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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 settembre 2008

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Desidero ringraziare sentitamente il figlio di puttana che ha avuto la brillantissima idea di allargare una discussione PRIVATA a un miliardo di destinatari – alcuni dei quali hanno energicamente protestato per questo sconsiderato, non richiesto e non gradito inserimento – per lo più a me sconosciuti, incluso anche un forum del quale NON faccio parte – e al quale, quindi, non ho accesso per poter replicare -, CON TUTTI GLI INDIRIZZI IN CHIARO. Il risultato, ovvio, prevedibile (previsto? Desiderato? Programmato?) è stato di ritrovarmi la casella postale arricchita di una non indifferente quantità di spam. Caro/a amico/a, chiunque tu sia, possa il Signore remunerartene come meriti, amen.

barbara


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30 settembre 2008

UN VOLO MAGICO

La guerra è sporca, si sa, brutta sporca e cattiva. A volte capita che sia necessaria, ma questo non basta a ripulirla: tutte le guerre sono sporche. Non, però, tutte allo stesso modo: se è vero che tutte le guerre sono sporche, è vero anche che alcune lo sono più di altre. Le guerre coloniali, per esempio: non una disputa sui confini (questo pezzo qui è mio), non una rivendicazione storica (qui ci stavamo prima noi), non un conflitto ideologico (il mio sistema è più giusto del tuo) ma un puro e semplice entrare in casa d’altri, una casa in cui mai eravamo stati prima, con cui mai nella nostra storia abbiamo avuto a che fare, alla quale niente ci lega, sulla quale non possiamo vantare rivendicazioni di alcun tipo, e dire Qui da oggi comandiamo noi. E allora, è possibile, su una materia così sporca, costruire una fiaba? Sì, se si possiede una quantità esagerata di arte – e Giovanna Giordano la possiede. Ed ecco dunque il postino del cielo, l’uomo che sul suo Caproni sorvola in lungo e in largo l’Abissinia, a consegnare messaggi, a portare lettere, a incontrare il Negus e ogni sorta di personaggi più o meno plausibili e tutti, però, a loro modo veri. Ci sono anche le cose brutte, sì

La terra di Neghelli era stata bombardata per 668 ore con 40 tonnellate di esplosivo. Sul nemico. Un nemico scalzo a dorso di cammello.

«Abbiamo vinto» diceva Uragano.
«Queste non sono vittorie. Direbbe forse un’aquila di avere sconfitto un colibrì?» gli rispondeva Beba.


Ci sono la morte e il sangue e la terribile strage di Addis Abeba e altro ancora, e tuttavia rimane una fiaba lieve intrisa di poesia, disegnata con la mano leggera di chi, anche fra le peggiori brutture, non perde la capacità di sognare, di guardare il cielo, e di sperare in un futuro migliore e riesce, così, a regalarci un libro quasi magico.

Giovanna Giordano, Un volo magico, Marsilio



barbara


29 settembre 2008

SHANÀ TOVÀ

Shanà tovà a tutti, con le immagini del grande Lele Luzzati



e di Adriana Ferrari.


Felice festa a tutti.

barbara


29 settembre 2008

QUELLA PAURA DI SCIVOLARE NEL POLITICAMENTE SCORRETTO

Credo che questo sia il momento giusto per rileggere questo vecchio articolo che avevo messo da parte.

L'8 marzo si può festeggiare in molti modi. Occupandosi dei diritti delle donne, senza paura di scivolare nel politicamente scorretto, come è successo nel caso Hina

Come sempre, l'8 marzo offre molti spunti. Si può (a) parlare delle donne che vanno insieme in pizzeria e poi a vedere spogliarelli maschili; (b) lamentarsi molto perché ci sono ancora pochissime donne ministro e amministratore delegato; (c) ricordarsi che molte donne, anche da noi, non aspirano a ministeri e stock options; ma solo a uscire di casa, a non uscire solo accompagnate e coperte dalla testa ai piedi; e poi a non farsi menare (importante) o uccidere. L'opzione (c) è la meno gettonata. Perché sono donne difficili da raggiungere, perché vengono da culture diverse dalla nostra; perché accusare di maltrattamenti uomini di culture diverse, quasi sempre immigrati, può far sentire razziste. E islamofobiche, quando una donna è vittima di un musulmano si teme di scivolare nel politicamente scorrettissimo, o peggio. È un timore forte a sinistra, anche tra quel che rimane del movimento femminista. La scorsa estate, quando la Hina fu sgozzata dal padre, qualcuno notò le scarse reazioni; una femminista storico-sventata rispose «beh, il guaio è che è successo ad agosto, quando siamo tutte in vacanza», e non fu una bella figura. La brutta figura è continuata con il funerale (niente femministe, nessuna eletta dal popolo tranne Daniela Santanchè di An) e ora con il processo: nessuna organizzazione di donne si è costituita parte civile. Sulle femministe non c'è molto da infierire: già decenni fa il movimento si era ripiegato su sé stesso e sul «pensiero della differenza» ed era imploso. Sulle donne — e uomini — di sinistra ci sarebbe da dire di più. Delle immigrate si occupano poco o nulla. Non è un'anomalia italiana, anzi: in Germania avvocate come la turco-tedesca Seyran Ates hanno smesso di esercitare causa minacce; dall'Olanda Ayaan Hirsi Ali, sceneggiatrice del film Submission che costò la vita a Theo Van Gogh, è dovuta scappare; ora sta a Washington, in una fondazione conservatrice. E spesso è un paradosso, lo è nel caso di Hirsi Ali che si definisce «illuminista» e teorizza i danni alle donne del bigottismo religioso. Ma tant'è. E tanto vale riflettere. Chiedendosi di quale aiuto hanno bisogno le donne immigrate; come fa, isolata e benemerita, Susanna Camusso, capo della Cgil Lombardia, non a caso una sindacalista. Chiedendosi se lavorare per le donne è solo puntare al «potere rosa» o attorcigliarsi in un femminismo introspettivo; o se essere femministe — di destra e sinistra — oggi non voglia dire occuparsi dei diritti di tutte le donne che ancora ne hanno pochi. Sono la maggioranza, nel mondo, e a guardarsi in giro la situazione non migliora. Buon 8 marzo, comunque.
Maria Laura Rodotà
08 marzo 2007

Niente da aggiungere: ha detto tutto lei, e molto meglio di come lo potrei dire io.



barbara


29 settembre 2008

O MAMMA MAMMA

Stasera ho sentito alla radio un’intervista a Daniela Santanchè. Era la prima volta che sentivo la sua voce, e la mia reazione è stata, appunto, “o mamma mamma”. E pensare che, con la scusa di essere stata sposata con un chirurgo estetico di lusso, è convinta di essere una signora di classe



– ma anche la convinzione di essere una signora tout court sarebbe già di suo una cosa grossa un gran bel po’. E come se non bastasse è anche convinta di essere bella, no, dico, ma vi rendete conto?



Ma questo, diciamolo, è ancora niente. Il fondo si tocca nel momento in cui ci si guarda intorno e si è costretti a realizzare che lei è l’unica. L’unica a darsi concretamente da fare per tentare di strappare all’inferno le donne musulmane. L’unica, qualche mese fa, a presentarsi al processo agli assassini di Hina. L’unica a mettersi personalmente in gioco – e non dimentichiamo che è un gioco in cui si rischia. E molto. E le sinistre, quelle che per definizione dovrebbero avere come unico obiettivo la realizzazione di condizioni di giustizia ed equità, dove sono? E le femministe storiche, quelle che l’utero è mio e me lo gestisco io, quelle di dito dito orgasmo garantito e gli uomini fuori dai coglioni che non ne abbiamo bisogno, quelle dell’osceno gesto di pollice e indice uniti che immagino significhi la passera al potere e voi uomini sotto lo zerbino che quello è il vostro posto, dove sono?
Adesso apprendiamo che Malalai, la più nota poliziotta afghana, è stata assassinata dai talebani. Si occupava dei crimini contro le donne, chiaro dunque che meritava di morire. Reazioni? Per il momento nessuna. Per Hina le femministe hanno saggiamente spiegato che non potevano prendere posizione perché erano tutte in vacanza, adesso cosa si inventeranno? Aspetto comunque che qualcuno venga dottamente a spiegarmi che in ogni caso non è poi così scandaloso che l’abbiano fatta fuori, perché quella dopotutto è la loro cultura, e chi siamo noi per criticare, e noi abbiamo le puttane in strada e le veline mezze nude in televisione, e anche noi settantamila anni fa, e l’Inquisizione e Galileo e le Crociate e i ghetti e il delitto d’onore e il ratto delle Sabine ed Enea che ha piantato in asso Didone e andate affanculo tutti quanti che io di queste troiate ne ho i coglioni pieni. È un post sgangherato? Bene, così è e così ve lo beccate, e non rompete i coglioni, che oggi non è aria davvero.



barbara


28 settembre 2008

È LECITO GIOIRE DELLA MORTE DI QUALCUNO?

Beh, qualunque sia il vostro responso, io sto gioendo, e tanto anche, per la sua morte, e per le circostanze in cui è avvenuta.

Con un colpo di pistola alla testa si è ucciso a Langen, in Assia, Karl Franz Tausch, il "boia di Bassano del Grappa". E’ successo giovedì 25 alla vigilia dell’anniversario della strage del ’44. Il giorno prima Tausch, in una intervista apparsa sulla Frankfurter Rundschau aveva accusato la stampa italiana di avergli aizzato contro la gente del suo paese. Raccontava di essersi sentito respinto dai cittadini italiani che abitano a Langen, di avere subito un vero e proprio mobbing, addirittura di avere udito oggetti lanciati contro le serrande della sua abitazione. All'inizio di questa settimana gli sarebbero corsi dietro due ragazzini per dirgli: "Gioisci per venerdì prossimo". Poveretto. [continua].

Come diceva il buon Renzo, “C’è giustizia finalmente”. Un paio di giorni di pena, di “mobbing” non è certo granché per un crimine come quello da lui commesso, ma è pur sempre un conforto sapere che è arrivato il momento in cui anche lui si è sentito scoperto, inseguito, braccato, raggiunto. Il momento in cui ha visto innalzarsi il muro di fronte a sé e ha sentito che la strada era finita, che non aveva più scampo, che l’ora di pagare il conto era giunta. Non riposi in pace e la terra gli pesi come un macigno (grazie a fpg50 per la segnalazione).

barbara


28 settembre 2008

QUESTO BLOG

lo si sappia, sostiene quasi

incondizionatamente il ministro

gelmini.



barbara


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28 settembre 2008

UN LIBRO DA LEGGERE

 

Dick Boice aveva previsto di vendere la sua casa e di spostarsi in Arizona con la moglie per godersi la pensione.

Consulente di una piccola azienda che lavora per la IBM, Boice aveva messo in vendita la sua villa in stile coloniale a Blue Spring, nel Missouri, per 300.000 dollari. Un bel gruzzolo che, sommato alla rendita del fondo pensione, gli avrebbe permesso di uscire dal mondo del lavoro e guardare con tranquillità al futuro.

Invece il primo gennaio 2008, il giorno del sospirato pensionamento, Boice era seduto alla scrivania nell'ufficio di Kansas City. Sulla porta della villa ancora appeso il cartello bianco con la scritta rossa «for sale», il prezzo sceso a 250.000 dollari, pochi i visitatori e nessuno disposto a sborsare la cifra originaria per acquistare la proprietà. […]

La storia del 59enne consulente informatico del Missouri è un'istantanea per nulla sfocata dell'America che corre verso le presidenziali di novembre: una locomotiva dell'economia mondiale la cui marcia settimana dopo settimana, dalla fine dell'estate 2007, si è fatta più affannosa. Una nazione frenata dalla crisi dei mutui subprime e del mercato immobiliare, zavorrata dall'aumento del prezzo dell'energia, delle materie prime e dell'inflazione, preoccupata dalla riduzione dei consumi che hanno costretto Casa Bianca e Dipartimento del Tesoro a correggere le stime di crescita al ribasso. E con l'incubo recessione in agguato. »

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In questo clima economico il 4 novembre 110 milioni di americani sceglieranno il successore di George W. Bush. La maratona per la Casa Bianca, dopo quasi due anni di campagna elettorale, avrà finalmente un vincitore.

Prevarranno la freschezza e la voglia di cambiamento di Barack Obama, quarantasettenne senatore dell'Illinois, o il riformismo e l'esperienza del veterano del Vietnam, il settantaduenne conservatore John McCain?

EDIZIONI LINDAU

PRESENTANO

JOHN SAMPLES e ALBERTO SIMONI

LA CORSA PIÙ LUNGA

Obama VS McCain: due visioni, una nazione

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Edizioni Lindau / collana «I Draghi» / pagine 200 / euro 17

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DAL 12 SETTEMBRE, IN LIBRERIA

« C'è chi guarda all'America e alle sue elezioni accontentandosi di luoghi comuni, stereotipi e qualche titolo di giornale, oltre che dei propri pregiudizi. Samples e Simoni offrono a chi non si accontenta qualcosa di diverso: un'analisi degli Stati Uniti e dei candidati alla Casa Bianca rigorosa, documentata e ricca di idee. Le elezioni 2008, tra le più avvincenti da decenni, segnano una svolta storica e meritano di essere capite e giudicate a fondo. È la proposta di queste pagine: non solo una guida al voto più seguito del pianeta, ma anche un viaggio alla scoperta dell'America di oggi. E di quella che verrà. »

Marco Bardazzi, corrispondente dell'«Ansa» da Washington

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« Una guida chiara, semplice e affidabile alle elezioni per la Casa Bianca e all'America di oggi. Gli autori combinano efficacemente una notevole mole di dati sul paese e un dettagliato esame dei programmi dei candidati. Ne risulta un libro utile a capire cosa accadrà alla superpotenza che, nel bene e nel male, continua a dettare il passo del mondo. »

Andrea Lavazza, caporedattore ed editorialista di «Avvenire»

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Quella tra Barack Obama e John McCain è certamente una sfida fra generazioni e stili diversi, ma è soprattutto uno scontro fra due modi di percepire l'America.

