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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 dicembre 2009

PIEDI E CAZZI

Lei, a dire la verità, che a differenza di me era una persona fine, non diceva cazzi bensì, molto più pudicamente, il membro. Anzi, da buona lombarda, il mèmbro. Vabbè, sempre di cazzi stiamo parlando, comunque. Aveva una sua teoria, lei, ossia quella di una “corrispondenza al 90%” fra i piedi e, appunto, il mèmbro. Corrispondenza nelle dimensioni e anche nella forma: grandi e grossi, lunghi e sottili, corti e tozzi, eleganti, rozzi, aggraziati, informi, belli, brutti.
Io non lo so se e quanto questa teoria sia attendibile: sia perché i miei uomini, a differenza di lei, non li conto a centinaia, sia perché, nella congiuntura in questione, mi sono sempre trovata altrimenti occupata che ad effettuare misurazioni e controlli incrociati. Di tanto in tanto, tuttavia, accade che questa cosa mi torni alla mente. Per esempio quando mi capita di vedere i piedi di quest’uomo.



Già che ci siamo, buon anno

barbara


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30 dicembre 2009

IL DECLINO DELLA CRISTIANITÀ SOTTO L’ISLAM

Origine del «jihad»

L'islam, religione rivelata in lingua araba da un profeta arabo, nacque in Arabia nel VII secolo e si sviluppò in seno a una popo­lazione le cui tradizioni e usanze erano influenzate da un parti­colare ambiente geografico. Per questo, pur mutuando dalle reli­gioni bibliche il nucleo essenziale del loro insegnamento etico, es­so incorporò elementi culturali locali, propri dei costumi delle tribù nomadi o parzialmente sedentarie che popolavano il Hijaz. Queste tribù, che costituivano il nucleo militante della comunità islamica, attraverso la guerra le assicurarono il costante sviluppo delle sue risorse e dei suoi adepti. Fu così che nel giro di un seco­lo gli arabi islamizzati, originari delle regioni più aride del pia­neta, ne conquistarono gli imperi più potenti, e al tempo stesso assoggettarono i popoli che avevano dato vita alle civiltà più pre­stigiose.
Il jihad (la guerra santa contro i non musulmani) nasceva dal­l'incontro tra le consuetudini del grande nomadismo guerriero e le condizioni di vita di Maometto a Yathrib (più tardi Medina), dov'era emigrato nel 622 sfuggendo alle persecuzioni degli ido­latri a La Mecca. Priva di mezzi di sostentamento, la piccola co­munità musulmana in esilio viveva a carico dei neoconvertiti di Medina, gli ansar ovvero gli ausiliari. Ma poiché tale situazione non poteva protrarsi, il Profeta organizzò alcune spedizioni volte a intercettare le carovane che commerciavano con La Mecca. In­terprete della volontà di Allah, Maometto riuniva in sé i poteri politici del capo militare, la leadership religiosa e le funzioni di un giudice: «Chiunque obbedisce al Messaggero, obbedisce a Dio» (Corano IV,80).
Fu così che una serie di rivelazioni divine, elaborate ad hoc per tali spedizioni, vennero a legittimare i diritti dei musulmani sui beni e la vita dei loro nemici pagani, e furono creati versetti coranici finalizzati a santificare di volta in volta il condiziona­mento psicologico dei combattenti, la logistica e le modalità del­le battaglie, la spartizione del bottino e la sorte dei vinti. [enfasi mia, ndb] A poco a poco fu definita la natura delle relazioni da adottare nei con­fronti dei non musulmani nel corso delle imboscate, delle batta­glie, degli stratagemmi e delle tregue, ossia dell'intera gamma di strategie in cui si articolava la guerra santa necessaria ad assicu­rare l'espansione dell'islam.
La vita di Maometto è già stata oggetto di molteplici studi e non è il caso di ritornare su di essa. Basti notare che la politica adottata dal profeta arabo nei confronti degli ebrei di Medina, nonché degli ebrei e dei cristiani delle oasi del Hijaz, determinò quella dei suoi successori nei confronti degli abitanti indigeni ebrei e cristiani dei paesi conquistati. Gli ebrei di Medina furono o depredati e cacciati dalla città (sorte toccata ai banu qaynuqa' e ai banu nadir, 624-625), o massacrati, a eccezione dei convertiti al­l'islam, delle donne e dei bambini, che furono ridotti in schiavitù (come accadde ai banu qurayza, 627). E poiché tutte queste decisioni furono giustificate mediante rivelazioni di Allah contenute nel Corano, esse assunsero valore normativo e divennero una componente obbligata della strategia del jihad. I beni degli ebrei di Medina andarono a costituire un bottino che fu spartito tra i combattenti musulmani, in base al criterio per cui un quinto di ogni preda era riservato al Profeta. Tuttavia, nel caso dei banu nadir Maometto conservò la totalità del bottino poiché questo, es­sendo stato confiscato senza colpo ferire, secondo alcuni versetti coranici (LIX,6-8) spettava integralmente al Profeta, incaricato di gestirlo a beneficio della comunità islamica, la umma. Fu questa l'origine del fay', ossia del principio ideologico, gravido di conse­guenze per il futuro, in base al quale il patrimonio collettivo del­la umma era costituito dai beni sottratti ai non musulmani.
Fu nel trattato concluso tra Maometto e gli ebrei che coltiva­vano l'oasi di Khaybar che i giureconsulti musulmani delle epo­che successive individuarono l'origine dello statuto dei popoli tributari, tra i quali il presente studio prende in esame gli ebrei e i cristiani - designati collettivamente come Gente del Libro (la Bibbia) - e gli zoroastriani persiani.
Secondo questo trattato, Maometto aveva confermato agli ebrei di Khaybar il possesso delle loro terre, la cui proprietà passa­va invece ai musulmani a titolo di bottino (fay'). Gli ebrei conser­vavano la loro religione e i loro beni in cambio della consegna di metà dei loro raccolti ai musulmani. Tuttavia tale statuto non era definitivo, in quanto Maometto si riservava il diritto di abrogarlo quando lo avesse ritenuto opportuno.
La umma continuò a ingrandirsi e ad arricchirsi grazie alle spe­dizioni contro le carovane e le oasi - abitate da ebrei, cristiani o pagani - dell'Arabia e delle regioni di confine siro-palestinesi (629-632). Tali agglomerati, situati a nord di Ayla (Eilat), nel Wadi Rum e nei pressi di Mu'tah, erano circondati da tribù arabe no­madi. Quando esse si schierarono con Maometto gli stanziali, ter­rorizzati dalle razzie, preferirono trattare con il profeta e concordare il pagamento di un tributo. Attingendo a fonti contempo­ranee, Michele il Siro rievoca quegli eventi:

[Maometto] cominciò a radunare delle truppe e a salire a tendere delle imboscate nelle regioni della Palestina, al fine di persuadere [gli arabi] a credere in lui e a unirsi a lui portando loro del bottino. E poiché egli, partendo [da Medina], si era recato più volte [in Pa­lestina] senza subire danni, anzi, l'aveva saccheggiata ed era tornato carico <di bottino>, la cosa [la predicazione di Maometto] fu avvalorata ai loro occhi dalla loro avidità di ricchezze, che li portò a istituire la consuetudine fissa di salire lì a fare bottino... Ben presto le sue truppe si misero a invadere e a depredare numerosi paesi [...]. Abbiamo mostrato in precedenza come, sin dall'inizio del loro impero e per tutta la durata della vita di Maometto, gli arabi partis­sero per fare prigionieri, saccheggiare, rubare, tendere insidie, in­vadere e distruggere i paesi.

Alla morte del Profeta (632), quasi tutte le tribù del Hijaz ave­vano aderito all'islam, in Arabia l'idolatria era stata vinta e le Gen­ti del Libro (ebrei e cristiani) pagavano un tributo ai musulmani. Il successore del profeta, Abu Bakr, represse la rivolta dei beduini (ridda) e impose loro l'adesione all'islam e il pagamento dell'im­posta legale (zakat). Dopo aver unificato la Penisola, egli portò la guerra (jihad) al di fuori dell'Arabia. Il jihad consisteva nell'impor­re ai non musulmani una di queste due alternative: la conversio­ne o il tributo; il rifiuto di entrambe obbligava i musulmani a com­batterli fino alla vittoria. Gli arabi pagani potevano scegliere tra la morte e la conversione; quanto agli ebrei, ai cristiani e agli zoroa­striani, in cambio del tributo e in base alle modalità della conqui­sta, essi potevano «riscattare» le loro vite e al tempo stesso mante­nere la libertà di culto e il sicuro possesso dei loro beni.
Nel 640 il secondo califfo, Omar ibn al-Khattab, cacciò dal Hijaz i tributari ebrei e cristiani appellandosi alla dhimma (con­tratto) di Khaybar: la Terra appartiene ad Allah e al suo Inviato, e il contratto può essere rescisso a discrezione dell'imam, leader re­ligioso e politico della umma e interprete della volontà di Allah. Omar invocò altresì l'auspicio espresso dal profeta: «Nella Peni­sola Arabica non devono coesistere due religioni».

E dopo quasi un millennio e mezzo, ancora non hanno smesso.
Per tutti quelli che “esiste un islam moderato”.
Per tutti quelli che “non confondiamo islam con islamismo e islamismo con terrorismo”.
Per tutti quelli che “l’islam si coniuga al plurale”.
Per tutti quelli che “ma questo non è il vero islam”.
Per tutti quelli che “c’era una volta un islam tollerante”.
Per tutti quelli che “è una reazione alle crociate, è una reazione al colonialismo, è una reazione alle aggressioni dell’Occidente”.
Per tutti quelli che ancora si ostinano a chiudere gli occhi.
Per tutti quelli che gli occhi li hanno ben aperti e per questo credono di sapere più o meno tutto, e sapessero invece quanto si sbagliano.
Per tutti. Da leggere. Da studiare. Da imparare a memoria. Perché è meglio, molto meglio, un salutare cazzotto allo stomaco oggi che una devastazione planetaria domani – un domani che sta già bussando alle porte.

Bat Ye’or, Il declino della cristianità sotto l’islam, Lindau



barbara


27 dicembre 2009

È NATO GESÙ ...



