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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


31 maggio 2008

IL DOPPIO GIOCO DELLE FORZE DI SICUREZZA PALESTINESI

Da quando esistono una Autorità Nazionale Palestinese e delle forze di sicurezza palestinesi è sempre stato così. E dunque, anche se l’articolo è di un po’ più di un anno fa, rimane sempre interamente valido e attuale.

A colloquio con il portavoce della "resistenza" palestinese

«Fra poco faremo vedere agli israeliani come useremo contro Israele i fucili mitragliatori che abbiamo ricevuto dall'Egitto, con il permesso di Israele, per la guardia palestinese del Presidente e per le forze di sicurezza», ha detto il portavoce del Comitato palestinese di
resistenza, Mohammed Abed el A'al, in un colloquio telefonico con "israel heute". Si riferiva alle 2000 armi che l'Egitto ha fornito ai palestinesi della Striscia di Gaza pochi giorni dopo l'incontro al vertice avvenuto in Gerusalemme tra Olmert e Abbas.

«Almeno un terzo dell'apparato delle forze di sicurezza palestinesi appartiene ai diversi gruppi di resistenza palestinesi», ha ammesso Abed el A'Al, che appartiene al governo di Hamas. «Israele rimarrà sorpreso: i nuovi fucili mitragliatori naturalmente non li useremo contro i nostri uomini. Le armi prenderanno invece la strada dei vari gruppi di resistenza e saranno dirette contro i nemici sionisti.» Il portavoce della resistenza dunque non ha fatto mistero su come verranno usate le armi nelle mani dei suoi uomini.

israel heute: In quali organizzazioni di sicurezza militano i cosiddetti combattenti della resistenza?
Abed el A'Alab: Abbiamo nostri membri in tutte le forze di sicurezza palestinesi, incluse quelle dalla guarda del presidente Mahmud Abbas. Tutti sono fedelmente sottoposti a Hamas o ad altri gruppi di resistenza. Noi veniamo continuamente informati su questioni di sicurezza segrete. Le armi ci vengono rilasciate gratuitamente o ci vengono vendute da ufficiali della sicurezza. Inoltre, i nostri membri sono tutto il giorno al servizio delle truppe di sicurezza palestinesi, e quindi tutte le volte che ne abbiamo bisogno, loro sono lì.

israel heute: Quanto è grande, secondo lei, il numero dei membri della resistenza nelle truppe palestinesi dell'Autonomia, a cui appartiene anche la polizia?
Abed el A'Alab: Almeno un terzo degli appartenenti agli organi di sicurezza palestinesi è membro della resistenza palestinese. In una di queste truppe si arriva perfino a più della metà. In quale truppa, non glielo dirò!

israel heute: Mantiene contatti personali con ufficiali di alto rango negli apparati di sicurezza che dovrebbero operare per mantenere ordine e sicurezza?
Abed el A'Alab: Un ufficiale delle guardia palestinese del Presidente è venuto da me e mi ha detto chiaramente che lui e i suoi uomini non vogliono avere niente a che fare con scontri sanguinosi con membri di Hamas. Al contrario, anche lui è contrario a una guerra civile, nonostante che sia membro di Fatah. Recentemente ci è arrivata l'informazione che Abbas avrebbe intenzione di eliminare dalla sua guardia presidenziale tutti i membri di Hamas. Noi siamo in grado di vanificare per tempo questa intenzione. Abbiamo convinto i nostri uomini nella guardia a mentire su questa faccenda, nel caso Mahmud Abbas dovesse richiedere un giuramento di fedeltà. L'importante è che restino nelle file.

israel heute: Il fine dunque giustifica i mezzi? Se si inganna Israele, si possono ingannare anche i membri del proprio popolo.
Abed el A'Alab: Sì! I nemici dei palestinesi non riusciranno a spingerci in una guerra civile, anche se potrebbe sembrare così. Siamo nella stessa barca e abbiamo un comune nemico: i sionisti! E qui vorrei ringraziare Israele che continua a concederci delle armi che alla fine noi useremo contro Israele. Come si può pensare che i fucili mitragliatori vengano usati per mantenere ordine e sicurezza a beneficio di Israele! Che sciocchezza! Noi combatteremo fino a che tutta la Palestina sarà liberata dai sionisti e Gerusalemme diventerà la capitale della
Palestina. (israel heute, febbraio 2007 - trad. www.ilvangelo.org)