McCain e Obama parlano con linguaggi differenti ai mille volti e agli infiniti angoli della nazione. Si rivolgono a un'America spaventata dalla situazione economica, alle prese con l'insicurezza prodotta dallo scoppio della bolla immobiliare, ma ancora solida nel suo ottimismo e bramosa di voltare pagina e di lasciarsi alle spalle i giorni bui del dopo 11 settembre.

I due candidati vogliono apparire come personaggi lontani dai cliché ideologici, estranei al vecchio schema destra-sinistra, repubblicani contro democratici. Tuttavia il loro sforzo non è pienamente riuscito. John McCain è pur sempre un conservatore allergico all'intrusione del governo nelle vicende economiche, custode (senza lo zelo messianico di Bush) dei valori tradizionali, e fiero del ruolo svolto dalla nazione sullo scacchiere internazionale. Obama è invece per molti tratti un democratico della vecchia scuola «tassa e spendi», progressista quasi nel senso europeo del termine su alcune questioni, pragmatico su altre; forse persino un «falco» in politica estera.

John Samples e Alberto Simoni scrutano fra le pieghe dei programmi elettorali, spiegano regole e meccanismi delle elezioni, raccontano il gioco «sporco» delle lobbies e la battaglia delle associazioni di volontariato, confrontano ideali e interessi, pesano capitali e strategie ma soprattutto guardano in faccia gli americani di questo inizio millennio, quella società civile che è l'autentica ricchezza dell'America.

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gli autori

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John Sample è direttore del Center for Representative Government al Cato Institute di Washington. È professore associato di scienze politiche alla Johns Hopkins University. Ha scritto The Fallacy of Campaign Finance Reform (2006). Suoi articoli sono stati pubblicati su «USA Today», «The New York Times» e «Los Angeles Times».


Alberto Simoni, giornalista, lavora alla redazione esteri del quotidiano «Avvenire» per il quale si occupa di politica americana. Ha pubblicato Cambio di rotta. La Dottrina Bush e la crisi della supremazia americana (Lindau, 2007) e George W. Bush e i falchi della democrazia. Viaggio nel mondo dei neoconservatori (2004). Cura il sito www.blogwolfie.com

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indice dell'opera

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LA CORSA PIÙ LUNGA

5 Prologo

11

Un sogno chiamato Casa Bianca

Distratti e pragmatici: gli elettori americani, 11

Sondare il terreno, 12

Scontro fratricida: le primarie, 18

Nomination, un investimento a rischio, 27

Appuntamento a Denver e a Minneapolis, 30

Verso l'«Election Day», 33

Correre da «incumbent» e l'incognita dell'economia, 37

«Spin doctor» e comunicazione: la via del successo, 40

Dibattiti, televisioni e ruolo dei media, 44

Dalle promesse alla Casa Bianca, 46

49

1. Al voto con l'incubo recessione

Wall Street detta l'agenda, 49

Lo «small government» di McCain, 59

La retorica neoprotezionista di Obama, 79

Un liberal «tassa e spendi», 89

Pragmatismo e ideologia: lo scontro sulla sanità, 95

111

2. I mille volti dell'America

Gli immigrati di Storm Lake, 111

A caccia del voto ispanico, 117

Un afroamericano alla Casa Bianca?, 125

Un conservatore apostata, 135

Matrimoni gay e aborto: le due Americhe, 144

In Gop we trust, 152

163

3. L'America guida del mondo

L'idealismo realista di John McCain, 163

A tavola con il nemico, 178

191

Indice dei nomi

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dal libro

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Capitolo 1

Al voto con l'incubo recessione

Wall Street detta l'agenda

Dick Boice aveva previsto di vendere la sua casa e di spostarsi in Arizona con la moglie per godersi la pensione. Consulente di una piccola azienda che lavora per la Ibm, Boice aveva messo in vendita la sua villa in stile coloniale a Blue Spring, nel Missouri, per 300.000 dollari. Un bel gruzzolo che, sommato alla rendita del fondo pensione, gli avrebbe permesso di uscire dal mondo del lavoro e guardare con tranquillità al futuro.

Invece il primo gennaio 2008, il giorno del sospirato pensionamento, Boice era seduto alla scrivania nell'ufficio di Kansas City. Sulla porta della villa ancora appeso il cartello bianco con la scritta rossa «for sale». Il prezzo sceso a 250.000 dollari. Pochi i visitatori, nessuno disposto a sborsare la cifra originaria per acquistare la proprietà. Nel 2007, d'altronde, la spesa per le abitazioni residenziali è calata di quasi il 17%, la peggior prestazione dal 1982, e anche la famiglia Boice ha pagato il conto della contrazione. Nel primo semestre del 2008 i prezzi delle case sono crollati del 14% rispetto all'anno precedente e l'attività del mercato immobiliare nel suo complesso ha registrato i livelli più bassi dal 1991.

Secondo le stime del Dipartimento del Lavoro, 212.000 persone fra i 55 e i 64 anni (0,2% in più rispetto al 2007) nel 2008 hanno seguito l'esempio del signor Boice. Per il «New York Times» la percentuale di chi è sicuro che ce l'avrebbe fatta a tirare avanti con la sola pensione è ferma al 43%; il 57% è diviso fra scettici e pessimisti.

La storia del 59enne consulente informatico del Missouri è un'istantanea per nulla sfocata dell'America che corre verso le presidenziali di novembre: una locomotiva dell'economia mondiale la cui marcia settimana dopo settimana, dalla fine dell'estate 2007, si è fatta più affannosa. Una nazione frenata dalla crisi dei mutui subprime e del mercato immobiliare, zavorrata dall'aumento del prezzo dell'energia, delle materie prime e dell'inflazione, preoccupata dalla riduzione dei consumi che hanno costretto Casa Bianca e Dipartimento del Tesoro a correggere le stime di crescita al ribasso. E con l'incubo recessione in agguato.

Tecnicamente l'andamento dell'economia Usa si è sempre mantenuto in territorio positivo, fuori dall'abbraccio mortale della crescita sotto zero. Il trend rialzista, pur fra slanci e frenate, dura dal 2002. Ma la percezione degli statunitensi è diversa. Troppi «fenomeni» – la crisi dei mutui, la debolezza del dollaro, l'aumento del prezzo del greggio per citare i più macroscopici – remano contro la fredda razionalità dei numeri. Il tentativo del presidente Bush di tranquillizzare l'opinione pubblica sembra vano. Per le famiglie americane alle prese con le rate del prestito schizzate in alto e l'assicurazione sanitaria sempre meno a «buon mercato», che il paese sia tecnicamente in fase di recessione o lambisca solo l'abisso è una magra consolazione. I conti a fine mese non quadrano e la middle class, l'indicatore più affidabile degli umori del paese, è in ritirata.

[…] Se le elezioni del 2004 furono le prime del post 11 settembre e la sicurezza nazionale risultò il tema decisivo, nel 2008 l'America è tornata a vivere una dinamica elettorale maggiormente tradizionale: il portafoglio conta più dello scacchiere mondiale. Quando l'America ha paura vota repubblicano, quando l'economia vacilla si affida ai democratici, recita un vecchio adagio della politica Usa. Nel 1992, il guru elettorale di Bill Clinton, James Carville, affisse un cartello nella sala riunioni del comitato centrale della campagna del governatore dell'Arkansas con la scritta «It's the economy, stupid». Clinton si sintonizzò con l'America. Bush senior, il vincitore della Guerra del Golfo e l'artefice del disgelo fra israeliani e palestinesi, rimase prigioniero dei suoi successi in Medio Oriente e non riuscì a spiegare agli americani che, in autunno, la recessione era praticamente conclusa.

Obama e McCain potrebbero chiedere a Carville di cedere i diritti d'autore dello slogan da usare come promemoria. Nella campagna elettorale ricordarsi dei pendolari e delle tute blu, di chi è rimasto stritolato dalla globalizzazione e da chi è alle prese con i premi delle assicurazioni sanitarie servirà per entrare alla Casa Bianca dalla porta principale il 20 gennaio 2009.

Lo «small government» di McCain

Per quanti sforzi faccia nel mostrarsi sicuro di sé, l'economia non è esattamente nelle corde di John McCain. O almeno non quanto la sicurezza nazionale. Irwin Stelzer, che dirige gli studi economici dell'Hudson Institute, ha detto che la proposta politica del candidato repubblicano si fonda su tre pilastri: tassazione bassa, rapida crescita economica e libero mercato. Da ammiratore di Theodore Roosevelt, il senatore dell'Arizona ritiene che l'America debba essere una grande nazione e la protagonista sulla scena internazionale. La politica interna è indissolubilmente legata al ruolo degli Stati Uniti nel mondo. Una crescita economica vigorosa e stabile è il veicolo più adatto per esaltare la grandezza nazionale e legittimare la supremazia globale.

Gli indicatori economici in ribasso, quelli della disoccupazione in rialzo e il bubbone dei mutui subprime hanno costretto McCain a cambiare il registro della campagna elettorale e dedicare più tempo ed energia a occuparsi del portafoglio degli americani, della liquidità delle aziende e degli sprechi del governo. Non tutti erano pilastri portanti della sua piattaforma per inseguire lo Studio Ovale. Ha detto in marzo a un gruppo di giornalisti: «Se l'America non vince in Iraq, anche la mia campagna è destinata ad andare male». Non è più così. Benché legate al successo della missione irachena, le sorti del candidato repubblicano dipendono anche dalla sua risposta ai consumatori, ai lavoratori, al mondo del business; non dai body bags nei quali tornano i soldati morti in Iraq. D'altronde – come con sottile ironia gli hanno spesso ricordato i democratici – «si sceglie il presidente, non il segretario della Difesa».

McCain ha impiegato un po' a dismettere i panni del candidato della sicurezza e della politica estera. In Michigan, mentre il suo rivale per la nomination del Partito repubblicano Mitt Romney rassicurava i dipendenti della General Motors che avrebbe riportato alla base tutti i posti di lavoro sfumati, il senatore dell'Arizona spiegava che quella promessa era inattuabile e che gli sforzi della sua Amministrazione si sarebbero rivolti alla creazione di impieghi hi-tech, alla formazione di nuove figure altamente specializzate e alla ricerca e sviluppo. Non è tempo, disse agli operai della Gm e alla miriade di piccoli imprenditori che vivevano sull'indotto delle grandi industrie della zona, di sperare nel rilancio di un settore fiacco che negli anni ha smarrito la forza dell'innovazione e il gusto della sfida. È tempo di voltare pagina: di pensare a macchine eco-compatibili e a basso consumo, di investire in ricerca e di colmare, con la tecnologia, il gap con i competitors in Cina, Giappone, Sud Corea e persino Europa. Un programma realista da straight talker (chi parla chiaro), condiviso da molti analisti che denunciano la mancanza di investimenti delle industrie Usa, ma scarsamente efficace in campagna elettorale. In Michigan infatti vinse Romney.

Ai proprietari di casa che avevano contratto un mutuo è andata anche peggio: sono stati accusati di voler comprare abitazioni che non potevano permettersi. Poi, dopo la raffica di critiche e le accuse di insensibilità, la correzione in corsa: «Sono impegnato ad aiutare chi lo merita e a vagliare le proposte per farlo». Non è cinismo o indifferenza. Più semplicemente McCain ha dato voce a uno dei dogmi per eccellenza dei conservatori. Ovvero lo small government, il governo ristretto, quello che limita le sue interferenze nella società e nell'economia e che si tiene per sé pochi ma fondamentali poteri. Ciò si basa su un principio fondamentale per gli statunitensi: a detenere il potere, l'ultima parola è l'individuo, non lo Stato. Gli europei tendono a ricorrere allo Stato per combattere la povertà, smussare le differenze, creare programmi sociali, gestire la sanità e l'istruzione. L'America invece ha una visione opposta: c'è una distinzione netta fra i poveri che meritano di essere aiutati e quelli che invece non lo meritano. Soltanto tre statunitensi su dieci sono completamente d'accordo sul fatto che il governo abbia la responsabilità di soccorrere i poveri. L'America offre le speranze, i mezzi e gli stimoli perché uno possa rimettersi in carreggiata. Lo Stato assistenzialista invece è percepito come un organismo che aiuta le persone a proseguire nei comportamenti autodistruttivi. Quando Bush firmò la seconda tornata di tagli fiscali nel 2003, l'economista liberista Milton Friedman disse che la sforbiciata era giustificata dal semplice fatto che avrebbe agevolato il processo verso la creazione di un governo ristretto. McCain, pur con quella che è sembrata come minimo un'infelice esternazione, altro non ha fatto che collocarsi nel solco della tradizione repubblicana, storicamente il partito del rigore fiscale e della contrazione della spesa pubblica.

Tuttavia, quando una campagna elettorale coincide con una congiuntura sfavorevole a Wall Street, la tradizionale battaglia «ideologica» fra i sostenitori della spesa pubblica, come i democratici, e quanti invece vogliono contrarre il ruolo del governo, i repubblicani, diventa più confusa e dai confini incerti. Oggi la linea di demarcazione non è tanto se il governo federale abbia l'obbligo d'intervenire, ma chi debba contribuire a salvare: il sistema creditizio (e la mossa della Fed per Bear Stearns ne è l'esempio più fulgido) o gli americani che per colpa, irresponsabilità, ingenuità o sfortuna si sono trovati a dover ricorrere ai food stamps, agli assegni di disoccupazione e a rinunciare a mandare i figli al college per pagare le rate del mutuo? La differenza – come ha sottolineato William A. Niskanen, chairman del Cato Institute – «è che i democratici sono più propensi a proteggere gli individui, i repubblicani invece la tenuta del mercato».

