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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 maggio 2009

DE NOEMEIDE

Essendo convinta che, se pure l’abuso di dietrologia può avere effetti nefasti, la dietrologia in sé è tuttavia cosa quasi scientifica, ritengo legittimo chiedermi: che cosa c’è dietro questa inarrestabile e incontenibile noemeide che straripa da tutte le parti e ci sta ormai soffocando? Perché i giornali sono invasi, pagine e pagine, dal noemi-pensiero e dal letiziame tutto? Perché non c’è angolo di carta stampata in cui non trovino spazio gli alti lai di Donna Veronica come se fosse l’unica moglie cornuta del Pianeta Terra – e pensare quante ce ne sono, invece, che oltre ad essere cornute non hanno neppure né ville né miliardi né papponi direttori di giornali amici pronti a raccoglierne amorosamente ogni singhiozzoso sospiro? A me tutto questo ricorda la tecnica del prestigiatore che con voce stentorea intima: “Guardate bene la mia mano destra! Guardate bene la mia mano sinistra!” e tutto questo, lo sappiamo perfettamente, ha l’unico scopo di farci guardare dove vuole lui e impedirci di guardare, anche solo per sbaglio, là dove il trucco sta avvenendo. E a questo punto mi coglie anche il sospetto che Miriam Bartolini – ché chiamare la moglie del Presidente del Consiglio col nome d’arte di un’attricetta da due soldi mi sembra davvero poco decoroso – ben lungi dall’essere una controparte umiliata e offesa e cornuta e mazziata vittima del satiro inviagrato, sia invece complice consapevole e molto molto attiva del suddetto gioco di prestigio. Per coprire che cosa?
Mills? Who is this man? Women come and go talking of Michelangelo.

barbara


30 maggio 2009

PRONTO SOCCORSO

Continuano a dirmelo tutti, per telefono, per email, per SMS, di persona le colleghe, da quando quella pallonata in faccia mi ha scaraventato la testa contro il muro: vai al pronto soccorso. E la mia risposta è sempre la stessa: neanche morta. Perché è un film, dalla trama purtroppo immutabile, che conosco anche troppo bene. Tu arrivi lì con un disturbo qualsiasi – capogiri, mal di pancia, mal di stomaco, debolezza, nausea, non importa cosa – e la prima cosa che fanno è di attaccarti alla flebo. Io dico, no, guardi, io non posso fare la flebo, le mie vene non la sopportano. Mi rispondono, ma le nostre infermiere sono bravissime. Replico: non è questione di infermiere, è questione di vene. Le mie non sopportano la flebo. Dicono, ma proviamo. Rispondo, non ho bisogno di provare, lo so. Siccome sono tutti degli emeriti figli di puttana, se no non sarebbero andati a fare quel mestiere, insistono: lo sanno che se sei lì è perché stai male, lo sanno che stando male non potrai resistere all’infinito, lo sanno che prima o poi riusciranno a prenderti per stanchezza, e infatti ti ci prendono. Regolarmente. Giurano che appena comincerà a farti male non avrai che da dirlo, e loro te la toglieranno immediatamente. E io, cogliona, cedo. So perfettamente che mezz’ora di flebo significherà due mesi di flebite, due mesi a non dormire la notte per il dolore, due mesi a massacrarmi lo stomaco di antiinfiammatori solo per riuscire a non urlare dai dolori al braccio, due mesi a girare con il braccio sorretto dall’altra mano perché il peso del braccio a penzoloni mi schianterà dal dolore, e so altrettanto bene che non esiste medico al mondo che abbia mai mantenuto una promessa, eppure cedo. Per stanchezza, appunto. Mi mettono la flebo e dopo un minuto comincia a farmi male. Dopo due minuti mi fa molto male. Dopo tre minuti il dolore è insopportabile. Dopo quattro minuti suono il campanello e chiedo che mi tolgano la flebo. “Non se ne parla neanche! – dice perentoria l’infermiera – Ho appena parlato con la dottoressa, ha detto che la deve fare tutta” e se ne va. E a questo punto non mi resta che fare da me. L’ago infilato nel braccio è molto grosso, e quando si toglie bisogna premere fortemente nel punto d’innesto con un grosso batuffolo di cotone. Ma io non ho due mani libere, e quindi lo sfilo e basta. E il sangue schizza da tutte le parti, trasformando la stanza in una macelleria. Poi se la prendono con me perché “queste cose non si fanno”. Ogni volta. Sempre uguale come un copione scritto e imparato a memoria.
Al pronto soccorso? Dovrete passare sul mio cadavere.

barbara


29 maggio 2009

… E CONTINUO AD ASPETTARE …

(Ricevo dall’amico Paolo e pubblico)

... che chi si stracciava le vesti quando Israele combatteva a Gaza reagisca in qualche modo..
... che chi cambiava la sua foto su facebook e la sostituiva con la bandiera della pace faccia lo stesso ora...
... ma continuo ad aspettare....

http://edition.cnn.com/2009/WORLD/asiapcf/05/29/srilanka.death.toll/index.html 

20.000 morti in Sri Lanka giusto nelle fasi finali della guerra...

e chi si ne frega? Mica sono palestinesi. Mica sono stati attaccati dagli Amerikani o dagli Israeliani...






Le immagini più atroci ve le risparmio, ma ce ne sono, oh se ce ne sono!

barbara


28 maggio 2009

DOV’ERI? (partendo per la tangente)

Era una di quelle canzoncine strappabudella cantata dalla voce straziata e straziante di Ivana Spagna (chi non la ricordasse o avesse voglia di riascoltarla clicchi qui): dov’eri quando io ti cercavo, dov’eri quando io ti chiamavo, dov’eri quando io ti invocavo, dov’eri quando quasi morivo per te … L’ho risentita recentemente e quell’ossessivo, martellante “Dov’eri?” mi ha richiamato alla memoria un altro, altrettanto ossessivo e altrettanto martellante “Dov’eri?” che ha a sua volta scatenato, partendo per la tangente, un’intera catena di collegamenti e ricordi e riflessioni, che si è conclusa con un sonoro: “Ma che razza di puttane!”
Stava andando in onda la consueta diretta non-stop del dopo elezioni – non ricordo quale edizione. In studio c’era Mario Pastore che aggiornava continuamente sui dati, man mano che arrivavano; dietro le quinte c’era Renzo Arbore, che nelle inevitabili pause interveniva ad intrattenere gli spettatori con qualche esibizione, e il pomeriggio procedeva così, tra informazione e intrattenimento … fino a quando non ha fatto irruzione nello studio Marco Pannella che aggredendo, letteralmente, il povero Pastore, ha attaccato a sbraitare: “Noi abbiamo fatto questo e tu dov’eri, eh, dov’eri?! Noi abbiamo fatto quest’altro e tu dov’eri, eh, dov’eri?! E noi eravamo qui e noi eravamo là e noi ci siamo battuti per questo e noi ci siamo battuti per quello e tu dov’eri, eh, dov’eri?!” Il povero Pastore lì a guardarlo muto, un po’ perché annichilito, un po’ perché in ogni caso l’energumeno selvaggio piombato nello studio non gli avrebbe comunque lasciato lo spazio neanche per dire “a”. E annichiliti anche noi spettatori, ovviamente, che la risposta ai deliranti “dov’eri?” del delirante – come sempre – Pannella la conoscevamo benissimo: Pastore era stato lì, a fare onestamente il mestiere che era stato chiamato a fare. E questo delirio, questa disonestissima aggressione a uno che non stava facendo altro che il suo mestiere, mi ha richiamato alla mente altre invasioni di campo di Pannella e della sua banda, delle quali solo adesso ho improvvisamente percepito la profonda disonestà: quando, nella loro battaglia a favore dell’aborto, facevano irruzione in qualunque tipo di programma e manifestazione srotolando gigantografie di poveri bambini africani, miseri scheletrini divorati dalla malnutrizione, dagli occhi immensi e privi ormai di qualunque espressione, gridando: “È questo che volete?!” Eccheccazzo, mi sono detta di colpo, ma quando mai le mamme africane hanno desiderato abortire? Ma quando mai le mamme africane hanno chiesto di abortire? Ma quando mai le mamme africane hanno considerato una nuova gravidanza come una disgrazia e non come una benedizione? Ecco, è stato in quel momento che improvvisamente, con qualche decennio di ritardo, mi sono resa conto di quale mostruoso sfruttamento di quelle immagini avessero fatto, per anni, Pannella e Bonino e Aglietta e tutto il resto della banda. Di quale oscena manipolazione della fame in Africa avessero perpetrato per conseguire unicamente un obiettivo PERSONALE: poter trombare liberamente senza il fastidio di pillole e preservativi e quant’altro (perché la pillola c’era in quegli anni: io lo so perché la prendevo; c’era il modo di trombare liberamente senza restare incinte, se solo lo si voleva) e poi, una volta incinte, abortire a spese della mutua. La tragedia di milioni di bambini africani oscenamente, ignobilmente, spudoratamente, criminalmente strumentalizzata per fini elettoral-chiaverecci. È stato allora che ho detto: “Ma che razza di puttane!”
La stessa puttanitudine che ora gli fa oscenamente sfruttare sei milioni di morti esibendo come simbolo il loro marchio d’infamia e di oppressione. (Qui un’utile riflessione)



barbara


27 maggio 2009

IRAN E INTERNET



barbara


26 maggio 2009

È ARRIVATA!

Ebbene sì, anche qui: bella, calda, colorata, travolgente.

                            



                



                



                                



barbara


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25 maggio 2009

IL VESTITO BELLO

La lettura era tratta dal libro “Racconti della resistenza europea” di Lucia Tumiati. Raccontava di un ghetto che non viene nominato, ma che dovrebbe essere quello di Varsavia, dei bambini che vivono tutti raccolti nella scuola perché i loro genitori non ci sono più, della vecchia maestra Tamara che deve badare a tutti loro, degli spari per strada perché questa volta gli ebrei hanno deciso di non farsi prendere vivi e di morire come vogliono loro e non come vogliono gli altri, del soldato tedesco che ad un certo punto si affaccia alla finestra e dice che devono andare. E la maestra, prima di metterli in fila, ogni bambino piccolo per mano a uno più grande, ordina loro di mettersi il vestito bello. Ci speravo ma non ci contavo troppo, quando ho fatto la domanda: “Perché, secondo voi, gli fa mettere il vestito bello?” Ci speravo ma non ci contavo, e invece uno ha alzato la mano e lo ha detto: “Per morire con dignità”.
Mi sono commossa. (Meditate che questo è stato)

    

   



 

     
     
                                                  

barbara


24 maggio 2009

GAZA, O L’IPOCRISIA SENZA PARI

L’originale, come si può constatare dal contenuto dell’articolo, è di qualche mese fa, ma vale la pena di leggerlo. La traduzione è mia; mentre lo stavo traducendo mi sono accorta che ci sono già delle traduzioni in rete, ma avendo constatato che sono piene di errori, sia di traduzione che di grammatica italiana, ho preferito completare il lavoro e offrirvi la mia.

Dalla parte araba, Kountrass News nº 115 - Iyar 5769 / Maggio 2009

Dalla parte araba si possono leggere a volte dei testi di una sorprendente lucidità. È il caso dell’articolo che segue, redatto da Wafa Sultan – www.Aafaq.org – sociologa di origine siriana, residente negli Stati Uniti e molto impegnata nella denuncia del pericolo islamista.