Nella chiesa di Bellinzona (Ticino, Svizzera), la tradizionale culla della natività col bambin Gesù è attorniata da minareti [qui]. Sulla culla sono stati posti versetti della Bibbia e del Corano sull'argomento dell'acqua. (Grazie a Paolo Mantellini)

Una sola cosa mi domando: se lo scopo di questa oscena caricatura di presepe è quello di suggerire fraterna coesistenza delle varie religioni, perché intorno al Bambinello non si vedono campanili, sinagoghe, templi buddisti, ma unicamente quei giganteschi missili fallici che spero tanto vadano presto a inchiappettare l’ideatore di questa sconcia pagliacciata?

barbara

P.S.: torno presto


26 dicembre 2009

ISRAELE, PER FAVORE, SPARISCI

di Jacques Tarnero

È un'idea che si sta facendo strada. Ormai viene espressa senza vergogna, protetta dall'apparente innocenza della sua domanda: «... e se la creazione dello Stato d'Israele fatta dall'Onu nel 1948 fosse stato un errore?» «E se per riparare un crimine l'Onu avesse contribuito a farne un altro?» Dopo sessant'anni di successi alterni, il progetto di far sparire questo Stato dalla carta geografica prende improvvisamente una nuova piega! «Per favore, facci il piacere di sparire! Sparisci, affinché la terra ritrovi la sua armonia!» È questo il messaggio esplicito, o sussurrato, o magari subliminale che a quanto pare si bisbiglia, si scrive o si pensa da diverse parti. È questo il messaggio indirizzato a Israele in modo sempre più insistente, mentre una voce molto più chiassosa annuncia che ben presto passerà all'azione e libererà la terra da questa sgradevole pustola. Il lavoro sporco dovrebbe essere fatto da un clone islamico di Hitler, grazie alla bomba atomica che sta tentando di fabbricare.
Nel frattempo in Occidente stanno preparandosi a tirare fuori i fazzoletti dopo che la bomba sarà esplosa su Tel Aviv, la città sionista per eccellenza, quella che non ha diritto di esistere. Anche se quasi tutto il mondo occidentale si trova d'accordo nel dire che Ahmadinejad non corrisponde ai canoni della buona creanza, nessuno osa guardare la cosa troppo da vicino. Come non si osa guardare troppo da vicino quell'altro eccentrico di Gheddafi, con la sua tenda, le sue amazzoni, i suoi dromedari e i suoi irragionevoli propositi. Il folclore orientale ha questo vantaggio: ai buoni spiriti progressisti ispira sempre un'indulgenza spregiativa, postcoloniale, mentre dovrebbe mettere in loro anche dello spavento. Nel presidente iraniano l'Occidente non riconosce un nuovo Hitler, ma un despota in salsa orientale che esagera un po' troppo. «Essere persiano» è un fatto divertente, mentre «essere ancora israeliano» è un fatto serio.
Ecco un paese grande come tre dipartimenti francesi che esaspera la terra intera con il suo spirito cattivo, la sua angusta rigidità. Tutti quelli che amano disquisire sulla Shoah s'inebriano delle loro proprie lacrime e aborriscono questo Stato che costruisce un muro (che orrore, un muro!) per imprigionarsi. Come sono commoventi gli ebrei quando sono battuti! Che bei libri sanno scrivere sulle loro peregrinazioni! Come sanno essere divertenti quando sono minacciati! Come sono intelligenti, sottili, deliziosamente nevrotici quando vivono in diaspora! Come sanno musicare bene, inventare, filosofare quando la fonte di pensiero è la loro dispersione, e come invece è grossolano, frusto e antipatico questo Stato!
«Come si può essere ebrei dopo Gaza?» chiede un'esperta (ebrea) di questa propagandistica posizione, senza che mai venga in mente una domanda parallela: «Come si può essere umani con Ahmadinejad?» Non ci siamo forse riempiti la bocca con i «mai più»? «Se il razzismo antisemita è condannabile, non è forse reazionario il "filosemitismo"?», domanda un altro esperto (ebreo) non meglio identificato. Non ci sarebbe forse un uso abusivo del termine "ebreo", un'appropriazione indebita di un sostantivo che, per essere considerato, avrebbe diritto soltanto a una posizione di attributo in un'economia intellettuale di sinistra, sostiene un nostalgico di Mao, esperto in questioni dell'amore?
Questo eterno «ritorno sulla questione ebraica», continuamente ripetuto, impastato, triturato, prepara qualcosa di diverso da un interrogativo posto alla condizione umana sulla questione ebraica. Incapaci di pensare il problema nelle categorie che sono sue proprie, per quanto «decostruite» nel corso della storia, i chierici cercano di cancellare la questione piuttosto che affrontarla. Il «segno ebreo» è accettato e preso in considerazione soltanto a condizione che resti nelle categorie che tradizionalmente gli sono state assegnate. E si onorano le vittime della Shoah soltanto per accanirsi poi contro i sopravvissuti che hanno avuto il torto di emigrare in Israele. La Shoahlatria si coniuga bene con la israelofobia più estrema, e per mettere in discussione la legittimità di Israele non è più necessario contestare la realtà del progetto nazista e la sua messa in atto, se è vero che Israele avrebbe il suo diritto ad esistere soltanto come riparazione della Shoah. Resta soltanto quel guitto del presidente iraniano a invitare dei negazionisti, perché ormai l'ultima moda consiste nell'aggiungere altre lacrime ai torrenti che già scorrono per affermare che i nuovi nazisti sono gli israeliani, e che, in quanto tali, il «regime sionista» da cui sono usciti deve essere annientato. Questo è il senso dell'equivalenza posta tra la stella di David e la croce uncinata, tanto che ormai viene usata in tutte le manifestazioni «anti-imperialiste». Che fortuna è stata per l'Onu e per il suo grottesco Consiglio dei diritti dell'uomo trovare un giudice ebreo per accusare Israele di crimini contro l'umanità!
Il problema quindi non è più la «questione ebraica», ma la sua trasformazione nella «questione sionista». Il problema sarebbe dunque costituito da quella strana enclave al limite del Mediterraneo, estranea all'ambiente circostante, che rifiuta di disciogliersi. Ma da quand'è che si chiede al presente di correggere la storia che ha generato quel presente? Si chiede al presidente del Brasile, il simpatico Lula, di restituire l'Amazzonia ai Nambikwara? Si chiede a Obama di restituire il Far West ai sioux e agli cheyenne? Si chiede agli arabi di restituire il Magreb ai berberi? I polacchi reclamano forse di ritornare all'ovest dell'Oder? E i tedeschi all'est? Milioni di persone nel mondo sono state spostate dalla storia, in Europa, in India, nel Pakistan. Quante centinaia di migliaia di ebrei sono fuggiti dai paesi arabi per trovare rifugio in Israele? O il popolo d'Israele è l'unico al mondo a veder messo in discussione il suo diritto a un'esistenza nazionale perché una cattiva fede planetaria non vuole capire che essere ebreo significa due cose, che corrispondono in pari tempo a un destino individuale e a un destino comunitario condiviso. Che cos'è che costituisce un popolo, se non l'idea condivisa di appartenergli? E si contesterebbe soltanto agli ebrei questo diritto nato dalla realtà della loro storia, e che una loro preghiera ricorda continuamente: «l'anno prossimo a Gerusalemme!» Che pacchia è per gli ossessionati di anti-israelismo che sia un altro ebreo israeliano a spiegare «come fu inventato il popolo ebraico»!
Ah! certo, la politica seguita dall'attuale governo israeliano non piace né alla riva sinistra né alla banlieu est, e tuttavia non è per questo che dovrebbe emendarsi, ma nel nome dell'interesse superiore del popolo d'Israele, cioè dell'interesse di coloro per i quali questo Stato fu fondato. Lo Stato degli ebrei potrà ancora chiamarsi "Israele" quando fra qualche anno la popolazione araba, considerando anche i territori controllati, sarà numericamente superiore a quella degli ebrei? Poiché non bisogna farsi alcuna illusione sulle buone intenzioni degli arabi, è urgente per Israele liberarsi di questi territori. E tutti quelli che sono disturbati da Israele si rassicurino: l'inquietudine del nome d'Israele li protegge, nonostante loro, perché quello che minaccia oggi Israele minaccia anche loro. E se le nostre libertà stanno ancora più o meno in piedi, è proprio perché Israele ne è il principale bastione. Credete davvero che senza Israele la terra starebbe meglio? O voi fratelli umani! Per non averlo capito, domani potrebbe essere troppo tardi!

(Association France-Israèl, 29 novembre 2009 - trad. www.ilvangelo-israele.it)

Non condivido il suggerimento di lasciare i territori in un momento in cui sappiamo con certezza che ciò equivarrebbe a un suicidio, ma dell’analisi che precede condivido anche le virgole.



barbara


25 dicembre 2009

NATALE

Da qualche anno, finalmente, sto vivendo il Natale che per tutta la vita avevo sognato.
Un Natale in casa da sola.
Un Natale senza vedere una sola faccia.
Un Natale senza udire una sola voce.
Un Natale senza urla.
Un Natale senza bestemmie.
Un Natale senza botte.
Un Natale senza facce stravolte e deformate dall’odio.
Un Natale senza furie omicide da cui cercare scampo.
Un Natale senza insulti studiati per colpire proprio là dove si sa con certezza che penetreranno più a fondo e le ferite non si richiuderanno mai più.

Poi, fra qualche giorno, scenderò a valle per gli ineludibili doveri filiali ma il Natale no, questo Natale di pace sognato e vagheggiato per più di mezzo secolo, questo Natale di pace per più di mezzo secolo creduto utopia, questo Natale di pace no, non me lo lascio scippare da nessuno.
Poi, certo, ai ricordi non si sfugge, le ferite sanguinano ogni volta che cambia il tempo e anche quando non cambia, stanotte non sono andata a letto … Ma di coltellate nuove, per lo meno, non ne arrivano più.

Auguro a tutti coloro che amo un Natale sereno quanto il mio.
Auguro a tutti gli altri di vivere per un giorno tutto ciò che io ho vissuto per oltre mezzo secolo: sarà sicuramente la giusta punizione per tutte le loro nefandezze.

barbara


24 dicembre 2009

LETTERINA DI NATALE

«Io non sono sicura se le favole mi piacciono: a casa mia madre me le negava perché ero grande e dovevo aiutarla in casa, e a scuola non c'era tempo perché si dovevano imparare cose più importanti. Avendo questi dubbi, pre­ferisco raccontarvi una storia vera. Voi dovete sapere che in famiglia siamo quattordici: mia madre, mio padre, la nonna, il nonno e dieci figli. Io sono la seconda, ho dodi­ci anni. L'ultima è nata il primo gennaio e grazie a lei quello è stato il primo Natale che abbiamo trascorso in santa pace, senza che mio padre picchiasse mia madre e noi piangessimo e andassimo a nasconderci sotto i letti. Io, veramente, poche volte vado a nascondermi, cerco di stare vicino alla mamma per farle prendere meno calci. Ma ho tanta paura. Adesso sono più abituata, ma la pau­ra l'ho sempre perché mio padre quando si arrabbia fa volare i piatti, i bicchieri e anche le sedie. La mamma mi ha spiegato che è esaurito perché non ha mai avuto un posto fisso. Adesso però ha un lavoro fisso, ma è nervoso lo stesso. Quando la mamma aveva il pancione, invece, non era nervoso: era più buono anche con noi. La mam­ma perciò è contenta di avere figli. Mio padre gli porta la frutta fuori stagione, compra i dolci, la porta al cinema.
A Natale mi ricordo le portò pure i fiori. La mamma li
mise nel vaso in mezzo alla tavola e rideva. È importante allora avere dei figli! A Gesù Bambino chiederò di aver­ne tanti, così non litigherò mai con mio marito.»
(da Prima le donne e i bambini di Elena Gianini Belotti, BUR, pp. 62-63)

barbara


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23 dicembre 2009

TROVA LA DIFFERENZA



Splendido manifesto trovato in un blog iraniano (grazie alla sua segnalazione), perché il governo è una cosa e la gente un'altra, spesso molto ma molto ma molto diversa. E poi, abbastanza in tema, la solita cartolina.

barbara


21 dicembre 2009

SE AVESSE FATTO UN GESTO

Piero Terracina: «Se Pio XII avesse fatto un gesto, molti romani si sarebbero salvati»

di Raffaella Troili

ROMA (20 dicembre) - Al silenzio della Chiesa e di Pio XII, Piero Terracina contrappone la voce del cuore, non potrebbe fare altrimenti. Il suo è il commento dell'ebreo romano, ragazzo deportato ad Auschwitz il 7 aprile del '44, che ancora conta i nomi dei morti dentro la famiglia. E ora che Papa Pacelli - figura controversa per il suo atteggiamento verso la Shoah - si avvia a diventare beato (Benedetto XVI ha firmato il decreto per le virtù eroiche, nonostante la Comunità ebraica l'abbia sempre osteggiato), Terracina prende le distanze: «E' una cosa tutta interna alla Chiesa», però...
«Però credo sia opportuna una riflessione sulla visita del Papa in Sinagoga in programma il 17 gennaio. Le decisioni le prenderanno quanti devono farlo, ma un momento di riflessione serve». Aveva 15 anni quando venne arrestato dalle Ss e deportato ad Auschwitz insieme ad altri sette membri della famiglia. Tornò a Roma da solo, unico superstite, due anni dopo. «Del silenzio della Chiesa e in particolare di Pio XII ne abbiamo sempre parlato. Di una cosa resto convinto: che se quel 16 ottobre del '43, quando avvenne la razzia degli ebrei romani dal Ghetto, quando per due giorni restarono chiusi nel Collegio militare di via della Lungara, a 300 metri dal Vaticano, il Papa fosse uscito, avesse fatto un cenno, un gesto...». E in testa ha un'immagine che poteva essere e non è stata. «Se solo avesse aperto le braccia, e mi riferisco a quelle bellissime immagini che testimoniano la sua visita a San Lorenzo bombardata nello stesso anno, gli ebrei romani non sarebbero stati deportati». Così non è stato. «Anzi, silenzio più totale. Eppure Himmler ha atteso due giorni prima di partire, si dice che aspettasse le reazioni del Vaticano».
Alla fine il treno è partito. A bordo 1023 ebrei romani, uno aveva un giorno. Appena arrivati, dalle selezioni, ne uscirono vivi meno di 300. A casa ritornarono in 16, una donna sola. «E' naturale che io pensi che non sarebbero stati assassinati se ci fosse stato un intervento reale della Chiesa. Non voglio arrivare a dire che il silenzio è una complicità ma quello che è successo a Roma, dove risiedeva il Papa, si poteva evitare. Ma la storia non è fatta di se e ma». Sospira Terracina e prende di nuovo le distanze, però s'interroga: «Noi non veneriamo i santi, non crediamo alla santità delle persone. Abbiamo solo un santo, ed è il Signore. Ma non credo che un Santo sarebbe stato in silenzio, a guardare. Un santo non può avere paura, ha sempre la protezione del Signore. E poi, quanti santi si sono sacrificati per salvare altre vite? Ecco, sulla santità di Pio XII esprimo qualche dubbio, quantomeno in quel momento storico non l'ha dimostrata, se la Chiesa pensa che sia opportuno...».

