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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 giugno 2008

IL POSTO GIUSTO



Ed è il posto giusto – qualunque posto sarebbe giusto – anche per ricordare un autore geniale troppo presto scomparso e ingiustamente dimenticato.

barbara


30 giugno 2008

SERGIO ROMANO RECIDIVO SU SABRA E CHATILA

Comunicato Honest Reporting Italia 29 giugno 2008

Non c'è niente da fare: se appena appena gli si offre la possibilità di fare un po' di sana disinformazione su Sabra e Chatila, Sergio Romano proprio non può resistere alla tentazione. Anche questa volta il destro glielo offre, giovedì 26 giugno, la lettera di un lettore che protesta per la palese disinformazione seminata a piene mani circa un mese fa.

I MASSACRI DI SHATILA LA DIFFICILE CONTA DEI MORTI

La sua risposta a un lettore sulla strage avvenuta a Beirut nel 1982, nei campi profughi palestinesi di Sabra e Shatila, colpisce per parzialità e disinformazione. Lei inizia con una ricostruzione molto lacunosa del contesto in cui maturò quel tragico episodio e ignora i presupposti dell'intervento dell'esercito israeliano (ripetuti attentati lungo la frontiera con Israele, creazione di un arsenale di armi pesanti da utilizzare tanto nella guerra civile libanese quanto contro Israele, massacri compiuti dai palestinesi nei confronti dei cristiani libanesi).
Volendo sorvolare sull'uso del termine «guerrigliero» per definire i terroristi palestinesi, oltre che sulla forma dubitativa circa le responsabilità siriane nell'attentato a Bashir Gemayel, colpisce la falsità dei dati sulle vittime palestinesi che secondo la Procura Generale libanese, Croce Rossa e la Commissione d'inchiesta israeliana (la stessa che attribuì la responsabilità indiretta della strage a Sharon) furono tra 470 e 800 e non 3.000. Non è il numero che colpisce (1, 10, 100 o 1.000 morti, restano la gravità dell'episodio e la sua efferatezza), quanto il fatto che lei prenda per buona la cifra fornita dai palestinesi, attribuendo, di fatto, attendibilità solo a quella fonte. Gradirei una risposta che mi aiuti a capire come un giornale notoriamente equilibrato e pertinente come il vostro possa cadere in questi grossolani errori.
Daniele Coppin

Caro Coppin,
Dopo avere indicato una possibile cifra (3.000)
3000 NON è una cifra possibile: è una cifra inventata di sana pianta: non è la stessa cosa

e osservato che il dato è difficilmente verificabile,
piuttosto difficile, effettivamente, verificare le cose inventate ...

avrei dovuto aggiungere che esistono effettivamente stime diverse: 460 secondo il calcolo più conservatore degli israeliani, 700 secondo il direttore dell'Intelligence militare di Israele, 2.000 secondo fonti ufficiose dei servizi dell'Onu e voci raccolte dai giornalisti stranieri a Beirut.
Falso: secondo la Procura Generale della Repubblica libanese - e non secondo "il calcolo più conservatore degli israeliani" - sarebbero state 470, mentre la Commissione di inchiesta israeliana - la più severa - in base a sopralluoghi, riprese aeree e testimonianze ha calcolato che le vittime siano state fra le 700 e le 800. La cifra più alta, all'epoca, è stata quella "sparata" dai palestinesi, ed era di circa 1500 morti. Cifre più alte sono state avanzate solo in tempi recenti, senza alcuna connessione né con i fatti, né con eventuali indagini o testimonianze.

Non esiste una stima della Commissione Kahan, costituita a Gerusalemme per accertare le responsabilità delle forze armate israeliane.
FALSO!

Se lei rileggerà la pagina 26 del rapporto, troverà un lungo paragrafo che comincia con le parole «E' impossibile determinare con precisione il numero delle persone massacrate».
E che termina con le parole «Taking into account the fact that Red Cross personnel counted no more that 328 bodies, it would appear that the number of victims of the massacre was not as high as a thousand, and certainly not thousands»: «considerando che il personale della Croce Rossa ha contato non più di 328 corpi, sembra che il numero delle vittime del massacro non arrivi a mille, e sicuramente non migliaia» (qui): ecco, questa sembrerebbe proprio essere "una stima della commissione Kahan". Ciò che sta facendo qui Sergio Romano è un volgare tentativo di falsificare i documenti, citando le parti che confermano le sue fantasiose invenzioni, ed eliminando quelle che le contraddicono.

Non sappiamo quanti palestinesi vivessero a Shatila fra il 16 e il 18 settembre 1982. Non sappiamo quanti cadaveri siano stati rapidamente sepolti nelle vicinanze del campo. Non sappiamo quanti siano stati trasportati altrove (su camion forniti dagli israeliani, secondo alcuni testimoni) e sepolti in fosse comuni. Robert Fisk, autore di uno dei migliori libri sulla guerra civile libanese («Pity the Nation. Lebanon at War») scrive di avere raccolto notizie secondo cui un migliaio di persone sarebbe stato sepolto sotto un «campo sportivo». Pensò allo stadio e fece un sopralluogo, ma gli fu detto più tardi che il «campo sportivo» era in realtà il grande Golf Club lungo la strada che corre da Shatila all'aeroporto. Andò a vedere e trovò larghe zone di terra smossa e tracce di mezzi cingolati. Ma il Golf era presidiato dalle forze armate libanesi che non autorizzarono le indagini della Croce Rossa.
Come ricorda la Commissione Kahan, il numero indicato in un rapporto della Croce Rossa (328) è soltanto quello dei cadaveri che gli ispettori riuscirono a contare quando poterono finalmente entrare nel campo. Come in tutti i massacri, gli autori, a cose fatte, cercano di occultare per quanto possibile i loro peccati.
Nella sua lettera, caro Coppin, lei ricorda le ragioni dell'intervento dell'esercito israeliano in Libano. Per completare il quadro, tuttavia, conviene ricordare che i massacri avvennero dopo l'esecuzione di un piano americano per la partenza dal Libano dei guerriglieri palestinesi e delle forze siriane. L'evacuazione ebbe luogo soprattutto per mare alla fine di agosto.
Evacuazione che non fu completata a causa delle inadempienze delle forze internazionali che avrebbero dovuto provvedere: perché non ricordarlo, visto che il signor Romano sta diligentemente riempiendo le lacune lasciate dal signor Coppin?

Vi erano ancora combattenti palestinesi a Shatila dopo la partenza di Arafat? E' probabile
Probabile? Semplicemente probabile?? E chi l'avrebbe fatta, secondo il competentissimo signor Romano, quella che è passata alla storia come "la guerra dei campi" che è durata anni e che tra bombardamenti, massacri e carestie provocate dagli assedi ha causato circa 10.000 morti fra i palestinesi delle varie fazioni? E visto che il signor Romano ama citare Robert Fisk, lo citeremo anche noi: «La distruzione di Sabra è così grande che fra chi non viveva nel sottosuolo, ben pochi sono sopravvissuti. Il modo in cui Amal e i palestinesi hanno combattuto nei corridoi dell’ospedale per anziani mentre i pazienti erano ancora lì indica che nessuna delle due parti si preoccupa troppo per i civili presi nel fuoco incrociato. Il modo in cui i palestinesi costruiscono le loro case sopra i bunker rende inevitabile la morte di civili. [...] Se chiedete quanti combattenti hanno, rispondono che tutti i palestinesi sono combattenti, uomini, donne e bambini. Ma poi strillano se una donna o un bambino viene ucciso». Solo che all'epoca non c'erano israeliani in circolazione, e dunque tutti questi massacri, tutte queste distruzioni, tutti questi morti palestinesi vengono opportunamente ignorati.

ed è certamente vero che nei giorni seguenti furono trovati numerosi depositi di armi dell'Olp.
Sì. Per la precisione 5630 tonnellate di munizioni, 1320 fra carri armati e altri veicoli pesanti, 623 pezzi di artiglieria e lanciamissili, 33.303 armi leggere, 1352 armi anticarro, 2387 attrezzature ottiche, 2024 apparecchi di telecomunicazione, 215 mortai, 62 lanciarazzi katiuscia (elenco non definitivo, fornito nel comunicato ufficiale israeliano del 18 novembre 1982).

Ma Shatila non era una roccaforte terrorista
Ma certo che no! Chi di noi non tiene in giardino, tra nanetti e begonie, qualche migliaio di carri armati così, giusto per bellezza? E mica ci vorranno trattare da terroristi solo per questo, no?

e la resistenza contro le milizie cristiane alleate di Israele fu soltanto sporadica.
A noi veramente risulta che sono state le milizie cristiane ad organizzare la resistenza contro l'invasione e l'aggressione delle bande terroristiche palestinesi che hanno prima destabilizzato e poi distrutto il Libano, cancellando numerosissime comunità cristiane, e che le milizie cristiane, incapaci di avere ragione da sole delle meglio organizzate e armate bande terroristiche palestinesi, hanno ad un certo punto cercato l'alleanza di Israele: e non c'è bisogno di crederci sulla parola: la cronologia dovrebbe essere più che sufficiente a fare piazza pulita di tutte le menzogne seminate dal signor Romano.

Non vi fu una battaglia tra forze contrapposte. Vi fu un massacro.
"Secondo il rapporto del Procuratore Generale libanese, nei due campi non ci sarebbe stato un massacro di inermi contro armati, ma una vera e propria battaglia che ha coinvolto l'intera popolazione. «... Furono i terroristi palestinesi - riferirà un maggiore dell'esercito danese, Joern Mehedon - a cominciare la sparatoria ... Sapevamo che i guerriglieri si facevano normalmente scudo di donne e bambini. ...»." (Fausto Coen, Israele: 50 anni di speranza, Marietti, p. 160). E, nella stessa pagina del rapporto della commissione Kahan più sopra citata dallo stesso Sergio Romano: «A further difficulty in determining the number of victims stems from the fact that it is difficult to distinguish between victims of combat operations and victims of acts of slaughter. We cannot rule out the possibility that various reports included also victims of combat operations from the period antedating the assassination of Bashir»: «Un'ulteriore difficoltà nel determinare il numero delle vittime deriva dal fatto che è difficile distinguere fra vittime di operazioni di combattimento e vittime di atti di massacro. Non possiamo escludere la possibilità che vari rapporti includano anche vittime di combattimenti del periodo precedente l'assassinio di Bashir». Forse è vero ciò che sostengono il Procuratore Generale libanese e il maggiore Joern Mehedon e la commissione Kahan, o forse è vero ciò che afferma il signor Romano, ma dare una sola versione quando ne esistono almeno due non è giornalismo.

Proviamo a rinfrescare un po' la memoria a Sergio Romano scrivendogli a:
lettere@corriere.it oppure sromano@rcs.it (lettere, firmate con nome, cognome e città).


Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

Honestreporting è stato fondato da un gruppo di persone che non appartengono né alla destra, né alla sinistra e non è affiliato ad alcuna organizzazione politica. Il nostro unico interesse è quello di assicurare che le notizie riguardanti Israele siano presentate in modo corretto nei media. Noi esaminiamo i media; quando troviamo esempi di evidente parzialità informiamo i nostri iscritti sugli articoli scorretti, chiedendo di protestare direttamente presso le testate interessate.

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Può essere interessante dare una scorsa a questo scambio intercorso nel mailbox di Honest Reporting Italia.

