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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 ottobre 2009

GENERAZIONE SDEROT

Il sud d’Israele viene bombardato ogni giorno dai qassam. Ma all’Onu c’è un rapporto che equipara vittime e terroristi

L’incubo di Sderot iniziò sugli schermi della rete televisiva americana Cbs. Il 24 gennaio 2002 la celebre rubrica “60 Minutes” trasmise l’intervista a un leader di Hamas, Moussa Abu Marzook, che minacciava di usare missili Qassam per colpire le città israeliane. Il nome, Qassam, deriva da un imam fondamentalista che negli anni Venti incitò ai pogrom contro gli ebrei. Nel giugno 2004 un razzo colpì una scuola materna e uccise un uomo e un bambino. Le prime di una lunga serie di vittime israeliane a Sderot. Dodicimila razzi palestinesi sono caduti sulle città di Sderot e Ashkelon. Ogni giorno, per nove anni. Dalla fine dell’operazione israeliana a Gaza sono caduti quasi trecento missili. Uno al giorno. A Sderot in auto si deve tenere sempre il finestrino abbassato, la cintura slacciata e la radio spenta. Altrimenti non si sente la sirena. “C’è un solo esempio nella storia in cui migliaia di razzi vennero sparati su una popolazione civile”, ha detto il premier israeliano Netanyahu alle Nazioni Unite.

“Fu quando i nazisti lanciarono razzi sulle città inglesi durante la Seconda Guerra mondiale. In quella guerra gli Alleati rasero al suolo le città tedesche, facendo centinaia di migliaia di morti. Israele decise di comportarsi diversamente”.
Oggi un nuovo rapporto delle Nazioni Unite redatto dal giudice Richard Goldstone accusa Israele e Hamas di “crimini di guerra”. L’azione dell’esercito israeliano a Gaza fu lanciata proprio per fermare i razzi su Sderot. Il rapporto arriverà all’Assemblea Generale il 4 novembre. “Il rapporto Goldstone ha il mio sostegno”, ha detto ieri il segretario generale dell’Onu Ban ki-Moon. Per la prima volta una grande democrazia potrebbe essere accusata formalmente di “crimini di guerra”, alla stregua dei Genocidaires Hutu in Ruanda e delle milizie serbo-bosniache di Karadzic.
Già a due settimane dalla fine delle operazioni israeliane a Gaza, Hamas aveva ripreso a sparare su Sderot. In città si hanno venti secondi per mettersi al riparo non appena suona l’allarme: “Tzeva Adom”, colore rosso. Sderot è una città malata. Inchieste mediche indipendenti rilevano che un abitante su due soffre di danni psichici. Tra il 74 e il 95 per cento dei bambini ha disabilità psichica. Sderot è decisiva per capire il rapporto Goldstone. Abbiamo intervistato gli israeliani che sono andati a Ginevra per testimoniare di fronte alla commissione dell’Onu. Abbiamo parlato con i medici che curano i feriti nel “triangolo della paura” Ashkelon-Sderot-Netivot.

Ogni giorno a decine bussano alla porta del Trauma Center di Sderot, dove si offre sostegno psicologico a chi soffre del trauma dei bombardamenti. La direttrice è la dottoressa Adriana Katz, impegnata a lenire le sofferenze psichiche di Sderot. “Questo è un paese di morti viventi”, ci dice Adriana mentre si fa la conta degli ultimi attacchi missilistici di Hamas. La gente a Sderot non è afflitta dalla sindrome “Ptsd”: disordine da stress post traumatico. I sintomi sono gli stessi (insonnia, ansia, apatia, dolori psicosomatici), solo che a Sderot il post non arriva mai. Per questo si parla di “generazione Sderot”. Una cittadina nata nei primi anni Sessanta come centro di transito per i nuovi immigrati provenienti da Marocco, Kurdistan e Iran.
Gli abitanti di Sderot hanno presentato al segretario generale dell’Onu una lettera di denuncia dei crimini di Hamas. La lettera è stata firmata da 90mila persone di cinquanta diversi paesi, su iniziativa dell’organizzazione Take A Pen. “Il 79 per cento della popolazione di Sderot è psicologicamente invalida”, ci dice Batya Katar, leader dell’Associazione dei genitori di Sderot e promotrice della lettera all’Onu. “Ogni giorno, per nove anni, abbiamo ricevuto attacchi da Hamas. Il giudice Goldstone avrebbe dovuto vivere qui per una settimana con i suoi figli. Ogni minuto e ogni secondo, giusto per una settimana. Un qassam è caduto vicinissimo alla mia abitazione. Mio figlio dorme con me da cinque anni per la paura di attacchi missilistici. Abbiamo venti secondi per metterci al riparo. Possiamo morire in ogni istante, è con questo pensiero che vive la gente di Sderot. Qui bambini e genitori dormono assieme, quando si va al bagno ci si sveglia tutti perché i bambini hanno paura di andare da soli”.

“Sderot è l’unica città al mondo dove il terrorismo colpisce la popolazione civile nel XXI secolo giorno dopo giorno, senza tregua”, ci dice Noam Bedein, direttore dello Sderot Media Center e fra i testimoni della commissione Goldstone. “E’ inaccettabile per qualsiasi paese. Il novanta per cento dei qassam è stato lanciato da zone palestinesi civili, perché Hamas sapeva che Israele avrebbe avuto le mani legate. Quale altro paese avrebbe accettato una simile condizione? Ci sono stati venti attacchi con i qassam in due mesi, da settembre a ottobre. Duecentosessanta missili sono stati lanciati da Gaza sul Negev da quando è finita l’operazione dello scorso gennaio da parte d’Israele. Dopo il rapporto Goldstone, ci aspettiamo un’escalation terroristica. Secondo quel rapporto, Israele non ha il diritto di difendere i propri cittadini. Un milione di israeliani saranno a breve sotto la minaccia del lancio dei missili palestinesi. L’equipaggiamento arriva tutto dall’Iran”.

Noam è andato a Ginevra per parlare alla commissione dell’Onu. “Fu penoso venire a sapere che fra i giudici sedeva l’inglese Christine Chinkin, la stessa che in un articolo pubblicato sul Sunday Times aveva già sostenuto la tesi secondo cui ‘il bombardamento israeliano di Gaza non è autodifesa, è un crimine di guerra’. In mezz’ora ho dovuto esporre otto anni di missili e attacchi terroristici. Durante la mia presentazione, Goldstone si addormentava spesso o si distraeva. Non bastano le dita delle mani per contare quante volte i razzi sono esplosi a pochi metri da un asilo d’infanzia. Quale altra democrazia tollererebbe anche un solo razzo sparato contro i civili del suo territorio? Dobbiamo aspettare che venga colpito un asilo affinché Israele ottenga l’appoggio internazionale per fare quello che è necessario per proteggere la propria gente?”.

“Quello che odio di più è l’impossibilità di trasmettere l’invalidità dell’anima e della mente, perché questo lo si conosce ma non si può fotografare, né trasmettere in televisione”, ci dice la dottoressa Adriana Katz, 59 anni, direttrice della clinica per la salute mentale di Sderot e il Trauma Center per il trattamento immediato delle vittime da shock. Di origini romene, Adriana è giunta in Israele con il marito dopo aver trascorso sedici anni in Italia.
Nel caso di attacco, Adriana si mette in moto, anche di notte. E’ sempre reperibile. “E’ il mio guaio non poter trasmettere quel che accade qui”, dice Katz fra una sigaretta e l’altra. Si dice che Sderot sia il posto peggiore al mondo per chi vuole smettere di fumare. “Durante la guerra a Gaza, il ministero degli Affari esteri d’Israele ha voluto mandarmi al Parlamento europeo per parlare di Sderot. Ho rifiutato, perché non avevo possibilità di trasmettere la gravità e la tragedia della popolazione di Sderot. Chi non lo vive non lo può capire. Io abito ad Ashkelon, da nove anni sto curando seimila persone, vittime del lancio dei missili. Sono direttrice di clinica psichiatrica e del centro di emergenza. Non siamo riusciti a guarire tutte queste anime martoriate, che continuano in gran parte a non funzionare come prima. Famiglie distrutte, bambini con tutti gli effetti del post trauma, perché quasi ogni giorno c’è ancora l’allarme dei missili. Questi missili sembrano giocattoli, rispetto ai Katyusha. Ma quando abbiamo capito che questo ‘giocattolo’ uccide, quando un giorno è stato ucciso un bambino, poi un nonno, poi una donna è rimasta senza gambe, allora abbiamo incominciato a capire. Non hanno smesso un solo giorno di sparare Qassam, nonostante il cessate il fuoco. Voi europei dovreste vivere qui una settimana. Abbiamo avuto morti, invalidi, case distrutte, è una roulette russa, non si sa mai a chi tocca. La vita normale è finita. La vita è stata spezzata. Esci di casa e non sai mai se arrivi, in qualsiasi momento suona l’allarme, devi stenderti per strada, è umiliante. E’ un trauma tremendo, la gente guarda la televisione o sta mangiando quando di colpo arriva il ‘colore rosso’. Da psichiatra so che la paura non ha gusto né colore né odore, ma qui a Sderot la paura è di ‘colore rosso’”.

Adriana Katz è fiera di appartenere al campo del compromesso con i palestinesi. “Sono contro le guerre, vengo dall’Europa, ma quando vivi qui capisci le cose in maniera diversa. Ci sono bambini invalidi a Sderot, senza gambe, anche adulti, ma più di tutto è una intera popolazione esposta alla paura, sradicata dalla propria vita normale, tanta gente che ha smesso di andare a lavorare, che non esce di casa, bambini che fanno pipì a letto ad età avanzate. Niente somiglia più a quello che era. Attacchi di panico per un rumore più forte diventa fonte di terrore. E’ una società invalida. Mi domando se è meno grave delle bombe su Gaza. Il trauma non diminuisce, non è passeggero, è una malattia cronica, secondo me è una specie di silenzio, un falso silenzio, tutti qui si aspettano di nuovo al lancio di missili, tutto è cambiato. Non programmiamo nulla, è una vita scialba, senza entusiasmi. Anche se si fanno figli, li si fa con paura. Non è più una popolazione sana. Ci fa tornare in mente quello che i sopravvissuti all’Olocausto hanno vissuto. I bambini appartengono già a una ‘generazione del qassam’, i bambini di Sderot sono come gli anziani sopravvissuti alla Shoah, non giocano fuori, hanno paura, i parchi giochi sono rifugi, è una sensazione orribile. I bambini sono nati e vissuti con il terrore, hanno paura di uscire alla luce del sole, hanno paura di dormire soli in casa, alcuni sono in totale regressione, non riescono a separarsi dai genitori. C’è nell’aria la sensazione che tutto stia per scoppiare, ogni giorno arriva un missile su Sderot. Non ho alcuna speranza. La grande tristezza è che il mondo non capisce quel che sta accadendo qui”.

La dottoressa Katz ha scritto una lettera al giudice Goldstone contestando i risultati delle indagini. “Amo il mio lavoro, ho studiato medicina per diventare psichiatra, però negli ultimi anni è diventato sempre più difficile. Che cosa sa il giudice Goldstone delle migliaia di israeliani vittime da trauma e le cui vite sono diventate un inferno in terra? Chi aiuterà i quattromila bambini a tornare alla vita quotidiana? Anni e anni di riabilitazione attendono la popolazione che vive qui. Non è più un lavoro da psichiatra, quanta forza d’animo bisogna avere per poter continare a curare le persone senza pensare a casa tua, non sapere se è ancora in piedi?”.

Dalia Yosef ha diretto lo Sderot Resilience Center, specializzato nella cura dei bambini. “I bambini di ogni età, da uno a diciotto anni, a Sderot presentano traumi gravissimi”, ci spiega la dottoressa. “E’ una invalidità invisibile. In ogni comportamento mostrano regressioni. Gran parte di loro ha incubi, non mangia bene, non va fuori da sola, non vuole che le madri vadano al lavoro, non gioca, a scuola ha numerosi problemi. Moltissimi di questi bambini sono nati sotto i qassam. Non hanno conosciuto altra condizione. Non è come perdere un familiare in un incidente stradale, a Sderot c’è un trauma collettivo. Due settimane dopo la fine delle operazioni a Gaza, hanno iniziato a sparare di nuovo. A Sderot i bambini reagiscono a ogni rumore forte come a un allarme qassam. Il settanta per cento di bambini nel Negev mostra sintomi da trauma e queste statistiche sono frutto di ricerche indipendenti. Migliaia di bambini hanno anche disabilità fisiche a seguito delle bombe palestinesi. Ho visto a lungo gli effetti del terrorismo sui bambini di Sderot e il rapporto Goldstone elimina il diritto dei nostri bambini di crescere in un ambiente non traumatizzato. Ci sono bambini che vogliono restare dentro ai bunker o nelle stanze-sicure nelle proprie case. Ci sono bambini che non sono più scesi dal proprio letto. Non sappiamo cosa sarà di questa generazione nata e cresciuta sotto i qassam”.

Mirela Siderer è il simbolo di quanto è successo alle città israeliane sotto bombardamento di Hamas. “Ho sentito come una palla di fuoco turbinare dentro di me, tutti i miei denti sono volati via. Ancora oggi ho un pezzo di scheggia di quattro centimetri impiantata sul lato sinistro della schiena, troppo vicina al midollo spinale per potere essere rimossa”. Siderer è stata ferita da un razzo palestinese che ha centrato il suo ambulatorio ad Ashkelon, dove le fermate dei bus sono scudi di cemento e i parchi giochi hanno la campana d’emergenza. E’ volata a Ginevra per parlare davanti alla commissione dell’Onu. Con lei c’era Noam Shalit, il padre del soldato rapito tre anni fa da Hamas a Gaza. “Tutta la mia pacifica vita è stata stravolta in un secondo, quando, senza alcun preavviso, un razzo si è abbattuto sul mio ambulatorio”, dice Siderer. “In una frazione di secondo il posto è stato completamente distrutto. Mi sono ritrovata sotto le macerie, ma ho continuato a parlare alla mia paziente, anch’ella gravemente ferita: il suo addome era squarciato, con i visceri all’esterno. Qual era la mia colpa? Che sono un’ebrea che vive ad Ashkelon? Ho studiato medicina per aiutare la gente in tutto il mondo, e ho aiutato anche tante donne di Gaza. Sono un semplice civile che non ha mai avuto a che fare con alcun atto di guerra. E mi rincresce per tutte le vittime, anche per le vittime innocenti dell’altra parte. Basta sangue e sofferenze, è ora di finirla”.
“Per capire meglio la guerra d’Israele contro il terrorismo,vorrei prima spiegare la nozione di terrorismo”, dice sempre al Foglio Mirela Siderer. “Il terrorismo è il regime di violenza da parte di un gruppo organizzato di appartenenza varia, che ha vari scopi, politici, religiosi, e che rivolge la violenza alla popolazione civile che non ha alcuna possibilità di difendersi. C’è una grande differenza tra le guerre che si svolgono fra due paesi e gli attacchi terroristici. Sono stata ferita durante un attacco simile, mentre svolgevo il mio lavoro di medico. Nel 2005 Israele si è ritirato dalla striscia di Gaza, quindi non si parla di territori occupati, ma questo conflitto è diventato oltre che geopolitico anche religioso. Con grande dispiacere mi rendo conto che si tratta di fondamentalisti islamici che non fanno altro che istigare contro lo stato d’Israele e il popolo ebraico”.