(Il Messaggero, 20 dicembre 2009)

È infatti documentato che il motivo per cui gli ebrei romani rastrellati nella razzia del ghetto del 16 ottobre 1943 non furono deportati subito ma rimasero per due giorni al Collegio Militare, risiede nel timore che il papa potesse reagire, e volevano quindi riservarsi la possibilità di fare marcia indietro nel caso ci fossero state, appunto, reazioni. Ma Sua Santità non reagì.



barbara


20 dicembre 2009

SHOAH E DINTORNI

«L'attenzione dei Governi del Belgio, Cecoslovacchia, Grecia, Jugoslavia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda, Polonia, Regno Unito, Stati Uniti d'America e Unione Sovietica e anche del Comitato Nazionale Francese è stata sollecitata da numerosi rapporti provenienti dall'Europa che affermano che le autorità tedesche, non paghe di aver negato in tutti i territori sui quali hanno esteso il loro barbaro dominio, i diritti umani più elementari alle persone di razza ebraica, stanno ora mettendo in atto il proposito di Hitler, molte volte annunciato, di sterminare la popolazione ebraica in Europa. Da tutti i territori occupati gli ebrei sono trasportati in condizioni del più abbietto orrore e brutalità verso l'Europa dell'Est. In Polonia, trasformata nel principale macello nazista, i ghetti istituiti dall'invasore tedesco vengono sistematicamente svuotati di tutti gli ebrei, all'infuori di pochi operai, altamente specializzati, richiesti dalle industrie di guerra. Non si hanno più notizie di nessuno di quelli portati via. Coloro che sono in buone condizioni fisiche muoiono lentamente per sfinimento in campi di lavoro. Gli infermi sono lasciati morire all'aperto o per fame o sono deliberatamente uccisi in eccidi di massa. Si calcola che il numero delle vittime di queste crudeltà letali sia di molte centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, del tutto innocenti. I Governi suddetti e il Comitato Nazionale Francese condannano nel modo più assoluto questa politica bestiale di sterminio a sangue freddo. Dichiarano che tali eventi non possono che rafforzare la risoluzione di tutti i popoli amanti della libertà di rovesciare la barbara tirannia hitleriana. Essi riaffermano il loro solenne impegno di far sì che i responsabili di questi crimini non sfuggano alla giusta condanna, nonché di intraprendere tutte le necessarie misure pratiche affinché tale scopo sia raggiunto». (Dicembre 1942; qui, grazie a lui)

Come si può vedere, nell’elenco dei governi firmatari di questa dichiarazione il Vaticano non c’è. Pio XII il buono, Pio XII il santo, Pio XII il virtuoso, Pio XII l’eroico, si è rifiutato di firmarlo. VOI beatificatelo pure, NOI continueremo a ricordare. Perché mai più, per noi, significa MAI PIÙ.



barbara


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19 dicembre 2009

PERCHÉ IL MALE TORNA SEMPRE (2)



Era il titolo di un post che avevo fatto circa due anni fa. Mi è tornato in mente questa mattina, quando ho letto: “C’erano i cani ieri ad Auschwitz”. Il male torna sempre, perché noi non facciamo niente – o, nel migliore dei casi, non facciamo abbastanza – per impedire che ritorni. Il male torna sempre perché che palle, e basta con sto olocausto. Il male torna sempre perché che palle sti ebrei come se avessero sofferto solo loro. Il male torna sempre perché io non sono antisemita, è solo che. Il male torna sempre perché io comunque cosa c’entro? Il male torna sempre perché la potentissima lobby ebraica. Il male torna sempre perché le vittime di ieri sono diventate i carnefici di oggi. Il male torna sempre perché gli ebrei che hanno in mano la finanza e l’informazione. Il male torna sempre perché ...
C’erano i cani ieri ad Auschwitz, e brividi corrono lungo la schiena, perché il male torna sempre, lo sappiamo benissimo che torna sempre. E continuerà a tornare, fino a quando non ci decideremo a far sì che il fatidico mai più smetta di essere un progetto di vita solo per gli ebrei, e per tutti gli altri nient’altro che due parole di cui riempirsi la bocca e farsi belli nel giorno della memoria.


La selezione, disegno di Simon Wiesenthal


Il bagno, disegno di Simon Wiesenthal


Il crematorio, disegno di Simon Wiesenthal

E per dare il nostro piccolo contributo a conoscere il male per far sì che non ritorni, recuperiamo gli arretrati uno, due, tre e quattro.

barbara


19 dicembre 2009

UNA DOMANDA AI MIEI DODICI LETTORI E MEZZO

(e si accettano scommesse sul mezzo)

Chiedi chi erano i Beatles

Se vuoi toccare sulla fronte il tempo che passa volando
in un marzo di polvere di fuoco e come il vecchio di oggi sia stato il ragazzo di ieri
Se vuoi ascoltare non solo per gioco il passo di mille pensieri
tu chiedi chi erano i Beatles, chiedi chi erano i Beatles...
Se vuoi sentire sul braccio il giorno che corre lontano
e come una corda di canapa è stata tirata, come la nebbia inchiodata fra giorni sempre più brevi
Se vuoi toccare col dito il cuore delle ultime nevi tu chiedi chi erano i Beatles, chiedi chi erano i Beatles...
Chiedilo ad una ragazza di 15 anni di età
tu chiedi chi erano i Beatles e lei ti risponderà...
la ragazzina bellina col suo sguardo garbato, gli occhiali e con la vocina
ma chi erano mai questi Beatles?, lei ti risponderà....
I Beatles non li conosco, neanche il mondo conosco
sì, sì conosco Hiroshima ma del resto ne so poco, ne so proprio poco
Ha detto mio padre l'Europa bruciava nel fuoco
dobbiamo ancora imparare, noi siamo nati ieri, siamo nati ieri
Dopo le ferie d'agosto non mi ricordo più il mare
non mi ricordo la musica e fatico a spiegare le cose per restare tranquilla
scatto a mia nonna le ultime pose
ma chi erano mai questi Beatles, chi erano mai questi Beatles?
Voi che li avete girati nei giradischi e gridati
voi che li avete ascoltati e aspettati, bruciati e poi scordati
voi dovete insegnarmi con tutte le cose non solo a parole
ma chi erano mai questi Beatles, ma chi erano mai questi Beatles?
Perché la pioggia che cade è presto asciugata dal sole
un fiume corre su un divano di pelle, ma chi erano mai questi Beatles?
di notte sogno città che non hanno mai fine
e sento tante voci cantare e laggiù gente rispondere
monto tre onde di sole, cammino nel cielo del mare
Ma chi erano mai questi Beatles, CHI ERANO MAI QUESTI BEATLES...?

La domanda è questa: ma qualcuno è mai riuscito a capire di cosa diavolo parla questa canzone? O, altrimenti detto: qualcuno è in grado di dimostrare che questa canzone significhi qualcosa?
grazie

barbara


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18 dicembre 2009

PENSIERO STUPENDO

(nasce un poco strisciando)

la Binetti che porge il labbro tumido al peccato

(mentre la bambina indiscreta)

(o prima o poi poteva accadere)

 (clic)

barbara


17 dicembre 2009

PER ESEMPIO

Tempi di dimissioni per comportamenti immorali. David HaLevi Segal (1586–1667), noto cabalista e autore di commenti al Talmud, allo Shulchàn ‘Arùkh e alla Torà, nel 1641 era Rabbino della Comunità di Ostrog. Colpito da una insopportabile odontalgia e non potendosi permettere un dentista, entrò all’alba in un’osteria ancora vuota per porre una goccia di liquore sulla gengiva dolorante. Si recò poi al Tempio e rassegnò le sue dimissioni. Un Maestro che si reca a bere in un’osteria non poteva più, a suo avviso, essere d’esempio per la Comunità. (rav Roberto Colombo)

barbara


16 dicembre 2009

LA LEGGE DEL CONTRAPPASSO



barbara


15 dicembre 2009

QUANTO TEMPO

Quanto tempo dovrà passare perché tutto questo diventi storia e susciti la stessa emozione delle guerre puniche?
Quanto tempo dovrà passare perché Schindler’s list diventi un film con troppa fantasia?
Quanto tempo dovrà passare perché chi è stato martoriato nella carne e nell’anima possa tornare a sorridere?
Quanto tempo dovrà passare perché un treno evochi solo viaggi e vacanze e un camino dolce calore e intimità domestica?
Quanto tempo dovrà passare perché ospitare un ebreo sia un gesto d’amicizia e non un atto eroico?
Quanto tempo dovrà passare perché un ebreo, per essere certo di tornare a casa intero, non debba nascondere la kippà?
Quanto tempo dovrà passare perché un Ilan Halimi possa morire di vecchiaia nel suo letto?
Quanto tempo dovrà passare perché lo stato degli ebrei cessi di essere l’ebreo degli stati?
Quanto tempo dovrà passare perché la giornata della memoria, se ancora ci fosse bisogno di averne una, cessi di essere l’alibi per i più sordidi sentimenti e i più infami propositi?
Quanto tempo dovrà passare perché le tonnellate di cenere umana di cui è impregnata la terra d’Europa si dissolvano e cessino di imputridire l’aria che respiriamo?