Gli statunitensi sono in genere riluttanti a imbrigliare il mercato. Se lo fanno è perché si è in presenza di circostanze gravi; dalla recessione a violazioni gravi delle regole da parte di qualche soggetto. Theodore Roosevelt, all'inizio del '900, fece introdurre le leggi antitrust e applicare la legge Sherman del 1890 per smantellare i monopoli; Franklin D. Roosevelt ha costituito la Sec (Securities and Exchange Commission - Società di controllo della Borsa); ed è del 2002 il Sarbanese-Oxley Act, che obbliga le compagnie, per prevenire un bis del crack della Enron, ad accelerare la presentazione dei report finanziari secondo criteri rigidi e trasparenti, in modo da tutelare i risparmiatori e gli investitori. Lo stesso McCain, per arginare le critiche, ha chiesto al Dipartimento di Giustizia di aprire un'inchiesta per fare luce sul comportamento delle società erogatrici di mutui ad alto rischio.

L'intervento federale per contenere l'emorragia legata alla crisi immobiliare e dei mutui facili evidentemente rientra nella casistica nella quale l'aiuto al mercato a tirarsi fuori dai guai è ben accetto. Democratici e repubblicani hanno trovato un'intesa su come procedere mescolando le due ricette. In febbraio è stato varato dal Congresso un pacchetto di stimoli per l'economia e per rilanciare i consumi di 168 miliardi di dollari spalmati in due anni fra sussidi, sconti fiscali e tagli alle imposte. In aprile si è aggiunto un provvedimento per espandere gli aiuti governativi a 150.000 americani colpiti dalla crisi dei mutui facili. La differenza fra i due partiti, a grandi linee, sta nel fatto che i democratici avrebbero voluto un impegno ancora maggiore. Il senatore Chris Dodd e il deputato Barney Frank, ad esempio, hanno lavorato su una proposta che prevedeva un'assicurazione governativa sui mutui fino a 400 miliardi di dollari, pari in pratica al buco di 2 milioni di famiglie. La Casa Bianca ha bocciato l'ipotesi perché troppo dispendiosa. McCain pure. Comunque lo sforzo dell'Amministrazione repubblicana è stato imponente. Bush, spalleggiato anche dal candidato McCain, ha infatti sostenuto uno dei più massicci interventi federali nell'economia degli ultimi 70 anni: ovvero la decisione della Fed di prestare 400 miliardi di dollari alle banche e alle società finanziarie di Wall Street. A questo si aggiunga il via libera allo stanziamento di un fondo speciale di 3,9 miliardi di dollari per le due agenzie semi-pubbliche che erogano gran parte dei mutui, Fannie Mae e Freddie Mac, sul quale Bush a rinunciato a porre il veto.

Il «Wall Street Journal» ha scritto che battere il tasto del «governo ristretto» è per McCain ciò che la riduzione delle tasse è stata per Bush nella campagna del 2000: il cuore del messaggio. L'ormai consolidato slogan elettorale conservatore che fa perno sulla riduzione fiscale, oggi ha perso parte dell'appeal presso la classe media e gli indipendenti per tre motivi: le tasse, dai picchi di qualche anno fa, sono scese dopo i tagli del 2001 e del 2003; la crisi economica ha parzialmente eroso i vantaggi delle buste paga più pesanti, e le attenzioni si sono spostate su altri temi.

[…] McCain deve e vuole confrontarsi con questa realtà ma senza rinunciare al suo stile, alla sua unicità, al suo essere un conservatore anomalo, la cui adesione all'ortodossia è a corrente alternata. E il suo bacino elettorale annovera moderati e indipendenti. Ecco perché il linguaggio nelle primarie, così come nel faccia a faccia con Obama per la meta più ambita, si modula e si conforma all'ambiente. In Michigan l'economia, nella South Carolina lo small government, nel New Hampshire, bastione repubblicano circondato da roccaforti democratiche, ancora altri temi. Meno polarizzanti, più bipartisan. La sfida, come sempre, sta nella sintesi. Perché come notava il «New York Observer»: «Oggi persino molti repubblicani si sono sintonizzati sulla lunghezza d'onda dell'interventismo federale». David Brooks, uno dei commentatori conservatori del «New York Times», ha scritto che il Partito repubblicano deve cominciare ad andare oltre i tagli alle tasse e cambiare il modo in cui giudica, vede e valuta l'intervento federale. Sull'ambiente, l'energia e sui grandi temi di interesse globale – è la tesi di Brooks, ma anche di tanti altri vicini alle posizioni neoconservatrici, come David Frum 12 – lo Stato non può limitarsi a essere uno spettatore, ma deve recitare un ruolo da attore protagonista.

Su queste basi poggia la forza, che se usata male ne diventa il limite, di McCain. Non essere un custode fedele del credo conservatore gli procura consensi e simpatie fra moderati, indipendenti e pragmatici, che ritengono lo small government un atteggiamento non sempre virtuoso. O quantomeno non qualcosa cui dovrebbe indirizzarsi un odio ideologico e preconcetto. Come ha scritto il «Weekly Standard», «Mac» seduce gli elettori quando attorno ai pilastri conservatori unisce l'indignazione. Il governo non può essere smisurato, allargato e intrusivo come quello creato da George W. Bush; ma non per questo deve essere insensibile ai problemi della classe operaia, della middle class e degli svantaggiati. Nel 1994 alcuni conservatori scherzavano sulle dimensioni del governo: lo volevano restringere così tanto – la battuta più in voga a Capitol Hill – da poterlo gettare nello scarico del bagno. Con New Orleans devastata dall'uragano Katrina, l'America, anche conservatrice, ha capito che ci sono cose che solo il governo può fare. La sfida è gestirlo bene, non «eliminarlo». Dove Obama predica un maggiore coinvolgimento dell'Amministrazione per calmierare i costi delle assicurazioni sanitarie e migliorare l'educazione, o la longa manus federale nel mercato finanziario, McCain resta al di qua del fosso, senza per questo rinunciare a una vena di populismo, all'istinto riformatore spesso sopra le righe che gli è valso il soprannome di maverick (cane sciolto), ma anche apprezzamenti bipartisan.

D'altronde che questo approccio sia la cifra dell'agire di McCain lo testimoniano l'impegno e le battaglie passate. Nel gennaio del 2006, intervenendo a un talk show radiofonico, il senatore dell'Arizona disse che l'Amministrazione avrebbe dovuto pensare alla creazione di programmi federali in linea con le esigenze e le necessità del XXI secolo. Programmi da pagare con i soldi dei contribuenti: «L'attuale livello di imposte non può coprire il tipo di governo che gli americani si sono abituati ad avere». Lungi dall'aumentare la pressione fiscale, il punto di equilibrio nel 2006 per McCain era determinato dal compromesso fra un governo ristretto che taglia i rami secchi, e una tassazione innovativa ed efficace in grado di finanziare quei progetti di spesa di cui la nazione all'alba del terzo millennio non può fare a meno.

Ma toccare il tasto «tasse» è l'anticamera della sconfitta. Almeno se non si promette di abbassare le aliquote. Bush senior giurò che non avrebbe alzato le imposte. Poi fu costretto a toccare l'imposizione fiscale per far ripartire il paese dopo la flessione di un semestre fra il 1991 e il 1992, e perse la presidenza.

Se lo small government è il cavallo di battaglia di McCain, per dirla con il «Wall Street Journal», il piano fiscale è l'arma con cui mettere definitivamente a tacere i mugugni del grande business e di quelle ampie fette della composita galassia conservatrice che dubitano delle sue credenziali. Per rafforzare l'immagine di conservatore doc in materia fiscale, McCain si fa aiutare da amici, esperti, politici navigati e manager con il pedigree. Appaiono tutti sul palco con lui, lo circondano, annuiscono e applaudono i passaggi chiave degli interventi. Jack Kemp lo ha accompagnato per settimane in giro per l'America tessendone le lodi e definendolo un fiscal hawk, un duro sul contenimento delle spese. Carly Fiorina, ex amministratore delegato della Hewlett-Packard, è il link con il mondo delle grandi industrie. E poi ci sono personaggi come il senatore Lindsey Graham della South Carolina e ancora il texano Phil Gramm. Quest'ultimo è un campione del liberismo e un ex senatore. Ma anche fonte di imbarazzo. Fu il promotore dell'abolizione nel 1999 della legge Glass-Steagall 13 del 1933, legge che impediva alle banche commerciali di investire in titoli emessi da società private. Abrogando la Glass-Steagall, Gramm ha rafforzato la deregulation: controlli ridotti all'osso e via libera a quelle pratiche di collettivizzazione dei debiti e privatizzazione degli utili che avrebbero messo in ginocchio un decennio più tardi, con i mutui subprime, il sistema del credito e trascinato al ribasso gli indici borsistici di New York e non solo. L'appellativo di «Mr. mutui subprime» 14 che la stampa gli ha affibbiato non giova all'immagine di McCain. L'etichetta è però meritata. Non solo Gramm ha condotto l'offensiva contro la legge del 1933, ma ha proseguito, dopo la fine dell'esperienza al Senato (2003) l'attività di lobbista a favore delle società di credito private e presieduto la task force della Ubs Warburg sui mutui. Fra il 2005 e il 2006 ha fatto pressioni sulla Fed, sul Congresso e sul Dipartimento del Tesoro per perorare la causa delle banche e delle società immobiliari. Per la consulenza ha incassato un assegno di 750.000 dollari.

Ma il guaio maggiore a McCain, Gramm lo ha procurato quando, in un intervento al «Washington Times» del 10 luglio, ha detto che la recessione di cui si parla è più che altro una «recessione mentale» indotta dai media, e se gli americani si lamentano è perché sono una nazione di «piagnucoloni». McCain si è dovuto scusare bacchettando il suo consigliere economico con una buona dose di ironia: «Sto pensando di nominarlo ambasciatore in Bielorussia». Gramm, ovviamente, ha lasciato la campagna del candidato del Gop. […]

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27 settembre 2008

MA QUANTO ERI GRANDE

(e anche bello, diciamolo, da giovane



e anche da meno giovane)



barbara

AGGIORNAMENTO: uno splendido video-tributo qui.


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26 settembre 2008

BASSANO, 26 SETTEMBRE 1944

Ecco il boia di Bassano



Si chiama Karl Franz Tausch, ha 85 anni, vive in una villetta a Langen, in Assia. È autore di una delle più orribili stragi naziste: 31 giovani impiccati agli alberi del corso centrale di Bassano del Grappa il 26 settembre 1944. Lui e gli altri responsabili, tedeschi e italiani, non sono mai stati processati



L'immagine rimarrà indelebile nella storia degli eccidi nazisti in Italia. La foto ritrae trentuno corpi di giovani senza vita che penzolano dagli alberi del lungo viale di Bassano del Grappa. Un impiccato per ogni albero, con i piedi, per alcuni, a pochi centimetri dal suolo.



Appesi a piante che appaiono dei grandi funghi.



Le mani legate dietro, davanti, sul petto, un cartello con la scritta "bandito". Lasciati lì, appesi per venti lunghe ore in segno di spregio e per terrorizzare la popolazione.