[…] Poiché poco m’importa di soddisfare gli uni, di difendere gli altri o di evitare la collera dei terzi, posso dire che Hamas non è altro che una secrezione islamica terrorista il cui comportamento irresponsabile nei confronti della propria popolazione gli impedisce di elevarsi al livello di un governo. Ma questo è conforme all’abitudine, dato che nel corso della storia non è mai accaduto che una banda di criminali islamici abbia rispettato i suoi amministrati. […] Io non pretendo di difendere Israele, perché gli ebrei non hanno chiesto il mio parere in merito alla loro Terra promessa. Se mi domandassero il mio parere, consiglierei loro di bruciare tutti i loro libri sacri e di lasciare la regione e salvarsi la pelle. Perché i musulmani costituiscono una nazione rigida, priva di cervello. Ed è una cosa contagiosa. Tutti coloro che li frequentano perdono il cervello …
Prima della creazione dello stato di Israele, la storia non ha mai menzionato una guerra che implicasse gli ebrei, né che un ebreo abbia comandato un esercito o guidato una conquista. Ma i musulmani sono dei combattenti, dei conquistatori e la loro storia non manca di esempi e di racconti di conquiste, di morti, di ammazzamenti, di razzie … Per i musulmani uccidere è un piacere. E se non trovano un nemico da uccidere, si uccidono tra di loro.
È impossibile per una nazione che educa i suoi bambini al culto della morte e del martirio per piacere al proprio Creatore, insegnare allo stesso tempo l’amore per la vita. Ha forse un valore la vita per una società che inculca ai suoi bambini che devono uccidere o essere uccisi per andare in paradiso?
[…] Dall’inizio dell’operazione israeliana contro Gaza sono bombardata di email provenienti da lettori musulmani che chiedono il mio parere su ciò che succede a Gaza. Io non sono interessata a ciò che accade lì, ma sono interessata alle motivazioni che animano coloro che mi scrivono. Sono convinta che ciò che li spinge non è la condanna dell’orrore, né la condanna della morte che imperversa a Gaza. Perché se la motivazione fosse realmente la condanna della morte, questi stessi lettori si sarebbero fatti sentire in altre occasioni in cui la vita è minacciata.
Coloro che condannano il massacro di Gaza in difesa della vita in quanto valore, dovrebbero chiedermi il mio parere ogni volta che questa vita-valore viene minacciata.
Ora, più di 200.000 musulmani algerini sono stati massacrati da altri musulmani algerini in questi ultimi quindici anni, senza che alcun musulmano ne sia stato turbato. Donne algerine violentate dagli islamisti hanno testimoniato e raccontato che i loro stupratori pregavano Allah e imploravano il suo profeta prima di stuprare le loro vittime. Ma nessuno mi ha chiesto il mio parere. Più di 20.000 cittadini siriani musulmani sono stati massacrati dalle autorità (a Hama nel 1983) senza che alcun musulmano reagisse e senza che nessuno mi chiedesse il mio parere su questi massacri di stato. Dei musulmani si sono fatti esplodere in degli alberghi giordani
uccidendo musulmani innocenti che celebravano matrimoni, simboli della vita-valore, senza che alcuna manifestazione fosse organizzata attraverso il mondo, e senza che fosse chiesto il mio parere. In Egitto recentemente degli islamisti hanno attaccato un villaggio ed hanno massacrato 21 contadini, senza che un solo musulmano denunciasse questo crimine. Saddam Hussein ha sepolto vivi più di 300.000 sciiti e curdi, e molti di più ne ha gassati, senza che un solo musulmano osasse reagire e denunciare questi crimini.
Al culmine dei bombardamenti di Gaza, una donna musulmana, fedele e pia, si è fatta esplodere in Iraq in una moschea sciita, uccidendo una trentina di innocenti, senza che i mass media o i musulmani se ne commuovessero. Alcuni mesi fa anche Hamas aveva ucciso undici persone di una stessa famiglia palestinese, accusati di appartenere al Fatah, senza che in Europa o nel mondo arabo fossero organizzate manifestazioni, e senza che alcun lettore mi scrivesse per inviarmi le sue proteste.
Così, la vita non ha valore per il musulmano. Altrimenti avrebbe denunciato ogni attentato alla vita, chiunque ne sia la vittima. I palestinesi ed i loro sostenitori denunciano i massacri di Gaza, non per l'amore della vita, ma per denunciare l'identità degli uccisori. Se l'uccisore fosse musulmano, appartenente a Hamas o al Fatah, non ci sarebbe stata alcuna manifestazione.
[…] La CNN ha diffuso un documentario su Gaza mostrando una donna palestinese che si lamenta e grida: ma cosa hanno fatto i nostri bambini per essere uccisi così? Ma chissà? Forse si tratta della stessa palestinese che gioiva due anni fa quando uno dei suoi figli si era fatto esplodere in un ristorante di Tel Aviv e che affermava di sperare che gli altri suoi figli seguissero lo stesso esempio e diventassero martiri.
Ma quando l'ideologia e l'indottrinamento sono di tale bassezza, diventa normale che questa palestinese neghi ogni valore alla vita. Altrimenti piangerebbe i suoi figli nello stesso modo quando si uccidono in un attentato suicida a Tel Aviv o sotto le bombe israeliane. Poiché la morte è la stessa, quali che ne siano le circostanze, e va bandita, ed al contrario, la vita merita di essere vissuta o pianta.
Come posso dunque essere solidale con una donna che lancia grida di gioia quando uno di suoi figli si fa esplodere contro gli ebrei, e piange quando gli ebrei uccidono gli altri suoi figli? Ma l'ideologia insegna ai musulmani che uccidere o essere ucciso permette ai fedeli di guadagnare il paradiso. E allora, perché piangere i palestinesi di Gaza mentre non hanno mosso un mignolo per gli iracheni, gli Algerini, gli Egiziani o i Siriani, benché anch’essi tutti musulmani?
[…] Dopo quanto detto, sono certa che coloro che mi scrivono e mi chiedono il mio parere su ciò che avviene a Gaza cercano di farmi dire ciò che possono utilizzare per accusarmi e condannarmi, o per farmi dire ciò che non possono esprimere in prima persona.
[…] Borhane, un giovane palestinese di 14 anni, ha perso le braccia, le gambe e la vista nell'esplosione di una mina in Cisgiordania una decina d’anni fa. La Comunità palestinese negli Stati Uniti si è mobilitata per aiutare a finanziare la sua ospedalizzazione nella speranza di salvare il salvabile. In occasione di un pranzo organizzato in suo favore in California, la più ricca palestinese degli Stati Uniti si è presentata in pelliccia, ed ha chiamato Borhane un eroe. Si è rivolta a questo pezzo di carne inerte: 'Borhane sei il nostro eroe. Il paese ha bisogno di te. Devi tornare nel paese per impedire ai sionisti di confiscarlo…' Ma l'ipocrisia della palestinese più ricca degli Stati Uniti le impedisce di inviare i propri figli a difendere la Palestina contro i sionisti. Esattamente ad immagine dei capi di Hamas che chiedono i sacrifici a Gaza, ma restano al riparo a Damasco ed a Beirut.
La guerra contro Gaza è certamente un orrore. Ma ha il merito di rivelare un'ipocrisia senza pari nella storia recente dell'umanità. Un'ipocrisia che promuove i fratelli musulmani siriani che annunciano di abbandonare le loro attività d'opposizione per serrare i ranghi contro i sionisti. Ma questi fratelli musulmani hanno il diritto di dimenticare i crimini del regime commessi contro loro a Hama, Homs e Aleppo? Prima di riconciliarsi con il regime per lottare contro i sionisti, questi fratelli musulmani hanno denunciato i crimini commessi dai loro alleati e partner (nella confraternita) in Algeria ed in Iraq? Hanno denunciato la morte di centinaia di migliaia di sciiti in Iraq sul ponte degli Ulema a Baghdad, polverizzato da uno dei vostri conformemente agli insegnamenti della vostra religione di pace e di misericordia? Avete una sola volta denunciato le estorsioni contro i cristiani in Iraq? O contro i copti in Egitto? La vostra ipocrisia ci impedisce di credere ai vostri sentimenti verso i bambini di Gaza, poiché voi siete responsabili di peggio.
Proviamo ad immaginare ciò che Hamas avrebbe fatto a Fatah e agli altri, se possedesse la tecnologia e le armi di Israele? Proviamo ad immaginare ciò che l'Iran avrebbe fatto ai sunniti della regione, se detenesse le armi moderne che possiede Israele?
Sarebbe stato certamente il massacro garantito.
Ho recentemente incontrato un religioso Indù in occasione di una conferenza dedicata alla guerra contro il terrorismo. Mi ha detto: "Tutte le guerre si sono svolte tra il bene ed il male. Eccetto la prossima, deve svolgersi tra il male ed il male". Non avendo compreso le sue parole gli ho chiesto spiegazioni. Mi ha detto: "Sono contro la presenza americana in Iraq ed in Afganistan. Se gli Stati Uniti vogliono vincere la guerra contro gli islamisti, devono ritirarsi e lasciare i due poli del male ammazzarsi tra di loro. I sunniti e gli sciiti, nutriti di odio, si combatteranno e si neutralizzeranno".
Tirando la conclusione di queste parole piene di saggezza, si può dire che Israele contribuisce oggi, inconsapevolmente, al successo dell'islam. Attaccando a Gaza, Israele incita i musulmani a rendersi solidali e a superare le loro divergenze. E settembre nero in Giordania è ancora in tutte le menti [...]. Ciò che sono capaci da fare gli Arabi ed i musulmani supera ogni immaginazione. Un carro armato giordano aveva investito un palestinese, quindi il conducente del carro è sceso dal suo blindato ed ha imbottito la bocca della sua vittima con un giornale… Un comportamento che nessun soldato israeliano ha avuto in Gaza. Inoltre, durante i massacri di Hama in Siria, militanti dei fratelli musulmani inzuppavano le loro mani nel sangue delle vittime per scrivere sulle pareti: Allah Akbar, gloria all'islam. Non ho mai sentito che un ebreo abbia scritto con il sangue di un altro ebreo slogan alla gloria del giudaismo. Lo dico con una stretta al cuore: per salvare l'umanità dal terrorismo, occorre che il mondo libero si ritiri e lasci che i musulmani si uccidano tra di loro.
Mi ricordo quando studiavo all'università di Aleppo, e l'allora ministro siriano della difesa Mustapha Tlass era venuto ad incontrarci. In uno slancio d'ipocrisia, Tlass ci aveva detto: "Israele teme la morte, e la perdita di uno dei suoi soldati gli fa paura e male. Ma noi abbiamo molti uomini ed i nostri uomini non temono la morte". Qui sta la differenza tra le due concezioni e i due campi, e la testimonianza di Tlass sembra avere ispirato i dirigenti di Hamas oggi.
Così lo sterminio di tutti i bambini di Gaza importa poco ai dirigenti islamisti e a Hamas, perché la vita non ha alcun valore per loro. Si rallegrano semplicemente della morte di alcuni soldati israeliani. Per gli islamisti, l'obiettivo della vita è di uccidere o farsi uccidere per guadagnare il paradiso.
La vita non ha dunque alcun valore.
Se il Profeta Maometto avesse saputo che gli ebrei avrebbero un giorno volato a bordo degli F-16, non avrebbe ordinato ai suoi discepoli di ucciderli fino all’giorno ultimo. I suoi discepoli devono modificare quest'ideologia per pietà per le generazioni future, e per salvare la propria discendenza e prepararle una vita migliore, lontano dall'idealizzazione della morte.
I musulmani devono cominciare dal cambiamento di se stessi, per poter cambiare la vita. Devono rifiutare la cultura della morte insegnata e trasmessa dai loro libri. Solo quando ci saranno riusciti non avranno più nemici. Perché chi impara ad amare il proprio figlio più che a odiare il suo nemico apprezzerà meglio la vita. Inoltre la terra non vale mai la vita di nessuno, e gli Arabi sono il popolo che meno ha bisogno di terra. Ma, paradossalmente, è il popolo che odia di più la vita. Quando comprenderanno gli Arabi quest'equazione e cominceranno ad amare la vita?