Non lo so, quanto tempo dovrà passare, ma fino a quando non sarà passato io continuerò a ricordare. Io continuerò a testimoniare. Io continuerò a far sentire alta la mia voce. Perché troppi non lo possono più fare. E troppi altri non lo hanno mai voluto fare.
(Anche lui e lui, per fortuna, continuano a far sentire alta la loro voce)



barbara


14 dicembre 2009

IL COMUNE PIÙ FELICE D’ITALIA

Sto parlando di quello in cui vivo. Così è risultato dalla somma dei vari punteggi, e ben due amici mi hanno segnalato l’evento, con tanto di link agli articoli per documentare la rivelazione.
Nel comune più felice d’Italia, ossia in quello con la migliore qualità della vita, sei anni fa ho fatto un trasloco. Per un mese intero tutti i giorni, due tre volte al giorno, sono venuta qui con la macchina stracarica di borse valigie cartoni pieni di libri dischi vestiti scarpe quadri piante stoviglie pentolame attrezzi soprammobili biancheria da casa tappeti cuscini ... Almeno un migliaio di volte ho fatto queste scale, due piani e mezzo, carica delle suddette borse valigie cartoni. Per almeno la metà delle volte c’è stato qualcuno del condominio che mi ha vista. Ci fosse stata una volta, dico una, che qualcuno avesse detto aspetta va’ che sto andando in su, le porto una borsa per una rampa di scale.
Due anni fa, come è noto, mi sono rotta tutte e due le gambe. Due mesi in sedia a rotelle e sei mesi in tutto prima di poter camminare più o meno normalmente senza sostegni. In sei mesi da una scuola con oltre sessanta colleghi ho ricevuto due telefonate e un biglietto. Visite nessuna. Delle colleghe di sezione, quindici anni di lavoro gomito a gomito, mai una lite, mai uno screzio, mai una discussione, mai un attrito, diverse – molto apprezzate – cene a casa mia, non si è fatta viva nessuna, né per telefono, né in nessun altro modo. ZERO. Sapendo che vivo sola. Sapendo che sto al secondo piano senza ascensore. Zero.
Ieri pomeriggio, mentre ero qui al computer, ho sentito suonare alla porta. Era la mia dirimpettaia, mi aveva portato su un pacchetto che già da un paio di giorni era giù, e vedendo che non lo prendevo le è venuto da pensare che forse c’era qualcosa che mi impediva di andarmelo a prendere da me, e ha pensato di portarmelo lei. A nessun altro del condominio era venuta la stessa idea. Poi, dopo qualche secondo, ha risuonato e mi ha detto: “Se lei cose bisogno, lei suona dice, sì?” La mia dirimpettaia è tailandese. Solidarietà fra stranieri immigrati, mi è venuto da pensare. Perché il diritto alla felicità nel comune più felice d’Italia, evidentemente, è appannaggio esclusivo degli indigeni.

E visto che oggi è felice – eccitato, per la precisione, ma insomma non sottilizziamo – anche lui, vai a leggerlo che così resti in tema.

barbara


13 dicembre 2009

UN MUSULMANO IN UN PAESE EBRAICO

Per capire le accuse mosse agli israeliani

di Tashbih Sayyed

Il dott. Tashbih Sayyed era quello che si può tranquillamente definire un musulmano liberale. Nato in Pakistan nel 1941 (e morto nel 2007), membro del Jihad Watch Board., redattore capo di Pakistan Today e Islam World Today, tra il 1967 e il 1980 ha lavorato per la Pakistan Television Corporation, battendosi sempre per la democrazia e contro il terrorismo.
Dopo l'attacco alle Torri Gemelle del 2001 e l'ondata filofondamentalista che inneggiava alla jihad, invece di accodarsi alla massa per dichiarare guerra agli infedeli, Sayyed ammise apertamente e a gran voce che esisteva un problema all'interno dell'Islam che andava risolto. Una volta disse ad un suo amico: "La mia vita intera è dedicata ad un solo scopo: far capire ai Musulmani che la loro teologia ha bisogno di essere riformata e reinterpretata. Chiunque pensa che non ci sia nulla di sbagliato è o cieco o un apologeta.
Ci sono molte cose nelle Scritture che hanno bisogno di essere riformate e contestualizzate, in modo che esse non possano essere usate dai terroristi per giustificare omicidi, attentati e delitti d'onore". Nonostante questo non abbandonò mai la religione musulmana, perché credeva in una riforma dall'interno.
Nel 2005 compì il suo primo viaggio in Israele, al termine del quale scrisse il seguente articolo dal titolo: "Un musulmano in un Paese ebraico" che è tuttora di stretta attualità. Elena Lattes

Quando sono atterrato a Tel Aviv con il volo LY 0008 dell'El Al il 14 Novembre 2005, con mia moglie Kiran, la mia mente era impegnata nell'organizzare e nel riorganizzare la lista di cose che avevo intenzione di compiere. Volevo usare la mia prima visita in Israele per sentire la forza dello spirito ebraico che rifiuta di cedere alle forze del male, nonostante migliaia di anni di antisemitismo. Non volevo indagare sugli episodi di coloro che si immolano, ma i motivi della determinazione degli israeliani a vivere in pace.
Ci sono molte cose di cui volevo parlare, soprattutto della loro riluttanza a fare qualcosa contro la scorretta informazione che continua a dipingerli come cattivi.
Sebbene capisca perché i media, che coprono ragionevolmente la maggior parte degli eventi in modo accurato, scelgono di ignorare le regole etiche del giornalismo quando si tratta di Israele, non potevo comprendere la profondità della riluttanza israeliana a sfidare la stampa negativa in maniera efficace.
Il biasimo mediatico mi ricordava l'era nazista, quando i giornali tedeschi erano tutti sotto il Ministro hitleriano per la Propaganda, Joseph Goebbels, che raccoglieva ogni parola di odio contro gli ebrei.
Proprio come i giornali tedeschi che rifiutavano di stampare la verità sulle terribili atrocità commesse nei campi di sterminio in Europa, o che affermavano che era tutta un'esagerazione, i media oggigiorno ignorano il terrorismo arabo. Volevo vedere se c'era qualche verità nelle accuse secondo le quali Israele sarebbe uno Stato di apartheid, discriminatorio e non democratico.
Sapevo che un vero Stato Ebraico non poteva non essere democratico, poiché il concetto di democrazia ha sempre fatto parte del pensiero ebraico e deriva direttamente dalla Torah (Pentateuco N.d.T.). Per esempio quando nel Preambolo della Dichiarazione di Indipendenza, Jefferson scrisse che tutti gli uomini sono creati uguali, che sono dotati dal Creatore di alcuni diritti inalienabili, che tra questi ci sono la Vita, la Libertà e il raggiungimento della Felicità, egli si stava riferendo al Pentateuco secondo il quale tutti gli uomini sono creati ad immagine divina. Ero sicuro che Israele non poteva essere razzista o discriminatorio, poiché si basa sull'idea del patto tra Dio e gli ebrei, nel quale entrambe le parti hanno accettato su di sé doveri e obblighi, sottolineando il fatto che il potere è stabilito attraverso il consenso di entrambe le parti piuttosto che attraverso la tirannia del più forte.
La mia concezione dello Stato ebraico trovò conferma quando dovetti compilare il questionario di ingresso, prima di atterrare a Tel Aviv: non chiedeva la mia religione come invece prevedeva la legge in Pakistan e al contrario dell'Arabia Saudita nessuno mi chiese un certificato attestante la religione.
Mentre il volo si avvicinava alla Terra Promessa, continuai a rimuginare sulla lista delle accuse mosse abitualmente ad Israele dai suoi nemici:
gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore;
Israele non è democratico;
I cittadini arabi musulmani non hanno pari diritti.

Gli israeliani vivono in un perpetuo stato di terrore
Da Tel Aviv a Tiberiade, da Gerusalemme a Izreel, dalle alture del Golan al confine con Gaza, non riuscii a trovare nessun segno di paura. In effetti la gente si sentiva così sicura che nessun negozio, nessun benzinaio, nessun mercato o nessun residence dove andammo e dove sapevano che eravamo musulmani ritenne necessario perquisirci o interrogarci. Specialmente quando Kiran e io andammo una sera in via Ben Yehuda a Gerusalemme, la trovammo brulicante di gente di tutte le età. Il terreno era tremolante per la musica e i giovani, ragazzi e ragazze, erano così intenti a divertirsi che non si curavano affatto di guardarsi intorno. I turisti erano impegnati negli acquisti e l'intera folla sembrava muoversi al ritmo della musica.
Non potevo non paragonare il senso di sicurezza in Israele con l'atmosfera di insicurezza che esiste nel Paesi musulmani. Dall'Indonesia all'Iran, dall'Afghanistan all'Arabia Saudita, la gente non è sicura di niente. Nella capitale pakistana, Islamabad, e nel porto di Karachi, mi veniva costantemente consigliato di non fare grandi acquisti pubblicamente per non incoraggiare i ladri a seguirmi. Non sentii nessuna notizia di violenza, di orribile assassinio o di rapina in Israele.

Israele non è democratico
Come musulmano sono molto più sensibile all'assenza di libertà democratiche in qualunque società e non credo che qualcuno, se non gli antisemiti, potrà negare che Israele è una democrazia.
La democrazia in Israele è proporzionale e rappresentativa, ma le coalizioni democratiche per rendere effettiva ogni decisione hanno necessariamente i loro problemi.
Si presentò a noi il primo giorno a Cesarea. L'aria era piena di dibattiti e discussioni politici. La decisione di Ariel Sharon di lasciare il Likud e formare un nuovo partito politico dominava la hall dell'albergo e sottolineava i problemi causati dalla necessità di avere una coalizione democratica.
"L'obiettivo di una società libera e democratica israeliana è di raggiungere un compromesso soddisfacente, ma spesso le conclusioni sono meno soddisfacenti, specialmente per la maggioranza. Essa richiede coalizioni e unità, ma anche controlli e bilanci su ogni potenziale abuso dei diritti della minoranza. Questo è migliore del sistema americano repubblicano rappresentativo che è veramente una rappresentanza di potere e di interessi specifici. Negli Usa hai una democrazia per pochi, in Israele hai una democrazia per tutti".
Ho tentato faticosamente di trovare uno Stato musulmano che ha una vera democrazia e dove alle minoranze religiose sono concessi uguali diritti, ma ho fallito. La mappa del mondo musulmano è troppo affollata di re, despoti, dittatori, falsi democratici e autocrati teocratici e la persecuzione delle minoranze è una parte essenziale del comportamento sociale islamico. Ma qui, protetto dai princìpi democratici di Israele, ai cittadini arabi musulmani sono riconosciuti tutti i diritti e privilegi della cittadinanza israeliana. Quando si tennero le prime elezioni per la Kneset, nel 1949, agli arabi israeliani fu riconosciuto il diritto di voto e la possibilità di essere eletti al pari degli ebrei israeliani. Oggigiorno gli arabi israeliani hanno pieni diritti civili e politici necessari per una completa partecipazione nella società israeliana. Essi sono attivi nella vita sociale, politica e civile del Paese e sono rappresentati nel Parlamento, agli Affari Esteri e nel sistema giudiziario.
La fede israeliana nella democrazia spiega anche il loro rifiuto a rispondere al terrorismo islamista in modo violento. Nonostante fossi consapevole della debolezza umana che permette alla rabbia di opprimere le migliori intenzioni, non riuscii a trovare israeliani che agivano per vendetta contro i loro compatrioti arabi. La mia esperienza come musulmano mi portava ad aspettarmi il peggio dal comportamento umano; i musulmani sotto l'influenza dell'Islam radicale si sono scatenati nel terrore contro i non-musulmani perfino quando fu appurato che le accuse di offese antiislamiche erano false.
Ho pensato che ci volesse uno sforzo sovrumano per ignorare le atrocità subite e rimanere liberi dalle emozioni di vendetta. Nella mia esperienza delle società musulmane, alle minoranze non è mai stato concesso il beneficio del dubbio. L'odio per i non musulmani e lo scoppio della violenza contro le minoranze religiose tra i radicali musulmani sono rimasti una norma piuttosto che un'eccezione. Come musulmano non-wahabita ho personalmente affrontato le loro barbarie e ho visto Cristiani, Induisti e altre minoranze perseguitate in base a falsi pretesti. Ho pensato che se gli wahabiti in Arabia Saudita possono condannare un insegnante a 40 mesi di prigione e 750 frustate per aver lodato Gesù, non sarebbe irragionevole da parte israeliana punire i palestinesi per gettare pietre ai fedeli al Muro Occidentale e bruciare la tomba di Giuseppe.
Ma perfino in questo campo gli israeliani hanno rivelato il mondo sbagliato. Nonostante le quotidiane provocazioni, hanno tentato con successo di non scendere allo stesso livello di depravazione dei loro nemici Arabi.
Il mondo è abituato alla violenza quotidiana che viene perpetrata contro le minoranze religiose nel mondo Musulmano. Solo un paio di giorni fa, i fedeli musulmani in Pakistan hanno irrotto attraverso le mura di una chiesa, incendiandola e scardinandone le porte. Stavano reagendo a delle voci secondo le quali un cristiano aveva dissacrato il libro santo, il Corano. Hanno fracassato l'altare di marmo della Chiesa del Santo Spirito e infranto le finestre di vetro. Hanno anche incendiato un'abitazione cristiana e la vicina scuola femminile di Sant'Antonio. In un momento le fiamme hanno lambito i muri e il fumo nero ha riempito il cielo. Per giorni i clericali wahabiti hanno continuato ad incitare i seguaci musulmani ad uscire dalle loro case e difendere la loro fede scatenando il terrore.
Mi chiedo se un giorno un israeliano potrà trovare giustificabile copiare quel che gli Wahabiti stanno facendo in Iraq e in altri posti - sequestrando, uccidendo e decapitando gli infedeli. Più recentemente il corpo di un autista indù, Maniappan Raman Kutty, è stato trovato con la gola tagliata nel sud dell'Afghanistan per nessuna ragione evidente, se non quella della sua fede.
Ma non c'è niente nella storia che potrà sostenere i miei timori: gli Ebrei nonostante siano soggetti agli atti più barbari di terrorismo, non hanno ancora reagito per vendetta contro i loro persecutori. E concludo che la mia prima visita in Israele mi aiuterà a sciogliere l'enigma sull'insistenza israeliana nel continuare a rimanere un obiettivo del terrore islamico.