Infine una parola sul rapporto delle Nazioni Unite. “Come medico e cittadino non posso accettare questo terrorismo e tanto meno la unilateralità del rapporto Goldstone. Ho testimoniato di fronte alla commissione Goldstone, ma le mie parole non sono state prese in considerazione. Nel sud d’Israele siamo nel terrore da nove anni. Immaginate di vivere in una qualsiasi città italiana bombardata ogni giorno. Voi potreste andare avanti così?”. Eppure Sderot non è una “città fantasma”, come viene spesso descritta. Il numero di abitanti non è mai sceso. C’è chi dorme ancora con i vestiti addosso, si vive con le finestre socchiuse e si parla sottovoce, nel timore che il segnale di emergenza sfugga all’attenzione. Ma gli israeliani non sono mai fuggiti. (Giulio Meotti)



E contemporaneamente a questo splendido articolo compare, sul Corriere, un immondo servizio di Francesco Battistini – quello che in risposta a un lettore che lo rimproverava per avere parlato del “massacro di Gaza”, ha spiegato che lui fa da una vita il corrispondente di guerra e che quando vede un massacro è in grado di riconoscerlo e “quello che ho visto a Gaza è stato un massacro” – in cui qualifica ugualmente – e sarcasticamente - come “danni collaterali” una bambina palestinese disgraziatamente colpita da un missile israeliano nella guerra di difesa contro il terrorismo e un bambino israeliano colpito da uno delle migliaia di missili palestinesi diretti selettivamente contro la popolazione civile all’unico scopo di fare strage di civili, come da ottant’anni, ininterrottamente, stanno facendo.
Poi, per apprezzare ulteriormente l’ottimo Meotti andate a guardare anche questo, e naturalmente, anche per tirarvi su il morale con un po’ di sane risate, andate anche da lui.


barbara


30 ottobre 2009

PRIMA ANCORA CHE NEI FATTI

L'inizio della chiamata/profanazione del nome divino secondo Rashi vuol dire che l'uomo iniziò a scambiare la natura per Dio, e a pregarla. Ma vi è poco dopo un altro uso della stessa radice, nel verso che segue quello in cui si presenta la discendenza di Noach: "E quando l'uomo iniziò/profanò (echél) a moltiplicarsi sui volti della terra, e nacquero loro delle figlie, i figli di Elohim videro le figlie dell'uomo, che erano belle, e le presero per loro come mogli scegliendole fra tutto ciò che sceglievano". Qui vediamo che l'umanità prova a chiamare Dio nel mondo, nel senso che prova a eseguire quanto le era stato ordinato, ossia di moltiplicarsi, ma in un modo che sottrae all'atto la sua integrità. Questo è suggerito dal fatto che i figli di Elohim, cioè i figli di Dio, vedranno le donne come figlie dell'uomo. Tutti gli esseri umani sono figli di Dio, come il racconto della creazione vuole significare, ma l'uso di questa espressione mostra una discriminazione insopportabile. Ci scontriamo qui con l'uso irresponsabile della parola, che porterà al diluvio e alla necessità di rifugiarsi nell'arca, che vedremo essere una sorta di parola molto particolare. Gli uomini di quella generazione preferiranno vedere nelle donne degli esseri inferiori, e questo è un riflesso del fatto che siamo in un'epoca di tohu, di assenza apparente di Dio, per cui esse vengono declassate da figlie di Dio a figlie dell'uomo. Vengono prese e scelte "fra tutto ciò che sceglievano", cioè scelte così come si sceglie un oggetto, un frutto piuttosto che un altro. Vengono private della loro dignità, e questo profana gravemente ciò che alla base deve essere il più sacro dei compiti, la moltiplicazione dei figli di Dio, e quindi della sua immagine, sulla terra. Come abbiamo visto questo avviene, prima ancora che nei fatti, attraverso la parola, il modo in cui le donne sono chiamate. (Rav Chaim Cipriani)

Come si suol dire: parole sante! Così come sante, in altro campo e in altro modo, sono anche le parole di lui. E poi

MEMENTO: +60.

barbara


29 ottobre 2009

EFFETTO GOLDSTONE



E, per chi non lo frequenta in casa sua e se le fosse perse, le Cartoline arretrate: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci e undici.

barbara


29 ottobre 2009

MASCHIO E FEMMINA LI CREÒ

Il fatto che l'uomo sia creato maschio e femmina insieme trova un'eco nelle moderne scoperte della biologia, secondo cui l'embrione sviluppa caratteristiche maschili o femminili solo in uno stadio relativamente avanzato, ed è anch'esso fondamentale. Significa che esso è doppio, che ogni cosa è duale nella sua esistenza. Ma anche che, una volta che l'aspetto maschile e femminile sono separati, ciò che li riunisce, in termini di affettività e di sessualità, non può che essere cosa nobile. Nello stesso tempo ci ricorda che la donna è creata come uguale dell'uomo, con la stessa dignità, e che qualsiasi forma di sessismo, o di discriminazione nella vita religiosa o altrove, è una bestemmia nei confronti dell'immagine divina presente nell'altro. (Rav Chaim Cipriani)

Sottoscrivo.


barbara


26 ottobre 2009

AFGHANISTAN VISTO DA VICINO

Il mio interlocutore è un ufficiale delle Forze Armate italiane. Ha accettato di rispondere a qualche domanda a condizione che non compaia il suo nome, né alcun elemento atto a identificare lui o il suo gruppo di appartenenza.

Potresti spiegare ai lettori il motivo della necessità di nascondere ogni elemento identificativo?

Per poter ufficialmente rispondere a qualsiasi tipo di dibattito di una certa natura (sia pure online), bisogna essere autorizzati dalle Superiori Autorità.

Tu hai partecipato a diverse missioni all'estero: ci puoi dire dove sei stato?
Bosnia, Kosovo e Afghanistan.

Fra tutte queste esperienze, qual è quella che ti ha maggiormente segnato?
Sicuramente quella in Afghanistan, per impegno, teatro operativo, cultura e svariati altri motivi.

Quando ci sei stato, e per quanto tempo?
Dal settembre 2006 al marzo 2007.

Ti è consentito dire dove ti trovavi, esattamente?
Area della capitale, Kabul (Campo Invicta) e zone limitrofe.

Quali erano i compiti del tuo gruppo?
Addestrare la local police, cooperare con l'ANA (Afghan National Army), vigilare sull'intera zona di competenza, garantire la sicurezza e soprattutto attività di distribuzione aiuti umanitari a favore dei distretti di nostra competenza.

Fra le esperienze che hai vissuto, che cosa ti ha colpito di più?
Innanzitutto l'intero Paese e relativa morfologia. Si respira storia oltre che polvere. In secondo luogo i bambini, davvero tanti e molto, sempre sorridenti tra sporcizia e carenze di ogni cosa (dalla corrente elettrica all'acqua), a piedi scalzi nel fango e nella neve. Mi ha colpito l'organizzazione sociale dei distretti, la tribalità, l'autorità nelle mani dei più anziani ed il rispetto oltre che l'orgoglio; mi ha colpito l'ospitalità, il the nei bicchieri sporchi; mi ha colpito l'ambiguità di chi ti sorride dicendoti salam alaikum e poi ti fa saltare in aria.

C'è qualcosa, in particolare, che hai voglia di raccontare?
Nulla in particolare, solo l'orgoglio di aver fatto la missione assieme a colleghi preparati, motivati e consapevoli. La coscienza di aver fatto del bene è grande. Bisognerebbe che si desse più eco e spazio a quello che facciamo fuori dal nostro Paese.
Approfitto per dire che la situazione (ad oggi) non è poi molto differente dalla attuale. È un teatro ad elevato profilo di rischio e, purtroppo, ne abbiamo avuto l'ennesima riprova con gli attacchi del 17 settembre.
La popolazione locale soffre, patisce, c'è disinformazione e manipolazione da parte dei vecchi "Signori della guerra", ricchi feudatari che controllano vaste zone del territorio ed hanno influenza sui piccoli villaggi dove si vive davvero di stenti.
Un Governo (quello attuale di Karzai) non riesce a far fronte alle numerose problematiche poiché ci sono troppi gap da colmare, tra cui quello della presenza/assenza di GOs e relativi impegni in termini di tutela dei diritti fondamentali.
Sono consapevole per esperienza personale del grande impegno della NATO ed i relativi sforzi, ma da soli non si fa nulla.

Domanda d'obbligo, visti gli ultimi avvenimenti: missione di pace o missione di guerra?
La considero guerra al terrorismo attraverso anche attività di cooperazione civile e militare. Là dove c'è bisogno di combattere, c'è sicuramente necessità di acquisire il consenso della popolazione attraverso forme concrete di opere.

Ritieni che la copertura dei mass media sulle nostre missioni all'estero sia carente? O non corretta? C'è qualcosa che vorresti aggiungere o rettificare rispetto a quello che si legge?
Purtroppo la grande eco mediatica si avverte solo dopo eventi molto negativi. Posso solo dire che in termini di sforzi comunicativi la Forza Armata sta facendo grandi passi avanti e che gli addetti ai lavori stanno comprendendone l'importanza. Siamo una risorsa per il nostro Paese.

Puoi dirci qualcosa sulla condizione femminile, per ciò che hai potuto constatare tu con i tuoi occhi?
Non dico nulla di più rispetto a quanto sappiamo, vediamo, leggiamo sul web o sui giornali. La condizione femminile è disastrosa in termini di considerazione. C'è da dire però che la donna afghana sta dimostrando forte volontà di emergere dal solito torpore e sottomissione. È compito della comunità internazionale intervenire in materia di diritti civili per migliorarne la condizione, ed evitare che giovani fanciulle con il foulard in testa che sorridono felici andando a scuola diventino poi passi sconnessi dietro al buio di un burka.

Ritieni che ci siano stati errori nella conduzione, in generale, delle operazioni in Afghanistan? Provo a chiedertelo, anche se non so se puoi rispondere, visto che si entra nello specifico delle strategie sia politiche che militari.
Non posso rispondere.

Hai avuto l'occasione di "scontrarti" con il terrorismo, o di vederlo direttamente in azione?
Il terrorismo è velato e subdolo, lo avverti, lo palpi, fai di tutto per prevenire azioni ostili grazie ad una solida preparazione. Si è consapevoli di ciò a cui si va incontro, e così anche io, così come tanti miei colleghi, ci siamo fronteggiati con questo nemico.

Che cosa provi, e come reagisci quando senti invocare "dieci, cento, mille Nassiriya"?

Credo che sia una delle innumerevoli forme di ignoranza e bassa cultura che affligge il nostro caro Paese. Chiediamo a queste persone cosa vuol dire amor Patrio, Stato di Diritto (Locke, Hobbes), oppure chiediamogli se conoscono la storia o il Diritto Internazionale.

So che da ogni missione ritorni con un nuovo tatuaggio: è un caso o c'è la precisa volontà di portarti a casa un ricordo della missione tangibilmente impresso nel tuo corpo?
È quasi un rito.

Dall'Afghanistan che tatuaggio hai portato?

Dopo l'Afghanistan mi sono tatuato il nome di mia moglie e di mio figlio sul braccio destro. Me l'ero ripromesso.

E infine un’ultima domanda: da medico che ha avuto modo di vedere da vicino il paziente, te la senti di azzardare una prognosi per l'Afghanistan? Quali sviluppi, quali scenari prevedi per il prossimo futuro?
Se ne parla molto sul da farsi in quella fetta di mondo. In termini politici, come già detto, bisognerebbe intervenire con opere concrete, manufatti, istruzione, pozzi ecc ... Militarmente parlando, concentrare gli sforzi dove è necessario. Da un lato dai, dall'altro elimini il cancro.

Ringrazio di cuore il mio interlocutore per il tempo che ha voluto dedicare a questa intervista e, certa di interpretare anche i sentimenti di buona parte dei frequentatori di questo blog, auguro ogni fortuna a lui, all’Afghanistan e, soprattutto, alle donne afghane, vittime, oltre che dei famigerati signori della guerra che da decenni ormai stanno devastando quella terra infelice, anche di pregiudizi etnici e religiosi che ne hanno pressoché annientato l’esistenza.

barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 26/10/2009 alle 20:14 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


25 ottobre 2009

NON SMETTEREMO DI DANZARE

Ovvero Le storie mai raccontate dei martiri d’Israele

L’ho letto, e ora dovrei scriverne la recensione, ma non so se sarò in grado di farlo. Non so come cominciare e da dove cominciare. Non so se il mio vocabolario possieda le parole necessarie per raccontare un libro così bello. Così prezioso. Così puro.

I resti delle vittime, come le carcasse degli auto­bus distrutti negli attentati, finiscono in un cimitero dei ricordi a Kiryat Ata. Accanto alle carcasse dei pullman, sono custoditi gli oggetti mai reclamati dai parenti delle vittime, quaderni di scuo­la, berretti militari, libri, scarpe da ginnastica, videocassette, kippah di ogni colore, t-shirt, mostrine di ufficiali. Guardare questi poveri resti richiama alla memoria quelli custoditi nei campi di sterminio. Scarpe logore, bottiglie con etichette di Varsavia e Cracovia, biberon e protesi dentarie, libri di preghiera, documenti, fo­to di famiglia, occhiali, bambole senza braccia né testa.

Accade di piangere, leggendolo: di commozione e di dolore per le storie narrate, ma anche di commozione e di emozione per l’amore immenso che traspare da ogni frase, da ogni riga, da ogni parola, per la pietas che lo ha dettato e di cui è impregnato, dalla prima all’ultima parola. E si ritrova, nella cura, nell’attenzione, nella devozione con cui Meotti ha raccolto ogni frammento per ricomporre un nome, un volto, un carattere – una persona – la stessa cura, la stessa attenzione, la stessa devozione con cui i ragazzi di Zaka raccolgono ogni frammento di pelle, di carne, di sangue per ricomporre, per quanto è possibile, ciò che quelle creature erano state. E si intrecciano, nella narrazione, storie di terrorismo e storie di Shoah, non solo perché non di rado i protagonisti sono gli stessi, sopravvissuti a un progetto di sterminio per finire vittime dell’altro progetto di sterminio, ma anche perché, ditemi, che differenza c’è tra il prelevare un neonato ebreo da una casa europea per andarlo ad assassinare in un campo polacco e il penetrare in una casa israeliana per assassinare un neonato ebreo nella sua culla? Che differenza c’è tra lo sventrare una donna incinta ebrea in una via di un ghetto europeo e lo sventrare una donna incinta ebrea in una strada in Israele? Che differenza c’è tra il progetto di rendere judenrein una regione europea e il progetto di rendere judenrein una regione che si chiama Giudea? Esattamente lo stesso è l’obiettivo, ed esattamente lo stesso è il motore, ossia uno sconfinato odio antiebraico. Un odio talmente grande che quando i nazisti, a corto di treni, si sono trovati a dover scegliere tra l’usarli per portare truppe al fronte e usarli per deportare gli ebrei da sterminare, hanno scelto di perdere la guerra pur di sterminarne di più. Un odio talmente grande che quando i palestinesi si sono trovati a dover scegliere tra costruire uno stato di Palestina accompagnato da pace e prosperità e continuare a sterminare ebrei, hanno scelto di rinunciare allo stato, alla pace, alla prosperità per sé e per i propri figli per continuare a sterminare ebrei.
E concludo con le righe che chiudono il capitolo dedicato alla strage alle olimpiadi di Monaco.


Il giorno dopo la strage degli atleti, tutti gli israeliani presenti in Germania indossarono la kippah per piangere i morti, lo stes­so fecero gli atleti ebrei delle delegazioni francese, inglese e ame­ricana. L'ignobile, satanica decisione di non fermare tutto fu una bancarotta del senso morale, il segnale verde per le stragi future. Si ricominciò a distribuire ori e argenti imbrattati di sangue. La fe­sta olimpica era morta, ma si continuò a correre e correre e corre­re. I rabbini israeliani vennero ad avvolgere le bare nella bandie­ra con la stella di David. Quella notte a Francoforte furono di­strutte una cinquantina di tombe ebraiche. Nessun delegato ara­bo porse il proprio cordoglio a Israele. Nessuno. Il giorno dell'ar­rivo delle salme all'aeroporto di Lod, dove tre mesi prima altri 26 ebrei furono uccisi in un attentato, non ci furono fanfare ad acco­glierle. Solo il silenzio e un orgoglioso dolore. Li aspettava il gran­de Moshe Dayan, con l'aspetto di un kibutznik che aveva interrot­to il lavoro per piangere i suoi figli. C'era anche Yigal Allon, che a tredici anni già combatteva nell'esercito ebraico clandestino. Nessun negozio in tutto il paese era aperto, il popolo ebraico era unito nel suo dolore. Come sempre è stato nel corso della storia. La Tunisia si offrì di accogliere le salme dei terroristi, tutti volevano i resti dei terroristi. Ebbe la meglio la Libia. Alla sepoltura a Tripoli erano presenti gli ambasciatori di tutti i paesi arabi. Dove­vano celebrare il «matrimonio del martire». In Israele dominava un'altra atmosfera. Dopo aver recitato il kadish ebraico sulle tom­be, il popolo del Libro tornò a casa. Il giorno dopo si apriva il Ca­podanno ebraico, ma non c'era posto per la gioia. Quel nuovo an­no si aprì con il pensiero collettivo rivolto ai figli delle 11 vittime. Quei bambini erano, sono, il perché d'Israele.