NOTA DI KOUNTRASS: Se ci venisse chiesto, risponderemmo negativamente: si tratta di una disposizione ben più profonda che un semplice tratto culturale: si tratta di una natura essenziale del mondo arabo.

NOTA DI BARBARA: È di qualche conforto constatare che anche dal mondo arabo-musulmano riesce a levarsi qualche voce coraggiosa (più spesso di donne che di uomini: sarà un caso?). Molto meno confortante è il dover rilevare che sono quasi esclusivamente arabi o musulmani che risiedono molto lontani dai luoghi d’origine a potersi permettere il “lusso” di far sentire la propria voce al servizio della verità, della giustizia, della pace. In una parola, della VITA. (Invito chi ancora non conoscesse questa donna straordinaria e guardare questo video, altro sublime esempio del suo incredibile coraggio e della sua eccezionale lucidità).


barbara


AGGIORNAMENTO: sempre in tema di donne coraggiose, assolutamente obbligatorio vedere questo.


23 maggio 2009

PALLONATA IN FACCIA

Mancava ancora alla mia esperienza scolastica. Adesso non manca più.

barbara


22 maggio 2009

FABBRICARE VITTIME: UN AFFARE REDDITIZIO

Gaza: uno sguardo dall’interno.

Wall Street Journal - Marzo 2009

Questo mese dei donatori da tutto il mondo hanno investito 4,5 miliardi di dollari per l’aiuto a Gaza. Mi ha molto addolorata assistere alla degradazione della situazione umanitaria in questi ultimi anni in quella stretta striscia di terra in cui ho trascorso la mia infanzia negli anni Cinquanta.
I media attribuiscono sistematicamente il declino di Gaza alle azioni militari ed economiche israeliane contro Hamas. È un’analisi miope che ignora il problema d’origine che ne è alla base: 60 anni di politica araba hanno cristallizzato lo status del popolo palestinese in quello di rifugiati senza terra per utilizzare la loro sofferenza come arma anti-israeliana.
Bambina a Gaza, sono stata personalmente vittima dei primi frutti di questa politica. L’Egitto, che amministrava all’epoca questo territorio, conduceva delle operazioni di guerriglia contro Israele partendo da Gaza. Mio padre comandava queste operazioni, perpetrate dai fedayin palestinesi (è il termine arabo per «sacrificare la propria vita») e Gaza era già il fronte della Jihad araba contro Israele. Mio padre fu assassinato dalle forze israeliane nel 1956. In quegli stessi anni, la Lega araba ha lanciato la sua politica dei rifugiati palestinesi. I paesi arabi hanno messo in atto delle leggi finalizzate a rendere impossibile l’integrazione dei rifugiati palestinesi della guerra condotta nel 1948 contro Israele. Al punto che i discendenti di questi rifugiati, nati in altri paesi arabi in cui hanno trascorso tutta la loro vita, non hanno mai potuto ottenere il passaporto di questo paese. Persino quando sono sposati a un cittadino di un paese arabo, non possono diventare cittadini del paese del loro congiunto.
Resteranno «Palestinesi» anche senza avere mai messo piede in Giudea-Samaria o a Gaza. Questa politica che li costringe a mantenere l’identità palestinese per l’eternità condannandoli a una vita miserabile nei campi profughi, è stata concepita per perpetuare ed esacerbare la crisi dei rifugiati palestinesi.
Lo stesso vale per la sovrappopolazione di Gaza. L’UNRWA, sostenuta politicamente dai paesi arabi, incoraggia il tasso di natalità ricompensando le famiglie numerose. Yasser Arafat era solito dire: «Le nostre armi migliori sono i ventri delle nostre donne»! I paesi arabi fanno pressione affinché il maggior numero possibile di palestinesi siano registrati come «rifugiati». Ne consegue che quasi un terzo dei palestinesi di Gaza vivono ancora in campi di transito.
Da 60 anni i palestinesi vengono usati e sfruttati dai regimi arabi così come dai terroristi palestinesi per combattere contro Israele.
Adesso è l’organizzazione islamista terrorista Hamas – sostenuta dall’Iran – che utilizza e sfrutta i palestinesi con il medesimo obiettivo. Quando i leaders di Hamas si nascondevano nei bunker e nei tunnel che avevano accuratamente preparato prima di provocare Israele attaccandolo, erano loro, i civili palestinesi, ad essere esposti in prima linea al fuoco incrociato fra Hamas e i soldati israeliani.
Risultato di 60 anni di questa politica araba, Gaza è diventata un campo di prigionia per un milione e mezzo di palestinesi. Sia Israele che l’Egitto temono le infiltrazioni terroristiche da Gaza, soprattutto dopo la presa di potere di Hamas, e mantengono stretti legami per controllo ferreo della loro frontiera comune con Gaza.
I palestinesi continuano a sopportare disagi perché Gaza continua a servire da rampa di lancio per sferrare attacchi terroristici contro i cittadini israeliani. Questi attacchi orchestrati da Hamas prendono la forma di missili puntati indifferentemente su asili infantili, case o aziende.
E Hamas continua i suoi attacchi due anni dopo il ritiro da Gaza, che avrebbe dovuto condurre al processo di costruzione di uno stato palestinese e favorire una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese. Non c’era alcun segno di «ciclo di violenza», allora, alcuna giustificazione per altro che non fosse la pace e la prosperità. Ma al posto di queste Hamas ha scelto la Jihad islamica. La speranza degli abitanti di Gaza e degli israeliani si è trasformata in miseria per i palestinesi e in missili per gli israeliani.
Hamas, sostenuto dall’Iran, è diventato un pericolo non solo per Israele, ma anche per i palestinesi così come per i loro vicini arabi degli altri stati, che temono che l’espansione dell’islam radicale destabilizzi i loro paesi.
Gli arabi proclamano il loro sostegno e la loro passione per il popolo palestinese, ma sembrano più interessati al loro sacrificio! Se amassero davvero i loro fratelli palestinesi, farebbero pressione su Hamas affinché smetta di lanciare missili contro Israele. A più lungo termine, il mondo arabo deve porre fine allo statuto di rifugiato dei palestinesi e di conseguenza il loro desiderio di nuocere a Israele. Sarebbe ora che i 22 paesi arabi aprissero le loro frontiere e assorbissero i palestinesi di Gaza che desiderano rifarsi una vita. È ora che il mondo arabo aiuti realmente i palestinesi piuttosto che utilizzarli …

Noonie Darwish, cresciuta a Gaza e poi al Cairo, ha appena pubblicato “Cruel and Usual Punishment”, Thomas Nelson, 2009. (Traduzione mia)

Anche così, va da sé la colpa resta sempre di Israele: come ci ha insegnato la storia, nel ’67 la colpa è stata di Israele perché “Israele ha sparato il primo colpo” e nel ’73 la colpa è stata di Israele perché “non importa chi ha sparato il primo colpo”. Superior stabat lupus, ma è impossibile che la colpa sia sua, neanche per la cacca che sta proprio proprio sotto il suo didietro. E tuttavia la speranza è sempre l’ultima a morire, e dunque si continua a tentare di far passare qualche po’ di informazione, vedi mai che qualche spiraglio di luce non riesca a raggiungere qualcuno non ancora del tutto accecato.



barbara


22 maggio 2009

VOGLIO VOGLIO VOGLIO VOGLIO

Quest'uomo!

barbara


21 maggio 2009

C’ERA UNA VOLTA LO SCIOPERO DELLA FAME

Era l’arma estrema di chi non aveva altre armi se non la propria stessa vita. Era l’ultima risorsa di chi era stato messo in condizioni tali da non essere disposto a continuare a vivere se tali condizioni non cambiavano. Era il ricatto disperato di chi rendeva il proprio oppressore responsabile della sua vita di fronte al mondo intero, al quale avrebbe dovuto renderne conto. E veniva usato, pertanto, in battaglie di importanza vitale, in difesa dei diritti umani, a sostegno di valori fondamentali, in lotte per la vita o per la morte. Abbiamo così letto in “Grigio è il colore della speranza” di Irina Ratušinskaja dello sciopero della fame delle prigioniere nei gulag sovietici in Siberia per chiedere un trattamento più umano. E nel bellissimo e agghiacciante “Voglio strappare al fango le tue ossa” di Jennifer Harbury abbiamo conosciuto la storia di una moglie prima, e vedova poi – la stessa autrice – in guerra contro i servizi segreti guatemaltechi e americani e del suo drammatico sciopero della fame in una disperata e disperante ricerca della verità. E abbiamo seguito in diretta – noi che abbiamo un po’ di anni sulle spalle – il fatale digiuno di Bobby Sands, morto a 27 anni in un carcere inglese. E, in queste ultime settimane, quello poi rientrato di Roxana Saberi allo scopo di ottenere un processo equo che riconoscesse la sua innocenza – e di motivi per non sentirsi troppo tranquilla a restare nel carcere di Evin ne aveva un bel po’, visto il precedente di Zahra Kazemi, per citare solo il più noto.
Adesso c’è un tizio (a proposito, carissimo, Lei che ha piantato su un bordello che non finiva più per cercare di salvare dalla forca Saddam Hussein, lei che si è fatto ripetutamente riprendere accanto alla gigantografia del suo beneamato, per Delara neanche la rinuncia a una caramellina? Alzare un ditino? Sollevare un sopracciglino? No? Niente niente?) che fa lo sciopero della fame perché i giornali, a suo dire, non parlano abbastanza della candidatura sua e della sua compagna di partito alle prossime europee. Senta, signor Pannella, posso darle un consiglio? Si prenda un bel lassativo: è un buon modo anche quello per perdere peso, sa? E poi faccia un’altra bella cosa: si tolga quella stella gialla. Non è stata una buona idea, mi creda, e prima lo capisce e meglio è. Anche per lei.



barbara


20 maggio 2009

LA POLITICA VATICANA È SEMPRE PIÙ FILO ARABA

di Sergio Minerbi

Sergio Minerbi, il più illustre storico dei rapporti fra Vaticano e Israele, ha scritto per Informazione Corretta, una lucida analisi del viaggio di Benedetto XVI nella cosidetta Terra Santa. Questi sono i fatti, incontrovertibili.