E se quello che voi ritenete scorretto è invece corretto per gli altri altri, i quali invece ritengono scorretta la vostra azione di lobbying? Non ditemi che non intendete fare lobbying. Ad essere danneggiati sono quei cittadini che attendono tranquillamente alle loro occupazioni e si trovano improvvisamente in guerra contro popoli pacifici perché delle ristrette lobby che curano i loro interessi hanno prodotto ciò.
Antonio Caracciolo


Inventarsi le cifre non è "quello che noi riteniamo scorretto"; citare documenti e riportarli castrati non è "quello che noi riteniamo scorretto"; dichiarare inesistente ciò che invece esiste non è "quello che noi riteniamo scorretto", capovolgere la cronologia ribaltando così i rapporti di causa-effetto non è "quello che noi riteniamo scorretto": tutto questo è scorretto. Peggio: tutto questo è fare consapevolmente disinformazione. Se Le dispiace tanto per i cittadini che si ritrovano in guerra dovrebbe rivolgere la sua attenzione a chi li condanna al terrorismo, non a chi denuncia il terrorismo e i sedicenti giornalisti che il terrorismo difendono. Quanto alle insinuazioni nei nostri confronti, le rimandiamo al mittente. Ci stia bene.
La redazione di Honest Reporting Italia

Si capisce un tubo! Ai due paesi di cui si parla è morto o no ammazzato qualcuno? Terrorismo che vuol dire? Terrorismo di stato è quello che israele ha sempre fatto o no? Nel 1948 vi è stata o no la Nakba, la pulizia etnica di cui non io parlo ma l'ebreo israeliano Ilàn Pappe?
Gli ebrei sionisti in Palestina sono arrivati dalla luna nel 5000 avanti cristo o ci sono sbarcati pensando di avere a che fare con gli indiani d'America?
E voi chi... siete? Cosa volete? Cosa fate?
Fra aggrediti e d aggressori non vi sono dubbi! Quanto a Shatila e Sabra mica è un romanzo? A me poco interessa il dettaglio. Interessa la sostanza. La sostanza dice che da 60 anni a questa parte vi è stata un'occupazione colniale ai danni di un popolo che vi risiedeva da prima. E non ditemi che gli israeliani sono ebrei che ritornano nella patria lasciata duemila anni fa ai tempi della distruzione del Tempio perché si tratta di una mera invenzione. Gli attuali israeliani che occupano la Palestina come avamposto militare degli USA sono russi, polacchi, italiani...Lo dice un altro ebrei isareliano di nome Shlomo Sand. Quindi, i palestinesi stavano a casa loro prima che qualcuno in modo criminale li cacciasse..
E non ditemi che sono antisemita perché mi incavolo... Intanti, veri semiti sono soltanto i palestinesi, non gli ebrei di israele...
Adesso ho da fare!

Chi siamo e che cosa vogliamo? È lei che è piombato in casa nostra sproloquiando e delirando, egregio signore. E anche noi abbiamo altro da fare che occuparci di un antisemitello da strapazzo. Prima di congedarci definitivamente ci permettiamo di darle un ultimo suggerimento: disdica l'iscrizione a questa newsletter che evidentemente deve avere fatto in un momento di distrazione, visto che la verità fa così male alla sua digestione.

La redazione di Honest Reporting Italia

Branco di idioti.
Se la vostra mailing list è attività PUBBLICA e non segreta e massonica, come in effetti ho potuto smascherare, io faccio attività lecita di monitoraggio di tutto ciò che è pubblico. Posso documentare (e me ne avete dato gli elementi probatori) che la vostra attività è du pura lobbying, cioè qualcosa di pericoloso per la democrazia.
Non mi sono iscritto alla vostra Lista per ottenere delizia. Ma per fare un lavoro di vigilanza democratica, I vostri attacchi a Sergio Romano sono vergognosi? La Verità? E cosa ne sapete voi? Siete esattamente il contrario? È in vostro potere cancellarmi. In me, se continuerete a mandare le vostre delazioni concertate aq danno di terzi, troverere il critico che vigila per la democrazia di questo paese che evidentemente non è il vostro. Razza di idioti!

(Per la serie: se non son matti non li vogliamo) (E anche per la serie: ma quando mai i poveri palestinesi avranno una speranza di pace, finché avranno simili sostenitori?) (E infine per la serie: ma ci vogliamo decidere a fare una colletta per regalare un po’ di preservativi a quella povera mamma degli imbecilli, che possa finalmente tirare il fiato anche lei, povera donna?)

barbara


29 giugno 2008

LIBANO, LA RESISTENZA DEI CRISTIANI

Ogni tanto qualcuno si accorge che esistono anche loro, e che anche di loro vale forse la pena diparlare. Lo ha fatto Lorenzo Cremonesi in questo articolo uscito sull’ultimo numero di Magazine del Corriere della Sera.

L’entrata della grotta è ben visibile sulla parete stra­
piombante e friabile al fianco della montagna. Come una gigantesca ferita nera a incidere il gial­lo e grigio del calcare, che delimita la "valle santa" di Qadisha nel cuore delle più alte cime libanesi. «Ecco, vedete. Là abbiamo trovato ot­to mummie delle martiri cristiane. Tre bambi­ne e cinque donne adulte, fuggite otto secoli fa alla furia dei mammalucchi che le volevano vio­lentare e uccidere, come avevano fatto in quasi tutti i villaggi della regione. Vi erano scappate attraverso una galleria lun­ga non meno di due chilometri. I musulmani non riusciro­no a prenderle, provarono perfino a inondare la grotta de­viando il corso dei ruscelli, allora le murarono vive». Clemence Helou punta il dito verso l'altra parte della valle, poi mostra sulla cartina disegnata sul muro della piccola cappella del mo­nastero di Qannoubine i villaggi «vittime della furia musulmana sino a non molti decenni orsono». Ha settantasette anni, da oltre mezzo secolo è monaca dell'ordine delle An­tonine, eppure quando racconta della lunga serie di "marti­ri maroniti" sembra ringiovanire. «Perché le nuove genera­zioni devono conoscere, capire il nostro passato di fautori del­l'identità libanese. Specie oggi che noi cristiani in Medio Oriente siamo sempre più minacciati». Procede a tentoni nel­l'ala in restauro delle grotte per indicare l'antro che, dal 375 dopo Cristo, fu adibito a chiesa. Sotto la volta annerita dal fu­mo delle torce e dai fuochi di infiniti bivacchi, arriva alla gal­leria scavata nella roccia per «nascondere i nostri patriarchi quando gli arabi cercavano di rapirli». E mostra le porte bas­se, «dove i cavalli degli invasori non potevano passare». Lei parla e decine di giovani stanno ad ascoltare: vestiti da trekking, le magliette sudate, borracce d'acqua nello zainetto e scarpe da tennis. Oltre quattrocento nei weekend, almeno mille alla settimana. E adesso, dopo che a inizio maggio le milizie di Hezbollah hanno riproposto il fantasma della guer­ra civile, anche molti di più. Si sentono più insicuri che non durante i 34 giorni di bombardamenti israeliani due anni fa. La minaccia interna fa più paura di quella esterna. Ed è come se nel passato cercassero una risposta, un appiglio, alle incertezze del futuro. Un fenomeno nuovo e in crescita questo del pellegrinaggio a Qadisha, aumentato dalla fine de­gli anni Novanta. Sino ad allora i luoghi santi della tradizione maronita erano quasi spariti sotto la vegetazione, le frane, la polvere del tempo, e della dimenticanza. Monasteri, cappel­le e grotte dei primi cenobiti trasformati in ovili, ricoveri per le bestie; dipinti scrostati e semi-cancellati dall'umidità; terrazzamenti agricoli abbandonati; i ruscelli inquinati dal­le fogne a ciclo aperto dei villaggi più alti. Fu solo ben do­po la fine dei 15 anni di guerra civile che venne avviata l'o­pera di restauro e riscoperta della storia antica. L'avevano ben detto nelle basiliche di Ashrafie, il maggior quartiere cristiano di Beirut, e sulla collina di Jounieh alla se­de del patriarcato: «Per capire l'animo maronita occorre sa­lire dove da oltre un millennio si sono rifugiati i suoi capi spi­rituali quando dal mare arrivavano le navi musulmane. Là nel­la valle dei cedri, tra i monasteri, sotto il villaggio di Bcharre, dove è la roccaforte delle Forze Libanesi». Due ore d'au­to dalla capitale e almeno altrettante di marcia a piedi.

LA PAURA DELLA GUERRA CIVILE
Tra le volte imbiancate di fresco, i dipinti restaurati dell'e­
poca crociata e quelli più tardi ripresi dalla tradizione greco-ortodossa, madre Clernence ricorda a chi vuole ascoltarla che «sempre i musulmani hanno cercato di annientarci. Una volta gli ottomani, poi i sunniti alleati con l'Olp e oggi gli sciiti di Hezbollah». Morale: «Soltanto un'identità religio­sa e comunitaria forte garantisce la convivenza su di un pie­de di parità con le altre confessioni».
Ma il cristianesimo libanese, pur se sulla difensiva, spaventa­
to, assottigliato dall'emigrazione (sembra che su 8 milioni di residenti all'estero, almeno 5 siano cristiani) resta diviso al suo interno e certamente ben lontano dall'appiattirsi sulle nostal­gie per i monaci di Qadisha. Unico elemento che davvero accomuna tutte le Chiese è quello dì evitare la ricostru­zione delle milizie, fare di tut­to per non tornare alla spirale della guerra civile. «Tradizionalmente ci sono due correnti principali. I maroniti della montagna, da sempre la netta maggioranza, però chiusi in se stessi, confessio­nali, arroganti e violenti come il clan Gemayel e l'attuale lea­der delle Forze Libanesi, Sarnir Geagea, che si è fatto ben 11 anni di carcere duro controllato dai filo-siriani. E invece i gre­ci ortodossi, circa il 25 per cento dei cristiani, attestati sulle città della costa, molto più aperti al mondo, discendenti del mercantilismo cosmopolita fenicio e bizantino, consapevoli di dover trovare un compromesso con gli arabi, con la Siria, e sem­mai propensi ad abbracciare il principio dello Stato laico al di sopra degli interessi delle diverse comunità particolari. Il problema è che, se i cristiani sono divisi tra loro, sciiti e sun­niti appaiono molto più monolitici e rispettivamente legati ai poteri forti che dettano legge a Teheran e Riad», sostiene pes­simista lo scrittore Elias Khouri, figlio di una nota famiglia greco-ortodossa, da sedici anni direttore del supplemento culturale del quotidiano Al Nahar. L'ultimo censimento na­zionale risale al 1932. Da allora il tema dei rapporti demografici con sciti e sunniti è diven­tato via via sempre più un tabù.
Ma si valuta che i maroniti dal 28,8 per cento della po­polazione di allora siano scesi oggi a meno del 20 per cento su poco più di 4 milio­ni di abitanti. E i cristiani, se­condo i dati elettorali più re­centi, appaiono divisi tra al­meno la metà seguaci del ge­nerale Michel Aoun pro-siriano e quaranta per cento fieri oppositori. «Un dato co­munque destinato a cambiare presto. La recente nomina del­l'ex capo di Stato maggiore dell'esercito, generale Michel Suleiman, a presidente dello Stato spiazza Aoun, che alle elezioni previste per il maggio 2009 subirà una clamorosa sconfitta. I cristiani sono destinati a tornare in massa nel fronte anti-siriano guidato da Geagea», osservano a L'Orient Lejour, il quotidia­no di Beirut in lingua francese.
È la fine delle speranze di riscatto rilan­ciate dal movimento del "14 marzo" 2005 in risposta all'assassinio del leader sunnita Rafiq Hariri. «Hez­bollah sta facendo le prove generali in vista del prossimo col­po di Stato. E ad averne paura non siamo solo noi cristiani, ma soprattutto i sunniti, che come noi sono disarmati. Si di­ce addirittura che tra i nostri giovani ci sia chi vorrebbe ricostruire le milizie», dice Giselle Khouri, nota giornalista del­le televisioni locali e vedova di Samir Kassir, l'intellettuale di punta del movimen­to anti-siriano assassinato tre anni fa. Una voce tutto sommato solitaria la sua. Persino a Bcharre e a Qannoubine i leader dei gruppi giovanili figli dei fondatori delle Forze Libanesi continuano a ripetere che non intendono tornare alla logica della guerra. «Non siamo noi che dobbiamo armarci, ma Hezbollah che deve disarma­re», dice anche un vecchio falangista che partecipò ai massacri dei campi palestinesi di Sabra e Chatila nel 1982. Ma Giselle non ne è convinta: «L'8 maggio gli estre­misti sciiti a Beirut stavano per attaccare il quartiere cristiano di Ein Romane. Poi si diffuse la voce che Geagea vi stava in­viando 2.000 giovani falangisti e non av­venne nulla. Non era vero. Ma bastò il sospetto che i cristiani fossero pronti a difendersi per fermare Hezbollah».
Lorenzo Cremonesi

IL PATRIARCA: «CHE DRAMMA LA DIASPORA»

Noi cristiani libanesi non dob­biamo fare come gli sciiti, che sono aiutati anche finanziaria­mente e militarmente dall'Iran. L'Europa resta per noi un refe­rente religioso e culturale. Ma per il resto dobbiamo contare sulle nostre forze per trovare la forma di convivenza con le altre comunità»: a 88 anni Nasrallah Sfeir resta il leader religioso cristiano più importante del "Paese dei cedri". E più volte in passato ha dato forti messaggi politici alta sua comunità. Alla fine degli anni Novanta fu tra le voci più decise contro l'occupa­zione siriana, oggi continua a sostenere l'alleanza cristiano-sunnita del "14 marzo".
Patriarca, teme per il futuro dei cristiani in Medio Oriente?