E in queste righe c’è tutto il confronto fra due mondi. In queste righe c’è tutto ciò che ogni giorno sta davanti ai nostri occhi. Un mondo che, dal giorno della sua nascita, ha fatto della morte il proprio ideale, un mondo che coltiva il massacro, un mondo che adora gli assassini e ne ricerca i resti come reliquie da venerare con religiosa devozione. Un mondo che scende in piazza a ballare e cantare per festeggiare massacri di bambini. Un mondo con un libro sacro che ordina di ingannare, di torturare, di uccidere chiunque opponga resistenza al loro progetto di estendere il regno del terrore e della morte su tutta la terra. E un mondo che si raccoglie in silenzio intorno ai propri morti. Un mondo che raramente pronuncia parole di odio e di vendetta, neppure di fronte ai massacri più disumani. Un mondo che piange e soffre ma poi si rimbocca le maniche e riparte, perché nel loro Libro sta scritto E TU SCEGLIERAI LA VITA.

Giulio Meotti, Non smetteremo di danzare, Lindau



(E poi, molto in tema, vai a vederti questo, con trascrizione anche in italiano per chi se la cava male con l’inglese)


barbara


24 ottobre 2009

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22 ottobre 2009

fools, said I, you do not know

silence like a cancer grows
fino a che invade ogni spazio, e non resta più niente. niente




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19 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM 2

Perché mai questi brani coranici ci dovrebbero turbare più di certi brani biblici come Esodo 21:7–11, che precisa le regole per poter vendere la propria figlia come schiava? Perché nell’islàm non esiste l’equivalente della Regola Aurea, come specificata da Gesù: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.” (Matt. 7:12). La tradizione islamica più vicina a questo detto, può essere considerato un adith in cui Maometto dice “Nessuno di voi avrà fede finché non desidererà per il suo fratello (musulmano) quello che desidera per se stesso”. Il “musulmano” tra parentesi nella frase precedente è stato aggiunto dal traduttore Saudita e non appare nell’originale Arabo; tuttavia, nella tradizione islamica, “fratello” è un termine che non viene usato per indicare chiunque, ma solo i “credenti”, membri della comunità musulmana. Inoltre contraria all’interpretazione universale di questa massima è la netta distinzione tra credenti e non credenti che permea tutto l’islàm. Il Corano dice che i seguaci di Maometto sono “spietati con i miscredenti, ma misericordiosi tra di loro” (48:29), e che i miscredenti “di tutta la creazione sono i più abbietti” (98:6). Si può esercitare la Regola Aurea con i correligionari musulmani, ma questa cortesia, secondo la concezione espressa dai precedenti versetti e molti altri simili, non può essere propriamente estesa ai miscredenti.
Questa è una delle ragioni principali per cui la prima fonte di schiavi nel mondo musulmano sono stati i non musulmani, sia Ebrei, Cristiani, Indù o pagani. Nell’islàm molti schiavi erano non musulmani, catturati durante le guerre di jihad. La studiosa Bat Ye’or, antesignana degli studi sul trattamento dei non musulmani nelle società islamiche, spiega il sistema che si sviluppò a seguito delle conquiste della jihad.
L’organizzazione della schiavitù del jihad, includeva contingenti di schiavi, sia maschi che femmine, consegnati annualmente in accordo coi trattati di sottomissione sottoscritti dai sovrani che erano tributari del Califfo. Quando Amr conquistò Tripoli (Libia) nel 643, costrinse i Berberi, sia Cristiani che Ebrei, a consegnare mogli e figli come schiavi all’esercito Arabo come parte della loro jizya [tassa sui non musulmani]. Dal 652 fino alla sua definitiva conquista nel 1276, la Nubia fu obbligata ad inviare annualmente un contingente di schiavi al Cairo. Trattati conclusi con le città della Transoxiana, Sijistan, Armenia e Fezzan (Marocco) durante il califfato Omayyade e quello Abbasside prevedevano un invio annuale di schiavi di entrambi i sessi. Tuttavia, le fonti principali dell’approvvigionamento di schiavi rimasero le regolari razzie nei villaggi del dar-al-harb [la Casa della Guerra, cioè le regioni non islamiche] e le spedizioni militari che rastrellavano molto più profondamente le terre degli infedeli, svuotando città e campagne dei loro abitanti.
Lo storico Speros Vryonis osserva che “fin dall’inizio delle razzie Arabe nella terra di Rum [l’Impero Bizantino] il bottino umano era diventato la parte più consistente delle spoglie di guerra”. I Turchi, che continuavano a conquistare parti sempre più cospicue di Anatolia, ridussero in schiavitù le comunità residenti, Greche o comunque non musulmane: “Fecero schiavi uomini, donne e bambini di tutti i maggiori centri urbani e della campagna dove le popolazioni erano senza difesa”. Lo storico Indiano K. S. Lal afferma che ovunque i jihadisti conquistarono un territorio “si sviluppò un sistema di schiavitù tipico del clima, del terreno e della popolazione del posto”. Quando le armate musulmane invasero l’India, i suoi abitanti furono fatti schiavi in massa per essere venduti all’estero o utilizzati in varie funzioni per lavori sia servili che non così servili nel loro stesso paese”.
Gli schiavi subivano pressioni per convertirsi all’islàm. Patricia Crone, in un’analisi delle teorie politiche dell’islàm, nota che, dopo la conclusione di una battaglia della jihad, “i prigionieri maschi potevano essere uccisi o fatti schiavi … Dispersi in famiglie musulmane, gli schiavi quasi sempre si convertivano, incoraggiati o spinti dai loro padroni, indotti dalla necessità di unirsi ad altri, superando l’isolamento, o abituandosi lentamente a vedere le cose attraverso gli occhi dei musulmani, anche se cercavano di resistere”. Thomas Pellow, un Inglese, schiavo in Marocco per ventitré anni, dopo essere stato catturato nel 1716 mentre era imbarcato come mozzo su di un piccolo vascello Inglese, fu torturato fino a quando si convertì all’islàm. Per settimane fu picchiato e privato del cibo e alla fine si arrese quando il suo aguzzino ricorse a “staccare la mia carne dall’osso col fuoco, cosa che fece più volte, in modo estremamente crudele”.
La schiavitù era data per scontata durante tutta la storia dell’islàm, così come pure in Occidente fino a tempi relativamente recenti. Eppure, mentre la tratta degli schiavi praticata da Europei e Americani ottiene una fin troppo abbondante attenzione da parte degli storici (come pure da parte dei minacciosi sostenitori del risarcimento e i loro contemporanei politici, sprovveduti e pieni di sensi di colpa), il commercio degli schiavi dell’islàm in realtà durò più a lungo e causò sofferenze a un maggior numero di persone.
È veramente ironico che l’islàm sia stato presentato agli Afro-Americani come l’alternativa egalitaria alla “religione schiavista dell’uomo bianco”, il Cristianesimo, poiché lo schiavismo islamico operò su una scala molto maggiore di quello Occidentale e durò più a lungo. Mentre gli storici stimano che il commercio transatlantico di schiavi, che operò tra il sedicesimo e il diciannovesimo secolo, coinvolse circa 10,5 milioni di persone, il commercio di schiavi islamico nelle aree del Sahara, del Mar Rosso e dell’Oceano Indiano iniziò nel settimo secolo e durò fino al diciannovesimo, coinvolgendo oltre 17 milioni di persone.
Inoltre, la pressione per far cessare la schiavitù passò dalla Cristianità all’islàm, e non viceversa. Non ci furono né un Clarkson, né un Wilberforce o un Garrison musulmani. Infatti, quando nel diciannovesimo secolo il governo Britannico accolse come proprie le idee di Wilberforce e degli altri abolizionisti e quindi iniziò a premere sui regimi favorevoli allo schiavismo, il Sultano del Marocco fu stupefatto proprio per l’audacia dell’innovazione proposta dagli Inglesi: “Il traffico di schiavi – rilevò – è un argomento su cui tutte le sette e le nazioni sono state d’accordo dal tempo dei figli di Adamo … fino ad oggi” . E aggiunse che “non sapeva se fosse mai stata proibita da qualche legge o da qualche setta” e che la sola idea che qualcuno volesse mettere in dubbio la sua moralità era assurda: “nessuno ha necessità di fare questa domanda, perché il fatto è chiaro sia al grande che all’umile e non richiede più dimostrazione da quella richiesta dalla luce del giorno”.
Tuttavia, non fu l’unanimità dell’umanità riguardo alla schiavitù a soffocare decisamente i movimenti abolizionisti nell’islàm, ma le chiare parole del Corano e di Maometto. La schiavitù fu abolita per la pressione Occidentale; il commercio di schiavi Arabo musulmano in Africa finì per la potenza delle armi Britanniche nel diciannovesimo secolo.
Ci sono anche prove che la schiavitù continua ad essere ancora praticata in modo sommerso in qualche paese a maggioranza musulmana – in particolare l’Arabia Saudita che abolì la schiavitù nel 1962, nello Yemen e nell’Oman, che dichiararono la schiavitù illegale nel 1970 e il Niger che la abolì solo nel 2004. Nel Niger il divieto è largamente trasgredito e circa un milione di persone è ancora schiavo. Gli schiavi vengono allevati, spesso stuprati e, in generale, trattati come animali.
Alcune delle prove che la schiavitù islamica continua, consistono nel profluvio di casi di schiavitù che coinvolgono musulmani negli Stati Uniti. Un Saudita, Homaidan Al-Turki, fu condannato a 27 anni di reclusione nel Settembre 2006, per aver tenuto nella sua casa in Colorado una donna come schiava. Da parte sua, Al-Turki sostenne di essere vittima di un pregiudizio anti-islamico. Disse infatti al giudice: “Vostro Onore, non sono qui per scusarmi di cose che non ho fatto e di crimini che non ho commesso. È lo Stato che ha criminalizzato questi normali comportamenti musulmani. Aggredire i comportamenti musulmani tradizionali era il punto centrale dell’accusa”. Il mese successivo, una coppia Egiziana residente nel Sud della California ricevette una multa e fu condannata a una pena detentiva, seguita poi dall’espulsione, dopo essersi dichiarata colpevole di aver tenuto come schiava una ragazzina di dieci anni. E in Gennaio 2007, a Washington, un attaché dell’Ambasciata del Kuwait e sua moglie furono inquisiti per aver tenuto come schiave, nella loro casa in Virginia, tre domestiche Cristiane, cittadine Indiane. Una delle donne dichiarò: “Credevo di non avere scelta e di dover continuare a lavorare per loro, anche se mi picchiavano e mi trattavano peggio di una schiava”.
A tutt’oggi la schiavitù è praticata apertamente in due Stati islamici, il Sudan e la Mauritania. In accordo con la tradizione islamica, i trafficanti di schiavi musulmani in Sudan catturano principalmente non-musulmani, in particolare i Cristiani. Secondo la Coalition Against Slavery in Mauritania and Sudan (CASMAS; Coalizione Contro la Schiavitù in Mauritania e Sudan), un movimento abolizionista e per i diritti civili, fondato nel 1995, “l’attuale Governo di Khartoum vuole imporre al Sud Nero e non-musulmano la Shariah, come scritta e interpretata dal clero musulmano più conservatore. Il Sud nero, animista e Cristiano, ricorda molti anni di incursioni schiaviste di Arabi da Nord e da Est e si oppone al dominio della religione musulmana e alla sua prevedibile conseguente espansione economica, culturale e religiosa”.
Uno schiavo Cristiano Sudanese di oggi, James Pareng Alier, fu rapito e fatto schiavo quando aveva dodici anni. La religione fu uno degli elementi principali del suo dramma: “Fui costretto a imparare il Corano e fui ribattezzato Ahmed. Mi dissero che il Cristianesimo era una pessima religione. Dopo un po’ di tempo ricevemmo un addestramento militare e ci fu detto che saremmo andati a combattere”. Alier non aveva idea di dove fosse la sua famiglia. La BBC nel Marzo 2007 comunicò che le incursioni per catturare schiavi “erano una comune caratteristica della guerra di 21 anni tra Nord e Sud del Sudan che terminò nel 2005 … Secondo uno studio dell’Istituto Keniano “Rift Valley”, circa 11.000 giovani, tra ragazzi e ragazze, furono catturati e spostati oltre il confine interno – molti verso gli stati del Darfur meridionale e del Kordofan occidentale … Molti di loro furono costretti a convertirsi all’islàm, gli furono dati nomi islamici e gli fu intimato di non parlare la loro lingua nativa”. Eppure, anche oggi, quando i non-musulmani sono stati fatti schiavi e spesso costretti a convertirsi all’islàm, la loro conversione non gli procura la libertà. L’attivista Mauritano contro la schiavitù, Boubacar Messaoud, spiega che “è come avere pecore o capre. Se una donna è schiava, anche i suoi figli saranno schiavi”.
Gli attivisti anti-schiavitù, come Messaoud, incontrano una grande difficoltà a contrastare questo atteggiamento, poiché è radicato nel Corano e nell’esempio di Maometto. In particolare, quando gli schiavi non sono musulmani, non esiste un solo versetto del Corano che corrisponda al versetto della Bibbia tanto caro a Lincoln, Genesi 3:19, che i musulmani contrari alla schiavitù possano invocare contro coloro che continuano ad approvare e a praticare la schiavitù.
Molti Occidentali non si sono presi il disturbo di imparare questa storia, e nessuno gliela viene a raccontare. Se qualcuno lo facesse, tutto l’apparato dei fabbricanti di colpevolezza per la schiavitù crollerebbe. E noi adesso non possiamo permettere che succeda … o possiamo? (Qui)

Robert Spencer è il Direttore di Jihad Watch. È autore di nove libri sulla jihad e il terrorismo islamico, tra cui i bestsellers del New York Times: “The Politically Incorrect Guide to Islam (and the Crusades)” [Guida (politicamente scorretta) all'Islam e alle crociate, Editrice Lindau, 2008] e “The Truth About Muhammad”.

La “Guida politicamente scorretta all’Islam” è stata recensita in questo blog e si trova qui, per chi se la fosse persa. E poi, naturalmente, c’è sempre lui che ci spiega perché le cose islamiche sono di molto ma di molto più migliori assai delle nostre.


barbara


18 ottobre 2009

E RIPARLIAMO DI ISLAM (1)

Ancora un contributo alla conoscenza e alla comprensione di fatti e situazioni spesso mistificati da una non disinteressata propaganda, oggi disponibile anche in italiano grazie al prezioso lavoro di Paolo Mantellini. Trattandosi di un testo piuttosto lungo, lo dividerò in due parti, e la seconda la leggerete domani.