Papa Benedetto XVI è ripartito da Israele, la paralisi del traffico a Gerusalemme è finita, ma è rimasto in bocca agli Israeliani un sapore amaro. Durante il suo soggiorno in Israele il Papa non ha nemmeno tentato l'inizio di un dialogo politico che porti a una migliore comprensione reciproca. No, le sue idee ostili a Israele, erano chiare prima ancora di venire nella nostra regione e tali sono rimaste. Egli riconosce le radici comuni con l'Ebraismo nella speranza di convertire gli Ebrei al Cristianesimo come dimostra l'uso della parola "riconciliazione", che come è noto fu usata da San Paolo nel senso di convertire Ebrei e Pagani riconciliandoli nel segno della Croce (Lettera agli Efesini).
Ma sul piano politico la Santa Sede ha accolto in pieno le tesi dei Palestinesi e non ne deflette di un millimetro. Per esempio la questione del muro, già attaccato da Giovanni Paolo II, e sapientemente usato dalla propaganda araba. Benedetto XVI non si è mai domandato perché sia stato costruito quel muro ed ha dimenticato la serie di attentati terroristici effettuati all'interno di Israele da Palestinesi provenienti dalla Cisgiordania.
Perché il muro dà tanto fastidio? Proprio perché esso divide la Palestina mandataria in due entità, preambolo necessario per chi voglia davvero la spartizione in due stati indipendenti. Ma segretamente i Palestinesi rifiutano tale soluzione e continuano a reclamare il diritto al ritorno dei profughi "nelle loro case". Questa formula apparentemente innocente, significa in chiaro ottenere con la demografia galoppante araba ciò che non riuscirono a spuntare con le armi e le azioni terroristiche. Per questo non vogliono il muro ed organizzano ogni settimana qualche dimostrazione con l'aiuto di volontari europei. La Santa Sede è chiaramente dalla loro parte e con tale atteggiamento allontana la pace che dice di volere. Tale politica partigiana ostile a Israele non aiuta a risolvere la questione del conflitto israelo-palestinese ed anzi non può che esacerbarlo.
L'ex Primo Ministro Ehud Olmert che fu uno dei più disponibili a raggiungere un accordo coi Palestinesi, disse che nel negoziato si erano fatti molti passi avanti circa sei mesi prima che egli lasciasse la sua carica, ma i Palestinesi non vollero firmare sperando di ottenere ancora di più. La politica della Santa Sede nel Medio Oriente sembra voler gettare della benzina sul fuoco. Questa è l'impressione di molti che hanno ascoltato il Papa mercoledì 13 Maggio a Betlemme e dintorni dove ha detto: "come ogni altro popolo i palestinesi hanno diritto a sposarsi, a formarsi una famiglia e avere accesso al lavoro, all'educazione e all'assistenza sanitaria".
Il diritto al lavoro invocato dal Papa è stato annullato dal Hamas. C'era una volta la zona industriale di Erez dove circa cinquemila Palestinesi di Gaza lavoravano in fabbriche ed officine create da imprenditori israeliani. Dopo una serie di bombardamenti e colpi di mortaio contro la zona in questione, gli Israeliani se ne andarono e cinquemila Palestinesi sono stati privati dal Hamas del diritto al lavoro. Ogni anno l'Unione Europea paga all'Autorità Palestinese almeno 600 milioni di euro, senza richiedere che nemmeno una piccola percentuale sia dedicata alla creazione di nuovi posti di lavoro. Sono soldi gettati dalla finestra. Dopo l'azione militare a Gaza di qualche mese fa, si riunì la Conferenza internazionale di Sharm el Sceik e gli Stati Uniti promisero 900 milioni di dollari anch'essi non vincolati a nuovi posti di lavoro. I soldi vengono spesi per ben altri scopi e il "diritto al lavoro" invocato dal Papa è calpestato dal Hamas.
Le Nazioni Unite hanno creato la UNRWA, agenzia specializzata per l'aiuto ai profughi palestinesi, che sussiste dal 1949 senza poter reinserire nemmeno un profugo nella vita economica locale per l'opposizione dei paesi arabi che vogliono tener aperta la ferita per farne un'arma contro Israele. È probabile che il Piano Marshall preconizzato dal Premier Berlusconi faccia la stessa fine. Il diritto all'educazione anch'esso invocato al Papa, esiste con sette Università in Cisgiordania create dopo l'instaurazione dell'amministrazione israeliana. Ma molti studenti sono assoldati dal Hamas per effettuare azioni terroristiche . A Gaza decine di migliaia di studenti liceali ottengono la maturità ma non trovando un lavoro produttivo finiscono nelle milizie armate del Hamas.
Evidentemente nessuno ha raccontato al Papa che nella striscia di Gaza evacuata fino all'ultimo millimetro da Israele, il Fatah di Abu Mazen ha subito l'uccisione da parte del Hamas di almeno 150 uomini armati e ha perso la striscia oggi dominata dal Hamas. Se la Cisgiordania indipendente cadesse anch'essa nelle mani del Hamas, non basterebbero più i posti di blocco ed il muro. I missili Qassam e le bombe di mortaio verrebbero lanciati contro Israele come è avvenuto per otto anni accanto alla striscia di Gaza senza che nemmeno una volta la Santa Sede esprimesse la sua solidarietà per la popolazione civile israeliana colpita.
Già durante l'azione militare israeliana a Gaza, Benedetto XVI aveva parlato in favore dei Palestinesi cinque volte nei primi otto giorni del 2009. Poi egli benedisse la Conferenza di Ginevra denominata Durban-2, nonostante il boicottaggio di alcuni paesi occidentali a fianco di Israele. Molti di quelli che andarono a Ginevra, uscirono dalla sala quando parlò il Presidente dell'Iran, ma il diplomatico Vaticano vi rimase. La Santa Sede dalla creazione dello Stato d'Israele ad oggi ha sempre condotto una politica filo-araba. Che cosa ha ottenuto? Il risultato è stato che il numero dei Cristiani del Medio Oriente è sceso da circa 500.000 a non più di 100.000 oggi, il Libano che era l'unico paese cristiano della regione è sottoposto alla pressione sciita e rischia di divenire la preda dell'Iran, l'Egitto è minacciato dall'Hizbollah.
Leggendo la lezione magistrale di Benedetto XVI a Ravensburg nel 2006, ci eravamo illusi per un momento che fosse apparso sulla scena politica il difensore a spada tratta dell'Europa dalla marea fondamentalista islamica. Ma tale discorso sembra oggi una "vox clamans in deserto", abbandonato anche dalla diplomazia vaticana. Cosa ha fatto finora Israele per tentare di migliorare la politica Vaticana? Gli Ambasciatori d'Israele presso la Santa Sede, abbagliati dall'architettura di Michelangelo, sono diventati i partigiani del Vaticano. Uno di loro aveva perfino preconizzato la cessione del Cenacolo in cambio di una vaga promessa di inviare un milione di pellegrini. Era sfuggito al diplomatico in questione il fatto che il Cenacolo sia solo custodito da Israele che non ne ha la proprietà e quindi non può cederlo a nessuno. Per di più sia Israele sia la Santa Sede hanno firmato nell'Accordo fondamentale del dicembre 1943 l'impegno reciproco a salvaguardare lo Status quo del 1852 che sarebbe gravemente leso con un'eventuale cessione. In senso inverso Israele avrebbe potuto mettere in pratica le promesse di esenzioni fiscali contenute nell'Accordo fondamentale.
Ma la debolezza del Ministero degli Esteri non ha permesso questo risultato che nel frattempo non basta più poiché il Vaticano ha richiesto il 30 Aprile 2009 a Gerusalemme anche l'incolumità da espropri per cinque Luoghi Santi di proprietà del Vaticano, nonché la cessione del Cenacolo di cui sopra. Per secoli gli Ottomani amministrarono i Luoghi Santi Cristiani e la Palestina col pieno accordo della Santa Sede. Ma lo stesso accordo non è stato ancora concesso a Israele. (qui)

“Evidentemente nessuno ha raccontato al Papa …” ipotizza il buon Minervi. No, carissimo, non si faccia illusioni: glielo hanno raccontato, eccome se glielo hanno raccontato. Così come sapeva tutto ciò che c’era da sapere il suo predecessore, che cianciava di “occupazione che si fa sterminio” e di “terra del Risorto messa a ferro e fuoco” e sproloquiava di “ponti e non muri”. E così come pure quell’altro predecessore sapeva, eccome se sapeva, ciò che stava accadendo nell’Europa dell’est. Il fatto è, caro Minerbi, che il problema è sempre lo stesso: non siamo noi che siamo razzisti, siete voi che siete ebrei.