Italiani che impiccano italiani al comando di un vicebrigadiere delle SS, Karl Franz Tausch. Una crudeltà consumata a Bassano del Grappa il 26 settembre 1944.
Il boia nella villa a schiera Difficile che anche il "boia tedesco", com'era chiamato Tausch dalla popolazione, abbia scordato quell'immagine a più di 60 anni dal massacro. Sicuramente ci ha convissuto, nella comodità di una villetta a schiera immersa nel verde della cittadina di Langen in Assia, a una trentina di chilometri da Francoforte sul Meno e a meno di 15 da Darmstadt. Basso di statura, poco più di un metro e sessanta centimetri, un fisico appesantito dagli anni, ma ancora estremamente lucido e in forze. Compirà 86 anni il 9 ottobre: è nato nel 1922 a Olmütz, oggi Olomouc, Repubblica Ceca. È dunque un tedesco che proviene dai Sudeti della Moravia, territorio invaso da Hitler nel '39. La casa non si raggiunge direttamente in auto, si trova in un vialetto fra alte siepi, appartata, nascosta anche al poco traffico che scorre a meno di cinquanta metri. Tausch ha lo sguardo fisso, gli occhi imperscrutabili, l'atteggiamento aggressivo. Il tono è di chi è abituato a imporsi. Sulla porta è appesa una streghetta in
stoffa rossa come portafortuna. Sopra due grossi fari da cantiere edile per illuminare l'ingresso, sul retro il giardino curato e in ordine con una vecchia altalena. Dentro casa, una signora di servizio che lo aiuta. Tausch è intento a svuotare l'immondizia nel suo cassonetto, veste una maglietta blu e pantaloni da ginnastica, dal vialetto lo fotografiamo. Alla prima foto gli scappa quasi un sorriso, è sorpreso, poi cerca di evitare l'obiettivo e infine viene avanti ostile. Chiede se abbiamo la licenza, vuole impossessarsi della macchina fotografica. Per tre volte ripetiamo se è possibile parlare con lui e arriva sempre un no secco, duro, inappellabile. Nemmeno vuol sapere di che cosa si tratta. Sprizza rabbia dagli occhi, un ghigno prepotente, strattona, spinge, tira con forza la giacca. Se avesse qualcosa in mano lo userebbe contro di noi. La scena dura pochi minuti. Con gli anni questi ex nazisti allentano la guardia, si sentono più sicuri, pensano di avercela fatta, di essere sfuggiti alla giustizia. Ma sono sempre diffidenti verso chiunque. Il loro passato è una prova che non può essere cancellata. Sull'elenco telefonico di Langen compare un solo Tausch, senza nome di battesimo e indirizzo. Forse una piccola precauzione?
La giustizia distratta Non ha mai pagato il conto con la giustizia per i suoi trascorsi da criminale di guerra. È grazie ad un interrogatorio della magistratura tedesca negli anni Sessanta, in cui compare il suo nome, che arriviamo a lui. È in quella occasione che dichiara la sua residenza a Langen. Un interrogatorio che ora Tausch maledirà. Langen quasi scompare dentro un'immensa pianura che si perde all'orizzonte. Una cittadina con poco più di 36 mila abitanti, il piccolo centro storico racchiuso attorno alla chiesa, domina la parte nuova. E tantissimo verde. Anche il municipio è nuovissimo, governato dal socialdemocratico Frieder Gebhardt, eletto pochi mesi fa. È probabile che a Langen nessuno conosca i trascorsi di questo ex nazista. Eppure in Italia molti conoscevano il massacro di Bassano, c'erano documenti e testimonianze con nomi e cognomi dei nazisti, ma non si è mai voluto risalire ai responsabili per oltre sessant'anni, fino a poche settimane fa quando è stata ufficialmente aperta un'inchiesta dal procuratore militare di Padova, Sergio Dini. Tuttavia molti documenti sono spariti, come sostiene la storica Sonia Residori. Ma il Centro Simon Wiesenthal e lo storico Carlo Gentile, esperto di stragi naziste e consulente di diversi tribunali militari, erano sicuri: Karl Tausch è ancora vivo.
Specializzato nell'antiguerriglia Karl Franz Tausch non ha ancora compiuto 22 anni il giorno degli omicidi: al suo compleanno mancano appena due settimane. È vicebrigadiere delle SS e fa parte del Kommando di Herbert Andorfer, tenente delle SS di stanza a Roncegno in Trentino, mentre Tausch è distaccato a Bassano. Andorfer è un austriaco di Linz, arrivato in Italia nel '43. Il "Kommando Andorfer" è specializzato nell'antiguerriglia. È il tenente che dà l'ordine di uccidere i civili e partigiani, ma chi organizza, detta le modalità, fa eseguire e dà materialmente l'ordine è il boia Tausch. In quei giorni di settembre del '44 è in corso nei paesi del circondario del Grappa, nel Vicentino, una rappresaglia: in codice "Operazione Piave". L'ordine, arrivato dall'alto comando tedesco in Italia, è di uccidere trenta persone per ogni paese attorno al massiccio del Grappa.
L'inganno nazista Però partigiani e molti civili scappano alle prime avvisaglie. E allora Andorfer escogita un micidiale piano per eseguire lo stesso il massacro. Fa affiggere manifesti sui muri dei paesi, promettendo che chi si presenterà spontaneamente avrà salva la vita e lavorerà per l'Organizzazione Todt (civili addetti a lavori militari) o entrerà nella Flak (la contraerea). Ignare del progetto criminale, sono le persone influenti dei paesi come maestri, sindaci e sacerdoti e le stesse madri che invitano i propri figli e i giovani a presentarsi. "L'Operazione Piave" è iniziata da alcuni giorni e il 26 settembre «andavo come sempre a pattinare davanti alla chiesa Delle Grazie di Bassano», ricorda l'avvocato Mario Della Palma, che allora aveva 13 anni. «Ho visto arrivare il camion con questi ragazzi con le mani legate dietro, con loro due soldati tedeschi ». Sul lungo vialone della città c'era silenzio. «Il camion si ferma, ho visto il primo buttato giù, cioè appeso e impiccato e me ne sono andato» impaurito. Prima di venire giustiziati, ai trentuno è praticata un'iniezione per stordirli. Vengono appesi agli alberi di tre vie della città. I cappi sono pezzi di cavi telefonici, le teste vi sono infilate da ragazzini fascisti fra i 16 e i 17 anni delle ex Fiamme bianche, inquadrati nei reparti della Flak. La cima dei cappi è collegata a una lunga fune legata al camion. Il boia Tausch coordina l'esecuzione, dice come mettere il cappio poi dà l'ordine al camion di accelerare. Il camion parte e il cappio si stringe attorno al collo dei trentuno condannati. Chi non muore subito viene preso per le gambe e strattonato con colpi verso il basso da questi giovani fascisti. È quasi mezzanotte quando cala la morte. Fra gli impiccati c'è un uomo con problemi mentali; un ragazzo, Cesare, di 17 anni che si trova sul Grappa per curarsi dalla broncopolmonite; un altro, Giovan Battista, ha appena compiuto 16 anni, mentre il fratello, Giuseppe di 18, è stato fucilato due giorni prima; e un maestro elementare di Mirandola. Un ragazzo di 15 anni viene invece fucilato poco prima alla caserma Reatto, dove sono fatti confluire i prigionieri. Nel plotone di esecuzione c'è un ragazzino di appena 12 anni. Quasi tutti i prigionieri si sono presentati spontaneamente. La caserma si trova adiacente agli uffici di Tausch. Si dice che i carnefici abbiano poi festeggiato all'albergo Al Cardellino e al Caffè Centrale. Forse a bere e a cantare c'è pure Tausch. L'Operazione Piave si svolge dal 20 al 28 settembre, al termine si contano i morti: 264, solo 30 in combattimento. Lo strazio di padri e madri che hanno chiesto ai loro figli di presentarsi spontaneamente ai nazisti è pari a quello dei corpi appesi. E non tutti i corpi vengono ritrovati, alcuni pare siano finiti in fosse comuni e mai trovati.
Il boia ha precedenti Tausch ha una vera passione per gli omicidi. Il 5 gennaio 1945, sempre nel Vicentino, partecipa all'uccisione di tre persone, questa volta sono partigiani. Chi fa il nome di Karl Tausch come il boia tedesco? È l'onorevole Quirino Borin, sindaco di Bassano che prima di morire parla del graduato nazista. Borin conosce molto bene Tausch per essere stato trattenuto a lungo nell'ufficio del Kommando Andorfer proprio da Tausch. Anche lui indica il tedesco sul luogo della strage e sul camion. Che Tausch facesse parte del "Kommando Andorfer" è stato accertato dallo storico Carlo Gentile. La presenza del nazista a Bassano è confermata pure da documenti italiani. Le ultime prove sulla colpevolezza del "Kommando Andorfer" sono state trovate negli archivi di Londra da tre storici: Lorenzo Capovilla, Federico Maistrello e Sonia Residori dell'Istituto per la Storia della Resistenza della Marca Trevigiana e di Vicenza e dell'istituto di Vicenza E. Gallo. È una dichiarazione del '46 di Alfredo Perillo, detenuto, ufficiale di collegamento della Rsi con i tedeschi durante la guerra, nella quale scrive che «l'ordine dell'impiccagione venne dato dal tenente Andorfer ». Il documento non fu mai trasmesso alla giustizia italiana: solo ora è stato consegnato dai tre storici al procuratore militare di Padova Sergio Dini, che ha aperto ufficialmente un'inchiesta a carico di Karl Tausch e Herbert Andorfer. Tuttavia da luglio la procura militare di Padova è stata soppressa e tutte le inchieste sono passate a quella di Verona. La giustizia dimenticherà per la seconda volta il massacro di Bassano? (Paolo Tessadri, L’Espresso, 24 luglio 2008)



Adesso qualcuno ci viene a raccontare che è ora di riabilitare la repubblica di Salò. Di commemorare le vittime di entrambe le parti. Di rispettare le scelte “magari sbagliate” ma compiute in buona fede per l’onore della patria di tanti bravi ragazzi. Io continuerò fino al mio ultimo respiro a combattere gli infami. Io continuerò fino al mio ultimo respiro a tenere viva la memoria della barbarie che ha invaso l’Italia e il mondo intero. Io continuerò fino al mio ultimo respiro a ricordare che leggi razziali e alleanza con la Germania nazista e la guerra (LE guerre, per la precisione: Libia Spagna Etiopia Albania guerra mondiale) non sono stati errori del fascismo bensì l’essenza stessa del fascismo. E sia maledetto chi osa dimenticare.


barbara


25 settembre 2008

COSÌ, GIUSTO PER NON PERDERE IL VIZIO

e non rischiare di dimenticare.



barbara


24 settembre 2008

GIORNALISMO CHE PASSIONE 6

Giornalismo che passione a
(In apertura di notiziario) Naturalmente la notizia del giorno è l’attentato di Islamabad con oltre 60 morti ma prima dobbiamo darvi le notizie sportive. (Notiziario nazionale, 20 settembre 2008).

Giornalismo che passione b
Grave la bambina di 13 anni aggredita da un uomo mentre si trovava in auto con la madre l’episodio è accaduto a Vibo Valentia l’uomo ha assalito l’auto con un bastone la bambina è in prognosi riservata ma ora passiamo al calcio. (Notiziario nazionale, 24 settembre 2008).

Giornalismo che passione c
Un uomo è rimasto ferito cadendo da una parete di roccia artificiale in una palestra. Trasportato all’ospedale, l’uomo è stato trattenuto per essere sottoposto ad accertamenti. Gli accertamenti sono effettuati dai carabinieri. (Rosanna Nannarone, aka Rosi Nanni, Radio NBC, 24 settembre 2008).

barbara


24 settembre 2008

ALLORA, CHI È IL PIÙ SCEMO DEL REAME?

Scrive il Corriere di oggi: “Si è rotto il superacceleratore di particelle che avrebbe dovuto ricreare il Big Bang primordiale”. Allora adesso vorrei sapere: sono scema io che avevo capito che si trattasse di tentare di riprodurre il big bang e invece era un’altra cosa? Sono scemi i giornalisti che continuano a scrivere che si tratta di riprodurre il big bang e invece si tratta di un’altra cosa? È scemo chi mi viene a raccontare che si tratta di un’altra cosa e invece si tratta di riprodurre il big bang? Si tratta del big bang e anche di un’altra cosa contemporaneamente ma i giornalisti non lo sanno perché un complotto demoplutoecceteraeccetera glielo ha tenuto nascosto? Si tratta di un’altra cosa che poi magari come effetto collaterale chissà come chissà perché farà anche deflagrare un big bang con annesso buco nero come optional?
Certo che magari a qualcuno non del tutto ateo potrebbe anche venire la tentazione di pensare che quando il padreterno si è accorto che volevano fregargli il copyright del big bang si è un tantinello incazzato e gli ha mandato un bel fulmine a scassargli la macchinetta.

barbara


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24 settembre 2008

MA VOI VI FIDERESTE?

A metà aprile 1944, il governo repubblicano istituì un Ispettorato generale per la razza e ne nominò Preziosi ispettore generale. Il neonominato si mise subito all'opera e, il 15 maggio successivo, presentò al duce un progetto di legge razziale, elaborato sulla falsariga delle leggi di Norimberga.
Il progetto stabiliva che erano di sangue italiano i citta­dini italiani i cui ascendenti, residenti in Italia almeno dal 1° gennaio 1800, fossero stati di razza ariana e immuni da incroci con ebrei o con altre razze eterogenee ovvero con gruppi extraeuropei. Avrebbero dovuto invece essere soltanto «considerati» di sangue italiano i cittadini italiani i cui ascendenti fino al secondo grado fossero di razza aria­na e immuni da incroci con ebrei o con altre razze eteroge­nee ovvero con gruppi extraeuropei. Di sangue affine all’italiano erano coloro che, ovunque risiedessero, fossero di razza ariana e immuni da incroci con ebrei o con altre razze eterogenee. (Romano Canosa, A caccia di ebrei, Mondadori, p. 313)

Ora, dico, c’è qualcuno di voi che sarebbe pronto a mettere la mano sul fuoco per la fedeltà coniugale delle proprie bisnonne?

barbara


23 settembre 2008

ALTRO CHE SENSUALITÀ, IL VELO È UNA GALERA

È un articolo di qualche giorno fa, mi sembra interessante.