«Sono preoccupato. Ma le no­stre difficoltà non sono nuove. Anche i 400 anni di dominio turco hanno visto persecuzioni e in­giustizie per i cri­stiani nella regione. Il Libano oltretutto è un Paese piccolo, debole, diviso al suo interno, inevitabil­mente resta vittima delle interferenze dei Paesi vicini, a partire da Iran, Si­ria, Arabia Saudita e Israele. Oggi subia­mo le conseguenze detto scontro tra sciiti e sunniti, si fanno batta­glia in casa nostra. E anche i cristiani sono divisi tra di loro. Al momento mi sembra impos­sibile pensare di ricucire un fronte sunnita-cristiano. Il ri­sultato purtroppo è l'emigrazione. Sono appena tornato da un lungo viaggio tra le comunità cristiane della diaspora liba­nese nel mondo con anche l'intento di te­nerle legate alle loro radici. Ma è una realtà che aumenta il divario demografico. La famiglia musul­mana ha in media quattro o cinque figli, quella cristiana uno o due. Per forza noi si conta di meno, certo siamo diminuiti ri­spetto al periodo del mandato francese».
Vede la possibilità di una nuo­va guerra civile?

«Poteva scoppiare più volte ne­gli ultimi anni. E non è avvenu­to. Mi sembra che per ora resti un pericolo sotto controllo, si è pronti a trattare per evitarla».
Dopo gli accordi di Doha, teme ancora te violenze di Hezbollah?

«
Doha costituisce un buon ini­zio. Ma il problema resta che Hezbollah viene fortemente aiutato dall'Iran. Un fatto che stravolge i nostri equilibri in­terni. Ma noi cristiani non dob­biamo cercare aiuti in Occiden­te. L'unico modo per risolvere le difficoltà è parlarne tra noi libanesi».

E chissà se qualcuno sarà disposto ad alzare la voce anche per queste altre vittime. Chissà se qualcuno chiederà di porre fine all’ingiustizia e alla persecuzione. Chissà se all’Onu verrà proposta qualche risoluzione di condanna. Chissà se qualche Ong deciderà di intervenire per alleviare le loro sofferenza. Chissà se Amnesty International emanerà qualche comunicato su di loro. O se verranno dimenticati, ignorati, abbandonati al loro destino come i neri del Darfur e tutti quelli che, come loro, si sono “scelti” il nemico sbagliato.

barbara


28 giugno 2008

NO DAI, CHE MI FAI IL SOLLETICO



barbara


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permalink | inviato da ilblogdibarbara il 28/6/2008 alle 18:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa


26 giugno 2008

LA SEMPLICITÀ DELLA LINGUA TEDESCA

La lingua tedesca è abbastanza semplice da imparare. Una persona che conosce un po' di latino e di declinazioni si sentirà abbastanza sicura anche in Germania.
Questo è, per lo meno, quello che dicono gli insegnanti di tedesco durante la prima lezione...
Il primo passo è comprare un corso di tedesco, come l'eccellente edizione, pubblicata a Dortmund, che parla della tribù degli ottentotti (Hottentotten).
Il libro spiega che gli opossum (Beutelratten) vengono catturati e messi in ceste di vimini (Lattengitter) chiuse. Queste gabbie, in tedesco vengono chiamate Lattengitterkoffer; e se al loro interno vi è un opossum catturato, si chiamano Beutelrattenlattengitterkoffer.
Un giorno, gli ottentotti catturano un assassino (Attentäter) accusato di aver ucciso una delle madri (Mutter) degli ottentotti (Hottentottenmutter), madre di uno stupido e balbuziente (Stottertrottel). Questo tipo di madre, in tedesco è chiamato Hottentottenstottertrottelmutter e il suo uccisore Hottentottenstottertrottelmutterattentäter.
Si deve sapere che quando gli ottentotti catturano un individuo, lo mettono nella cesta per gli opossum (Beutelrattenlattengitterkoffer).
Ma l'assassino riesce a fuggire: inizia la ricerca!
Dopo qualche tempo uno dei guerrieri va dal capo:
- Ho catturato l'assassino (Attentäter).
- Sì? Quale assassino? - chiede il capo.
- Beutelrattenlattengitterkofferattentäter. - risponde il guerriero.
- Cosa? L'assassino che è nella cesta dell'opossum fatta di vimini? - chiede il capo.
- Certo! - dice il guerriero - Hottentottenstottertrottelmutterattentäter (l'uccisore della mamma dell'ottentotto stupido e balbuziente).
- Ah... - dice il capo degli ottentotti – Ma potevi dirlo subito che avevi catturato il Hottentottenstottertrottelmutterbeutelrattenlattengitterkofferattentäter!
Come tutti possono vedere, il tedesco è una lingua facile e piacevole.

barbara


25 giugno 2008

UN CAMPO DI FRAGOLE

I bambini sono crudeli, si sa: insultano, minacciano, terrorizzano, perseguitano, tagliano trecce, rompono ossa … Ma sarà davvero per crudeltà che fanno così? Quello che è certo è che tutto ciò che fanno è legato a quella notte, è da allora che hanno cominciato: prima no, prima la adoravano, era come la loro regina, fino a quella notte. Terribile davvero, ciò che è successo quella notte. Perché noi lo sappiamo bene, lo sappiamo fin dall’inizio che cosa è successo quella notte … o no? Lo sappiamo bene che è stata la mamma, che infatti è andata in prigione per questo, e sappiamo anche perché lo ha fatto … o no? Certo è che è una storia complicata quella di Loes, o Lucy, o Luce, bambina dislessica con una mamma strana e con due papà – ma saranno davvero due? - che forse è una vittima o forse no, forse innocente o forse no, una storia in cui la verità, come l’orizzonte, più avanziamo e più arretra, una storia con molte vittime e molti carnefici, solo che non sempre le vere vittime sono quelle che crediamo – e anche sull’identità dei carnefici, del resto, lo scorrere delle pagine potrebbe riservarci qualche sorpresa. Il fatto è che “A volte la vita va da una parte e noi dall’altra. Come gli estremi di una linea a zigzag. In fondo non c’è niente di più sensato da dire”. E a zigzag procede anche, inevitabilmente, la ricostruzione dei ricordi di quella notte, tra gli errori della memoria e l’inconscio tentativo di sfuggire alla verità. E chissà che anche sul campo di fragole non abbiano in fondo ragione gli uomini avvinazzati del bar di Angus …

Renate Dorrestein, Un campo di fragole, Guanda



barbara


25 giugno 2008

25 GIUGNO 2008: DA DUE ANNI GILAD SHALIT È IN MANO AI CARNEFICI

Appello per la liberazione di Ghilad Shalit a due anni dal suo rapimento

24 giugno 2008

Il 25 giugno del 2006 il soldato oggi ventiduenne di Tzahal, Ghilad Shalit, veniva rapito in territorio sovrano israeliano, al confine con la Striscia di Gaza, da terroristi di Hamas. Sono due anni che questo ragazzo è stato privato della sua libertà mentre compiva il suo dovere di servire lo Stato. Da allora non sono pervenute notizie accreditate circa il suo stato di salute e nemmeno la Croce Rossa Internazionale è mai stata autorizzata a visitarlo, così come nel caso di Eldad Reghev e Ehud Goldwasser, i due soldati rapiti sul fronte settentrionale da Hezbollah, 17 giorni dopo Ghilad Shalit.
In questi giorni, il governo israeliano e quello egiziano – che funge da mediatore nelle trattative con Hamas – stanno intensificando i contatti per includere la liberazione di Shalit negli accordi di tregua. Tregua che è stata oggi violata con il lancio di 4 razzi Qassam sulle città israeliane del Neghev occidentale. Tra le richieste di Hamas, quella di rilasciare 450 detenuti palestinesi, molti dei quali con sangue sulle mani, oltre a rappresentare una contropartita sproporzionata per garantire la libertà di un soldato e cittadino israeliano, è un prezzo estremamente alto per la sicurezza stessa dello Stato d'Israele.
In un'ultima lettera presumibilmente di pugno di Ghilad Shalit, recapitata alla sua famiglia il 9 giugno scorso, il soldato esprimeva tutta la sofferenza e le difficoltà di salute, oltre che psicologiche, in cui si trova. Il momento è critico e auspichiamo che le trattative non vengano interrotte e che la mediazione egiziana possa portare ad esiti soddisfacenti. Ci rivolgiamo quindi al governo e alla società italiani affinché, in questa delicata situazione in cui le trattative su entrambi i fronti sembrano essere più che mai aperte, si mobilitino per rompere l'isolamento in cui si trovano Ghilad Shalit, nelle mani di Hamas, e Golwasser e Reghev, nelle mani di Hezbollah, a ormai due anni dal loro allontanamento forzato da casa.

È possibile aderire all'appello qui.

barbara


24 giugno 2008

OSSIMORO

Apprendo che esiste una cosa che si chiama UAAR: Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti. Ora, è chiaro che nessuno potrà mai dimostrare con argomenti razionali che Dio esiste – e su questo immagino che saremo tutti d’accordo – e dunque chi è sicuro che Dio esiste compie un atto di fede, che è di per sé irrazionale. D’altra parte è però altrettanto vero che nessuno potrà mai dimostrare con argomenti razionali che Dio non esiste, e dunque chi è sicuro che Dio non esiste compie un atto di fede identico – NON uguale e contrario: proprio identico in tutto – a quello di chi è sicuro che esiste. Ossia compie un atto per definizione irrazionale. Quindi definirsi ateo e contemporaneamente pretendere di essere razionale – per non parlare poi di “razionalista”, ossia fedele seguace e devoto cultore della religione del razionalismo – è una contraddizione in termini.

barbara


24 giugno 2008

GLI SCOMPARSI

Tutto ciò che si sa dello zio Shmiel, fratello del nonno, si può condensare in tre parole: ucciso dai nazisti. Nient’altro, perché il nonno, inspiegabilmente, si rifiuta di parlarne. È un nonno facondo, quello di Daniel Mendelsohn, prodigo di racconti e di ricordi. Tranne che sul fratello scomparso, ucciso dai nazisti insieme alle sue quattro bellissime figlie. Toccherà al nipote, dunque, una volta diventato adulto, mettersi alla ricerca di questi parenti scomparsi, alla ricerca di notizie, di indizi, alla ricerca di qualcuno che li abbia conosciuti e li ricordi. E inizia dunque questo straordinario, emozionante viaggio, prima in internet, poi materialmente in Ucraina, Australia, Svezia, Israele, Danimarca, all’inseguimento di una traccia, di un nome, di un indirizzo, di un volto; incontri con i sopravvissuti, testimonianze sofferte, ricordi che riemergono, faticosamente, dolorosamente, dopo sessant’anni – e non sempre si vorrebbe. E mette i brividi questa tenace e quasi disperata caccia ad ogni dettaglio che possa aiutare a mettere a fuoco una persona, una personalità, una VITA: l’espressione di uno sguardo, un particolare dell’abbigliamento, un colore, un sapore – aveva gli occhi chiari, le piacevano i ragazzi, era un uomo elegante, era una casalinga perfetta – e poi ciò che non si vorrebbe sentire ma che è doveroso sentire – hanno costretto il rabbino a ballare nudo sopra le ragazze, novecento colpi ho contato, per molti giorni la terra ha continuato a muoversi perché tanti non erano morti subito, prendevano i bambini per i piedi e gli sfracellavano la testa sul marciapiede. E i ricordi contraddittori, il tentativo di capire quale sia più “vero”, la convinzione di essere giunti alla fine del viaggio e invece no, c’è sempre un altro viaggio ancora da intraprendere, e ogni volta un nuovo tassello, ogni volta una nuova tessera da aggiungere al mosaico, ogni volta una nuova sfumatura – la casa era quella, erano due insegnanti, è successo nel cortile, li ho visti portare via, dentro quella botola – e il quadro prende forma e la vita e la morte tornano ad essere reali. Settecentoventi pagine di riflessioni, di pensieri, di ricerca, di ricordi, di vertiginosi balzi della mente, di sapori e di odori, di spazi e di tempi, di interpretazioni bibliche, di deserti e di oceani, di speranze e disperazioni, di gioie e di rimorsi, di incontri, di rimozioni, di ritrovamenti, di emozioni. Settecentoventi pagine di cui non una riga, non una parola non una sillaba è superflua. Settecentoventi pagine da leggere in un soffio – se le emozioni forti non vi spaventano.

Daniel Mendelsohn, Gli scomparsi, Neri Pozza



barbara


23 giugno 2008

E QUESTA LA SAPEVATE?

