirvi questo importantissimo documento, affinché anche voi possiate conoscerlo e, di conseguenza, redimervi, prima che sia troppo tardi. Spero, per il vostro bene, che leggerete fino alla fine – tanto più che vi ho generosamente condonato ben due pagine in cui vi si dimostra con inoppugnabili argomenti e documenti che l’inferno non è affatto uno spauracchio inventato dalla Chiesa bensì una realtà di fatto – ma se proprio doveste stufarvi prima, andate almeno a vedere i due regalini che vi ho messo giù in fondo.

Sono dannata

IMPRIMATUR
E Vicariatu Urbis, die 9 aprilis 1952
Aloysius Traglia
Archiep. Caesarien. Vicesgerens

Non erano legate da profonda amicizia, ma da semplice cortesia. Lavoravano ogni giorno l'una accanto all'altra e non poteva mancare uno scambio di idee. Clara si dichiarava apertamente religiosa e sentiva il dovere d'istruire e richiamare Annetta, quando questa si dimostrava leggera e superficiale in fatto di religione.
Trascorsero qualche tempo assieme; poi Annetta contrasse matrimonio e si allontanò dalla Ditta. Nell'autunno di quell'anno, Clara trascorreva le vacanze in riva al lago di Garda. Verso la metà di settembre la mamma le mandò dal paese natio una lettera: «È morta Annetta. È rimasta vittima di un incidente automobilistico. L' hanno sepolta ieri nel “Waldfriedhof”».
La notizia spaventò la buona signorina, sapendo che l'amica non era stata tanto religiosa - Era preparata a presentarsi davanti a Dio? ... Morendo all'improvviso, come si sarà trovata ?.. -
L'indomani ascoltò la S. Messa e fece anche la Comunione in suo suffragio, pregando fervorosamente. La notte, dieci minuti dopo la mezzanotte, ebbe luogo la visione...
«Clara, non pregare per me! Sono dannata! Se te lo comunico, e te ne riferisco piuttosto lungamente, non credere che ciò avvenga a titolo d'amicizia. Noi qui non amiamo più nessuno. Lo faccio come costretta. Lo faccio come "parte di quella potenza che sempre vuole il male e opera il bene". In verità vorrei vedere anche te approdare a questo stato, dove io ormai ho gettato l'ancora per sempre. Non stizzirti di questa intenzione. Qui, noi pensiamo tutti cosi. La nostra volontà è impietrita nel male in ciò che voi appunto chiamate "male" -. Anche quando noi facciamo qualche cosa di "bene", come io ora spalancandoti gli occhi sull'Inferno, questo non avviene con buona intenzione. Ti ricordi ancora che quattro anni fa ci siamo conosciute a ***. Contavi allora 23 anni e ti trovavi colà già da mezz'anno quando ci arrivai io. Tu mi hai levata da qualche impiccio; come a principiante, mi hai dato dei buoni indirizzi. Ma che vuol dire "buono"? Io lodavo il tuo "amore del prossimo". Ridicolo! Il tuo soccorso derivava da pura civetteria, come, del resto, io sospettavo già fin d'allora. Noi non conosciamo qui nulla di buono. In nessuno.
Il tempo della mia giovinezza lo conosci. Certe lacune le riempio qui. Secondo il piano dei miei genitori, a dire il vero, non sarei neanche dovuta esistere."Capitò loro appunto una disgrazia". Le mie due sorelle contavano già 14 e 15 anni, quando io tendevo alla luce. Non fossi mai esistita! Potessi ora annientarmi, sfuggire a questi tormenti! Nessuna voluttà uguaglierebbe quella con cui lascerei la mia esistenza; come un vestito di cenere, che si perde nel nulla. Ma io devo esistere. Devo esistere così, come mi sono fatta io: con una esistenza fallita. Quando papà e mamma, ancora giovani, si trasferirono dalla campagna in città, ambedue avevano perduto il contatto con la Chiesa. E fu meglio così. Simpatizzarono con la gente non legata alla Chiesa. Si erano conosciuti in un ritrovo danzante e mezz'anno dopo "dovettero" sposarsi.
Nella cerimonia nuziale rimase attaccata a loro tant'acqua santa, che la mamma si recava in chiesa alla Messa domenicale un paio di volte l'anno. Non mi ha mai insegnato a pregare davvero. Si esauriva nella cura quotidiana della vita, benché la nostra situazione non fosse disagiata. Parole, come Messa, istruzione religiosa, Chiesa, le dico con una ripugnanza interna senza pari. Aborrisco tutto questo, come odio chi frequenta la Chiesa e in genere tutti gli uomini e tutte le cose. Odio verso Dio. Da tutto, infatti, ci deriva tormento. Ogni cognizione ricevuta in punto di morte, ogni ricordo di cose vissute o sapute, è per noi una fiamma pungente. E tutti i ricordi ci mostrano quel lato che in essi era grazia e che noi sprezzammo. Quale tormento è questo! Noi non mangiamo, non dormiamo, non camminiamo coi piedi. Spiritualmente incatenati, guardiamo inebetiti "con urla e stridor di denti" la nostra vita andata in fumo: odiando e tormentati! Senti? Noi qui beviamo l'odio come acqua. Anche l'uno verso l'altro. Soprattutto noi odiamo Dio. Te lo voglio rendere comprensibile. I Beati in Cielo devono amarlo, perché essi lo vedono senza velo, nella sua bellezza abbagliante. Ciò li beatifica talmente, da non poterlo descrivere. Noi lo sappiamo e questa cognizione ci rende furibondi.
Gli uomini in terra, che conoscono Dio dalla creazione e dalla rivelazione, possono amarlo; ma non ne sono costretti. Il credente - lo dico digrignando i denti - il quale, meditabondo, contempla Cristo in croce, con le braccia stese, finirà con l'amarlo. Ma colui, al quale Dio si avvicina solo nell'uragano, come punitore, come giusto vendicatore, perché un giorno fu da lui ripudiato, come avvenne di noi, costui non può che odiarlo. Con tutto l'impeto della sual'anima nostra e che neppure ora ritiriamo e non avremo mai la volontà di ritirarla. Comprendi ora perché l'Inferno dura eternamente? Perché la nostra ostinazione giammai si scioglierà da noi. Costretta, aggiungo che Dio è misericordioso persino verso di noi. Dico "costretta", poiché anche se dico queste cose volutamente, pure non mi è permesso di mentire, come volentieri vorrei. Molte cose le affermo contro la mia volontà. Anche la foga d'improperi, che vorrei vomitare, la devo strozzare. Dio fu misericordioso verso di noi col non lasciare esaurire sulla terra la nostra malvagia volontà, come noi saremmo stati pronti a fare. Ciò avrebbe aumentato le nostre colpe e le nostre pene. Egli ci fece morire anzi tempo, come me, o fece intervenire altre circostanze mitiganti. Ora egli si dimostra misericordioso verso di noi col non costringerci ad avvicinarci a lui più di quanto lo siamo in questo remoto luogo infernale; ciò diminuisce il tormento. Ogni passo che mi portasse più vicino a Dio, mi cagionerebbe una pena maggiore di quella che a te recherebbe un passo più vicino ad un rogo ardente. Ti sei spaventata, quando io una volta, durante il passeggio, ti raccontai che mio padre, pochi giorni avanti la mia prima Comunione, mi aveva detto: "Annettina, cerca di meritarti un bel vestitino: il resto è una montatura". Per il tuo spavento quasi mi sarei perfino vergognata. Ora ci rido sopra. L'unica cosa ragionevole in quella montatura era che ci si ammetteva alla Comunione solo a dodici anni. Io allora ero abbastanza presa dalla mania dei divertimenti mondani, così senza scrupoli mettevo in un canto le cose religiose e non diedi grande importanza alla prima Comunione. Che parecchi bambini vadano ora alla Comunione già a sette anni, ci mette in furore. Noi facciamo di tutto per dare ad intendere alla gente che ai bambini manca una cognizione adeguata. Essi devono prima commettere alcuni peccati mortali. Allora la bianca Particola non fa più in essi gran danno, come quando nei loro cuori vivono ancora la fede, la speranza e la carità - puh! questa roba - ricevute nel Battesimo. Ti ricordi come abbia già sostenuto sulla terra questa opinione? Ho accennato a mio padre. Egli era sovente in lite con la mamma. Te ne feci allusione solo raramente; me ne vergognavo. Cosa ridicola la vergogna del male! Per noi qui tutto è lo stesso. I miei genitori neanche dormivano più nella medesima camera; ma io con la mamma e il papà nella camera attigua, dove poteva rincasare liberamente a qualsiasi ora. Beveva molto; in tal modo scialacquava il nostro patrimonio. Le mie sorelle erano ambedue impiegate e abbisognavano esse stesse, dicevano, del denaro che guadagnavano. La mamma cominciò a lavorare per guadagnare qualche cosa. Nell'ultimo anno di vita papà batteva spesso la mamma, quando lei non gli voleva dar nulla. Verso di me, invece, fu sempre amorevole. Un giorno - te l'ho raccontato e tu, allora, ti sei urtata del mio capriccio (di che cosa non ti sei urtata nei miei riguardi?) - un giorno dovette portare indietro, per ben due volte, le scarpe comprate, perché la forma e i tacchi non erano per me abbastanza moderni. La notte in cui mio padre fu colpito da apoplessia mortale, avvenne qualche cosa che io per timore di una interpretazione disgustosa non riuscii a confidarti. Ma ora devi saperlo. È importante per questo: allora per la prima volta fui assalita dal mio spirito tormentatore attuale. Dormivo in una camera con mia madre: i suoi respiri regolari dicevano il suo profondo sonno. Quand'ecco mi sento chiamare per nome. Una voce ignota mi dice: "Che sarà se muore papà?

L’AMORE NELLE ANIME IN STATO DI GRAZIA.
Non amavo più mio padre, dacché trattava così villanamente la mamma; come del resto non amavo fin d'allora assolutamente nessuno, ma ero solamente, affezionata ad alcune persone. che erano buone verso di me. L'amore senza speranza di contraccambio terreno vive solo nelle anime in stato di Grazia. E io non lo ero. Così risposi alla misteriosa domanda senza darmi conto donde venisse: "Ma non muore mica!". Dopo una breve pausa, di nuovo la stessa domanda chiaramente percepita. "Ma non muore mica!" mi scappò ancora di bocca, bruscamente. Per la terza volta fui richiesta: "Che cosa sarà se muore tuo padre?". Mi si presentò alla mente come papà spesso veniva a casa piuttosto ubriaco, strepitava, maltrattava la mamma e come egli ci aveva messo in una condizione umiliante dinanzi alla gente. Perciò gridai indispettita: "E gli sta bene!". Allora tutto tacque. La mattina seguente, quando la mamma volle mettere in ordine la stanza del babbo, trovò la porta chiusa a chiave. Verso mezzogiorno si forzò la porta. Mio padre, mezzo vestito, giaceva cadavere sul letto. Nell'andare a prendere la birra in cantina doveva essersi buscato qualche accidente. Era già da lungo tempo malaticcio. Avrebbe dunque Dio legato alla volontà di una figlia, verso la quale quell’uomo era stato pur buono, l’occasione di convertirsi?
Marta K. e tu mi avete indotta a entrare nell'Associazione delle Giovani. Veramente non ho mai nascosto che trovavo abbastanza intonate con la moda parrocchiale le istruzioni delle due direttrici, le signore F. e G. I giuochi erano divertenti. Come sai, vi ebbi subito una parte direttiva. Ciò mi andava a genio. Anche le gite mi piacevano. Mi lasciai perfino indurre alcune volte ad andare alla Confessione e alla Comunione. A dire il vero, non avevo nulla da confessare. Pensieri e discorsi per me non avevano importanza. Per azioni più grossolane, non ero abbastanza corrotta. Tu mi ammonisti una volta: "Anna, se non preghi, vai alla perdizione!". Io pregavo davvero poco e anche questo, solo svogliatamente. Allora tu avevi purtroppo ragione. Tutti coloro che bruciano nell'Inferno non hanno pregato o non hanno pregato abbastanza.

IL PRIMO PASSO VERSO DIO
La preghiera è il primo passo verso Dio. E rimane il passo decisivo. Specialmente la preghiera a Colei che fu Madre di Cristo, il nome della quale noi non nominiamo mai. La devozione a Lei strappa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli consegnerebbe infallibilmente nelle mani. Proseguo il racconto consumandomi d’ira. E solo perché devo. Pregare è la cosa più facile che l'uomo possa fare sulla terra. E proprio a questa cosa facilissima Dio ha legato la salvezza di ognuno. A chi prega con perseveranza Egli a poco a poco dà tanta luce, lo fortifica in maniera tale, che alla fine anche il peccatore più impantanato si può definitivamente rialzare. Fosse pure ingolfato nella melma fino al collo. Negli ultimi tempi della mia vita non ho più pregato come di dovere e così mi sono privata delle grazie, senza le quali nessuno può salvarsi. Qui non riceviamo più nessuna grazia. Anzi, quand'anche le ricevessimo, le rifiuteremmo cinicamente. Tutte le fluttuazioni dell'esistenza terrena sono cessate in quest'altra vita. Da voi sulla terra l'uomo può salire dallo stato di peccato allo stato di Grazia e dalla Grazia cadere nel peccato, spesso per debolezza, talvolta per malizia. Con la morte questo salire e scendere finisce, perché ha la sua radice nella imperfezione dell'uomo terreno. Ormai abbiamo raggiunto lo stato finale. Già col crescere degli anni i cambiamenti divengono più rari. È vero, fino alla morte si può sempre rivolgersi a Dio o rivolgergli le spalle. Eppure, quasi trascinato dalla corrente, l'uomo, prima del trapasso, con gli ultimi deboli resti della volontà, si comporta come era abituato in vita. La consuetudine, buona o cattiva, diviene una seconda natura. Questa lo trascina con sé. Così avvenne anche a me. Da anni vivevo lontana da Dio. Per questo nell'ultima chiamata della Grazia mi risolvetti contro Dio. Non fu il fatto che peccassi spesso a esser fatale per me, ma che io non volli più risorgere. Tu mi hai più volte ammonita di ascoltare le prediche, di leggere libri di pietà. "Non ho tempo", era la mia risposta ordinaria. Non ci mancava altro per aumentare la mia incertezza interna! Del resto devo constatare questo: dal momento che la cosa era ormai cosi avanzata, poco prima della mia uscita dall'Associazione delle Giovani, mi sarebbe riuscito enormemente gravoso mettermi su un'altra via. Io mi sentivo malsicura ed infelice. Ma davanti alla conversione si ergeva una muraglia. Tu non lo devi aver sospettato. Tu te l'eri rappresentata così semplice, quando un giorno mi dicesti: "Ma fa una buona confessione, Anna, e tutto è a posto". Io sentivo che sarebbe stato così. Ma il mondo, il demonio, la carne mi tenevano già troppo saldamente nei loro artigli.