VÉNUS KHOURY-GHATA

Dire che il velo ha liberato la donna è doloroso per coloro che lo indossano come una prigione, un sarcofago, un feretro ambulante.
È un'offesa per le donne afgane imbavagliate dalla paura, che contano sulle loro sorelle occidentali con la speranza che possano battersi per loro, per liberarle dal velo.
Dire che il velo ha liberato le donne farà sanguinare il cuore di Maryamou di Mechhed, di Azadée di Teheran, delle studentesse che indossano il velo all'università diretta da religiosi ma che, non appena rientrate a casa, strappano via il tchador come una pelle da rimuovere per ritrovare la loro vera pelle.
Dire che il velo ha liberato le donne, rende amareggiate le afgane rese cieche dal burka che indossano, rasentate dalle automobili, uccise dalle automobili che vedono soltanto all'ultimo momento.
Dire che il velo ha liberato le donne è un'offesa per coloro che si erano battute nel corso del secolo per liberare le donne dal velo, per renderle uguali all'uomo che cammina con il viso scoperto al sole. Un dolore per coloro che vorrebbero mostrare la loro chioma, considerata dagli adepti del velo come la capigliatura del sesso.
È possibile definire il velo come liberatorio delle donne quando ostacola tutti i loro gesti e le rende pari a dei muli che circolano nella strada con delle fessure per gli occhi che impediscono di guardare di lato? Dieci anni fa, su richiesta di una parlamentare europea, ho condotto un sondaggio in Libano, il mio paese, presso alcune donne che hanno frequentato l'università, al fine di conoscere i motivi per i quali hanno iniziato ad indossare il velo mentre prima non lo portavano.
La prima, direttrice di un'agenzia di PTT, ha detto di indossare il velo per essere rispettata dai suoi confratelli che considerano come prostitute qualsiasi donna senza velo (questa donna viveva in una città del sud del Libano, diventata islamica dopo l'uscita di Hezbollah).
La seconda indossava il velo per motivi economici: i figli delle donne con il velo possono entrare in ospedale senza pagare in anticipo, altrimenti sono respinti (problema cruciale in un paese in cui la previdenza sociale non esiste).
La terza ha dichiarato che senza il velo, tra un vestito di Dior e un vestito acquistato in un negozio monoprezzo non c'è nessuna differenza. Camminando per la strada, è al pari della moglie del deputato e della moglie del sindaco della sua città.
La quarta indossava il velo per beneficiare dell'acquisto di un appartamento pagato in venti anni senza interessi. Si tratta degli appartamenti costruiti da Hezbollah, finanziati dall'Iran e che hanno trasformato gli stabili di due piani in grattacielo.
La quinta, una ragazza bizzarra, giornalista per un quotidiano arabo islamico, mi ha detto di indossare il velo per prendersi gioco di sua madre che si era battuta più di trent'anni fa per liberare le donne dal velo.
Dichiarare di amare il velo mi fa pensare a una parigina eccentrica che si era fatta realizzare delle manette in oro da un gioielliere, che esibiva la domenica pomeriggio quando ci offriva il tè.
Bisogna scendere in strada per conoscere la povertà, diceva il ricco Sénèque. Bisogna aver vissuto con donne che indossano il velo per avere il diritto di parlare a nome loro. Bisogna soprattutto intervistarle lontano dallo sguardo del marito, del padre, del fratello, i quali si trasformano in lapidatori non appena ritengono che il loro onore sia stato infangato.
Non potrò mai dimenticare l'immagine di una donna lapidata dagli uomini della sua famiglia perché sospettata di aver avuto una relazione con un'altra donna, agonizzante sotto le pietre mentre suo fratello la filmava con il cellulare. Il fratello filmava con una mano e tirata le pietre con l'altra.
Le donne che portano il velo non l'hanno per forza scelto. Alcune credono di averlo scelto perché risponde al voto o alle imposizioni del marito o dell'uomo amato. Si sono ritrovate di fronte al loro destino. Molte l'hanno scelto per sottomissione, perché credono che l'uomo sappia cosa vada bene, cosa sia meglio per loro. L'uomo pensa per loro che non sanno pensare. Come dice un proverbio arabo, la sottomissione è generatrice di felicità. La schiavitù può essere volontaria. L'asservimento può essere voluto per conservare il cuore di un uomo, il suo rispetto, il rispetto della sua comunità fa credere ad alcune donne che il velo le protegge, il velo è la loro scelta.
Il libero arbitrio non esiste per queste donne. Sono condizionate e ignorano che la scelta cessa di essere una scelta quando è il riflesso del desiderio altrui, il frutto dell'autorità altrui.
Il velo è una prigione, un feretro, un sarcofago. (La Stampa, 17.9.08)

Le donne afgane imbavagliate dalla paura, che contano sulle loro sorelle occidentali con la speranza che possano battersi per loro, per liberarle dal velo. E invece le loro sorelle occidentali, le donne progressiste di sinistra, le femministe che da una vita si battono per vedersi riconosciuti pari diritti, pari dignità, pari rispetto, pari libertà, non esitano un solo istante a voltare loro le spalle: è la loro cultura, e dunque che si fottano.



barbara


22 settembre 2008

SALE E ZAFFERANO

Il problema, nella famiglia di Aliya, detta anche Ailment, detta anche Alo, detta anche Aloo, detta anche Ono per via del buco della pallottola, il problema, dicevo, sono i quasi-gemelli. Quelli nati a cavallo della mezzanotte: a pochi minuti l’uno dall’altro ma, inesorabilmente, uno in un giorno e uno nel successivo. Per non parlare di quei tre gemelli usciti uno prima, uno dopo e uno proprio a cavallo: la testa il 28 febbraio, il resto del corpo il 29. Perché il fatto è che dai quasi gemelli, fin dalla notte dei tempi della famiglia di Aliya, sono sempre arrivati disastri inenarrabili, sempre, e continuano a provocarne, in entrambi i rami della famiglia, quello rimasto in India e quello che al momento della partizione è passato in Pakistan.
Ci sono un sacco di donne, nella immensa famiglia di Aliya, nonne zie prozie cugine seconde cugine terze cugine e altre di più complessa definizione. Molto diverse l’una dall’altra, qualcuna timida e qualcuna esuberante, qualcuna tradizionalista e qualcuna evoluta, qualcuna riservata e benevola e qualcuna pettegola e maligna; qualcuna anche decisamente scostumata – ma con una classe, ragazzi, con una classe che davvero non potete neanche immaginarla. E ci sono molte storie e molti misteri, di cui Aliya provvede a metterci al corrente – quelli che sa; gli altri cercherà via via di scoprirli, e le sorprese saranno molte, e non di poco conto. Un bel libro, proprio bello davvero, brillante frizzante scoppiettante scintillante spumeggiante. Dal quale, tra l’altro, possiamo anche imparare cose piuttosto importanti: che il sale e lo zafferano, per esempio, sono due cose molto diverse, e lo zafferano vale molto di più; ma se manca il sale siamo rovinati. Che un buon narratore non si scopre mai. Che è meglio un ego pesto che un cuore infranto ma prima o poi, è inevitabile, arriva il momento in cui tocca proprio mettere in gioco anche il cuore. E che una pietanza preparata e cucinata come si deve può cambiare la storia. Leggere per credere.

Kamila Shamsie, Sale e zafferano, Ponte alle Grazie



barbara


22 settembre 2008

TERRITORI OCCUPATI



Ma quante manifestazioni di protesta! Quante marce! Quanti articoli di giornale! Quanti boicottaggi! Quante scritte sui muri! Quante bandiere bruciate! Quanti intellettuali mobilitati! Quante ONG a sostegno! Quanti libri e film sul tema! Quante mostre fotografiche! Quante risoluzioni Onu! Quanti appelli urgenti di Amnesty International! Quante prese di posizione di Human Rights Watch! Quanti sbarchi di pacifisti! Ma quanto di tutto! Ragazzi, basta: qui non se ne può più!

barbara


20 settembre 2008

ECCO OGGI PER ESEMPIO

quando, dopo che per un’ora e mezza ero riuscita a mantenere un minimo di controllo sulla situazione e ad evitare il peggio, le mani di L. si sono strette intorno al collo di K. tra urla di insulti e bestemmie con accompagnamento di calci sulle gambe mentre K., nel tentativo di allentare la morsa, graffiava a sangue i polsi di L. e io con la mia limitata forza muscolare non riuscivo a staccarlo (qualche minuto prima invece, quando aveva aggredito J., ci ero riuscita), ecco, a quel punto mi sono dovuta arrendere all’evidenza: di fronte a situazioni di questo genere sono totalmente impotente. Mi sono precipitata nella classe di fronte a chiedere rinforzi, e lì per fortuna c’era la collega di matematica, che è molto più massiccia di me, e in due siamo riuscite a separarli. Poi lei è corsa a chiamare il vicepreside, e in tre bene o male siamo riusciti a ristabilire una parvenza di calma. E non si tratta di qualche ragazzotto di quinta superiore traviato dalle cattive compagnie: stiamo parlando di bambini di prima media, undici anni ancora da compiere. Non stiamo parlando di qualche degradata periferia di metropoli magari in mano a mafia o camorra: ci troviamo in una di quelle tanto decantate cittadine “a misura d’uomo”, nel ricchissimo Alto Adige. Non siamo a fine anno scolastico quando magari qualche situazione lasciata incancrenire potrebbe anche portare all’esasperazione: siamo alla seconda settimana di scuola.
Naturalmente non è che mi aspetti che certuni capiscano perché gli insegnanti abbiano bisogno di tirare un momentino il fiato un po’ di più di un impiegato di banca o di una parrucchiera ma insomma, ecco, la storia è così, e di storie così ce ne sono tante. Ricordando che, rispetto alle suddette periferie eccetera eccetera siamo comunque in una situazione indiscutibilmente privilegiata.

barbara

AGGIORNAMENTO: per oggi pomeriggio è stato organizzato d’urgenza un incontro tra preside, insegnante di lettere, psicologa, maestra dell’anno scorso e la mamma del ragazzo pestato. Domani pomeriggio che c’è l’incontro con tutti i genitori, noi ci troviamo mezz’ora prima per discutere la questione.
Poi mi è stato detto che sabato il vicepreside ha fatto telefonare a casa e chiamare il padre, che venisse a prenderlo, e lui si è messo a piangere e a gridare che con suo padre non voleva andarci, il che conferma quello che avevo perfettamente capito fin dal primo momento.


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19 settembre 2008

OPERAZIONE ODESSA

Niente a che vedere con il quasi omonimo romanzo: questo è un saggio, che del saggio ha la meticolosità, la documentazione, il rigore scientifico della ricerca, la profondità dell’analisi, ma non la pesantezza che non di rado caratterizza questo tipo di produzione. Un saggio con sorpresa: inizia con l’intenzione di studiare e documentare l’attiva complicità dell’Argentina di Juan Domingo ed Evita Perón con il nazismo e gli aiuti forniti a numerosissimi criminali nazisti dopo la guerra; per trovarne la documentazione mette le mani – con molta fatica e superando infiniti ostacoli – sugli archivi argentini dell’epoca, scopre che una gran parte dei documenti è stata scrupolosamente distrutta e quello che rimane è in pessime condizioni, ma quel poco che rimane è più che sufficiente a documentare, oltre a ciò che cercava, anche l’attiva complicità del Vaticano negli aiuti forniti ai criminali: documenti falsi, denaro, rifugi sicuri in attesa dell’imbarco, raccomandazioni per una onorevole sistemazione una volta giunti oltre oceano. Aiuti forniti non solo da personaggi da tempo noti che gravitavano intorno al Vaticano, come il filonazista monsignor Alois Hudal, ma anche dal papa in persona. E trova documentazione anche di qualcos’altro, se possibile ancora più sconvolgente: almeno per alcuni dei personaggi aiutati a sfuggire alla giustizia, il papa e gli altri provvidi soccorritori sapevano esattamente con chi avevano a che fare, sapevano esattamente di quali crimini si fossero macchiati (alcuni di loro erano scappati in Sudamerica diversi anni dopo la fine della guerra): non semplice e normale - e magari anche comprensibile – carità cristiana nei confronti di esseri umani che potevano anche avere commesso degli errori, dunque, bensì attiva e consapevole complicità con criminali personalmente responsabili dello sterminio di migliaia di persone.
Un libro che dovremmo davvero leggere tutti, per l’immensa mole di notizie che ci fornisce – e anche, non ultimo, per la gradevolezza della lettura.

Uki Goñi, Operazione Odessa, Garzanti



barbara


18 settembre 2008

CAPUOZZO, ACCONTENTA QUESTO RAGAZZO

Il Capuozzo del titolo non è il Toni, straordinario giornalista, che conosciamo, bensì Pietro, suo padre, collaboratore di Giovanni Palatucci, al quale il libro è dedicato. E la richiesta qui rievocata è l’ultima pronunciata da Palatucci, già sul treno che lo stava deportando: stava chiedendo a Capuozzo di consegnare il biglietto che gli aveva lanciato, alla madre del ragazzo che stava vicino a lui: preoccupato per gli altri, prima che per se stesso, fino all’ultimo.
Bellissima ricostruzione della sua vita intera, da ragazzo del sud, figlio di gente modesta, alla laurea, all’ingresso in polizia, allo straordinario impegno in favore degli ebrei non appena le cose hanno cominciato a mettersi male per loro anche finanziando, spesso, di tasca propria le azioni intraprese per metterli in salvo – e si calcola che ne abbia salvati circa cinquemila. Unico – a mio avviso – difetto del libro, una smodata ammirazione per Pio XII e per il suo presunto grande aiuto agli ebrei perseguitati -- ma si sa, nessuno è perfetto. Aiuto reale, invece, è stato fornito dallo zio vescovo di Palatucci, anch’egli prodigatosi senza risparmio in soccorso degli sventurati in cerca di salvezza. Un bel libro, che in tono pacato fa emergere questa splendida figura, davvero eroica, di uomo, di funzionario, di persona che non ha mai anteposto alla propria coscienza né gli ordini ricevuti, né il proprio interesse, né, alla fine, la propria stessa vita. E troviamo anche, in questo libro, una lettera del ministero dell’interno allo zio, il vescovo Giuseppe Maria Palatucci, del 30 lu­glio 1952: «Da un accurato esame del fascicolo personale del defunto dott. Palatucci Giovanni (commissario aggiunto e non già vice questore) non si sono trovati elementi che com­provino l'attività del medesimo svolta in favore degli ebrei». Quindi, «in considerazione che mancano elementi per poter stabilire se e quale specifica attività il Palatucci abbia svolto in favore degli ebrei, non sembra il caso che il governo deb­ba promuovere un qualsiasi riconoscimento al di lui nome, salvo che il governo di Israele non dovesse farne richiesta uf­ficiale, in base alla quale questo ministero, se del caso, po­trebbe fare esperire le necessarie indagini per accertare la consistenza di quanto segnalato da S.E. il vescovo di Cam­pagna (Salerno)». Già, perché quello sprovvedutissimo e sconsiderato ragazzo aveva trascurato di aggiornare il governo di Mussolini - e magari anche i tede­schi - sugli ebrei che salvava, e di far mettere agli atti le azioni intraprese.
Io dico che fareste bene a leggerlo, e voi fareste bene ad ascoltarmi.