Schiavitù, Cristianesimo e Islàm

di Robert Spencer

Tirare le pietre al Cristianesimo per i suoi trascorsi relativi alla schiavitù, per gli atei oggi è diventata una sciccheria alla moda. Questo atteggiamento fa parte di una più ampia aggressione alla società e alla storia dell’Occidente che, o per caso, o di proposito, è manovrata da chi attualmente si sta impegnando su scala globale in una generalizzata ed esplicita sfida sia ai valori Giudeo-Cristiani che a quelli post-Cristiani. L’aspetto assolutamente meno compreso e più trascurato dell’odierna difesa contro la jihad globale è la minaccia che i jihadisti rivolgono ai valori dell’Occidente che, in massima parte, sono Giudeo-Cristiani. Aggiungiamo a questo fatto una critica storica che inflessibilmente dipinge l’Occidente come l’aggressore contro l’universo intero e come l’unico responsabile di tutti i suoi mali, la volontà degli Occidentali di difendere qualcosa di così putrido come la loro civiltà comincia a svanire.
Questa è la principale preoccupazione del mio libro Religion of Peace? Why Christianity Is and Islam Isn’t [Religione di pace? Perché il cristianesimo lo è e l’islàm no], che ho scritto per contrastare questa tendenza e per rispondere alle critiche culturali dei musulmani. Perché, a prima vista, la Bibbia giustifica la schiavitù. L’apostolo Paolo afferma con chiarezza: “Schiavi, obbedite ai vostri padroni secondo la carne con timore e tremore, con semplicità di spirito, come a Cristo [Servi, oboedite dominis carnalibus cum timore et tremore, in simplicitate cordis vestri, sicut Christo]” (Efesini, 6:5). Non stava dicendo nulla di riprovevole (e quindi viene criticato per aver apparentemente accettato lo "status quo" culturale del suo tempo, senza criticarlo o respingerlo). Nessuna cultura al mondo, Cristiana o meno, ha mai messo in dubbio la moralità della schiavitù fino a tempi relativamente recenti.
Ma la comune credenza popolare affibbia la responsabilità della schiavitù esclusivamente all'Occidente. Quando, nel Marzo 2007, l'Inghilterra commemorò il duecentesimo anniversario della definiva abolizione della tratta degli schiavi, il Primo Ministro, Tony Blair, lo definì "un'opportunità per il Regno Unito di esprimere il nostro profondo dolore e rammarico per il ruolo svolto dalla nostra Nazione nella tratta degli schiavi e per le insopportabili sofferenze, individuali e collettive, che ha causato".
Il ruolo dell’Inghilterra nella tratta degli schiavi?
Qualche Americano si potrebbe sorprendere nel venire a sapere che gli Inglesi, o chiunque altro che non fosse un Americano del sud, abbia mai posseduto schiavi, poiché dopo essere passati nell’odierno sistema scolastico, senza alcun dubbio, molti hanno la certezza che la schiavitù sia stata inventata a Charleston e a Mobile.
"Il sistema educativo Americano" osserva Mark Steyn, “lo insegna così – come una specie di turpe perversione che i coloni transatlantici hanno sviluppato spinti dalla loro avidità”.
Tuttavia, come ancora specifica Steyn, la schiavitù fu considerata per secoli un evento normale della vita da quasi tutte le culture: “In realtà, era più come il raffreddore – un’eventualità normale della vita. La sua pratica precede l’etimologia della parola stessa, risalendo agli schiavi portati dall’Oriente alla splendente metropoli di Roma antica. E precede di molti secoli le più antiche legislazioni, come il Codice di Hammurabi in Mesopotamia. Il primo schiavo riconosciuto per legge nelle colonie Americane apparteneva a un negro che era arrivato come “servo a contratto” [indentured servant]. I primi proprietari di schiavi del Nord America furono le tribù di “cacciatori-raccoglitori”. Come spiega Eric Metaxas ‘La schiavitù era accettata come la nascita, il matrimonio e la morte; era così intimamente intrecciata nel tessuto della storia umana che si potevano discernere solo con gran difficoltà i fili della sua trama e non era praticamente possibile isolarli dal contesto. Per oltre 5000 anni, in tutto il mondo, l’idea di una civiltà umana senza schiavi era semplicemente inimmaginabile’”.
Altrettanto misconosciuto è stato il ruolo che i princìpi Cristiani hanno giocato nell’abolizione della schiavitù in Occidente, un’impresa senza precedenti negli annali della storia umana. Le radici dell’abolizionismo possono essere fatte risalire alla pratica della Chiesa di battezzare gli schiavi e di trattarli come esseri umani identici in dignità a tutti gli altri. Sant’Isidoro di Siviglia (560–636) dichiarò che “Dio non ha fatto alcuna differenza tra l’anima di uno schiavo e quella di un uomo libero”. La sua affermazione si richiamava a quanto San Paolo disse a Filemone, che era proprietario di schiavi, a proposito del suo schiavo fuggitivo, Onesimo: ”Forse per questo è stato separato da te per un momento, perché tu lo riavessi per sempre; non più però come schiavo, ma molto più che schiavo, come un fratello carissimo” (Filippesi, 15–16).
Quando fu chiaro che lo schiavo aveva un’anima uguale a quella del suo padrone, non fu più possibile giustificare che potesse essere la proprietà di un’altra persona. Nel 649, Clodoveo II, Re dei Franchi sposò una schiava – che successivamente iniziò una campagna per interrompere il commercio degli schiavi. Oggi la Chiesa Cattolica la venera come Santa Batilde. Anche Carlomagno, come altri dopo di lui, si oppose a questa pratica nell’Europa Cristiana. Secondo lo storico Rodney Stark, “la schiavitù scomparve dall’Europa medioevale solo perché la Chiesa estese i suoi sacramenti a tutti gli schiavi e poi riuscì ad imporre il divieto di ridurre in schiavitù i Cristiani (e gli Ebrei). Nel contesto dell’Europa medioevale, questo divieto risultò essere una effettiva norma di generale abolizione”. E quando, nel Nuovo Mondo, gli Spagnoli stavano massicciamente riducendo in schiavitù gli Indiani Sud Americani, importando anche, come schiavi, negri dall’Africa, il loro principale avversario fu un missionario, il Vescovo Cattolico Bartolomè de las Casas (1474–1566), che fu fondamentale nel convincere la Corona di Spagna a promulgare, nel 1542, una legge che proibiva di rendere schiavi gli Indiani.
Tuttavia, non c’era consenso unanime nella Cristianità a proposito della schiavitù. La schiavitù continuava ad essere praticata e talvolta ottenne pure una approvazione ecclesiastica. Prima della guerra di secessione, negli Stati Uniti non mancava chi utilizzava la Sacra Scrittura per dimostrare la moralità della schiavitù. Tipica di queste concezioni fu la dissertazione, presentata nel 1822 dal Dr. Richard Furman, Presidente del Convegno Nazionale Battista dello Stato della Carolina del Sud, al Governatore della Carolina del Sud, John Lyde Wilson. Benché nel 1822 la schiavitù non fosse ancora diventata quella controversia lacerante delle decadi successive, Furman cominciava già ad avvertire la pressione delle argomentazioni contro la schiavitù che gli abolizionisti stavano propagandando sulla base dei principi Cristiani. Si lamentava che “certi scrittori di politica, morale e religione, alcuni dei quali molto rispettabili, avessero proposto argomentazioni e alimentato sentimenti molto ostili alla teoria e alla pratica della schiavitù” e avevano anche fatto risalire queste opinioni “alla Sacra Scrittura, e al genio del Cristianesimo”. Invece, Furman affermava che “il diritto di possedere schiavi è chiaramente sancito dalle Sacre Scritture, sia con precetti che con esempi. Nell’Antico Testamento, agli Israeliti era prescritto di acquistare i loro schiavi e le loro schiave dai popoli atei, ad eccezione che dai Cananei, perché costoro dovevano essere eliminati. Ed era anche stabilito che le persone acquistate fossero loro ‘schiavi per sempre’; ed un ‘retaggio per loro e i loro figli’”.
Furman prosegue, affermando che “non si può sostenere che il possesso di schiavi possa essere un male morale, perché gli Apostoli, che erano ispirati e non temevano le critiche degli uomini ed erano pronti a sacrificare la vita alla causa del loro Dio, non lo avrebbero tollerato per un solo istante nella Chiesa Cristiana. E inoltre “dimostrando che l’argomento è giustificabile in base all’autorità delle Scritture, si conferma anche la sua moralità, dato che la legge Divina non può autorizzare azioni immorali”.
Tali argomenti non reggono di fronte alle critiche degli abolizionisti, che si riferivano alla stessa Bibbia, utilizzata dagli schiavisti. Il movimento abolizionista era basato sul principio Cristiano della dignità di tutti i redenti in Cristo. I precursori dell’abolizionismo, gli Inglesi Thomas Clarkson (1760–1846) e William Wilberforce (1759–1833) erano entrambi motivati nell’impegnarsi per la fine della schiavitù, dalla loro profonda fede Cristiana; come loro fu il campione dell’antischiavismo William Lloyd Garrison (1805–1879), che, in un discorso tenuto a Charleston, Carolina del Sud, lo stesso giorno in cui venne ucciso Abramo Lincoln, osservò: “Cos’è l’Abolizionismo? La Libertà! Cos’è la Libertà? L’Abolizionismo! Cosa sono entrambi? Secondo la politica l’uno è la Dichiarazione di Indipendenza, secondo la religione, l’altro è la regola aurea del nostro Salvatore”.
Lo stesso Abramo Lincoln era molto colpito da Genesi 3:19, “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Nel Maggio 1864 scrisse a una delegazione di Battisti: “Leggere nella Bibbia, come parola di Dio, che “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane” e poi predicare, invece di questo, “Con il sudore del volto di un altro mangerai il pane”, a me sembra che non possa essere conciliabile con una onesta sincerità”. Più tardi, nello stesso anno, rispose alla moglie di un prigioniero Confederato che si era appellata a lui per il rilascio del marito: “Dite che vostro marito è una persona religiosa; ditegli, quando lo incontrerete, che io non sono un gran giudice di religione, ma che, secondo me, una religione che fa ribellare e combattere contro il proprio governo perché, come pensano, un tale governo non aiuta a sufficienza alcuni uomini a mangiare il loro pane col sudore del volto di altri uomini, non è il genere di religione con cui si può raggiungere il paradiso!”. Diede a questo tema la sua più lapidaria formulazione nel suo Secondo Indirizzo Inaugurale, dicendo dei due partiti rivali nella Guerra Civile:

Entrambi leggono la stessa Bibbia e pregano lo stesso Dio e ognuno invoca il Suo aiuto contro l’altro. Sembrerebbe piuttosto strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro, ma non giudichiamo, dato che non siamo giudici

Certamente questa è stata la concezione che si impose nel mondo Cristiano: che, effettivamente, è molto “strano che qualcuno osi chiedere ad un Dio giusto il Suo aiuto per carpire il suo pane col sudore del viso di qualcun altro”. E questa concezione fu il fondamento dell’abolizione generalizzata della schiavitù.

La schiavitù islamica
D’altra parte, nel mondo islamico la situazione è molto diversa. Maometto, il profeta dell’islàm, possedeva degli schiavi e il Corano, come la Bibbia, dà per scontata l’esistenza della schiavitù, anche se impone la liberazione di schiavi in alcune circostanze, come, ad esempio, la rottura di un giuramento: “Allah non vi punirà per una avventatezza nei vostri giuramenti, ma vi punirà per i giuramenti che avete ponderato . L'espiazione consisterà nel nutrire dieci poveri con il cibo consueto con cui nutrite la vostra famiglia, o nel vestirli, o nel liberare uno schiavo.” (5:89). Sayyid Qutb, il teorico della jihad, cita questo versetto come prova che nell’islàm “non c’è differenza tra un principe e un povero, un nobile e uno schiavo”. Ciò nonostante, mentre è incoraggiata la liberazione di uno schiavo o due di tanto in tanto, l’istituzione della schiavitù, di per se stessa, non è mai posta in discussione. Il Corano, addirittura, concede ad un uomo di avere rapporti sessuali con le sue schiave proprio come con le sue mogli: “1. Invero prospereranno i credenti, 2. quelli che sono umili nell'orazione, 3. che evitano il vaniloquio, 4. che versano la decima 5. e che si mantengono casti, 6. eccetto con le loro spose e con schiave che possiedono - e in questo non sono biasimevoli,” (23:1-6). Un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna sposata ad un altro – eccetto che con le schiave: “e tra tutte le donne, [vi sono vietate] quelle maritate, a meno che non siano [prigioniere] vostre schiave . Questo è ciò che Allah vi prescrive.” (4:24).

Dite che Spencer e Mantellini che pensano e parlano male dell’islam sono cattivi? Avete ragione. Anzi, dirò di più: sono cattivissimi. Per fortuna nella nostra variegata società abbiamo anche persone come Urso, Fini e il cardinale Renato Raffaele Martino che hanno capito che l’islam è la cosa migliore che ci potesse capitare, come opportunamente ci segnala lui (solo – chiedo scusa se nella mia abissale inconsistenza oso permettermi – una piccolissima perplessità: in prima ho una bimba indiana di religione induista, in seconda ho un testimone di Geova e nella classe Montessori c’è un avventista del settimo giorno: cosa diavolo ne facciamo? Dove li sbattiamo? E, soprattutto: hanno il diritto di esistere?)
E poi, già che ci siete, andate a leggervi anche questo splendido articolo.


barbara


17 ottobre 2009

PROFONDO COME IL MARE

Dovremmo semplicemente scendere in campo, ecco tutto. Ma cazzo, pensò Reese, io debbo farlo. Una volta debbo farlo. Adesso.

(E ora un bel romanzone a tinte forti ci sta proprio bene: non ci si può mica intrattenere sempre e solo sui massimi sistemi, no?)

Un’occasione di festa, un atrio affollato, un attimo di disattenzione, e un bambino di tre anni scompare. E le vite di tutti ne vengono sconvolte, ma non tutte allo stesso modo, perché ognuno, di fronte alla tragedia, di fronte al passare dei giorni e dei mesi e degli anni senza che del bambino emerga alcuna traccia, mentre i mass media ci marciano e sciacalli e mitomani si scatenano, reagisce a modo suo, come può e come sa, come il proprio carattere e il proprio vissuto, la propria sensibilità e la propria capacità di resistenza, i propri punti di forza e le proprie debolezze, i propri occulti o palesi sensi di colpa gli suggeriscono o gli impongono.
Che cosa succede in questa storia? Come va a finire? No, non ve lo dico: se lo volete sapere andate a leggerlo. Aggiungo solo una considerazione, che potrebbe rappresentare una buona morale della favola, riassunta nella citazione che ho posto all’inizio: non si dovrebbe lasciare che le cose succedano, non si dovrebbe stare a guardare la vita che ci scorre davanti. Si dovrebbe avere il coraggio di prendere in mano le situazioni e scendere in campo. E che non lo facciano gli altri, non può e non deve essere un alibi: IO DEBBO FARLO, cazzo, qui e ora: non c’è altra soluzione, non c’è altro modo per venirne fuori.
(Ah, dimenticavo: una magnifica scrittura, quasi mezzo migliaio di pagine che si divorano in un boccone solo)
(Poi il giorno dopo stai leggendo il libro successivo e ad un certo punto ti fermi, rievochi l’ultima scena di questo, ridacchi fra te e te e pensi: “Eh già …”. Poi provi a immaginare quello che succederà la mattina dopo, e ridacchi un altro po’. Eh già …)

Jacquelyn Mitchard, Profondo come il mare, Sperling&Kupfer



barbara


17 ottobre 2009

C’È QUALCUNO CHE LO SA?

Ma perché per farmi andare bene un esame, o un colloquio di lavoro, o un incontro importante, bisogna che il lupo crepi? Cosa diavolo ha fatto di male il poveraccio? (lui nel frattempo si domanda perché diavolo dovremmo buttare l’intero ebraismo mondiale tra le fameliche fauci di Hamas, solo per far contento il triste e tristo Occidente autòfobo)



barbara


16 ottobre 2009

ROMA 16 OTTOBRE 1943

Quel 16 ottobre era un sabato, giorno di festa e di riposo per gli ebrei osservanti. E in Ghetto i più lo erano. Lavori e affari interrotti, negozi e botte­ghe artigiane chiusi. Inoltre era il terzo giorno della festa delle Capanne. Un sabato speciale, quasi una festa doppia insomma.