I cittadini arabi musulmani di Israele non hanno pari diritti
Quando il nostro autobus con aria condizionata percorse le curve della strada montagnosa che porta nel cuore della Galilea, non potevo non vedere l'ergersi dei minareti che identificavano una quantità di cittadine arabo palestinesi che punteggiavano i lati delle colline. Le imponenti cupole delle moschee sottolineavano la libertà di cui i Musulmani godono nello Stato ebraico. Grandi abitazioni arabe, intensa attività edilizia e grandi automobili delineavano la prosperità e l'agiatezza della vita palestinese all'ombra della Stella di David.
Sulla strada dalla città di David all'albergo Royal Prima a Gerusalemme, chiesi al mio tassista palestinese come si sentiva nell'andare nei territori sotto l'Autorità Palestinese. Mi disse che non aveva mai potuto pensare di vivere fuori di Israele. La sua risposta sfatò il mito diffuso dagli antisemiti secondo il quale i cittadini arabi israeliani non sono felici qui.
Un altro palestinese mi informò che gli arabi in Israele hanno pieni diritti elettorali. Infatti Israele è uno dei pochi Paesi nel Medio Oriente dove le donne arabe possono votare. In contrasto con il mondo arabo non israeliano, esse godono dello stesso status degli uomini. Le donne musulmane hanno il diritto di votare e di essere elette nei pubblici uffici. Esse, infatti, sono più libere in Israele che in qualunque altro Paese musulmano. La legge israeliana proibisce la poligamia, il matrimonio con bambine e la barbarie delle mutilazioni genitali femminili.
Inoltre ho scoperto che non ci sono casi di delitti d'onore. Lo status delle donne musulmane in Israele è di gran lunga superiore a quello di qualunque Paese nella regione, gli standard di salute sono tra i più alti nel Medio Oriente e le istituzioni sanitarie israeliane sono aperte a tutti gli arabi al pari degli ebrei.
L'arabo, come l'ebraico, è lingua ufficiale e sottolinea la natura tollerante dello Stato ebraico. Su tutti i cartelli stradali i nomi in arabo campeggiano accanto a quelli in ebraico. E' la politica ufficiale del governo israeliano favorire la lingua, la cultura e le tradizioni della minoranza araba nel sistema educativo e nella vita quotidiana.
La stampa araba israeliana è la più vibrante e indipendente di qualunque altro Paese nella regione. Ci sono più di 20 periodici che pubblicano ciò che più loro aggrada e sono soggetti soltanto alla stessa censura militare delle pubblicazioni ebraiche. Ci sono programmi quotidiani in arabo in televisione e alla radio.
L'arabo è insegnato nelle scuole secondarie ebraiche. Più di 350mila bambini arabi frequentano le scuole israeliane. Quando Israele fu fondata c'era una sola scuola superiore araba. Oggi ce ne sono centinaia, le università israeliane sono rinomati centri di studio per la storia e la letteratura araba nel Medio Oriente.
Consapevole delle restrizioni che i non-wahabiti sono costretti a subire durante i rituali religiosi condotti in Arabia Saudita, Kiran (mia moglie) non poteva nascondere la sua sorpresa di fronte alle libertà e alla facilità con cui le persone di tutte le religioni e fedi adempiono ai loro doveri religiosi alla Chiesa del Santo Sepolcro, alla Tomba del Giardino, presso il Mare di Galilea, nei tunnels recentemente scoperti del Muro Occidentale, il Muro Occidentale stesso, la tomba del Re David e tutti gli altri luoghi sacri che abbiamo visitato.
Tutte le comunità religiose in Israele godono della piena protezione dello Stato. Gli arabi musulmani, come molti cristiani di diverse confessioni, sono liberi di esercitare le loro fedi, di osservare il loro giorno settimanale di riposo e di festa e di amministrare i loro stessi affari interni.
Circa 80mila Drusi vivono in 22 villaggi nel nord di Israele. La loro religione non è accessibile dall'esterno ed essi costituiscono una comunità arabofona separata culturalmente, socialmente e religiosamente. Il concetto druso di taqiyya richiede ai suoi fedeli la completa lealtà al governo del Paese nel quale risiedono. In base a questo, oltre che per altri motivi, i drusi svolgono il loro servizio militare. Ogni comunità religiosa in Israele ha i suoi consigli e le sue corti e piena giurisdizione sugli affari religiosi, inclusi lo status personale, come matrimonio e divorzio. I luoghi santi di tutte le religioni sono amministrati dalle loro autorità e protetti dal governo.
Un giornalista indù che venne a visitarmi mi parlò dell'apertura che la società ebraica rappresenta. Mi disse che più del 20% della popolazione non è ebrea e di questa, circa un milione e duecentomila sono musulmani, 140mila sono cristiani e 100mila drusi. Un altro israeliano non ebreo mi disse che i cristiani e i drusi sono liberi di arruolarsi nelle forze di difesa dello Stato ebraico. I beduini hanno prestato la loro opera nelle unità di paracadutisti e altri arabi si sono presentati volontariamente per assolvere il servizio militare.
Le grandi case possedute dagli arabi israeliani e la quantità di edifici in costruzione nelle città arabe dimostrano la falsità della propaganda secondo la quale Israele discriminerebbe gli arabi israeliani dal comprare la terra. Ho scoperto che all'inizio del secolo, il Fondo Nazionale ebraico fu fondato dal Congresso mondiale sionista per comprare terra in Palestina per gli insediamenti ebraici.
Dell'area totale di Israele, il 92 percento appartiene allo Stato ed è gestito dal Land Management Authority. Non è in vendita per nessuno, né per gli ebrei né per gli arabi.
Il Waqf (la fondazione islamica addetta alla protezione dei beni religiosi N.d.T.) possiede terra che è per uso e beneficio espressamente per gli arabi musulmani. La terra governativa può essere presa in affitto da chiunque, senza distinzione di razza, religione o sesso. Tutti gli arabi cittadini di Israele hanno la possibilità di prenderla in locazione.
Ho chiesto a tre arabi israeliani se erano costretti a subire discriminazioni sul lavoro. Tutti e tre mi hanno detto la stessa cosa: normalmente non c'è discriminazione, ma ogni qualvolta un bombarolo suicida si fa esplodere, uccidendo gli israeliani, alcuni si sentono a disagio con noi. Ma questo sgradevole sentimento è anche del tutto temporaneo e non dura a lungo.
La mia prima visita in Israele non ha soltanto consolidato le mie opinioni che Israele è vitale per la stabilità della regione, ma mi ha anche convinto che la sua esistenza convincerà un giorno i musulmani della necessità di riformare la loro teologia e la loro sociologia.

Un viaggio attraverso il deserto israeliano mi ha mostrato un altro importante aspetto della vita: i Profeti non sono solo coloro che compiono miracoli, la gente che crede in se stessa può anche compiere atti incredibili.
Ettari ed ettari di dune di sabbia sono state trasformate nella terra più fertile possibile: grano, cotone, girasoli, piselli, arachidi, mango, avocado, limoni, papaya, banani e ogni altro tipo di frutta e verdura che gli israeliani vogliono consumare, è cresciuta all'interno del Paese. Infatti gli israeliani hanno provato oltre ogni dubbio perché Dio promise a loro questa terra, soltanto loro possono mantenerla verde.
La terra è ripetutamente descritta nella Torah (Pentateuco, N.d.T.), come una buona terra "una terra dove scorrono latte e miele". Questa descrizione può anche non sembrare consona alle immagini del deserto che vediamo nelle notizie della sera, ma ricordiamoci che la terra è stata ripetutamente abusata dai conquistatori [che erano] determinati a farne un posto inabitabile per gli Ebrei.
In poche decadi questi ultimi hanno ripreso il controllo della terra e l'enorme miglioramento nella loro agricoltura è ben testimoniato. L'agricoltura israeliana oggi ha una produzione altissima. È efficace ed è in grado di soddisfare il 75% dei bisogni interni, nonostante la scarsità di terra disponibile.
Guardando allo sviluppo e alla trasformazione che la terra ha attraversato grazie allo spirito innovativo ebraico, al duro lavoro e impegno, alla libertà per tutti i tempi a venire, sono convinto che è vero che Dio ha creato questa terra, ma è anche un fatto che solo un Israele può impedire che la terra muoia. (Agenzia Radicale, 30 novembre 2009)

Perché è dimostrato, documentato, provato al di là di ogni possibile dubbio che non esiste un islam moderato, ma i musulmani per bene esistono. E resta da chiedersi come mai i nostri politici non vadano a incontrare questi musulmani, come mai sedicenti pacifisti e missioni sedicenti umanitarie non vadano a parlare con questi musulmani, come mai sia così raro che i giornalisti intervistino questi musulmani. Ma forse, se solo ci pensiamo un momento, la cosa non è poi così strana vero?
E poi, decisamente in tema, vai a vedere questo. E naturalmente questo.


Donna palestinese riceve cure da personale sanitario israeliano, Archive Photo: IDF Spokesperson

barbara


12 dicembre 2009

A PROPOSITO DI PACE E DI COMPROMESSI E DI PASSI AVANTI E DI PASSI INDIETRO ECC. ECC.

"Speriamo che San Klausewitz aiuti gli sceicchi d'Eurabia!"