Angelo Picariello, Capuozzo accontenta questo ragazzo, San Paolo



barbara


18 settembre 2008

LIETO EVENTO

Il 9 di elul 5768, 9 settembre 2008, a New York è nata Tziona Chava Gold. Lo annunciano il papà Daniel e la mamma Hadassah.







barbara


17 settembre 2008

VIA DELLA SCALA NON È PIÙ LÀ

LETTO 26

Via della Scala è sempre là
e io dal letto 26
malato di pazienza sto
e aspetto chi non torna più
è un ragazzino magro che
cantava sempre insieme a me
e morì un giorno che non so
e i suoi bei sogni mi lasciò

E Biancaneve è ancora là
è un po' invecchiata ma che fa
le mele non le mangia più
forse i ragazzi giù del bar
ricordo tanto tempo fa
veniva a scuola insieme a me
la guerra già non c'era più
e poi non c'eri neanche tu

La brillantina e via così
si incominciava il Lunedì
ad invidiare quello che
aveva un libro da studiar
diceva non ti serve a niente
la scuola non ti servirà
e invece io tra quella gente
capivo un po' di verità

La marijuana ti fa male
il Chianti ammazza l'anemia
i miei compagni li ho lasciati
ho preferito andare via
così ho comprato un giradischi
uno di quelli che non va
per non dar noia a quel vicino
che non riesce a riposar

Ho conosciuto tante donne
cattive, oneste e senza età
a tutte ho dato un po' qualcosa
con tanta generosità
a lei, mia madre, i dispiaceri
mentre a mia moglie dei bambini
al primo amore i sentimenti
i baci e l'acne giovanile

Via della Scala è sempre là
e io dal letto 26
io chiudo gli occhi e penso a te
ti sento e invece non ci sei

Addio, grande Stefano.



barbara


16 settembre 2008

LAICO D.O.C.

                                  
 
Lui, sì, Zapatero. Lui, sì, quello che si è impegnato a ripulire l’ordinamento statale da ogni residuo di influenza religiosa. Lui, sì, quello che, da rappresentante ufficiale dello stato di Spagna, ha fatto i salti mortali per evitare di incontrare il papa in visita ufficiale. Lui, sì, quello che in occasione del Ramadan ha partecipato alla cena islamica. Lui, sì.

               

barbara


15 settembre 2008

EMAIL CHE FANNO MALE

Alla CA. Gentile Direzione Carrefour di Assago

"Mi chiamo Barbara e sono la mamma orgogliosa di un bambino autistico di quattro anni.
Nel Vostro sito, leggo della Vostra missione e soprattutto del Vostro impegno nel sociale.
La nostra capacità di integrarci con il territorio in cui siamo presenti, di comunicare con le istituzioni locali e di sostenere progetti sociali e associazioni umanitarie si riscontra attraverso azioni concrete:

• Finanziamento della ricerca contro alcune malattie del XXI secolo
• Sostegno alla giornata nazionale indetta dal Banco Alimentare per la raccolta di generi alimentari
• Sostegno di iniziative umanitarie di vario tipo”


Lasciatemi dire che oggi nel punto vendita di Assago avete sfiorato la discriminazione punibile per legge.
Era previsto un evento che mio figlio aspettava con ansia: il tour delle auto a grandezza reale del film Cars.
Vestito di tutto punto con la sua maglietta di Cars, comprata DA VOI, oggi l’ho portato, emozionatissimo, ad Assago. Vista la posizione di Saetta, ci siamo avvicinati per fare una foto. Click, click, click, bimbo sorridente a lato della macchina. Avevate previsto un fotografo, sui sessant’anni, sembrava un rassicurante nonno con una digitale da 2000 euro, collegata a un pc dove un quarantacinquenne calvo digitalizzava un volantino carinissimo con le foto dei bimbi di fronte a Saetta, stampate all’interno della griglia di un finto giornale d’auto. Una copertina, insomma, che i bimbi chiedevano a gran voce e avrebbero poi incorniciato in una delle costose cornici in vendita nel Vostro reparto bricolage. Chiaramente, il mio biondino, che purtroppo per la sua malattia non parla (ancora), mi ha fatto capire a gesti che gli sarebbe piaciuto. Per quale ragione non farlo? Semplice, lo avrei capito dopo poco.
Attendo il turno di mio figlio, con estrema pazienza, e senza disturbare nessuno. Ci saranno stati una ventina di bambini, non di più. Non cento, una ventina.
Arriva il turno del mio piccolo, e non appena varca la transenna, resta il tempo di ben DUE SECONDI girato verso il suo idolo a grandezza naturale, invece di fissare l’obiettivo del fotografo. Mi abbasso, senza dar fastidio alcuno, scivolo sotto la corda e da davanti, chiedo a mio figlio di girarsi. Il fotografo comincia ad urlare “Muoviti! Non siamo mica tutti qui ad aspettare te” Mio figlio si gira, ma non abbastanza secondo il “professionista”. Gli chiedo “Per favore, anche se non è proprio dritto, gli faccia lo stesso la foto…” “Ma io non ho mica tempo da perdere sa? Lo porti via! Vattene! Avanti un altro, vattene!” Un bambino a lato urla “Oh, mi sa che quello è scemo” e il vostro Omino del Computer, ridendo “Eh, si! Vattene biondino, non puoi star qui a vita!” Mio figlio, che non è SCEMO, non parla ma capisce tutto, sentendosi urlare dal fotografo, da quello che digitalizzava le immagini e dalla claque che questi due individui hanno sollevato ed aizzato, si mette a piangere, deriso ancora dal fotografo che lo fa scendere dal piedistallo di fortuna che avete improvvisato davanti alla macchina, facendolo pure inciampare. A nulla valgono le imbarazzate scuse della guardia giurata,che poco prima aveva tranquillamente familiarizzato con mio figlio. L’umiliazione che è stata data dai Vostri incaricati, che avrebbero dovuto lavorare con i bambini, a un piccolo di quattro anni che ha la sfortuna di avere una sindrome che poco gli fa avere contatto visivo con il resto del mondo e non lo fa parlare, è stata una cosa lacerante. In lacrime, con il torace scosso dai singhiozzi, umiliato, deriso, leso nella propria dignità di bambino non neurotipico. Una signorina, con la Vostra tshirt, mi si è avvicinata per chiedermi cosa fosse successo. Alla mia spiegazione, dopo averle detto che il piccolo aveva una sindrome autistica, mi ha detto “Ma se non è normale non lo deve portare in mezzo alla gente“.
Son stata talmente male da non riuscire a reagire, ho dovuto uscire all’aria aperta, con il bambino piangente, per prendere fiato dopo tanta umiliazione.
Ho pianto. Dal dolore.
Questo è l’articolo 2 comma 4 della legge 67 del 1 Marzo 2006, a tutela dei soggetti portatori di handicap:
-Sono, altresì, considerati come discriminazioni le molestie ovvero quei comportamenti indesiderati, posti in essere per motivi connessi alla disabilità, che violano la dignità e la libertà di una persona con disabilità, ovvero creano un clima di intimidazione, di umiliazione e di ostilità nei suoi confronti.
Vorrei sapere come intendete agire, se con una scrollata di spalle come i Vostri dipendenti, di fronte a un trauma che avete fatto subire ad un bambino che già dalla vita è messo ogni giorno a dura prova.
Manderò questa mail in copia alla segreteria dell’onorevole Carfagna, e alla redazione di Striscia la Notizia, oltre a pubblicarla sul mio sito personale.
Tacere non ha senso, e ancora minor senso hanno le umiliazione che io e mio figlio abbiamo subito oggi.

Firma."

Originale qui, reperito via Claudia. Chi avesse voglia di prendere posizione, può scrivere a servizioclienti@carrefour.com; chi avesse voglia di riprenderlo e diffonderlo, farebbe opera altamente meritoria. Non aggiungo commenti, sia perché non credo che servano, sia perché la nausea è troppa.

barbara


15 settembre 2008

PER RINASCITA GIUSTO MACELLARE GLI STUDENTI EBREI

Comunicato Honest Reporting Italia 15 settembre 2008

Questa volta, contrariamente alle nostre abitudini, non commenteremo l'articolo di Hesham Tellawi pubblicato su Rinascita lo scorso 5 settembre che - con qualche ritardo, perché ci era sfuggito - vi presentiamo, ma ci accontenteremo di segnalarvelo, sia perché non si saprebbe da dove cominciare a commentarlo, sia perché, detto in tutta franchezza, non ci regge lo stomaco. Ci limiteremo dunque a mettere qui all'inizio alcune annotazioni - all'inizio, perché non siamo sicuri che riuscirete a leggerlo fino alla fine, anche se vi consigliamo caldamente di tentare almeno di leggerne il più possibile.
Segnaliamo innanzitutto l'incipit, in cui l'autore tiene a dimostrare che lui non odia gli israeliani a priori, e infatti ci spiega che l'attentato alla yeshiva Merkaz Harav gli farebbe sinceramente orrore, se questo lavoro di bassa macelleria fosse stato realmente perpetrato contro dei ragazzi innocenti, ed è solo quando scopre che la scuola è in realtà un campo di addestramento per terroristi israliani che capisce che si tratta di un'azione giusta e sacrosanta. Notiamo poi un continuo slittamento tra israeliani ed ebrei, ad ulteriore dimostrazione - se mai ce ne fosse bisogno - di quanto il cosiddetto antisionismo sia una mera maschera del più classico antisemitismo. Impressionanti poi i deliri - degni dei Protocolli - che assurgono a vertici cui mai Preziosi, Interlandi, Evola e affini sono riusciti ad assurgere, su intenzioni e metodi degli ebrei. Consuetudine fissa è poi, in tutto l'articolo, quella di prendere una singola frase di un qualche singolo personaggio ebreo e spacciarla per norma ebraica universalmente condivisa, o per legge dello stato di Israele; e se i perfidi giudei non si rivelano abbastanza perfidi, si traducono le frasi in questione in rinascitese e si spiega al lettore che il significato effettivo è quello. E non si contano le invenzioni di pura fantasia su ciò che accade in Israele (ci si potrebbe chiedere, tra l'altro, come mai un popolo sottoposto a sistematico sterminio si sia decuplicato in poco più di mezzo secolo). E ci piacerebbe infine chiedere all'autore come mai parla di "sessant'anni di occupazione": intende forse dire che anche Israele è "territorio occupato", entità illegittima e abusiva, e che pertanto deve scomparire?
Ancora due annotazioni, prima di lasciarvi alla lettura. Sugli avvenimenti di Deir Yassin, citati nell'articolo, vi invitiamo a leggere questo documento, che aiuterà a fare un po' di chiarezza tra fatti e leggenda, e il link a questo articolo per dimostrare ai nostri lettori che esiste veramente, onde non rischiare il sospetto che quanto segue sia frutto di delirio etilico da parte di chi cura Honest Reporting Italia.
I messaggi a Rinascita vanno scritti su http://www.rinascita.info/sito/contatti.shtml. E ora fatevi coraggio e leggete.


Il massacro dei palestinesi è una guerra nel nome di Dio?