La tranquillità nelle vecchie e anguste case dove­va essere tornata assoluta dopo la fine della spara­toria se nessuno o quasi si accorse che verso le 4 del mattino truppe delle SS — secondo alcune testimo­nianze - avevano cominciato a disporsi in vari punti della zona per bloccarne gli accessi. Sull'ora precisa in verità c'è discordanza.
Il primo che si accorse di qualcosa fu in quell'al­ba fredda e piovigginosa il proprietario di un mode­sto bar di piazza Giudìa, non ebreo, che alle 5,30 come ogni mattina era arrivato a piedi al suo locale dal quartiere di Testaccio dove abitava. Proprio mentre metteva sotto pressione la macchina del caffè espresso, vide due file di tedeschi - a suo avviso erano forse un centinaio - che si disponeva­no lungo i marciapiedi. Ma di quel che poteva essere avvenuto alle 4 del mattino, cioè il silenzioso blocco delle vie di accesso, il caffettiere non era stato testimone.

La grande razzia cominciò attorno alle 5,30. Vi presero parte un centinaio circa di quei 365 uomini (di cui 9 ufficiali e 30 sottufficiali) che erano il totale delle forze impiegate per la «Judenoperation».
Oltre duecento SS contemporaneamente si irra­diarono» come vedremo, nelle 26 zone in cui la città era stata divisa da Dannecker per catturare casa per casa gli ebrei che abitavano fuori dal vecchio Ghet­to.

L'antico quartiere ebraico fu l’epicentro di tutta l'operazione, non solo per l'alto numero delle per­sone catturate simultaneamente ma anche per la spettacolarità dell'azione e per la sua alta dramma­ticità.

Le SS entrarono di casa in casa arrestando le intere famiglie in gran parte sorprese ancora nel sonno. Quando le porte non vennero subito aperte le abbatterono col calcio dei fucili o le forzarono con leve di ferro. Tutte le persone prelevate venne­ro raccolte provvisoriamente in uno spiazzo che si trova poco al di là dello storico Portico d'Ottavia attorno ai resti del Teatro di Marcello. La maggior parte degli arrestati erano adulti, spesso anziani e assai più spesso vecchi. Molte le donne, i ragazzi, i fanciulli. Non venne fatta nessuna eccezione né per persone malate o impedite, né per le donne in stato interessante, né per quelle che avevano ancora i bimbi al seno. Per nessuno.
I giovani validi erano invece meno di quanti avrebbero potuto essere. Il Comando tedesco alcu­ni giorni prima aveva affisso in tutta Roma un ordine di mobilitazione per il servizio di lavoro obbligatorio per tutti i romani validi. Una parte di quelli di Portico d'Ottavia si erano nascosti. Alla data del 10 ottobre Piero Modigliani annotava nel suo diario: «Tutti pensano che il rischio sia più per gli uomini validi che per le donne, i vecchi e i bambini...».
I più, colti nel sonno all'arrivo dei tedeschi, cre­dettero che i militari fossero venuti per prendere i giovani che nonostante il bando non si erano ancora presentati. Lo sgomento fu grande quando fu chiaro che non erano solo i giovani ma tutti indistintamente gli ebrei l'obbiettivo di quella operazione.

Molti romani quella mattina, trattenuti a distan­za dalle transenne e dalle SS, furono muti testimoni del rastrellamento. Videro uomini vestiti somma­riamente, spesso protetti da una coperta sulle spalle strappata dal letto prima di scendere in fretta le scale tallonati dai militari; bambini infagottati al freddo pungente di quell'alba piovigginosa d'otto­bre; donne col cappotto frettolosamente e mala­mente infilato sopra la camicia da notte; giovani madri che cercavano di quietare il pianto di un bimbo lattante al seno. E udirono grida, richiami, raccomandazioni e singhiozzi.
I tedeschi tentarono di dare alla brutale opera­zione il carattere di un «trasferimento». Volevano un gregge inconsapevole e cercavano di evitare pos­sibili gesti inconsulti, atteggiamenti ostili, disordi­ni. Cercavano di evitare intoppi e contrattempi che potevano rallentare l'operazione. Volevano soprat­tutto fare presto.

A questo fine avevano consegnato a ciascuno un ordine bilingue:

1) Insieme con la vostra famiglia e con gli altri ebrei appartenenti alla vostra casa sarete trasferiti.
2) Bisogna portare con sé viveri per almeno 8 giorni, tessere annonarie, carta d'identità e bicchieri.
3) Si può portare via una valigetta con effetti e bian­cheria personali, coperte, eccet., danaro e gioielli.
4) Chiudere a chiave l'appartamento e prendere la chiave con sé.
5) Ammalati, anche casi gravissimi, non possono per nessun motivo rimanere indietro. Infermeria si trova nel campo.
6) Venti minuti dopo la presentazione di questo bi­glietto, la famiglia deve essere pronta per la partenza.

Si voleva far credere alle vittime ad una destina­zione non definitiva. «Chiudere a chiave l'apparta­mento e prendere la chiave con sé» faceva supporre un possibile ritorno. «Tessere annonarie e di identi­tà» implicavano una destinazione nella quale questi documenti avrebbero potuto servire. Ma perché allora «... ammalati anche gravissimi non possono restare indietro...»? (Fausto Coen, 16 ottobre 1943, Giuntina)

Qui e qui altre rievocazioni. E non aggiungo altro.



barbara


15 ottobre 2009

INCUBO

Da sempre i miei scarsi e brevi sonni sono densamente popolati di incubi, alcuni ricorrenti, altri variabili. Recentemente avevo avuto un periodo di tregua ma adesso hanno ricominciato ad infestare le mie notti, più virulenti che mai.
Questa notte ho sognato che rimanevo vittima di un attentato terroristico: un improvviso e immenso lampo rosso e poi il nulla, non esistevo più, il mio corpo disintegrato, e contemporaneamente, con una sorta di surrogato di coscienza, mi vedevo, vedevo il mio corpo polverizzato e sapevo che ero morta, che il mio tempo era finito, che tutto ciò che ancora avevo da fare non sarebbe stato fatto mai più.

 
era una cosa più o meno a metà fra queste due

Poi mi sono svegliata. Tanti altri invece no, la possibilità di svegliarsi dopo il lampo rosso non ce l’hanno.
Abbastanza – oggi sono in vena di eufemismi – da incubo è lo scenario che aspetta tutti noi ora che i buoni non si accontentano più di non far niente per far trionfare il male, ma si danno attivamente da fare per spingerlo più in alto possibile, come ci mostra, con la consueta spumeggiante genialità, la cartolina odierna.
Infine ricordiamo la scomparsa di Maria Angiolillo, vedova dell’editore Renato Angiolillo: l’unico che 27 anni fa osò pubblicare l’accorato grido di dolore di Bruno Zevi (postato più sotto) dopo l’attentato alla sinagoga di Roma, cui la campagna di odio scatenata dalle sinistre e dai sindacati aveva creato un clima più che favorevole.

barbara


14 ottobre 2009

IL TERRORISTA È UN POVERACCIO …

Come stanno trattando, i media, il primo attentato islamico in Italia? Così:



E poi vai qui a leggerti tutto il resto, e naturalmente ti segnalo tutto il sito, che va rigorosamente visitato con la stessa frequenza con cui Paola Binetti frequenta la Santa Messa e il pacifico neonobelizzato onora il Sacro Corano, e poi vai anche qui, dove si tratta ancora di terrorismo.

barbara


13 ottobre 2009

IL NUOVO MONDO

Il colonnello Gheddafi e il meno celebre ex ministro egiziano della cultura, il signor Hosni, sono accolti dalla comunità internazionale e dalla stessa Israele senza che abbiano mostrato segno di pentimento. Si tratta del dispiegarsi della nuova parabola del figliol prodigo. Il figliol prodigo, orgoglioso di essere un mostro, torna a casa. Il padre festeggia il mancato pentimento, offrendo un grandioso banchetto a tutti i ladri e assassini del circondario. Commosso dall’accoglienza, il figlio bastona il genitore per alcuni giorni. Al telegiornale, il padre ha dichiarato di essere rimasto davvero colpito.

Il Tizio della Sera


Beh, non so a voi ma a me questo Tizio della Sera mi fa schiantare, e quindi lo regalo anche a voi. E, perfettamente in tema con questa storia di figlioli prodighi a cui di pentirsi non passa neanche per l’anticamera del cervello, è la cartolina odierna, che stavolta vi propongo integralmente.


Pacifisti, ovvero come fare turismo a spese dei contribuenti

Cari amici, vi ricordate quello slogan che un tempo si trovava sui manifesti per il reclutamento: "Vieni in Marina, imparerai un mestiere e girerai il mondo?" Be' il mestiere no, oggi non è di moda, ma un po' di sano turismo si può fare oggi non necessariamente in marina ma anche solo diventando pacifisti, naturalmente a spese dei contribuenti. Oltretutto una manifestazione fa molto più fino di un alzabandiera.
Prendete per esempio quella fantastica iniziativa in corso che si chiama "Time for Responsibilities" (cioè tempo per le responsabilità al plurale, non si capisce bene cosa vuol dire), di cui abbiamo già parlato: si presenta come la trasposizione della marcia per la pace di Assisi in Terrasanta. Mi hanno inoltrato alcuni trionfali comunicati stampa. I numeri che vantano sono questi: "401 Partecipanti / 127 Città rappresentate / 96 Giovani / 84 amministratori locali / 49 Comuni, Province e Regioni / 176 esponenti di 109 associazioni / 1 scuola Liceo Classico Maffei di Verona / 1 Squadra di calcio Allievi dell´Umbria / 174 Adesioni" Ci sono alcune evidenti anomalie (quasi tanti giovani quanti amministratori, per esempio, il che non testimonia a favore dell'appeal popolare della manifestazione; ma soprattutto un numero doppio di "città rappresentate" rispetto al numero complessivo degli enti locali elencati, eccetera.) Ma non formalizziamoci. Ci sono 401 persone che sono andate per una settimana nei Territori. A spese di chi?
Questo è un mistero più interessante che mi dà la tentazione di dire, secondo il modello del Leporello di Don Giovanni, "voglio fare il pacifista e non voglio più soffrir". La risposta è accennata in questa frase del comunicato stampa: "Il progetto è in larga parte autofinanziato dai partecipanti o dalle organizzazioni ed enti di appartenenza." Se capisco l'italiano, questo significa che gli organizzatori hanno messo un po' dei soldi pubblici che ricevono probabilmente grazie al vantato "patrocinio del Parlamento Europeo, del Ministero degli Affari Esteri Italiano, del Comitato delle Regioni, del Congresso dei Poteri Locali e Regionali del Consiglio d´Europa, del Consiglio dei Comuni e delle Regioni d´Europa e dell´associazione mondiale Città e Governi Locali Uniti", tutti enti che prendono fondi dalle nostre tasse; ma la maggior parte dei soldi li hanno messi enti locali e associazioni, che istituzionalmente dovrebbero occuparsi di cose un po' diverse che fare le agenzie di viaggio per i propri assessori, funzionari e dirigenti.
Magari potreste chiedere direttamente che ragione hanno fatto i vostri soldi. Se siete membro di una delle seguenti associazioni o elettori delle città elencate nel comunicato stampa, chiedete a loro: "Acli, Arci, Pax Christi, Libera-Associazioni, Nomi e Numeri contro le mafie, Confronti, Cgil, Cisl, Aiccre, Anpi, Cittadinanzattiva, Legambiente, F.i.s.h. Federazione italiana superamento handicap, Fuci, Misef-Missionari senza frontiere, i Comuni di Genova, Spezia, Ancona, Modena, Napoli, Perugia, Potenza, Sondrio, le Province di Perugia, Ancona, Gorizia, Mantova, Rimini, Siena e le Regioni Umbria, Campania, Liguria, Marche, Molise."
Voi direte, ma è una nobile "iniziativa di pace", vale la pena di finanziarla per allontanare la guerra. Certo, se fosse vero. Ma che cosa fanno davvero i partecipanti in cambio del viaggio? Mah, direi una bella vacanza: voglio fare il pacifista e non voglio più soffrir. Sul programma ci sono un paio di giorni di "visite e incontri" con varie località del West Bank e di Israele (quasi solo le città arabe). Fin qui, possiamo pensare che chiacchierare con propagandisti palestinesi non sia particolarmente attraente. E c'è un giorno di convegno, in cui gli stessi partecipanti parleranno: anche qui una noia mortale. Ma ci sono anche alcuni giorni di visite turistiche vere e proprie e perfino, questa sera alle 20.30, un giro di "Jerusalem by night" (così il depliant di Time per responsibilities, evidentemente pensando che ci sono i tempi per le responsabilità e quelli per il divertimento): questo certamente aiuta molto l'arrivo della pace. Giovedì invece è prevista una "notte delle candele" nella piazza di Betlemme (certamente un bel vedere...) e venerdì alle ore 12 un "Viaggio alle radici della Terra. Visita nel deserto al Monastero di S. Giorgio, a Gerico (la città più antica del mondo) fino al Mar Morto (a più di 400 metri sotto il livello del mare) dove sarà possibile fare un bagno nel lago più salato del mondo": Un bel bagno molto responsabile e pacifico, oltretutto molto salutare, dato che le acque del Mar Morto fanno bene. E' caratteristico che sia seguito da un evento che devo segnalarvi come particolarmente patetico: alle ore 17.00: Dal punto più basso della terra "In piedi contro la povertà". Qualunque cosa sia, immagino che i Partecipanti si levino dalle sdraio e facciano un pensierino alla povertà, è da non perdere. Magari l'anno prossimo staranno in piedi nella stazione a monte della funivia più alta d'Italia, sempre pensando alla povertà, e l'anno dopo si daranno alla vela, al golf, insomma a cose molto responsabili, pacifiste e soprattutto utili.
Bello, no? Peccato che sia un'occasione riservata a pochi pacifisti supersacrificali che soffrono terribilmente per produrre la pace in Medio Oriente facendo il bagno nel Mar Morto (e infatti, nei loro slogan, si definiscono "non buonisti ma realisti"). Ma non disperate. Se siete anche voi dei realisti e però non avete la fortuna di essere stati assunti come funzionari della regione Campania, del Comune di Napoli o di quello di Potenza, o non siete dirigenti della Cgil o della Cisl, che ci azzeccano moltissimo con Betlemme, e soprattutto non hanno alcun problema da risolvere a casa loro, se proprio volete spostarvi per esprimere il vostro pacifismo, potete partecipare come premio di consolazione all'utilissima biciclettata "per la pace" di domenica del comune di Vimodrone.
Ecco qualche notizia: "la biciclettata della Pace: [...] l´Ufficio Pace di Vimodrone, in sinergia con il Coordinamento Pace in Comune, di cui fanno parte le Acli di Milano, le maggiori Associazioni e oltre 35 Comuni della Provincia di Milano parte! Con questa manifestazione a cadenza annuale, vogliamo sottolineare come la lotta alla povertà a livello globale e a livello locale non siano in concorrenza [...] La fermata vimodronese è l´ultima tappa prima di ripartire tutti assieme per Piazza Duomo a Milano. Oltre all´allestimento di un punto ristorazione a Vimodrone, saranno anche distribuiti ai partecipanti, i palloncini, i megafoni e le fascette di stoffa che formeranno in piazza Duomo un unico "cordone"."
Insomma, niente bagno nel Mar Morto, ma la bicicletta fa bene alla salute. E vi daranno dei bellissimi palloncini, con fascette di stoffa e altri gadget: non sono aerei, ma sempre a spese del comune. Quel che conta è il movimento. A nuoto, in bici, in aereo, il risultato è garantito. La pace non mancherà di commuoversi, se almeno è un po' responsabile anche lei.
Ugo Volli

Prima o poi riuscirò a incontrarlo anche di persona, quest’uomo che riesce sempre a dire le cose stramaledettamente meglio di me, e allora lo picchierò, garantito che lo picchierò, così impara. Nel frattempo
MEMENTO: +43.