Ripescata anche questa riordinando la posta. È di un anno e mezzo fa, ma lo spasso è sempre attuale. Buon divertimento, dunque.



barbara


22 giugno 2008

NO, IO QUELLI DAVVERO NON LI CAPISCO MICA

Chiedono rispetto per le donne e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per gli omosessuali e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per i diritti umani e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la democrazia e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di pensiero e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di espressione e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di stampa e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la libertà di critica e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per le minoranze, religiose, etniche o di qualunque altro genere e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Chiedono rispetto per la laicità contro le interferenze della Chiesa e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: ma si rendono conto di quello che dicono?
Si definiscono amanti della pace e CONTEMPORANEAMENTE chiedono rispetto per l’islam: no, dico, ma si rendono conto di quello che dicono?







   





E già che ci siete, andate anche qui, leggete, guardate il video e poi fate il vostro dovere. Poi qui ulteriori informazioni.

barbara


21 giugno 2008

EBBENE SÌ, SO FARE ANCHE QUESTO



Con filo grosso come quello per cucire e un uncinetto di meno di un millimetro di diametro, oh yes.

barbara


20 giugno 2008

SANTA RITA: NIENTE DI NUOVO SOTTO IL SOLE

Mi permetto di riferire un caso di malasanità che ha coinvolto mia nonna novantunenne. (...). Il 118 ha deciso, contrariamente alla nostra volontà, di trasferirla alla clinica Santa Rita di Milano. E' entrata come codice rosso ed è subito stata sottoposta a esami per i quali non hanno richiesto alcun permesso (...). La nonna era buttata su una barella, nuda, coperta solo in parte da un lenzuolo, in una stanzina dove tutti noi indossavamo il cappotto, in quanto quell'ala della clinica è in ristrutturazione (...). Hanno proceduto con i prelievi di sangue. Quando ci hanno fatto rientrare, il letto, le lenzuola e il pavimento erano sporchi di sangue e le braccia della nonna piene di lividi (...). Le infermiere, evidentemente seccate per la dimissione anticipata si sono rifiutata di rivestirla con i suoi abiti (...). Il mio più grande rimorso è che abbia sofferto inutilmente nella sua ultima giornata di vita.
Chiara Iacono, lettera del 17 febbraio 2005
La Repubblica 11 giugno 2008 (NOTA: gli omissis ovviamente non sono miei)


Questa lettera, giratami dall’amica Zemzem, mi ha riportato alla mente un ricordo personale. Avevo letto, parecchi anni fa, la notizia di una donna sugli ottant’anni a cui si era bloccato l’intestino, e i normali lassativi non riuscivano a sbloccare la situazione, così i parenti l’hanno fatta ricoverare. All’ospedale le hanno somministrato dei lassativi particolarmente potenti che in breve tempo hanno fatto effetto, liberando la donna di tutti gli arretrati di una decina di giorni. Naturalmente, dato che non si poteva muovere dal letto, si è imbrattata. Le infermiere l’hanno portata in uno stanzino, spogliata e lavata con dei getti d’acqua fredda, insultandola e picchiandola. Poi l’hanno lasciata lì, piena di lividi e coperta unicamente con dei sacchi neri per la spazzatura. Qualche giorno dopo la donna è morta. Inorridita, ho raccontato la vicenda a un’amica, medico ospedaliero. E appena ho finito di parlare, l’amica è partita con una appassionata filippica: “Ah, ce ne sono, guarda, che farebbero perdere la pazienza a un santo, e suonano il campanello ad ogni minimo disturbo, e chiedono dieci volte la padella in una notte, e vogliono sapere che cosa gli fai e perché glielo fai, e questo non gli va bene, e quell’altro non gli va bene …” Per la donna, sostanzialmente assassinata, non una sola parola. La mia amica non fa parte di una qualche congrega di assassini, è solo un nomale medico ospedaliero. A quanto mi risulta va regolarmente a messa, e fa spesso la comunione.

barbara

AGGIORNAMENTO: a proposito di sanità e affini, andate a leggere questo e poi precipitatevi qui a firmare.


19 giugno 2008

UN’ALTRA COSA CHE NON HO MAI CAPITO

“Lolita” è la lurida infame schifosissima storia di un lurido infame schifosissimo pedofilo che provoca la morte della propria amante per potersene scopare in pace la figlia poco più che bambina, sognando di metterla incinta per potersi, di lì a dieci anni, scopare la figlia e metterla a sua volta incinta per scoparsi di lì a vent’anni la nipote. Qualcuno mi sa spiegare per quale strana ragione questa immonda cloaca è considerata un capolavoro?

barbara


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18 giugno 2008

CHE UNO SI DOMANDA

Ma come diavolo fa a vincere Sanremo e ad entrare in classifica una canzone che fa il cuore è chimìco che notte magìca? No, dico, come diavolo fa? (E non venitemi a dire che è tutta una questione di culo, perché con un culo così io non mi spoglierei neanche per fare la doccia)



barbara


18 giugno 2008

E I FRANCESI CHE SI INCAZZANO

Sì, vabbè, lo sport è un altro, ma il concetto è quello.



barbara


17 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 4

Questa volta un articolo recentissimo, giusto per non dimenticare come vanno le cose da quelle parti.

A GAZA AUMENTANO GLI ATTACCHI CONTRO I CRISTIANI

È tutto riconducibile a Hamas

Nella Striscia di Gaza vivono 3500 cristiani, quasi tutti nei quartieri di Zeitun, al-Daraj e Sheikh Radwan. La maggior parte di loro è costituita da professionisti o commercianti; le loro condizioni socio-economiche sono considerate al di sopra della media locale. Quello che non tutti sanno è che, sotto Hamas, la piccola minoranza cristiana vive nella paura quotidiana e preferisce tenere sotto tono le festività religiose e culturali; alcuni di loro stanno pianificando di abbandonare Gaza.
Ma non sono gli unici a cadere nel mirino dell'intolleranza e dell'odio. Persino le istituzioni cristiane o culturalmente occidentali sono prese d'assalto dai fondamentalisti islamici, alcuni dei quali affiliati alla jihad internazionale che, com'è noto, cerca d'impedire l'influenza di idee occidentali e d'implementare rigidi codici islamici sulla vita quotidiana.
Tali istituzioni servono pure come bersaglio per le proteste contro quelli che vengono considerati insulti all'Islam, come le vignette danesi.
Nella Striscia di Gaza aumentano gli attacchi contro i cristiani e le istituzioni che s'identificano con l'Occidente. Hamas, che controlla l'entità radicale islamica nella Striscia, condanna a parole gli attacchi ma non fa nulla di concreto per fermarli. Ci si riferisce a: scuole cristiane e delle Nazioni Unite, The American International School, biblioteche, internet café. Recentemente sono esplose bombe nei pressi un convento di suore e di un ristorante fast-food.
L'atteggiamento di Hamas verso gli attacchi è contraddittorio. Da una parte Hamas mira ad imporre sui residenti di Gaza uno stile di vita in linea con i dettami dell'Islam e ad ostruire l'influsso di idee occidentali. Gli attivisti di Hamas ad alto livello istigano i residenti contro il cristianesimo e contro l'Occidente. Dall'altra parte Hamas istituisce commissioni d'inchiesta ed esprime a parole solidarietà alla comunità cristiana. La verità è che sul piano pratico Hamas preferisce non confrontarsi con gli elementi islamici fondamentalisti. Sinora non si sa se gli autori di un qualsiasi attacco siano mai stati catturati e processati. A giudizio di attenti osservatori, l'assenza di un intervento concreto da parte di Hamas incoraggia gli elementi radicali e consente che gli attacchi continuino. Sotto questo aspetto, è tutto riconducibile a Hamas. (ICN News, 3 giugno 2008, grazie a “Notizie su Israele”)

E tanto per allargare un po’ gli orizzonti, andate a dare un’occhiata anche a questo.


barbara


16 giugno 2008

SFATIAMO QUALCHE MITO

Le illusioni di un certo pacifismo (israeliano)

Da un articolo di Martin Sherman, scienze politiche all'Università di Tel Aviv

Mentre il dollaro scende sotto i 4 shekel, va in frantumi un altro degli slogan di una certa sinistra pacifista israeliana, e cioè quello secondo cui Israele, per poter prosperare economicamente, deve fare concessioni politiche pur di arrivare a una sistemazione di pace con i palestinesi. (...
Non era il primo di questi slogan ed essere smentito dai fatti. Basterà qualche esempio.
Inizialmente i pacifisti sostenevano che Israele avrebbe dovuto ritirarsi dai territori sulla base di una composizione negoziata giacché “c’è un interlocutore con cui trattare” sul versante palestinese. Poi però, quando questo fatto si rivelò infondato, anziché ammettere l’errore i pacifisti hanno insistito che Israele dovesse ritirarsi unilateralmente senza negoziare perché sul versante palestinese “non c’è nessuno con cui trattare”. Dunque, dapprima l’esistenza, poi la non esistenza di un interlocutore negoziale palestinese valido e affidabile sono state entrambe invocate a sostegno della politica delle concessioni.
Originariamente i pacifisti sostenevano che Israele avrebbe potuto permettersi di abbandonare territori giacché era abbastanza forte per fare fronte ai rischi che tali cessioni comportavano. Successivamente, quando è apparso chiaro che cedere territorio non produceva affatto i risultati desiderati, i pacifisti anziché ammettere l’errore hanno insistito che Israele dovesse continuare ad abbandonare territori perché non è abbastanza forte per fare fronte ai rischi che comporta mantenerli sotto il proprio controllo. Dunque prima la forza di Israele, e poi la sua mancanza di forza sono state entrambe invocate a sostegno della politica dei ritiri.
Prima dell’avvio del cosiddetto “processo di pace” di Oslo, i pacifisti sostenevano che gli attentati terroristici erano atti di estremisti causati dalla frustrazione per la “mancanza di qualunque prospettiva di pace”. Tuttavia, dopo l’inizio del “processo di pace”, quando gli attentati terroristici non solo continuarono imperterriti, ma anzi aumentarono fino a livelli senza precedenti, i pacifisti ancora una volta si rifiutarono di ammettere l’errore. Anzi, insistettero che il “processo” dovesse continuare giacché adesso gli attentati vengono spiegati come atti di estremisti causati dalla loro volontà di fermare il “processo di pace”. Dunque dapprima la rabbia degli estremisti per l’assenza di una prospettiva di pace, poi la rabbia degli stessi estremisti per la presenza di una prospettiva di pace sono state entrambe invocate a sostegno della politica di appeasement. (...)
Oggi appare evidentemente infondata anche la tesi secondo cui, senza un accordo politico, l’economia israeliana non potrà fiorire. Si tratta di un argomento efficace, invocato subito dopo gli Accordi di Oslo; un argomento che ottenne grande risonanza nella popolazione israeliana ansiosa di entrare nell’Eldorado del Nuovo Medio Oriente. Ma i fatti hanno smentito quella tesi. Oggi, in un momento in cui le prospettive di pace sembrano più remote che mai, l’economia israeliana è in pieno sviluppo. Il Pil pro capite è salito sopra i 20.000 dollari, superando la media della UE e avvicinandosi ai 30.000 dollari in termini di PPP (parità di potere d’acquisto); per la prima volta nella storia del paese la bilancia dei pagamenti ha iniziato a mostrare un surplus; l’inflazione è bassa; il deficit di bilancio è sotto controllo; i capitali esteri affluiscono nel paese, innalzando significativamente lo shekel rispetto alle principali valute internazionali. Eppure non si vede all’orizzonte uno straccio di “processo di pace”.
Secondo dati del ministero delle finanze, nei tre cupi anni (1990-92) che precedettero gli Accordi di Oslo del ’93, la crescita media del Pil fu del 6,6%, mentre nei successivi tre euforici anni (1994-96) il tasso di crescita scese al 6,1%. Di fatto, se si guarda al decennio nel suo complesso, il tasso di crescita di tutto il periodo post-Oslo (1994-99) fu solo del 4,5%: significativamente più basso della media di 5,2% di tutto il decennio (1990-99) e certamente molto più basso del 6,6% del triennio pre-Oslo. Inoltre, benché sia vero che gran parte della crescita pre-Oslo era alimentata dall’ondata di immigrati dall’ex-Unione Sovietica, questo era vero anche, se non di più, per la crescita degli anni post-Oslo. E va anche ricordato che gran parte della crescita sotto l’amministrazione Rabin-Peres (1992-96), con Avraham Shochat alle finanze, fu artificialmente alimentata da grossi deficit di bilancio che verso la fine di quel periodo stavano per mettere seriamente a repentaglio la stabilità economica del paese. Per cui, se deduciamo dal tasso di crescita post-Oslo (a) il contributo della continua immigrazione e (b) l’effetto artificioso della crescita dovuta all’eccessivo deficit di bilancio, resta ben poco da attribuire al “processo di pace” visto come catalizzatore di sviluppo economico. Per contro, l’attuale sviluppo economico non può essere attribuito né a grandi flussi di immigrati né a politiche di bilancio permissive. Dunque, il fatto che stia avendo luogo in una situazione in cui anche il più ardente pacifista inizia a disperare in qualunque prospettiva di pace, smentisce in modo clamoroso la tesi per cui lo sviluppo economico israeliano sarebbe possibile soltanto se si raggiungesse una composizione politica.
In verità, la fissazione di certa sinistra pacifista per la formula “terra in cambio di pace”, promossa con un atteggiamento alquanto disinvolto verso la realtà dei fatti, ha già procurato danni notevolissimi. (Da: YnetNews, 16.05.07)

Ancora un articolo che, benché non recentissimo, rimane tuttavia fresco e attuale, e che dovrebbe indurre a qualche riflessione.