barbara


19 maggio 2009

CARTOLINE DA EURABIA di Ugo Volli

E vabbè Santità, facciamo finta che abbia ragione Lei

E vabbè Santità, facciamo finta che abbia ragione Lei ("tutti i muri si possono abbattere") e anche il vicepresidente americano Biden ("bisogna restituire ai palestinesi la libertà di movimento"). Facciamo quello che il fisico e chimico danese Hans Christian Ørsted ha lanciato in epistemologia col nome pomposo di "Gedankenexperiment", e che i miei figli da piccoli invece definivano "giochiamo che io ero". Bene, io ero Netanyahu e la ascoltavo. Facevo quello che voleva Lei, la pace, l'abbattimento dei muri, la libertà di movimento tutto. In particolare, con una speciale tecnologia messa a punto dal Technion di Haifa (che se non lo sa è una delle migliori università scientifiche del mondo) facevo sparire di un colpo solo tutti i muri del paese, anche quelli che delimitano i giardinetti o i campi coltivati. Facevo eccezione solo coi muri degli edifici (cerchi di capire, Santità, era per ragioni umanitarie, un tetto senza mura che lo sostengono è pericoloso) e inoltre il Kotel, quello che viene chiamato "muro del pianto", foss'anche solo per non disperdere il prezioso biglietto autografo diretto al Santo Benedetto che Lei ci ha infilato dentro. All'esercito ordinavo di togliere ogni posto di blocco, e in particolare di eliminare l'embargo di Gaza, e per festeggiare mandavo tutti i soldati in licenza al mare, diciamo fra Ostia e Torvaianica, in onor Suo. Magari la incontravano mentre faceva footing sulla spiaggia, o vogava su un sandolino: grande! Un'altra invenzione del Technion trasformava la nostra centrale atomica nel Negev in un immenso centro commerciale specializzato in sci da neve e i nostri caccia in grandi macinacaffè ecologici, giusto per far contenti quelli dell'amministrazione Obama. Liberavo con tanti complimenti tutti i detenuti, soprattutto quelli condannati per decine di omicidi. Per farmi perdonare regalavo a ciascuno tante paia di sci, di quelli in vendita a Dimona, quanti morti avevano fatto. Se lo figura Barghouti? Proibivo anche agli insediamenti nel West Bank di costruire non dico una casa o un pollaio nuovo, ma neanche di attaccare un quadro o di tagliare l'erba. Proibito imbiancare le pareti, proibito spostare un mobile, anche per la pastasciutta (che loro temo non gradivano) ci voleva un mio permesso personale. Ecco. Fatto, come diceva Berlusconi una volta.
Contenta, Santità? Ma qui viene il difficile del nostro gioco. Come dicono gli americani: What next? E mo' che succede? Come continua il gioco? Proviamo a vedere se riusciamo a proseguire il nostro esperimento di pensiero. Le sottopongo tre possibilità:
Ipotesi 1: I palestinesi facevano come noi. Liberavano Shalit, senza chiedere riscatti. Dato che non hanno il Technion, usavano i razzi Kassam come pali per le porte di tantissimi campi di calcio e si mettevano tutti assieme a fare la pipì sopra i loro depositi di cinture esplosive e bombe varie per disattivarle. Usavano i tunnel di Gaza per coltivarci i funghi champignon. Poi vivevamo felici e contenti, volendoci molto bene per sempre. Trasformavamo le spade in aratri. E naturalmente eravamo molto grati a lei per la sua utilissima proposta.
Ipotesi 2. I palestinesi invece non volevano giocare come noi e iniziavano pure a minacciarci e ad attaccar briga. Ma l'Europa inviava l'esercito, le guardie forestali e anche i vigili urbani fino all'ultimo uomo per difenderci, Lei mandava le Guardie Svizzere, Viggiù spediva i pompieri, anche dall'America arrivava il settimo cavalleggeri con i fazzoletti al collo e le bandiere al vento; insomma c'era una grande solidarietà internazionale, ma i palestinesi incominciavano a sparare addosso a loro, bombe e razzi e attentatori suicidi; dopo qualche migliaio di morti anche gli svizzeri e i pompieri si stufavano e esigevano ricostruire almeno un muretto di protezione. Insomma, alla fine io richiamavo la Forza Israeliana di Difesa da Torvaianica, premevo il pulante reset sulla macchina del Technion, così tutto ricominciava come oggi. I muri si abbattono, ma se occorrono si tirano su di nuovo. Avevamo perso un po' di tempo e di energie, avremmo potuto usarle per passi più costruttivi... ma si sa, cosa sono i piccoli disagi della vita di fronte all'eternità.
Ipotesi 3. Neanche gli europei volevano davvero giocare. Dicevano di sì, ma... Avevano un appuntamento col dentista, gli mancava la benzina per il viaggio, erano troppo impegnati a difendere la Santa Sede dai pericolosi assalti degli abortisti e del gay pride, non volevano dispiacere al pakistano che aveva sposato la cugina di loro zia e la teneva già chiusa in casa col chador, figuriamoci se la prendeva male. Insomma, non venivano. Gli arabi capivano che era il loro momento e facevano in grande quello che avevano già sperimentato nel 2002. Un matrimonio? Una fermata dell'autobus? Un grande magazzino? Niente pensieri, una bombetta e via. Bum! Poi dato che il muro non c'era, l'aviazione e le armi pesanti neanche, insomma non c'era il rischio di fare brutta figura neppure per gli eserciti arabi, con qualche mese di ritardo intervenivano a loro soccorso i volontari siriani, iraniani, algerini, sudanesi perfino pakistani, tutti felici di aiutare il jihad vittorioso della resistenza palestinese. Non l'aveva detto il Corano? Arriverà un giorno che gli ebrei cercheranno di nascondersi dietro un sasso o dietro una palma, ma il sasso e la palma li denunceranno e i bravi musulmani si conquisteranno il paradiso ammazzandoli. Non le racconto i dettagli, Santità, questa è una cartolina e non un film splatter. Ma le assicuro che questo gioco non finiva bene.
Ecco, queste sono i miei tre finali del nostro esperimento di pensiero. Se ne possono aggiungere certamente degli altri, ipotizzare delle strade intermedie; ma probabilmente queste sono le possibilità fondamentali, i "finali di partita" da manuale di scacchi - magari qui un po' esagerati nello stile delle mie cartoline e però realistici, ragionevoli. Mi dica, Santità, quale le sembra il più probabile? Lei dice il primo? Bravo! Ha vinto un bellissimo rosario in plastica. Ammiro moltissimo la Sua fede nei miracoli, mi rendo conto che Lei è un ottimo professionista della fede, Le faccio i miei complimenti più sinceri, ma non riesco proprio a condividere le sue idee. Sa, noi siamo da sempre di dura cervice e poca fede...
Io temo invece che, se giochiamo il suo gioco, sia quasi sicura la terza soluzione e credo che qualunque persona di buon senso e non troppo immersa nella teologia dei misteri gloriosi lo capisca. Ecco perché, se io fossi davvero responsabile di qualcosa in Israele, davvero e non per un Gedankenexperiment un po' buffo e irriverente (mi perdoni, non sto prendendo in giro Lei, sto solo provando a pensare liberamente) ecco, se contassi qualcosa laggiù non mi sognerei affatto di abbattere i muri che separano i terroristi dai loro obiettivi, per esteticamente brutti e psicologicamente tristi che siano, come lei ha giustamente notato nei suoi discorsi; e non penserei affatto a assicurare libertà di movimento agli assassini, anche a costo di creare qualche problema di traffico alla gente per bene che da quelle parti non progetta attentati (certo che ci sono... loro, ma anche quelli che li preparano). Ecco, se incominciassero loro a bloccarli, ma per davvero... potrei anche incominciare a fidarmi, ma gradualmente, senza troppa fretta. Meglio un muro oggi che un attentato domani. Per il momento, mi compatisca, ma mi terrei bella stretta la pace fredda che il muro e le armi hanno assicurato, e direi agli utopisti che se hanno voglia di suicidarsi, per favore non coinvolgano gli altri.
Con infinita devozione ma purtroppo con pochissima fede per le sue capacità di tutela dell'ordine pubblico, mi creda suo

Ugo Volli
(da Informazione Corretta)

Si direbbe quasi che abbiamo fatto a gara, Ugo Volli e io, a chi è più perfido. E mi sa che sarà dura decidere chi abbia vinto.

 
Due uomini in kippà


barbara


18 maggio 2009

BOTULINO E SILICONE

Sono quelle meravigliose invenzioni che ti tolgono quello sgradevolissimo aspetto di vecchia signora – e ti regalano quello, decisamente più gratificante, di vecchia baldracca.

                                    

              

Qui qualche altro non inutile spunto di riflessione, grazie a lei, via Alessandra.

barbara


17 maggio 2009

CARO PAPA, PERMETTE DUE PAROLE?

Vorrei commentare alcune delle affermazioni fatte da Sua Santità nel discorso di congedo all’aeroporto Ben Gurion, alla conclusione della sua visita in Israele, Giordania e Territori contesi (testo integrale qui). Tralascerò le chiacchiere e, come mia consuetudine, commenterò tra le righe i passaggi salienti.

Ho intrattenuto conversazioni feconde con le autorità civili sia in Israele sia nei Territori Palestinesi, e ho assistito ai grandi sforzi che entrambi i governi compiono per garantire il benessere del popolo.
È noto infatti che spendere miliardi di dollari per acquistare armi ed esplosivi e addestrare terroristi è la cosa migliore che un’autorità civile possa fare per garantire il benessere del popolo. È noto infatti che istituire campi estivi per bambini da indottrinare all’odio anti israeliano e antiebraico e addestrarli all’uso delle armi è la cosa migliore che un’autorità civile possa fare per garantire il benessere del popolo. È noto infatti che produrre libri che insegnano che “l’entità sionista” è solo provvisoria e sarà presto distrutta è la cosa migliore che un’autorità civile possa fare per garantire il benessere del popolo. È noto infatti che organizzare programmi televisivi per i più piccoli per istigarli al terrorismo suicida è la cosa migliore che un’autorità civile possa fare per garantire il benessere del popolo. È noto infatti che mantenere la gente nei campi profughi anziché usare i miliardi di dollari ricevuti dalla comunità internazionale per dare loro una sistemazione decente è la cosa migliore che un’autorità civile possa fare per garantire il benessere del popolo. È noto infatti che rifiutare sistematicamente e categoricamente ogni possibilità di pace e di nascita di un proprio stato è la cosa migliore che un’autorità civile possa fare per garantire il benessere del popolo. I nostri complimenti per avere così prontamente afferrato il concetto, Santità.

Ho incontrato responsabili della Chiesa cattolica in Terra Santa, e ho provato gioia nel vedere il modo in cui operano insieme per accudire il gregge del Signore.
Tacendo sulla sistematica persecuzione da parte dell’autorità islamica, lasciando che il gregge venga decimato e non perdendo occasione per latrare contro Israele.

Ci incontriamo [cristiani ed ebrei, n.d.b] come fratelli, che, a volte, nella corso della nostra storia, hanno avuto un rapporto teso, ma che ora sono fermamente impegnati a edificare ponti di amicizia duratura.
Secoli di persecuzioni di una parte contro l’altra si chiamano “rapporto teso”? Roghi di libri e costruzione di ghetti sempre della stessa parte contro l’altra si chiamano “rapporto teso”? Bolle e interdizioni e roghi e massacri sempre della stessa parte contro l’altra si chiamano “rapporto teso”? Santità, esprimersi diplomaticamente non dovrebbe necessariamente significare falsificare la storia!

Quegli incontri profondamente commoventi mi hanno ricordato la visita di tre anni fa al campo di sterminio di Auschwitz, dove così tanti ebrei, madri, padri, mariti, mogli, fratelli, sorelle, amici, furono brutalmente uccisi sotto un regime senza Dio che diffondeva un’ ideologia di antisemitismo e di odio.
Mai sentito “Gott mit uns”, Santità? E che cosa mi dice di tutti i francescani che nei secoli del medioevo e del rinascimento giravano l’Europa scatenando pogrom a non finire? Che mi dice di Monsignor Aloisius Stepinac, arcivescovo di Zagabria santificato dal Suo predecessore, che benediceva le armi con cui gli ustascia andavano a far strage di serbi e di ebrei? Che mi dice di quei trecento francescani che con quelle stesse armi andavano personalmente nei campi di sterminio croati ad ammazzare serbi ed ebrei?

Nessun amico degli israeliani e dei palestinesi può far a meno di notare con tristezza la costante tensione fra i vostri due popoli. Nessun amico può far a meno di piangere per la sofferenza e la perdita di vite che entrambi i popoli hanno subito negli ultimi sei decenni.
Sempre prudente equivicinanza, eh? Si condanna e si deplora la sofferenza di entrambe le parti, come se le cause fossero equamente distribuite, come se non ci fosse una parte che attacca e una che si difende, come se non ci fosse uno stato che cerca disperatamente di continuare ad esistere e un’altra cosa che non aspira a diventare a sua volta stato bensì unicamente a distruggere l’altro, come se non ci fosse una parte che tenta di risparmiare il più possibile i civili e un’altra che sempre e solo i civili, meglio se donne e bambini, cerca selettivamente di colpire. E che dire poi di quel riferimento agli “ultimi sei decenni”? Che dire della cancellazione pura e semplice di decenni di massacri di ebrei da parte degli arabi in quella zona PRIMA di questi ultimi sei decenni?

Mi permetta di fare questo appello a tutte le persone di queste terre: Mai più spargimento di sangue! Mai più combattimenti! Mai più terrorismo! Mai più guerre! Al contrario, facciamo in modo di spezzare il circolo vizioso della violenza!
E finiamola una buona volta con questo osceno mantra del circolo vizioso della violenza! Finiamola con questa infame menzogna! Finiamola con questa vergognosa mistificazione dei fatti! Qui non c’è nessun circolo vizioso di violenza, ma unicamente una parte che attacca – con o senza pretesti – e una che si difende, nient’altro che questo.

