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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 agosto 2008

E RIPARLIAMO DEL DARFUR

Questa è l’ultima newsletter arrivatami, e desidero condividerla con voi: non importa se ci siano notizie inedite, l’importante è che non dimentichiamo mai la tragedia che si sta consumando nell’indifferenza generale.

Cari amici,
a vederla nel suo complesso, la nostra è una società stanca, persa nei rimorsi della coscienza, assuefatta al consumo sterile della mondanità, orfana di ideologie e tradizioni. In questo non si risparmiano i due organi di riferimento degli ultimi 50 anni: le Nazioni Unite e l'Unione Europea. Nella rincorsa del miraggio di un mercato comune e senza dogane, per la cui tutela si è rinunciato alla costruzione di un comune denominatore politico e identitario, la svendita del sogno di una Europa unita politicamente e democraticamente, si palesa, proprio con il dramma del Darfur, insieme all'inutile sopravvivenza delle Nazioni Unite. Con i veti di Cina e Russia, e la complicità di altri Paesi non democratici, ogni seduta al Palazzo di vetro risulta solo un grosso dispendio di risorse ed un inno selvaggio alla burocrazia. Per il Darfur accade quanto sta succedendo per la crisi in Georgia, per la quale si consuma il paradosso beffardo del veto ad ogni inferenza della comunità internazionale da parte della Russia, che invade uno stato sovrano e democratico e ostenta tendenze genocidarie in Cecenia. I caschi blu appaiono ormai immobili figure cartonate, come lo sono state dinanzi al massacro in Bosnia, al genocidio in Rwanda, al riarmamento degli Hezbollah in Libano. Ci si domanda quale possa essere il ruolo dell'ONU in un complesso scenario come quello del Darfur, appunto: a più di un anno dall'approvazione, la missione UNAMID esiste per ora solo sulla carta.
Si sono concluse le Olimpiadi in Cina, senza gesti clamorosi, se si eccettua la scelta dei portabandiera statunitensi, ricaduta su due atleti di origini sudanese e georgiana, unica Nazione a voler testimoniare la propria solidarietà a due popoli affranti dalla guerra. Giochi macchiati dalla soppressione delle manifestazioni in Tibet, Nepal e Birmania, ma anche delle proteste dei cinesi cacciati dalle proprie dimore per fare posto ai fastosi edifici olimpici. Una scelta, quella del Comitato Olimpico, dettata più dalle enormi risorse finanziare del colosso cinese che da ideali e principi. La Cina, dice Padre Albanese, comboniano da sempre impegnato in Africa, ha chiuso le Olimpiadi e ha ripreso a sostenere la guerra in Darfur, armando l'esercito sudanese e finanziandolo con i proventi della vendita del petrolio. Dinanzi a fiumi in piena di parole che sgorgano impetuose e impietose dalle istituzioni, rimangono per i Darfuriani solo la speranza e l'aiuto delle ONG e dei missionari, come i comboniani, da sempre in Sudan, e i salesiani della scuola tecnica per orfani del Darfur a El-Obeid, di Padre Vincenzo Donati. A difendere la vita dei propri cari, però, solo la cruda violenza delle armi dei ribelli, figli indomiti del Darfur, ma assassini a loro volta.
Il 23 agosto i rifugiati del Darfur in Italia si sono riuniti a Torino, a Piazza Castello, per chiedere giustizia in Darfur, in particolare il perseguimento dei temibili criminali di guerra, accusati di gravi crimini contro l'umanità, Ahmad Harun e Ali Kushayb.
"Sono molto soddisfatto, - ci racconta Suliman Ahmed, rappresentante dei rifugiati del Darfur in Italia - abbiamo visto una buona partecipazione e solidarietà della gente. Ma oltre alle parole, sebbene sincere e solidali, ci aspettiamo che si prendano presto misure concrete per arrestare la ferocia dei criminali in Darfur".
Negli ultimi giorni il Governo sudanese ha sferrato un pesante attacco ai ribelli, nel Nord Darfur, roccaforte del Sudan Liberation Movement e nel campo profughi di Kalma, vicino a Nyala. Il bilancio è per ora di circa 60 morti e più di 100 feriti tra i civili. Esortazioni a fermare il massacro in Darfur erano giunte pochi giorni fa dal Presidente turco Abdullah Gul, in occasione della presenza del leader sudanese al vertice economico UA-Turchia. Il Presidente sudanese Al-BAshir continua a negare, mentre l'economia del Paese cresce, anche grazie alla vendita di grandi quantità di materie prime alimentari, come grano e sorgo. In Darfur, invece, continua a crescere il numero di morti per malnutrizione.
Continua il fortunato rapporto di Italians for Darfur con il mondo della musica, con la speranza che attraverso di essa molti giovani possano venire a conoscenza del dramma che si sta consumando da ormai cinque anni in Sudan. Dopo il video spot per la giustizia in Darfur dei Negramaro e l'impegno delle Cinema 2, è il famoso cantante Caparezza (Michele Salvemini), ad aver indossato la t-shirt "Fermiamo il genocidio in Darfur" durante il suo concerto in una delle principali tappe estive. La maglietta di Italians for Darfur, il cui logo è un contributo creativo dei bloggers di Italian Blogs for Darfur, è diventato il più forte simbolo di denuncia del movimento italiano per i diritti umani in Darfur.

Dal blog:
"La guerra armata è l'unica arma per liberare il Darfur e tutte le altre regioni dall'oppressione della dittatura."
di Giorgio Trombatore (leggi il "blog-dossier")

La sentinella solitamente si appostava dietro ai ruderi di un mercato totalmente distrutto nell'area di Kidingir nel massiccio centrale del Jebel Marra in Sud Darfur.
Era un giovane Fur, uno di quegli uomini senza età.
Vestito di stracci con i capelli stile Rasta e con tutto il corpo ricoperto di Jujou, una sorta di amuleto locale , stava per ore a scrutare la savana contro possibili attacchi nemici.
A tracollo portava un vecchio Kalashnikov modello cecoslovacco.
Non appena il rumore di una jeep rompeva il silenzio della savana, la sentinella sparava un colpo nel cielo .
Era l'avvertimento, la sirena dei guerriglieri. [...]


Il mondo diviso tra giustizia e realpolitik
Accontentare tutti, si sa, è sempre difficile. Ancora di più quando si tratta dei membri della Comunità internazionale. Questa regola generale trova nuova conferma in relazione alle recenti notizie riguardanti il Presidente sudanese Omar al-Bashir.
Chi sperava che grida di gioia si levassero in ogni parte del mondo a seguito della sua incriminazione per genocidio in Darfur, richiesta dal Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale, Moreno-Ocampo, è restato profondamente deluso. Gli unici che si sono proclamati all'unanimità soddisfatti del mandato di arresto – che comunque dovrà essere confermato nei prossimi mesi da un panel di giudici della CPI – sono i ribelli darfuriani. [...]


YouTube censurato in Sudan
I bloggers sudanesi stanno lanciando l'allarme: la Sudanese National Telecommunication Corporation (NTC) ha oscurato YOUTUBE da alcuni giorni.
Sembra esserci proprio l'organo governativo di controllo dei media dietro il blocco di Youtube, conosciuto in tutto il mondo quale strumento al servizio della libertà di espressione e di parola


Dossier UNAMID: "un tradimento da parte della comunità internazionale"
Si è svolta, alla Sala stampa di Montecitorio, la conferenza stampa di presentazione del dossier sul bilancio di un anno di missione UNAMID in Darfur.
Nonostante le votazioni in aula in quello stesso momento, ci hanno raggiunto gli Onorevoli Beppe Giulietti (Ivd) ed Enrico Pianetta (Pdl), che sono intervenuti insieme ad Antonella Napoli, Presidente di Italians for Darfur, a Gianfranco Dell'Alba, Segretario di Non c'è Pace senza Giustizia e a Stefano Cera, docente universitario e membro della nostra associazione. Era presente anche Enzo Nucci, corrispondente per la RAI in Africa, più volte inviato dal Darfur, che ci ha omaggiati con un suo intervento in conferenza stampa.
La conferenza ha visto una buona presenza di giornalisti, con un conseguente discreto richiamo da parte delle agenzie stampa. Si è affrontato sia il tema della carenza di infrastrutture e personale che caratterizza la missione UNAMID (un "tradimento da parte della comunità internazionale", come titola appunto il dossier che abbiamo presentato insieme ad altre 36 ONG internazionali membri nella Globe for Darfur Coalition), sia quello della richiesta di incriminazione del Presidente sudanese Omar Al-Bashir da parte del procuratore Moreno-Ocampo della Corte Penale Internazionale (CPI). Ascolta la conferenza


Ai media arabi non piacciono gli "Arabi cattivi": silenzio sul Darfur
C'è un paradossale disinteresse del mondo arabo al conflitto in Darfur: il 40 per cento della popolazione sudanese è Araba, così come Arabi sono parte delle popolazioni interessate dal conflitto.
Nonostante il numero di civili coinvolti sia simile a quello stimato in Iraq, secondo Lawrence Pintak, giornalista esperto di media arabi, il conflitto in Darfur non ha la copertura mediatica che ci si aspetterebbe perché in Darfur viene definitivamente rotto lo schema degli Arabi vittime degli altri. In Darfur, gli "altri" sono gli Arabi. L'attacco più importante al silenzio dei media arabi è arrivato tre anni fa da Nabil Kassem, di Al Arabiya, produttore del censurato documentario "jihad on horseback" [...].

“Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all’azione”.
Non sono molto sicura di potermi annoverare tra i buoni, sono però assolutamente sicura che a fare ciò che posso non rinuncerò mai.



barbara


30 agosto 2008

MACELLAI ANCORA AL LAVORO IN IRAN

Iran: I Mullah hanno impiccato un altro minorenne

28 agosto 2008

Martedi,il regime disumano dei mullah ha impiccato Behnam Zare per il presunto crimine commesso quando aveva 15, secondo quanto riferito dal suo avvocato.
Malgrado molti appelli internazionali per salvare la sua vita, la condanna a morte è stata eseguita nella prigione di Adel Abad, nella città meridionale di Shiraz.
La Francia, come attuale presidente di turno dell’UE, lunedi ha pubblicato una dichiarazione che condanna l’impiccagione di un altro giovane, Reza Hejazi, il 19 agosto da parte del regime iraniano.
"L’Unione Europea condanna categoricamente l’impiccagione a Ispahan di martedì 19 agosto di Reza Hejazi, condannato per un omicidio che è stato detto essere commesso nel 2004, quando aveva 15 anni. È molto interessata da queste notizie, che portano a cinque il numero delle esecuzioni nell'Iran dall'inizio di questo anno per i crimini commessi quando l'esecutore era un minore," la dichiarazione dell’UE ha detto fermamente.
Secondo gli attivisti dei diritti umani ci sono almeno 114 giovani che stanno per affrontare il patibolo per i presunti crimini commessi quando erano minorenni. Il più giovane è un ragazzo di 13 anni di nome Ahmad Nowroozi condannato a morte da ordinamento giudiziario dei mullah tre anni fa nella provincia sud orientale del Sistan e Baluchistan. (Dal sito delle donne iraniane)

Poiché è piuttosto difficile leggere queste notizie sui nostri giornali, leggiamolo qui. Colgo l’occasione per attirare la vostra attenzione su un fatto che mi sembra decisamente interessante e notevole: come potete constatare qui di fianco, c’è un sito di dissidenti iraniani in esilio uomini, e uno di dissidenti iraniane in esilio donne. Ebbene, l’ultimo aggiornamento del sito degli uomini risale allo scorso novembre, le donne nel solo mese di agosto hanno inserito dodici articoli. E chi ha orecchie da intendere intenda.



barbara


29 agosto 2008

A VOCE PIENA

Hai presente quei libri che ti penetrano sotto la pelle e ti entrano nelle budella, nel sangue, nelle ossa fino a fondere ogni propria molecola con le molecole del tuo corpo e diventare un corpo solo con la tua anima? Ecco, questo è uno di quei libri. Di quelli che parlano alla tua pancia e alla tua testa. Di quelli che leggi altri dieci libri e sei ancora lì a pensare a quello. Un libro così. Di quelli in cui il passato irrompe – perché non sei tu che cerchi il passato, no: è il passato che ti cerca e ti stana e ti insegue e ti bracca e ti ghermisce e ti possiede senza pietà - e tu non hai scampo. Non ne hai se sei figlio di un uomo col numero sul braccio, che non parla, che non osa, che non riesce, che non può, e tuttavia non potrai impedirti di sapere e di avere per sempre quella verità sotto la pelle, e non potrai impedire che qualcuno ti spieghi che tiene sempre una valigia pronta in caso di emergenza perché nessun posto è sicuro al cento per cento e che si è soli quando si tratta di vita o di morte. Ma non è molto diverso per la donna dalla pelle ambrata e dalla lingua misteriosa, perché la bestialità umana non conosce geografia né lingua né colore della pelle, così come non li conosce la sofferenza, quella sofferenza assoluta che ti costringe ad accovacciarti e a urlare dentro la terra perché il fiume deve rompere la diga e che lascia segni sulle mani e sulle braccia (le lamette fanno tagli perfetti), quella sofferenza che non si può dire e che tuttavia bisogna dire, prima o poi, e che ti costringe a parlare al presente, sempre, anche quando parli di chi non c’è più, perché il passato vive sotto la tua pelle ed è sempre presente in ogni momento, come sono presenti nelle tue orecchie le loro urla che ti accompagneranno per sempre, e devi fare i conti con lo spazio fra le mie ossa e le ossa dei morti e alla fine impari che nonostante tutto devi andare avanti, anche se il dolore ti schianta, anche se la tua voce scompare e chissà se mai ritornerà,  anche se la notte, a volte, i tuoi singhiozzi sono talmente violenti da arrivare fino al piano di sopra, anche se non bastano undici televisori accesi contemporaneamente per coprire la voce dei fantasmi che invadono la tua vita: lo stesso devi andare avanti perché ti rendi conto che suicidarti non sarebbe educato nei confronti dei morti e anche per non permettere agli assassini di uccidere un’altra volta. E tu leggi e sai che adesso queste storie sono anche tue, perché chi ascolta diventa testimone, e non hai il diritto di sottrarti: non più, ora che sai. E come in un perverso e tuttavia benefico girotondo le storie di qua e di là dell’oceano si incontrano e si intrecciano e si sovrappongono e poi si guardano negli occhi e si riconoscono, e l’uomo riemerso dal passato diventa fratello dell’uomo posseduto dal passato, e la donna ghermita dalle tombe diventa sorella della donna senza tombe ma le urla delle donne stuprate, le urla di vecchi e bambini sgozzati passeranno mari e foreste e montagne e pianure e laghi e deserti e ti raggiungeranno ed entreranno nelle tue orecchie e non ne usciranno mai più, così come non uscirà mai più dal tuo naso l’odore della carne bruciata e chissà quanti oceani di tempo e di spazio dovranno superare due mani per potersi incontrare – e chissà se mai ci riusciranno. E tu che mi stai leggendo, sì, tu, tu che i figli di quella terra martoriata li hai accolti nella tua casa, tu che, in lunghe notti insonni, hai ascoltato sofferenze che noi neppure osiamo immaginare, tu che hai visto le cicatrici messe a nudo dalla mano di un parrucchiere maldestro, tu che hai pianto con chi piangeva e hai stretto a te chi tremava, tu lo sai quanto amore ci vuole per fare uscire l’inferno da chi è uscito dall’inferno. E chissà se a tutti sarà dato di uscirne, chissà se a tutti sarà dato di incontrare sulla propria strada una sufficiente dose di amore. Tu, comunque, intanto leggi, e poi mi ringrazierai.
Qualcuno si è chiesto se sia ancora possibile la poesia dopo Auschwitz: la risposta è sì, e questo libro ne è la prova.


Elizabeth Rosner, A voce piena, Mondadori



barbara


29 agosto 2008

AGGIORNAMENTO SU ZENG JINYAN

Tradotto dal danese con google translate.

Zeng Jinyan e della coppia bambino scomparso dal loro appartamento a 7. agosto. Il giorno prima arrivati i leader mondiali per la cerimonia di apertura delle e-politiche Giochi Olimpici di Pechino.
Ma con la coppia's Baby, è ora ritornare nel suo appartamento, dove i due possano continuare la loro arresti domiciliari. Debitamente monitorata da civilkædte ufficiali.
La polizia ha preso il suo a Dalian, dove si è svolta in 16 giorni. Ma prima di essere rapito, lei è stato permesso di vedere il marito in carcere. Qui ha scoperto che Hu Jia non aveva ricevuto le lettere che aveva spedito a lui. Sono stati confiscati.
In conseguenza Zeng Jinayan Hu Jia eseguire duro lavoro in carcere. In sette ore al giorno egli deve spazzare le foglie insieme. Ciò che è difficile per lui durante la sua permanenza in prigione, è stato male e ha avuto problemi al fegato.

Vabbè, più o meno si capisce, no?

barbara


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29 agosto 2008

GIORNALISMO CHE PASSIONE

Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, è finito nel mirino degli ambientalisti. Fotografato accanto alla sua compagna mentre infila la muta, pronto a tuffarsi in un’area protetta. Il tratto più vietato della costa dell’isola di Giannutri: quello dei Grottoni. (Virginia Piccolillo, Corriere della Sera, 28 agosto 2008).

Cioè, i tratti della costa sono tutti vietati, o per lo meno ce ne sono molti di vietati, però alcuni sono meno vietati, altri sono più vietati, e uno è il più vietato di tutti. Immagino voglia dire che se vai in uno meno vietato prendi cinquanta euro di multa, se vai in uno vietato normale sono cento euro di multa e due calci negli stinchi, in uno più vietato becchi cinquecento euro di multa, quattro calci negli stinchi e otto randellate sulle gengive. Quello più vietato di tutti ti costerà diecimila euro di multa, dodici calci negli stinchi, ventiquattro randellate sulle gengive e quarantotto frustate sui cocomeri, così oltretutto il Fini la finirà di farsi fotografare con quelle erezioni così indecenti.

            

                 

barbara


28 agosto 2008

DARFUR LA POLITICA DEI PASSI INDIETRO

Capitolo primo. Da quasi cinque anni il Darfur, regione del Sudan, vive quello che il Dipartimento di Stato Usa ha definito "un genocidio". Nella crociata dei governativi (arabi del nord) contro le popolazioni africane e nomadi, i morti sono stati tra i 250 e i 300mila. Centinaia di villaggi sono stati distrutti. La violenza sulle donne è stata adottata come tattica di guerra. Due milioni e mezzo di persone sono fuggite nel confinante Ciad, dove vivono in campi assai poco sicuri.
Capitolo secondo. Dopo anni di passività l’Onu entra in campo. L'inefficace forza di pace dell'Unione africana lascia il posto, il 31 dicembre 2007, a una nuova missione chiamata Minaud composta da 20mila soldati e da seimila poliziotti. Il governo di Khartoum mette i bastoni tra le ruote ma alla fine concede il suo assenso.
Capitolo terzo. Dei 26mila previsti, la Minaud può contare oggi su ottomila uomini. Quasi tutti africani (come prima della "storica" decisione dell'Onu) perché i paesi occidentali si sono bellamente tirati indietro. Solo gli europei hanno mandato qualcosa, ma in Ciad e non in Darfur. Mancano anche i mezzi, in particolare gli elicotteri, senza i quali i movimenti sul terreno sono ardui. Gli attacchi e i massacri continuano come se nulla fosse stato deciso. E vengono colpiti anche i militari della Minaud, più impotenti che mai.
Capitolo quarto. L'argentino Luis Moreno-Ocampo, procuratore del Tribunale penale internazionale istituito a Roma nel 1998, chiede l'incriminazione del presidente sudanese Ornar al-Bashir per genocidio e crimini contro l'umanità. Molti criticano il magistrato, perché, dicono, l'arresto è materialmente impossibile e si rischia di aggravare ancora la situazione in Darfur.
Capitolo quinto. Incredibilmente la Minaud comincia a
evacuare il "personale non essenziale" temendo tempi peggiori. La Cina, che acquista gran parte del petrolio sudanese e nel contempo vuole proteggere le sue Olimpiadi, continua a fare il pesce in barile.
Capitolo sesto. Il governo sudanese avverte di non poter garantire la sicurezza dei cittadini stranieri in Darfur. Grazie, lo sospettavamo, E l'Onu, cosa può garantire? (Franco Venturini, Io donna, 23 agosto 2008)

E vai a leggere anche questo.
(Poi, volendo, ci si potrebbe anche chiedere come mai a quelle anime sensibili che vanno in barca a portare generi di conforto, oltre che solidarietà morale, a gente decisamente ben pasciuta e ben vestita, nonché abbondantemente fornita di tecnologia, non viene l’idea di fare un giro anche da queste parti).



barbara


27 agosto 2008

IL FASCIO, LA SVASTICA E LA MEZZALUNA

Mi è stato segnalato che è uscito un nuovo libro di Stefano Fabei. Ritengo pertanto di fare cosa utile mettendo qui la mia recensione, scritta a suo tempo per “Ebraismo e dintorni”, del suo libro precedente.