              

                              

barbara


15 giugno 2008

NON SOLO SANTA RITA



Legislatura 15 Atto di Sindacato Ispettivo n° 4-01346


Atto n. 4-01346

Pubblicato il 14 febbraio 2007
Seduta n. 107

MASSA - Ai Ministri della salute e della giustizia. -
Premesso che:

- da anni il medico chirurgo Cristiano Gherardo Sigismondo Huscher - iscritto all'Ordine dei medici chirurghi ed odontoiatri di Brescia - e molti membri della sua équipe, sono protagonisti di vicende giudiziarie, riportate a più riprese dai mass media e, in particolar modo, dagli organi di stampa;
- c'è una lunga serie di procedimenti penali in capo al dott. Huscher ed ai suoi collaboratori. Si tratta di procedimenti incardinati in più Procure d'Italia, in particolar modo presso la Procura di Roma, molti dei quali già arrivati alla fase del dibattimento;
- il dott. Huscher è accusato di "aver sottoposto i Pazienti ad interventi altamente demolitivi di organi vitali senza indicazione chirurgica, interventi eccessivi e comunque non adeguati alla sintomatologia dei casi, anche per patologie manifestamente inoperabili o non trattabili chirurgicamente, senza consenso dei Pazienti, senza i necessari e doverosi approfondimenti diagnostici pre, intra e post operatori e disponendo poi anche intempestive dimissioni di Pazienti in gravissime condizioni cagionandone lesioni personali gravissime da cui conseguiva per alcuni la morte, con l'aggravante di aver agito con l'abuso dei doveri inerenti ad una pubblica funzione e profittando delle circostanze di luogo e di persona tali da ostacolare la privata difesa (Pazienti degenti in Ospedale anche per severe patologie)";
- i tassi di mortalità per gli interventi eseguiti dal dott. Huscher risultano essere tra i più alti mai registrati nelle statistiche per casi di mortalità;
- la Direzione generale del Presidio ospedaliero San Giovanni-Addolorata di Roma ha licenziato il chirurgo nel maggio del 2005, per giusta causa (adducendo soprattutto motivi di carattere disciplinare);
- oltre alle indagini relative ai molteplici decessi e alle plurime lesioni causate nell’esercizio della professione medica, il dott. Huscher è oggetto di una indagine della Guardia di finanza per ipotesi di reato attinenti agli interessi economici dello stesso con la nota azienda Ethicon, interessi che prescindono dal benessere dei Pazienti e sono finalizzati esclusivamente alla pubblicizzazione di strumenti e macchinari medico-chirurgici di alta tecnologia;
- in data 13 dicembre 2006, a ben 7 anni dal primo reato contestato e dopo aver disposto nel 2005 un'ulteriore perizia da assommare ad anni di indagini preliminari, è stato disposto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e colposo, e la prima udienza dibattimentale è stata fissata al 15 febbraio 2007;
- nonostante i molteplici rinvii a giudizio, il dott. Huscher ed i membri della sua équipe hanno continuato ad operare in molti ospedali d'Italia, e pertanto altre denunce sono state presentate in altre Procure. È legittimo chiedersi, a questo punto, di quali coperture il dott. Huscher disponga, in quanto, oltre alla totale anomalia della situazione giudiziaria, si assiste alla ulteriore inquietante circostanza per cui non solo le reti televisive nazionali non hanno mai riferito nulla di tale abnorme situazione, ma, al contrario la stessa Rai - oltre le reti Mediaset - sono stati usati quali spazi "pubblicitari" dal dott. Huscher per declamare la straordinarietà di molti interventi e la propria grande abilità di chirurgo;
- anche il settimanale "Oggi" ha dedicato un servizio al dott. Huscher, nel numero 43 del 25 ottobre 2006. Tale servizio, a cura del giornalista Edoardo Rosati, declama le capacità del chirurgo nella laparoscopia, ovviamente sottacendo il lungo "corredo" di procedimenti giudiziari;
- come è facile immaginare il giorno successivo all'intervista, l'Ospedale San Carlo di Milano, attuale sede di lavoro del direttore del Trauma Center, dott. Huscher, è stato subissato di richieste di appuntamenti per molti bambini e non solo (l'articolo si riferiva a chirurgia "soft" sui bambini);
- risulta infatti che dopo il licenziamento dal nosocomio capitolino San Giovanni Addolorata, il dottor Huscher, con un intervallo di pochi mesi di vacatio dagli ospedali pubblici, è stato assunto dall'Ospedale San Carlo Borromeo di Milano, quale Direttore del Trauma Center;
- nonostante l'insigne incarico presso il noto ospedale lombardo, il 13 settembre 2006, in Campobasso, è stato stipulato un contratto individuale di lavoro a tempo determinato - ex articolo 15-septies, comma 1, del decreto legislativo n. 502 del 1992 - tra l'ing. Sergio Florio, nella sua qualità di Direttore generale - legale rappresentante dell'Azienda U.S.L. n. 3 "Centro Molise" di Campobasso ed il prof. dr. Cristiano Huscher con l'incarico di Direttore dell'Unità operativa complessa di Chirurgia generale del Presidio ospedaliero "A. Veneziale" della Zona territoriale di Isernia. Tale contratto ha una durata di quattro anni (dal 1° ottobre 2006 fino al 30 settembre 2010);
- il medico-chirurgo neodirettore non ha ancora preso servizio presso il nosocomio molisano e continua a prestare servizio presso il San Carlo Borromeo, in una situazione che, di certo, appare poco chiara e suscita perplessità ai sensi della normativa vigente;
- il comitato Vittime dei reati, nel maggio 2005, ha indirizzato al Governo un documento sul caso Huscher, in cui si denunciava, tra le altre cose, l'inaccettabilità del fatto che i pazienti del dott. Huscher non fossero messi al corrente della lunga serie di procedimenti pendenti su di lui,

si chiede di sapere:

- se i Ministri in indirizzo siano a conoscenza dei gravi fatti riportati;
-
come sia possibile che, a fronte di 64 avvisi di garanzia e di molteplici procedimenti penali in corso, il dott. Huscher abbia continuato e continui tranquillamente a svolgere la sua attività di medico chirurgo, nella totale indifferenza dell'Ordine dei medici, nonostante molteplici esposti non solo di pazienti, ma anche di altri medici;
- come sia possibile che, nonostante la continua reiterazione delle stesse ipotesi di reato ed il pericolo di ulteriore commissione di delitti della medesima specie, l’Ordine dei medici non abbia preso in considerazione neanche la sospensione dall'esercizio dell’attività;
- quali siano le motivazioni che hanno portato alla conclusione dei contratti che vedono il dott. Huscher direttore di unità operative senza aver sostenuto alcun concorso, ma solo "per chiara fama", non potendo non domandarsi in cosa sussista questa chiara fama, ed anche laddove sussistesse, come la stessa sia compatibile con una innumerevole quantità di procedimenti penali in corso;
- quale sia in questa vicenda il ruolo della azienda Ethicon e quale rapporto abbia con il dott. Huscher;
- quali siano le reali motivazioni che hanno indotto il direttore generale Francesco Bevere a licenziare in tronco il dott. Huscher nel maggio del 2005;
-
quali iniziative urgenti i Ministri in indirizzo intendano adottare, nell'ambito delle proprie competenze, al fine di tutelare i pazienti del dott. Huscher. (Qui. Grazie a Vanillina per la segnalazione)

E ci si chiede: perché di quest’altra cosa non sapevamo niente? Perché qualcuno si è mobilitato per coprire tutto sapendo di stare letteralmente giocando con la vita e la morte di esseri umani? E poi: quante altre infamie ci saranno, ancora, di cui ignoriamo l’esistenza? E ancora: dal momento di questa interrogazione è passato più di un anno; se non ne abbiamo saputo niente, se non è esploso nessuno scandalo analogo a quello del Santa Rita, significa che niente è stato fatto: perché? E inoltre: se chi si sarebbe dovuto muovere non si è mosso, quali interessi ha in tutta questa baracca? E infine: il comune cittadino che si ammala quali strumenti ha per poter distinguere tra medici ed efferati assassini?


barbara


14 giugno 2008

HANNO OBBEDITO AGLI ORDINI

Così si sono giustificati quelli del Santa Rita. Ma non era stato stabilito una volta per tutte a Norimberga sessant’anni fa che questa scusa non vale?



barbara


13 giugno 2008

UNA SOLA PAROLA:

Schifo.

E chi ha da capire, sicuramente capirà.

barbara - alias the rolling stone




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13 giugno 2008

LA FIGLIA DEL PODESTÀ

Tutto il guaio sta nel fatto che la figlia del podestà è precisa sputata a suo nonno, come carattere, per cui non è davvero il caso di prenderla di petto, quando si mette in testa qualcosa, neanche se oltre a suo padre e a sua madre ci si mettono di mezzo il parroco e la signorina Mercede, quarantenne tutt’ossa, nubile, vergine e vegetariana, di professione merciaia – e meno male che in compenso c’è la Rosina, che di anni ne ha il doppio e che di piaceri della carne se ne è fatti mancare ben pochi. Poi mettete in conto che oltre a quel guaio lì si aggiungono l’autorità del podestà e la rivalità con gli altri podestà dei paesi rivieraschi e l’idrovolante e certi affari sporchi e la centralinista che si chiama Dulù e sembra un’attrice e vecchie storie mai dimenticate e il cinema e il maestro arrapato e la giovane amante del rampollo viziato che però ha un marito troppo importante e piccoli imbrogli e grandi fallimenti e lezioni esemplari e un avvocato che non è un avvocato e un guardiano ubriacone che vede doppio e l’ambizione di un imbecille che si crede un genio e un bottone con le iniziali … e immaginate un po’ che razza di macello viene fuori in questo delizioso romanzo che sembra figlio di Windows, con una miriade di finestre che, con un clic, si aprono una dopo l’altra. E pensare che tutto questo sfracello era nato da un paio di mutande! (Trecentocinquanta pagine da leggere in un giorno solo, quindi regolatevi).

Andrea Vitali, La figlia del Podestà, Garzanti



barbara


12 giugno 2008

GIORNALETTISMO: PEGGIO LE BOMBE FINTE CHE LE BOMBE VERE

Comunicato Honest Reporting Italia 12 giugno 2008

Giornalettismo è un sito che raccoglie contributi da numerosi giornalisti o aspiranti tali. A volte rende un buon servizio all'informazione, a volte no. Questa volta è una delle volte no. Non ci soffermeremo a commentare ogni singola affermazione dell'articolo: seguendo il link troverete l'articolo originale, corredato di foto, e i numerosi commenti dei lettori, alcuni dei quali contengono interessanti osservazioni tecniche che potranno aiutare i nostri lettori a formulare le lettere da inviare al sito. Come accompagnamento di questo comunicato ci limiteremo pertanto a sottolineare che l'autore dedica tutta la sua appassionata attenzione alle "bombe soniche" che tormentano i palestinesi di Gaza, senza spendere una sola parola per i razzi veri che seminano morte e distruzione in Israele: tutto ciò che i palestinesi in generale e gli abitanti di Gaza in particolare devono subire, a quanto pare, è dovuto unicamente alla gratuita perfidia di Israele.