Sia ugualmente riconosciuto che il popolo Palestinese ha il diritto a una patria indipendente e sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente!
Santità, ma questo non lo deve andare a dire in Israele: questo lo deve dire unicamente a chi da oltre settant’anni si sta battendo con tutte le proprie forze contro la nascita di uno stato palestinese, ossia ai palestinesi e a tutti gli stati arabi.

Fate in modo che la soluzione dei due-stati divenga una realtà, non rimanga un sogno!
E anche questo, Santità, lo deve dire unicamente alle autorità palestinesi, che della soluzione due-stati non ne vogliono proprio sapere!

Durante la mia visita in queste terre una delle immagini più tristi per me è stata quella del muro.
Triste che gli ebrei trovino il modo di difendersi dall’annientamento, eh Santità?

Passando accanto ad esso, ho pregato per un futuro in cui i popoli della Terra Santa possano vivere insieme in pace e in armonia senza la necessità di tali strumenti di sicurezza e di separazione, ma anzi rispettandosi reciprocamente, avendo fiducia l’uno nell’altro e rinunciando a tutte le forme di violenza e di aggressione.
E, dica, Santità, perché non ha pregato PRIMA? Perché non le è venuto in mente di lanciare appelli quando dall’altra parte di quel muro ogni giorno arrivava un terrorista a far strage di ebrei? Perché non è intervenuto quando ogni giorno in Israele saltava un autobus ad opera di quelli che, non essendoci il muro, entravano liberamente con i loro strumenti di morte? Perché non ha fatto sentire la sua voce quando a soffrire era solo la parte di qua del muro? Due sole parole, Santità, per concludere questo mio commento: si vergogni.



barbara


16 maggio 2009

CUBA ULTIMO ATTO (si spera)

E questo è l’ultimo dei post di quattro anni fa sugli ineffabili estimatori dell’ineffabile paradiso in terra creato dall’ineffabile regime di Fidel Castro.

E scende infine in campo il nostro Red Ronnie, portando nuovi e originali argomenti a favore della giustezza del manifesto da lui e da altri firmato:
«E' venuto con me Jovanotti - racconta - è impazzito»
Confesso che è dura rinunciare alla valanga di battute ad effetto che questa affermazione sollecita, ma sono forte, e resisterò. Anche per un senso di doveroso rispetto nei confronti della serietà dell’argomentazione portata. Dite di no? Che non vi basta? Niente paura, ne abbiamo delle altre:
«Il flautista Andrea Griminelli ha scoperto nei musicisti un entusiasmo incredibile».
Ecco: avete ancora il coraggio di dire che a Cuba vengono violati i diritti umani? Che hanno fatto male a firmare quel manifesto? Queste prove ancora non vi bastano? Ma siete proprio insaziabili, siete! Comunque non illudetevi che il nostro cappello a cilindro si sia svuotato: ne abbiamo ancora, di sorprese!
«Cuba me l'hanno fatta conoscere I Nomadi. E continuo ad andarci»
Su, avanti, provate ancora a fare gli spiritosi, adesso! Provate a dire che voi, se ve l’avessero fatta conoscere I Nomadi, non ci tornereste più! Provate a dire che là vengono violati i diritti umani!
Ma l’intervistatrice, Virginia Piccolillo, non è di quelle (ne conosciamo, oh se ne conosciamo!) che stanno in ginocchio davanti all’intervistato, e incalza:
Ma i dissidenti?
Qualcuno forse si immagina che una simile, banale, squallida domanda possa mettere in difficoltà il Nostro? Ma neanche per sogno!
«Quando uccisero tre persone – dice Ronnie - fu solo perché c'erano in programma 70 dirottamenti pagati dagli Stati Uniti, allora dovevano dare un segnale.
NOI, forse, avevamo dimenticato il famigerato “colpirne uno per educarne cento”; LORO no! Anche se qui in realtà ne hanno colpiti tre per educarne settanta, ma la matematica, come già abbiamo visto in un altro post, è solo un’opinione. Poi, magari, qualcuno potrebbe anche chiedere – sconsideratamente – perché mai non abbiano colpito anche quei settanta organizzatori di altrettanti dirottamenti, visto che sapevano con TANTA certezza chi e che cosa e come e quando, ma la risposta è estremamente semplice: non li hanno colpiti perché il regime cubano è buono e rispetta i diritti umani, ecco perché! Intendiamoci, comunque:
Sono contro la pena di morte. Sono un pacifista totale.
Di quelli senza se e senza ma. Quando si tratta degli Stati Uniti. Se si tratta di qualcun altro, beh, allora, ecco, cioè, praticamente, al limite ...
Però non possiamo essere ipocriti: dimenticare che in una parte di Cuba c'è Guantanamo»
Ecco, cioè praticamente al limite, se in una parte di Cuba c’è Guantanamo dove gli americani tengono i terroristi e non sempre rispettano tutte le garanzie legali, che saranno mai le galere dell’altra parte di Cuba, che saranno mai le celle di un metro cubo per reati di opinione, che saranno mai un po’ di fucilazioni, anche se i fucilati in realtà non avevano torto un capello a nessuno! Mica ci verrete a dire che questa è violazione dei diritti umani, spero!

Ecco: quattro anni fa avevo scritto “ultimo atto”, avevo aggiunto “si spera” ma, come abbiamo drammaticamente visto nei giorni scorsi, questo genere di speranze sembra davvero destinato ad andare sempre deluso, perché di gente orgogliosa di schierarsi dalla parte dei potenti e contro i deboli, fiera di stringere mani grondanti di sangue e di aggiungere la propria personale coltellata a chi già troppe volte è stato accoltellato, infaticabile nel sostenere la barbarie e combattere la civiltà, indefessa nel soccorrere i carnefici e colpire le vittime, di gente così, purtroppo, la mamma è sempre incinta.



barbara


15 maggio 2009

E NEL FRATTEMPO SUL TIMES …

… nonostante la pazienza portata da Israele nei confronti delle sue improvvide esternazioni, nonostante il silenzio di Israele sulle sue menzogne, nonostante la scelta di Israele di ignorare la sua indecente indulgenza nei confronti di chi non brama che la sua distruzione, nonostante tutto questo e molto altro ancora …


(Sul foglio che si intravvede nella parte tagliata della vignetta è scritto “Palestina”)

barbara


15 maggio 2009

MI RICORDO

Mi ricordo, sì, mi ricordo (cit.), quel giorno di primavera di quattro anni fa quando, entrando, ho trovato tutti raggruppati in fondo alla classe, immersi in una accesa discussione. Poi, appena si sono accorti che ero arrivata, Daniela ha alzato la mano e, quasi con irruenza, mi ha chiesto: “Lei che cosa pensa del nuovo papa?” Ho risposto: “Beh, poteva andare meglio ma poteva anche andare peggio”. Mi sbagliavo: peggio di così dubito davvero che potesse andare, anche se fosse stato eletto Ruini. Ora abbiamo questo tizio che va in giro a blaterare che i palestinesi hanno diritto a uno stato indipendente, fingendo ipocritamente di ignorare che da oltre settant’anni i palestinesi e gli arabi tutti stanno lottando con tutte le armi a disposizione per impedire allo stato palestinese di nascere. Predica contro i muri senza una sola parola sulle cause che hanno portato alla creazione di quel muro – che per il 95% del suo tracciato non è muro affatto. Mostra infinita comprensione per le sofferenze palestinesi, ma per quelle della controparte si ferma, come tutti gli ipocriti della peggior specie, alla Shoah. Ha “visto con angoscia la situazione dei rifugiati” ma si guarda bene dal chiedere conto di come mai ci siano rifugiati palestinesi in territorio palestinese sotto giurisdizione e amministrazione palestinese, governato da anni dall’autorità palestinese, e di dove siano finite le decine di miliardi di dollari usciti dalle nostre tasche anche per risolvere la situazione dei rifugiati.
L’articolista Gian Guido Vecchi, poi, provvede ad aggiungerci del suo con la messa in evidenza della ridicola scritta sul muro “Voglio indietro la mia palla! Grazie!”: una palla che per sbaglio, giocando, scavalca “una colata di cemento alta otto metri”?! Suvvia, non siamo ridicoli per favore. E che dire di quell’accenno al fatto che “il papa tedesco di muri ne sa qualcosa”, quando il “suo” muro serviva per impedire alla gente per bene di uscire e alle idee di entrare, mentre questo serve per impedire ai terroristi di entrare e agli innocenti di farsi scannare come pecore al macello? È forse questo che disturba così tanto sia il papa che il signor articolista: che gli ebrei abbiano smesso di lasciarsi portare come pecore al macello?
E dunque no, l’impressione è che davvero peggio di così non poteva andare. Se un giorno incontrerò Daniela glielo dirò, che mi ero sbagliata.
(Avevo pensato, per un momento, di mettere una foto, ma quei due occhi loschi e sbiechi da serpe mi fanno troppo senso. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, spero davvero che non mi capiti mai di trovarmi faccia a faccia con l’anima di quell’uomo)

barbara


14 maggio 2009

SESSANTATRE

Sessantatre. Sono le parole impiegate dal Corriere della Sera per raccontarci di due bombardamenti su un ospedale nello Sri Lanka, ieri e l’altro ieri, che hanno provocato rispettivamente almeno cinquanta e quarantasette morti, tutti civili. Sessantatre parole per un centinaio di morti civili. In un trafiletto. A pagina diciannove. E non essendo stato specificato dalle fonti se i bombardamenti siano opera dei tamil o dei governativi, l’anonimo autore del trafiletto dice onestamente che non si sa chi abbia bombardato l’ospedale.
I commenti li lascio a voi.

barbara


14 maggio 2009

E BRAVO ABBADO!

Questo è un altro dei post che avevo fatto circa quattro anni fa nell’altro blog sul tema di Cuba e diritti umani.