Dopo tutti i panegirici scritti su questo libro appare forse un po' temerario definirlo un immondo libercolo, e tuttavia proprio di questo si tratta: di un immondo libercolo. Qualche esempio? L'autore sembra ignorare che fino alla nascita dello stato di Israele, il nome di "palestinesi" si riferiva ai pionieri ebrei, e chiama "palestinesi" gli arabi di Palestina anche per i periodi antecedenti. E ci racconta di poveri palestinesi cacciati dalle loro terre, quando è ampiamente documentato che in realtà gli arabi hanno cominciato ad arrivare in massa in quelle terre, prima semideserte, dopo che i pionieri ebrei avevano rese fertili le paludi e le pietraie che costituivano gran parte della regione. Ci parla dell' "antigiudaismo" di Hitler: con tutta la sua sapienza il signor Fabei ignora che antigiudaismo era quello della Chiesa, che mirava alla conversione, mentre non era esattamente questa la massima aspirazione di Hitler? A pag. 73 leggiamo: «Altro elemento accomunante nazisti e islamici era il fatto di aver individuato la minaccia costituita dall'alta finanza e dall'usurocrazia ebraica contro cui era auspicabile una stretta alleanza». "Individuato" significa, chiaramente, che Fabei riconosce come realmente esistente la "usurocrazia" e la "minaccia" ebraiche. Ci racconta storielle sugli inglesi antiarabi e filosionisti e non troviamo, nelle oltre 400 pagine di questo noiosissimo libro, un solo accenno alla politica inglese volta a fomentare dissidi e odio fra ebrei e arabi. Restiamo poi addirittura allibiti nel leggere, a pag. 122 «Roma [...] lasciò l'iniziativa nelle mani dei tedeschi che erano accorsi in suo aiuto nella campagna di Grecia, intrapresa imprudentemente dal Duce contro la politica balcanica di Berlino, e diremmo anche fatalmente, considerate le conseguenze che tale iniziativa italiana ebbe, a cominciare da quella di ritardare l'inizio dell'operazione Barbarossa». L'operazione Barbarossa, ricordiamolo, è l'invasione dell'Unione Sovietica: una ventina di milioni di morti e l'inizio dello sterminio di massa degli ebrei. L'averne ritardato l'inizio, per Fabei, è una sciagura. E, nello stesso spirito, chiama "invasori" gli alleati sbarcati in Normandia. Constatiamo anche, per tutto il libro, che i tedeschi sono detentori di tutte le virtù, e gli alleati, al contrario, di tutti i difetti. Conformemente all'uso di nazisti e fascisti, anche Fabei chiama "banditi" i partigiani e definisce "la cosiddetta guerra patriottica" quella dell'URSS contro la Germania nazista che l'aveva invasa. Usa frequentemente, e con grande rispetto, per non dire devozione, i titoli di "Duce" e "Führer", e la sua sfrenata simpatia emerge chiaramente da passaggi come questo: «Tuttavia nel Paese si formò tra i musulmani un forte sentimento di simpatia verso i tedeschi, la cui efficace propaganda agitò con intelligenza gli stessi slogan filoislamici utilizzati brillantemente nella Crimea e nella Ciscaucasia [...]» (pag. 353): efficaci dunque, i nazisti, e intelligenti, brillanti, leali e corretti, come recitato altrove (pag. 273). La loro politica è "intelligente", "abile", "accorta", "lungimirante" (pag. 371). Del gran mufti di Gerusalemme, Haji Amin al Husseini vengono lodati «attivismo e tenacia mostrati nel combattere inglesi ed ebrei», e nessun accenno ai suoi programmi di sterminio totale degli ebrei. Ma il terrorismo esiste? Certo: lo praticano sovietici ed ebrei. La resistenza agli alleati è "eroica" mentre quella ai tedeschi è "caparbia". A proposito dei famigerati "Einsatzgruppen", responsabili dell'assassinio di circa la metà dei sei milioni di ebrei sterminati nella Shoah, ci racconta che «procedettero al prelevamento degli elementi "indesiderabili", ebrei, zingari e militanti comunisti» (pag. 361): chissà, forse per portarli a fare i raggi! Le deportazioni esistono, certo, ma sono solo quelle praticate da Stalin. Una straordinaria perla storica la troviamo a pag. 378, in cui accenna all'insurrezione del ghetto di Varsavia, collocandola fra il 27 luglio e il 3 agosto 1944, quando in realtà è avvenuta fra il 19 aprile e l'8 maggio 1943. Altra perla inestimabile è quella di chiamare "stato" la Palestina. Ma niente paura, tutto è bene quel che finisce bene, e verso la fine del conflitto «i nazisti, vertici delle SS compresi, riuscirono a liberarsi dal condizionamento su di loro esercitato dalle posizioni ideologiche razziste" (pag. 383).
Ma i recensori che hanno cantato le lodi di questo libro, lo hanno letto? Certo, una qualche difficoltà ad arrivare fino alla fine di un simile mattone possiamo benissimo capirla, ma in tal caso sarebbe preferibile evitare di parlarne.

Ecco, adesso vedete un po’ voi.

barbara


26 agosto 2008

A METÀ DELLA NOTTE

Barocca. Così è la scrittura di Livio Macchi: barocca. E in questa sua scrittura ridondante, rigogliosa e superba, corposa e sanguigna, generosa succulenta e immaginifica, ricca di umori e di aromi e di colori e di suoni e di afrori, dal sapore intenso di una robusta fiorentina molto al sangue, costruisce un luogo immaginario in cui colloca un mondo vero. Ci sono anch’io lì dentro, sì, e se guardate bene vedrete che vi ci ritroverete anche voi. Con molte domande – ma se avremo la pazienza di aspettare di giungere a metà della notte, forse avremo la fortuna di trovare qualche risposta. Se non, addirittura, LA risposta.
Una sinfonia da ascoltare e da godere, dalla prima all’ultima nota, leccandosi golosamente le dita.

Livio Macchi, A metà della notte, Marietti



barbara


26 agosto 2008

NO, DICO, MA SI PUÒ?

Boutique

Abbigliamento di alta classe
per un tocco di eleganza
ESCLUSIVA GUINZAGLI SWAROVSKY


(no, dico, non so, ditemi voi …)

barbara


25 agosto 2008

UNA DONNA SOLA CONTRO LA MAFIA

Non avrebbe mai immaginato, Teresa Cordopatri dei Capece, che dopo aver difeso coi denti i beni della propria famiglia, dopo aver visto - a causa di quei beni che facevano gola alla n'drangheta - assassinare il fratello Antonio, dopo una battaglia lunga trent'anni e costellata di ben undici attentati, non avrebbe immaginato che quei beni, la casa degli avi col carico di affetti e ricordi, sarebbe stata messa in discussione oggi non dalla mafia, ma da quella stessa legge cui lei si rivolse per avere giustizia. È atroce la storia della baronessa Cordopatri, eroina calabrese degli Anni Novanta e simbolo della resistenza all'illegalità della società civile. Fa una certa impressione sentirgliela raccontare, com'è avvenuto ieri durante un incontro coi giornalisti nella sede della “Stampa Estera”, come si trattasse di una "straniera" in cerca di asilo. Ha letto, donna Teresa, perchè l’emozione e la scarsa attitudine alla comunicazione le impedivano di andare a braccio. Ha letto a voce bassa, come parla chi ha ricevuto una buona educazione. Aveva accanto due professori di diritto, Giuseppe Bernardi e Francesco Petrino e, di fronte, in prima fila, Angelica Rago, la cugina rimasta l'unica a sostenerla. La vicenda affonda le radici in un trentennio, nelle campagne, anzi nel feudo di Oppido Mamertino (Reggio Calabria), tra gli ulivi dei Cordopatri ambiti da un sovrastante particolare come poteva essere il boss Mammoliti. Voleva quegli ulivi, il mafioso. Ma Antonio Cordopatri opponeva un netto rifiuto a "vendere". Richieste sempre più pressanti, fino a quando lo "invitano" a "passare da un notaio" per formalizzare il passaggio di proprietà. Altro rifiuto, primo avvertimento: gli sparano e lo mancano. Al secondo tentativo, l'ammazzano. Il killer rivolge poi l'arma contro la sorella, Teresa, che assiste impotente all’agguato. Per fortuna la pistola s'inceppa e donna Teresa oggi può raccontare la storia. Era il 1991. La baronessa raccoglie l’eredità del fratello e giura sulla tomba di Antonio che mai e poi mai cederà al ricatto della mafia. Anzi denuncia il boss, riconosce il killer e lo fa arrestare. Denuncia anche tutto il "contesto" che sta attorno allo strapotere dei mafiosi. Finge di non aver paura delle minacce e da allora vive sotto scorta e, in qualche modo, poco amata in patria. Per esempio, per anni non riesce a trovare operai per la raccolta delle olive, operazione che è costretta a portare avanti col solo aiuto di Angelica. La sua testimonianza fa decollare i processi, certo non speditissimi, ma tutto sommato favorevoli. Quando declina la sua stella? Quando Teresa Cordopatri denuncia anche l'ignavia del sistema giudiziario in Calabria e lo fa quasi "preventivamente"per preservare il processo sulla morte del fratello da brutte sorprese. Ma non imbocca la strada del clamore e del protagonismo, la baronessa. No, scrive al Csm ("il massimo organo istituzionale della magistratura", spiega oggi) esponendo il contesto dentro cui era maturata la morte del fratello e chiedendo anche spiegazioni sui perché di qualche disattenzione precedente, quando Antonio Cordopatri denunciava senza troppo successo. "Quell'esposto - dice donna Teresa - doveva rimanere riservato, mi era stato assicurato, e soltanto a disposizione del Csm. Le mie non erano accuse circostanziate, ma analisi che sottoponevo all'organo di autogoverno della magistratura per una valutazione". E invece, inspiegabilmente, il documento diventa di dominio pubblico, tanto che quattro magistrati (Giuseppe Viola, Francesco Punturieri, Giovanni Montera e Salvatore Di Landro) si ritengono calunniati e diffamati, fino ad intraprendere azione legale. In primo grado la Cordopatri è stata condannata con sentenza esecutiva: ciò vuol dire che deve risarcire quei magistrati. Non avendo, la baronessa, i soldi, il tribunale civile ha disposto la vendita dei beni mobili e immobili per risarcire i denuncianti. All'inizio di ottobre, la prima asta. Tutto ciò mentre non si è ancora concluso il processo a carico del killer che la baronessa ha fatto arrestare. (Francesco La Licata, “La Stampa”, 14 settembre 2004)

Nessuna ricorrenza, nessun anniversario: voglio solo richiamare alla memoria la lotta di una donna straordinaria di cui troppo poco si parla, e mi sembra che questo articolo illustri bene sia il personaggio che la situazione.



barbara


25 agosto 2008

COME SONO BELLI I PASSI …

In lingua ebraica esistono ben undici radici verbali per indicare i diversi movimenti della danza – e da ogni radice poi possono derivare più termini. Questo per dire quale immensa importanza abbia la danza nella cultura ebraica, e la troviamo ripetutamente infatti già nella bibbia. Per chi sia interessato a questo tipo di tematica, questo è il libro adatto, che ci fa percorrere tutta la storia della danza ebraica parallelamente alla storia del popolo ebraico, dalla bibbia fino alla rinascita dello stato di Israele e ai giorni nostri.

Elena Bartolini, Come sono belli i passi …, Ancora



barbara


24 agosto 2008

DOV’È ZENG JINYAN?