Riassunto delle ultime puntate della trattativa fra israeliani e palestinesi (ma proprio delle ultimissime, perché se no vi scrivo un romanzo, altro che cartolina).
Un anno fa Olmert propone a Abu Mazen i confini del '67 con solo qualche scambio alla pari di pochi territori, per comprendere in Israele i blocchi più importantI degli insediamenti. Abu Mazen dice di no, arriva Obama, c'è la guerra a Gaza, cambia il governo israeliano.
Abu Mazen rifiuta di ricominciare le trattative con un governo "estremista", che ha la colpa di non sostenere i "due stati". Netanyahu dopo un po', col discorso di Bar Ilan, conferma l'accettazione israeliana della soluzione del conflitto basata sui due stati.
Allora i Palestinesi, sull'onda di una stupidissima imbeccata di Obama, si inventano una precondizione alle trattative che non avevano mai sollevato prima: il blocco totale dell'edilizia negli insediamenti (attenzione, non della costruzione autorizzata di nuovi villaggi, che non avviene da cinque anni, ma di quella di case appartamenti o servizi dentro gli insediamenti che ci sono, senza impegnare nuovo territorio, insomma la vita normale di questi posti).
Dopo qualche tempo, il governo israeliano proclama una moratoria di dieci mesi nelle costruzioni nei Territori, pagando un prezzo pesante di scontentezza nel paese.
Ma già subito i palestinesi dicono: non basta, ci vuole anche Gerusalemme, contando sul fatto che sia difficile bloccare del tutto una grande città. Insomma, fuori dai denti, hanno voglia di tutto fuorché trattare. Aspettano che qualcuno (Obama?) gli porti su un vassoio la resa di Israele.
I governanti di Eurabia, gli sceicchi del continente, naturalmente, fanno eco. Abu Mazen diceva "due stati" e loro subito si sono messi a ripetere "due stati, due stati! non si fa niente senza i due stati!".
Abu Mazen esige il "blocco delle costruzioni". E loro "blocco, blocco, neanche un pollaio nuovo!".
Adesso il problema dell' AP sembra Gerusalemme e loro dicono, obbedienti, in una dichiarazione dell'altro ieri, di cui vi ho già parlato "Gerusalemme: Gerusalemme capitale di due stati, non pregiudicare lo status quo, non costruite neanche una panchina nuova!".
Vedremo se Netanyahu cercherà di dare soddisfazione alle pressioni internazionali anche su questo punto.
Nel frattempo avete visto voi qualche passo dalla parte araba? Non dico i palestinesi, che con tutta evidenza si occupano ormai solo di farsi pubblicità e hanno perso ogni volontà o capacità di muoversi per la pace, avvolti nella loro spirale propagandistica.
Ma l'Egitto? L'Arabia saudita? La Giordania? I "moderati"? Dove sono? Cosa fanno? Voglio dire che cosa fanno di costruttivo, oltre a rilanciare la propaganda palestinese?
Ecco. Per esempio il reuccio di Giordania, che un mese fa era così spaventato perché gli israeliani stavano per dare l'assalto alla moschea di Al Aqsa, adesso che non è successo, cosa fa?
E gli egiziani, dopo 30 anni di "pace", al di là di proibire ogni "normalizzazione" nei contatti fra giornalisti e medici delle due parti, hanno forse qualcosa da dire?
E l'Arabia saudita, si è decisa a fare la grande concessione di non proibire agli aerei civili israeliani il loro spazio aereo, costringendoli a un giro di migliaia di kilometri nelle rotte verso l'est? Naturalmente no.
Non che siano grandi cose, ma neanche un gesto di buona volontà, che gli americani implorano da mesi... poi si parla delle liti di Netanyahu con Obama, ma questi arabi "buoni" che hanno fatto per dargli una mano?
Ma la colpa della pace che non si fa è naturalmente dell'"intransigenza" israeliana, almeno secondo i megafoni di Eurabia.
Un passo in più, un altro passo in più, predicano gli iman degli esteri europei. E poi?
Ma si rendono conto che appoggiando in questo modo l'impotenza araba allontanano e non avvicinano la pace?
Chissà, magari prima o poi a qualche genio strategico verrà in mente che se si vuole davvero arrivare a un accordo di pace bisogna costringere a trattare chi non vuole, non fare sempre nuove richieste a chi si è detto disponibile, perché in questo modo si rende conveniente l'astensione, non la partecipazione al negoziato...
Speriamo che san Clausewitz aiuti gli sceicchi d'Eurabia e faccia il miracolo di chiarir loro le menti.

Ugo Volli

E non aggiungo niente perché, come sempre, ha già detto tutto lui come meglio non si potrebbe.
E poi vatti a leggere questo splendido articolo, gentilmente tradotto da Emanuel Segre Amar: non che si conti troppo sulla possibilità che qualcuno si decida ad aprire gli occhi, ma insomma, la speranza è sempre l’ultima a morire, come si suol dire.
E poi felice hanukkà a tutti con questo delizioso disegno del grande Lele Luzzati (e poi basta, torno a letto che mi sono ribeccata un’altra volta l’influenza).



barbara


10 dicembre 2009

CHILOMETRI ZERO

È il must del momento, l’imperativo categorico che si porta nelle ultime stagioni, la raccomandazione in cui ci imbattiamo a ogni angolo di strada: chilometri zero! Che cosa significa? Che dobbiamo comperare non solo frutta e verdura rigorosamente di stagione, ma di ogni sorta di cibi dobbiamo scegliere di acquistare quelli prodotti più vicino a casa nostra, in modo da ridurre il più possibile l’impatto ambientale, riducendo se non addirittura eliminando il trasporto e quindi l’inquinamento eccetera eccetera. Bello. Però il fatto è che il latte prodotto nella centrale che sta a due chilometri da casa mia, con il latte che gli portano i contadini della zona, costa un euro e venticinque al litro. Quello che arriva dall’Austria costa settantaquattro centesimi. Quello che arriva dalla Germania ne costa 65. E la mia domanda è: ma a me chi li rimborsa quei sessanta centesimi di differenza? Perché diavolo dovrei spendere il doppio invece che la metà? Perché dovrei fare gli interessi di tutti meno che i miei? Poi oltretutto uno va a leggere questo, dove ritrova tutto quello che da una vita ha sempre pensato … (E poi, visto che c’è almeno un elemento in comune può sempre andarsi a leggere anche questo)

barbara


9 dicembre 2009

GERUSALEMME: IL MURO CHE VUOLE EURABIA

C'era una volta una città storica e nobile, che per le circostanze della storia fu divisa fra eserciti nemici. Un muro fu eretto fra il centro storico e i quartieri residenziali. Chi cercava di passarlo era ucciso. Un assedio isolò la città o qualche suo quartiere, le vecchie case che davano fastidio ai nuovi padroni furono abbattute. Si sparava quasi tutti i giorni Poi venne un evento storico, un grande rovesciamento delle forze, e la città fu riunificata. Grandi lavori furono compiuti per riportarla all'antico splendore. Ma c'è ancora qualcuno che mormora e che vorrebbe tornare all'antica divisione.

Una favola? No, una storia vera. Qual è la città? Mah, fate voi. Potrebbe essere Berlino, col muro caduto vent'anni fa. Potrebbe essere (un po' più impropriamente) perfino Gorizia, divisa nel 45 e finalmente liberata dal confine che la divideva due anni fa con l'adesione della Slovenia a Schengen. E invece no, è Gerusalemme, la capitale storica del popolo ebraico, da cui gli ebrei non si sono mai del tutto allontanati nonostante le violenze egiziane, babilonesi, persiane, romane, arabe, crociate, turche; che aveva di nuovo una maggioranza ebraica già dalla metà dell'Ottocento, sparsa nella città vecchia e in tutti i quartieri periferici, a Est come a Ovest del centro. Nel 1948, nonostante l'eroica avanzata dei volontari ebrei lungo la stretta valle che unisce la città alla costa, il cuore antico della città fu occupato dalle truppe giordane inquadrate e armate dall'Inghilterra. I giordani distrussero fisicamente il quartiere ebraico della città vecchia, sistemarono latrine lungo il "Muro del pianto", assediarono a lungo l'università ebraica del Monte Scopus, commisero stragi (particolarmente efferata una di medici e infermieri su un autobus diretto all'ospedale), infine eressero usarono le mura di Solimano come fortificazione per sparare sul centro moderno della città e lo prolungarono per tagliare tutta la periferia. Dove oggi corre Jafo Street, Ha Tzamaim, dove ci sono i giardini Bonei Yerushalaim e Mitchell, per esempio, c'era una pericolosa terra di nessuno, su cui i giordani sparavano dall'alto. Agli ebrei, cacciati con violenza e stragi dal resto della città, restarono i quartieri moderni verso il mare.
Tutto questo è finito nel '67, quando la città è stata liberata dalle truppe di Moshé Dayan e finalmente riunificata. Gradualmente la ferita urbanistica è stata suturata, gli ebrei sono tornati alle loro case, il muro è stato abbattuto, dove si sparava sono sorti giardini, strade, e ora una metropolitana leggera che congiungerà tutta la città. Gli arabi non sono stati cacciati dai loro quartieri, come invece lo erano stati gli ebrei; i luoghi sacri musulmani non sono stati toccati come lo erano stati quelli ebraici. Tutti hanno diritto di frequentare i loro spazi religioso, al solo patto di non creare disordini. Tutti possono votare, gli arabi come gli ebrei. Alcuni quartieri periferici sono stati aggiunti alla città, che si trattasse di nuove urbanizzazioni ebraiche o di vecchi villaggi arabi. La tensione c'è, ovviamente, c'è stato tanto terrorismo, ma oggi, non cinquant'anni fa sotto il dominio giordano, Gerusalemme è un tentativo di convivenza, un luogo libero dove tutti possono esprimersi e organizzarsi politicamente in maniera pacifica. Vi sono musei, teatri, spazi turistici, e anche gli estremisti ultrareligiosi, la cui intolleranza è tenuta a freno con fatica.
Tutto bene, allora? Ma no, lo sapete. Gli islamici, un giorno sì e l'altro pure, lamentano la "giudeizzazione" di Gerusalemme, che non è altro se non la sua modernizzazione e organizzazione civile; si inventano complotti per abbattere la moschea di Al Aqsa, prendono ogni costruzione di un appartamento o ogni disputa sulla proprietà di una casa come pretesto di scontro.
Ma questo è normale. La cosa più strana è che oggi, quarant'anni dopo la caduta del Muro di Gerusalemme, buona parte del mondo (l'America di Obama, Eurabia anche nella dichiarazione approvata ieri) voglia dividere di nuovo la città, erigere un altro muro, provocare nuove sparatorie di confine, affidare i luoghi santi a quegli islamici che hanno dato tanta buona prova della propria tolleranza nel passato e che per esempio trattano tanto bene i cristiani nei territori palestinesi, in Iraq, in Turchia. Insomma vogliono un altro muro a Gerusalemme. Israele farebbe bene a rispondere: senz'altro faremo come consigliate. Benissimo: voi costruite un nuovo muro a Berlino e ingaggiate nuovi Vopos per ammazzare chi tenta di passare. Restaurate la DDR e la Stasi e magari anche l'Unione Sovietica e il Patto di Varsavia. Invadete di nuovo l'Ungheria e Praga. Se voi fate questo, noi riedifichiamo subito quel muro di Gerusalemme che vi piace tanto.

Ugo Volli

È strano il mondo, in effetti. Dicono che le regole devono valere per tutti ma poi per Israele fabbricano regole diverse. Dicono che ogni popolo ha diritto all’autodeterminazione ma gli ebrei no, questo diritto non ce l’hanno. Ogni stato e ogni religione riconosce il diritto alla legittima difesa ma gli ebrei, e specialmente quelli che stanno in Israele, loro no, questo diritto non lo hanno. Dicono che ognuno deve stare a casa sua ma gli ebrei no, nella loro casa che se scavate ci trovate le loro tombe vecchie di tremila anni loro no, a casa loro non ci devono stare – e neanche in casa degli altri, perché là sono degli intrusi e non devono stare neanche là. E muri e separazioni sono brutti, bruttissimi, orrendissimi, creano odio, sono una vergogna, producono apartheid, fomentano guerra e terrorismo … a meno che non servano a spaccare in due la città più sacra del mondo e allora sì, anche i muri diventano cosa buona e giusta. Ma finché avremo forza per lottare e fiato per gridare, Gerusalemme resterà UNA, come è stata per tremila anni, tranne per i diciannove anni di illegale occupazione giordana. Nel frattempo godetevi queste indimenticabili immagini della Gerusalemme liberata.