IL DEMONIO INFLUISCE SULLE PERSONE
All'influsso del demonio non credetti mai. E ora attesto che egli influisce gagliardamente sulle persone che si trovano nella condizione in cui mi trovavo io allora. Soltanto molte preghiere, di altri e di me stessa, congiunte con sacrifici e sofferenze, mi avrebbero potuta strappare da lui. E anche ciò, a poco a poco. Se ci sono pochi ossessi esternamente, di ossessi internamente ce n'è un formicaio. Il demonio non può rapire la libera volontà a coloro che si danno al suo influsso. Ma in pena della loro, per dir così, metodica apostasia da Dio, questi permette che il "maligno" si annidi in essi. lo odio anche il demonio. Eppure egli mi piace, perché cerca di rovinare voialtri; odio lui e i suoi satelliti, gli spiriti caduti con lui al principio del tempo. Essi si contano a milioni. Girovagano per la terra, densi come uno sciame di moscerini, e voi neanche ve ne accorgete. Veramente ciò accresce ancor più il tormento ogni volta che essi trascinano quaggiù all'Inferno un'anima umana. Ma che cosa non fa l'odio? Benché io camminassi per sentieri lontani da Dio, Dio mi seguiva. Preparavo la via alla Grazia con atti di carità naturale, che compivo non di rado per inclinazione del mio temperamento. Talvolta Dio mi attirava in una chiesa. Allora sentivo come una nostalgia. Quando curavo la mamma malaticcia, nonostante il lavoro d'ufficio durante il giorno, e in certo modo mi sacrificavo davvero, questi allettamenti di Dio agivano potentemente. Una volta, nella chiesa dell'ospedale, in cui tu mi avevi condotta durante la pausa del mezzogiorno, mi venne qualcosa addosso che sarebbe bastato un solo passo per la mia conversione: io piansi! Ma poi la gioia del mondo passava di nuovo come un torrente sopra la Grazia. Il grano soffocava tra le spine.

L’ULTIMO RIFIUTO
Con la dichiarazione che la religione è affare di sentimento, come si diceva sempre in ufficio, cestinai anche questo invito della Grazia come tutti gli altri. Una volta tu mi rimproverasti perché invece di una genuflessione fino a terra, feci appena un informe inchino, piegando il ginocchio. Tu lo ritenesti un atto di pigrizia. Non sembrasti neppur sospettare che io fin d'allora non credevo più nella presenza di Cristo nel Sacramento. Ora ci credo, ma solo naturalmente, come si crede in un temporale di cui si scorgono gli effetti. Intanto mi ero accomodata io stessa una religione a mio modo. Sostenevo l'opinione, che da noi in ufficio era comune, che l'anima dopo la morte risorga in un altro essere. In tal modo continuerebbe a pellegrinare senza fine. Con ciò l'angosciosa questione dell'al di là era insieme messa a posto e resa a me innocua. Perché tu non mi hai ricordato la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, in cui il narratore, Cristo, manda, immediatamente dopo la morte, l'uno all'Inferno e l'altro in Paradiso?... Del resto, che cosa avresti ottenuto? Nulla di più che con gli altri tuoi discorsi di bigottismo! A poco a poco mi creai io stessa un Dio; sufficientemente dotato da essere chiamato Dio; lontano abbastanza da me, da non dover mantenere nessuna relazione con lui; vago abbastanza da lasciarsi, secondo il bisogno, senza mutar la mia religione, paragonare a un dio panteistico del mondo, oppure da lasciarsi poetizzare come un dio solitario. Questo Dio non aveva nessun Inferno da infliggermi. Lo lasciavo in pace. In ciò consisteva la mia adorazione per Lui. Ciò che piace si crede volentieri. Nel corso degli anni mi tenni abbastanza convinta della mia religione. In questo modo si poteva vivere. Una cosa soltanto mi avrebbe spezzato la cervice: un lungo, profondo dolore. E questo dolore non venne! Comprendi ora cosa vuol dire: "Dio castiga quelli che ama!" Era una domenica di luglio, quando l'Associazione delle Giovani organizzò una gita a ***. La gita mi sarebbe piaciuta. Ma questi insulsi discorsi, quel fare da bigotti! Un altro simulacro ben diverso da quello della Madonna di *** stava da poco tempo sull'altare del mio cuore. L'aitante Max N... del negozio attiguo. Poco tempo prima avevamo scherzato assieme più volte. Appunto per quella domenica egli mi aveva invitata ad una gita. Quella con cui andava di solito, giaceva malata all'ospedale. Egli aveva ben capito che gli avevo messo gli occhi addosso. Sposarlo non ci pensavo allora. Era bensì agiato, ma si comportava troppo gentilmente con tutte le ragazze. E io, fino a quel tempo, volevo un uomo che appartenesse unicamente a me. Non solo essere moglie, ma moglie unica. Un certo galateo naturale, infatti, l'ebbi sempre. Nella su accennata gita Max si profuse in gentilezze. Eh! già, non si tennero mica delle conversazioni pretesche come tra voialtre!

DIO "PESA" CON PRECISIONE
Il giorno seguente, in ufficio, tu mi facesti dei rimproveri, perché non ero venuta con voi a ***. lo ti descrissi il mio divertimento di quella domenica. La tua prima domanda fu: "Sei stata alla Messa?". Sciocchina! Come potevo, dato che la partenza era già fissata per le sei?! Sai ancora come io, eccitata, aggiunsi: "Il buon Dio non ha una mentalità così piccina come i vostri pretacci!". Ora devo confessare: Dio, nonostante la sua infinita bontà, pesa le cose con maggior precisione che tutti i preti. Dopo quella giornata con Max, venni ancora una volta nell'Associazione: a Natale, per la celebrazione della festa. C'era qualche cosa che mi allettava a tornare. Ma internamente mi ero già allontanata da voialtre. Cinema, ballo, gite si avvicendavano senza tregua. Max e io bisticciammo alcune volte, ma seppi incatenarlo di nuovo a me. Molestissima mi riuscì l'altra amante, che tornata dall'ospedale si comportò come un'ossessa. Veramente per mia fortuna: poiché la mia nobile calma fece potente impressione su Max, che fini col decidere che io fossi la preferita. Avevo saputo rendergliela odiosa, parlando freddamente: all'esterno positiva, nell'interno vomitando veleno. Tali sentimenti e tale contegno preparano eccellentemente per l'Inferno. Sono diabolici nel più stretto senso della parola. Perché ti racconto ciò? Per riferire come io mi staccai definitivamente da Dio.
Non già del resto, che tra me e Max si fosse arrivati molto spesso fino agli estremi della familiarità. Comprendevo che mi sarei abbassata ai suoi occhi, se mi fossi lasciata andare del tutto, prima del tempo; perciò mi seppi trattenere. Ma in sé, ogni volta che lo ritenevo utile, ero sempre pronta a tutto. Dovevo conquistare Max. A tale scopo nulla era troppo caro. Inoltre, a poco a poco, ci amavamo possedendo ambedue non poche preziose qualità, che ci facevano stimare vicendevolmente. lo ero abile, capace, di piacevole compagnia. Così mi tenni saldamente in mano Max e riuscii, almeno negli ultimi mesi prima del matrimonio, a essere l'unica a possederlo.

"MI RITENEVO CATTOLICA..."
In ciò consistette la mia apostasìa a Dio: elevare una creatura a mio idolo. In nessuna cosa può avvenire questo, in modo che abbracci tutto, come nell'amore di una persona dell'altro sesso, quando quest'amore rimane arenato nelle soddisfazioni terrene. È questo che forma la sua attrattiva. il suo stimolo e il suo veleno. L"'adorazione", che io tributavo a me stessa nella persona di Max, divenne per me religione vissuta. Era il tempo in cui in ufficio mi scagliavo velenosa contro i chiesaioli, i preti, le indulgenze, il biascichio dei rosari e simili sciocchezze.
Tu hai cercato, più o meno argutamente, di prendere le difese di tali cose. Apparentemente, senza sospettare che nel più intimo di me non si trattava, in verità, di queste cose, io cercavo piuttosto un sostegno contro la mia coscienza allora avevo bisogno di un tale sostegno per giustificare anche con la ragione la mia apostasìa. In fondo in fondo, mi rivoltavo contro Dio. Tu non lo comprendesti; mi ritenevo ancora cattolica. Volevo anzi essere chiamata così; pagavo perfino le tasse ecclesiastiche. Una certa "contro-assicurazione", pensavo, non poteva nuocere. Le tue risposte può darsi alle volte abbiano colpito nel segno. Su di me non facevano presa, perché tu non dovevi avere ragione. A causa di queste relazioni falsate fra noi due, fu meschino il dolore del nostro distacco, allorché ci separammo in occasione del mio matrimonio.
Prima dello sposalizio mi confessai e comunicai ancora una volta. Era prescritto. lo e mio marito su questo punto la pensavamo ugualmente. Perché non avremmo dovuto compiere questa formalità? Anche noi la compimmo come le altre formalità. Voi chiamate indegna una tale Comunione. Ebbene, dopo quella Comunione "indegna", io ebbi più calma nella coscienza. Del resto fu anche l'ultima.
La nostra vita coniugale trascorreva, in genere, quanto mai in grande armonia. Su tutti i punti di vista noi eravamo dello stesso parere. Anche in questo: che non volevamo addossarci il peso dei figli. Veramente mio marito ne avrebbe volentieri voluto uno; non di più, si capisce. Alla fine io seppi distoglierlo anche da questo desiderio. Vestiti, mobili di lusso, ritrovi da tè, gite e viaggi in auto e simili distrazioni mi importavano di più. Fu un anno di piacere sulla terra quello trascorso tra il mio sposalizio e la mia repentina morte. Ogni domenica andavamo fuori in auto, oppure facevamo visite ai parenti di mio marito. Essi galleggiavano alla superficie dell'esistenza, né più né meno di noi. Internamente, si capisce, non mi sentii mai felice, per quanto esternamente ridessi. C'era sempre dentro di me qualche cosa d'indeterminato, che mi rodeva. Avrei voluto che dopo la morte, la quale naturalmente doveva essere ancora molto lontana, tutto fosse finito. Ma è proprio così, come un giorno, da bambina, sentii dire in una predica: che Dio premia ogni opera buona che uno compie e, quando non la potrà ricompensare nell'altra vita, lo farà sulla terra. Inaspettatamente ebbi un'eredità dalla zia Lotte. A mio marito riuscì felicemente di portare il suo stipendio a una cifra notevole. Così potei sistemare la nuova abitazione in modo attraente. La religione non mandava più che da lontano la sua voce, scialba, debole ed incerta. I caffè della città, gli alberghi, in cui andavamo durante i viaggi, non ci portavano certamente a Dio. Tutti coloro che frequentavano quei luoghi, vivevano, come noi, dall'esterno all'interno, non dall'interno all'esterno. Se nei viaggi delle ferie visitavamo qualche chiesa, cercavamo di ricrearci nel contenuto artistico delle opere. L'alito religioso che spiravano, specialmente quelle medioevali, sapevo neutralizzarlo col criticare qualche circostanza accessoria: un frate converso impacciato o vestito in modo non pulito, che ci faceva da cicerone; lo scandalo che dei monaci, i quali volevano passare per pii, vendessero liquori; l'eterno scampanio per le sacre funzioni, mentre non si tratta che di far soldi...

IL FUOCO DELL'INFERNO
Così seppi continuamente scacciare da me la Grazia ogni volta che bussava. Lasciavo libero sfogo al mio malumore in modo particolare su certe rappresentazioni medioevali dell'Inferno nei cimiteri o altrove, nelle quali il demonio arrostisce le anime in braghe rosse e incandescenti, mentre i suoi compagni, dalle lunghe code, gli trascinano nuove vittime. Clara! L'Inferno si può sbagliare a disegnarlo, ma non si esagera mai! Il fuoco dell'Inferno l'ho sempre preso di mira in modo speciale. Tu lo sai come durante un alterco, in proposito, ti tenni una volta un fiammifero sotto il naso e ti dissi con sarcasmo: "Ha questo odore?". Tu spegnesti in fretta la fiamma. Qui non la spegne nessuno. lo ti dico: il fuoco di cui si parla nella Bibbia, non significa tormento della coscienza. Fuoco è fuoco! è da intendersi letteralmente ciò che ha detto Lui: "Via da me, maledetti, nel fuoco eterno!". Letteralmente. "Come può lo spirito essere toccato da fuoco materiale", domanderai. Come può l'anima tua soffrire sulla terra quando ti metti il dito sulla fiamma? Difatti non brucia l'anima; eppure che tormento ne prova tutto l'individuo! In modo analogo noi qui siamo spiritualmente legati al fuoco, secondo la nostra natura e secondo le nostre facoltà. L'anima nostra è priva del suo naturale battito d'ala, noi non possiamo pensare ciò che vogliamo né come vogliamo. Non meravigliarti di queste mie parole. Questo stato, che a voialtri non dice nulla mi riarde senza consumarmi. Il nostro maggior tormento consiste nel sapere con certezza che noi non vedremo mai Dio. Come può questo tormentare tanto, dal momento che uno sulla terra rimane così indifferente? Fintanto che il coltello giace sulla tavola, ti lascia fredda. Si vede quanto è affilato, ma non lo si prova. Immergi il coltello nella carne e ti metterai a gridare dal dolore. Adesso noi sentiamo la perdita di Dio, prima la pensavamo soltanto. Non tutte le anime soffrono in misura uguale. Con quanta maggior cattiveria e quanto più sistematicamente uno ha peccato, tanto più grave pesa su di lui la perdita di Dio e tanto più lo soffoca la creatura di cui ha abusato. I cattolici dannati soffrono di più che quelli di altre religioni, perché essi per lo più ricevettero e calpestarono più grazie e più luce. Chi più seppe, soffre più duramente di chi conobbe meno. Chi peccò per malizia, patisce più acutamente di chi cadde per debolezza.

L’ABITUDINE: UNA SECONDA NATURA
Mai nessuno patisce più di quello che ha meritato. Oh, se non fosse vero ciò, io avrei un motivo d'odiare! Tu mi dicesti un giorno che nessuno va all'Inferno senza saperlo: ciò sarebbe stato rivelato a una santa. lo me ne risi. Ma poi mi trincerai dietro questa dichiarazione: "Così in caso di necessità rimarrà abbastanza tempo di fare una voltata", mi dicevo segretamente.
Quel detto è giusto. Veramente prima della mia subitanea fine, non conobbi l'Inferno com'è. Nessun mortale lo conosce. Ma io ne avevo la piena coscienza: "Se muori, te ne vai nel mondo di là dritta come una freccia contro Dio. Ne porterai le conseguenze". lo non feci dietro-front, come ho già detto, perché trascinata dalla corrente dell'abitudine, spinta da quella conformità per cui gli uomini, quanto più invecchiano, tanto più agiscono in una stessa direzione. La mia morte avvenne così. Una settimana fa, parlo secondo il vostro computo, perché, rispetto al dolore, potrei dire benissimo che son già dieci anni che brucio nell'Inferno. Una settimana fa, dunque, mio marito e io facemmo di domenica una gita, l'ultima per me. Il giorno era spuntato radioso. Mi sentivo bene quanto mai. M'invase un sinistro sentimento di felicità, che serpeggiò in me per tutta la giornata. Quand'ecco all'improvviso, nel ritorno, mio marito fu abbacinato da un'auto che veniva di volata. Perdette il controllo. "Jesses" mi scappò dalle labbra con un brivido. Non come preghiera, solo come grido. Un dolore straziante mi compresse tutta. In confronto con quello presente una bagatella. Poi perdetti i sensi. Strano! Quella mattina era sorto in me, in modo inspiegabile, questo pensiero: "Tu potresti ancora una volta andare a Messa". Suonava come un'implorazione. Chiaro e risoluto, il mio "no" troncò il filo dei pensieri. "Con queste cose bisogna farla finita una volta. Mi addosso tutte le conseguenze!" - Ora le porto. Ciò che avvenne dopo la mia morte, già lo saprai. La sorte di mio marito, quella di mia madre, ciò che accadde del mio cadavere e lo svolgimento del mio funerale mi son noti nei loro particolari mediante cognizioni naturali che noi qui abbiamo. Quello, del resto, che succede sulla terra, noi lo sappiamo solo nebulosamente. Ma ciò che in qualche modo ci tocca da vicino, lo conosciamo. Così vedo anche dove tu soggiorni. Io stessa mi svegliai improvvisamente dal buio, nell'istante del mio trapasso. Mi vidi come inondata da una luce abbagliante. Fu nel luogo medesimo dove giaceva il mio cadavere. Avvenne come in un teatro, quando nella sala d'un tratto si spengono le luci, il sipario si divide rumorosamente e si apre una scena inaspettata orribilmente illuminata. La scena della mia vita. Come in uno specchio l'anima mia si mostrò a se stessa. Le grazie calpestate dalla giovinezza fino all'ultimo "no" di fronte a Dio. lo mi sentii come un assassino al quale, durante il processo giudiziario, viene portata dinanzi la sua vittima esanime. Pentirmi? Mai!... Vergognarmi? Mai! Però non potevo neppure resistere sotto gli occhi di Dio da me rigettato. Non mi rimaneva che una cosa: la fuga. Come Caino fuggi dal cadavere di Abele, così l'anima mia fu spinta da quella vista di orrore. Questo fu il giudizio particolare: l'invisibile Giudice disse: "Via da me!". Allora la mia anima, come un'ombra gialla di zolfo, precipitò nel luogo dell'eterno tormento...
Conclude Clara:
La mattina, al suono dell'Angelus, ancora tutta tremante per la notte spaventosa, mi alzai e corsi per le scale nella cappella. Il cuore mi pulsava fin sulla gola. Le poche ospiti, inginocchiate vicino a me, mi guardarono ma forse pensarono che fossi così eccitata per la corsa fatta giù per le scale. Una signora bonaria di Budapest, che mi aveva osservato mi disse dopo sorridendo: «Signorina, il Signore vuol essere servito con calma, non di corsa!» Ma poi si accorse che qualcosa d'altro mi aveva eccitato e mi teneva ancora in agitazione. E mentre la signora mi rivolgeva altre buone parole, io pensavo: Dio solo mi basta! Sì, Egli solo mi deve bastare in questa e nell'altra vita. Voglio un giorno poterlo godere in Paradiso, per quanti sacrifici mi possa costare in terra. Non voglio andare all'Inferno!