Dopo l’annuncio delle autorità cinesi della concessione di tre parchi in cui chiunque può liberamente protestare però per poter andare a protestare bisogna presentare domanda scritta; dopo che due ultrasettantenni, entrambe claudicanti e una semicieca, avevano presentato regolare domanda e per questo sono state condannate a un anno di lavori forzati per essere rieducate; dopo tutto questo, ora finalmente emerge anche il caso della blogger Zeng Jinyan. Prima è toccato a suo marito, Hu Jia, condannato lo scorso 4 aprile a tre anni e mezzo di prigione per aver scritto nel 2007 sei articoli “sovversivi”. Adesso è toccato a lei: dal 7 di agosto Zeng Jinyan è scomparsa, svanita nel nulla insieme alla figlia di pochi mesi – fatta sparire, si ritiene, per impedire che con la sua voce libera offuscasse la perfetta messinscena dei macellai. Per dieci giorni nessuno dei ventitremilacinquecento giornalisti accreditati alle olimpiadi ha ritenuto il fatto degno di nota; solo l’undicesimo giorno, il 18 agosto, la giornalista americana Kristin Jones ha rotto il silenzio e il sito della Abc ha pubblicato un suo reportage dedicato alla scomparsa di Zeng Jinyan. E il Cio, nella persona del suo presidente Jacques Rogge? Niente, lui ha altro da fare: lui è occupato a vietare agli spagnoli di portare il lutto, è occupato a fare il culo quadro al giamaicano Usain Bolt che sventola le scarpette Puma rischiando di inquietare lo sponsor ufficiale Adidas, ti pare che abbia il tempo di occuparsi di cazzate come i diritti umani? Ti pare che possa considerare degna di nota una quisquilia come la scomparsa di donne e neonate?
E pensare che c’è ancora gente convinta che le olimpiadi abbiano qualcosa a che fare con lo sport. E pensare che c’è ancora gente convinta che la Cina abbia fatto, con queste olimpiadi, il primo passo verso qualcosa di vagamente somigliante al rispetto dei diritti umani. E pensare che c’è gente che si è dichiarata contraria al boicottaggio con la motivazione che “lo sport è lo sport”.
Invito tutti gli amici blogger che ancora non lo hanno fatto (qualcuno ha già provveduto) a riprendere e diffondere queste notizie: se non possiamo fare niente per Zeng Jinyan, cerchiamo almeno di fare in modo che si sappia chi è, e che cosa succede dietro le quinte delle meravigliose e imponenti manifestazioni della Cina “in marcia verso la modernità”. Qui il suo blog.


 


barbara


23 agosto 2008

AL DI LÀ DEL PONTE

Al di là del ponte c’è il mondo. Quello in cui i carabinieri, anziché a ladri e assassini, danno la caccia a donne e bambini ebrei. Quello in cui si organizzano trasporti per mandare gli ebrei a morire lontano. Quello in cui la barbarie regna sovrana. Al di qua del ponte invece c’è una famiglia di povera gente che ogni giorno, ogni ora, ogni istante, per diciotto mesi, rischia la vita per tenere nascosti quegli stessi ebrei a cui i carabinieri, al di là del ponte, danno la caccia per monti e per valli. Dividendo con loro lo scarsissimo pane e ogni altro bene.
Regina è solo una bambina, ma la sua capacità di osservazione è grande, e con l’aiuto degli appunti presi all’epoca riesce a restituirci vivo il ricordo di quei giorni, la paura, la fame, le fughe, i bombardamenti, la lotta partigiana, gli eroismi e le infamie, oltre a regalarci un vivido quadro di quel capolavoro di umanità che è stato – non certo nelle intenzioni di chi lo ha creato, ma sicuramente nelle azioni di chi lo ha diretto – il campo di concentramento di Ferramonti.

Regina Zimet-Levy, Al di là del ponte, Garzanti



barbara


23 agosto 2008

ATTRAZIONE FATALE


barbara


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21 agosto 2008

LA MANDORLA

Ne avevo sentito parlare. Un libro coraggioso, diceva, una donna araba che esce allo scoperto, che parla esplicitamente di sesso … Beh, non è vero niente: questo libro è, come diceva il saggio, una cagata pazzesca. Ma andiamo con ordine, e cominciamo dal genere: non è un libro erotico. Perché non basta mettere in fila, tipo elenco del telefono, un’interminabile serie di cazzi fighe ani leccate ciucciate trombate inculate per fare un libro erotico: chi lo ha scritto, evidentemente, non lo sa. Poi le premesse: dice che è la scoperta dell’immenso potere della mandorla; poi racconta la storia di una poveraccia schiava della propria mandorla e della sua fame insaziabile, e in balia di un uomo che ne fa, letteralmente, ciò che vuole, che la prende e la lascia quando gli pare, che la trascura per mesi interi, che si scopa un’infinita serie di altre donne – e non solo donne - anche in sua presenza (e se lei protesta si giustifica col fatto che sua nonna aveva l’abitudine di leccare la figa alle ragazzine, sic). E per finire in bellezza la lega mani e piedi, prende dal fuoco un pezzo di carbone incandescente e glielo infila in bocca. Ci racconta poi di come sia arrivata al matrimonio del tutto ignara di tutto ciò che ha a che fare col sesso, per passare poi alla dettagliata narrazione di tutte le sue avventure lesbiche, dall’infanzia al liceo, per non parlare di quando ha mostrato la passera a pagamento per conto del cugino che ci si doveva comprare un pallone e che – arabo e musulmano! – per questo le dedica il suo imperituro rispetto. Difficile, per tutta una serie di ragioni, pensare che davvero questo libro sia stato scritto da una persona araba (gli arabi, solo per dirne una, la prima notte di nozze usano scopare la moglie in presenza di madre e sorella?). Ancora più difficile, per il tipo di fantasie a cui il libro dà spazio – cominciare nella bocca di una donna e finire in quella di un’altra, mentre la propria donna guarda; scoparsi una coppia di lesbiche, sempre sotto gli occhi della propria donna; una illimitata e incondizionata disponibilità di accoglienza da parte della donna; erezioni intramontabili; l’idea che l’atto del depilarsi integralmente la passera con la ceretta a strappo – soprattutto la parte di mucosa all’interno - sia cosa talmente gradevole da provocare addirittura eccitazione con tanto di colate laviche annesse; il dominio totale, fisico e psicologico, sulla femmina, per non parlare della frequente confusione tra utero e vagina – credere che possa essere stato scritto da una donna. Insomma, oltre che una cagata pazzesca, anche una bufala pazzesca. E dunque, se lo vuoi leggere leggilo, male non ti potrà fare, però butti via il tuo tempo e i tuoi soldi, e oltretutto non è neanche abbastanza eccitante da riuscire a ispirarti una sega, quindi vedi un po’ tu.

barbara


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20 agosto 2008

LA CULTURA DELLA VIOLENZA

Da un articolo di Evelyn Gordon

Vecchio l’articolo; non, purtroppo, il tema.

Praticamente non passa giorno, ultimamente, senza che qualche personaggio famoso dichiari che la soluzione del conflitto israelo-palestinese costituisce la chiave per risolvere tutti i problemi con il mondo islamico: da Kofi Annan (“Finché i palestinesi vivono sotto occupazione le passioni continueranno ad accendersi dovunque”), a Henry Kissinger (“il riavvio di un processo di pace palestinese giocherebbe un ruolo significativo nella soluzione della crisi nucleare iraniana”), a Tony Blair (“una composizione israelo-palestinese è il cuore di ogni sforzo per risolvere altri problemi mediorientali e sconfiggere l’estremismo globale”).
È sorprendente come tante persone intelligenti facciano propria una così evidente falsità. Credono davvero che musulmani sunniti e musulmani sciiti – che, per inciso, considerano Israele nello stesso identico modo – si stiano massacrando a vicenda in Iraq a causa del conflitto israelo-palestinese? O che politici anti-siriani in Libano – che non sono meno anti-israeliani dei libanesi filo-siriani – vengano assassinati dalla Siria e minacciati di colpo di stato da Hezbollah a causa del conflitto israelo-palestinese? Che arabi mussulmani si stiano macchiando di genocidio contro musulmani neri in Sudan a causa del conflitto israelo-palestinese? Che, in Afghanistan, musulmani talebani si diano all’assassinio di musulmani non-talebani a causa del conflitto israelo-palestinese? Che musulmani ceceni abbiano preso in ostaggio bambini russi in una scuola di Beslan a causa del conflitto israelo-palestinese? Che musulmani e indù si uccidano a vicenda nel Kashmir a causa del conflitto israelo-palestinese? Che musulmani in giro per il mondo diano vita a proteste violente contro vignette satiriche danesi a causa del conflitto israelo-palestinese? E si potrebbe continuare per pagine e pagine.
Ma la teoria della centralità del conflitto israelo-palestinese non è solo falsa. È anche pericolosa, perché impedisce al mondo di affrontare la vera radice di tutti questi conflitti, compreso quello israelo-palestinese: che sta nella diffusa presenza, nel mondo islamico, di una cultura che considera la violenza e le minacce di usare la violenza come strumenti perfettamente legittimi per risolvere i contenziosi.
La crisi delle vignette costituisce un esempio particolarmente illuminante perché non è inquinato da alcun collegamento con qualche conflitto politico locale. Dopo che un giornale danese aveva pubblicato, l’anno scorso, delle vignette satiriche con la figura del profeta Maometto, folle di musulmani in tutto il mondo si sono scatenate per settimane in violentissime manifestazioni che hanno causato parecchi morti (oltre 50 tra Asia, Africa e
Medio Oriente). Si confronti questa reazione con quella dei cattolici di fronte alla satira fatta in Italia contro il papa e la Chiesa. Due settimane fa, ad esempio, sulla televisione italiana è andata in onda una scenetta satirica che metteva in ridicolo papa Benedetto XVI descrivendolo come talmente geloso del suo predecessore da darsi a una serie di gesti assolutamente ridicoli, come ballare il tip-tap ecc., chiedendo: “Lo sapeva fare, questo, papa Wojtyla?”. Durante un altro recente sketch, un comico italiano si prendeva gioco del dogma cattolico della Santa Trinità descrivendola mentre discute su dove fare un viaggio: il Padre proponeva l’Africa, il Figlio la Palestina e lo Spirito Santo il Vaticano. Alla domanda: perché in Vaticano, lo Spirito Santo spiegava: “Perché non ci sono mai stato”.
Con tutta evidenza, per un cattolico devoto questi scherni non sono meno offensivi di quanto non fossero le vignette su Maometto per un devoto musulmano. Eppure non ci sono stati spargimenti di sangue, né si sono sentiti leader religiosi cattolici incitare alla sommossa come avevano fatto invece tanti leader religiosi islamici in occasione delle vignette danesi. I cattolici si sono limitati a protestare a parole e per scritto, perché in una moderna cultura occidentale la violenza non è considerata una risposta accettabile di fronte a un’offesa.
Le reazioni dei religiosi alla satira hanno veramente un qualche nesso con conflitti politici come quello israelo-palestinese? Certamente, e per almeno due ragioni.
Primo, perché fino a quando il mondo islamico continuerà a considerare la violenza una reazione appropriata di fronte a qualunque torto subito o percepito, né il conflitto israelo-palestinese né alcun altro conflitto delle decine che coinvolgono dei musulmani in giro per il mondo sarà mai risolvibile. Proprio il conflitto israelo-palestinese illustra bene questo punto. I palestinesi avrebbero potuto ottenere uno stato nel luglio 2000 se Yasser Arafat avesse espresso “alla occidentale” la sua insoddisfazione per la proposta israeliana avanzata a Camp David: e cioè presentando una controproposta. Il governo di Ehud Barak era chiaramente disponibile a fare ulteriori concessioni, tanto è vero che poi le fece nei colloqui dell’inverno 2000-2001 sia a Washington che a Taba. Ma i palestinesi scelsero di esprimere la loro insoddisfazione in modo violento, lanciando una guerra terroristica che ha provocato la morte di più di mille israeliani (e circa 4.000 palestinesi) nell’arco dei sei anni successivi. Risultato: gli israeliani congedarono Barak e lanciarono la controffensiva militare, mentre i negoziati si bloccavano del tutto.
Lo stesso è accaduto l’anno scorso quando Israele ha lasciato la striscia di Gaza. Poco dopo, gli israeliani elessero Ehud Olmert sulla base di una piattaforma politica che prevedeva di fare altri ritiri in Cisgiordania. Ma i palestinesi, anziché cogliere questa apertura proclamando un vero cessate il fuoco e negoziando ulteriori concessioni, ancora una volta optarono per la violenza. Trasformarono le zone sgomberate della striscia di Gaza in postazioni di lancio per bombardare il sud di Israele con razzi e missili, e
poi – per esser certi del risultato – mandarono al governo dell’Autorità Palestinese il movimento Hamas, che persegue apertamente la distruzione di Israele. Risultato: non solo i negoziati restarono bloccati, ma restò bloccato anche il ritiro dalla Cisgiordania proposto da Olmert.
Il secondo motivo per cui è cruciale affrontare la cultura delle violenza è che, quand’anche il conflitto israelo-palestinese venisse in qualche modo risolto, ciò non contribuirebbe affatto alla soluzione degli altri problemi sia all’interno del mondo islamico, sia tra mondo islamico e occidente: giacché il numero dei possibili torti subiti o percepiti è praticamente senza fine. Infatti vi possono rientrare diversità culturali (le vignette danesi), questioni economiche (i tumulti dello scorso anno in Francia), questioni di politica estera (Iraq, Afghanistan) e altro ancora.
L’idea dei Bair, dei Kissinger, dei Kofi Annan sembra essere che, se i musulmani avranno soddisfazione su Israele, allora ripudieranno la violenza su altre questioni. In realtà, la storia insegna che è vero esattamente il contrario: così come Hitler, lungi dall’essere appagato dalla cessione occidentale della Cecoslovacchia, ne concluse che poteva impadronirsi impunemente anche della Polonia scatenando così la seconda guerra mondiale, analogamente ogni concessione finora fatta alla violenza e al terrorismo di matrice islamica non ha fatto altro che convincere altri musulmani che la violenza paga.
Il ritiro di Israele da Gaza, che l’84% dei palestinesi vide come un successo del terrorismo, è stato uno dei fattori che ha favorito sia la vittoria elettorale di Hamas, principale organizzazione terroristica palestinese, sia il perdurante sostegno al terrorismo della maggioranza dei palestinesi. Il ritiro della Spagna dall’Iraq subito dopo gli attentati a Madrid incoraggiò al-Qaeda e soci a pianificare altri simili attentati in altri paesi. E musulmani un po’ in tutto il mondo attribuiscono al terrorismo iracheno l’atteso ritiro degli Stati Uniti dall’Iraq.
Se l’occidente vuole veramente risolvere i suoi problemi con il mondo islamico deve adottare l’approccio esattamente opposto: mettere in chiaro che la violenza, lungi dal venire premiata, verrà anzi penalizzata. Cercando di rabbonire il mondo islamico facendone pagare il prezzo a Israele non fa che dimostrare, al contrario, che la violenza è utile. Suscitandone sempre di più. (Da: Jerusalem Post, 30.11.06)