Il muro che divideva Gerusalemme prima della liberazione nel 1967



E poi MEMENTO: +100!

barbara


8 dicembre 2009

LETTERA AL MAESTRO




L’ho ritrovata in fondo a un cassetto, sopravvissuta a traslochi e pulizie. Bella, vero? Dignitosa, pacata, quasi nobile. Discretamente corretta e in bello stile, se si considera che l’autore è un contadino di madrelingua tedesca con la quinta elementare. Manca qualche dettaglio, sicuramente per non rischiare di rendere ancora più lunga questa già quasi troppo lunga lettera, e allora lo voglio aggiungere io, che di problemi di lunghezza non ne ho.
Per esempio si potrebbe raccontare di quando la cara moglie, il giorno prima di morire di cancro, è stata costretta ad alzarsi dal letto per stirargli le camicie (“perché ormai stai proprio per morire, e se aspetti non fai più in tempo”). O di quando, qualche giorno prima, le aveva portato a casa la bara e gliel’aveva messa in camera (“Così è pronta. Tanto fra poco muori”). O di quando uno dei figli, a quattro anni, si è rotto una gamba e allora lo ha infilato in una gerla che si è caricato sulla schiena, per portarlo all’ospedale. Arrivato a fondovalle ha pensato bene di fermarsi all’osteria per rifocillarsi con un sorso di grappa. E dato che un’osteria non è davvero il posto più adatto per un bambino di quattro anni, ha lasciato la gerla col bambino fuori della porta. E poi sai com’è, un grappino e due chiacchiere e un bicchiere di vino e una partita a carte, e insomma del bambino si è completamente dimenticato. Se ne è ricordato solo quando lo ha ritrovato all’uscita, verso mezzanotte, ormai quasi completamente assiderato. Oppure si potrebbe raccontare di A., la figlia maggiore, che da quando la mamma si è ammalata ha dovuto fare da mamma ai dieci fratelli più piccoli, e badare alla casa. E quando la mamma è morta – aveva dodici anni – l’ha dovuta sostituire anche nel letto paterno. Forse otto anni più tardi, al momento della stesura di questa lettera, faceva parte anche lei dei “tanti figli sfuggiti” ai tentacoli della piovra, e per questo il letto era freddo.
Il cognome e il paese li ho cancellati per rispetto ai figli. E soprattutto alla dolcissima A., che con una madre malata a cui fare da infermiera e dieci bambini a cui fare da mamma non è mai venuta a scuola una sola volta senza avere studiato, né senza compiti, né senza sorriso. Scomparsi, diligenza e sorriso e attenzione e interesse e tutto, quando il compito di infermiera è cessato e ne è subentrato un altro. Non ho più saputo niente di lei. Spero tanto che sulla sua strada abbia incontrato qualcuno capace di farle dimenticare il padre infame e a farle tornare il sorriso.

barbara


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7 dicembre 2009

OGGI CHI PUÒ PARLARE DI SHOÀ: GLI EREDI DELLE VITTIME O QUELLI DEI CARNEFICI?

Se qualche decina di anni fa vi avessero messo in un campo, avessero gasato i vostri parenti, vi avessero tatuato un numero sul braccio, sareste un testimone giusto degli eventi? Non sareste per caso "troppo emotivo" in merito? Strana domanda, eh? Be' ho trovato sui giornali una piccola vicenda che induce a pensare. Anche perché si svolge in Germania, il paese in cui settant'anni fa fiorirono i "volonterosi carnefici" del nazismo.
Dovete sapere che in occasione dei settant'anni della notte dei cristalli il governo tedesco ha nominato un comitato per la lotta all'antisemitismo. Tutto bene? Un'iniziativa da imitare? No, non tanto. Perché dentro la commissione è esplosa una specie di faida, con email nascoste e pubblicate clandestinamente, dichiarazioni infuocate, polemiche, minacce di esclusione. Non sappiamo cosa sia successo davvero, quale sia stato l'oggetto della lite. Due dichiarazioni sono però emerse da questa discussione e fanno capire qualcosa. Una è di Juliane Wetzel, una storica del gruppo, che avrebbe dichiarato di "non essere disposta a farsi ricattare da lobbies". L'altrA è di Elke Gryglewski, della "House of the Wannsee Conference" (La casa della conferenza di Wansee, dove fu decisa la Shoà, trasformata in museo e centro per lo studio dell'antisemitismo) che avrebbe dichiarato che "i sopravvissuti all'Olocausto sono troppo emotivi e non obiettivi" su questi problemi e dunque non bisogna troppo tener conto di quel che dicono. Se ho capito bene, sembra che c'entri il fatto che fra i seminari di questo centro non si parli dell'odio per Israele, la più ovvia forma di antisemitismo contemporaneo. Gli onesti studiosi delle università tedesche pensano, se capisco bene, che quel che è accaduto settant'anni fa vada studiato scientificamente, senza interferenze emotive e senza riferimenti al presente; magari solo come una pedagogia del più generico e buonista senso di solidarietà umana. Il resto è "troppo emotivo".
Ma il problema che si pone è più vasto: a partire dal nome stesso "Olocausto", che il mondo ebraico non ha mai accettato per la sua risonanza di sacrificio religioso, si pone il problema di chi può oggi parlare di antisemitismo e Shoà: gli ebrei, sopravissuti o meno ma comunque "troppo emotivi" e "non obiettivi" naturalmente organizzati in "lobby", manco a dire legate a Israele o dei posati professori universitari, pastori protestanti, funzionari dello stato tedesco – naturalmente bene intenzionati e altamente morali? Insomma, gli eredi delle vittime o quelli dei carnefici? Si tratta di farne un monumento universale al rifiuto della cattiveria umana, o il ricordo di una persecuzione specifica, rivolta contro un popolo specifico? Questo è oggi il problema del ricordo della Shoà, non solo in Germania, ma anche in Italia e nel resto del mondo

Ugo Volli

Chiudere la bocca agli ebrei: questo sembra essere, ovunque ormai, l’imperativo categorico. A un terzo di quelli esistenti all’epoca la bocca è stata chiusa definitivamente coi mezzi che sappiamo; ai sopravvissuti e ai loro eredi in parte si continua a chiuderla col vecchio sistema, come continua a succedere in ogni parte del mondo, anche se soprattutto in Israele, in parte con mezzi apparentemente più soft: col rifiuto materiale di lasciarli parlare, come nell’episodio di cui riferisce Ugo Volli, con il boicottaggio di giornalisti studiosi traduttori scienziati medici storici diplomatici e perfino sportivi, con la sistematica opera di disinformazione (uno e due). L’importante è che gli ebrei tacciano. Come se fossero morti. Se poi sono proprio morti davvero, abbiamo raggiunto la perfezione. (E già che ci sei vai a leggerti anche quella di ieri, e non dimenticarti di guardare i filmati).



barbara


7 dicembre 2009

7 DICEMBRE 1941, PEARL HARBOR

L'attacco di Pearl Harbor fu un'operazione aeronavale che ebbe luogo il 7 dicembre 1941, quando forze navali ed aeree giapponesi attaccarono la base navale statunitense di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii. L'attacco, portato senza una preventiva dichiarazione di guerra da parte giapponese, che fu formalizzata soltanto ad attacco iniziato, causò l'intervento statunitense nella seconda guerra mondiale.
L'attacco fu concepito e guidato dall'ammiraglio Isoroku Yamamoto (il quale al momento dell'attacco si trovava nella baia di Hiroshima a bordo della corazzata Nagato), che sperava di distruggere la flotta americana nel Pacifico. In effetti l'operazione fu un grande successo poiché in poco più di un'ora i 360 aerei partiti dalle portaerei giapponesi affondarono 4 delle 8 corazzate americane, mentre le altre furono fatte arenare o subirono gravi danni; solo le portaerei si salvarono trovandosi in navigazione lontano dalla loro base. Questa vittoria permise al Giappone di ottenere momentaneamente il controllo del Pacifico e spianò la strada ai successivi trionfi nipponici prima che gli USA riuscissero ad armare una flotta in grado di tenere testa a quella giapponese.
(Qui il resto della ricostruzione, che mi sembra molto accurata).







(Qui altre foto molto interessanti)

E così, dunque, il Giappone ha sferrato un attacco a sorpresa, senza alcuna dichiarazione di guerra, pensando di mettere in ginocchio gli Stati Uniti. Gli è andata male, e di restare in ginocchio è toccato al Giappone. Poi, siccome gli antichi ci raccontavano che la Storia dovrebbe essere maestra di vita ma invece non è vero niente e le lezioni che si dovrebbero imparare non le impara mai nessuno, qualcun altro ci ha riprovato: volevano portare la guerra in casa dell’America e invece si sono ritrovati con l’America che ha portato la guerra in casa loro. E, nonostante vari alti e bassi, fra gli americani e i talebani direi che se la passano decisamente peggio questi ultimi. Il che è decisamente una bella consolazione. God bless America!

barbara


6 dicembre 2009

QUANDO SI DICE FAME ...

Perché la fame è fame



c'è poco da fare.

barbara


5 dicembre 2009

QUESTA ANCORA MI MANCAVA

Il cane che scivola sul ghiaccio e cade per terra a muso in avanti …
Quest’altra invece non deve assolutamente mancare a voi.

barbara


4 dicembre 2009

OBSESSION

Credo valga la pena di dedicare un po’ di tempo alla visione di questo documento, e poi digerirlo, e poi assimilarlo, e poi farlo diventare parte di noi: forse non è ancora troppo tardi per far sì che quel famoso “mai più” non resti solo una voce nell’aria. Forse non è ancora troppo tardi per sperare che esista ancora una possibilità di salvezza. Solo, un’importante avvertenza: le anime delicate e gli stomaci deboli si tengano pronti a chiudere, di quando in quando, rapidamente gli occhi: alcune scene presenti nel video non sono per loro.

http://www.radicalislam.org/obsession.php?utm_source=Haaretz&utm_medium=300x250&utm_term=OBS&utm_campaign=OBS_Haaretz_300x250

E poi, non del tutto fuori tema, questo.