“Le bombe delle sei non fanno male”

di Alessandro Bernardini

Riflessi derivati e reazioni incontrollate del corpo umano quando gli capita di finire sotto un bombardamento. Fatto di screamers, bombe sonore che colpiscono l’apparato uditivo e causano un gran numero di danni collaterali

Quando il militare dell’IDF - vestito a festa per affrontare i soliti manifestanti del villaggio di Bil’In – lancia lo screamer, un rumore assordante lacera l’aria. La folla trasale e da riottosa diventa un mucchio di formiche che affoga nell’acqua. In fuga senza una meta precisa. Lacrimogeni e pallottole di gomma ad altezza testa fanno il resto. Il panico è servito. Anche il 6 giugno scorso è accaduto, come tutti i venerdì da tre anni a questa parte.
BUM BUM BANG BANG! - Screamer, sembra il titolo di un polpettone b-movie in uscita in tutte le sale dal prossimo autunno. Invece è una bomba. Una bomba sonora. Il primo gesto automatico, il riflesso condizionato, è quello di portarsi le mani a tappare le orecchie, ma non serve a nulla. L’unica cosa da fare è allontanarsi dalla fonte del suono e aspettare che passi. Quando incontro la prima volta H., un medico di Gaza City, dopo mezz’ora che parliamo mi dice: “Qui a Gaza l’esperimento è diverso rispetto a Bil’in. Dopo il disimpegno da Gaza dei coloni siamo diventati delle cavie“. “In che senso?“, chiedo, un pò innervosito dalla mia mancanza di comprensione. “L’infrasuoni a bassa potenza implica sensazioni di malessere generale, mal di testa e nausea”. Penso: sono in questa cella a cielo aperto, nella Striscia di Gaza, con la sensazione di essere un corpo estraneo e mi ritrovo a parlare di infrasuoni! “E questo è il minimo” - continua il dottor H. - “Qui si parla di bombe soniche che simulano un attacco missilistico, sai che significa?mi chiede esasperato conoscendo già la risposta. “No. non sono mai stato sotto un bombardamento” (ironia della sorte, il giorno dopo…). “Ti faccio un piccolo schema” - dice lui - “Abbiamo già parlato di infrasuoni a bassa potenza. Quelli a media potenza causano vomito, spasmi intestinali, defecazione incontrollata” - le sue mani lentamente disegnano delle onde su un grafico che rappresentano i flussi sonori. “Poi arriviamo alla tortura vera e propria“, continua il medico. Rimango in attesa. “Gli infrasuoni ad alta potenza” - lo dice e poi prende una lunga pausa - “Questi ultimi sono i peggiori. Causano disgregazione delle viscere, tutti gli organi interni rischiano praticamente di fondersi“. Lo interrompo. “Ma allora la storia degli aborti?..

ABORTI - Avevo sentito dire che a Gaza negli ultimi anni si era registrato un aumento spropositato degli aborti spontanei. “Certo“- dice lui - gli aerei israeliani volano a bassa quota infrangendo la barriera del suono. In quel momento è come se un terremoto entrasse nella tua casa, spaccando i vetri, e tutto quello che c’è dentro. Lo spostamento d’aria e la bomba sonora causano dei danni spesso permanenti. Dall’estate del 2005 ad oggi sono aumentati del 40% gli aborti e del 45% gli infarti“. Rimango a guardare il foglio e le sue mani. “Ma…perchè?“, mi sento stupido appena pronuncio l’ultima sillaba. “Perché? Vogliono punirci. E’ una sorta di tortura. Tu non sai mai se quello che senti è un bombardamento vero o se è “solo” sonoro. Non sai dove andare, non sai a cosa aggrapparti. Non sai dove rifugiarti. E poi quando arrivano anche le bombe vere e allora devi sono sperare che cadano un pò più in là“. Il dottor H. mi fa segno di aspettare, che in Palestina somiglia al nostro “ma che vuoi?”, la mano chiusa con il pollice che tocca le altre quattro dita. Gira il foglio e ricomincia a disegnare, “Guarda qua” – mi dice – “Ci sono poi i suoni acuti a bassa, media e alta potenza che vanno ad intaccare direttamente l’udito. Possono causare perdite temporanee della soglia di udibilità, oppure permanenti”.

RUMORI - Comincio a guardare fuori della finestra in attesa di qualche aereo in arrivo. “I suoni acuti ad alta potenza causano ustioni localizzate oltre che il rischio di perdita dell’udito”. Lascia da parte il foglio e si sistema gli occhiali. “Sai che dicono gli ufficiali israeliani?” – mi chiede sapendo nuovamente che non potrò rispondere – “Incoraggiamo i palestinesi a fare qualcosa per combattere il terrorismo nella Striscia!” Le sonic bombs sarebbero solo un avvertimento che in fondo non fa male a nessuno. Il problema è che quest’ammonimento è una vera e propria tortura psicologica oltre che fisica.
Saluto il dottor H. e appena esco dall’ospedale guardo il cielo e allungo il passo. Arrivato in albergo accendo il computer e cerco un po’ di materiale sulle bombe sonore. Scopro che:
l’agenzia dell’ONU per i profughi palestinesi ha affermato che una maggioranza dei pazienti ricoverati per le conseguenze dei boom sonici è costituita da minori di 16 anni che soffrono di sintomi come attacchi d’ansia, enuresi, spasmi muscolari, temporanea perdita dell’udito e difficoltà respiratorie.

BAMBINI - Mi vengono in mente proprio i bambini di Gaza che escono dal nulla e nel nulla scompaiono come i gatti. Molti di loro imparano a vivere nella rabbia e nella vendetta. Mi sento così stupido a pensare di arrivare da Roma e parlare di pace, in una sorta d’incarico divino, esportando la “mia” visione” di democrazia con l’atteggiamento di chi ha la ragione dalla sua parte. Basta stare un giorno lì e si capisce che le cose sono molto più complicate. Troppo.

Oltre a commentare nel sito, si possono inviare messaggi a giornalettismo@gmail.com. Cogliamo l'occasione per suggerire ai nostri lettori di prendere visione di una interessante riflessione inserita nel nostro sito.


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Interessante, anche se a volte un tantino delirante, la discussione che si è sviluppata nei commenti in coda all’articolo. Se avete un po’ di tempo vi consiglio di dare un’occhiata.


(questa la metto per bellezza, visto che gli amici di Giornalettismo non hanno avuto tempo di cercare anche qualche documento su questi bambini palestinesi)


barbara


12 giugno 2008

ULTIME DAL DARFUR

Ricevo da “Italian blogs for Darfur, Movimento on-line per i diritti umani in Darfur”, e pubblico.

Cari amici,

Un'ombra nera si muove, lenta, curvandosi a seguire le dune di sabbia solcate da impronte di uomini e animali in fuga. Avanza, lenta, come se non esistesse tempo da perdere, giorni e mesi da spendere. Se la vita in Darfur fosse una moneta, non ne basterebbe di certo una a comprare del pane al mercato.
Kalima lo sa. Ha lavorato nei campi anche quando desiderava solo giocare con la sua bambola multicolore, sin da quando, bambina, era stata data in moglie a un uomo che avrebbe garantito a lei e alla sua famiglia un futuro. Le hanno insegnato a pregare all'alba e a ringraziare per ogni giorno avuto in dono. Non ha più la forza di farlo anche oggi, che il giorno ormai si incammina stanco verso la notte, e con esso la sua ombra che si fa più lunga ad ogni passo.
Non sa dove va, Kalima. Dietro di lei tutto è bruciato. Non le sono rimasti nemmeno i ricordi, persi nel labirinto della sua mente, ferita dall'odio di uomini in armi che hanno fatto sfregio del suo essere donna. Le resterà però il silenzio addosso a coprirla con vergogna agli occhi della stessa gente del suo villaggio, che ora, fuggitiva anch'essa, finge di non vederla.
Non pensa, Kalima. I suoi piedi nudi sulla sabbia arroventata procedono da soli, come fossero spaventati, come se un ancestrale istinto avesse donato loro la forza per prendersi carico di un intero corpo inerme. Gira la voce che ad andar sempre dritti si giunga a un campo, dove diano da bere e da mangiare. Gira la voce, ma gira anche il mondo intorno a lei. E per Kalima giunge infine la notte.
Ogni anno, in Darfur, muoiono quasi 100.000 persone, per fame, sete e per gli attacchi delle milizie janjaweed sostenute dal governo sudanese, come denuncia l'ultimo rapporto della Corte Penale Internazionale, che ha conferito il 5 giugno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a New York, sulla situazione dei diritti umani in Darfur.
Il Tribunale Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per i due principali sospettati di gravi crimini contro l’umanità da oltre un anno, dal 27 Aprile 2007. Ahmad Harun e Ali Kushayb, rispettivamente Ministro agli Affari Umanitari e capo della milizia janjaweed, hanno a loro carico ben 51 capi di accusa per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, incluse esecuzioni sommarie, persecuzioni, torture e stupro, ma non sono stati ancora consegnati dal governo sudanese all’autorità internazionale.
Italians for Darfur e le associazioni della Save Darfur Coalition chiedono che le Nazioni Unite adottino una nuova risoluzione affinché il Sudan cooperi completamente con la Corte Penale Internazionale.
Proprio il 5 giugno, anche in Italia, ha preso il via la campagna internazionale per la giustizia in Darfur, grazie alla collaborazione nata tra Italians for Darfur, associazione per i diritti umani in Darfur e membro della Save Darfur Coalition, e i Negramaro, una delle più importanti e note band italiane.
“Giù le mani dagli occhi – Via le mani dal Darfur” è il messaggio del video, presentato in anteprima al concerto del 31 Maggio a San Siro, attraverso il quale i NEGRAMARO rilanciano l’appello di Italians for Darfur al Governo Italiano affinché esprima profonda preoccupazione, presso le Nazioni Unite, per la volontà del governo sudanese di non consegnare alla Corte Penale Internazionale i due principali sospettati di crimini contro l’umanità, Ahmad Harun and Ali Kushayb.
Il video vuole essere anche una denuncia del silenzio dei media sulla crisi umanitaria in corso da oltre cinque anni in Darfur, che ha provocato oltre 300.000 morti e due milioni e mezzo di sfollati: i sei componenti della band salentina, che hanno gli occhi coperti da mani non proprie, sono seduti a semicerchio davanti a un televisore non sintonizzato.
E da Myspace riparte questo mese la campagna on-line di Italians for Darfur, con uno spazio dedicato agli artisti emergenti che vogliono proporre un brano per il Darfur: www.myspace.com/musiciansfordarfur. Proseguono la raccolta firme per l'appello a RAI, LA7 e Mediaset, che ha superato le 5000 sottoscrizioni, e le iniziative on-line "Io bloggo per il Darfur" e "Una vignetta per il Darfur".

Dal blog:

Sale la tensione anche in Sud Sudan: 50.000 in fuga da Abyei

L'ONU esprime preoccupazione per gli scontri tra l'Esercito di liberazione del Sud Sudan (SPLA) e le Forze Armate Sudanesi (SAF), iniziati il 14 maggio, nella città di Abyei, South Kordofan, centro di un'area di confine contesa dal 2005 per la ricchezza di petrolio nel sottosuolo. La città, secondo quanto stabilito dai protocolli di Abyei, parte del Comprensive Peace Agreement del 2005, è considerata storicamente il ponte tra Nord e Sud Sudan, ma continua ad essere contesa tra le due parti a causa del grande giacimento di petrolio della regione, nonostante i termini del protocollo siano ufficialmente condivisi. Anche dopo il nuovo accordo di cessate-il-fuoco del 16 maggio, che stabiliva l'allontanamento delle forze regolari dal centro alla periferia, gli scontri sono continuati, causando la fuga di 50.000 civili. Secondo le forze ribelli dello SPLA Khartoum avrebbe disatteso i termini dell'accordo.

EUFOR: la Russia fornirà 4 elicotteri alla missione europea in Ciad e RCA
La Russia ha fatto sapere che fornirà quattro elicotteri alla missione europea in Ciad e Repubblica CentroAfricana, (EUFOR) con 120 uomini di supporto. Attualmente sono dispiegati ai confini con il Darfur 1770 militari e altri 2000 si aggiungeranno entro giugno. La missione europea, prevista da una risoluzione delle Nazioni Unite del 2007 e fortemente caldeggiata dalla Francia che conserva notevoli interessi in Ciad e RCA, oltre a permettere l'assistenza degli oltre 450.000 profughi del Darfur presenti nei due Paesi adiacenti è di supporto alla missione MINURCAT dell'ONU (approfondisci).
È attivo in Ciad, ad Abeché, anche un ospedale militare italiano, per ora adibito alla sola assistenza del contingente EUFOR.
Il 30 Aprile è scaduto invece il mandato della missione ONU in Sudan (UNMIS), ulteriormente esteso dal Consiglio di Sicurezza al 30 aprile 2009.