barbara


12 ottobre 2009

ANTISEMITISMO STALINIANO

Primi segnali di antisemitismo

Queste interferenze nelle sfere di influenza di Beria potevano di per sé sembrare poco rilevanti e tutto sommato controllabili, ma nel­l'autunno del 1946 andò delineandosi un'altra situazione che per Beria avrebbe avuto conseguenze più profonde e durature: si tratta­va dell'elusiva ma inequivocabile campagna contro gli ebrei. Duran­te la guerra, la dirigenza sovietica aveva tollerato moderate espres­sioni di sentimenti nazionalisti allo scopo di mantenere unito il popolo sovietico nella lotta contro i tedeschi. Una volta sconfitta la Germania, tuttavia, l'implacabile battaglia contro tutte le forme di «deviazione nazionalista» riprese con forza, e Zdanov ne fu il prin­cipale sostenitore. Sebbene la campagna non fosse esplicitamente di­retta contro gli ebrei, le implicazioni antisemite erano evidenti. Ver­so la metà del 1946, sulla stampa sovietica cominciarono ad apparire diversi articoli che attaccavano scrittori, poeti e drammaturghi ebrei, che venivano accusati di essere apolitici e di esaltare la storia e lo stile di vita ebraici. Una simultanea campagna contro il «cosmopoliti­smo», ovvero l'influenza dell'Occidente in vari campi della lettera­tura e della ricerca, veniva anch'essa implicitamente diretta contro gli ebrei in quanto numericamente assai ben rappresentati tra gli in­tellettuali e gli studiosi; molti di loro furono personalmente fatti og­getto di critica.
Venne inoltre attivato un processo di epurazione del comitato an­tifascista ebraico dell'Unione Sovietica (AEKSS), struttura ufficial­mente organizzata durante la guerra con lo scopo di raccogliere il sostegno della comunità ebraica allo sforzo bellico. Il 12 ottobre del 1946, non molto tempo dopo la nomina di Abakumov a capo dell'mgb, questa organizzazione presentò alla dirigenza del partito e al consiglio dei ministri una nota «Sulle manifestazioni nazionalistiche di alcuni lavoratori del comitato antifascista ebraico». Poche setti­mane più tardi da parte della segreteria del comitato centrale venne presentata a Stalin una proposta nella quale si raccomandava lo scioglimento dell'AEKSS. Sotto la direzione di Abakumov, l'MGB co­minciò a raccogliere prove incriminanti contro i membri del AEKSS, che vennero accuratamente trasmesse alla segreteria. Il segretario del cc, Zdanov, ebbe un ruolo chiave, almeno inizialmente, in questa campagna: poiché Malenkov, che si trovava in Asia centrale, era in discredito, la maggior parte delle informazioni raccolte tra il 1946 e l'inizio del 1948 sull' AEKSS furono indirizzate a Zdanov.
Le tendenze antisemite dell'apparato dirigente del Cremlino di­vennero minacciosamente chiare nel gennaio del 1948 con l'assassi­nio di Solomon Mihoels, direttore del teatro yiddish di Mosca e pre­sidente del comitato. Più di qualsiasi altro Mihoels simboleggiava, in Unione Sovietica, la causa ebraica. Si era recato a Minsk, in Bielo­russia, insieme al critico teatrale ebreo V.I. Golubov-Potapov; secon­do il rapporto ufficiale i due erano stati fatti uscire dall'albergo per partecipare a una riunione urgente ed erano stati uccisi in strada da un camion, che si era poi eclissato. Dopo la morte di Stalin, tutta­via, Beria riuscì a scoprire la verità e la riferì in una lettera a Malenkov. Durante l'interrogatorio di Abakumov, che nel 1951 era stato arrestato, Beria aveva appreso che era stato proprio Stalin a or­dinare di uccidere Mihoels: l'incarico era stato condotto a termine dal viceministro per la sicurezza dello stato, S.I. Ogol'cev, e dal capo dell'MGB locale, Canava. Mihoels e il suo compagno erano stati cari­cati su un'automobile e condotti alla dacia di Canava fuori Minsk dove erano stati assassinati; i loro corpi erano stati poi gettati sul bordo di una strada. Quando Beria venne a sapere della complicità di Canava, ordinò che quest'ultimo venisse tratto in arresto insieme a Ogol'cev.
Molti ritennero Beria responsabile dell'omicidio in quanto capo dell'apparato di polizia, ma la sua lettera dimostra che il complotto era stato portato avanti a sua insaputa. Di fatto aveva ben poco da guadagnare da quell'azione; nel 1942 aveva appoggiato l'idea di isti­tuire il comitato antifascista ebraico con lo scopo di controllare i con­tributi per lo sforzo bellico che provenivano dagli ebrei sovietici an­cora in patria e da quelli all'estero e, anche in seguito, aveva mantenuto contatti diretti con l'AEKSS. In realtà sembra che fosse addirittura favorevole alla loro causa; nel maggio del 1944 Mihoels aveva scritto a Molotov una lettera lamentando discriminazioni con­tro gli ebrei nell'Ucraina liberata. Ricevutane una copia, Beria inviò al capo del partito ucraino Kruscev istruzioni perché «prendesse le misure necessarie per migliorare le condizioni di vita e di lavoro de­gli ebrei nelle zone liberate di recente».
Le descrizioni dell'aspetto fisico di Beria concordano spesso sul fatto che egli presentasse caratteristiche somatiche ebraiche e corse anche voce che egli fosse effettivamente ebreo. Benché tali dicerie sembrino prive di fondamento, il fatto stesso che circolassero può indicare che nella mentalità popolare Beria fosse in qualche modo associato agli ebrei. Vi è anche motivo di credere che aiutasse gli ebrei georgiani. Il giornalista americano Harrison Salisbury, che aveva visitato la Georgia dopo la guerra, aveva scoperto che Beria, come capo del partito locale, aveva suggerito un programma di ria­bilitazione per gli ebrei georgiani; il programma comprendeva la creazione a Tiflis di una società di assistenza e di un museo etnologico ebraici. Possiamo aggiungere inoltre che il marito di sua sorella era ebreo e che Beria aveva avuto nelle sue file vari rappre­sentanti di quel popolo: Mil'stejn, Rajhman, Mamulov, Sumbatov-Topuridze e N.I. Ejtingon, per citarne soltanto alcuni. Alla fine degli anni Quaranta, come conseguenza della campagna antisemita, mol­ti ebrei persero il proprio lavoro, mentre questi uomini riuscirono a cavarsela.
Questo non significa che Beria si sia sempre dato molto da fare in difesa degli ebrei: dopotutto, in ottemperanza agli ordini di Stalin aveva fatto deportare diecimila ebrei polacchi e ucraini in Siberia tra il 1940 e il 1941. Non evitava neppure commenti di carattere antisemita nei confronti dei colleghi ebrei. Secondo Molotov, Beria defini­va Kaganovic a sua insaputa: «Quell'israelita di Lazar'». Tuttavia, forse per motivi di calcolato opportunismo, aveva mantenuto una politica nei confronti degli ebrei che, rispetto a quella di Zdanov, poteva essere considerata moderata. (Da “Beria”, di Amy Knight, pp. 174-177)

Affinché serva da promemoria a tutti coloro che continuano a propagare la leggenda che solo il fascismo sarebbe antisemita. Affinché serva da promemoria a tutti coloro che continuano a propagare la leggenda di una sinistra naturaliter antirazzista, antidiscriminatoria, anti-antisemita. Affinché serva da promemoria a tutti coloro che favoleggiano di una sinistra immacolata, monda di ogni peccato. Oggi è il 12 ottobre, il giorno giusto per ricordare l’inizio di una campagna che avrebbe travolto l’intero ebraismo sovietico e si sarebbe attenuata (attenuata, non spenta) solo con la morte di Stalin.


Lapide commemorativa di Solomon Mihoels nella casa in cui era nato il 16 marzo 1890, a Daugavpils

Sempre in tema di antisemitismo, più o meno esplicito o più o meno mascherato, c’è da leggere come sempre lui e poi

MEMENTO: +42.

barbara


11 ottobre 2009

STORIE DI ORDINARIA INGIUSTIZIA

Molto diversamente, rispetto a quanto descritto nella precedente recensione, vanno le cose per i comuni mortali, per quelli che non hanno santi in paradiso, per quelli privi di colleghi che fabbrichino loro leggi su misura, per quelli che, soprattutto, sono innocenti: capita, allora, che sia sufficiente la parola di un pentito, anche se non suffragata da alcun riscontro, basta un caso di omonimia, anche se con età e indirizzi diversi, basta la vicinanza spaziale tra il luogo della rapina e l’abitazione di una persona a caso e si aprono le porte della galera. Per giorni. O per settimane. O per mesi. O per anni. E non sempre l’innocente dietro le sbarre ha la forza di resistere all’umiliazione, alla vergogna, all’ingiustizia fino all’arrivo del proscioglimento.

Raffaele Genah – Valter Vecellio, Storie di ordinaria ingiustizia, SugarCo



Poi, sempre in tema di giustizia, (o Giustizia, che dir si voglia) - anche se nella prima parte, per una volta tanto, dissento totalmente - lui, che a quanto pare continua a spiarmi dentro il computer per fare cartoline in sintonia coi miei post, e naturalmente
MEMENTO: +41.

barbara


10 ottobre 2009

NOI, POPOLO DI ISRAELE

Oggi, 10 ottobre 2009, 22 di tishrì secondo il calendario ebraico, è il giorno di Sheminì Atzeret. È il ventisettesimo anniversario religioso (quello civile è stato ieri) dell’attentato alla sinagoga di Roma, ferita ancora viva nella carne e nell’anima di ogni ebreo e di ogni essere umano degno di questo nome. Quello che segue è il testo del discorso pronunciato l’11 Ottobre 1982 in Campidoglio da Bruno Zevi, a nome della Comunità ebraica romana.

Noi, popolo di Israele, protestiamo e accusiamo

L’antisemitismo ha una storia millenaria, ma quello culminato nella strage di sabato scorso alla nostra sinagoga ne ha anche una specifica, le cui componenti furono denunciate qui in Campidoglio nell’ottobre 1976, esattamente sei anni fa. Qualcuno di voi forse ricorda quell’avvenimento.
Giulio Carlo Argan era stato eletto da poche settimane sindaco di Roma. Si avvicinava il 16 ottobre, trentatreesimo anniversario del giorno in cui i nazisti accerchiarono il ghetto e 1.259 ebrei furono deportati. Argan volle che la ricorrenza fosse celebrata in Campidoglio, e questo costituì l’occasione per esaminare le cause di un nascente antisemitismo, manifestatosi poco tempo prima con il lancio di bottiglie incendiarie contro la sinagoga, in strumentale concomitanza con un comizio di sinistra.
Furono spregiudicatamente individuate tre cause, dirette e indirette, di questo nuovo antisemitismo.
La prima riguardava lo Stato d’Israele, la campagna antisionista, già allora estesasi in maniera abnorme e velenosa. Avvertimmo che l’antisionismo non era altro che una mascheratura dell’antisemitismo, com’era e come è divenuto sempre più evidente dai paesi arabi all’Unione Sovietica.
La seconda causa poggiava sul secolare antisemitismo cattolico, che il Concilio Vaticano non era riuscito a debellare, pur sollevando finalmente gli ebrei dalla turpe condanna di popolo deicida. Rilevammo allora come fosse urgente, per l’indipendenza e il carattere laico della repubblica italiana, procedere ad una profonda revisione del Concordato firmato dal fascismo e dei relativi Patti Lateranensi.
Terza causa la posizione marxista sulla questione ebraica, posizione inquinata dall’«odio ebraico di sé» di Carlo Marx, dall’ostilità di Lenin nei confronti del bund ebraico, e dall’atteggiamento illuministicamente antisemita di molti leaders che si richiamavano al marxismo. Chiedemmo allora che, alla luce del pensiero di Gramsci, si pervenisse ad una svolta decisiva del pensiero marxista ufficiale sulla questione ebraica.
Sono trascorsi sei anni, e queste tre cause dell’antisemitismo, già allora evidenti, non sono state rimosse. Anzi si sono aggravate a tutti i livelli, dalle scuole elementari all’università. Dalle fabbriche ai palazzi del potere economico condizionati dai petrodollari.
Se gli ebrei romani, l’altro giorno e ieri, hanno scelto di vivere il loro lutto da soli, rifiutando lo spettacolo di una passerella di uomini politici, di giornalisti e di intellettuali, che si offrivano di venire in ghetto per esprimere il loro sdegno e la loro solidarietà, è perché ritengono che non sia oltre accettabile una solidarietà che si concreta soltanto quando ci sono ebrei morti, bambini di due anni assassinati.
E’ gravissimo dirlo, e per me liberal-socialista particolarmente angoscioso, ma quanto è accaduto l’altro giorno nella tragica realtà era stato prefigurato, quasi simulato qualche mese fa, durante una manifestazione sindacale. Tra ignobili urla «gli ebrei al rogo!» e «morte agli ebrei!», dal corteo sindacale era stata scaraventata una bara contro la lapide della sinagoga che riporta i nomi dei martiri del campi di sterminio e delle Fosse Ardeatine. Alle proteste contro tale aberrante, preordinato, inconcepibile episodio di delirio antisemita fu risposto in maniera sofisticata ed equivoca, naturalmente deplorandolo ma capziosamente spiegandone i moventi con la politica dello Stato d’Israele. Ennesima conferma che dall’antisionismo si passa automaticamente all’antisemitismo.
Quella bara simbolica oggi è diventata reale. Contiene un bambino crivellato di colpi, caduto insieme ad oltre trenta persone all’uscita della sinagoga.