Ecco. Allora, se anche voi non volete andare all’inferno e bruciare nelle fiamme eterne, prima di tutto ravvedetevi, in secondo luogo ricordatevi, quando andate a letto, di portarvi dietro un registratore come ha fatto la saggia Clara, che altrimenti come avrebbe potuto ricordare a memoria tutta questa preziosissima testimonianza, oltretutto con i titoli maiuscoli delle varie sezioni, eh, ditemelo voi, come avrebbe potuto?

E adesso andate a deliziarvi con la solita ineffabile
cartolina e con questo splendido post dell’amico Calimero, che si è finalmente deciso ad alzare le chiappe e tornare a scrivere.


barbara


24 agosto 2009

CI AVETE FATTO CASO?

Ogni volta che si incontra un musicista di strada che appena appena non sia un cane (ma se ne trovano anche che sono proprio dei musicisti autentici) a chiunque passi nelle vicinanze automaticamente si allarga un sorriso che in breve tempo invade tutta la faccia (esattamente come succede, anche se per motivi diversi, quando si legge lui).



barbara


23 agosto 2009

OLTRE LA SOGLIA

La soglia è quella che introduce nella sede dell’Opus Dei. Soglia che non può essere in alcun modo aperta dall’esterno, ma unicamente dall’interno, attraverso un complicato sistema di chiavi tenute da persone diverse.
María del Carmen Tapia, giovane appassionata e fervente cattolica, entrata nell’Opus Dei con l’idea di mettere la propria vita al servizio di Dio, ci è rimasta per vent’anni, con ruoli dirigenziali di altissimo livello ed è perciò che, con piena competenza e cognizione di causa, può guidarci per mano alla scoperta di tutti i segreti di questa pericolosissima associazione per delinquere di stampo mafioso: le tecniche di adescamento, l’uso del ricatto, il sistematico lavaggio del cervello, la distruzione del pensiero, l’annientamento della personalità, l’ottundimento della coscienza, la fabbricazione del fanatismo. Con qualche precisazione da parte mia, nel caso dovesse passare da queste parti qualche esponente dell’organizzazione mafiosa denominata Cosa Nostra e sentirsi offeso dal non del tutto appropriato accostamento. Va detto in effetti che entrambe le organizzazioni criminali hanno per obiettivo il conseguimento di denaro e potere, che entrambe si basano sull’istituto della più assoluta omertà, non arretrano di fronte ad alcun crimine quando sono in gioco i loro interessi e da parte di entrambe, nei confronti di chi sgarra, la vendetta è spietata. Però nessun boss di Cosa Nostra ha mai vietato ai propri adepti, in linea di principio, di coltivare gli affetti familiari, di frequentare le amicizie, di conservare un minimo di libertà personale, almeno in ciò che non collide con gli interessi dell’organizzazione. E non fa proselitismo. Altra cosa interessante: avete presente la simpatica usanza, in vigore nell’Impero staliniano, di far scomparire ogni traccia – nomi e foto e documenti – delle persone cadute in disgrazia? Le foto “corrette”, enciclopedie e libri tagliuzzati ecc. ecc., cosicché la persona caduta in disgrazia non si limita a cessare di esistere ma cessa addirittura di essere esistita? Beh, lo fa anche l’Opus Dei. Così come, in comune con l’Unione Sovietica, ha un massiccio culto della personalità, l’uso della tortura per estorcere confessioni, il confinamento in manicomio di chi, non riuscendo più a conciliare la propria coscienza con l’attiva collaborazione a fabbricare l’inferno in terra, non è più disposto a continuare a tacere. Anche qui, però, qualche distinguo è d’obbligo: Stalin non ha mai imposto la venerazione, oltre che di se stesso, anche dei propri familiari; non risulta che usasse mandare in giro per il mondo le proprie mutande usate affinché diventassero oggetto di culto devozionale; non vietava di amare i bambini. Aggiungerei che, se è vero che Stalin si è macchiato di crimini di ogni sorta, almeno però non si proponeva come esempio di carità cristiana come faceva invece quell’ometto isterico e volgare, sul quale troviamo aneddoti illuminanti come questi.

Aggiunse: «Dick dice di non aver mai letto in san Tommaso che i negri abbiano un’anima. Tu che ne pensi?» Pat, con un sorriso beffardo, rispose: «Se lo dice mio cugino …» Risposta che monsignor Escrivá accolse con grandi risate, ripetendo: «Che divertente! Ma che divertente!» (p. 225)

Una volta una di noi raccontò al Padre di essere andata a Ciampino, allora unico aeroporto internazionale di Roma, e di aver visto un gruppo di monache in attesa della madre generale, le quali, vistala scendere dall’aereo, si erano messe a strillare e saltare dicendo: «La nostra madre, la nostra madre! Ecco che arriva la nostra madre!»
Monsignor Escrivá scoppiò a ridere, ripetendo: «Che divertente, ma che divertente!»
Eppure, stranamente, era proprio quello che facevano anni dopo i membri dell’Opus Dei quando monsignor Escrivá arrivava in qualche posto.
Quella volta monsignor Escrivá ci ripeté che «le suore erano sciocche», aggiungendo che l’unica monaca a cui faceva visita era suor Lucia del Portogallo, «non perché abbia visto la Madonna, ma perché ci ama molto». E ribadiva: «È un po’ sciocchina, ma è una brava donna». (p. 179)

Da cui si deduce che monsignor José María Escrivá è molto ma molto più importante della Madonna.
Pio XII e papa Giovanni ne diffidarono sempre. Paolo VI si lasciò turlupinare dalla sua ipocrisia e dalle sue menzogne, e gli concesse notevoli riconoscimenti. Giovanni Paolo II, l’amico fraterno di tutti i terroristi del pianeta, il beatificatore dell’antisemita per antonomasia Pio IX e dell’arcivescovo di Zagabria Aloisius Stepinac, grande estimatore e complice degli ustascia, che benediceva le armi con cui questi andavano a far strage di serbi e di ebrei nei campi di sterminio croati, pensò bene di coronare la sua proficua carriera al servizio del Male beatificando anche José María Escrivá, alla fine di un processo caratterizzato da irregolarità che non hanno precedenti, per numero e per gravità, nell’intera storia della Chiesa.
Da leggere, perché il Male è tra noi, e non abbiamo il diritto di ignorarlo.

María del Carmen Tapia, Oltre la soglia, Baldini&Castoldi



(In parte connessa con l’argomento è la – ancora una volta! – mirabile cartolina di oggi e anche, se vogliamo, questo video curato da tre solerti formichine)

barbara


22 agosto 2009

SIAMO IN ITALIA O …?

Questa foto me l’ha mandata l’amico Mauro, e io la presento a voi, col commento con cui l’ha accompagnata lui:



Io te la mando come l'ho fotografata da un panettiere. Fanne ciò che vuoi. Certo è che se potessi andare in Iran, dico, a vendere caramelle Ambrosoli (lattemiele, quelle del paradiso) e mi facessero un corso in italiano con banda e tappeto rosso ... hmmm ... non so comunque se ci andrei ... come dire ... niente reciprocità pretesa ... piuttosto reciprocità coatta.
Se vuoi venire impari L'ITALIANO BENE, frequenti i corsi IN ITALIANO, superi gli esami IN ITALIANO e poi vendi IN ITALIANO la tua merce AGLI ITALIANI.
Chiaro, no?

Sì, mi sembra decisamente chiaro. Quello che non mi è invece per niente chiaro è in che modo i destinatari del corso IN ARABO si inseriranno nel commercio ITALIANO visto che ne conoscono talmente poco la lingua da aver bisogno di corsi nella propria.

barbara


21 agosto 2009

ACH, QUESTE FEMMINE ARRAPANTI!



E poi vai a guardarti l'ultima produzione del mitico Livuso.

barbara


21 agosto 2009

UN PENSIERO SU VA’ PENSIERO

Premesso che l’inno di Mameli è oggettivamente uno degli inni nazionali più brutti del mondo, se non il più brutto in assoluto
Premesso che Va’ pensiero è bellissimo
Premesso che io lo amo molto, e suppongo che se ne conosca anche il perché
Premesso tutto questo mi domando:
Che cosa hanno a che fare con l’Italia le rive del Giordano?
Che cosa hanno a che con l’Italia fare le torri di Sion?
Che cosa ha a che fare con l’Italia una patria perduta?
Che cosa ha a che fare con l’Italia il regno di Israele cui si rivolge il pensiero degli ebrei schiavi in Babilonia?

E poi vai a leggere questo (c’entra, c’entra, fidati che te lo dico io)

barbara


21 agosto 2009

AVVISO PER LILIT SE PASSA DI QUI

Cara Lilit, il 4 agosto ho fatto un post con il tuo appello: se lo vai a leggere ci troverai qualche risposta. Se puoi fatti viva anche per email.

barbara


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20 agosto 2009

EBRAISMO E CRISTIANESIMO: VIOLENTI COME L’ISLAM?

Di Raymond Ibrahim
Middle East Quarterly (Estate 2009 vol.16 num.3, p. 3-12)
http://www.meforum.org/2159/are-judaism-and-christianity-as-violent-as-islam
Traduzione di Paolo Mantellini (qui, dove trovate anche le note)

(È un articolo piuttosto lungo, ma vale la pena di leggerlo tutto perché sfata, con ampia documentazione, un bel po’ di luoghi comuni politicamente corretti)

"C'è molta più violenza nella Bibbia che nel Corano; l'idea che l'islàm si sia imposto con la spada è una fantasia Occidentale, inventata al tempo delle Crociate, quando, in realtà, furono i Cristiani dell'Occidente a scatenare una brutale "guerra santa" contro l'islàm". Così dichiara la ex suora che si definisce "monoteista indipendente", Karen Armstrong. Questa citazione riassume il principale e più autorevole argomento usato per rintuzzare le accuse che l'islàm è intrinsecamente violento e intollerante. Tutte le religioni monoteiste, e non solamente l'islàm – sostengono i propugnatori di questa tesi – hanno la loro quota di scritture violente e intolleranti, e condividono storie cruente. Così, ogni qual volta le sacre scritture dell'islàm – in primo luogo il Corano, seguito dai racconti delle parole e delle azioni di Maometto (gli ahadith) – vengono utilizzate come dimostrazione della innata aggressività di questa religione, scatta l'immediata risposta che anche altre sacre scritture, specialmente quelle Giudeo-Cristiane, sono infarcite di episodi violenti.
Purtroppo, troppo spesso questa affermazione interrompe ogni ulteriore discussione sul problema se violenza e intolleranza siano connaturate all'islàm. E quindi, la risposta normale diventa che non è l'islàm ad essere violento per se, ma sono piuttosto le rimostranze e la frustrazione dei musulmani – sempre aggravate da fattori economici, politici e sociali – a scatenare la violenza. La perfetta aderenza di questa opinione con la gnoseologia laica e "materialista" dell'Occidente, la rende immune da ogni critica.
Pertanto, prima di condannare il Corano e le parole e le azione storiche del profeta dell'islàm, Maometto, come istigatori di violenza e intolleranza, si dovrebbe consigliare agli Ebrei di considerare le atrocità storiche commesse dai loro antenati Israeliti, così come sono state registrate dalle loro stesse scritture; bisognerebbe poi raccomandare ai Cristiani di considerare i cicli di brutali violenze compiute dai loro antenati nel nome della loro fede sia contro non Cristiani che contro Cristiani. In altre parole bisogna ricordare ad Ebrei e Cristiani che chi abita case di vetro deve evitare di scagliare pietre.
Ma questa è proprio la verità? L'analogia con le altre scritture è proprio legittima? E' possibile confrontare la violenza degli Ebrei dell'antichità e la violenza dei Cristiani nel Medio Evo con la persistenza della violenza musulmana nell'era moderna?