L’appello era giusto, rivendica il Nostro, e ce ne spiega il perché:
Conosco Cuba, ci sono stato più volte e ci tornerò.
Visto? Lui ci è stato: serve altro?
Stranamente delle cose più valide che ci sono a Cuba non si parla mai. Cominciamo dalla ricerca medica, che a Cuba è all’avanguardia. C’è un dottore, Gregorio Martinez Sanchez, che sta lavorando alla ricerca per debellare il cancro e che ha «scoperto» una nuova e, a quanto pare, importante cura.
Sentito? C’è un dottore! Sta lavorando! “Pare” anche che abbia fatto una scoperta! A parte questo, che cosa ha a che fare il dottore col rispetto dei diritti umani?
L’ho fatto sapere al professor Umberto Veronesi, che qualche settimana fa mi ha scritto una lettera, in cui dice che appoggerà il progetto di questo medico cubano.
Grandioso! Adesso lo sappiamo per certo: quel medico è il nuovo Pasteur, il nuovo Jenner, il nuovo Sabin!
A Cuba, forse i potenti se lo dimenticano, non esiste l’analfabetismo, che è invece assai diffuso in molte altri parti del mondo.
QUALI altre parti del mondo, esattamente?Potrebbe cortesemente precisare?A parte questo, che cosa ha a che fare l’alfabetizzazione col rispetto dei diritti umani?
A Cuba con un po’ di terra libera, non ci si mette a speculare: loro preferiscono fare degli orti enormi,
momento: con UN PO’ di terra ci fanno degli orti ENORMI? Tipo moltiplicazione dei pani e dei pesci? Cazzarola, questa sì che è forte! A parte questo, che cosa hanno a che fare gli orti col rispetto dei diritti umani?
che serviranno poi a tutti (esempio che è stato ripreso poi da altre nazioni).
Sarebbe a dire che prima che Cuba lo insegnasse, nessuno al mondo faceva gli orti? Forte!
A dicembre ho portato la Mahler Chamber Orchestra per dei concerti, a gennaio l’Orchestra Giovanile Simon Bolivar, di cui facevano parte anche 44 cubani.
Ciò ci fa molto piacere, ma che cosa hanno a che fare i 44 orchestrali cubani in fila per sei con resto di due col rispetto dei diritti umani?
Il fatto poi che ho portato quei 44 musicisti cubani a Caracas e che l'anno prossimo li porterò con tutta l'orchestra in Europa, smentisce che i cubani non possono uscire.
Giusto! Se 44 cubani possono uscire, ciò significa che tutti i cubani possono uscire. E i condannati a morte per aver tentato di fuggire ce li siamo sognati noi
C'è poi un gruppo di bravissimi musicisti cubani, 'Ars Longa', che ho voluto sostenere e che vengono regolarmente invitati al Festival Gesualdo in Basilicata. Li abbiamo fatti conoscere l'anno scorso attraverso una tournée che ha toccato anche Bari, Matera, Roma e Bologna.
Ciò ci fa molto piacere, ma che cosa ha a che fare il gruppo “Ars Longa” col rispetto dei diritti umani?
Mi chiedo anche perché non si parla quasi mai di nuove idee e realtà italiane, a mio avviso, molto importanti per l'ecologia e per l'ambiente, come i treni con nuovi locomotori che trasportano i Tir, o altri camion, attraverso il Brennero, da Monaco di Baviera a Innsbruck, Bolzano, Trento, Verona con nuovo innesto dal Veneto all'Emilia Romagna. Oppure di quella cittadina vicino a Trento che sta realizzando un progetto impostato sul traffico e riscaldamento totale con l'utilizzo di energie naturali (pannelli solari, idrogeno). Questa cittadina ha vinto fra l'altro il primo premio per il miglior progetto in Europa.
Ah, beh, allora, a questo punto non possiamo più avere dubbi: se ci sono treni con nuovi locomotori che attraversano il Brennero, e vicino a Trento usano i pannelli solari, allora vuol proprio dire che a Cuba i diritti umani vengono rigorosamente rispettati e loro hanno fatto benissimo a firmare l’appello!

Come dicono i meneghini: pasticcere, fa’ il tuo mestiere, e i musicisti la smettano di fare i politologi tuttologi cubologi. Per il bene di tutti.

barbara


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13 maggio 2009

GIANNI MINÀ SERVO DEL POTERE

Quello che segue è un articolo pubblicato sul Corriere di oggi che, se pure non ci rivela niente di nuovo, aggiunge tuttavia un ulteriore tassello all’infamia del personaggio.

Certo, non si poteva chiedere a
Gianni Minà di intercedere presso le (sue) amatissime autorità cuba­ne perché attenuassero la persecuzione della blogger cubana e dissidente Yoani Sánchez. Ma addirittura attaccarla, deni­grarla, screditarla: non è un inglorioso ec­cesso di zelo, quello di Minà? E come giu­dicare l'amico italiano del tiranno di Cu­ba, che a casa sua gode di ogni libertà e invece usa la penna per se­gnalare agli oppressori l'autri­ce di «Cuba libre» (tradotto da Rizzoli) che non potrà ne­anche venire a Torino per presentare il suo libro?
Lei, Yoani Sánchez, ha ri­sposto a Minà, universalmen
te noto come l'intervistatore ufficiale e compiacente del dittatore, con una semplicità ammirevole: «Ecco le domande che non hai fatto a Fidel Castro che ora vuol to­glierci anche Internet». Ma la blogger dis­sidente resterà delusa: quelle domande inevase l'intervistatore ufficiale non le fa­rà mai. Non ha mai parlato degli scrittori cubani in galera e in esilio. Non ha mai parlato dei rapporti di Amnesty Interna­tional che documentano l'assenza di ogni parvenza di libertà civile nell'isola della dinastia Castro. Non ha mai parlato del regime a partito unico, a giornale uni­co, a sindacato unico, a satrapia castrista unica. Ha descritto (come l'amico Michael Moore) le meraviglie della sanità cuba­na, con gli stessi toni con cui gli apologe­ti del fascismo lodavano i treni in orario e quelli dell’Urss l'efficienza del sistema scolastico sovietico. Si è visto dopo, co­me tutto fosse di cartapesta: pura, ingan­nevole propaganda di regime. Gianni Minà non parlerà per chiedere all'Avana la con­cessione del visto che consen­ta alla blogger di essere presente tra qualche giorno alla Fiera del libro di Torino e di raccontare (c'è scritto nel suo libro) come funzionano vera­mente le cose nella sanità cu­bana. Non lo farà, visto che ha già approfittato dell'occasione per basto­nare la debole e fare un piacere ai forti, per mettere in difficoltà la donna in liber­tà limitata e favorire i suoi aguzzini. Sap­pia almeno, Yoani Sánchez, che in Italia non tutti si comportano come Minà. Quando a Torino interverrà telefonica­mente potrà accorgersene: un applauso di solidarietà attenderà solo lei. (Pierluigi Battista)

E pensare che avevano fatto una rivoluzione, da quelle parti, per abbattere la dittatura …
Di Cuba avevo parlato anche qui. Quest’altra cosa che aggiungo a completamento e commento di questo articolo, è invece un documento di quattro anni fa, che avevo messo nell’altro blog.


Radicali.it - sito ufficiale di Radicali Italiani

Cuba: D’Elia, per certi difensori dei diritti umani è un’isola felice

Roma, 16 marzo 2005

Alla lettera-petizione in difesa del regime cubano sottoscritta da 200 intellettuali di fama mondiale Nessuno tocchi Caino risponde con una nota in cui sono riportati alcuni fatti che provano le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Castro.
I firmatari della lettera, tra cui figurano i premi nobel Josè Saramago, Rigoberta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Nadine Gordimer e gli italiani Claudio Abbado, Luciana Castellina e Gianni Minà, affermano tra l’altro che a Cuba “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria” e che la rivoluzione ha consentito il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente.”
Secondo il Segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio D’Elia, “la lettera non tiene conto minimamente della realtà cubana e dei misfatti compiuti dal dittatore di più lungo corso al mondo”. “Cuba ha due facce, una sotto i riflettori, l’altra nascosta. Per certi difensori dei diritti umani, esiste solo la prima: quella della base americana di Guantanamo dove sono detenuti i talebani.” “Ma Cuba non è solo Guantanamo ­ prosegue D’Elia -, è anche Combinado del Este, Canaleta, La Pendiente, Ceramica Roja, Kilo 8...” “La Perla dei Caraibi non è tutta sole, mare e sabbia. E’ anche galera e centri di “rieducazione”.
Quanto all’isola felice dove “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria,” Nessuno tocchi Caino invita i firmatari della petizione pro-Castro a riflettere su quanto accaduto nel 2003 e che tutti hanno potuto leggere sui giornali di tutto il mondo e a quanto denunciato da importanti organizzazioni umanitarie.


NOTA (che se non ricordo male dovrebbe essere mia):

A) L’11 aprile 2003, Fidel Castro ha fatto giustiziare tre componenti un gruppo di cubani che una settimana prima si era impadronito di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida. Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac sono stati fucilati all’alba. Quattro loro compagni sono stati condannati all’ergastolo, uno a 30 anni di prigione e altri tre a pene detentive comprese fra 2 e 5 anni. L’imbarcazione, rimasta a secco a 45 chilometri dalle coste cubane, era andata alla deriva per 24 ore e i sequestratori si erano arresi alle autorità cubane, senza che ai 50 ostaggi fosse stato torto un capello. I dirottatori erano stati processati per direttissima e condannati per atti di terrorismo l’8 aprile. Nel giro di tre giorni, gli appelli sono stati respinti sia dalla Corte Suprema che dal Consiglio di Stato, il più alto organo esecutivo di Cuba presieduto da Fidel Castro, quindi giustiziati. La Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) ha condannato il carattere sommario del processo celebrato in spregio delle regole minime di giustizia internazionalmente riconosciute e ha stabilito essere il fatto “una privazione arbitraria della vita.”

B) Quanto alla rivoluzione cubana che ha permesso il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente,” basta leggere i rapporti sui diritti umani, sulle condizioni nelle prigioni cubane e il trattamento dei detenuti politici.
Sia la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) che l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani hanno denunciato nel 2004 la presenza nelle carceri di casi diffusi di scabbia, tubercolosi, epatite, infezioni varie e malnutrizione. Una ventina di detenuti sarebbero morti nel corso dell’anno a causa di mancata assistenza medica. Detenuti per ragioni politiche o di coscienza sono stati rinchiusi in celle di isolamento umidissime, infestate dai topi, con un buco come gabinetto e un letto di cemento, senza acqua e senza il conforto della Bibbia che gli era stata sequestrata. Quelli non in isolamento sono stati costretti a indossare le uniformi del carcere, a mettersi sull’attenti all’entrata delle guardie nelle celle, messi insieme a detenuti comuni, violenti, intimiditi pesantemente e picchiati dalle guardie e sessualmente aggrediti da altri detenuti.

Nel 2004, il regime ha messo agli arresti domiciliari 14 dei 75 dissidenti arrestati nella primavera del 2003, per lo più anziani e ammalati. Il numero è stato ampiamente compensato da altri trenta dissidenti incarcerati nel corso dell’anno, ha denunciato la Fondazione Cubana dei Diritti Umani.

C) D’altro canto va anche detto che chi fornisce informazioni sulla situazione di diritti umani a Cuba rischia pene severissime. Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino e già portavoce e segretario della Commissione diritti umani e riconciliazione nazionale, è stato condannato nel 2003 a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo paese. Marcelo è stato condannato anche per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’ONU di Ginevra.

(Nei prossimi giorni ripescherò anche altri post dello stesso periodo, ché una rinfrescatina alla memoria non fa mai male)

                        

barbara


12 maggio 2009

MA IO MI DOMANDO

perché il primo quotidiano italiano deve usare mezza pagina per raccontarmi che un giornaletto ha raccontato che Noemi ha raccontato che lei è ancora vergine? C’è qualcuno in grado di darmi una spiegazione che sia anche solo vagamente plausibile?



barbara


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11 maggio 2009

LIBERA!

      

E se lo ricordino bene, i nostri signori politici: le pressioni funzionano. Le pressioni funzionano. Le pressioni funzionano. Le pressioni funzionano!

barbara


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10 maggio 2009

LA SCUOLA CAMBIA ...