Quando la voce annunciò alla radio: “Terroristi palestinesi hanno ucciso otto scolari a Gerusalemme”, pensai fra me e me: “Che cosa orribile”. Secondo quello che diceva l’annunciatore, c’erano bambini che giocavano nel cortile della scuola e il fatto terroristico li aveva assassinati a sangue freddo. In un’altra trasmissione, l’annunciatore presentò nuovi particolari e disse che l’attacco era stato portato contro un seminario, il che aumentò “il disgusto” per l’azione feroce. Mi raffiguravo questi bambini quieti, piccoli, simili a monachelli a pregare per la pace, l’armonia e quell’ “ama il tuo vicino” che si ritiene essere parte del regno di dio. “Che cosa atroce - pensai - semplicemente orribile”
Come in tutte le cose in questa era di informazione controllata, sospettai che vi fosse dell’altro. Tornai a casa e mi misi a leggere il giornale, quindi lessi ancora, e poi ancora, ed ecco - ci siamo - “il diavolo nei particolari”, come si dice.
Vi era un altro lato della medaglia taciuto, un lato altrettanto orribile quanto la storia della stessa uccisione; in un attimo realizzai che questa uccisione a scuola conteneva la chiave per risolvere, o per lo meno capire, il conflitto israelo-palestinese così come era presentato da gran parte dei “media” occidentali.
La scuola in questione (o il “seminario”, come veniva chiamato), in realtà era un campo di addestramento per terroristi israeliani, non molto diverso di quel che ci fa vedere la televisione, militanti islamici che corrono verso gli ostacoli con i Kalishnikov e gridando “Allah akhbar!” (Dio è grande!). Come gran parte delle cose di oggi, era abilmente camuffato sotto il nome che suona religioso “Merkaz Harav”, o “Il centro rabbi”. Merkaz fu fondato nel 1924 da Abraham Yitzak Kook, rabbino-capo della Palestina. In realtà il “buon rabbi” era un fanatico, non solo nel sostegno al Sionismo, ma anche nella nuova ideologia che aveva inventato nei primi anni del 1900.
Kook vedeva “Merkaz” come il centro più adatto per addestrare capi ebrei che avrebbero costruito la “vera” società ebraica sulla terra che dio aveva donato “al suo popolo”, il risultato del quale avrebbe condotto alla redenzione universale religiosa. In breve, la sottile linea che separa il Paradiso in terra dall’inferno era il popolo ebraico che avrebbe redento” la terra di Palestina con tutti i mezzi necessari.
Nel corso degli anni, Merkaz crebbe per diventare il campo di addestramento religioso numero 1 in Palestina, dove gli allievi sono nutriti con l’ideologia che la Palestina fu un dono di dio agli ebrei e che è un loro dovere religioso espellerne gli abitanti nel modo comandato da dio. Secondo il rabbi, questa era l’unica via che avrebbe condotto alla salvezza e alla redenzione. Merkaz era visto da molti come “dono di dio” ai movimenti sionisti perché finalmente ecco che veniva qualcuno che interpretava il sionismo come il messia lungamente atteso. Kook insegnava che il messia è una entità che non deve necessariamente apparire in sembianze umane, intendendo che forse era un’idea.
Questo contribuisce molto a spiegare la brutalità perpetrata contro la popolazione civile palestinese da molti dei capi ebrei durante la storia recente. Uno dei tali “graduati” di Merkaz fa David Raziel, il primo comandante del gruppo terrorista Irgun, i cui membri si resero responsabili dello spregevole massacro di Deir Yassin, dove 250 uomini, donne, bambini ed anziani furono sterminati. Gli assassinii furono compiuti con mitragliatrici, bombe a mano e coltelli. Alcune vittime furono decapitate; 52 bambini furono uccisi e mutilati davanti alle loro madri; 25 donne incinte furono pugnalate nel ventre ed i loro bambini fatti a pezzi davanti alle madri morenti.
I sopravvissuti furono caricati su autocarri e condotti a Gerusalemme, ove furono schierati in parata in entrambi i lati della strada nel mezzo di una folla tumultuante che sputava loro addosso, gettava rifiuti, pietre, escrementi animali, scarpe e qualsiasi cosa sui terrorizzati Palestinesi – e tutto questo in nome della “redenzione”.
Menachem Begin, successivamente primo ministro di Israele, e premio nobel per la Pace, fu il pianificatore del massacro di Deir Yassin. Egli emise una dichiarazione dopo la strage congratulandosi con i massacratori ebrei per il loro santo lavoro ben fatto: “Accetttate le mie congratulazioni per questo splendido atto di conquista. Recate i miei saluti a tutti i comandanti ed ai soldati. Stringiamo le mani. Siamo orgogliosi per l’eccellente comando e lo spirito combattente in questo glorioso attacco… Dite ai soldati: avete fatto la storia in Israele con il vostro attacco e la vostra conquista. Continuate fino alla vittoria. Come in Deir Yassin, così dappertutto, attaccheremo e sbaraglieremo il nemico. Dio, Dio, Tu ci hai scelti per la conquista”.
Il Merkaz Harav divenne uno dei più influenti centri religiosi in Israele ad attuare politiche riguardanti gli insediamenti illegali israeliani sulla terra palestinese. Il noto gruppo terrorista Gush Emunim fu fondato all’interno del Merkaz e si occupò dell’insediamento ebraico in Palestina, un “dono di dio” agli ebrei. Nel 1974 Shimon Peres (attualmente presidente di Israele e destinatario del premio nobel per la Pace) fu all’epoca ministro della Difesa di Israele, il che significa che i territori palestinesi occupati ricadevano sotto la sua sorveglianza. Sotto il suo comando questo movimento terrorista fu aiutato ad acquisire territorio nella West Bank e a Gaza. Peres chiamò questa politica “compromesso funzionale” allo scopo di ottenere appoggio politico del Gush Emunim e movimenti di coloni.
E’ bene ricordare che l’influenza dei movimenti dei coloni nella politica israeliana non è per niente irrilevante. E’ invece diffusa fra le molte migliaia di studenti che si diplomano presso Merkaz ed altri istituti e finiscono con l’occupare posizioni nel governo, militari, accademiche ed altre della società israeliana. Nessun governo israeliano ha potuto evitare l’ira di questo movimento estremista la cui influenza cresce di giorno in giorno dal 1974. Per il Merkaz, “lo stato di Israele è il fondamento su cui poggia il Trono di Dio in questo mondo”.
Attraverso i secoli il giudaismo ha visto molte trasformazioni nella sua teologia fino al punto che una persona si sentirebbe nel giusto descrivendolo come una religione totalmente diversa nel corso della sua storia. I suoi seguaci dipendevano soprattutto dai loro rabbi per la comprensione della dottrina. Le diverse scuole di pensiero hanno visto i loro alti e bassi in dipendenza della forza e del potere dei rabbi del tempo.
Oggi in Israele la teologia dominante è l’insegnamento di un rabbi americano solitario (conosciuto come “il rebbe” dai suoi seguaci), Menachem Mendel Schneerson, i cui studenti considerano il messia. Si crede che sarà lui a condurre gli Ebrei alla redenzione, benché sia morto nel 1994. Dopo la sua morte, i membri della Camera dei rappresentanti Chuck Schumer, John Lewis e Newt Gingrich, insieme con il comico Jerry Lewis e 220 parlamentari gli hanno conferito, alla memoria la medaglia d’oro del Congresso ed altrettanto il Senato. Il presidente Clinton ha perfino pronunciato un elogio: “L’eminenza del defunto rabbi come guida morale della nostra Nazione è stata riconosciuta da tutti i presidenti da Nixon in poi”.
Ho cercato notizie su questa medaglia ed ho trovato: “A Congressional Gold Medal is the highest civilian award which may be bestowed by the United States Congress”. La decorazione è concessa ad un individuo che si sia distinto per altissimi meriti o atti di servizio nell’interesse degli Stati Uniti. Quindi ho meditato sui più profondi pensieri del rabbi ed ho riscontrato:
“La differenza fra un ebreo ed un no-ebreo deriva dalla espressione comune “differenziamoci”. Per cui, non abbiamo un caso di profondo cambiamento per cui una persona sta semplicemente ad un livello superiore. Abbiamo, invece, un caso di differenziazione fra specie totalmente diverse. Questo è quanto occorre dire riguardo al corpo. Il corpo di un ebreo è di qualità totalmente diversa da quello delle persone di tutto il mondo. La realtà di un non-ebreo è soltanto vanità. L’intera creazione esiste solo per gli ebrei”
Credo che il lettore concordi che quest’uomo sia considerato un ebreo razzista ed un “supremacist” i cui pensieri e le espressioni sono contrari alla libertà ed alla eguaglianza su cui si fonda il Congresso. Ma eppure, incredibilmente, troviamo uomini e donne che avevano giurato di sostenere la Costituzione degli Stati Uniti, che hanno venduto per 30 denari la loro coscienza ed i principi americani di “libertà e giustizia”.
I capi religiosi ebrei hanno sempre paragonato i Palestinesi agli antichi Canaaniti il cui sterminio e/o l’espulsione sono predestinati per disegno divino. Ancora, questo spiega l’atteggiamento della gente di Israele verso le richieste dei partiti religiosi di espellere i Palestinesi dalla loro terra. La legge ebraica permette ad alcuni non-ebrei di risiedere in Israele a certe condizioni, che possono essere così sintetizzate: “Essi devono pagare le tasse ed accettare sofferenze ed umiliazioni e servitù”, come si è espresso Mordechai Nisan della università ebraica di Gerusalemme che si basa sulla legge dei Maimoniti. Per coloro non al corrente delle norme di questo “grande” dottore sulla legge ebraica, “la legge prescrive che un non-ebreo sia tenuto in giù, che non alzi la testa contro gli ebrei, che nessun non-ebreo sia nominato in qualsiasi carica ufficiale o posizione di forza sopra gli ebrei, e se tale non-ebreo rifiuta di vivere in queste condizioni questo è un segno di disobbedienza che richiede guerra contro di lui”.
Nel 1990, un libro pubblicato da Shlomo Aviner del Merkaz Harav, dà le risposte alle domande della Prima Intifada palestinese. Una domanda era: “C’è una differenza fra il punire un bambino arabo ed un adulto per il disturbo della nostra pace?”. La risposta iniziò con il mettere in guardia gli ebrei dal paragonare ebrei e non ebrei nell’applicazione della legge ebraica e particolarmente nel punire un ragazzo ebreo sotto i 13 anni o una bambina ebrea sotto i 12. La risposta era chiara – le leggi dei Maimoniti sono state scritte per i soli ebrei. Il rabbi riassunse dicendo che qualsiasi non-ebreo deve pagare per ogni torto commesso, ma non necessariamente gli ebrei stessi. Questo spiega in parte perché vi sia un così alto numero di bambini o uccisi dall’esercito ebraico o dai loro teppisti militanti o trattenuti nelle prigioni israeliane.
Un discorso bellicoso del Rabbi Ya’akob Shapira, capo del Merkaz, in seguito al recente attacco di Gerusalemme, diceva: “Questo mostruoso attacco deve condurre ad un grande e sostanziale cambiamento. Noi invitiamo e chiediamo al governo di Israele di svegliarsi e combattere fino alla fine, senza pietà, contro i nemici di Israele. Questa è una crisi terribile! E’ un lutto privato e nazionale. Ma gli “yeshiva” continueranno il loro percorso di studio, insegnamento, per la crescita e la disseminazione della Torah israeliana nella nostra completa e sacra terra di Israele”.
Invece di riconoscere che l’attacco era una risposta all’assassinio di massa di non-ebrei (Arabi mussulmani e cristiani), gli yeshiva continano con la loro politica di sterminio chiedendo al governo di “combattere fino alla fine” contro il popolo palestinese e di farlo senza pietà.
La scuola continuò il suo percorso di disseminare il suo odio ed i suoi insegnamenti assassini, di ripulire completamente la “loro terra santa di Israele” nella speranza che questo conduca alla “redenzione universale”. Molti degli “studenti” alla Merkaz hanno completato il loro servizio militare e molti sono ancora ufficiali dell’esercito. Questo risulta chiaro da un rapporto di “Haaretz” pubblicato l’8 marzo 2008, dove uno “studente” dj nome Yitzak Danon ha dichiarato alla televisione israeliana Canale2 che “sparò due colpi alla testa dell’attaccante”. Una domanda che viene in mente è: quando per l’ultima volta avete sentito dire di studenti che portano in classe armi automatiche di grande potenza? E, ricordate, questa non è una scuola ordinaria: ci è stato detto che è “un seminario”.
Nelle parole di Rabbi Shapira gli “yeshiva servono come base di addestramento per rabbi e studenti per scendere in campo in tutte le parti di Israele” e nelle parole di Rabbi Kook alla vigilia della guerra del 1967: “Sì, dov’è il nostro Hebron, l’abbiamo dimenticato? E Gerico? E Nablus? Li dimenticheremo? E l’ultima parte della Giordania, è nostra , ogni zolla di terra, ogni regione ed ogni pezzettino di terra appartengono a dio”.
Bene, ma il problema è che la terra è stata abitata durante le ultime migliaia di anni dal popolo di quella terra, il popolo originario di quella terra, non da ebrei vissuti per secoli e secoli in Europa e che pensano che “dio” l’ha data loro in dono. Rabbi Kook ha inoltre proclamato una proibizione religiosa – ordini di dio - contro la cessione di qualsiasi parte di Israele a non-ebrei. In altre parole, Kook ha detto al suo popolo che Dio ordina in effetti “Non lasciate non-ebrei sulla terra. Essi debbono essere tutti uccisi”. Questa dichiarazione, nelle parole del portavoce Yeshiva, Yehoshua Mor-Yousef, suona come segue: “Questa è la base di tutto ciò che crediamo”. E’ un chiaro invito per una guerra di sterminio contro ogni singolo palestinese non-ebreo da parte della più grande scuola religiosa di Israele. Nel corso degli anni, questo Merkaz ha emesso decreti religiosi concedendo licenza ai soldati israeliani di uccidere civili palestinesi, bambini inclusi. Rabbi Lior, un associato al Merkaz e già studente dello Yeshiva, che è inoltre il rabbi dell’insediamento illegale di Kiryat Arba, ha detto ai soldati israeliani, ed ai militanti civili, ex studenti dello Yeshiva, che è permesso uccidere bambini palestinesi. E’ una crescente opinione di molti religiosi, che gli israeliani sionisti credenti devono affrettare il processo di pulizia della terra uccidendo più Palestinesi sia possibile per creare le condizioni appropriate per favorire l’apparizione del messia durante la loro vita.
I capi dei partiti religiosi in Israele (e specialmente i Merkaz Harav) fortemente osteggiano qualsiasi accordo con i Palestinesi. Inoltre, l’idea di creare uno Stato palestinese nella West Bank e Gaza con Gerusalemme Est come capitale è una falsa pista che sarà percorsa sui loro corpi.
L’idea di uno scambio “pace contro terra” è totalmente contraria alla loro fede religiosa, perché impedirà l’apparizione del “messia”. Essendo questo il caso, qualsiasi negoziato con i Palestinesi è privo di significato fin quando i partiti religiosi controlleranno la politica israeliana. L’influenza dei partiti religiosi nell’esercito è più profonda della sua presenza nell’arena politica. Questo spiega, ancora, la brutalità e la natura barbarica delle azioni dell’esercito nei confronti dei Palestinesi. Recentemente il rabbi Hershel Schachter, decano della Yeshiva University, ha detto agli studenti di pensare bene prima di arruolarsi nell’esercito, dicendo: “Non c’è un “mitzvah” (comandamento) per distruggere la terra di Israele. Se l’esercito vi domanda di smantellare qualcuno degli insediamenti, e se il governo ordina all’esercito di dividere Gerusalemme, direi a tutti di dimettervi dall’esercito. Direi loro di sparare al primo ministro”. Tutta questa teologia è stata elaborata dal fondatore del Merkaz, rabbi Kook, che una volta ha urlato che “La differenza fra un’anima ebraica e le anime dei non-ebrei… è più grande e profonda della differenza fra quella di un umano e quella di una bestia”. Non meraviglia che i militari israeliani non abbiano rimorso di uccidere bambini palestinesi perché non li considerano umani. Per un ebreo uccidere un palestinese è come cacciare un coniglio o un’oca in un bosco. E’ anche peggio che vi siano stagionalità nel mondo della caccia con regole che bisogna seguire, ma in Palestina, è caccia aperta tutto l’anno.
Ponendo in mente quanto sopra, ci è facile comprendere il pensiero religioso dominante in Israele e perché molti religiosi ebrei in tutto il mondo credono che “la redenzione” sia ad un passo. Essi credono che il potere di Satana – che si manifesta nei non-ebrei - debba essere sconfitto. Per cui, il furto della terra è considerato redenzione della terra quando è in possesso in mani ebraiche. Credono che il passaggio dalla sfera satanica a quella divina la “ripulisca” dal male. La vedono come una terra santificata. Questo inoltre spiega il fatto che un ebreo in Israele può uccidere un non-ebreo ed andarsene tranquillo, ma se accade viceversa, ciò è considerato dalla legge ebraica come il delitto peggiore. Rifacendoci al codice dei Maimoniti e alla legge giudaica conosciuta come Halacha, è stabilito che “Un ebreo che uccide un non-ebreo è esente dal giudizio umano”, come se colui (o colei) non avesse violato la proibizione di assassinio secondo la legge ebraica sulla quale si basa Israele. I rabbi hanno sempre sostenuto che gli ebrei che uccidono arabi non dovrebbero essere puniti. Questo risulta chiaro dalle richieste ai governi Likud, laburisti e Kadim di Israele di non rilasciare prigionieri palestinesi che si fossero macchiate le mani di sangue ebraico. Se tanto non fosse sufficiente, la legge ebraica consente il trapianto di parti umane appartenenti ad un non-ebreo per salvare la vita ad un ebreo, secondo un altro rabbi di Merkaz Harav, Yitzhak Ginsburg. Costui ha detto che l’uccisione di un palestinese è una “virtù ebraica”. Un passo avanti ancora, il rabbi Dov Lior, uno dei più elevati studenti del rabbi Kook, ha proposto di usare Palestinesi catturati per condurre esperimenti medici. Come gli scienziati usano topi o conigli per i test, la teologia ebraica permette l’uso dei non-ebrei per questi esperimenti. Ascoltiamo ancora quello che dicono questi lunatici del 21° secolo: “Non abbiamo nessun potente amico di alcun genere? Apriamo la nostra Tenach (Bibbia) a BaMidbar (numeri), capitolo 33:50-53 e 55”. Queste scritture rendono assai chiaro che abbiamo un potente amico. Il dio della Bibbia è con Israele”. E da dove prendono quest’idea, che dio stia dalla loro parte? Da qui, il Libro dei Numeri, 35:
“Ed il Signore parlò a Mosè nella piana di Moab sul Giordano a Gerico, dicendo: ‘Parla ai figli di Israele, dì loro: quando passate dal Giordano nella terra di Canaan, cacciate via tutti gli abitanti della terra davanti a voi, e distruggete tutte le figure di pietra, e tutte le immagini metalliche, e demolite tutti i loro luoghi alti e indugiatevici; perché a voi ho dato in possesso la terra . . . Ma se non cacciate via gli abitanti della terra davanti a voi, allora quelli che lasciate nella terra saranno spine nei vostri occhi, e rimorsi da parte vostra, e vi tormenteranno nella terra dove voi indugerete”.
Recentemente, Shmuel Eliyahu, capo rabbino di Safad, ha chiesto al governo di permettere agli ebrei di “prendersi vendette contro gli Arabi”. Ha proposto di impiccare i figli della persona che ha attaccato Merkaz Harav Yeshiva ad un albero, e farlo a chiunque attacchi Israele “finchè essi (i Palestinesi) non cadano con la faccia a terra e gridino ‘aiuto!’”. Ha detto inoltre che i Palestinesi hanno bisogno di capire molto bene “la lingua della vendetta”.
Ed ecco che entra in scena l’ipocrisia e la prostituzione politica del nostro segretario di Stato, Condoleezza Rice, che si è pronunciata sull’attacco yeshiva: “Gli Stati Uniti condannano l’atto perverso terroristico di stanotte. Questa azione barbara non ha posto fra la gente civile e scuote la coscienza di tutte le Nazioni amanti della pace. Nessuna causa potrà mai giustificare quest’atto” .
E questo mentre l’esercito israeliano uccideva non bambini, ma neonati, a Gaza, deliberatamente, il che non è considerato barbaro dalla coscienza delle nazioni amanti della pace, Israele e gli Stati Uniti.
La coscienza di “tutte le nazioni amanti della pace” non è scossa quando i bambini palestinesi sono seppelliti dai calcinacci delle loro case demolite mentre dormono nelle loro culle. Ancor peggio, la coscienza guardò dall’altra parte quando teste ed altre parti di corpi umani cospargevano le strade di Gaza appena un giorno prima dell’attacco al centro addestramento yeshiva.
Il presidente Bush ha parlato con il presidente cinese sulla dura repressione della Intifada tibetana, ma non ha avuto parole per il presidente israeliano o il primo ministro per il modo barbaro, inumano, selvaggio nell’affrontare la richiesta palestinese per la libertà dall’oppressione.
La coscienza americana è in forte ritardo quando si tratta di stabilire se gli Stati Uniti siano una nazione civile e moderna.
In conclusione, il popolo palestinese ha scelte limitate per risolvere i suoi 60 anni di occupazione e diaspora. Potrebbe tentare di rivolgersi a dio per convincerlo a cambiare parere sulla donazione della terra palestinese agli Ebrei. Forse potrebbe stabilire un nuovo patto con gli Ebrei per convincerli a condividere un pezzo di Palestina come mezzo per redimerli ed anche di dimenticare questa idea di essere “prescelti” per uccidere i Palestinesi.
L’altra sola opzione è di convincere Israele e gli Stati Uniti di chiudere tutti i “yeshivas” che insegnano e promuovono la teologia dell’uccisione dei Palestinesi. La ”guerra al terrore” – se genuina ed efficace – deve andare alle radici del terrore, ed una di queste radici è l’idea che gli Ebrei siano superiori ai non-ebrei e che dio è un razzista ebreo.
Coloro che volessero sottilizzare su questi suggerimenti di riesaminare i comportamenti razzisti ebraici (e sionisti), dovrebbero chiedere questa domanda: Non è questo ciò che il mondo ha sentito in questi ultimi sette anni quando si parla di Islam?