Non che ci si illuda che qualcuno la smetterà di dire e di propagandare puttanate, me insomma ci si prova.


barbara


20 agosto 2008

E MENTRE A ROMA SI DISCUTE

Sagunto viene espugnata



(e leggi anche qui)

barbara


19 agosto 2008

RACCONTI E STORIELLE DEGLI EBREI

Una causa intentata contro Dio

Questa storia accadde all'epoca in cui vivevamo sotto la benefica guida del grande zaddik, saggio e taumaturgo rebe Elimelekh. In ogni casa il suo nome veniva pronunciato con trepidazione e con amore, in ogni famiglia venivano raccontate su di lui decine di storie straordinarie. Ma la storia più straordinaria tra tutte quelle che la gente raccontava su di lui, trasmettendosele di bocca in bocca, fu quella di quando il Signore Iddio fu citato in giudizio e di come a giudicarlo fu niente di meno che lo stesso rebe Elimelekh.
Ma andiamo con ordine.
Accadde, un tetro giorno di sventura per tutta la nostra gente, che lo zar bandisse una gzeyra con cui ingiungeva di scacciare entro un mese oltre i confini dello stato tutti gli ebrei. L'ordinamento dello zar raggiunse con la velocità del fulmine i più sperduti borghi e villaggi precipitando nel lutto più nero tutte le comunità. Cos'è che han sempre fatto da tempo immemorabile in casi simili gli ebrei? Proclamato un digiuno. E così fecero anche quella volta. A esclusione dei bambini, delle donne incinte e dei malati, tutti si misero a digiunare e a rivolgere al Cielo ardenti preghiere.
Giorno e notte nelle sinagoghe rimanevano aperte le porte dell'Arca con i rotoli della Torah. Rabbini e zaddik, indossati tales e tfiln, senza più conoscere sonno o riposo, leggevano i salmi e le preghiere del lutto. Passavano i giorni, si avvicinava la fatale scadenza, ma nulla induceva a pensare che Dio si fosse lasciato commuovere e avesse revocato l'infausta gzeyra.
Vi era, tuttavia, una sola persona che non era sprofondata nel lutto, che non si affliggeva e non piangeva. Era questi il famoso capo della yeshive di Volozin, il saggio e pio reb Nokhemtze. Fin dal giorno in cui era stata emanata la gzeyra, reb Nokhemtze si era messo a sedere davanti ai libri. Consultato il Shulkhan Orekh e la Khoshen Mishpat, cercò insistentemente nell’Arba Turim, nello Yad Khazaka, nello Zohar e in altri libri risposte agli interrogativi che lo stavano tormentando. In quei terribili giorni sfogliò centinaia, migliaia di pagine ingiallite trovando ogni volta nuove e ulteriori conferme alla straordinaria idea cui il suo pensiero aveva dato forma. Passò così alcuni giorni in un'indefessa tensione di tutte le sue energie mentali. Alla fine reb Nokhemtze, portata a termine la propria fatica, richiuse l'ultimo volume, lasciò la sua casa e si avviò da rebe Elimelekh.
"Rebe!" esclamò reb Nokhemtze comparendo davanti al grande rebe. "Può un signore permettere a qualcuno, chiunque egli sia, di ingerirsi nel destino dei propri servi?"
"No!" rispose reb Elimelekh. "Può farlo solo qualora egli voglia recedere dal proprio diritto di possedere quei servi."
"È così, illustre rebe", continuò reb Nokhemtze. "Questo dice la sacra Torah e questo dicono i nostri saggi e quanti insegnano la legge. Io sono venuto qui da te in quanto latore di una querela contro questo signore e perché esigo che le sue azioni vengano giudicate. Come ha potuto consentire Iddio che uno zar di questo mondo abbia per proprio capriccio scacciato dalle consuete residenze un intero popolo, e lo abbia così condannato a subire calamità e sofferenze?"
"Ma cos'è che vorresti, figlio mio?" chiese rebe Elimelekh.
"Io voglio citare in giudizio il Signore Iddio! Che lo si convochi davanti al Tribunale delle Sue stesse Leggi! "
"Ravvediti, figlio mio!" replicò tristemente rebe Elimelekh. "Come possiamo noi, creature di questa terra, costringere a una risposta il Creatore del Mondo?"
"Eccome se lo possiamo, se Egli provoca ingiustizia!"
"Ma non sarebbe allora più ragionevole giudicare lo zar di questo mondo?" osservò rebe Elimelekh.
"Lo zar di questo mondo? Perché mai giudicarlo se egli altro non è se non uno strumento nelle mani di Dio, uno strumento della Sua volontà? " si ostinò reb Nokhemtze.
Al che rebe Elimelekh sprofondò in dolorosi pensieri. A lungo durarono queste sue elucubrazioni, mentre il pio reb Nokhemtze se ne stava accanto a lui in sottomessa attesa della sua decisione. Alla fine rebe Elimelekh alzò la testa e disse:
"La tua intenzione di citare davanti al Din Toyre il Signore Iddio in persona è audace, se non arrogante, ma in considerazione del fatto che tale atto è stato sollecitato non da egoismo o da ambizione, bensì da grande amore per il popolo e da compassione per le sue sofferenze e per le calamità cui è fatto oggetto, tenendo conto del tuo altruismo e del tuo disprezzo per il pericolo cui stai sottomettendo la tua vita e la tua anima, io, umile servo di Dio, posso anche dichiararmi pronto ad azzardarmi a citare Dio in giudizio ma solo se, in qualità di giudice, io sia affiancato da un collegio formato da giudici che non consentiranno alla decisione del tribunale di deviare dalla verità."
A questo punto, in attesa degli eventi futuri, il querelante se ne ritornò a casa. Quella stessa notte arrivarono casualmente (oppure tutt'altro che casualmente) da rebe Elimelekh il famoso zaddik di Ljady rebe Shneur-Zalman, che era considerato il massimo talmudista del suo tempo, e il grande Dov-Ber di Mezhrich, sopranno¬minato il Magid di Mezhrich.
Rebe Elimelekh raccontò loro dell'audace azione legale intentata da reb Nokhemtze e propose loro di unirsi a lui per ascoltare le controparti: reb Nokhemtze in qualità di querelante e Dio in qualità di querelato, e di pervenire alla decisione se siano, o meno, improntate a giustizia le azioni di Dio.
I due grandi uomini diventarono bianchi come due sudari. Furono sconvolti dall'idea sacrilega di citare Dio in giudizio.
"Chi siamo e cosa siamo noi per giudicare se siano improntate, o meno, a giustizia le azioni del Creatore?" proferì tremante rebe Shneur-Zalman.
"La Torah non è forse opera Sua? Egli è quindi la personificazione della giustizia", aggiunse il Magid di Mezhrich.
Ma il sommo rebe Elimelekh si dichiarò in disaccordo con loro:
"Fin da quando il Signore ci ha dato la Sua Torah essa appartiene a noi e non a Dio, e noi non solo abbiamo il diritto, bensì il dovere, di commisurare sulle sue leggi tutto ciò che viene compiuto nel mondo, abbiamo il dovere di smascherare tutti coloro che agiscono contro la Torah, senza guardare in faccia nessuno. Mi avete sentito?" ripeté rebe Elimelekh, e la sua voce risuonò come rame. "Senza guardare in faccia nessuno! "
Gli illustri uomini udendo le parole di rebe Elimelekh si riscossero, quindi rialzato orgogliosamente il capo, dissero:
"Noi siamo pronti. In nome della giustizia imposta a noi uomini, noi siamo pronti a esprimere un giudizio circa la giustizia delle azioni dell'Altissimo."
Il giorno seguente il sommo tribunale cominciò a riunirsi. Il tavolo per il collegio giudicante fu ricoperto da un parokhes, vi furono collocate sopra delle candele accese e decine di volumi grossi. Attorno al tavolo presero poto i tre grandi uomini. Ognuno di essi aveva indossato tales e tfiln.
"È qui presente il querelante che ha intentato un'azione legale contro l'Altissimo?" chiese il presidente del tribunale rebe Elimelekh. "Sì!" si alzò dal proprio posto reb Nokhemtze. "È qui presente il querelato ed è Egli pronto a rispondere davanti a un tribunale composto di uomini, ed è Egli disposto a impegnarsi ad adempiere a quanto sarà deciso da questo tribunale?" chiese ancora il moderatore.
Per un minuto si fece silenzio, un silenzio di tomba. Si poteva addirittura udire il battito cardiaco di quegli uomini che avevano avuto l'ardire di sollecitare Dio a dare loro una risposta.
Infine, proveniente da chissà dove, si udì la voce flebile della Shkhine pronunciare in maniera assai percettibile:
"Sì, sono qui."
Il processo ebbe inizio.
"Querelante! Su cosa si basa la querela contro Dio, e cos'è che vuoi?" Reb Nokhemtze così cominciò:
"Io accuso Dio di ingiustizia. Servendosi di uno zar di questo mondo Egli ha condannato a sofferenze inenarrabili un intero popolo, tra cui centinaia di migliaia di persone di nulla colpevoli: donne e bambini. Egli ha fatto cadere la propria vendetta non solo su chi ha delle colpe, non solo sui peccatori, ma anche sui giusti, in evidente infrazione alle leggi della Torah. Io accuso quindi Dio di spergiuro: Egli ha assicurato la propria benevolenza al popolo eletto, ma in realtà lo ha scelto per imporgli una calamità che ci coinvolge singolarmente tutti. Io accuso Dio di istigazione degli uomini al male: pur ingiungendo loro di amare il prossimo, Egli costringe gli uomini a nutrire odio per il nostro popolo, giacché l'ingiunzione dello zar semina odio nei cuori di tutti i suoi sudditi. "Perciò io, a nome di tutto il popolo, definisco le azioni di Dio una evidente ingiustizia, in contrasto con le leggi consolidate, e fondo la mia accusa in considerazione di quanto esposto nei libri sacri seguenti... ai capitoli seguenti... nonché alle pagine seguenti... Traendo fondamento da tutto ciò, io esigo che la funesta gzeyra sia revocata!"
Reb Nokhemtze tacque. I giudici si consultarono tra loro, quindi rebe Elimelekh disse:
"Querelato! La legge ci impone di ascoltare anche l'altra parte. A te, dunque, la parola. Parla."
Allora una voce proveniente dall'alto pronunciò in maniera chiara e distinta:
"La maggior parte del mio popolo si è impantanata nei peccati. Io sono il Dio della vendetta, e quindi io esercito questa vendetta. Non è dato a un mortale abrogare una Mia volontà."
Ancora una volta si fece silenzio, un pesante, plumbeo silenzio rotto da rebe Elimelekh:
"II tribunale si ritira per pensare e per formulare una decisione."
Tre giorni passarono i giudici a elucubrare, a formulare giudizi, a cercare soluzioni: in base a citazioni, a riferimenti e ad analogie, ad ardenti discussioni e dimostrazioni, pervennero finalmente a un'unica conclusione:
"Si conviene che questa funesta gzeyra, emessa con il consenso di Dio, condanna tutto un popolo, ivi incluse centinaia di migliaia di persone di nulla colpevoli, a sofferenze inaudite; si conviene che questa gzeyra è una feroce violazione della suprema legge dell'amore.
"In considerazione, dunque, di tutte queste cose e accusando Dio di ingiustizia noi, tribunale di uomini, basandoci su leggi divine e umane, esigiamo che questa funestissima gzeyra sia da Dio revocata."
Questa fu il verdetto, lo psak-din del tribunale rabbinico, trascritto dal soyfer su pergamena e autenticata dalle firme dei tre illustri membri del santo tribunale, i rebe Elimelekh, Shneur-Zalman e Dov-Ber, dopodiché il rotolo di pergamena controfirmato fu trionfalmente collocato all'interno dell'Orn koydesh, tra i rotoli della Torah.
Trentasei ore dopo la gzeyra era stata revocata.