Non può quindi meravigliare che, dopo un’indiscriminata campagna contro lo Stato e il popolo di Israele e le comunità della diaspore, dopo gli attacchi feroci ed isterici contro i cosiddetti «olocausti», stermini ed eccidi che gli israeliani avrebbero compiuto, gli ebrei di Roma si siano chiusi per due giorni in un silenzio peraltro politicamente significativo.
In questi mesi, hanno avuto pochissimi veri amici, tra i partiti minori dello schieramento democratico. I partiti di massa, la stampa con rarissime eccezioni, la radio e la televisione di Stato in tutti i suoi canali hanno invelenito l’atmosfera e creato un terreno fertile per l’antisemitismo. Di fronte ai fatti, le lacrime esibite oggi sembrano davvero tardive.
E’ inutile affermare che In Italia, che a Roma non c’è antisemitismo. Al massimo, si può dire che non c’era mai in questa forma virulenta, perché neppure durante il fascismo, neppure durante l’occupazione nazista, furono attaccate le sinagoghe come è accaduto a Milano e a Roma. Ma chi di voi ha ascoltato le radio e le televisioni private nelle scorse settimane è rabbrividito di fronte alla incredibile quantità di testimonianze d’odio antisemita. Ancor più inquietante il fatto che, a parte la radio e la televisione dei radicali, ben poche trasmittenti private ribattevano e combattevano questo livore.
Dopo la tragedia dell’altro ieri, i giornali, le radio — e teletrasmissioni — le dichiarazioni di uomini politici sono unanimemente solidali con gli ebrei, ma non c’è giornale, né radio, né televisione, né uomo politico che abbia detto: «Una parte, sia pur minima e indiretta, della responsabilità di quanto è accaduto ce l’ho anch’io!».
Perciò noi accusiamo:
1) II Ministero degli Interni e i dirigenti delle forze dell’ordine per non aver apprestato dispositivi difensivi nel ghetto e intorno alla sinagoga, malgrado fossero stati insistentemente richiesti, a seguito delle continue minacce dirette agli ebrei. (Durante una cerimonia in sinagoga) è stato osservato che l’Italia manda i suoi bersaglieri in Libano per proteggere i palestinesi, ma non protegge i cittadini ebrei italiani;
2) il mondo cattolico per il modo pomposo in cui ha ricevuto Arafat in Vaticano e per aver quasi ignorato che il massacro nei campi palestinesi è stato compiuto da cristiani, mentre all’esercito di Israele può essere ascritta, se provata la sola colpa di una corresponsabilità morale,
3) la classe politica e sindacale, con ben poche eccezioni, da alcune delle massime autorità dello Stato ai leaders di molti partiti e a numerosi amministratori locali, per il comportamento tenuto durante la visita di Arafat a Roma, per la gara di strette di mano, di abbracci, di baci, di relative accoglienze fraterne verso il capo di un’organizzazione che, se oggi si presenta con un ramoscello d’ulivo, nel passato ha perpetrato innumeri stragi terroristiche contro Israele e contro gli ebrei, e non ha ancora riconosciuto il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele, anzi anche ultimamente ha confermato di volere non la pace, ma una «guerra santa»;
4) la stampa e la radiotelevisione che, salvo rare eccezioni, hanno distorto fatti e opinioni, confondendo volutamente lo Stato di Israele con la politica del suo attuale governo, con il popolo e le comunità ebraiche, determinando un clima incandescente, entro il quale si è inserita la strage dell’altro giorno;
5) i molti, moltissimi intellettuali, giornalisti o meno, che in questi mesi si sono divertiti ad esaminare i risvolti psicologici, le «malattie» di Israele, i moventi segreti della politica di Begin e di quella dei suoi oppositori, facendo sfoggio di elucubrazioni e sofismi tutti adducenti, magari contro il loro proposito, all’antisemitismo.
Noi accusiamo. In un mondo sconvolto dalla violenza, con 30.000 persone al giorno che muoiono per fame, i nostri mezzi di informazione di massa hanno dato il massimo rilievo solo alle azioni dell’esercito israeliano. I morti in Afganistan, i morti in Iran, i morti in Siria, le decine di migliaia di morti in Libano dopo l’arrivo dei palestinesi, i bambini della Galilea bombardati, questi morti non valgono, e anche i terroristi palestinesi sono considerati mansueti, pacifici: avevano immensi arsenali di armi in Libano, ma solo per giocare. Signori consiglieri regionali, provinciali e comunali; noi siamo sinceramente commossi dalle manifestazioni di solidarietà emerse in quest’aula. Lo siamo come ebrei romani, e lo siamo ancor più in quanto cittadini italiani che sanno come l’antisemitismo sia un preciso sismografo della civiltà di un paese.
Nessuno ci chieda di distinguerci dal popolo di Israele, di accettare una differenziazione manichea tra ebrei e israeliani. Noi apparteniamo al popolo di Israele che comprende le comunità disperse in ogni parte del mondo, a cominciare dalla più antica, quella di Roma, e la comunità di coloro che hanno fatto ritorno alla terra degli avi. Inoltre, lo Stato di Israele, indipendentemente dal giudizio che possiamo dare sul suo governo, vale per un’altra ragione: perché è uno Stato democratico esemplare.
In quale altro Stato sarebbe ammesso che militari, anche di alto grado, rifiutassero di combattere una guerra di cui non condividono le finalità e, invece di essere processati e fucilati per tradimento, sono tranquillamente mandati a casa?
In quale democrazia in stato di guerra si istituirebbe una commissione d’inchiesta sul comportamento dell’esercito?
In quale democrazia in stato di guerra si potrebbe svolgere una manifestazione di 400.000 persone che protestano contro la guerra, senza alcun atto repressivo da parte del potere?
E concludo. L’antisemitismo è esistito per duemila anni, non dal 1948, dalla proclamazione dello Stato di Israele. Non crediamo all’antisionismo filosemita: è una contraddizione in termini.
Abbiamo espresso con franchezza la nostre accuse. Siamo preoccupati, allarmati come ebrei, come antifascisti, come democratici, come uomini della sinistra. L’antisemitismo, come tutti avete affermato, è un segnale inequivocabile di corrosione democratica. Ebbene, in Italia, a Roma l’antisemitismo emerge in forme inedite nella storia del nostro paese. Era un segnale già chiaro sei anni fa, ma oggi esplosivo. Insieme, teniamone conto e corriamo ai ripari. (Fonte: Il Tempo, 11 Ottobre 1982, grazie a lui)

Invito a rileggere anche questo mio vecchio post e soprattutto a vedere questo, con la riproposizione di un bellissimo articolo di Ariela Piattelli e del toccante video dei notiziari di allora. E invito, soprattutto, a ricordare che l’odio è sempre vivo, con o senza motivazioni, con o senza pretesti, con o senza alibi. E che l’odio antiebraico non è un problema degli ebrei: è un problema di ogni essere umano.



barbara


10 ottobre 2009

E ORA UN DUBBIO MALIGNO

tenace e impertinente attanaglia la mia mente: se Berlusconi dovesse fare un infarto e sopravvivere, convocherebbe una conferenza stampa per fare l’agghiacciante rivelazione che il padreterno è comunista?

Poi, sempre in tema di grand’uomini, vai a leggere lui, oggi più birbantello che mai, e naturalmente
MEMENTO: +40.

barbara


10 ottobre 2009

E DOPO AHMADINEJAD ADESSO ANCHE GHEDDAFI

Ma allora ditelo che si è aperta la caccia all’ebreo! (Che poi, dico, scusate, ma a me che cazzo me ne frega? Cambia qualcosa? Diventano migliori? Peggiori? Sono più apprezzabili? Più deprecabili? Meritano qualche attenuante? O qualche aggravante? Insomma, cosa diavolo è questa ossessione di sapere se uno ha un quarto o un novantasettesimo di “sangue” ebraico? Non sarà un tantino razzista questa cosa?)

barbara


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9 ottobre 2009

ANCORA SU SADAT E DINTORNI

Vi voglio regalare questa piccola chicca:



In Israele per celebrare l’avvento della pace, sia pure fredda – molto fredda – con uno stato che le aveva dichiarato guerra al momento della sua nascita e in guerra era rimasto per oltre trent’anni, è stato fatto questo. Spero che qualcuno dei miei cortesi visitatori sia in grado di aiutarmi a trovare le equivalenti iniziative dell’Egitto, perché io, evidentemente incapace e sprovveduta, sono riuscita a trovare solo un premio governativo conferito a quel giornalista che ha ringraziato Hitler per avere preventivamente vendicato i palestinesi – che io tra l’altro a questo punto davvero non capisco più niente: questo benedetto olocausto c’è stato o non c’è stato? Se lo sono fatto gli ebrei da soli o glielo ha fatto qualcun altro? Boh – e altre cosettine analoghe.
Poi naturalmente, sempre più o meno in tema c’è da leggere lui e poi, come ogni giorno fino a revoca, come dicono in banca per gli ordini permanenti,
MEMENTO: +39.

barbara


8 ottobre 2009

LA REPUBBLICA DELLE BANANE

Giulio Andreotti, Franco Bassanini, Giorgio Benvenuto, Silvio Berlusconi, Massimo Maria Berruti, Alfredo Biondi, Umberto Bossi, Enzo Carra, Paolo Cirino Pomicino, comunisti vari misti, Luca Cordero di Montezemolo, Bobo Craxi, Massimo D’Alema, Sergio D’Antoni, Massimo De Carolis, Marcello Dell’Utri, Gianni De Michelis, Cesare De Piccoli, Roberto Formigoni, Gaspare Giudice, Giorgio La Malfa, Agazio Loiero, Claudio Martelli, Achille Occhetto, Cesare Previti, Cesare Romiti, Vittorio Sgarbi, Carlo Tognoli, Vincenzo Visco, Claudio Vitalone.

Indovinate che cos’hanno in comune tutti questi gentiluomini? Bravi, avete indovinato: sono tutti pregiudicati. Più che la repubblica delle banane, però, dovrebbe più propriamente appellarsi la repubblica delle cloache: difficile affacciarsi su questo verminaio senza provare almeno un conato di vomito. Vale davvero la pena di riprendere in mano questo libro di qualche anno fa, se non altro per verificare come le cose, da allora, non abbiano fatto che peggiorare, come i delinquenti abbiano gloriosamente proseguito le loro prestigiosissime carriere, come il parlamento abbia continuato, man mano che i suoi membri si dedicano a sempre nuovi reati, a sfornare via via sempre nuove leggi per depenalizzarli, affinché coloro che ci rappresentano possano continuare, impunemente e rigorosamente a piede libero, a derubarci a man bassa, a fare affari con la più bieca criminalità organizzata, a sporcarsi anche le mani di sangue senza che la loro gloria ne venga intaccata.
Utile, anche, per fare piazza pulita di tutta una serie di leggende metropolitane che dall’epoca di Mani Pulite hanno goduto di crescente popolarità, dalle prescrizioni spacciate per assoluzioni alla colossale bufala delle condanne che sarebbero state comminate con la grottesca motivazione che “non poteva non sapere”: NESSUNO è mai stato condannato con questa motivazione; chi è stato condannato lo è stato in base a prove documentali che SAPEVA e AGIVA. I reati di Gianni Agnelli, per esempio, che davvero non poteva non sapere, ma per i quali, grazie al solidissimo e impenetrabile quadrato fattogli intorno, non è stato possibile trovare prove documentali, sono stati prontamente archiviati.
Chi se lo fosse perso al momento della sua uscita, è dunque caldamente invitato a rimediare adesso.

P.S.: Naturalmente non è per caso che pubblico questo testo nel momento in cui, finalmente, sembra intravvedersi uno spiraglio di luce, nel momento in cui si verifica che c’è ancora qualcuno che non è disposto a usare la Costituzione come carta da cesso, nel momento in cui realizziamo che c’è ancora qualcuno convinto che la legge debba essere uguale per tutti, nel momento in cui constatiamo che forse sì, c’è davvero un giudice a Berlino.
P.P.S.: Mi si è appena riferito che l’ineffabile Cavaliere ha definito Rosy Bindi “più bella che intelligente”. Nel ricordare che l’immonda battuta è vecchissima e appartiene al pregiudicato Vittorio Sgarbi, il che significa che il Grande Comunicatore non è neppure in grado di inventarsi una battuta e ha bisogno di riciclare quelle altrui, e nel rimandare per i dettagli a quanto scritto qui tre anni fa, desidero esprimere tutta la mia solidarietà umana, femminile e politica alla signora Rosy Bindi.

Peter Gomez – Marco Travaglio, La repubblica delle banane, Editori Riuniti



Molto meno ottimismo della sentenza della Consulta suscita invece la lettura di ciò che scrive lui. E poi

MEMENTO: +38.

barbara


7 ottobre 2009

UNA NAZIONE CHE STA PER SCOMPARIRE?

Nell'estate del 1942 la "soluzione finale" degli ebrei voluta da Hitler era già in atto e le informazioni sullo sterminio in corso erano già ampiamente diffuse. A Varsavia era cominciata l'evacuazione del ghetto con il trasporto degli abitanti verso Treblinka e altri campi di sterminio. I polacchi lo sapevano, e a conferma di questo si può citare un articolo pubblicato il 15 agosto 1942 su "Naród", periodico del Partito cristiano democratico del lavoro:

«In questo momento, da dietro le mura del ghetto sentiamo i gemiti e le urla disumani degli ebrei che vengono assassinati. L'astuzia spietata sta cadendo vittima dello spietato potere brutale e nessuna Croce è visibile su questo campo di battaglia, visto che tali scene risalgono a epoche precristiane. Se la cosa continua, non passerà molto tempo prima che Varsavia dica addio al suo ultimo ebreo. Se fosse possibile organizzare un funerale sarebbe interessante vedere la reazione. La bara susciterebbe tristezza, pianto o forse gioia? [...] Per centinaia di anni un'entità aliena, malevola, ha abitato i settori settentrionali della nostra città. Malevola e aliena dal punto di vista dei nostri interessi, così come da quello della nostra psiche e dei nostri cuori. Quindi non assumiamo atteggiamenti falsi come prefiche professioniste ai funerali - siamo seri e sinceri [...]. Compatiamo il singolo ebreo, l'essere umano e, per quanto possibile, se dovesse smarrirsi o tentare di nascondersi gli tenderemo una mano amica. Dobbiamo condannare coloro che lo denunciano. E' nostro dovere esigere che quanti si permettono di sogghignare e schernire mostrino invece dignità e rispetto di fronte alla morte. Ma non ci fingeremo affranti per una nazione che sta per scomparire e che, dopotutto, non è mai stata vicina ai nostri cuori» (Saul Friedländer, Gli anni dello sterminio, p. 536).



La nazione non è scomparsa, anzi si è costituita come Stato d'Israele sulla terra che biblicamente e storicamente le appartiene. Ma continuano ad esserci persone pronte a "compatire il singolo ebreo, l'essere umano" se qualcosa di simile all'Olocausto dovesse ripetersi, ma che non sarebbero per niente "affrante per una nazione che sta per scomparire e che, dopotutto, non è mai stata vicina ai loro cuori". Questo gli ebrei israeliani l'hanno capito, e hanno deciso che piuttosto di essere compatiti mentre li stanno ammazzando e compianti dopo essere morti preferiscono essere odiati mentre sono vivi. L'odio per loro da molte parti aumenterà, ma da alcune parti aumenterà l'amore.
Marcello Cicchese
(Notizie su Israele, 17 settembre 2009)

Qualcuno invece continua ad avere qualche difficoltà a capire che quel “mai più” pronunciato sulle ceneri di Auschwitz, significava esattamente questo: mai più. Come per esempio la Norvegia, come provvede a informarci l’odierna cartolina. Ma niente paura: se hanno difficoltà a capire, prima o poi riceveranno anche loro qualche lezione supplementare di recupero. E nel frattempo
MEMENTO: +37.

barbara


6 ottobre 2009

SCAMPOLI DI POLITICA ESTERA

Bene, adesso lo sappiamo. Baciare il culo agli assassini



è molto più piacevole che stringere la mano a una persona per bene.



Mettersi davanti allo specchio e raccontarsi “Io dialogo” è molto più utile che dialogare con chi è disposto a dialogare. Le public relations



sono molto più importanti dei diritti umani.



Coccolare il proprio ego



è molto più costruttivo che dedicare un pensiero al Tibet.



E soprattutto, non dimenticatelo mai, se il titolare della Casa Bianca si fa fare un pompino chez soi,



è cosa disdicevolissima quant’altre mai; se il titolare della Casa Bianca va a fare pompini in trasferta



è segno di franca cordialità.
E già che ci siete andate a guardare anche questo, se vi regge lo stomaco. O il cuore. O quant’altro di non calcificato abbiate in corpo. Io nel frattempo vado a vomitare.