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barbara


14 settembre 2008

IL QUARTO ANGOLO

Secondo una leggenda ebraica, quando Dio ha creato l’universo lo ha chiuso da tre parti ma ha lasciato aperta la quarta, in modo che il giorno in cui si presentasse qualcuno affermando di essere Dio, gli si possa dire Bene, allora dimostralo: vai a chiudere il quarto angolo dell’universo. Pare dunque che qualcuno, a Ginevra, stia cercando appunto di chiudere il quarto angolo; a noi non resta che aspettare per sapere se quel qualcuno è Dio o no. Magari uno si potrebbe anche chiedere se Dio, per fare scoccare la scintilla, avesse a disposizione una macchina da nove miliardi di euro (un miliardo di chili di carne, grammo più grammo meno, o sei miliardi di chili di patate, sempre grammo più grammo meno, o cinque milioni di metri quadri abitativi, centimetro più centimetro meno), ma sarebbero domande meschine, e dunque noi non ce lo chiediamo. Quello che mi chiedo io invece è un’altra cosa. Tutto questo, se l’esperimento avrà successo e non avrà dunque inutilmente depredato l’umanità di un miliardo di chili di carne o di sei miliardi di chili di patate o di cinque milioni di metri quadri abitativi, ci dirà che cosa è accaduto negli istanti immediatamente successivi al big bang, prospettiva alla quale l’unica risposta che mi viene in mente è: e chi se ne frega? Quello che io vorrei invece sapere dal novello padreterno che chiuderà il quarto angolo è: che cosa è successo negli istanti immediatamente precedenti il big bang? Quei fasci di protoni che ora tu sparerai nel tuo ammennicolo da nove miliardi di euro, da dove venivano? Sono stati creati o si sono fabbricati da sé? E, nel caso sia corretta la seconda ipotesi, si sono fabbricati come? Partendo da che cosa? Che cosa c’era prima?
Io ho come l’impressione che, qualunque cosa accada là, dentro all’aggeggio da nove miliardi di euro e vent’anni di lavoro da parte di centinaia di ricercatori, il quarto angolo continuerà a restare aperto.

                                           

barbara


13 settembre 2008

ME LA SPIEGATE?

Su Sarah Palin si trovano in genere due tipi di articoli: quelli improntati ad amore cieco, che esaltano la sua fermezza, il suo rigore, la sua incorruttibilità, la saldezza dei suoi principi ecc. ecc., e quelli improntati a odio altrettanto cieco che la attaccano su tutti i fronti: l’integralismo religioso tipico della bonazza pentita dei peccati di gioventù (con l’implicita insinuazione che quei peccati devono essere stati parecchi davvero), l’incoerenza dell’essere contro l’aborto ma a favore della pena di morte, l’uso della figlia incinta a scopo di propaganda politica ecc. ecc. Molto più rari, ma comunque presenti, articoli di un terzo tipo, ossia quelli che cercano di presentare la persona in modo più articolato e sfaccettato, coi suoi pro e i suoi contro, in modo il più possibile equilibrato. Quello che salta agli occhi è una annotazione che in nessun articolo, a qualunque tipo appartenga, manca mai: il fatto che il suo ultimo figlio è un bambino Down. Ora, io mi chiedo: questo dettaglio è importante per capire che tipo di persona sia? È importante per farsi un’idea del tipo di politica che condurrà se diventerà vicepresidente degli Stati Uniti? È importante per un qualsiasi accidente di qualcosa che ci possa minimamente riguardare? E ancora una considerazione, poi concludo: poiché non siamo bambini ritardati, se una cosa ci viene ripetuta 957 volte, noi arriviamo a capirla; e allora, mi chiedo, perché tornare a ripetercela per la 958ª volta?



barbara


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13 settembre 2008

DUBBIO

                                           

Ho sentito alla radio il mio oroscopo. Dice che sarà una giornata discreta e che avrò la possibilità di fare dei buoni acquisti senza dilapidare i miei capitali. Ora, considerando che l’incidente alle gambe mi è costato finora migliaia di euro e ancora ne sto spendendo; considerando che quando ho avuto l’incidente non avevo un centesimo di riserva perché avevo appena finito di pagare il mutuo che avevo dovuto fare per il dentista; considerando che in luglio e agosto ho lo stipendio fortemente ridotto; considerando che a causa di tutto ciò il mese di settembre, pagate le spese fisse, l’ho cominciato in rosso prima ancora di avere speso un solo centesimo e adesso, per mangiare e pagare la fisioterapista, sto approfondendo sempre più il suddetto rosso per cui fino al prossimo stipendio non mi posso permettere neppure di chiamare l’idraulico che mi ripari la maniglia del rubinetto della vasca da bagno che si è rotta; considerando tutto questo, il dubbio è: ma questo oroscopo sarà una cosa seria?

             

barbara


12 settembre 2008

CONCORRENZA SLEALE

Mara Carfagna ha deciso di sbattere in galera le prostitute: passati i trent’anni comincia a far paura la concorrenza, eh?



barbara


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12 settembre 2008

SETTANT’ANNI FA (3)

Da Buffarini Guidi, sottosegretario all’Interno, a Mussolini, 12 settembre 1938:

Il Re, di fronte alla politica antiebraica attuata dal Regime, si tro­vava nello stato d'animo da Voi previsto. Mentre si esprimeva in termini pienamente favorevoli circa i provvedimenti adottati nei confronti degli ebrei di nazionalità straniera, avanzava riserve a proposito delle decisioni adottate contro gli ebrei di nazionalità ita­liana. Mi invitava a presentare a Voi due lettere: una del colonnello Ugo Modena, capo di S.M. della Divisione Fossalta, invocante un generico trattamento di pietà, ed una del tenente Valfredo Segre, già appartenente all'Aviazione Legionaria, che accompagnava la restituzione di una medaglia al valore. Facevo immediatamente presente al Re quanto Voi mi avevate ordinato di comunicargli e cioè che per gli ebrei di nazionalità italiana sarebbero state fatte precise discriminazioni, attraverso le quali varie categorie (decorati al valore, volontari e mutilati di una delle quattro guerre, minorati per la causa fascista ecc.) avrebbero avuto il riconoscimento delle loro benemerenze. Il Re allora si tranquillizzava completamente e diceva testualmente: «Sono veramente lieto che il Presidente inten­da procedere a queste distinzioni, riconoscendo i meriti di quegli ebrei che si sono distinti per attaccamento alla Patria» ed aggiungeva: «Ero sicuro che la grande sensibilità, la profonda intuizione e la larga generosità del Presidente avrebbero determinato una tale li­nea di condotta». Il Re poi mi intratteneva a parlare dell'ebreo Dr. Stykold, che egli definiva uno dei più grandi clinici attualmente in Italia e si augurava che si potesse lasciare nel nostro Paese ad eser­citare la professione. (Romano Canosa, A caccia di ebrei, Mondadori, pp. 207-208)

Poi saltano fuori gli eredi del re nanerottolo – e non mi riferisco solo al fisico -, il porcellino, la befana e la principessa col pisello, a chiedere risarcimenti all’Italia perché, poverini poverini poverini, sono stati in esilio.


PER NON DIMENTICARE

barbara

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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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