Ebraismo è anche questo: rivendicare orgogliosamente il diritto di discutere da pari a pari col padreterno in persona. E poi saper ridere di tutto e di tutti, se stessi compresi, ça va sans dire. Senza però dimenticare una cosa fondamentale: “Che noi ebrei si sappia ridere di noi stessi, non la autorizza a far scadere ogni nostra risata in barzelletta”.
In questo volume sono raccolti centinaia di racconti, leggende, storielle, figli dell’ebraismo orientale: quello che oggi non esiste più, interamente annientato nelle camere a gas e negli eccidi di massa perpetrati nel corso della seconda guerra mondiale. E anche per questo dunque, oltre che per il loro valore intrinseco, abbiamo il dovere di dedicare la nostra attenzione a questa letteratura: per strapparla all’oblio, per impedire che la vittoria del nazismo sul mondo della yiddishkeit sia ancora più totale, per riaccendere quelle voci che sono state spente con un barattolo di Cyclon B.

Racconti e storielle degli ebrei, raccolti da E. S. Rajze, Bompiani



barbara


18 agosto 2008

E LA LEGGENDA CONTINUA

Il nome non me lo ricordo, e spero mi perdonerete, ma tutto il resto sì. Era un poeta, di discreta notorietà. Un giorno, non so se per fede sincera o se per crearsi benemerenze, scrisse un’entusiastica poesia in onore di Stalin cantando, ad un certo punto, “il tuo possente petto di osseta”. Ventiquattr’ore dopo era già sul treno diretto in Siberia. Perché quello delle origini di Stalin è – e rimane – uno dei segreti meglio custoditi di tutta la sua vita, più ancora della trapunta rosa che si era portato in Siberia perché il bimbo era delicato e freddoloso – e chissà se anche alle centinaia di migliaia – o milioni? – di persone fatte poi deportare da lui saranno stati concessi analoghi privilegi, ma questa è un’altra storia. Delle sue origini ossete si era sempre vergognato, il compagno Josif Vissarionovic, perché gli osseti sono considerati dai georgiani come dei montanari rozzi, ignoranti, buzzurri, più o meno quello che i romani definiscono come burini, e le ha accuratamente nascoste, a cominciare dal cognome, trasformando quello originario nel più georgianamente corretto Džugašvili. E impedendo poi, materialmente, a chiunque di parlare.
Nell’ultimo numero dell’Espresso, nell’articolo dedicato alla guerra – ancora per poco, si spera – in corso si parla di Gori, in Georgia, come della città natale di Stalin: la leggenda continua, dunque, oltre la morte di chi l’ha creata. Ma non è meschino vergognarsi delle proprie origini?
(Sulla situazione attuale invece no, non troverete qui commenti, perché ne so troppo poco per essere in grado di distinguere tra fatti reali e propaganda)



barbara


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17 agosto 2008

TEL AVIV: IN PALESTINA, PER TELECOM ITALIA

Comunicato Honest Reporting Italia 17 agosto 2008

Telecom Italia, a quanto pare, ha deciso di riscrivere i testi di geografia: come ci è stato segnalato, e come potrete constatare voi stessi andando qui, la Telecom ha una nuova offerta (Nuova Welcome Home), che fa sconti per chiamare in tutti i Paesi del Mondo. Se guardate la lista dei Paesi con le varie tariffe, noterete che non esiste Israele, ma la Palestina.
Chiamando il 187, viene cortesemente spiegato che per la Telecom per parlare con Tel Aviv bisogna chiamare in Palestina.
Vi chiediamo pertanto di spedire un fax di protesta al numero 803308187 o di contattare i numeri presenti nel sito indicato alla voce "contatti".

Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

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Dopo aver tentato di annientare un popolo, dopo aver tentato di cancellare uno stato, si ripiega simbolicamente – in attesa di tempi migliori – sulla cancellazione del suo nome.

barbara


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16 agosto 2008

SUITE FRANCESE

Un’idea grandiosa: una sequenza di cinque libri, un immenso affresco di un evento storico ancora in divenire, ossia la seconda guerra mondiale, l’invasione e l’occupazione tedesca, la miseria morale di parte non piccola della nazione francese – senza troppe differenze fra popolo, borghesia e aristocrazia – e la piaga del più abietto collaborazionismo. Un quadro vivo e spietato, a tratti addirittura epico – ma la storia incalza, il destino incombe, Auschwitz è alle porte, e di libri ha il tempo di scriverne solo due.
Singolare destino, quello di questa donna, intrisa dei peggiori pregiudizi antisemiti (capelli crespi, naso adunco, mano molle, dita e unghie a uncino, colorito scuro, giallo o olivastro, occhi neri, ravvicinati e melliflui, corporatura gracile, guance livide, denti irregolari, narici mobili, sete di guadagno, isteria, atavica abilità nel vendere e comprare paccottiglia, fare traffico di valuta, improvvisarsi commessi viaggiatori, rappresentanti di finti merletti o munizioni di contrabbando, gentaglia ebrea, bisogno quasi selvaggio di ottenere le cose desiderate, disprezzo cieco per ciò che possono pensare gli altri, insolenza ebraica) e che tuttavia, consapevole che ciò le potrà costare la deportazione e la vita, non esita a qualificarsi come persona “di razza ebraica”. E come tale conclude la sua breve vita in una camera a gas.
Singolare anche la sua scrittura, in un francese così ricco, brillante, cristallino – nonostante sia da pochi anni immigrata dalla Bielorussia, in fuga dalla rivoluzione – da indurre i suoi primi editori a sospettare che si tratti di un prestanome per qualche scrittore famoso desideroso di pubblicare qualcosa in incognito. Ed è una scrittura veramente magistrale che, unita a una sublime perfidia, rende la sua opera assolutamente meritevole di essere letta.

Irène Némirovsky, Suite francese, Adelphi



barbara


15 agosto 2008

PETITORIO CONTRA EL TERRORISMO ISLAMICO

Ante la noticia que la Audiencia Nacional de España, por pedido del Centro Palestino por los Derechos Humanos, ha solicitado la detención de cinco funcionarios y militares israelíes para juzgarlos por presuntos crímenes de guerra, y ejerciendo nuestro derecho a realizar reclamos similares, solicito a todos aquellos judíos y no judíos que firmen el siguiente petitorio para que los individuos abajo nombrados sean detenidos por crímenes contra la humanidad, crímenes de guerra y graves violaciones a los Derechos Humanos.