Domanda: quelli che ci vengono a dire che con questa gente bisogna dialogare, le sanno queste cose? Risposta: sì, le sanno. Domanda: e gli è chiaro che dialogare con loro significa approvare e sostenere la distruzione di Israele? Risposta: sì, certo che gli è chiaro. Domanda: ma allora perché lo fanno? Risposta: mah, tu cosa dici? (E a proposito di dialogare, da’ un po’ un’occhiata qui)


barbara


30 maggio 2008

SE VI SENTITE STUPIDI E IGNORANTI

come a tutti ogni tanto capita di sentirsi, leggete qui. Quelle che seguono sono le più dotte citazioni degli amministratori del comune di Marano, raccolte da Antonio Menna, Giuseppe de Vivo, Roberto Scarano e Franco Braincovick dal gennaio 1994 al marzo 2001.

....come scrisse Dante nella Bibbia.
Mauro Bertini, sindaco

Noi rimaniamo senza membro.
Marcello Scuteri, consigliere comunale Forza Italia

....verba manent, scripta volant
Giuseppe De Vivo consigliere comunale Rifondazione Comunista
vedi autori ( purtroppo ;-) nessuno è perfetto

I malati da assistere in modo assistenziale
Biagio Sgariglia, consigliere comunale

....stasera siamo cominciati tardi.
Mauro Bertini, sindaco

Gli uovi Kinder
Antonio Menna Giornalista
vedi autori ( purtroppo ;-) nessuno è perfetto

Io a Marano non ci abito, ci vivo
Dino Vuolo, assessore

Abbiamo intenzione di sfettare una strada.
Corrado Gabriele, assessore

Se ho ben capito io ho pensato...
Giuseppe De Vivo consigliere comunale Rifondazione Comunista
vedi autori ( purtroppo ;-) nessuno è perfetto

Voi di Rifondazione Socialista
Salvatore Perrotta, consigliere comunale Ds

Non tenendo conto presente del passato presente...
Mimmo Iorio, consigliere

Nuclei volontari che volontariamente fanno certe cose
Costanzo Ioni, consigliere

La gara fu vinta da una persona la quale era legata
Benito Simonelli consigliere An

Ho cercato e credo di averci riuscito.
Antonio Di Guida consigliere Ppi

C'è un "punto e virgola", gli vogliamo dare un pò di credito al "punto e virgola"?
Mario Montefusco, assessore

C’è stata una effettiva effettuazione.
Giuseppe Pedemonte, assessore

Io mi riconfermo.
Marcello Scuteri, consigliere comunale Forza Italia

Dopo i diciottesimi anni di età.
Renato Schettino, consigliere comunale

La tutela delle emissioni di gas.
Marcello Scuteri, consigliere comunale Forza Italia

Il casellario giudiziario parla bene.
Marcello Scuteri, consigliere comunale Forza Italia

Tentare anche una voce in quest’oceano di disoccupazione.
Cipriano Cecere, consigliere comunale Democratici

Il dibattito politico si è fatto molto succulente.
Michele Izzo, consigliere comunale Ds

I giovani non credono più alle chimere che scendono dal cielo
Michele Izzo, consigliere comunale DS

La premessa che ho fatto alla fine del discorso
Salvatore Perrotta, consigliere comunale Ds

La viabilità che fa acqua da tutte le parti.
Mario Granata, consigliere comunale Ppi

Se sarei al Sindaco.
Cipriano Cecere, consigliere comunale Democratici

Si apri Sindaco.
Michele Izzo, consigliere comunale DS

Quindi si afforaggia questa gente.
Michele Izzo, consigliere comunale DS

Noi siamo una minoranza che rappresenta il 75% della città.
Michele Izzo, consigliere comunale DS