La violenza nella storia di Ebrei e Cristiani
In accordo con la Armstrong, un gran numero di eminenti scrittori, storici, e teologi hanno sostenuto questa tesi "relativista". Per esempio, John Esposito, direttore del Centro del Principe Alwaleed bin Talal per la Comprensione Cristiano-islamica, all'Università di Georgetown, si domanda:
"Ma come mai continuiamo a porci la stessa domanda [a proposito della violenza nell'islàm] e invece non ce la facciamo a proposito di Ebraismo e Cristianesimo? Sia Ebrei che Cristiani hanno compiuto atti di violenza. Tutti noi possediamo un lato trascendente, ma anche un lato oscuro ... Pure noi abbiamo la nostra teologia dell'odio. Sia nel Cristianesimo che nell'Ebraismo tradizionale, tendiamo ad essere intolleranti; aderiamo ad una teologia esclusiva: noi contro loro”.
Il Professore di scienze umane dell'Università Statale della Pennsylvania, Philip Jenkins, in un articolo, "Dark Passages (Brani oscuri)", spiega più a fondo questa tesi. E tenta di dimostrare che la Bibbia è più violenta del Corano:
In tema di istigazione alla violenza e ai massacri, ogni semplicistica pretesa di superiorità della Bibbia nei confronti del Corano sarebbe totalmente sbagliata. Infatti, la Bibbia trabocca di "testi di terrore" per usare la frase coniata dalla teologa Americana Phyllis Trible. La Bibbia contiene molti più versetti che apprezzano o spingono al massacro di quanti non ne contenga il Corano, e la violenza biblica è spesso molto più estrema e caratterizzata da una ferocia molto più indiscriminata ... Se i testi fondamentali caratterizzano tutta la religione, allora Ebraismo e Cristianesimo meritano la condanna massima come religioni di efferatezza.
Molti episodi della Bibbia, come pure della storia Giudeo-Cristiana illustrano la tesi di Jenkins, ma due in particolare – uno probabilmente rappresentativo dell'Ebraismo, l'altro del Cristianesimo – sono quasi sempre ricordati e quindi meritano un esame più attento.
La conquista militare della terra di Canaan da parte degli Ebrei, circa nell'anno 1200 AC è spesso definita come "genocidio" ed è diventata emblematica della violenza e della intolleranza della Bibbia. Dio disse a Mosè:
Ma delle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità, non lascerai in vita alcun essere che respiri; ma li voterai allo sterminio: cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare, perché essi non v'insegnino a commettere tutti gli abomini che fanno per i loro dèi e voi non pecchiate contro il Signore vostro Dio.
Così Giosuè [il successore di Mosè] conquistò tutto il paese: le montagne, il Negheb, il bassopiano, le pendici e tutti i loro re. Non lasciò alcun superstite e votò allo sterminio ogni essere che respira, come aveva comandato il Signore, Dio di Israele.
Per quanto riguarda il Cristianesimo, poiché è impossibile trovare nel Nuovo Testamento versetti che incitano alla violenza, quelli che sostengono la tesi che il Cristianesimo è violento come l'islàm devono ricorrere ad eventi storici come le Crociate scatenate dai Cristiani Europei tra l'undicesimo e il tredicesimo secolo. In effetti le Crociate furono violente e provocarono in nome della croce e della Cristianità delle atrocità, secondo il moderno metro di valutazione. Dopo aver sfondato le mura di Gerusalemme, nel 1099, per esempio, si racconta che i Crociati massacrarono quasi tutti gli abitanti della Città Santa. Secondo la cronaca medioevale, Gesta Danorum, "il massacro fu così grande che i nostri uomini camminavano nel sangue fino alle caviglie".
Alla luce di quanto sopra, come Armstrong, Esposito, Jenkins e altri sostengono, perché Ebrei e Cristiani indicano il Corano come prova della violenza dell'islàm mentre ignorano le loro stesse scritture e la loro stessa storia?

Bibbia contro Corano
La risposta si trova nel fatto che queste osservazioni confondono storia e teologia mescolando le azioni temporali degli uomini con ciò che si ritengono essere le parole immutabili di Dio. L'errore fondamentale è che la storia Giudeo-Cristiana – che è violenta – è stata confusa con la teologia islamica – che ordina la violenza. Ovviamente, tutte le tre grandi religioni monoteiste hanno avuto la loro parte di violenza e intolleranza verso "l'altro". Ma la questione fondamentale è se questa violenza fu imposta da Dio o se uomini bellicosi vollero che fosse così.
La violenza del Vecchio Testamento è un caso veramente interessante. Dio ordinò in modo chiarissimo agli Ebrei di sterminare i Canaanei e i popoli vicini. Questa violenza pertanto, volenti o nolenti, fu espressione della volontà di Dio. Comunque, tutta la violenza storica commessa dagli Ebrei e registrata nell'Antico Testamento è soltanto questo – storia. E' successo; Dio lo ordinò. Ma riguardò tempi e luoghi specifici e fu diretta contro popoli ben precisi. Mai questo tipo di violenza fu regolamentata o codificata all'interno della legge giudaica. In breve, i racconti biblici di episodi violenti sono descrittivi, non prescrittivi.
Questo è l'aspetto in cui la violenza islamica è unica. Benché simile alla violenza dell'Antico Testamento – ordinata da Dio e manifestatasi nella storia – alcuni aspetti della violenza e della intolleranza islamiche sono stati regolamentati nella legge islamica e si applicano in ogni tempo. Pertanto, mentre la violenza incontrata nel Corano ha un contesto storico, il suo significato ultimo è teologico. Consideriamo i seguenti versetti Coranici, noti come i "versetti della spada":
Quando poi siano trascorsi i mesi sacri, uccidete questi associatori ovunque li incontriate, catturateli, assediateli e tendete loro agguati. Se poi si pentono, eseguono l'orazione e pagano la decima, lasciateli andare per la loro strada.
Combattete coloro che non credono in Allah e nell'Ultimo Giorno, che non vietano quello che Allah e il Suo Messaggero hanno vietato, e quelli, tra la gente della Scrittura, che non scelgono la religione della verità, finché non versino umilmente il tributo, e siano umiliati.
Come nell'Antico Testamento i versetti in cui Dio ordina agli Ebrei di attaccare e trucidare i loro nemici, anche i versetti della spada hanno un contesto storico. All'inizio Dio emanò questi comandamenti dopo che i musulmani sotto la guida di Maometto erano diventati abbastanza forti da invadere i loro vicini Cristiani o pagani. Ma, a differenza dei versetti bellicosi e degli episodi di guerra dell'Antico Testamento, i versetti della spada divennero il fondamento delle successive relazioni sia con "la gente del Libro" (cioè Ebrei e Cristiani) sia con gli "idolatri" (cioè Indù, Buddisti, animisti eccetera) e, in effetti, innescarono le conquiste islamiche che cambiarono per sempre l'aspetto del mondo. Per esempio, in base a Corano 9:5, la legge islamica impone che gli idolatri e i politeisti debbano convertirsi all'islàm o essere uccisi e allo stesso modo, Corano 9:29 è la sorgente primaria delle ben note pratiche di discriminazione contro i Cristiani e gli Ebrei sconfitti che vivevano sotto la dominazione islamica.
In effetti, in base ai versetti della spada e a ad innumerevoli altri versetti coranici e tradizioni orali attribuite a Maometto, i più istruiti funzionari dell'islàm, sceicchi, mufti e imam, lungo tutta la sua storia, raggiunsero il "consenso" – obbligatorio per tutta la comunità musulmana – che l'islàm deve essere in guerra perpetua con il mondo dei non-musulmani fino a quando questi ultimi non si sottomettano all'islàm. Infatti, è comunemente sostenuto dai sapienti musulmani che, poiché i versetti della spada sono tra gli ultimi ad essere stati rivelati sull'argomento dei rapporti tra musulmani e non-musulmani, essi, da soli, abbiano "abrogato" circa 200 altri versetti coranici precedenti e più tolleranti, tipo "non c'è costrizione nella religione". il famoso saggio musulmano, Ibn Khaldun (1332-1406) ammirato in Occidente per le sue opinioni, rifiuta l'idea che la jihad sia una guerra difensiva.
Nella comunità musulmana, la guerra santa [jihad] è un obbligo religioso, a causa della universalità della missione musulmana e l'obbligo di convertire tutti all'islàm sia mediante la convinzione che con la forza ... Gli altri gruppi religiosi non avevano una missione universale, quindi per loro la "guerra santa" non era un dovere religioso, tranne che a scopo difensivo ... A loro si richiede solamente di istituire la loro religione in seno alla loro gente. Ecco perché gli Israeliti, dopo Mosè e Giosuè non si occuparono dell'autorità regia [cioè, di un Califfato]. La loro unica preoccupazione era di istituire la loro religione [non di diffonderla alle nazioni] ... Ma nell'islàm c'è l'obbligo di acquisire la sovranità sulle altre nazioni.
Gli studiosi moderni più autorevoli concordano. La voce sulla "jihad" dell'Enciclopedia dell'islàm di Emile Tyan afferma che "la diffusione dell'islàm con le armi è in imperativo religioso imposto ai musulmani in generale ... la jihad deve continuamente essere perseguita fino a quando tutto il mondo sia sotto la sovranità dell'islàm ... l'islàm deve essere completamente realizzato prima che la dottrina della jihad [guerra per diffondere l'islàm] possa essere eliminata". Il giurista Iraqeno, Majid Khadduri (1909-2007), dopo aver definito la jihad come "guerra", scrive che "la jihad ... è considerata da tutti i giuristi, praticamente senza eccezioni, come un obbligo collettivo di tutta la comunità musulmana". E, ovviamente, i manuali legali scritti in Arabo, sono ancora più espliciti.

Il linguaggio del Corano
Quando i versetti violenti del Corano vengono confrontati con i loro corrispettivi dell'Antico Testamento, si caratterizzano in particolare per un linguaggio che trascende spazio e tempo, incitando i credenti ad attaccare e uccidere i non credenti oggi come ieri. Dio ordinò agli Ebrei di uccidere gli Ittiti, gli Amoriti, i Canaanei, i Periziti, gli Iviti e i Gebusei – tutti popoli ben definiti, inseriti in un tempo e uno spazio ben preciso. Mai Dio diede agli Israeliti, e per estensione ai loro discendenti Ebrei, un comando "incondizionato" di combattere e uccidere i gentili. D'altra parte, benché i primi nemici dell'islàm, come nell'Ebraismo, fossero storici (cioè Bizantini Cristiani e Persiani Zoroastriani), raramente il Corano li indica con i loro nomi reali. Invece, si ordinò (e si ordina) ai musulmani di combattere la gente del Libro – “finché non versino umilmente il tributo, e siano umiliati" e di "uccidere gli idolatri ovunque li troviate".
Le due congiunzioni Arabe "finché" (hatta) e "ovunque" (haythu) dimostrano la natura ubiquitaria e perpetua di questi comandamenti. C'è ancora "gente del Libro" che deve essere "completamente umiliata" (specialmente in America, in Europa e in Israele) e "idolatri" da essere trucidati "ovunque" uno guarda (specialmente in Asia e nell'Africa sub-Sahariana). In realtà, la caratteristica principale di quasi tutti i versetti violenti delle scritture islamiche è la loro natura illimitata e generica: "Combatteteli (i non musulmani) finchè non ci sia più persecuzione e la religione sia solo di Allah". Inoltre, in una ben nota tradizione, presente nelle collezioni di ahadith, Maometto proclama:
Mi è stato ordinato di muovere guerra contro l'umanità finché non testimonino che non c'è altro dio se non Allah e che Maometto è il Messaggero di Allah; finchè non eseguano la prostrazione e non paghino l'elemosina [cioè, finché non si convertano all'islàm]. Se lo faranno, il loro sangue e le loro proprietà saranno protette.
Questo aspetto linguistico è di importanza cruciale per comprendere l'esegesi scritturale che riguarda la violenza. E ancora, è importante ripetere che né le scritture Ebraiche né quelle Cristiane – l'Antico e il Nuovo Testamento, rispettivamente – utilizzano questi comandamenti perpetui e illimitati. Ciò nonostante, Jenkins lamenta che:
I comandamenti di uccidere, di realizzare la pulizia etnica, di istituzionalizzare la segregazione, di odiare e di temere le altre razze e le altre religioni ... tutto questo è nella Bibbia e capita con molto maggiore frequenza che nel Corano. Ad ogni livello possiamo discutere su cosa significhino i brani in questione e certamente se debbano avere qualche rilevanza per le età future. Ma rimane il fatto che le parole sono lì, e la loro inclusione nella scrittura significa che esse sono, letteralmente, canonizzate, non meno che nelle scritture musulmane.
Ci si può domandare cosa intenda Jenkins con il termine "canonizzato". Se "canonizzato" significa che questi versetti devono essere considerati parte del canone della scrittura Giudeo-Cristiana, è assolutamente corretto; invece, se con "canonizzato" intende, o cerca di implicare che questi versetti sono stati applicati nella Weltanschauung (visione del mondo) Giudeo-Cristiana, allora è assolutamente in errore.
Inoltre, non bisogna basarsi esclusivamente su argomenti di pura esegesi o solo filologici: sia la storia che gli eventi attuali smentiscono il relativismo di Jenkins. Mentre il Cristianesimo del primo secolo si diffuse col sangue dei martiri, l'islàm del primo secolo si diffuse mediante la conquista violenta e i massacri. In effetti, dal primo istante fino ad oggi – ovunque ha potuto – l'islàm si è diffuso con la violenza, come è confermato dal fatto che la maggioranza di quello che oggi è noto come il mondo islamico, o dar al-islàm, fu conquistato dalla spada dell'islàm. Questo è un fatto storico, confermato dai più prestigiosi storici islamici. Anche la penisola Arabica, la "casa" dell'islàm, fu sottomessa con grandi lotte e massacri, come dimostrato dalle guerre della Ridda che scoppiarono subito dopo la morte di Maometto, quando decine di migliaia di Arabi furono passati a fil di spada dal primo Califfo, Abu Bakr, per aver abbandonato l'islàm.

Il ruolo di Maometto
Inoltre, in merito alla attuale diffusa idea che cerca di giustificare la violenza islamica – che questa è solo il prodotto della frustrazione dei musulmani di fronte a una oppressione politica od economica – ci si dovrebbe porre questo interrogativo: che dire allora dell'oppressione di oggi nel mondo, di Cristiani ed Ebrei, per non menzionare Indù e Buddisti? Dov'è la loro violenza ammantata di religione? Questa è la verità: anche se il mondo islamico fa la parte del leone nei titoli più drammatici – di violenza, terrorismo, attacchi suicidi e decapitazioni – è inoppugnabile che non è certo l'unica regione al mondo a soffrire per ingiustizie sia interne che esterne.
Per esempio, benché quasi tutta l'Africa sub-Sahariana sia intrisa di corruzione, oppressione e povertà, quando si considera la violenza, al terrorismo e all'assoluto caos, la Somalia – che appunto è l'unico stato sub-Sahariano ad essere completamente musulmano – guida il branco. Inoltre, i maggiori responsabili della violenza Somala e della imposizione delle misure legali più draconiane e intolleranti – i membri del gruppo jihadista al-Shabab (i giovani) – spiegano e giustificano le loro azioni mediante uno schema islamista.
Anche in Sudan, è attualmente in corso un genocidio jihadista contro il popolo Cristiano e politeista, condotto dal governo islamista di Khartum, che ha provocato quasi un milione di morti tra "infedeli" e "apostati". Che l'Organizzazione della Conferenza Islamica sia corsa in difesa del Presidente Sudanese Hassan Ahmad al-Bashir, che è incriminato dalla Corte Criminale Internazionale, è una ulteriore prova dell'approvazione della comunità islamica della violenza contro sia i non musulmani che contro chi non considera i musulmani abbastanza bene.
Pure i paesi dell'America Latina e i paesi Asiatici non musulmani hanno la loro quota di regimi autoritari ed oppressivi, di povertà e di tutto il resto, come i paesi musulmani. Eppure, diversamente dai quasi quotidiani titoli che provengono dal mondo islamico, non ci sono notizie di fedeli Cristiani, Buddisti o Indù che lanciano veicoli carichi di esplosivo contro edifici di regimi oppressivi (come il regime Cubano o quello Comunista Cinese), sventolando, allo stesso tempo, le loro scritture e urlando: "Gesù (o Budda, o Visnu) è grande!". Perché?
C'è un ultimo aspetto che viene spesso trascurato – sia per ignoranza o per malafede – da chi insiste che la violenza e l'intolleranza sono equivalenti tra tutte le religioni. Oltre le parole divine del Corano, il modo di comportarsi di Maometto – la sua "sunna" o "esempio" – è una importante sorgente di legislazione nell'islàm. I musulmani sono invitati ad emulare Maometto in ogni circostanza della vita: "Avete un eccellente esempio nel Messaggero di Allah". E il tipo di condotta di Maometto verso i non musulmani è molto esplicito.
Per esempio, polemizzando sarcasticamente contro il concetto di islàm moderato, il terrorista Osama Bin Laden, che, secondo un sondaggio di al-Jazira, gode dell'appoggio di metà del mondo islamico, così descrive la “sunna" del Profeta:
La "moderazione" fu dimostrata dal nostro Profeta che non rimase mai più di tre mesi a Medina senza razziare o inviare scorrerie nelle terre degli infedeli, per abbattere le loro fortezze, saccheggiare i loro beni, spegnere le loro vite e rapire le loro donne.
Infatti, sia secondo il Corano che secondo la "sunna" di Maometto, razziare e saccheggiare gli infedeli, fare schiavi i loro figli e usare le loro donne come concubine, ha un fondamento ineccepibile. E il concetto di "sunna" – che è quella da cui oltre un miliardo di musulmani, i "sunniti", hanno ricevuto il loro nome – afferma senza ombra di dubbio che tutto ciò che fu fatto o fu approvato da Maometto, l'esempio più perfetto per l'umanità, è accettabile per i musulmani di oggi così come per quelli di ieri. Questo ovviamente, non significa che la totalità dei musulmani viva soltanto per saccheggiare e stuprare.
Però significa che persone naturalmente inclini a queste attività, e che per caso sono anche musulmane, possono giustificare le loro azioni – e le giustificano – riferendosi alla "sunna del profeta" – il modo con cui al-Qaeda, ad esempio, ha giustificato il suo attacco dell'11 Settembre, in cui furono uccisi degli innocenti, incluse donne e bambini: Maometto autorizzò i suoi seguaci ad usare le catapulte durante l'assedio della città di Ta'if nel 630 DC – gli abitanti della città avevano rifiutato di sottomettersi – benché sapesse molto bene che donne e bambini erano rifugiati in città. Inoltre, quando gli fu chiesto se era consentito lanciare attacchi notturni o incendiare le fortificazioni degli infedeli se donne e bambini erano con loro, e il Profeta rispose: "Essi [le donne e i bambini] sono dei loro [degli infedeli]".