Israel Winicki


PETITORIO

Nosotros, los abajo firmantes, hombres y mujeres comprometidos en la lucha contra el terrorismo, basándonos en la Declaración Universal de los Derechos del Hombre, cuyo preámbulo dice:

Considerando que la libertad, la justicia y la paz en el mundo tienen por base el reconocimiento de la dignidad intrínseca y de los derechos iguales e inalienables de todos los miembros de la familia humana,

Considerando que el desconocimiento y el menosprecio de los derechos humanos han originado actos de barbarie ultrajantes para la conciencia de la humanidad; y que se ha proclamado, como la aspiración más elevada del hombre, el advenimiento de un mundo en que los seres humanos, liberados del temor y de la miseria, disfruten de la libertad de palabra y de la libertad de creencias,

Considerando esencial que los derechos humanos sean protegidos por un régimen de Derecho, a fin de que el hombre no se vea compelido al supremo recurso de la rebelión contra la tiranía y la opresión,

Considerando también esencial promover el desarrollo de relaciones amistosas entre las naciones,

Considerando que los pueblos de las Naciones Unidas han reafirmado en la Carta su fe en los derechos fundamentales del hombre, en la dignidad y el valor de la persona humana y en la igualdad de derechos de hombres y mujeres; y se han declarado resueltos a promover el progreso social y a elevar el nivel de vida dentro de un concepto más amplio de la libertad,

Considerando que los Estados Miembros se han comprometido a asegurar, en cooperación con la Organización de las Naciones Unidas, el respeto universal y efectivo a los derechos y libertades fundamentales del hombre, y
Considerando que una concepción común de estos derechos y libertades es de la mayor importancia para el pleno cumplimiento de dicho compromiso,

La Asamblea General

Proclama la presente Declaración Universal de Derechos Humanos como ideal común por el que todos los pueblos y naciones deben esforzarse, a fin de que tanto los individuos como las instituciones, inspirándose constantemente en ella, promuevan, mediante la enseñanza y la educación, el respeto a estos derechos y libertades, y aseguren, por medidas progresivas de carácter nacional e internacional, su reconocimiento y aplicación universales y efectivos, tanto entre los pueblos de los Estados Miembros como entre los de los territorios colocados bajo su jurisdicción.

En las Convenciones de Ginebra, que regulan las leyes de guerra, incluido el trato a Prisioneros de Guerra, y todos los convenios internacionales que reprimen y castigan los crímenes de lesa humanidad, solicitamos a la Audiencia Nacional de España la detención y juzgamiento de los siguientes individuos:

MAHMOUD AHMADINEDJAD: iraní, actualmente Presidente de la República Democrática Islámica de Irán, por los siguientes delitos:

En 1980, Ahmadinedjad era el representante principal del IUST, la organización de estudiantes que estuvo detrás del ataque de la embajada de Estados Unidos que llevó a la crisis de los rehenes de Irán En que fue violada en forma flagrante la Ley de Extraterritorialidad de las Representaciones Extranjeras). Más de medio centenar de estadounidenses permanecieron cautivos durante 444 días en la embajada de EE.UU. en Irán, entre noviembre de 1979 y enero de 1981, después del derrocamiento del Sha Mohamed Reza Pahlevi y la instauración de un régimen islámico.

Al menos cinco personas que permanecieron como rehenes de militantes iraníes en la embajada de EE.UU. en Teherán hace 25 años identificaron al presidente electo de Irán, Mahmud Ahmadinedjad, como un cabecilla de los secuestradores.

Durante la guerra con Irak, Ahmadinedjad fue instructor de los Basiji Mostazafan, una organización fundada en 1979 por Jomeini. Los basiji eran niños de hasta 12 años que estaban obligados a defender el régimen de Jomeini armados de una llave de plástico en el cuello, una llave que les aseguraba su entrada en el paraíso. Los niños eran utilizados para limpiar los campos minados. Se había intentado con asnos, ovejas y perros, pero éstos, al ver una explosión, se asustaban y huían. En cambio los niños plenos de fervor religioso y con sed de paraíso se ofrecían jubilosamente. Para evitar la dispersión de sus cuerpos, antes de entrar a los campos minados los niños se enrollaban en alfombras, para que sus partes permanecieran juntas tras la explosión.

Como presidente de Irán conculcó y conculca los derechos civiles de los ciudadanos iraníes, especialmente las mujeres y los no musulmanes, permitiendo que se realicen ejecuciones públicas y castigos físicos contra infractores a la Ley Islámica (son víctimas de este proceder aquellos acusados de adulterio, los homosexuales y delincuentes comunes, incluidos niños)

Como presidente de Irán apoya a los movimientos terroristas Hizbollah y Hamas, responsables de asesinatos de cientos de civiles en todo el mundo, principalmente en Israel.

HASAN NASRALLAH: Jeque chiíta radicado en el Líbano, dirigente máximo de la organización terrorista Hizbollah. Por instigar y autorizar cruentos atentados en el exterior, entre los que se destacan los atentados realizados en Buenos Aires, Argentina, contra la Embajada de Israel (25 muertos) y la AMIA (85 muertos).

Negar información acerca del paradero y suerte corrida por el piloto israelí Ron Arad, quien en misión de combate fue derribado sobre el Líbano, por lo que se lo considera un Prisionero de Guerra.

Por enviar un comando a cruzar la frontera entre Líbano e Israel el 12 de julio de 2006. Dicho comando atacó dos vehículos militares israelíes. En el lugar fueron hallados ocho cadáveres y se reportó la desaparición de los soldados reservistas Ehud Goldwasser y Eldad Regev. A partir de esa fecha, y por espacio de mas de un mes y medio la organización liderada por Nasrallah bombardeó en forma indiscriminada las ciudades del norte de Israel, provocando la muerte de 43 civiles (hombres, mujeres y niños).

Durante dos años no se supo nada de los soldados desaparecidos. Nasrallah se dedico a torturar mentalmente a las familias de los mismos, afirmando a veces que estaban vivos, otras que uno estaba muerto y el otro vivo. Hasta que en un reciente intercambio, entregó los cadáveres de los dos militares, quienes habían muerto el mismo día del secuestro.

La organización liderada por Nasrallah se ha apoderado del gobierno libanés utilizando la violencia y violando los Derechos Humanos.

KALED MASHAAL E ISMAIL HANIYE: Dirigentes de la organización terrorista Hamas. Mediante un golpe de estado se han apoderado del gobierno en la Franja de Gaza, persiguiendo a los partidarios del Gobierno de la Autoridad Palestina, mediante arrestos masivos, torturas y ejecuciones sumarias.

Persiguen en forma metódica a los cristianos de la Franja de Gaza, en clara violación a una de las libertades fundamentales, la libertad de culto.

Secuestraron en 2006 a un soldado israelí, Gilad Shalit, sin que hasta este momento se tengan noticias de su paradero y condiciones de salud. Haciendo oídos sordos los reclamos de la Cruz Roja para que se le permita visitar al secuestrado (quien también puede ser considerado un Prisionero de Guerra).

Ordenar el bombardeo constante de ciudades del sur de Israel, como Sderot y Ashkelon, matando e hiriendo civiles con este accionar.

En vista de lo expuesto anteriormente es que solicitamos de la Audiencia Nacional Española, y en nombre de la Justicia, que estos individuos sean detenidos, juzgados y condenados por sus crímenes de guerra y de lesa humanidad.

SERA JUSTICIA

Hacer click en el link y firmar

http://www.petitiononline.com/israelgo/petition.html

FAVOR DE DIFUNDIR

E guai a voi se non fate il vostro dovere!

barbara


14 agosto 2008

UN GRANDE SE N’È ANDATO



Il più grande di tutti noi. Ha lottato per quasi vent’anni, con coraggio, con dignità, con ineffabile senso dell’umorismo. Alla fine si è dovuto arrendere. Qui, e soprattutto qui. Addio Marco, non ti dimenticheremo.

barbara


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13 agosto 2008

NESSUNO IN NESSUN LUOGO

Un mondo incomprensibile e spesso ostile, una madre capace solo di odiare, il bisogno di difendersi da tutto questo: da qui nasce la necessità di Donna Williams di ritirarsi in se stessa, di chiudersi nel proprio mondo fino a diventare nessuno, fino a non essere in nessun luogo. E, allo stesso tempo, un disperato desiderio di uscire – salvo che, “lì fuori”, fa tutto così maledettamente male. La storia di questa estenuante battaglia è il tema di questo libro autobiografico, doloroso e bellissimo. Sembra un romanzo – e purtroppo non lo è.

ANNOTAZIONE PERSONALE 1. Nel libro i sintomi presentati dall’autrice vengono identificati come autismo. In realtà secondo tutti o quasi gli studiosi di questa patologia, il quadro in questione presenta solo alcuni aspetti in comune con l’autismo, ma non si tratterebbe affatto di vero autismo. In effetti a scuola abbiamo avuto diversi casi di soggetti autistici, e nessuno di loro è mai stato in grado di pronunciare una sola parola né di comunicare in alcun altro modo, per non parlare poi di scrivere; nessuno era in grado di riconoscere le persone, nessuno era in grado di ritrovare a scuola le proprie stanze o il bagno; a una ragazza, seguita mattina e pomeriggio da personale specializzato, a diciotto anni erano ancora costretti a far portare il pannolone perché ancora non era stato possibile trovare il modo di farle esprimere il bisogno di urinare. Ogni tanto urlava: urla strazianti che correvano per tutti i corridoi e facevano gelare il sangue. Poteva andare avanti anche per ore, senza che ci fosse modo di capire se stesse soffrendo, e come, e che cosa fare per aiutarla. Anni fa una donna ha annegato il figlio di quattro anni, autistico, che urlava in questo modo, e in ogni angolo d’Italia si sono levati anatemi contro questa madre snaturata. Ma non da parte di chi si è scontrato, anche una sola volta, con questo dramma, perché chi ha visto, chi ha sentito, è perfettamente in grado di capire l’insopportabilità di una simile situazione senza via d’uscita: perché l’autismo vero non è passibile di guarigione, e neanche di miglioramento.

ANNOTAZIONE PERSONALE 2. A scuola abbiamo avuto una ragazza che presentava un comportamento simile a quello dell’autrice del libro. Era scappata di casa a dieci anni perché il padre la violentava, e la madre sapeva e non muoveva un dito. Nessuno di noi l’ha mai considerata pazza, e un po’ alla volta siamo riusciti a recuperarla. All’inizio avevo pensato che fosse incapace di scrivere, ma poi ho capito; sono andata lì e le ho detto: “Se le cose di cui ti si chiede di scrivere non ti piacciono lasciale perdere e scrivi di qualcos’altro”. Si è rinfrancata e ha ripreso a scrivere di lena. Era una classe meravigliosa, per fortuna. Ogni tanto, mentre facevo lezione guardando in giro, qualcuno aspettava che guardassi nella sua direzione per agganciare i miei occhi e portarli poi, senza muovere un muscolo della faccia, verso di lei, che si era improvvisamente persa dentro se stessa. Allora abbassavamo tutti la voce per non disturbarla, fino a quando non riemergeva. E a poco a poco ha finito per ritrovarsi.