Il partito del sindaco che finalmente ha fatto cadere il Parlamento italiano.
Marcello Scuteri, consigliere comunale Forza Italia

Io non sono un pidocchioso.
Mario Granata, consigliere comunale Ppi

Per volontà del sindaco risponde un assessore.
Raffaele Chianese, Presidente Consiglio Comunale

Il sindaco legge anche con dietrologia.
Michele Izzo, consigliere comunale DS

Un episodio reprovevole.
Mario Granata, consigliere comunale Ppi

A me sembra che facciamo comunismo in quest’aula.
Marcello Scuteri, consigliere comunale Forza Italia

Una scarna cultura.
Michele Izzo, consigliere comunale DS

Diamo un atto tangibile.
Michele Izzo, consigliere comunale DS

Certi termini di viscidezza.
Mario Granata, consigliere comunale Ppi

Sono lucido fino in fondo.
Mario Granata, consigliere comunale Ppi

Io ho visto i meglio pranzo.
Mauro Bertini, sindaco

Io se non ricordo bene.
Marcello Scuteri, consigliere comunale Forza Italia

Il rapporto del pediatra è con la mamma del bambino.
Mario Granata, consigliere comunale Ppi

Io ho dato un escursus a quest’elenco.
Mario Granata, consigliere comunale Ppi

Vorrei chiedere la parola a me stesso.
Raffaele Chianese, Presidente Consiglio Comunale

Condividiamo pure io.
Raffaele Chianese, Presidente Consiglio Comunale

Mi ribatto sempre sulla stessa cosa.
Marcello Scuteri, consigliere comunale Forza Italia

Quest’argomento sta diventando banale e mi comincia ad essere stufante.
Michele Izzo, consigliere comunale DS

Il Consigliere Biglietto ha sempre una grossa urbanità
Michele Izzo, consigliere comunale DS

Il Presidente più di una volta va al di la delle righe.
Michele Izzo, consigliere comunale DS

Questo è un concetto di federalità.
Giuseppe Pedemonte, assessore

Stiamo in prosieguo.
Raffaele Chianese Presidente Consiglio Comunale

Il condominio del parco Dora, lo dico con nome e cognome.
Michele Izzo, consigliere comunale DS

Una massa di persone che sono enormi.
Renato Schettino, consigliere comunale Pdm

Questo è il primo capisaldo.
Salvatore Perrotta, consigliere comunale Ds

Comunque ci sta un concorso di fare delle cose positive.
Salvatore Perrotta, consigliere comunale Ds

La legge non prevede il rispetto della Minoranza
Raffaele Chianese Presidente Consiglio Comunale

Vero che adesso vi sentite molto più intelligenti e molto più colti? In compenso però state ridendo tanto da rischiare il mal di pancia? Niente paura, ho subito qui pronto l’antidoto: il sindaco Mauro Bertini è quello che nel primo anniversario della morte di Yasser Arafat gli ha dedicato una via nel proprio comune al posto di Via Caduti di Nassiriya in quanto lui sì vero “martire della pace”. E che un paio di mesi più tardi in un’intervista a Radio 24 ha dichiarato: “Lo Stato di Israele è un pesante pugno nello stomaco dell'umanità". E poi, "se ne farei a meno? Con tanto piacere".


Mauro Bertini riceve in premio la Mezzaluna d’Oro dall’imam
Jabbarin Feras (sullo sfondo Dacia Valent)


Shabbat shalom agli amici ebrei e buon fine settimana a tutti.

barbara


30 maggio 2008

COMUNICATO CONGIUNTO DI TRE ASSOCIAZIONI IRANIANE

Sì, lo so che questo articolo preso dal sito delle donne iraniane lo avete sicuramente già letto su tutti i giornali, ma siccome sono prolissa e ridondante, ripetitiva e dilagante, ve lo metto anch’io.