Il comportamento di Ebrei e Cristiani
Benché osservante scrupoloso della legge e forse iper-legalista, l'Ebraismo non ha un equivalente come la "sunna"; le parole e le azioni dei patriarchi, pur descritte nell'Antico Testamento, non giunsero mai a prescrivere la legge Giudaica. Né le "pietose bugie" di Abramo, né la perfidia di Giacobbe, né l'estrema irascibilità di Mosè, né la relazione adulterina di Davide o le scappatelle di Salomone furono alla base dell'istruzione di Ebrei o Cristiani. Furono interpretate come azioni storiche, compiute da uomini fallibili che, più spesso che no, erano puniti da Dio per il loro comportamento molto meno che esemplare.
Per quanto riguarda il Cristianesimo, gran parte della legge dell'Antico Testamento venne abrogata, o compiuta – a seconda dei punti di vista – da Gesù. "Occhio per occhi" lasciò il posto a "porgi l'altra guancia". Amare dio e il prossimo con tutto il cuore divenne la legge suprema. Inoltre, la "sunna" di Gesù – "Cosa avrebbe fatto Gesù? – è caratterizzata da docilità e altruismo. Il Nuovo Testamento non contiene alcuna esortazione alla violenza.
Eppure, c'è ancora chi pretende di dipingere Gesù come un personaggio con un atteggiamento militante simile a quello di Maometto, citando il versetto in cui il primo – che "parlò alle folle in parabole e non parlò se non in parabole" – disse: "Non sono venuto a portare la pace, ma una spada". Ma in base al contesto di questa affermazione è evidente che Gesù non stava ordinando la violenza contro i non Cristiani, ma piuttosto predicendo che ci sarebbero stati conflitti tra i Cristiani e il loro ambiente – una profezia fin troppo vera, dato che i primi Cristiani, invece di brandire la spada, perirono docilmente come martiri, a causa della spada, così come spesso stanno ancora facendo nel mondo musulmano.
Altri si appigliano alla violenza profetizzata nel Libro dell'Apocalisse, ancora, dimenticandosi di osservare che tutto il racconto è descrittivo – per non aggiungere che è chiaramente simbolico – e quindi difficilmente "prescrittivo" per i Cristiani. Ad ogni modo, come si può ragionevolmente paragonare questa manciata di versetti del Nuovo Testamento che metaforicamente menzionano la parola "spada" con le centinaia di prescrizioni Coraniche e dichiarazioni di Maometto che chiaramente comandano ai musulmani di usare una spada vera e propria contro i non musulmani?
Imperterrito, Jenkins lamenta il fatto che nel Nuovo Testamento, gli Ebrei "progettano di lapidare Gesù, complottano per ucciderlo, a sua volta Gesù li chiama bugiardi e figli del Demonio". Rimane però da stabilire se essere chiamati "figli del Demonio" è più offensivo che essere definiti discendenti di scimmie e porci – l'appellativo Coranico degli Ebrei. A parte gli insulti, tuttavia, ciò che qui importa è che, mentre il Nuovo Testamento non ordina ai Cristiani di trattare gli Ebrei come "figli del Demonio", invece, in base al Corano, in particolare 9:29, la legge islamica obbliga i musulmani a sottomettere gli Ebrei, anzi, tutti i non musulmani.
Questo significa forse che chi si professa Cristiano non può essere antisemita? Ovviamente no! Ma significa che i Cristiani antisemiti vivono un ossimoro – per il semplice fatto che sia letteralmente che teologicamente, il Cristianesimo non insegna assolutamente odio e astio, bensì pone l'accento su amore e perdono. Il punto qui non è se i Cristiani seguono o no questi precetti; proprio come non è il punto se i musulmani osservano o no l'obbligo della jihad. L'unica domanda pertinente è: cosa richiedono le religioni?
John Esposito ha ragione quando asserisce che "Ebrei e Cristiani furono coinvolti in atti di violenza". Invece sbaglia quando aggiunge: "Noi [Cristiani] abbiamo la nostra teologia dell'odio". Nulla nel Nuovo Testamento insegna l'odio – e certamente niente lontanamente paragonabile ai comandi Coranici tipo: "Noi [musulmani] ci dissociamo da voi [non musulmani] e tra noi e voi è sorta inimicizia e odio eterni finché voi non crederete in Dio soltanto".

Rivalutare le Crociate
Ed è da qui che si può comprendere meglio la storia delle Crociate – eventi che sono stati completamente stravolti da numerosi e influenti apologeti dell'islàm. Karen Armstrong, per esempio, si è praticamente costruita una carriera rappresentando le Crociate in un modo completamente sbagliato, scrivendo, per esempio che "l'idea che l'islàm si sia imposto con la spada è una fantasia Occidentale, inventata durante il tempo delle Crociate quando, in realtà, furono i Cristiani dell'Occidente a muovere una brutale guerra santa contro l'islàm". Che una ex monaca condanni rabbiosamente le Crociate, rispetto a quanto fatto dall'islàm, rende la sua critica ancora più vendibile. Affermazioni come le sue, ovviamente, ignorano il fatto che dall'inizio dell'islàm, più di 400 anni prima delle Crociate, i Cristiani si erano accorti che l'islàm si diffondeva con la spada. Infatti, autorevoli storici musulmani che scrissero secoli prima delle Crociate, come Ahmad Ibn Yahya al-Baladhuri (m. 892) e Muhammad Ibn Jarir at-Tabari (838-923), dimostrano chiaramente che l'islàm si diffuse mediante la spada.
La realtà è questa: le Crociate furono un contrattacco contro l'islàm – non un attacco senza provocazione come sostengono la Armstrong ed altri storici revisionisti. L'eminente storico Bernard Lewis lo espone molto bene:
Anche la Crociata Cristiana, spesso paragonata alla jihad islamica, fu una tardiva e limitata risposta alla jihad e, in parte, anche una sua imitazione. Ma, a differenza della jihad, riguardò principalmente la difesa o la riconquista di territori Cristiani minacciati o perduti. Fu, con alcune eccezioni, limitata alle guerre vittoriose per la riconquista dell'Europa Sud-Occidentale e alle guerre perdute per liberare la Terra Santa e per fermare l'avanzata Ottomana nei Balcani. La jihad islamica, per contro, fu interpretata come illimitata e fu percepita come un obbligo religioso che sarebbe continuato finché tutto il mondo non si fosse convertito all'islàm o si fosse sottomesso al suo dominio ... Lo scopo della jihad è di imporre la legge islamica a tutto il mondo.
Inoltre, le invasioni dei musulmani e le atrocità contro i Cristiani erano aumentate nei decenni precedenti la proclamazione della Crociata nel 1096. Il Califfo Fatimide Abu 'Ali Mansur Tariqu'l-Hakim (r. 996-1021) profanò e distrusse un gran numero di importanti Chiese – come la Chiesa di San Marco in Egitto e la Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme – ed emanò contro Cristiani ed Ebrei decreti ancora più oppressivi di quelli già in uso. Poi, nel 1071, i Turchi Selgiuchidi sbaragliarono i Bizantini nella cruciale battaglia di Manzicerta e, per questo, conquistarono la maggior parte dell'Anatolia Bizantina, facendo presagire l'eventualità della finale cattura di Costantinopoli, secoli dopo.
Fu per reagire a questa situazione che il Papa Urbano II (r. 1088-1099) indisse la Crociata:
Dai confini di Gerusalemme e dalla città di Costantinopoli è giunta un'orribile notizia che ci è stata ripetutamente riferita, cioè che una razza del regno dei Persiani [cioè, i Turchi musulmani] ... ha invaso le terre di quei Cristiani e le ha spopolate con la spada, il saccheggio e il fuoco; ha portato una parte dei prigionieri nel proprio paese e ha eliminato l'altra parte con crudeli torture; ha distrutto completamente le Chiese di Dio o se ne è appropriata per i riti della loro religione.
Anche se la descrizione di Urbano II è storicamente accurata, il fatto rimane: in qualsiasi modo si interpretino queste guerre – offensive o difensive, giuste o ingiuste – è evidente che non furono basate sull'esempio di Gesù, che così esortò i suoi seguaci "Amate i vostri nemici, benedite chi vi maledice, fate il bene a chi vi odia e pregate per chi vi insulta e vi perseguita". E infatti, furono necessari secoli di dibattiti teologici, da Agostino all'Aquinate, per giustificare la guerra difensiva – definita come "guerra giusta". Così sembrerebbe che se qualcuno non è stato completamente fedele alle sue scritture, questi sono stati i Crociati – e non i jihadisti musulmani (dal punto di vista letterale). In altri termini, sono stati i jihadisti musulmani – e non i Crociati – che hanno fedelmente eseguito le indicazioni delle loro scritture (almeno dal punto di vista letterale). Inoltre, come i racconti violenti dell'Antico Testamento, anche le Crociate hanno una mera natura storica e non sono manifestazioni di più profonde verità scritturali.
Infatti, ben lontane dal suggerire alcunché di intrinseco al Cristianesimo, le Crociate, ironicamente, ci aiutano a capire meglio l'islàm. Perché le Crociate dimostrano, una volta per tutte, che, non ostante gli insegnamenti religiosi – e infatti, nel caso delle così dette Crociate Cristiane, a dispetto di questi insegnamenti – l'uomo è spesso predisposto alla violenza. Ma questo impone una domanda: se questo è il comportamento dei Cristiani – a cui è stato imposto di amare, benedire e beneficare i loro nemici che li odiano, li maledicono e li perseguitano – quanto di più dobbiamo aspettarci dai musulmani che, condividendo la stessa tendenza alla violenza, sono spinti da Dio ad attaccare, uccidere e depredare i non credenti?

Raymond Ibrahim è Direttore Associato del Forum del Medio Oriente e autore di "The Al Qaeda Reader" (New York: Doubleday, 2007)

E per una volta tanto non aggiungo niente.

barbara


PIESSE: lui oggi ha superato se stesso, quindi fila immediatamente a leggerlo, e poi appena hai finito vai a leggere anche questo: è un ordine.


19 agosto 2009

NO CIOÈ IO MI DOMANDO



Il preservativo in testa ok, su quella testa è sicuramente al posto giusto, ma il serbatoio, dico io, il serbatoio come se da quella testa potesse venire un qualsiasi contenuto, ecco, quello cosa diavolo ci sta a fare? (No, non sono io che ho rubato l’idea a lui; al contrario, è lui che con i potentissimi mezzi messigli a disposizione dal Mossad si è intrufolato nel mio computer e vi ha installato sofisticatissimi agenti segreti informatici. Ed è così che si è impadronito del mio post, scritto parecchie ore prima del suo. Ma me la pagherai, Ugo Volli, vedrai, vedrai se prima o poi non ti raggiungerà la mia spietata vendetta!)

barbara


19 agosto 2009

PICCOLA AGGIUNTA AL POST PRECEDENTE

A proposito di prestazioni: oggi è il suo compleanno.
A proposito di vaccate: sul Corriere di ieri in un servizio sugli Ufo c’erano, fianco a fianco, un’intervista a Margherita Hack che, con inoppugnabili argomenti scientifici, spiega per quale ragione è impossibile che abitanti di altri pianeti, che pure possono benissimo esistere, ci raggiungano sulla terra, e una ad Enrico Ruggeri che afferma che lui invece ci crede. Scusate, qualcuno è in grado di spiegarmi la logica di questo accostamento?

barbara


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19 agosto 2009

DICE CHE GEORGE CLOONEY A LETTO È UNA FRANA

E di fronte a questa epocale rivelazione, alcune riflessioni e alcuni interrogativi si impongono.
a) Poiché non aspiro al letto di George Clooney, sia perché ha la faccia un po’ troppo da coglione per i miei gusti, sia perché anche se fosse il mio tipo dubito che sarebbe alla mia portata, mi domando: perché diavolo dovrebbe interessarmi com’è George Clooney a letto? Perché diavolo dovrebbe interessare a chiunque non aspiri a farci un giro?
b) Poiché a letto ci si sta in due e le responsabilità sul risultato finale di solito sono, anche se non necessariamente in parti uguali, condivise, non teme la signorina che l’oggetto delle sue critiche possa controbattere con qualcosa tipo “quella non lo farebbe rizzare neanche a un mandrillo”?
c) Se la signorina non trovava soddisfacente il partner, perché non ha semplicemente provveduto a cambiarlo invece che tenerselo per poi sputtanarlo raccontando che le sue prestazioni sono miserelle? (O forse con la “scarsa prestanza” intende anche dire che ce l’ha piccolo? E forse se lo è dovuta tenere perché quelli migliori si possono permettere di scegliere il meglio e a quelle come lei tocca accontentarsi di quello che resta?)
d) Essendoci stato rivelato che la prestanza di G. C. è “poco superiore a quella di un impiegato di banca”, ne dobbiamo dedurre, credo, che tutti gli impiegati di banca del pianeta, indipendentemente da fattori quali età, stato di salute, condizioni fisiche, sport praticati ecc. ecc., condividano lo stesso identico livello di prestanza sessuale, per cui conosciuto uno li hai conosciuti tutti. Il fatto è che io non ne ho conosciuto neanche uno, e quindi vorrei capire: com’è che funziona? Tutti quelli a cui tira poco – perfino meno che a George Clooney (“una botta e via”) – e una volta venuti non gli si rizza più devono andare obbligatoriamente a fare gli impiegati di banca? Oppure a fare l’impiegato di banca ci va chi vuole però poi una volta entrato deve, per contratto, rinunciare alle repliche? Sono interrogativi inquietanti, sapete, e io vorrei davvero capire come funziona.
e) Io capisco che siamo sotto Ferragosto e di notizie non ce ne sono tante, ma se c’è il problema di qualche mezza pagina da riempire non si potrebbe approfittarne per dare qualche notizia tipo Scoppia il maiale ferito il contadino che normalmente non riusciamo a leggere perché non trovano spazio, invece di propinarci di queste vaccate?
f) Esiste una cosa più schifosa di un uomo che va in giro a vantarsi delle sue conquiste? Sì: una donna che va in giro a lamentarsi delle proprie.