Donna Williams, Nessuno in nessun luogo, Armando Editore



barbara


12 agosto 2008

SOLIDARIETÀ

alle nostre sorelle arabe (qui notizie più dettagliate)

barbara


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11 agosto 2008

TROPPA GRAZIA SANT’ANTONIO!



Mi hanno dato il premio “Brillante Weblog”, ma non è per questo che dico troppa grazia sant’Antonio: il fatto è che me lo hanno dato addirittura in sei! E precisamente Le guerre civili, Mille e una donna, Accade, Nichisus, Deborah Fait, Andreapikki. Vabbè, adesso allora farò il mio dovere, ringraziando i generosi amici che mi hanno voluta segnalare in questo modo e proseguendo a mia volta il gioco. E dunque:

Il premio Brillante Weblog è un premio per siti e blog che risaltano per la loro brillantezza
nei temi e nei design e con lo scopo di promuovere ancora una volta la blogosfera nel mondo.”
Regole:
1) al ricevimento del premio bisogna scrivere un post mostrando il premio e citando il nome di
chi ti ha premiato, con l’indirizzo del suo blog.
2) scegliere un minimo di 7 blog (anche di più) che credi siano brillanti nei loro temi o nei loro
design, esibendo il loro nome ed il link.
3) avvisare che hanno ottenuto il premio Brillante Weblog.
4) esibire la foto o il profilo di chi ti ha premiato e di chi premi (FACOLTATIVO).

A chi lo assegno allora? Innanzitutto voglio citare come assolutamente meritevoli tutti coloro che lo hanno assegnato a me. Gli altri designati sono:

1. Beppe Fontana
2. Codadilupo
3. Cuntrastamu
4. Fuori dal ghetto
5. Il cielo sopra Kabul
6. Topgonzo
7. Minchia che fame

I motivi per i quali questi blog sono brillanti non ve li spiego: andate a guardarli, e lo capirete da soli. Avrei volentieri nominato anche Il laicista e Ugolino, anzi, lo avevo anche già fatto, solo che poi mi sono accorta che erano già stati chiamati in causa, comunque si considerino lo stesso idealmente chiamati. E con questo passo e chiudo.

barbara

AGGIORNAMENTO: ho avuto un'altra nominescion da Francesco.


10 agosto 2008

AFGHANISTAN, DOVE DIO VIENE SOLO PER PIANGERE

E se Dio è donna, dovrà piangere ancora di più in Afghanistan, dove è normale pensare che A dire il vero Dio è sempre stato buono con la madre di Shirin-Gol. Come primo figlio, nel ventre le ha deposto un maschio, così che suo marito potesse sentirsi un vero uomo e non fosse costretto a romperle i denti, dove è normale che una bambina venga cresciuta così:
- Tieni le gambe strette, le ragazze non siedono con le gambe aperte, altrimenti viene il lupo e si mangia tutto
- Stai zitta, le ragazze per bene tacciono, altrimenti entra l’uccellino in bocca e ti soffoca
- Di’ alla bambina che deve abbassare lo sguardo, altrimenti prende una brutta abitudine e da grande guarderà negli occhi uomini che non conosce
- Tieni il fazzoletto sulla fronte, indossa i veli, ritira i piedi, abbassa lo sguardo, non parlare quando i tuoi fratelli parlano, fai posto, cedi il passo …

E questo era prima: prima dei russi, prima dei mujaheddin, prima dei talebani. Dopo è diventato peggio. Molto peggio. Un peggio attraverso cui ci accompagna per mano Shirin-Gol. Un peggio fatto di guerra e bombe e missili e fughe e fame. Un peggio fatto di donne umiliate, oppresse, violentate nel corpo e nell’anima – e sempre, quando una donna subisce l’oltraggio estremo, spunta accanto a lei un’altra donna che l’abbraccia stretta, e l’accarezza, e la spoglia e la lava e la culla parlandole dolcemente perché sa esattamente che cosa sta provando quella donna, e perché questo è il modo più giusto per ripagare la donna che a sua volta, quando era toccato a lei, l’aveva abbracciata e accarezzata e spogliata e lavata e cullata … perché quasi non c’è donna, in questo mondo in cui ogni millimetro di pelle visibile è considerato diabolica provocazione, quasi non c’è donna che, per quanto racchiusa in una prigione di stoffa, non sia finita vittima della bestialità di uomini che si ritengono depositari, nei loro confronti, di ogni diritto, primo fra tutti quello di disonorarle – e di disprezzarle poi per essere state disonorate.
Ci conduce con mano ferma, Shirin-Gol, che è anche andata a scuola, quando c’erano i russi, anche se suo padre non voleva, perché lo sanno tutti che le donne che imparano a leggere e a scrivere diventano tutte puttane. Ci conduce di caduta in caduta, di orrore in orrore, fino all’inferno supremo, quello dei talebani, sotto il cui dominio regna l’arbitrio totale, e le donne devono smettere di esistere mentre loro si trastullano coi ragazzini. E in mezzo a tanto orrore, tuttavia, troviamo pagine di sublime bellezza, come questa.

Le donne si accovacciano accanto a lei e si aspettano che compia il miracolo. Osservano ogni suo movimento, ascoltano ogni suo respiro, bevono ogni singola parola che esce dalla sua bocca, eseguono tutti i suoi ordini.
Bibi-Deljan, l'anziana del villaggio, siede dietro la testa di Abine, muove in silenzio le labbra e sgrana le perle del suo rosario prima in un verso, poi nell'altro. Mani solcate da vene blu, che sembrano fiumi nelle montagne, sgranano i chicchi del rosario. Bibi-Deljan è tutta una ruga, non ha più un solo centimetro di pelle liscia. Pieghe e rughe che somigliano alle creste e alle rocce della montagna dove vive. Bibi-Deljan, la donna che sembra fatta di roccia. Eretta. Immobile. Testa di roccia. Spalle di roccia. Gambe di roccia. Braccia di roccia.
Nulla si muove in Bibi-Deljan; soltanto le labbra mute e le dita ossute, con le quali sgrana le perle del rosario, prima in una direzione e poi nell'altra. Siede lì e non stacca gli occhi da Shirin-Gol. Come se volesse tessere, fra lei e Shirin-Gol, un filo invisibile. Come se, attraverso quel filo, potesse penetrare nel suo corpo, nella sua testa, nella sua anima, nel suo sangue, nelle sue braccia, nelle sue gambe, in ogni capello. Come se, attraverso quel filo, volesse trasmettere a Shirin-Gol tutto ciò che i suoi occhi hanno visto, ogni pensiero che la sua mente ha prodotto. Come se le voci e i rumori nella piccola capanna potessero scomparire. Come se i colori potessero scomparire. Il volto della madre di Abine perde prima gli occhi, poi il naso, le orecchie; la bocca si trasforma in un buco nero. Poi anche tutti gli altri visi perdono occhi, naso, orecchie; tutte le bocche si trasformano in un buco nero. Soltanto il volto della donna di roccia continua ad avere occhi, naso, orecchie e bocca. Una bocca che mormora, muta. Tutto è tranquillo. Shirin-Gol chiude gli occhi, sente che le gira la testa. Cerca di riprendersi. Shirin-Gol perde tutte le parole, tutti i pensieri tranne uno. Soltanto un pensiero resta chiaro nella sua testa che gira vorticosamente. Non vede più occhi, non vede più orecchie, ora vede solo buchi neri, là dove, fino a un attimo prima, c'erano bocche.
"Potrei andarmene, lasciare la capanna" pensa Shirin-Gol. "Nessuno se ne accorgerebbe. Non ho il diritto di intromettermi nei piani di Dio."
«È proprio per volontà di Dio, invece, che tu sei qui ad aiutare» dice Bibi-Deljan con voce dolce e tranquilla.
La madre di Abine riacquista occhi, naso, orecchie, bocca. Le sfugge un grido soffocato, come se avesse visto un fantasma. Mette una mano sulla bocca, con l'altra artiglia le gonne. «La-elah-ha-el-allah» esclama.
«Sono due inverni e due estati che Bibi-Deljan non ha più aperto bocca. E ha ritrovato la lingua ora, mentre mia figlia muore.»
Bibi-Deljan, la muta donna di roccia, ha ritrovato la parola. La madre di Abine ha riacquistato la bocca e la voce stridente. La donna di roccia non stacca i suoi occhi da Shirin-Gol, continua a sgranare il rosario, prima in una direzione e poi nell'altra.


E sempre si fa strada, in Shirin-Gol e nelle altre donne, una parola magica: resistenza. Parlare fra donne: resistenza. Sollevare per un istante la prigione del velo per sentire il vento sul viso: resistenza. Riuscire per un momento a sorridere: resistenza. Insegnare di nascosto alle bambine a leggere e a scrivere: resistenza. Sopravvivere: resistenza, resistenza, resistenza! E allora noi che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case, noi che troviamo tornando a sera il cibo caldo e visi amici, dedichiamo a queste nostre infelici sorelle almeno il dono gratuito della nostra attenzione.

Siba Shakib, Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere, Piemme



barbara


10 agosto 2008

MA CHE RAZZA DI STOMACO!

Ora, lo so che parlare male dei morti non è cosa di buon gusto, per cui un dignitoso silenzio avrei potuto benissimo capirlo. Ma tutto questo parlar bene di Gava, dico io, era proprio necessario?

barbara


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9 agosto 2008

GAME OVER

E anche lei se n’è andata.

barbara




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8 agosto 2008

SPORT E POLITICA

Dice, non bisogna politicizzare le olimpiadi. E dice anche, non bisogna mischiare sport e politica. Chissà se si sono mai accorte le anime belle – ossia quelle che non dico al di là del proprio naso, ma neanche il proprio naso allo specchio sono capaci di vedere – che la richiesta della Cina di ospitare le Olimpiadi è stata dettata UNICAMENTE da ragioni politiche. Chissà se si sono mai accorte che la scelta del CIO di accogliere la richiesta è stata dettata UNICAMENTE da considerazioni politiche. Chissà se si sono accorti che tutto ciò che sta avvenendo in Cina, da mesi e mesi a questa parte, intorno alle Olimpiadi, è UNICAMENTE politico. Chissà se si sono accorti che tutto ciò che andranno a fare lì gli atleti di tutto il mondo è UNICAMENTE in funzione politica. È il sogno di una vita, dicono gli atleti. E io mi chiedo: si ha davvero il diritto di sognare sulla pelle di milioni di innocenti? E mi chiedo: ha davvero il diritto di chiamarsi col nome di sogno una cosa intrisa di sangue, del sangue di milioni di innocenti?
E adesso vai a leggere qui e qui – e non azzardarti a tirare fuori scuse tipo che non hai tempo o altre puttanate simili.







Oppositori sopravvissuti ai lager cinesi




Repressione in Tibet


Bambini in fabbrica 15 ore al giorno


Esecuzioni di massa

barbara

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Un proposito:
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MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





Questo è Leone, e ha la bella età di tre ore


gatto sionista

Occhio alla piovra giudaica!









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