29 mag 2008

COMUNICATO STAMPA CONGIUNTO DI TRE ASSOCIAZIONI IRANIANE SUL PROSSIMO VIAGGIO DEL PASSDAR AHMADINEJAD A ROMA

Associazione Donne Democratiche, Associazione rifugiati politici, insieme all’Associazione Giovani iraniani desiderano esprimere la loro gratitudine e ringraziamento a tutti coloro che in previsione del viaggio del Passdar terrorista e “uomo di mille colpi di grazia” in Italia si sono mobilitati e hanno espresso la loro insoddisfazione per il suo ingresso in Italia.
In particolar modo vogliamo ringraziare il governo del presidente Silvio Berlusconi che attraverso il suo ministro degli Esteri, Franco Frattini ha espresso chiaramente che la visita di Ahmadinejad non è assolutamente gradita e che non verrà ricevuto dai rappresentanti del governo italiano.
Il popolo iraniano è molto grato al governo italiano e a tutti coloro che rappresentano in questo delicato momento la loro rabbia e la loro grida di disperazione contro un regime tirannico e terroristico quale quello rappresentato del presidente Passdar Ahmadinejad.
Chiediamo alle forze politiche e umanitarie di unire al grido di aiuto lanciato dal popolo iraniano, dai coraggiosi studenti che costantemente sono in scioperi di protesta, dai lavoratori, dagli insegnanti e dalle coraggiose donne che lottano quotidianamente contro il regime tirannico dei mullah gridando "morte al dittatore" chiedendo la libertà e la democrazia.
Ahmadinejad rappresenta un regime fondamentalista e terroristica che lancia costantemente messaggi di eliminazione e di morte contro gli israeliani, i palestinesi, gli americani e gli occidentali.

Associazione Donne Democratiche Iraniane in Italia
Associazione Giovani iraniani in Italia
Associazione Rifugiati Politici Iraniani In Italia Roma
29 maggio 2008


Ma naturalmente qualcuno non mancherà di ricordarci che Ahmadinejad è il presidente democraticamente eletto di tutti gli iraniani, che impiccare bambine stuprate e omosessuali fa parte della loro cultura, che se non hanno la democrazia sarà sicuramente perché il popolo non la vuole …

barbara


29 maggio 2008

LE ARMI DEI TERRORISTI


barbara


29 maggio 2008

NEVER AGAIN?



barbara


29 maggio 2008

MENTRE IN ISRAELE SI CELEBRAVANO I 60 ANNI DELLO STATO....

Il sessantesimo anniversario dell’indipendenza di Israele è stato “celebrato” anche in questo modo:

9.04 - TV Al-Aqsa (Hamas), ministro della cultura di Hamas 'Atallah Abu Al-Subh: "I Protocolli dei Savi di Sion costituiscono la fede che alberga nel cuore di ogni ebreo. Tutto ciò che vediamo nel mondo arabo e nel resto del mondo - la malvagità degli ebrei, i loro inganni, le loro furbizie, il loro bellicismo, il loro controllo del mondo, il loro disprezzo per tutti i popoli del mondo che loro considerano animali, scarafaggi, lucertole, serpenti, vermi schifosi da calpestare - tutte queste cose gli ebrei le dicono nei Protocolli".

9.04 - TV libanese NBN, ambasciatore dell'Autorità Palestinese in Libano Abbas Zaki: "L'Olp non ha mai cambiato di una virgola il suo programma politico. Alla luce della debolezza della nazione araba e del controllo americano sul mondo, l'Olp ha deciso di procedere per fasi, senza cambiare i propri obiettivi strategici. Quando l'ideologia d'Israele inizierà a crollare e noi prenderemo Gerusalemme, l'ideologia d'Israele crollerà del tutto e noi, col volere di Allah, inizieremo a realizzare il nostro programma ideologico e li cacceremo fuori da tutta la Palestina".

16.04 - La Medaglia d'Onore Al-Quds, massima onorificenza conferita dall'Olp, è stata attribuita a Ahlam Tamimi, detenuta in Israele per aver aiutato il terrorista che si fece esplodere nel ristornate Sbarro di Gerusalemme il 9 agosto 2001 (15 morti, fra cui sei bambini), e a Amra Muna, detenuta per aver adescato via internet l'adolescente israeliano Ophir Rahum e averlo attirato il 17 gennaio 2001 a Ramallah dove l'ha consegnato a un gruppo di terroristi Tanzim (Fatah) che lo hanno assassinato. Solo dopo la denuncia della stampa israeliana, Mahmoud Abbas (Abu Mazen) blocca la consegna delle medaglie.