barbara


3 dicembre 2009

LA STORIA DELLA CAPRA TURCA E DELLA GAZZELLA TIBETANA

Dai tempi più remoti si narra la leggenda della principessa Sheherazade, che narrando storie per mille e una notte si guadagnò dal suo crudele marito il diritto a vivere. Ma la storia non era andata così. O meglio, questa è solo una parte della storia. Ora vi racconto la vera storia che ha dato origine a quella leggenda.
Giunse dunque alla principessa Sheherazade la notizia che il sultano l’aveva scelta come sua sposa. Grande fu la disperazione della giovane e bellissima principessa: era infatti noto a tutti come il crudele sultano, terrorizzato dall’idea che le sue spose potessero essergli infedeli, fosse solito farle uccidere dopo la prima notte di nozze. Che fare? Rifiutarsi di sposare il sultano? Impensabile! E che altro dunque? Sheherazade chiese consiglio alla vecchia madre, donna saggia e prudente, che le suggerì di consultare la maga che viveva nella grotta sulle soglie della grande foresta. Quella maga era molto vecchia, chi diceva avesse mille anni, chi diecimila, chi ancora di più, nessuno sapeva quanti anni veramente avesse, si sapeva solo che anche i più vecchi del regno l’avevano sempre vista vecchia, e che questi narravano di aver sentito dire dai loro nonni che anche loro l’avevano sempre vista vecchia. Decise dunque Sheherazade di seguire il consiglio della sua saggia madre e durante la notte, coperta da un grande mantello nero, si recò alla grotta della maga.
“Maga, saggia e sapiente maga – disse – io …”
“Lo so, figliola – rispose la maga – so tutto. So quale tormento ti porta da me. Siediti e vediamo cosa si può fare. Dunque, tu vuoi sopravvivere alla prima notte di nozze, e anche alle altre finché la tua natura ti concederà di vivere. Ebbene, è molto semplice: la sera, quando tu e il sultano vi troverete nell’alcova, dovrai cominciare a raccontargli una bellissima, meravigliosa storia, e quando la storia sarà giunta al suo punto culminante, fingerai di cedere al sonno e di addormentarti. Il sultano allora ti lascerà vivere fino al giorno dopo per poter sentire la fine della storia. La sera seguente tu finirai la storia del giorno prima e poi ne comincerai subito un’altra, che al punto culminante si interromperà perché tu ti addormenterai e così via, sera dopo sera, per cento volte, per mille volte, continuerai finché il sultano non deciderà di concederti di vivere. Semplice, no?”
“Maga! – gridò atterrita Sheherazade – ma dove troverò cento e mille storie da raccontare? E come farò a sapere quale sarà il punto culminante in cui interrompermi? Racconterò una storia brutta e stupida e noiosa, e il sultano mi farà uccidere prima ancora che la notte sia finita!”
“Non ti agitare – disse la maga – metterò al tuo fianco qualcuno che ti aiuterà e ti consiglierà”.
Aprì la piccola gabbia del suo furetto preferito e gli sussurrò all’orecchio un misterioso incarico. Il furetto sparì, rapido come il lampo, e dopo qualche tempo riapparve, seguito da due personaggi: un giovane turco e una bellissima fanciulla tibetana. Erano due persone molto speciali, come la maga raccontò a Sheherazade: avevano vissuto molte vite, sempre sfiorandosi, qualche volta incontrandosi, ma senza mai poter fermare le loro vite, le loro vicende, l’uno accanto all’altra. Ora, finalmente, per la prima volta, si erano riuniti, e speravano che fosse per sempre.
“Ecco – disse la maga – questa donna è stata dotata dal fato di una fantasia sconfinata; inoltre nelle sue numerose vite ha visto accadere tante vicende quante ne può contenere la volta celeste: lei ti suggerirà le storie da raccontare. E quest’uomo è il più saggio che la terra abbia mai ospitato: lui ti consiglierà le cose giuste da fare per salvare la tua giovane vita dalla crudeltà del sultano”.
“Ma maga – obiettò Sheherazade – come potrei mai introdurre due estranei alla corte del sultano? E un uomo per giunta!”
“A questo si può porre rimedio. – disse il turco – Basterà che la maga ci trasformi in due animali. Al sultano racconterai che te li donò tuo padre prima di morire, raccomandandoti di non separartene mai, affinché mai tu ti possa separare dal ricordo di lui. Neppure il sultano oserà disobbedire alla volontà di un padre morente”.
La maga si grattò perplessa il mento rugoso.
“Tu sai, amico mio – disse – che i miei poteri sono grandi, ma non illimitati. Così ha stabilito la divinità, affinché troppo non montasse la mia superbia credendomi onnipotente. Io posso dunque trasformarvi in animali, ma non posso poi ritrasformarvi in esseri umani: se diventerete animali, animali dovrete restare per sempre”.
L’uomo e la donna si guardarono negli occhi per un istante: non avevano bisogno di parole per comprendersi.
“Va bene – disse la donna – accettiamo di restare animali per sempre. In cambio chiediamo di poter vivere per sempre, e per sempre insieme”.
“Sì, questo posso farlo” rispose la maga, e procedette subito alla trasformazione. L’uomo fu trasformato in una capra turca e la donna in una gazzella tibetana: la maga aveva scelto di incarnarli in due specie molto simili, affinché una troppo grande diversità non impedisse le loro unioni. Per consolare la donna della perdita dei suoi meravigliosi capelli, le donò un sofficissimo vello, che nessun altro animale al mondo possedeva.
“Bada – disse all’uomo-capra – un giorno uomini malvagi cercheranno di ucciderla per rubarle il suo vello: dovrai proteggerla, non allontanandoti mai dal suo fianco.”
Sheherazade tornò a casa accompagnata dai suoi due protettori e consiglieri. Nei giorni che mancavano alle nozze imparò la loro lingua, affinché solo lei, e non il sultano, potesse comprendere i loro suggerimenti, e dopo le nozze, come la maga aveva previsto, le storie meravigliose raccontate dalla donna-gazzella e riferite da Sheherazade, interrompendole nel momento in cui l’uomo-capra suggeriva di farlo, finirono per indurre il sultano a fare grazia della vita alla sua ultima sposa.
Finito il loro compito, la capra e la gazzella se ne andarono. Presero congedo prima da Sheherazade, che pianse molte lacrime al momento della separazione, e poi dalla maga. Se ne andarono lontano, dove nessuno poteva conoscerli, dove nessuno poteva cercarli. Se ne andarono sulle alte cime del Tibet, e da allora è possibile vederli pascolare su quei verdi prati, sempre insieme. I monaci, perplessi, si domandano: ma cosa avranno mai da dirsi quella capra turca e quella gazzella tibetana? Se potessero comprendere la loro lingua, li sentirebbero dire: “ … e ti ricordi quella volta al mercato degli schiavi?”, “ … e ti ricordi quella volta nel ghetto?”, “ … e ti ricordi quella volta sul lago Tana?”, “ … e ti ricordi quella volta sulla terrazza?” Forse, tendendo bene le orecchie, tra una rievocazione e l’altra, potrebbero cogliere anche qualche sommessa risatina …

Naturalmente anche queste altre storie, quella del mercato degli schiavi, e quella del ghetto, e quella del lago Tana, e quella della terrazza, e quella alle porte dell’India e ai confini col Messico e sugli altipiani del Kenia e sul mare di sabbia e quella dello sciamano e quella dell’ostrica e dei dervisci e del tricheco … tutte sono state narrate. Ma non le ritroverete qui.

(Qui e qui invece potete trovare delle storie vere che sembrano favole in quanto parlano di favole che sembrano storie vere …)


barbara


2 dicembre 2009

GAD LERNER E SUO PADRE

Me l'ero sentita ripetere tante volte, quella lamentela, fin dall'adolescenza. Sempre con le stesse identiche parole, e con un accento inconfondibile che suo­nava straniero perfino a me, rivelatore delle sue origini complicate. "Te credi essere tanto sapientone, yaani, ma lasci mettono piedi su testa, furbi di tuoi ami­ci si approfittano ma io più intelligente, iiio so, neanche puoi immaginare quali persone importanti danno retta a tuo padre, io contatto di grandi personalità e tu carne di mia carne non dai retta. Ach, quei disonesti che montano te, loro san­no bene gli affari che mi hanno rubato altrimenti sarei gran signore come i Stern, i Shammah, i Safra..."
quel­la tiritera farcita (sic! E meno male che lui invece l’italiano lo sa …) di improperi gutturali yiddish o aspirati in arabo.
L'incedere degli anni, appesantiti da dif­
ficoltà economiche e malattie, ha atte­nuato la sua acrimonia dirottandone le energie residue in un'ostinata, singolare ricerca di status.
Incuriosiva soprattutto i provinciali, quella sua verve di narratore esotico.
Sorrideva al futuro dopo anni di catastrofi europee e di guerre mediorientali superate acrobatica­mente nella più totale inconsapevolezza.
Tuttora la sua conversazione tortuosa rie­
sce a stregare l'interlocutore nonostante, anzi, direi per merito anche degli strafal­cioni linguistici di cui è costellata. Mostra di saperla lunga su ogni argomento, sfog­gia credenziali altisonanti, dichiara di aver viaggiato in ogni dove. Una vita di succes­si che è l'esatto contrario di quella sfortu­nata che ha vissuto. Un tragitto dissemina­to di buche, il suo, come testimonia l'elo­quio maldestro tipico delle persone cresciute senza una lingua madre. Chi invidia questa specie particolare di poliglotti per il numero di lingue con cui sono in grado di arrangiarsi, sottovaluta quale vuoto con­cettuale e sentimentale provochi dentro di loro il pensare, il sognare, l'emozionarsi senza possederne davvero neppure una. Parlare tante lingue, ma tutte male perché la tua non esiste. Assaporò la dolcezza del Libano, il paese di latte e di miele, senza concludere gli studi all'Università Saint-Joseph di Beirut.
Alla ra­pida intesa tra Joseph Taragan ed Elias Lerner credo abbia giovato, in mancanza di un sensale professionista di matrimoni combinati, la comune appartenenza dei capifamiglia alla massoneria. Magari fosse stato in grado di approfittarne Moshé, pure lui iscritto alla Loggia! Neppure la tanto decantata influenza massonica riuscì a sostenerlo. (Estratti dal primo capitolo del suo ultimo libro, pubblicato su Shalom)

Ora, io capisco – oh se lo capisco – che si possa odiare un padre. Ma che dire di questo livore, che dire della meschinità di questi attacchi sotto la cintura, che dire di questo astio da acidità di stomaco? Che dire di questo irriverente sbeffeggiare un uomo ormai sull’orlo della tomba? Che dire di quest’opera di demolizione di una persona e di una personalità che arriva addirittura a investire anche i suoi interlocutori (se lo trovi interessante, allora sei un povero provincialotto)? E che dire di questo attaccare un uomo non per quello che ha fatto, non per le sue scelte, non per i suoi comportamenti, ma unicamente per ciò che è, ossia un ebreo mille volte dagli eventi sradicato e, a causa di tali sradicamenti, portatore di mille lacune, linguistiche e culturali? Non è, tutto questo, la caratteristica più peculiare del perfetto antisemita? Non parlerei però, in questo caso, del classico “ebreo che odia se stesso”, perché il Nostro in realtà è convinto di non essere affatto un ebreo come tutti gli altri, oh no: lui è un ebreo speciale, lui è il perfetto prototipo dell’ebreo buono mentre gli altri, ahiahiahiloro, sono ebrei cattivi. Talmente ebreo buono che quando Lapo Elkann ha dichiarato di volersi convertire, il Nostro si è sentito in diritto – o dovrei forse dire in dovere? – di dedicargli una lettera aperta in cui dispensargli a piene mani – lui! – consigli di ebreitudine. Usando, tra l’altro, l’abominevole espressione di taglietto per riferirsi alla circoncisione, termine che mai, in tutta la mia vita, avevo sentito usare da un ebreo. E arrivando, per concludere in gloria, a parlare del pisello di Lapo. Ora, non è che non si possa parlare di genitali, per carità, certo che se ne può parlare, ma non dei propri o di quelli dell’interlocutore! A meno che l’interlocutore non sia il proprio amante. E io, sinceramente, non so mica se Lapo avrebbe abbastanza stomaco da prendersi Gad Lerner come amante.

(Qui una recensione che, a differenza del ridicolo incensamento messo in atto da Shalom, inquadra in maniera oggettiva il personaggio e il libro)

barbara


2 dicembre 2009

ECCO QUA IL MISFATTO



(no cioè ditemi voi ...)

barbara


1 dicembre 2009

NOTA A MARGINE

Da quando è iniziata la cosiddetta emergenza per la cosiddetta micidialissima influenza maiala destinata a far concorrenza alla Spagnola che ha fatto venti milioni di morti, continua a incalzare la raccomandazione: ai primi sintomi restate a casa. Appena cominciate a non sentirvi bene restate a casa. Se avete il sospetto di star covando un’influenza restate a casa, non andate al lavoro, non andate a scuola, cercate di limitare il più possibile la diffusione del virus …
Il fatto è che grazie al decreto antifancazzisti, ogni giorno di assenza per malattia mi costa cinquanta euro di trattenuta per i primi dieci giorni – e dieci giorni coprono l’intera durata di almeno il 90% delle assenze per malattia. E io, con 500 euro in meno nello stipendio, a mangiare tutti i giorni non ci arrivo. Il risultato di tutto questo è che già da una settimana stavo malissimo, ma non avendo la certezza che si trattasse di un inizio di malattia e non invece di un, sia pure forte ed estremamente fastidioso, banale raffreddore accompagnato da mal di gola e aggravato da un’estrema stanchezza, per un’intera settimana ho continuato a trascinarmi a scuola. E a sparpagliare in giro schifezze di ogni sorta. Che sono, sì, di influenza accostumata e morigerata, ma pur sempre di microbi e bestie varie portatrici di malattie si tratta. E come me, per ovvie ragioni, si stanno comportando la quasi totalità dei miei colleghi.
Quindi se alla fine della stagione dovesse risultare che quest’anno è stato effettivamente battuto ogni record precedente nel numero delle persone che si sono ammalate, sappiamo chi dobbiamo ringraziare.

Qui, a parziale consolazione, si parla invece di una buona notizia per l’umanità intera.

barbara

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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


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Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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