Gli aerei di Karthoum bombardano i villaggi al Nord, l'UNAMID evacua i feriti
I peacekeepers dell'UNAMID, la missione congiunta ONU-UA in Darfur, possono fare ben poco, allo stato attuale, per placare la falce che continua ad abbattersi dall'alto sulla popolazione indifesa del Darfur: le incursioni dell'aviazione sudanese (SAF), infatti, spesso accompagnate ad attacchi al suolo delle forze regolari e delle milizie janjaweed, continuano a provocare decine di morti e feriti. Dei 26.000 caschi blu promessi, ne sono stati dispiegati solo 9000.
I caschi blu hanno evacuato i feriti provocati dall'ultimo bombardamento aereo ai villaggi di Umm Sidir, El Hashim e Heles nel Nord Darfur, giovedì scorso, dopo aver prestato i primi soccorsi con un team medico. L'intervento è stato condotto in coordinamento con le stesse autorità sudanesi.
L'esercito sudanese è uno dei più grandi in Africa: conta almeno 150.000 uomini, ma diverse sono le forze paramilitari al soldo del governo. Nel 2007, le spese militari sono salite a oltre 3 miliardi di dollari, che sottraggono al Paese oltre il 50% del profitto ottenuto dalla vendita del petrolio.

Arè Rock Festival: 27 maggio Live! in UK radio!
Anche l’ultima serata delle qualificazioni live dell’Arè Rock Festival ha riservato al pubblico di Barletta grande atmosfera e musica di qualità, tra lirismo e melodia, danza e distorsioni. La finale 2008 è prevista per il prossimo 27 giugno. Le canzoni delle 6 band finaliste, inoltre, saranno presentate il 27 maggio e il 10 giugno alle ore 16 (ora italiana) in UK sulle frequenze di Radio Reverb, neo-mediapartner dell'Arè Rock Festival, nel programma "Radio Sofia", prodotto e presentato da Emilia Telese e dedicato alla cultura alternativa italiana. La trasmissione va in onda a Brighton sui 97,2 FM e in live web streaming su www.radioreverb.com ogni due martedì. Il programma è bilingue e rappresenta la voce della diaspora italiana in Uk e nel mondo. In ognuna delle due puntate saranno trasmessi tre brani, per dare spazio con un pezzo a testa ai sei finalisti, mentre in seguito dovrebbero essere trasmesse anche le canzoni di altri partecipanti dell'edizione targata 2008 dell'Arè.
Durante ogni serata della manifestazione, è stato possibile firmare un appello rivolto alle televisioni nazionali per dare maggior spazio all'informazione sulla tormentata regione sudanese del Darfur, dove da oltre quattro anni si combatte una sanguinosa guerra che ha provocato oltre 300.000 morti e 2.500.000 di sfollati. Il movimento “Italians for Darfur” sta infatti proponendo tale opportuna campagna di sensibilizzazione, dato che nel 2006, nonostante la gravità della situazione della regione sahariana, all'argomento sarebbe stata dedicata complessivamente solo un'ora in tv. Novità di quest'edizione dell'Arè Rock Festival è stata d'altronde anche la Sezione speciale "Una canzone per il Darfur", a cui hanno partecipato Garnet e Chendisei[***].

Un caro saluto.

Poiché i mass media ne parlano troppo poco, cerchiamo di parlarne almeno noi, cerchiamo di fare quel minimo di informazione che è nelle nostre possibilità; invito pertanto tutti gli amici blogger a riprendere le notizie contenute in questa newsletter per diffonderle il più possibile. Colgo l’occasione per ricordare, en passant, che uno dei tanti mantra in uso è quello che “del Darfur non frega a nessuno perché lì non c’è il petrolio”. Falso: il petrolio c’è, e anche un bel po’. Quindi mi sa che toccherà cercare qualche altra spiegazione. Magari un po’ meno - come dire … vabbè, ditelo voi.



barbara

AGGIORNAMENTO: leggere anche qui.


11 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 3

Un dossier racconta di assalti, stupri, omicidi, a volte compiuti anche da agenti in divisa «Noi cristiani in Terra Santa bersaglio dell’odio islamico» Il Custode del Luoghi sacri: «L’Autorità palestinese non punisce gli aggressori»

BETLEMME - «Macché difficoltà tra Israele e Vaticano! I problemi per noi cristiani in Terra Santa sono altri. Quasi ogni giorno, lo ripeto quasi ogni giorno, le nostre comunità sono vessate dagli estremisti islamici in queste regioni. E, se non sono gente di Hamas o della Jihad islamica, avviene che ci si scontri con il muro di gomma dell’Autorità Palestinese, che fa poco o nulla per punire i responsabili. Anzi, ci è capitato di venire a sapere che in alcuni casi tra loro c’erano gli stessi agenti della polizia di Mahmoud Abbas o i militanti del Fatah, il suo partito, che sarebbero addetti alla nostra difesa. Sono talmente scoraggiato di sentire le lamentele che talvolta non guardo neppure più i dossier».
Padre Pierbattista Pizzaballa non riesce a trattenere la frustrazione. Quarantenne, dinamico neo-custode di Terra Santa, è ben lontano dai modi bizantini, i silenzi diplomatici, il desiderio del quieto vivere, di tanti tra i suoi predecessori.
Eravamo venuti a trovarlo nel suo ufficio a Gerusalemme per cercare di capire di più sui contenziosi fiscali e giuridici che ancora avvelenano i rapporti tra Santa Sede e Israele. Pizzaballa rappresenta la Custodia, l’istituzione francescana che dalla bolla di Papa Clemente VI nel 1342 si occupa appunto di rappresentare, difendere e garantire gli interessi e le proprietà della Chiesa in Terra Santa. Ma già dalle prime battute è ovvio che per il Custode le preoccupazioni più gravi sono altre. «Qui ho una lista di 93 casi di ingiustizie di vario tipo commesse ai danni dei cristiani nella regione di Betlemme tra il 2000 e il 2004. L’ha compilata Samir Qumsieh, direttore di Al Mahdeh , che in arabo significa Natività, una piccola televisione locale che sta diventando la voce delle nostre comunità. Ma con difficoltà. Nelle ultime settimane una banda di Bet Sahur, dove lui ha casa e ufficio, sta infatti cercando di rubargli il terreno dove vorrebbe installare un ripetitore in grado di allargare le regioni coperte dall’emittente», spiega Pizzaballa.
Una situazione che rilancia un tema antico: l’emigrazione dei cristiani dal Medio Oriente. Avviene per i copti dell’Alto Egitto, per assiri e caldei in Iraq, in parte per i maroniti in Libano. Ma soprattutto in Israele e Cisgiordania. «Nel 1948, l’anno della nascita di Israele, i cristiani costituivano circa il 14 per cento della popolazione, ora sono ridotti a malapena al 2. Oggi siamo in 170.000, di cui 80.000 cattolici. Circa il 60 per cento abita in Israele, il resto nei territori occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme est», ricorda ancora il Custode.
A Betlemme è lo stesso Samir Qumsieh a darci una copia del dossier. «E’ parziale, perché negli ultimi 12 mesi ho registrato numerosi nuovi casi di abusi», dice. Un uomo coraggioso. Tra le sue battaglie anche quella contro la diffusione delle moschee nella zona di Betlemme: «I loro muezzin gridano più forte vicino alle chiese. Una provocazione, dove una volta suonavano le campane ora si sentono soltanto le preghiere musulmane con gli altoparlanti a tutto volume». Più volte il nunzio apostolico, Pietro Sambi, l’ha consigliato di essere prudente. Qualche mese fa Samir voleva far diffondere il suo dossier da Asia News, un sito web curato da padre Bernardo Cervellera, ben noto tra gli addetti ai lavori.
Sambi era riuscito a fermarlo. «Potresti venire assassinato», gli aveva detto. Ora però Samir vuole andare avanti: «Occorre denunciare, basta tacere!». A leggere il suo dossier c’è solo l’imbarazzo della scelta. Stupri, rapimenti, rapine, terre e proprietà rubate, case occupate, abusi e soprattutto offese. Un numero crescente di offese da parte dei musulmani.
Vedi il caso della sedicenne Rawan William Mansour, abitante del villaggio di Bet Sahur, che nella primavera di due anni fa veniva violentata da quattro miliziani di Fatah. Nonostante la denuncia, nessuno di loro fu arrestato. La famiglia fu costretta a emigrare in Giordania per evitare la vergogna. L’anno prima due sorelle della famiglia Amre (di 17 e 19 anni) vennero assassinate a colpi di pistola da un gruppo di uomini armati vicini all’Autorità Palestinese. L’accusa: prostituzione. Più tardi l’autopsia rivelò che le ragazze erano vergini. Ma erano state torturate nelle parti intime con sigarette accese, prima dell’«esecuzione». Ma c’è molto altro. Quasi tutti i 140 casi di espropriazione di terre avvenuti negli ultimi 3 anni sono stati perpetrati da militanti dei gruppi islamici e da agenti della polizia. Samir sta preparando un libro-denuncia. «Lo intitolerò Razzismo in pratica », dice. Le conclusioni sono amare: «Il razzismo contro di noi sta aumentando vertiginosamente. Nel 1950 Betlemme era per il 75 per cento cristiana, oggi non arriva al 12. Se continua così, tra 20 anni non ci saremo più». (Lorenzo Cremonesi, settembre 2005)

Ancora un documento sull’annientamento delle comunità cristiane in Palestina, così come in tutto il mondo islamico. E nessuno fiata. Leggere anche qui e qui.


barbara


11 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 2

Cristiani in Palestina e la quotidiana ostilità degli estremisti

Membri della comunità cristiana a Betlemme raccontano degli ultimi due mesi di soprusi, intimidazioni e aggressioni, impuniti nella maggior parte dei casi.

BETLEMME – I cristiani in Palestina avvertono un clima sempre più ostile nei loro confronti, fatto di intimidazioni e soprusi da parte degli estremisti islamici, che per lo più rimangono impuniti. Lo raccontano ad AsiaNews alcuni membri della comunità di Betlemme, che proprio a causa della situazione delicata, hanno chiesto l’anonimato.
L’ultimo episodio risale allo scorso 4 novembre, quando uomini armati della “Jihad islamica” hanno fatto irruzione nell’International Centre di Betlemme gestito dalla Chiesa luterana. Qui si stava svolgendo una serata con la partecipazione dei consoli di alcuni Paesi europei, alcuni rappresentanti stranieri noti per il loro impegno a favore del popolo palestinese, leader religiosi ed esponenti della società civile locale. All’improvviso, uomini armati hanno invaso la sala guidati da Issa Marzouq, funzionario dell’amministrazione comunale di Betlemme, e affiliato alla “Jihad islamica”. L’uomo è salito sul palcoscenico e ha accusato i presenti di tradimento. “Vergognatevi – ha detto – la gente muore, mentre voi qui fate spettacoli di danza e canti”. Marzouq ha rotto i microfoni e ordinato al pubblico di sgombrare entro cinque minuti altrimenti avrebbero sparato. “La polizia, arrivata subito sul posto, è però rimasta a guardare”, riferiscono i testimoni oculari.
Nei giorni successivi il pastore luterano, Mitri Al-Rahib, ha indetto un incontro con il governatore di Betlemme, la stampa e autorità locali, in cui ha parlato della “grave mancanza di sicurezza pubblica”, che mette a repentaglio la vita dei cristiani. Al termine delle discussioni è stato redatto un comunicato sull’accaduto, ma la sua pubblicazione è stata fermata con il pretesto che il governatore stesso avrebbe affrontato l’episodio insieme ad altri simili in un’apposita assemblea. Naturalmente – dicono le fonti – nessuno ha preso alcuna iniziativa a riguardo.
Quello contro le strutture della Chiesa luterana è solo il caso più recente. Alcuni abitanti raccontano che a metà ottobre il litigio tra due giovani - uno cristiano e un musulmano a Betlemme - è sfociata in una caccia al cristiano: un gruppo di ragazzi fermava studenti per strada chiedendo loro la religione con il chiaro intento di picchiare chi si professava cristiano. Anche qui la polizia è intervenuta solo rimanendo a guardare.
Poche settimane prima, sulla scia delle manifestazioni musulmane contro il discorso del Papa a Regensburg, il Partito di Liberazione islamica (Hiz Al-Tahreer) ha organizzato una mostra all’Università di Birzeit, in cui era esposto un carro armato con sopra una croce e immagini denigratorie di Benedetto XVI. Venivano, inoltre, distribuiti volantini con un testo intitolato “Una Crociata”, pieno di parole oscene contro il Papa e la Croce. Gli studenti cristiani hanno protestato con il decano dell’Università, il quale ha ordinato di cancellare l’esposizione. Ma la direttiva non è stata mai applicata.
Le fonti di AsiaNews ricordano, infine, i frequenti soprusi sulle terre. Il 19 ottobre, ad esempio, uomini delle Brigate dei Martiri di Al-Aqsa hanno invaso con le armi la casa del cristiano Nikola Mukarker a Beit Jala. La sua colpa era aver denunciato un musulmano, perché si era preso il diritto di edificare, senza permesso, su un appezzamento di terra appartenente alla sua famiglia. (AsiaNews, 24 novembre 2006)

Discriminazioni senza fine, soprusi senza fine, persecuzioni senza fine da quando la popolazione di Gaza e Cisgiordania è finita sotto l’amministrazione palestinese. E leggete anche qui.


barbara


10 giugno 2008

CRISTIANI IN PALESTINA 1

Dato che nessuno sembra avere il coraggio di parlarne, ne parlo io.