(grazie a Pitti)

barbara


8 maggio 2009

NON È LA LORO FESTA

Così ha affermato Oswald Ellecosta, vicesindaco di Bolzano, esponente della Südtiroler Volkspartei, partito alleato del PD: “Il 25 aprile non è la nostra festa”. La loro festa, ha detto, sarebbe caso mai il 9 settembre, data in cui sono stati liberati dall’esercito tedesco. In provincia si è ovviamente scatenato un autentico terremoto, e al sindaco Luigi Spagnolli è stata chiesta una presa di posizione. E lui lo ha fatto. Il vicesindaco è stato frainteso, ha spiegato – ebbene sì, di questi tempi in Italia “si porta” il fraintendimento, come i pantaloni a vita bassa, non solo nei paraggi di Berlusconi ma anche dalla parte opposta – e deve essere assolutamente chiaro che si prendono esplicitamente le distanze dal nazismo e da tutto ciò che esso rappresenta. Ciò che il vicesindaco intendeva dire, ha precisato, è semplicemente che l’Alto Adige è stato oppresso dal fascismo e che l’esercito tedesco lo ha liberato da tale oppressione: chiaro, no?
Per chiarire ulteriormente la situazione sarebbe poi magari il caso di aggiungere che il partito nazista in Alto Adige raccoglieva il 90% dei consensi; che durante la guerra la regione è stata una specie di piccola Polonia, con caccia all’ebreo casa per casa, con la gente che andava dalla Gestapo a dire guardate che quello ha i documenti falsi, esibisce un nome ariano ma in realtà è ebreo, andate a vedere quella cantina, c’è un ebreo nascosto lì. Al punto che una comunità di migliaia di persone si è ridotta a poche decine di superstiti. C’era un campo di concentramento, a Bolzano, e decine di campi satelliti in tutti i paesi, da cui i contadini prelevavano a piene mani lavoratori schiavi. Adesso abbiamo le bande di naziskin, periodicamente visitati dai nazisti tedeschi che vengono a istruirli e addestrarli militarmente, e tante altre cose che qui si vivono da sempre ma che il “mondo” sembra scoprire solo adesso.

        

                      

barbara


7 maggio 2009

SBARELLARE

È ciò che capita a molti quando si trovano a parlare di Israele, o di qualcosa che, direttamente o indirettamente, ha a che fare con Israele. Franco Venturini è uno di quelli a cui capita particolarmente spesso. Così succede che sul Corriere di ieri parli della questione arabo-israeliana come della più intricata e insanguinata delle controversie mondiali. E uno si chiede: ma questo signore che di mestiere fa il giornalista, ossia uno che in teoria sarebbe pagato per informare, ha mai sentito parlare – così, tanto per dirne una - di Darfur, centinaia di migliaia di morti, milioni di profughi, un numero infinito di villaggi distrutti e di stupri? Ha mai sentito parlare – così, tanto per dirne un’altra - di Ruanda, un milione di morti in tre mesi? Ha mai sentito parlare di Congo, CINQUE MILIONI DI MORTI? Ha mai sentito parlare di una cosa che va sotto il nome di “Settembre Nero”, in cui re Hussein buonanima ha fatto fuori in un mese più palestinesi di quanti gli israeliani ne abbiano ammazzati in sessant’anni?
Poi, naturalmente, il Nostro non può farsi mancare tutta la sequela dei più beceri mantra della propaganda anti israeliana: il nuovo governo israeliano ultra-nazionalista e fortemente di destra, il capofila dei «falchi» nei panni di ministro degli Esteri, il che rende evidente che le conoscenze del signor Venturini in fatto di politica israeliana e in merito ad Avigdor Lieberman sono pari a zero, ma il sapere di che cosa si sta parlando, quando si parla di Israele, è noto che è un mero optional, cosa che l’ineffabile Venturini dimostra ulteriormente affermando temerariamente che Israele avrebbe sempre escluso la possibilità della nascita di uno stato palestinese. Ma l’apice della sua grandezza il Nostro la raggiunge in finale di articolo, quando spiega che occorre che Israele riduca gli insediamenti invece di espanderli e valuti favorevolmente le proposte contenute nel piano della Lega Araba. Ora, poiché non ho motivo di supporre che il signor Venturini sia proprio proprio proprio ritardato e analfabeta al punto da ignorare ciò che è accaduto dopo il ritiro dal Libano nel 2000 e quello da Gaza nel 2005, la conclusione può essere una sola: vai, caro Venturini, vai, che Hitler è vivo e lotta insieme a te!

(In attesa che Honest Reporting Italia, ancora bloccato per problemi tecnici, possa ripartire, intanto accontentatevi di questo)

barbara


6 maggio 2009

POSSO PALPARE UN PO’ LA SIGNORA?

Dato che la notizia riguarda anche la cronaca locale, posto l’articolo pubblicato dalla stampa locale, che è più dettagliato e completo.

La scena è stata trasmessa da Tca
L'esponente della giunta: «Sono rimasta infastidita dalla frase»

TRENTO — L'immagine è chiara, l'audio è nitido. Ci so­no le macerie prodotte dal ter­remoto in Abruzzo, in mezzo vigili del fuoco, protezione ci­vile e l'assessore Lia Giovanazzi Beltrami. Arriva il premier Silvio Berlusconi e, sorriso sulle labbra, afferma serafico: «Posso palpare un po' la si­gnora?». Poi si avvicina, le stringe la mano e le appoggia le mani sulle spalle. Foto di ri­to. La scena si chiude.
Questo è il contenuto del filmato mandato in onda ieri da Tca, che riproduce i mo­menti dell'incontro fra l'asses­sore trentina e il premier in Abruzzo il 25 aprile. Non è del resto la prima volta che il pre­mier si distingue per i suoi ap­prezzamenti galanti nei con­fronti del gentil sesso. Ma questa volta nel mirino delle sue attenzioni c'è finita, suo malgrado, l'assessore Lia Giovanazzi Beltrami, in missione a Paganica in rappresentanza della Provincia di Trento, che si è mossa su diversi fronti per portare aiuto ai terremota­ti. Le immagini sono state im­mortalate da Tca, che era pre­sente sul posto e sono state trasmesse ieri dalla tv trenti­na. L'assessore avrebbe prefe­rito che su questo episodio non si accendessero i rifletto­ri. Ma contenere una notizia di queste portata è francamen­te impossibile. E così la frase del premier ha fatto ben pre­sto il giro degli organi di stam­pa locali e nazionali. Suscitan­do non poco clamore, dal momento che si cala in un mo­mento che vede Berlusconi as­sai affaccendato sul fronte dei rapporti con l'universo fem­minile: dalle accuse di voler popolare di veline le liste del­le europee alle dichiarazioni della diciottenne Noemi Letizia alla richiesta di divorzio for­mulata mediante stampa dal­la consorte Veronica Lario.
Insomma, le donne stanno creando non pochi grattacapi al primo ministro. Forse per lui si è trattato di una sempli­ce battuta. Ma così non deve averla pensata l'assessore Giovanazzi Beltrami. Caschetto in testa, l'assessore era scesa in Abruzzo con intenzioni se­rie e la preoccupazione di portare il suo impegno istituzio­nale alle vittime del terremo­to. Nelle immagini, che la ve­dono attorniata da vigili del fuoco e altri volontari, Berlu­sconi si avvicina e rivolto ai numerosi presenti pronuncia col sorriso sulle labbra la fati­dica frase. «Posso palpare un po' la signora?». Poi con gran­de nonchalance le si avvicina, si mette dietro di lei e le ap­poggia le mani sulle spalle. Come in tutte le foto di rito. Come se nulla fosse.
Ma la frase non è piaciuta all'assessore. «Sono rimasta infastidita — commenta Bel­trami — dalla frase pronun­ciata» da Silvio Berlusconi, «ma ho preferito non parlar­ne perché in quei momenti era importante intervenire a favore di chi è rimasto colpito dalla tragedia. Mi sembra di essere la protagonista di un fumetto ma in questo mo­mento preferisco non aggiun­gere nulla. L'emergenza in Abruzzo deve restare in pri­mo piano».

Annalia Dongilli

Sì, lo so benissimo che non sono questi i problemi. Lo so benissimo che i problemi sono gli affari con la mafia, che i problemi sono le migliaia di miliardi che non si sa da dove siano spuntati, che i problemi sono la P2, che i problemi sono la corruzione, che i problemi sono le condanne passate in giudicato, che i problemi sono il conflitto di interessi, che i problemi sono uno e due: lo so. Solo che, dopo che ha fatto la torta e che l’ha farcita e che l’ha ricoperta di panna e che ci ha sparpagliato sopra le scagliette di cioccolato, ecco, della ciliegina davvero non si sentiva il bisogno.

barbara


5 maggio 2009

DILIBERTO-REIBMAN 0:1

BANDIERE DI ISRAELE BRUCIATE
REIBMAN NON DIFFAMO' DILIBERTO

Oliviero Diliberto sconfitto al Tribunale Civile: aveva querelato per un milione di euro Yasha Reibman, portavoce degli ebrei milanesi, che dopo un corteo pro Palestina con bandiere d'Israele bruciate, nel 2006, aveva accostato il leader del Pdci a quello della Fiamma Tricolore, parlando di "spacciatori di antisemitismo" e di "diffusione, magari inconsapevole, di pregiudizi". Parole che rientrano nel diritto di critica: il giudice ha respinto la richiesta di danni perché Reibman "non ha offeso la persona, ma ne ha criticato l'operato politico", spiega il suo avvocato Marco Teardo. "Per fortuna, in Italia si può dissentire, anche da un ex Guardasigilli", commenta Reibman. Diliberto si era sentito "offeso" per l'accostamento all'antisemitismo e aveva definito "imbecilli" gli autori del rogo. "Ancorché sbagliata, rispetto la sentenza". (Corriere della Sera, 4 maggio 2009, pag 12)

Qualcuno, querelando per questioni di principio, chiede risarcimenti simbolici, un euro o qualcosa del genere. Il pidiciuccio Diliberto invece no: lui vuole proprio i soldi sonanti, e tanti anche. Gli è andata male: la lobby del petrolio con i suoi zelanti servitori non ha ancora il controllo completo del territorio, e ci è rimasto ancora qualche margine di libertà di parola, e la cosa non può che farci piacere. Nell’esprimere la mia soddisfazione per l’esito della vertenza, mi permetto di chiedere agli amici blogger che passano di qui di riprendere il più possibile questa notizia: mi piacerebbe che quest’ultima riuscisse a lasciare una traccia in google, e che quanti andassero in cerca di notizie sull’uno o l’altro di questi due personaggi venisse informato del fatto che il signor Diliberto, dopo aver partecipato a manifestazioni antisemite, ha chiesto un milione di euro a chi lo aveva accusato di antisemitismo e ha perso.

           

barbara


3 maggio 2009

DELARA

Era giovane. Era bella. Era brava. Era innocente.
Lo sapevamo, naturalmente, che i nostri appelli non sarebbero serviti a salvarla. Ma l’averlo saputo non basta a mitigare l’orrore, la rabbia, la disperazione. Il dolore sconfinato. Ma pagheranno un giorno, le belve vestite in abiti umani. Giuro che pagheranno tutto. E non voglio giustizia: IO VOGLIO VENDETTA!



barbara

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CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
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