barbara


18 agosto 2009

CHISSELO FOSSEMAI CRESO

Non ho mai amato la moda, né le mode. Anzi, per la precisione, le detesto proprio. Non ho mai acquistato un capo di vestiario alla moda, né indossato un capo firmato. Né letto un best seller. Mai. Chiaro, dunque, che mai e poi mai mi sarebbe potuta venire l’idea di comperare Va’ dove ti porta il cuore. E non l’ho comperato, infatti. Solo che una volta, anni fa – quanti non lo so – era in omaggio con non so più quale giornale e naturalmente, con la mia quasi religiosa venerazione per la parola scritta da fare concorrenza a quella di Perpetua, l’ho preso. Ed è rimasto lì, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Adesso me lo sono portato al mare, infilato in una borsa insieme a un’altra ventina di libri. E quando sono arrivata l’ho sistemato, insieme agli altri, su uno scaffale. E poi un giorno l’ho tirato giù e l’ho letto. Beh, è bello. Nonostante tutti, alla sua uscita, avessero gridato al miracolo. Nonostante l’incredibile successo di pubblico. Nonostante i fantastiliardi di copie vendute in tutto il mondo. Nonostante la faccetta da bambina perbene della Tamaro. Bello sul serio. E neanche mezza briciola banale. Mi ci sono perfino commossa, pensate un po’. E ci ho anche trovato dentro un po’ di me. Anzi, un bel po’. E dunque lo suggerisco anche a voi, perché non è mai troppo tardi per abbattere un pregiudizio. (Se va avanti così, magari fra qualche decennio va a finire che mi leggo addirittura L’insostenibile leggerezza dell’essere …)

Susanna Tamaro, Va’ dove ti porta il cuore, Baldini&Castoldi (e anche Rizzoli)

            

barbara


17 agosto 2009

RICORDIAMO HERBERT PAGANI

a ventun anni dalla sua tragica scomparsa, a soli 44 anni. Ricordiamolo con la sua meravigliosa Arringa per la mia terra che potete anche ascoltare, letta da lui stesso, qui. E ricordiamolo con la toccante Lettera ai fratelli, con la straordinaria Lettera aperta al colonnello Gheddafi, con questa preziosa intervista e con il suo capolavoro La stella d’oro. E già che ci sei vai ad ascoltarti questa cosa da brividi e la sua specialissima versione di Un capretto – cercando di ricordare che è compito di tutti noi fare l’impossibile perché non accada MAI PIÙ.



barbara


16 agosto 2009

NON DIMENTICHIAMO

"...non dimentichiamo cosa ha fatto l'uomo ad un altro uomo,

quando si è lavato la faccia con il suo sangue

e asciugato il volto con la sua pelle,

quando ha riso delle sue lacrime,

quando ha goduto della sua sofferenza...

non dimentichiamo cosa ha fatto l'uomo,

quando ha scelto la morte alla vita,

quando si è seduto a tavola come se niente fosse successo,

quando si è dichiarato innocente pur sapendo di essere un assassino,

quando ha sputato in bocca a chi aveva sete...

non dimentichiamo cosa ha fatto l'uomo...

quando ha vomitato la sua rabbia su chi non aveva colpe,

quando ha violentato le speranze di chi viveva solo di speranza,

quando ha sgozzato i bambini come si fa con i conigli,

quando si è sentito DIO servendo il diavolo,

non dimentichiamo cosa ha fatto l'uomo...

non dimentichiamolo mai..."


M. Marra

Questa poesia l’ho trovata casualmente un 27 gennaio di tre anni fa nel blog “in equilibrio precario”; l’avevo conservata, perché mi era piaciuta. Non so chi sia questo M. Marra, non so se sia il titolare del blog o un poeta a me sconosciuto, ma penso che questi versi, pure scritti per tutt’altra circostanza, vadano benissimo anche a commento del post di ieri. E li dedico a tutte le vittime innocenti della Terra.

barbara


15 agosto 2009

I BAMBINI? A MORTE!

dal Corriere della Sera di mercoledì 12 agosto

Il caso L'identità dei torturatori del bambino era stata coperta per evitare ritorsioni. La madre sarà scortata a fine pena. A spese dei contribuenti

E il giudice svelò i torturatori di Baby P
Diffusi foto e nomi. Dopo la condanna avevano ottenuto l' anonimato

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE LONDRA - I soccorritori del «999» chiamati la sera del 3 agosto 2007 dalla giovane mamma Tracey Connelly, trovarono morto Baby P, il piccolo Peter con la chioma bionda e gli occhi azzurrissimi.



Era adagiato nelle lenzuola del suo lettino inzuppate dal sangue di 22 ferite. Il corpo era macchiato dai lividi e dai segni delle emorragie interne provocate da ripetute percosse sull'addome, alla testa, alla schiena. E, sulla pelle delicata, era timbrato coi buchi scavati dai mozziconi di sigaretta.





Appena due giorni prima, la pediatra Sabah Al-Zayyat, in un ospedale del nord di Londra vicino a Tottenham dove abitava la famiglia, aveva visitato Baby P e non si era accorta di quelle ecchimosi rispendendo il bimbo di diciassette mesi a casa. Nell'inferno della sua casa. Non aveva dato retta, la dottoressa, ai pianti di dolore e neppure si era resa conto che alcune delle cicatrici e dei «blu» erano stati nascosti con un velo di cioccolata. Un'atrocità. Tracey Connelly col convivente Jason Barker, ladro, piromane, attaccabrighe, e il sadico fratello di questo, Steven, un nazista fanatico e violentatore di bambini, aveva cancellato le prove degli ultimi accanimenti. Ma ben peggio della pediatra, prima di quel 3 agosto 2007, avevano combinato i responsabili dei servizi sociali di zona i quali per 70 volte, dall'1 marzo 2006 il giorno della nascita di Peter, pur avendo Tracey, la mamma, nei loro registri di cura e di assistenza, avevano sentenziato che Baby P doveva vivere lì, nell'inferno. E sapevano. Avevano capito. Avevano sentito dai vicini che con Tracey, che aveva mollato il padre vero di Baby P, abitavano Jason e Steven. Ma non importava che Tracey non lavorasse, che avesse quattro figli da mantenere non si sa come, visto che passava la giornata a spinellarsi, a bere vodka e chattare al computer, che quei due fratelli, uno peggio dell'altro, avessero una fedina penale degna dell'enciclopedia del crimine, che il loro stile di vita non avesse mai dato segni di ravvedimento, che nel loro passato vi fosse stata un'assidua frequentazione di polizie e tribunale a cominciare da quando, ragazzini, presero la nonna e la portarono sul limite del soffocamento solo per divertirsi a terrorizzarla. Tutte le volte, 70 volte, i servizi sociali si erano rifiutati di dare Baby P in affidamento a una famiglia che gli potesse regalare un'esistenza normale. E persino peggio della pediatra, peggio dei servizi sociali, peggio dell'omertà del quartiere e degli amici, è l'eccesso di buonismo giuridico che ha sempre tutelato i diritti degli accusati e mai (ecco lo scandalo) i diritti della vittima, del piccolo Peter, martoriato per diciassette mesi, senza che un cane intervenisse per salvarlo. Non c'è la prova principe, si sosteneva. Andava all'ospedale per le botte che Jason gli dava, Jason lo immobilizzava, gli schiacciava la testa mentre Steven gli spegneva i mozziconi di sigaretta addosso. Steven aveva già abusato di una bambina ed era libero. Non c'era proprio nulla che inorridisse i servizi sociali che non hanno mai mosso un dito. «Meglio che stia con la mamma». Questa storia sta indignando l'Inghilterra: per la sua crudeltà, per i suoi risvolti che chiamano in causa l'indifferenza, l'insensibilità, la superficialità del sistema di assistenza all'infanzia, il formalismo legale. Forse non l'avremmo conosciuta nei suoi crudi e penosi dettagli se due giorni fa un giudice, per impedire che il sistema penale si trovasse coperto dal discredito più assoluto, non avesse ordinato di scoperchiare il bidone e di fare uscire i nomi e le foto di Tracey, del suo fidanzato Jason, di Steven, i torturatori che andati a processo e condannati (Steven all'ergastolo), nei mesi scorsi avevano ottenuto di cambiare la loro identità, di cancellare i loro veri nomi, di impedire alla stampa di raccontare ciò che nella casa di Tottenham era accaduto e di rivelare che se mai Tracey ritroverà la libertà sarà scortata a spese dei contribuenti. Una catena di orrori. Di Baby P doveva restare solo la tomba al cimitero di St. Pancras con un orsetto di peluche appoggiato alla lapide e la scritta: finalmente salvo. E non è neppure vero. Perché la sua memoria è infangata dagli operatori del servizio sociale, quelli che per 70 volte hanno rispedito il piccolo Peter a casa. Sono stati licenziati ma hanno avuto il coraggio di rivendicare il ritorno al lavoro. Con questa motivazione: abbiamo fatto del nostro meglio. Anche per la garantista Inghilterra è troppo. (
Fabio Cavalera)

Che la famiglia è la Auschwitz dei bambini lo sappiamo da sempre – lo sanno, soprattutto, i bambini, e lo sa chi è stato bambino. Che i carnefici con l’hobby dello sterminio godono di maggiore simpatia e di maggiori complicità delle loro vittime, anche questa è cosa nota. Ma un accanimento come quello che troviamo in questa storia, da parte del personale dei servizi sociali, una determinazione così incrollabile nello scaraventare un bambino di pochi mesi nell’inferno, una così entusiastica volontà di offrire ai carnefici ogni supporto per poter proseguire nella loro opera di sterminio, è cosa tale da sconvolgere anche chi l’inferno lo ha conosciuto di persona, lo ha visto coi propri occhi, lo ha vissuto nella propria carne e nella propria anima. Guardiamoli bene in faccia, i carnefici, da non rischiare di non riconoscerli se mai dovessimo incontrarli per strada. E peccato che non abbiamo anche quelle degli “assistenti sociali”.

                                          

                        

barbara


14 agosto 2009

BIECHI ILLUMINISTI DI TUTTO IL MONDO UNIAMOCI!

Cartoline da Eurabia, di Ugo Volli

Ecco, lo ammetto: sono un 'bieco illuminista'

Cari amici, prima che continuiate a leggere queste cartoline, devo farvi una confessione. Poi deciderete se sono degno della vostra attenzione. Ecco, lo ammetto: sono un "bieco illuminista", per usare l'espressione impiegata ieri dalla Cei a proposito della sentenza sull'ora di religione. Bieco illuminista. Proprio bieco. A parte Voltaire, il cui antisemitismo è insopportabile, e Rousseau che illuminista non era davvero, ho simpatia per quasi tutti quegli intellettuali che nel Settecento lavorarono per fare uscire l'umanità o almeno l'Europa dalla sua "minore età" per dirla con Kant: Kant stesso, naturalmente e Diderot e D'Alambert e Lessing coi suoi tre anelli e naturalmente il nostro buon Mendelsohn. I predecessori inglesi e scozzesi, da Locke a Hume a Adam Smith, i padri della nazione americana, da Whashington (avete mai letto la sua nobilissima lettera agli ebrei di Newport sulla libertà di religione?) a Hamilton e Madison e Franklin. Sullo sfondo la figura geniale e modesta di Spinoza.
Se c'è una ragione al mondo per non arrendersi al medioevo islamico, una ragione per sperare che ce la faremo a lasciare alle prossime generazioni un mondo più decente, sta proprio nell'eredità di questo "bieco illuminismo". Mentre la Chiesa stava ancora spazzando le ceneri degli ultimi eretici bruciati vivi, e teneva gli ebrei chiusi nei ghetti cercando di umiliarli e maltrattarli fino alla conversione, quando gli stati assolutisti pretendevano conformità religiosa e personale, questi eroi borghesi, senza corazze e senza bandiere, tracciavano l'idea di una società libera, equilibrata, razionale, aperta. Leggete "La libertà e i suoi nemici" di Isaiah Berlin per capire che non si tratta di una mera questione di storia delle idee. Che la chiesa usi illuminista come un insulto mostra come la questione bruci ancora.
E se proprio devo autodenunciarmi, aggiungerò che fra "l'umanesimo cristiano" che piace al Papa e "l'umanesimo ateo" che egli gli contrappone identificandolo col terribile nichilismo, se proprio devo scegliere fra queste due pietanze così mal tagliate, io che sono ebreo scelgo il secondo che per me diventa l'umanesimo tout court, senza qualificazioni confessionali. Tanto più che ieri mi sono imbattuto in una citazione del papa attuale, che qualcuno vuole considerare un amico dell'Occidente, pronunciata quand'era capo del Sant'Uffizio. Scriveva dunque Razinger (la citazione si trova sul "Times" di Londra, 27.6.90, per questo è in inglese): "The freedom of the act of faith cannot justify a right to dissent.
This freedom does not indicate freedom with regard to the truth, but signifies the free determination of the person in conformity with his moral obligations to accept the truth." Capite la sottigliezza teologica di uno che non è certamente illuminista, né bieco né no? "La libertà dell'atto di fede [cioè il fatto che la fede deve venire dal cuore e non può dunque essere imposta, UV] non implica affatto un diritto al dissenso. Questa libertà [della fede UV] non autorizza affatto una libertà rispetto alla verità, ma equivale solo alla libera determinazione della persona a conformarsi al suo obbligo morale di accettare la verità" Cioè certo, la fede non può che essere libera. Ma libera solo di credere alla "verità" che decide la Chiesa, non libera di non crederci o di dissentire. Se no si viola la norma morale che impone di riconoscere la verità vera, quella della chiesa. Ratzinger lo sostiene ancora: la ragione consiste nell'aderire alla fede (cattolica). Per questo si spaccia per un razionalista. E dove ha potuto, la Chiesa come l'Islam ha sempre trovato solide e magari brucianti ragioni per appoggiare la libertà di osservare la norma morale di credere quel che è giusto credere.
E' un po' come l'ora di religione, che per carità, dicono i vescovi non è catechismo ma cultura, insegnamento della verità sulla fede. Gli italiani non possono restare ignoranti su una dimensione così importante delle nostre radici culturali, lo spiega anche Cacciari. Peccato solo che il corso su cui si discute si chiami "insegnamento della religione cattolica", non buddista o ebraica o raeliana né tantomeno "storia delle religioni"; che gli insegnanti non siano selezionati per la loro conoscenza storica ma per la loro ortodossia; e che per garantire questa ortodossia vengano selezionati non da un'università o da un concorso statale ma dal vescovo, che può sempre togliere loro il gradimento (e con esso l'incarico), se per caso li scoprisse inclini al "bieco illuminismo" o a qualche altro pericoloso errore "contro la verità". Per questo, cari amici, io non potrei mai insegnare cultura religiosa, che pure stimo quasi quanto il buon cattocomunista sindaco di Venezia. Il fatto è che sono un bieco illuminista umanista ateo nichilista. E anche ebreo. Il peggio del peggio. Adesso che lo sapete, per il bene della vostra anima, non leggete più le mie cartoline. Puzzano di zolfo.