I cristiani palestinesi sono sempre più svantaggiati
I cristiani nei territori palestinesi stanno molto peggio di quello che di solito dichiarano i loro portavoce. L'islamizzazione portata avanti dalle autorità dell'Autonomia Palestinese ha drammaticamente peggiorato le condizioni di vita della minoranza, ha dichiarato il politologo prof. Justus Reid Weiner del Centro di Gerusalemme per le questioni pubbliche. Tra i soprusi tollerati dalle autorità c'è il boicottaggio dei negozi cristiani e il ricatto del pizzo. Un'ordinanza vieta la vendita di terreni a cristiani. Nel comune di Betlemme, la città natale di Gesù Cristo, nel 1994 sono stati incorporati 30.000 musulmani, così che nel giro di dieci anni la percentuale cristiana è scesa dal 60 al 20 per cento. Anche contro gli stupri operati da musulmani su ragazze cristiane la polizia non interviene con decisione, ha detto Weiner. Molte donne cristiane si vestono come musulmane per non essere aggredite. L'Islam considera i cristiani come persone di seconda classe, e alle autorità manca la capacità e la voglia di proteggere i cristiani dagli attacchi dei musulmani.
Durante l'intifada i militanti palestinesi sceglievano di sparare sul territorio israeliano da chiese e quartieri cristiani, per provocare la distruzione di questi edifici da parte dell'esercito israeliano. E tuttavia molti leader ecclesiastici minimizzano queste sofferenze. Alcuni temono che un'aperta denuncia peggiorerebbe la situazione. Altri non vogliono perdere i loro privilegi, come l'accesso ai media o i permessi di viaggio. Alcuni sono talmente accecati dal nazionalismo palestinese che non vogliono ammetterne il lato negativo. Weiner critica il silenzio dei governi occidentali, che sacrificano la minoranza cristiana sull'altare del processo di pace.
(Rivista evangelica "Perspektive", maggio 2006 - trad. www.ilvangelo.org)

La drammatica condizione dei cristiani sottoposti all’autorità palestinese, così come in generale in tutti i Paesi a maggioranza islamica – e non dimentichiamo l’autentico sterminio di cristiani messo in atto dai terroristi palestinesi in Libano durante la guerra civile da loro scatenata - viene spesso e volentieri taciuta, nascosta, ignorata, molto spesso anche dalle stesse autorità religiose. Io invece scelgo di parlarne e di denunciare questa infamia che viene quotidianamente perpetrata. E già che ci sei vai a leggerti anche
questo, che male non ti farà.


barbara


9 giugno 2008

GUERRA DEI SEI GIORNI: UNA RIFLESSIONE

1967: sei giorni per sopravvivere

da un articolo di Michael B. Oren

Le grandi guerre della storia finiscono per diventare grandi guerre sulla storia. Dopo solo pochi anni da quando l'ultimo soldato è tornato dal campo di battaglia, le più evidenti verità circa la natura del conflitto e le ragioni che l'hanno reso inevitabile subiscono l'assalto di revisionisti e contro-revisionisti la cui veemenza fa a gara con quella dei combattimenti reali.
Poche di queste battaglie storiografiche sono tanto amare quanto quella che viene oggi combattuta sulle guerre arabo-israeliane, dove un drappello di sedicenti "nuovi storici" cinge d'assedio la narrazione fino a poco tempo fa inattaccabile della creazione e della sopravvivenza dello stato degli ebrei. L'insolita violenza del dibattito sulla storia arabo-israeliana è direttamente legata alla posta in gioco che è singolarmente alta. Gli avversari non competono semplicemente per un po' di spazio sugli scaffali delle biblioteche universitarie. In realtà si scontrano su questioni che hanno un profondo impatto sulla vita di milioni di persone: la sicurezza di Israele, i diritti dei profughi palestinesi, il futuro di Gerusalemme. E i "nuovi storici" non fanno nemmeno finta di nascondere i loro obiettivi politici.
Pubblicate dalle maggiori case editrici accademiche e ampiamente celebrate dai recensori, le interpretazioni dei "nuovi storici" hanno già largamente soppiantato quelle tradizionali. Tale successo non sarebbe stato possibile senza i documenti diplomatici resi disponibili da vari archivi governativi sulla base della norma per la declassificazione dopo trent'anni, che permette l'accesso a materiali precedentemente secretati: una regola in vigore nella maggior parte dei paesi occidentali. Incartamenti resi disponibili, ad esempio, dal Public Record Office britannico e dai National Archives statunitensi gettano nuova luce sulla diplomazia degli anni '40 e '50, in particolare per quanto concerne i paesi arabi i cui archivi, invece, restano sigillati a tempo indefinito.
Ma quando si tratta di storia arabo-israeliana, non esiste raccolta documentaria che possa rivaleggiare con gli Archivi di Stato israeliani i quali, oltre a contenere un tesoro di resoconti di prima mano, sono particolarmente liberali nella loro politica di declassificazione. Tali documenti, letti in modo selettivo e tendenzioso, sono stati utilizzati a sostegno delle teorie revisioniste più estreme sulla guerra d'indipendenza del 1948 e sulla campagna del Sinai del 1956. Avvicinandosi il 40esimo anniversario della guerra dei sei giorni, la stessa metodologia viene ora utilizzata per infrangere i "miti" del 1967.
La controversia storica sul 1967 è particolarmente aspra. La convinzione che la guerra dei sei giorni sia stata imposta a Israele da un'alleanza di stati arabi votati alla sua distruzione, e che le conquiste territoriali israeliane siano state il risultato del suo legittimo esercizio del diritto di autodifesa in una guerra che aveva fatto tutto ciò che poteva per evitare, è stata fermamente condivisa da tutto l'arco politico israeliano. Ma il fatto che la destinazione finale di quei territori continui ad essere al centro del dibattito politico israeliano e di trattative in corso a livello internazionale fa della guerra del 1967 un obiettivo assai ghiotto per le reinterpretazioni revisioniste. Questi autori sembrando condividere la tesi – chiaramente sottintesa, quando non ancora esplicitamente affermata – che le scelte degli arabi abbiano avuto ben poco a che fare con lo scoppio delle ostilità nel 1967, e che Israele non solo non abbia saputo evitare la guerra, ma che anzi l'abbia attivamente sollecitata. L'ammassarsi di truppe egiziane nel Sinai, l'espulsione della Forza di Emergenza dell'Onu e la chiusura degli stretti di Tiran, i patti militari fra paesi arabi e l'impegno pubblicamente preso e ribadito di sradicare lo stato degli ebrei, tutto questo sarebbe stato provocato o gonfiato a dismisura da Israele per conseguire i suoi scopi di coesione interna, espansione territoriale o altri obiettivi reconditi. "La paura israeliana non aveva fondamento nella realtà – scrive ad esempio il giornalista di Ha'aretz Tom Segev nel suo recente libro sul 1967 – In verità non v'era alcuna giustificazione per il panico che precedette la guerra, né per l'euforia che si diffuse dopo di essa".
La domanda è: queste conclusioni possono reggere a un chiaro e accurato esame storico? L'affermazione che Israele abbia voluto la guerra, abbia fatto poco o nulla per evitarla o l'abbia addirittura istigata, trova conferma nei documenti israeliani declassificati di quel periodo, l'arma favorita dei "nuovi storici"?
I dossier degli Archivi di Stato israeliani svelano molte cose sulla diplomazia e sul processo decisionale della politica israeliana di quel periodo, e su cosa i leader israeliani pensarono, temettero e si sforzarono di fare durante quelle fatidiche tre settimane di intensa attività diplomatica che portarono al 5 giugno 1967. Tuttavia, lungi dal suggerire che Israele abbia deliberatamente spinto verso il conflitto, i documenti mostrano che Israele si sforzò disperatamente di evitare la guerra e, fino alla vigilia dello scontro, tentò ogni possibile strada nello sforzo di scongiurarla, anche a costo di far pagare un alto prezzo alla nazione in termini strategici ed economici.
I documenti diplomatici israeliani da poco resi disponibili, relativi al periodo precedente il 5 giugno 1967, offrono prove schiaccianti contro ogni accenno all'idea che Israele abbia voluto la guerra con gli arabi. Le decine di migliaia di dossier finora declassificati non contengono un solo riferimento al presunto desiderio di sviare l'opinione pubblica dalla situazione economica, di rovesciare i governanti arabi, di conquistare o occupare territori in Cisgiordania, nel Sinai o sulle alture del Golan. Al contrario, il quadro che emerge è quello di un paese e di una dirigenza leadership profondamente spaventati dall'idea di uno scontro militare e disperatamente tesi ad evitarlo quasi a qualunque costo. L'unica speranza di evitare la guerra, erano convinti gli israeliani, stava negli Stati Uniti. Ma l'amministrazione Johnson, benché favorevolmente disposta verso Israele, aveva le mani legate da vincoli di politica interna e dal suo divorante coinvolgimento in Vietnam. Questi limiti impedirono agli americani di prendere le decisioni che avrebbero potuto ripristinare nel Sinai e agli stretti di Tiran lo status quo precedente l'escalation, e frenare la deriva verso la guerra che il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser aveva innescato.
Non si può nemmeno sostenere che Israele abbia sbagliato nel decidere per il ricorso alla forza. Assediato da un duro blocco economico, da patti militari fra i suoi vicini pesantemente armati con lo scopo dichiarato di attaccarlo e da centinaia di migliaia di soldati nemici ammassati ai suoi stretti e frastagliati confini, sarebbe stato il massimo dell'irresponsabilità se Israele, nel 1967, non avesse pianificato un'azione preventiva. Né si può incolpare Israele per aver brandito la minaccia della forza per spronare gli Stati Uniti a intervenire diplomaticamente. Le poche misure che Johnson affettivamente prese – la reiterazione degli impegni assunti dall'America su Tiran nel 1957, la proposta (peraltro non realizzata) di un convoglio internazionale nel Mar Rosso per forzare il blocco navale egiziano, le rimostranze presso i leader arabi – sono tutte direttamente attribuibili agli sviluppi paventati da Israele.
In ultima analisi, gli israeliani si trattennero dall'agire militarmente fino a quando non si esaurì anche l'ultima possibilità di composizione diplomatica, sebbene sapessero che ogni giorno d'attesa gli costava enormemente in risorse, preparazione e morale, rischiando di limitare gravemente i loro margini di manovra se la guerra alla fine fosse risultata inevitabile.
Alla luce dei documenti d'archivio, sembra che i "nuovi storici" avranno un bel daffare per dimostrare in modo convincente che Israele nel 1967 nutriva intenzioni ostili. (Jerusalem Post, 15 maggio 2007 - da israele.net)

Queste cose, una volta, le sapevano tutti, dal diplomatico al postino alla cognata del lattaio. Com’è che oggi non le sa più nessuno?

      

                            

                                

barbara


8 giugno 2008

SHAVUOT

Hag Shavuot sameach a tutti. E già che ci siete andatevi a guardare anche questo (quando si apre, cliccare la scritta sotto la bandiera e accendere l’audio. E se a qualcuno dovesse andare di traverso, bene: lo considererò come il mio personale contributo alla causa).
                           


barbara


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8 giugno 2008

SEGNALAZIONE

Il prossimo 12 giugno, ORE 17, nella Biblioteca Civica "Camillo Sbarbaro" di Spotorno Adriana Ferrari presenterà il suo libro "La luna è a portata di mano" – una delle cinque deliziose raccolte di poesie da lei pubblicate, in parte dedicate al grande Lele Luzzati, o da lui ispirate. Nell’occasione si potranno vedere anche i suoi collages, che rimarranno esposti dal 9 al 20 giugno (visibili però solo in orario Biblioteca). Io i libri li ho letti tutti, e dei collages ne ho visti parecchi, ed è quindi con piena cognizione di causa che suggerisco a chiunque ne abbia la possibilità di farci un salto.




barbara

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