Lago nei Territori Occupati tibetani

barbara


6 ottobre 2009

6 ottobre 1981

Ricordo il leader dell’OLP, Yasser Arafat, in una fotografia, con la mano alzata in segno di vittoria; mi dissero che Gheddafi aveva rivendicato la sua partecipazione all’assassinio di mio padre. Pensai all’assurdità di quegli arabi in festa per la morte di Sadat mentre il leader israeliano Menachem Begin, l’avversario di sempre, era quasi in lacrime. Mai nella mia vita avevo pensato di uccidere qualcuno, ma quella sera avrei potuto ammazzare gli assassini di mio padre. (Camelia Sadat in Gheddafi di Angelo del Boca, p. 85)



Chiunque abbia seriamente voluto la pace con Israele ha SEMPRE pagato con la vita, dai membri dell’OLP ai palestinesi di altre fazioni agli altri arabi non palestinesi. Unica eccezione, re Hussein di Giordania, sfuggito perché è arrivato prima il cancro. Rendiamo dunque onore a questo grandissimo uomo che, sapendo che il prezzo sarebbe stata la sua vita, ha ugualmente voluto perseguire la pace.
Sempre sulla sublime superiorità dell’etica arabo/islamica va poi come al solito letto lui, e poi

MEMENTO: +36.

barbara


6 ottobre 2009

ADDIO A MAREK EDELMAN ULTIMO EROE DEL GHETTO DI VARSAVIA

C’era chi lo chiamava eroe, suscitando le sue ire. Altri non sopportavano il fumo di quelle sigarette che lui, medico cardiologo, ha continuato a fumare imperterrito, fino a quando gli è stato possibile. C’è chi chiedeva di incontrarlo pensando di trovarsi dinanzi ad un idolo vivente, del quale fare poi il panegirico e l’apologia, salvo poi, alla prova dei fatti, accorgersi che quell’uomo, dall’aspetto dimesso e modesto, era molto diverso dal personaggio che gli era stato cucito addosso. È morto Marek Edelman, figura straordinaria di militante politico del Novecento. A questo secolo, peraltro, era rimasto profondamente legato, in tutto e per tutto, avendolo vissuto quasi interamente e, perlopiù, sulla sua pelle. Era nato nel 1919 a Homel, oggi in Bielorussia (ma altre versione datano la sua nascita al 1922, nella città di Varsavia) da una famiglia di «ostjuden», quegli ebrei dell’Est europeo che avevano forgiato e diffuso la cultura jiddish alla quale Edelman era molto legato, senza però mai viverla come dimensione esclusiva della propria identità. Di essa, nel dopoguerra e nei decenni a seguire, ne rappresentò infatti quel che era sopravvissuto, soprattutto dopo il tragico vuoto creato dalla Shoah e le persecuzioni staliniste. Della vita delle comunità ashkenazite aveva quindi respirato tradizione e innovazione, figlio com’era di una famiglia modesta ma stabilmente inserita nel tessuto sociale polacco. Non fu pertanto un caso se, ancora giovanissimo, avesse da subito scelto l’impegno politico nel Bund, il partito dei lavoratori ebrei di Russia, Lituania e Polonia. Formazione solidamente socialista, «mama Bund», così come veniva chiamata, raccoglieva un largo consenso tra gli operai e i salariati. Per i più costituiva l’alternativa al sionismo ma anche ad un capitalismo radicale e, tratti, brutale. La formazione politica nella prima gioventù gli tornò molto utile dopo l’occupazione tedesca del suo paese. Durante gli anni del ghetto, a Varsavia, operò clandestinamente nel gruppo di resistenza organizzato dalla sua organizzazione. Successivamente, quando venne costituita la ZOB, la Zydowska organizacja bojowa (l’Organizzazione ebraica di combattimento), e Mordechai Anielewicz ne divenne il comandante, si unì ad essa guidando le squadre di combattimento del Bund. Nei duri combattimenti che si svolsero nelle quattro settimane di resistenza del ghetto Edelman, che era il vicecomandante dell’organizzazione, si distinse per determinazione e coraggio. Dopo la fuga, avvenuta il 10 maggio 1943, si nascose nella parte “ariana” di Varsavia. Mantenne unito ciò che rimaneva della ZOB e con i suoi uomini partecipò alla rivolta di Varsavia, che scoppiò nell’agosto 1944. Figura feticcio, suo malgrado, della Resistenza europea, nel dopoguerra rimase in quella Polonia che andava trasformandosi in una democrazia popolare, malgrado dovesse subire gli effetti del rinnovato antisemitismo. Mentre i pochi correligionari sopravvissuti allo sterminio lasciavano il paese Edelman completò gli studi e iniziò a lavorare come medico. Non dismise tuttavia il suo impegno politico, riconoscendosi in un socialismo dal volto umano, molto distante dalla religione civile imposta da Stalin e dai suoi uomini. Per questa ragione fu arrestato in più di una occasione dal regime, odiato com’era per l’autonomia di pensiero e per la professione di libertà. Nel 1968, quando anche in Polonia il movimento degli studenti faceva sentire le sue ragioni, venne ingiustamente licenziato dall’ospedale nel quale lavorava. Negli anni settanta intraprese, insieme ad altri, l’avventura di Solidarnosc, partecipando prima alla fondazione del Kor, il Komitet Obrony Robotników (il Comitato di difesa degli operai), insieme a Jacek Kuron e Adam Michnik, e poi all’attività del sindacato politico. Di quest’ultimo fu consigliere ai vertici, intervenendo in prima persona alla «Tavola rotonda», il negoziato condotto tra il sindacato e la giunta militare di Wojciech Jaruzelski, per garantire alla Polonia una transizione alla democrazia post-comunista basata sulla non violenza e sul consenso. Nel 1989 fu eletto deputato alla Dieta, il Parlamento nazionale, incarico che assolse fino al 1993. Nel 1998 l’allora Presidente Aleksander Kwasniewsky, suo antico avversario politico, lo insignì dell’ordine dell’Aquila, la massima onorificenza. Uomo schietto e sagace, era noto per la sua concezione antiretorica della vita. Nei suoi libri, a disposizione del pubblico italiano (ed in particolare «Il ghetto di Varsavia. Memoria e storia dell'insurrezione» una lunga conversazione dell’autore con Hanna Krall; «Il guardiano», curato da Rudi Assuntino e Wlodek Goldkorn; «Arrivare prima del buon Dio» sempre con Hanna Krall), ci ha fornito il ritratto potente di una Polonia che, se non c’è più, tuttavia continua a pulsare nelle speranze di quella parte della nazione che crede nella libertà come evento non astratto, quando si accompagna alla giustizia sociale. Come tale, avversò la deriva populista del suo paese, durante il governo dei gemelli Kacynski, per poi riemergerne con la vittoria del liberale Donald Tusk. Edelman è stato uomo dalle molte vite: giovane bundista, non meno giovane attivista e dirigente dei ribelli del ghetto, poi maturo medico, militante sindacale, esponente dell’ultima intellighenzia ebraico-polacca, si congeda da noi nel mentre ciò per cui aveva lottato, l’Europa unita, sembra tanto a portata di mano quanto fragile e incerto. Uomo del confronto e del dialogo, ha riconosciuto i cambiamenti quando questi si sono verificati (ai tedeschi riconosceva di essere stati capaci di cambiare) ma non ha mai concesso nulla ad un ottimismo di circostanza. Di sé ha sempre detto che si occupava della vita, come esponente dell’umanesimo socialista ma anche come medico. Se ne è andato a novant’anni, molto tempo dopo la scomparsa del mondo da cui proveniva, troppo presto rispetto al paese e al continente che avrebbe voluto costruire.

Claudio Vercelli

Niente da aggiungere: rendiamo onore a un grande combattente, a uno di quegli anonimi eroi che, straccioni e affamati e quasi senz’armi, per quasi un mese seppero tenere testa al più potente esercito del mondo.

            

barbara


5 ottobre 2009

È L’ODIO PER ISRAELE CHE DEVE ESSERE SGOMBERATO

Perché gli insediamenti aiutano la pace

di Raphael Israeli

Uno degli assiomi del "processo di pace" è che gli insediamenti siano il principale "ostacolo alla pace", quasi che rimuovendoli si produrrebbe istantaneamente la pace sulla terra. È ben risaputo, invece, che prima del 1967 non c'erano insediamenti eppure non c'era pace, a meno che naturalmente non si considerino "insediamenti" anche i villaggi e le città all'interno di Israele pre-'67, visto che gli arabi consideravano anch'essi su "territorio occupato". Dunque il grande contributo dato dagli insediamenti è quello d'aver preso il posto delle città israeliane nella parte del "territorio occupato", con la considerevole eccezione di Hamas e di una buona parte del mondo arabo. Ecco perché la formula secondo cui rimuovere gli insediamenti equivarrebbe alla pace è infondata e ridicola.
L'approccio arabo fondato sul rifiuto totale di Israele non è mai dipeso dagli insediamenti su una particolare porzione del paese. Ciò che non sopportano è l'insediamento ebraico in generale sulla Terra d'Israele/Palestina. Basta dare una sfogliata ai libri di testo usati nelle scuole della "moderata" Autorità Palestinese per vedere che Haifa, Giaffa e persino Tel Aviv sono considerate città palestinesi, mentre Hamas ritiene che la terra waqf (bene islamico inalienabile) su tutta la Terra d'Israele/Palestina debba essere confiscata allo stato ebraico, che non ha alcun diritto alla terra né al di là, né al di qua della ex Linea Verde del 1949-'67.
Nel 2000 a Yasser Arafat venne offerto un ritiro israeliano dal 95% dei territori (Cisgiordania e striscia di Gaza) in cambio di un accordo che ponesse fine al conflitto. Rifiutò, perché non lo considerava un ritiro completo dalla Terra d'Israele/Palestina. Nonostante il tentativo di fare un ulteriore passo lasciando la striscia di Gaza (estate 2005), non solo congelando ma smantellandone tutti gli insediamenti, ciò che Israele ottenne in cambio fu altre aggressioni e distruzioni, qualcosa di assai diverso dalla pace che dovrebbe scaturire dalla rimozione del famoso "ostacolo". In altre parole, non solo gli arabi non considerano gli insediamenti più antichi di Israele diversi da quelli più recenti che "minacciano la pace", ma lo smantellamento di questi ultimi non ha fatto che innescare l'attacco contro i primi.
Oggi sappiamo che uno dei fattori che spinse Anwar Sadat a recarsi a Gerusalemme (per avviare la pace) fu la paura che gli insediamenti nella zona di Rafah e del Sinai, se non fossero stati sradicati, sarebbero cresciuti fino a diventare vere e proprie città che nessun accordo di pace avrebbe più potuto rimuovere. Siriani e palestinesi, invece, credevano di non aver nulla da perdere continuando a rifiutare il negoziato, giacché le "loro terre" stavano lì ad aspettarli, congelate nel tempo, fino a quando sarebbero riusciti cortesemente a strapparle a Israele, per poi continuare gli attacchi da quelle posizioni. Non riescono a capire che hanno perduto quelle terre a causa della loro aggressione, e che è immorale e suicida restituire a un aggressore le posizioni da cui potrebbe rinnovare la sua aggressione, giacché lasciare che se la cavi senza danno non fa che incoraggiarlo ad attaccare ancora. Vi può essere deterrenza solo una volta che l'aggressore ha pagato per la sua aggressione un prezzo tale da dissuaderlo dall'attaccare a capriccio. È quello che è successo alla Germania.
Sicché, fino a quando non vi sarà un accordo per una composizione definitiva del conflitto, solo le attività negli insediamenti ebraici possono costituire un sufficiente incentivo tale da spingere gli arabi, come Sadat, a darsi una mossa e cercare la pace, giacché più aspettano e più perdono terreno.
Sappiamo, dall'esempio di Gaza, che l'obiettivo degli arabi non era quello di rimuovere Israele da una preziosa porzione di terra, ma quello di sradicare gli ebrei e cacciarli dalla terra rimanente. E allora è meglio continuare con le costruzioni "per la pace" nelle comunità al di là dei confini, e parlare di sgombero solo quando vedremo nei nostri vicini autentici segni di una cultura di pace e buon vicinato, con la dovuta considerazione della nuova realtà sul terreno che cambierà tanto più, quanto meno gli arabi si affretteranno verso un accordo di pace. (Haaretz, 6 settembre 2009 - da israele.net)

Sono cose risapute, scontate, perfino banali, e tuttavia frequentemente – e spudoratamente - ignorate, negate, capovolte. Per questo non verranno mai abbastanza ripetute.
E poi come sempre lui, su un tema abbastanza vicino a quello trattato in questo articolo, e poi

MEMENTO: +35

barbara


4 ottobre 2009

OGGI VI RIEMPIO DI REGALI

Così, perché mi va. Perché sono buona. Perché mi siete simpatici. E comincio con una delle scene più belle di uno dei film più belli mai realizzati. Se quello nuovo, che non ho visto, è bello anche solo la metà, anche solo un quarto di questo, sarà sicuramente un capolavoro.
Poi vi regalo ben due cartoline, quella di ieri sui penultimatum del signor Obama, e quella di oggi, sull’ultima – ma ben poco originale, visto che nella storia è stata preceduta da decine di altre analoghe – bufala messa in giro dai soliti antisemiti.
Gli estimatori dell’esimio studioso-matematico-pensatore-genio contemporaneo Odifreddi apprezzeranno sicuramente questo vecchio post che con qualche fatica, dato che il blog in cui era stato pubblicato non esiste più, sono riuscita a recuperare.
Poi godetevi questo straordinario capolavoro prodotto da lui – che è uno in gamba, fidatevi che ve lo dico io.
E per finire vi regalo una delle sorgenti del Giordano.



Poi, naturalmente, MEMENTO: +34.

barbara


3 ottobre 2009

BABI YAR 29-30 SETTEMBRE 1941

È trascorso da pochi giorni il sessantottesimo anniversario del massacro di Babi Yar, in Ucraina. Il 28 settembre erano apparsi in tutta la città di Kiev manifesti che avvertivano: “Tutti gli ebrei che vivono a Kiev e nei dintorni sono convocati alle ore 8 di lunedì 29 settembre 1941, all'angolo fra le vie Melnikovsky e Dokhturov (vicino al cimitero). Dovranno portare i propri documenti, danaro, valori, vestiti pesanti, biancheria ecc. Tutti gli ebrei non ottemperanti a queste istruzioni e quelli trovati altrove saranno fucilati. Qualsiasi civile che entri negli appartamenti sgomberati per rubare sarà fucilato." Si aspettavano di essere deportati, gli ebrei; invece sono stati massacrati, tutti dal primo all’ultimo: 33.771, per la precisione.
Qualcuno ora dottamente spiega e “dimostra” che non è vero niente, nessun massacro, niente fosse comuni, solo una macabra leggenda. Qualcun altro testimonia del massacro visto coi propri occhi, ma sicuramente sarà un agente prezzolato – sappiamo bene di chi – così come saranno sicuramente dei falsi le documentazioni fotografiche.

Evgenij Evtušenko, poeta russo, nel ventesimo anniversario del massacro ha dedicato all’evento questi bellissimi e toccanti versi.

Babi Yar


Non c'è un momumento A Babi Yar
Il burrone ripido è come una lapide.
Ho paura
Oggi mi sento vecchio
Quanto lo stesso popolo ebreo


Ora mi sento
ebreo anch'io.
Eccomi vagare nell'antico Egitto
Ed eccomi in croce che muoio
E porto ancora il segno dei chiodi.
Mi sembra che Dreyfus
sono io.


La classe media
mi denuncia e mi giudica.
Io alla sbarra.
Circondato
Perseguitato
Sputacchiato
Calunniato.
E le signore coi merletti di Bruxelles
Urlano e mi colpiscono in faccia con gli ombrellini.


Mi sembra di essere
Io un ragazzo di Bielostok.
Il sangue ricopre il pavimento.
I brutti ceffi della taverna
Puzzano di vodka e di cipolla.
Io, respinto da uno stivalone, impotente
Supplico invano i teppisti.
Travolto dalle risate:
"Morte ai Giudei, viva la Russia!"
Un mercante di grano violenta mia madre.


O mio popolo russo
Io so che
Tu
In fondo sei internazionalista.
Ma spesso quelli dalle mani impure
Fanno tremare il tuo nome.


Conosco la bontà della tua terra.
Così come vilmente,
Senza batter ciglio,
Gli antisemiti pomposamente proclamano
Se stessi "Unità del Popolo Russo"!

Mi sembra di essere
Io Anna Frank,
Delicata
Come un germoglio d'aprile.
E amo.
E non mi servono parole.
Ho bisogno
di guardarci l'un l'altra.
Quanto poco possiamo vedere,
annusare!
Ci sono vietate le foglie
Ci è vietato il cielo.
Ma si può fare moltissimo
Ed è tenero
Abbracciarsi nel buio della stanza

Io non ho parole tanto belle per commemorare un’infamia tanto grande, ma non farò mancare le povere parole di cui dispongo per ricordare e far ricordare. Perché nessun albero può dare foglie e fiori e frutti se le sue radici non affondano ben salde nel terreno. E nessun essere umano può avanzare verso il futuro se perde memoria del passato.





barbara

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La luna e il suo bardo


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Un proposito:
io vedo, io sento, io parlo.
 

 
Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









QUESTO BLOG È SIONISTA










... e invece niente

 Thousands of Deadly Islamic Terror Attacks Since 9/11 


Non riuscirete a fermarci!










Anna Politkovskaja: non perdoniamo
e non dimentichiamo




Reduci dai campi di sterminio nazisti





giù le mani dalle donne








Make love, not peace!




Poesia pura



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        questa sono io


questa è una cosa che amo


     e questa è un'altra



Pillole di saggezza
Take it easy. But take it.

La miglior vendetta è la vendetta.


Sholem Aleichem
Cantico dei Cantici
ed. Belforte
traduzione di Sigrid Sohn e Barbara Mella


sessantenne d'assalto
   

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