Ugo Volli

http://www.informazionecorretta.it/main.php?mediaId=115&sez=120&id=30609

Per la serie “condivido anche le virgole”. Approfittando di un breve e probabilmente precario nonché traballante ritorno di fiamma del mouse, prima defunto - dopo due settimane di coma - ora, a quanto pare, vagamente vivo anche se molto svagato e spesso assente - posto questa meravigliosa cartolina che dice tutto quello che avrei potuto dire io ma molto meglio di come l’avrei detto io. Ovviamente non è che abbia il dente avvelenato per il fatto che il mio collega di religione è un emerito figlio di puttana come persona e un essere infame come collega: parlo unicamente per una questione di principio, da insegnante laica in uno stato laico. GRAZIE UGO VOLLI, come sempre.


barbara


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14 agosto 2009

AVVISO PER LILIT SE PASSA DI QUI

Cara Lilit, il 4 agosto ho fatto un post con il tuo appello: se lo vai a leggere ci troverai qualche risposta. Se puoi fatti viva anche per email.

barbara


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13 agosto 2009

BERIA

Nel destino toccato a Beria e ai suoi colleghi della GPU c’è, naturalmente, una forma di elementare giustizia, ma sarebbe stato più equo se fossero state le sue vittime, e non i suoi complici, a comminare la meritata punizione. (Charles Bohlen, ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca, al segretario di stato, dicembre 1953)

Può sembrare strano che uno dei peggiori macellai del secolo, cinico, sadico, persecutore implacabile dei propri nemici e anche di chi, semplicemente, poteva fargli ombra e rallentare la sua carriera, freddo torturatore, rotto a ogni infamia, possa essere associato a qualcosa di positivo. Eppure è così: fra i nomi che contano nell’Unione Sovietica del Grande Terrore, in quell’immenso baratro di infamia, Beria è uno dei pochissimi cui si possa attribuire qualcosa di buono. E non è certo di grande conforto sapere che coloro che hanno posto fine al suo potere e ne hanno preso il posto erano, se possibile, ancora peggio di lui.
Scritto dopo il crollo dell’Unione Sovietica e la conseguente, sia pure parziale, apertura degli archivi, Beria rappresenta, anche per chi già a lungo si è occupato di queste tematiche, una lettura veramente interessante, con notevoli squarci di luce su un mondo tuttora troppo in ombra.

Amy Knight, Beria, Mondadori



barbara


12 agosto 2009

UNA LETTERA ALL’UMANITÀ

di Ali Sina

Caro concittadino del mondo,
Oggi l'umanità è minacciata. Impensabili atrocità avvengono ogni giorno. Una forza malvagia è al lavoro con lo scopo di distruggerci. Gli agenti di questo male non rispettano nulla, neanche la vita dei bambini. Ogni giorno ci sono attentati ed esplosioni, ogni giorno persone innocenti sono prese di mira ed assassinate. Sembrerebbe che non possiamo fare nulla per fermare tutto questo. Questo non è vero!
L'antico saggio Cinese Sun Tsu disse "conosci il tuo nemico e non sarai sconfitto." Noi conosciamo il nostro nemico? Se la risposta è no, la nostra sorte è segnata.
Il terrorismo non è un'ideologia, è uno strumento; ma i terroristi uccidono per un'ideologia. Sono loro a chiamare quest'ideologia "Islam".
Il mondo intero, sia Musulmani che non-Musulmani affermano che i terroristi hanno snaturato la "religione di pace" e che l'Islam non condona la violenza.
Chi ha ragione? Sono i terroristi che conoscono l'Islam meglio di noi, o coloro che li denunciano? La risposta a questa domanda è la chiave alla nostra vittoria, e fallire nel trovare questa risposta risulterà nella nostra sconfitta e la morte sarà su di noi. La chiave risiede nel Corano e nella storia dell'Islam.
Quelli fra noi che conoscono l'Islam, sanno che la visione dei terroristi dell'Islam è quella corretta. Non stanno facendo nulla che il loro profeta non abbia fatto e che non abbia incoraggiato i suoi seguaci a fare. Assassinio, stupro, omicidio, decapitazioni, massacri e profanazioni dei defunti "per deliziare i cuori dei credenti": tutto questo è stato praticato da Muhammad (Maometto), è stato da lui prescritto ed è stato seguito alla lettera dai Musulmani nel corso della storia.
Se la verità ha mai avuto un peso, ha un peso maggiore adesso! Questo è il momento in cui dobbiamo chiamare bianco il bianco e nero il nero. Questo è il momento in cui dobbiamo trovare la radice del problema e sradicarla. La radice del terrorismo Islamico è l'Islam. La prova di ciò è nel Corano.
Siamo un gruppo di ex-Musulmani che hanno scorto il vero volto del male e ci siamo sollevati per avvertire il mondo. Non importa quanto dolorosa possa essere la verità, solo la verità può renderci liberi. Perché tutto questo diniego? Perché così tanta ostinazione? Quante altre vite innocenti dovranno essere perdute prima che TU apra gli occhi? L'ombra di un disastro nucleare è su di noi. Tutto questo accadrà. Non è una questione di "se" ma di "quando". Ignaro di ciò, il mondo sta seppellendo la sua testa sempre più a fondo nella sabbia.
Noi incitiamo i Musulmani ad abbandonare l'Islam. Vogliamo farla finita con le scuse, le giustificazioni e le razionalizzazioni. Smettiamola di dividere l'umanità in "noi" contro "loro", Musulmani contro Infedeli. Noi siamo Un solo popolo, Una sola umanità! Muhammad non era un messaggero di Dio. È ora di finirla con questa follia e affrontare la verità. I terroristi traggono il loro supporto morale e la validità delle loro azioni da te. La tua mera aderenza al loro culto di morte è di per sé un cenno di approvazione per i loro crimini contro l'umanità.
Noi incitiamo i non-musulmani a smettere di essere politicamente corretti per non offendere la sensibilità dei Musulmani. Al diavolo la loro sensibilità! Salviamo le nostre vite piuttosto, e le vite di milioni di persone innocenti.
Milioni, se non miliardi di vite saranno perse se non facciamo niente. Non c'è molto tempo. "Tutto ciò che serve affinché il male trionfi è che le persone buone non facciano nulla." Fai qualcosa! Manda questo messaggio a tutti nella tua rubrica e chiedigli di fare lo stesso. Sconfiggi l'Islam e ferma il terrorismo. Questo è il tuo mondo, salvalo.

Il Movimento degli ex-Musulmani, faithfreedom (e anche qui)

Niente da aggiungere all’appassionato messaggio di questo ex musulmano, di quest’uomo che ha conosciuto l’islam per essere nato nel suo seno e se n’è ritratto inorridito. Quest’uomo che i musulmani ritraggono così



e che per la sua coraggiosa lotta in nome della verità rischia ogni giorno la vita. L’acquiescenza al male ha già fatto abbastanza danni: non aggiungiamoci la nostra.


barbara


11 agosto 2009

AUNG SAN SUU KYI

Condannata di nuovo. Non dirò che è una condanna assurda, perché assurdo è tutto ciò che è accaduto a questa donna fin dall’inizio, assurdo è tutto ciò che accade in Birmania. E assurdo è il silenzio che accompagna nell’intero pianeta ogni nefandezza commessa dal regime birmano.



barbara


11 agosto 2009

L’EURABIA È DENTRO DI NOI

di Giulio Meotti

William Underhill di Newsweek avrebbe potuto leggersi le statistiche dei delitti d'onore in Germania e discuterne con Seyran Ates, l'avvocatessa di Berlino che ha chiuso lo studio legale dopo l'ultima aggressione subita a una fermata del metrò. Seyran era con una cliente musulmana che voleva divorziare dal marito. Lui le pesta entrambe, gridando "hure!", puttana. A pochi chilometri da lì avrebbe potuto visitare la Deutsche Oper, che ha cancellato dalla stagione lirica l'Idomeneo di Mozart per timore di rappresaglie islamiste. Sempre a Berlino avrebbe potuto parlare con il direttore del quotidiano tedesco Die Welt, Roger Köppel, che stava per essere pugnalato a morte da un giovane ingegnere di origine pakistana entrato nel suo ufficio armato di coltello. Avrebbe potuto studiarsi i numeri delle "ragazze scomparse" in Inghilterra, vittime dimenticate delle centinaia di matrimoni forzati che Benjamin Whitaker, in un rapporto per le Nazioni Unite, ha inserito tra le nuove schiavitù.
Avrebbe potuto andare a Stoccolma e prendere tra le mani una t-shirt di gran moda fra i giovani musulmani: "2030 - Poi prendiamo il controllo". Avrebbe potuto vedere come nella penisola scandinava, austera e lontana, dove durante la guerra si ebbero straordinari gesti di protezione degli ebrei, a Stoccolma, Göteborg e Malmö, prima città europea a maggioranza islamica, le comunità ebraiche sono costrette a spendere un quarto del budget in misure di sicurezza. Lì avrebbe scoperto anche il cadavere di Samira Munir, la politica norvegese di origine pakistana minacciata di morte dagli islamisti per la sua difesa dei diritti delle donne. Il suo corpo è stato trovato non lontano dal centro di Oslo.
A Copenaghen avrebbe potuto far visita a Kurt Westergaard, il vignettista che disegnò Maometto col turbante-bomba e che oggi deve vivere con un sistema di protezione che allerta la polizia in caso di pericolo. Avrebbe potuto recarsi a Bruxelles e apprendere che il primo nome dei nuovi nati non è più da molto tempo François, ma Mohammed.
Avrebbe potuto fare un salto in Italia, dove ci sono circa trentamila donne musulmane che hanno subìto la mutilazione genitale. Qui, in mezzo a noi, ora. Avrebbe potuto vedere con i propri occhi come la croce rossa di San Giorgio sia scomparsa da aeroporti, taxi e pompieri in Gran Bretagna su pressione islamica. La stessa Gran Bretagna che oggi vede triplicare il numero delle corti islamiche. Avrebbe potuto andare nella moschea El Mouchidine di Osdorp, in Olanda, dove l'imam ha gridato "cani infedeli" ad alcuni studenti appena arrivati in gita scolastica davanti alla locale moschea. Da lì avrebbe potuto passare per Rotterdam, con i suoi quartieri segregati come monoliti e con i minareti dai quali si incita all'uccisione degli omosessuali. Già che c'era avrebbe potuto intervistare quell'insegnante di scuola elementare a Mozaiek che ha raccontato come i suoi studenti musulmani, in visita al museo Anna Frank di Amsterdam, le abbiano detto che "i nazisti avrebbero dovuto uccidere più ebrei". Nella stessa città dove, oltre a Galileo, arrivarono gli ebrei spagnoli in fuga dall'Inquisizione e oggi invece regna la paura più glaciale. Avrebbe potuto sfogliare la fitta black list di scrittori, artisti, professori, giornalisti e politici minacciati di morte dal fondamentalismo. Pochi mesi fa, all'uscita da un supermercato, un islamista ha aggredito Robert Redeker, il filosofo francese costretto a nascondersi nel proprio paese per un articolo scritto tre anni fa: "Sei Redeker, hai insultato l'islam. Sei un mascalzone. Sei protetto, altrimenti finiresti male".
William Underhill di Newsweek non ha fatto nulla di tutto questo. Perché, in piena legittimità, ha preferito esercitare una potenza rassicurante e dissuasiva su milioni di lettori del grande settimanale americano. Il giornalista americano ha cercato di spiegare che "Eurabia" è un mito, uno spauracchio,"una speculazione basata sulla speculazione", una finzione costruita ad arte, la proiezione allarmista di una manciata di studiosi e politici della "far right". La destra nasty, cattivissima, sporca, intollerante e xenofoba in cui secondo il cronista di Newsweek tutto si equivale, dal filoisraeliano e atlantista Geert Wilders all'antisemita, negazionista dell'Olocausto e suprematista bianco Nick Griffin del British National Party.
Dell'Eurabia il Foglio è andato a parlarne con la grande studiosa che ha coniato quel termine, ripreso e reso incandescente da Oriana Fallaci qualche anno dopo. Si tratta di Bat Ye'or, resa famosa in tutto il mondo da "Eurabia" (Lindau), ormai un modo di dire per indicare il rischio che l'occidente corre. Nel dicembre del 2002 apparve su Internet un suo articolo, tradotto in diverse lingue, dal titolo "Le dialogue Euro-Arabe et la naissance d'Eurabia". Oriana Fallaci ne rimase folgorata e rese celebre questa storica durissima. In molti altri ripresero la tesi di Bat Ye'or, a cominciare da Niall Ferguson e Bernard Lewis. Nata in Egitto, cittadina britannica, residente in Svizzera, Bat Ye'or l'Eurabia la chiama anche "dhimmitude", da dhimmi, cioè sottomessi, come venivano definiti i cristiani e gli ebrei che dall'ottavo secolo sono stati obbligati alla tassa sulle minoranze.
La dottoressa Rachel Ehrenfeld, una delle autorità mondiali in materia di finanziamento occulto al terrorismo e direttrice dell'American Center for Democracy di New York, nel suo libro "Funding Evil" ha seguito le tracce lasciate dalle varie organizzazioni non governative che servono da facciata per l'incanalamento dei fondi occulti verso l'islamismo in Europa. Il suo libro venne pubblicato negli Stati Uniti dalla casa editrice Bonus Books. Dopodiché Ehrenfeld riceve una email spedita dagli avvocati inglesi di un milionario saudita da lei citato, in cui le intimano, fra l'altro, di togliere dalla circolazione e distruggere tutte le copie invendute del libro, scrivere un pubblica lettera di scuse e fare una donazione a un ente di carità indicato dai sauditi. Per intentare la causa di diffamazione contro Rachel Ehrenfeld, ai sauditi basta acquistare una ventina di copie del libro "Funding Evil" su Internet e farsele recapitare in territorio inglese. La battaglia legale, durata due anni, è terminata il 20 dicembre 2007 alla Corte d'Appello dello stato di New York. Ehrenfeld è stata condannata.
Il caso Ehrenfeld è pura Eurabia. "Se William Underhill cercava di contestare la crescente influenza islamica in Europa e la sua ostilità ai valori occidentali, ha fallito", dice al Foglio Rachel. "Sostiene che le proiezioni demografiche sui musulmani come maggioranza in Europa nel 2025 sono false. Ma quali studi porta a suo favore?". E comunque "il vero problema non è la demografia, ma l'imposizione di norme basate sulla sharia e che contraddicono la società libera, democratica e capitalista". Come nel suo caso. "Il reporter di Newsweek ignora l'influenza politica, finanziaria, sociale e culturale, la rapida espansione della sharia basata su istituzioni finanziarie in Europa. I leader islamici in Europa non propongono integrazione, ma cinque volte al giorno incitano alla distruzione degli ‘infedeli' che hanno aperto loro la porta. E distruzione non significa necessariamente violenza, ci sono molti modi per indebolire ed eliminare la cultura e i valori occidentali. Fondi sauditi o provenienti da Golfo, filantropia islamica e fondi finanziari di Hezbollah e Hamas, Hizb ut-Tahrir e Al Muhajiroun, per citare soltanto alcune organizzazioni terroristiche internazionali, stanno esportando la sharia nella vita di tutti i giorni in Europa. La politica stessa degli europei riflette l'influenza islamica. I discorsi dell'odio contro gli ebrei sono in crescita, così come ogni critica dell'islam e dei musulmani è proibita. Questa non è l'Europa liberale di dieci anni fa".
Ciò che non emerge dall'analisi di Newsweek è la sottomissione delle donne musulmane europee. Psicologa alla City University di New York, Phyllis Chesler è una madrina del movimento femminista (il suo "Le donne e la pazzia", è stato un libro di culto alla fine degli anni Settanta). "Bat Ye'or ha ragione quando descrive Eurabia", dice Chesler al Foglio. "Perché mentre molti immigrati musulmani amano l'occidente, ce ne sono altrettanti ostili alla modernità, alla democrazia, agli ‘infedeli'. Non vogliono assimilarsi o integrarsi. Hanno il compito di convertire i dhimmi e governare lo stato secondo la sharia. Vivono in Europa, ma è come se non avessero mai lasciato il Pakistan, la Turchia, l'Afghanistan, l'Algeria. Hanno creato un universo parallelo, pericoloso per l'Europa. In questo senso l'islam è il più grande esecutore al mondo di un apartheid di genere e religioso. Donne in burqa, niqab, hijab, sono ovunque nelle strade europee. I delitti d'onore infestano l'Europa e, come ho sempre cercato di dimostrare, sono omicidi ben diversi dalla violenza domestica dell'occidente. L'Europa ha accolto il flusso di immigrati ostili per dimostrare che non era ‘razzista', che non erano stati gli europei a uccidere sei milioni di ebrei. Oggi si ritrovano così a giustificare l'olocausto di Israele predicato dai musulmani".
Arriviamo a lei, la teorica di Eurabia, Bat Ye'or. "La copertina di Newsweek e l'articolo di William Underhill pretendono di spiegare che l'emergenza dell'Eurabia è una speculazione. Ma Eurabia esiste, viviamo nell'Eurabia, non è il domani, ma oggi, qui. Eurabia rappresenta un'ideologia che, per raggiungere i suoi obiettivi, fa leva su numerosi strumenti strategici, politici e culturali. È un nuovo ‘spazio della dhimmitudine' creato dai politici, dagli intellettuali e dai media europei, Eurabia è un'entità culturalmente ibrida, fondata sull'antioccidentalismo e sulla giudeofobia. Quando le sinagoghe e i cimiteri ebraici devono essere sorvegliati come nei paesi islamici dove i mausolei cristiani ed ebraici sono distrutti perché la libertà di espressione e di fede non è un diritto costituzionale, questa è Eurabia. Il dialogo euro-arabo ha importato in Europa la tradizione anticristiana e antiebraica dell'islam inscritta nell'ideologia jihadista da tredici secoli. Quando in Europa critici dell'islam, musulmani e non musulmani, devono nascondersi o vivere sotto la protezione delle guardie del corpo, come Geert Wilders e molti altri, questa è Eurabia. Le celebri caricature di Flemming Rose, riprese anche da altri giornali, a cui hanno fatto seguito le minacce di morte al filosofo francese Robert Redeker, autore di un articolo, ritenuto blasfemo, apparso su Le Figaro il 19 settembre 2006, hanno esasperato l'opinione pubblica. Quando l'insegnamento nelle università, nella cultura, nell'editoria viene controllato in gran parte dalla Anna Lindh Foundation o dalla Alleanza delle civilizzazioni (strumento dell'Organizzazione della conferenza islamica, ndr), questa è Eurabia. Quando i bambini ebrei non possono frequentare una scuola pubblica senza essere aggrediti e i ragazzi ebrei sono minacciati per strada, o rapiti e uccisi come il francese Ilan Halimi, questa è Eurabia. Quando dimostrazioni islamiche di massa nelle città europee invocano la distruzione di Israele, questa è Eurabia. I nostri multiculturalisti non ci danno le chiavi per conciliare i valori della sharia con quelli della laicità europea, i contenuti della Carta islamica dei diritti umani con quelli della Dichiarazione universale, l'espandersi dell'imperialismo islamico e i principi di libertà e uguaglianza tra i popoli e tra i sessi".
Nell'analisi di Bat Ye'or, Eurabia è un continente in balia della paura, del silenzio, della dissimulazione e della diffamazione, che non ha ormai più niente a che vedere con l'Europa che conoscevamo. "Eurabia è un coacervo di società lacerate tra la xenofobia, il desiderio di riscatto, l'autodifesa e la disperazione, nel graduale sfaldarsi dei loro leader politici, disperatamente aggrappati ai cliché che hanno costruito in trent'anni. Eurabia esiste laddove ci sono donne velate e le leggi della sharia sono applicate, quando l'ideologia islamica e antisionista fiorisce, dove le istituzioni democratiche non sono che il ricordo scarnificato del proprio passato".
Da alcuni anni la morsa dell'apartheid politico, economico, culturale, artistico e scientifico di Eurabia si è stretta intorno a Israele. Di questo Newsweek non parla affatto. "E' stata la questione palestinese lo strumento utilizzato dal jihad per disgregare l'Europa: essa ha costituito infatti il fondamento e l'impianto organico su cui è sorta Eurabia, il cuore dell'alleanza e della fusione euroarabe, germogliate sul terreno dell'antisionismo. Ora, i rapporti tra Europa e Israele, cristianesimo ed ebraismo, non investono soltanto l'ambito geostrategico, ma rappresentano il vincolo ontologico e la linfa vitale di tutta la spiritualità dell'Europa cristiana. Israele, infatti, si è costruito sulla liberazione dell'uomo, mentre la dhimmitudine lo imprigiona nella schiavitù. Eurabia è figlia del ‘palestinismo' e non mi meraviglierei se un giorno, sotto la bandiera dell'Eurabia palestinizzata, i soldati eurabici corressero a sterminare in Israele i discendenti della Shoah. Il secondo Olocausto sarà chiamato: ‘Pace, amore e giustizia per la Palestina' e ‘Liberazione dall'apartheid'".
Leggendo Newsweek e gli altri campioni del giornalismo liberal si capisce quanto l'America sia ben lontana per capire Eurabia, che è un'idea e un destino più che una geografia o un flusso migratorio. L'oceano separa le certezze ireniche di William Underhill dalla paura che striscia nelle nostre città. Sebbene proprio in Eurabia sia nato l'11 settembre 2001. In un quartiere di vecchie case d'anteguerra in mattoni rossi, in una larga e squallida strada che fronteggia una ringhiera di sbarre. È a Wilhelmsburg, il quartiere industriale di Amburgo, in tre locali al terzo piano, che abitava e pregava Mohammed Atta, il capo degli attentatori delle Twin Towers. Furono pianificate in Eurabia quel milione di tonnellate di detriti e tremila esseri umani trasformati in un mucchio di rovine fumanti.
© 2009 - FOGLIO QUOTIDIANO, 2009-08-01, http://www.icn-news.com/?do=news&id=7396

Chi non vuole vedere continuerà a non vedere, chi non vuole sentire continuerà a non sentire, chi non vuole capire continuerà a non capire, ma io non mi stancherò mai di far sentire la mia voce.

barbara


10 agosto 2009

AUSCHWITZ? QUALE AUSCHWITZ?

                                

No, scusate, ma la storiella di Auschwitz e delle camere a gas non era una bufala colossale montata dai sionisti per fregarsi la Palestina? E allora, fatemi capire, che cos’è che si dovrebbe RI-aprire adesso?

barbara


9 agosto 2009

NO PERCHÉ QUANDO MI METTO IN VIAGGIO IO RAGAZZI VERAMENTE

Dunque succede che ad un certo momento mi accorgo che la mia macchina beve olio come una puttana. La prima volta che ho occasione di portarla dal meccanico glielo dico, e gli chiedo di dare un’occhiata, ma lui se ne dimentica. Torno a ricordarglielo la volta dopo e quella dopo ancora; torno a ricordarglielo ogni volta che gliela porto, per tre anni, facendogli ogni volta presente che beve sempre di più. L’ultima volta, a giugno, mi garantisce che ci guarderà; poi quando la vado a riprendere lui non c’è quindi non posso chiedere se lo ha fatto, ma mi sento relativamente tranquilla. Parto dunque per il mare, col serbatoio dell’olio pienopienopieno, faccio 550 chilometri, all’arrivo controllo: è al di sotto del minimo. Per fortuna viaggio sempre con la mia scorta di olio, torno a riempire il serbatoio, alla fine della vacanza riparto; per sicurezza e per curiosità dopo 300 chilometri mi fermo e controllo: è al di sotto del minimo.
Arrivata a casa chiamo il meccanico e gliene dico di tutti i colori sulla faccenda che per tre anni gliel’ho detto ogni volta che gliel’ho portata e lui non ha mai fatto uno stramaledetto cazzo di niente e io nel frattempo ho consumato decine di litri di olio, ossia speso centinaia di euro più di ciò che avrei dovuto, e in che condizioni mi ritrovo a viaggiare, col rischio di finire ogni momento col motore abbrustolito ecc. ecc.. Con la sua bella vocetta pacata mi dice: “Ma signora, se consuma troppo olio non c’è niente che si possa fare! L’unica a questo punto è revisionare tutto il motore”. Chiestogli il costo, realizzo che la cosa mi costerà tutta la tredicesima (prossima ventura) più quattro mesi a pane e acqua più il rinvio sine die della cura della carie sull’incisivo, ma non ho alternative. Gliela porto, il venerdì pomeriggio, facendogli presente che il giovedì mattina devo partire, e quindi per il mercoledì pomeriggio mi serve. Dice, non si preoccupi. Il mercoledì chiamo nel primo pomeriggio per sentire come siamo messi. Dice: “Per sicurezza ho ordinato delle fascette elastiche, mi arriveranno domani pomeriggio verso le quattro e mezza: per lei va bene?” No, dico, NON mi va bene proprio per niente perché io parto domani mattina, come le ho RIPETUTAMENTE ricordato. Dice, ma non si preoccupi, gliene do un’altra. La cosa, sinceramente, non mi entusiasma: ho sempre guidato ogni tipo di macchine, ma un conto è fare qualche giro, o andare a scuola, altro è fare centinaia di chilometri con una macchina che non conosco. Dice, ma non si preoccupi, gliene do una uguale alla sua. Per che ora le serve? Dico, mi sarebbe comodo averla verso le cinque, così farei in tempo ad andare dal dottore. Dice, adesso chiamo il cliente che ce l’ha adesso e chiedo, richiami fra mezz’ora che glielo so dire. Richiamo, dice che la riceverà alle sei e mezza. Cancello il dottore dal programma e dico va bene, anche perché a questo punto mi deve andare bene per forza. Alle cinque e tre quarti mi sto pettinando per uscire quando mi suona il cellulare. È lui, dice che il cliente ha chiamato che c’è tanto traffico e arriverà in ritardo. Alle sette mi informa che no, per quella sera non ce la fa, comunque domani mattina me la porta lui, alle otto è a casa mia con la macchina, garantito. Io ovviamente alle sette mi sveglio (andata a letto alle quattro e mezza) e aspetto il meccanico con la macchina. Alle dieci meno cinque chiama per informarmi che sta arrivando, cinque minuti ed è qui. E alle dieci e un quarto arriva. Con una Fiat Punto al posto di un’Alfa 147 (e grigina al posto di rossa, non so se mi spiego).
Parto, dunque, e al posto delle solite tre ore ne impiego quattro e mezzo, sia perché la differenza di cilindrata si sente, sia perché con un’auto che non conosco e che non è mia più di tanto non mi fido a correre. Vabbè, dopo queste quattro ore e mezza arrivo a duecento metri dall’albergo, e qui inizia la gimkana – e meno male che il Checco me l’ha spiegata e disegnata – perché quei duecento metri sono a senso unico e non ci posso andare, e quindi devo girare a destra, fare un mezzo chilometro, girare a sinistra, fare un centinaio di metri, girare a destra, arrivare alla rotatoria, andare a sinistra, fare circa un chilometro fino al bivio, lì prendere a sinistra, fare alcune centinaia di metri, girare intorno a Porta Pontecorvo andando a sinistra, poi subito andare a destra, passare il ponte, andare a sinistra e costeggiare tutto il Santo, e sono arrivata. Senonché adesso succede che arrivata a Porta Pontecorvo trovo lavori in corso e il cartello “Deviazione” che mi manda a infilarmi in una stradina. Farà il giro del Santo dall’altra parte, penso, uscirà all’orto botanico. E dunque infilo la stradina, la seguo tutta diligentemente e arrivo … nel culo di un vicolo cieco. E qua mi viene quasi quasi da ringraziare di avere la Punto, perché girarsi nel culo di un vicolo sono cazzi acidi, e con la mia garantito che come minimo mi ci volevano otto manovre. Con questa invece con due me la cavo. Finito di girarmi faccio segno a un ragazzino in moto che sta esattamente di fronte a me di avvicinarsi, per chiedergli come cavolo si esce da lì. Lui mi si mette di fianco alla macchina e comincia a spiegarmi quando un altro tizio, che non si è mica capito che cavolo di manovra stesse facendo, parte sparato in retromarcia senza guardare dietro, centra in pieno il ragazzino e lo stende secco. Bontà sua non è un pirata e non scappa – anche perché con me ferma alla sua sinistra, una macchina parcheggiata alla sua destra, un cancello chiuso davanti e il ragazzino con la moto dietro per terra, la vedo dura davvero riuscire a scappare. E dunque spegne il motore, apre la porta, balza fuori e si precipita dietro - a controllare se l’impatto con la moto gli ha graffiato la carrozzeria. Poco prima di partire avevo aperto il cassettino e tirato fuori gli amuleti di viaggio da mettermi al collo. Come in altra occasione ho avuto modo di spiegare, non è che ci creda, naturalmente, ma dato che una volta che ero partita in fretta e li avevo dimenticati è capitato letteralmente di tutto, dal decollo con due ore di ritardo all’atterraggio con un motore in fiamme a un miliardo di altre cose, visto che niente mi costa da allora ho sempre provveduto a prenderli. E dunque li prendo e mi cadono per terra. Non sono superstiziosa, ma mi fa una brutta impressione. Poco dopo apro lo sportello della credenza per cercare dei tovaglioli di carta per i tramezzini, urto un bicchiere che cade per terra e va in mille pezzi. E il prossimo cosa sarà? mi chiedo. Il prossimo è il Cristo del Corcovado di legno che mi è stato portato dal Brasile e che da ventotto anni se ne sta lì, sopra la credenza, senza che mai gli sia venuto in mente di cadere. A questo punto mi metto tranquilla: a tre siamo arrivati, quindi siamo a posto. E invece no, mancava ancora il ragazzino. Che si è rialzato da solo e mi ha assicurato di non essersi fatto male, ma è stato uno shock non da poco lo stesso, sia per lui che per me – per quello della macchina non so. Uscita dal labirinto, ho trovato che l’unica strada percorribile era quella da cui ero arrivata. Per fortuna ho trovato un buco da fermarmi, ho chiamato l’albergo, e lì mi hanno spiegato che bisogna fare la strada che normalmente non si può fare e che per la durata dei lavori è stata ripristinata come strada a doppio senso di marcia.
E stamattina partenza per il rientro, con traffico mostruoso, un’ora e mezza da Verona a Rovereto, una sessantina di chilometri, e cinque ore per tutto il viaggio. E ad un certo momento, mentre ero lì in coda, un metro e ferma, due metri e ferma, finito di ascoltare per la quinta volta il concerto di Central Park, decido di cambiare CD. Sfilo dunque quello che è inserito, e automaticamente si attiva la radio. Dalla quale mi arriva “… sinagoghe incendiate … massacri di ebrei …”. Era un ebreo libico, e io lì, per tutto il tempo che ha parlato, ad ascoltarlo con una pelle d’oca che mi ha poi accompagnata per tutto il resto del viaggio, e con in mano il CD che avrei dovuto inserire: un CD di Dalidà, cacciata dall’Egitto insieme a migliaia di italiani e migliaia di ebrei, molti dei quali vivono ora fra di noi.
Quanto alla mia macchina che giovedì scorso era sicuramente pronta, prima di partire ho detto al meccanico: “Io torno domenica, quindi lunedì gliela porto e riprendo la mia”. Ha risposto: “Sì, ma se non è pronta può tranquillamente tenere questa”. Dico: “Ma io martedì pomeriggio devo andare a Bressanone!” E lui: “Sì sì, può andarci con questa, non ci sono mica problemi” … (Ma se domani non è pronta gli rifaccio vedere i sorci verdi, giuro).

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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