18.04 - Documentario della TV Al Aqsa (Hamas): "I satanici ebrei escogitarono un malvagio complotto per sbarazzarsi di disabili ed handicappati con modalità cervellotiche e criminali". Amin Dabur, capo del Centro Palestinese di Ricerche Strategiche: "L'Olocausto è tutta una frottola e fa parte di un perfetto show messo in piedi da Ben Gurion. La cifra di sei milioni di vittime ebree è pura propaganda". Ben Gurion voleva "la gioventù forte ed energica e tutti gli altri - i disabili, gli handicappati - vennero mandati a morire, ammesso che ciò possa essere storicamente dimostrato. Furono mandati a morire dagli ebrei, affinché ci fosse un Olocausto e Israele potesse approfittarne per avere la simpatia del mondo".

19.04 - TV Al-Hiwar (emittente araba da Londra), ministro della cultura siriano Riyad Na'san Al-Agha: "Sono d'accordo che si metta sotto processo chiunque condanna la resistenza [Hezbollah], chiunque prende parte al grande piano sul Medio Oriente con cui gli Stati Uniti controllano la nostra nazione [araba], chiunque mette in dubbio l'identità di questa nostra nazione. Quelli che vogliono [relazioni con Israele], Allah non voglia, dovranno sbarazzarsi di me e di molti altri come me. È il nostro destino, stiamo parlando di un conflitto eterno, [ma] sono ottimista che entro dieci anni Israele sarà giunto alla fine".

26.04 - TV Al-Jazeera, capo del politburo di Hamas Khaled Mashaal: "La tregua è una tattica nella conduzione della lotta: è normale, per un movimento di lotta armata, in certi momenti intensificare [gli attacchi], in altri tirarsi indietro. È così che deve essere condotta la battaglia, e Hamas sa come farlo. Nel 2003 ci fu un cessate-il fuoco e poi le operazioni sono riprese".

30.04 - Leader di Hamas Mahmoud A-Zahar: "Il popolo palestinese dispone di duecentomila persone pronte a suicidarsi, a morire come martiri facendosi esplodere insieme ai sionisti".

2.05 - TV Al-Aqsa (Hamas), programma per bambini "Al-Mutamyazoon": "Persevereremo e torneremo alla nostra terra, col volere di Allah. Torneremo a Giaffa, ad Acri, a Lidda, a Ramle e ad Ashdod. Torneremo in tutte queste città, a Haifa, a Tiberiade e a Tel Rabi'a, che i sionisti hanno rinominato Tel Aviv. Torneremo alla nostra terra quando saremo uniti, quando aderiremo alla nostra fede e al Corano. Uniamoci e torniamo domani al nostro paese da vittoriosi".

4.05 - Durante un convegno in Danimarca, il leader del movimento islamico israeliano Raed Salah ha sollecita i palestinesi residenti in Europa ad esercitare il "diritto al ritorno" (all'interno di Israele): "Siamo venuti a portarvi questo messaggio di aspirazione per ogni granello di sabbia della Galilea, del Negev, della piana costiera, di Gerusalemme".

8.05 - Ministro della cultura egiziano Farouk Hosni (candidato alla segreteria generale dell'Unesco) durante un convegno al parlamento del Cairo: "Brucerei io stesso i libri israeliani, se li trovassi nelle biblioteche egiziane".

9.05 - TV Al-Aqsa (Hamas), programma per bambini "I pionieri di domani": "Vivevamo nel posto più bello della Palestina, a Tel Al-Rabi' ["collina della primavera", traduzione dell'ebraico Tel Aviv]. Che posto stupendo! I sionisti e gli ebrei hanno ebraicizzato il nome in Tel Aviv, ma era Tel Al-Rabi' da generazioni, sulla terra di Palestina, vicino a Giaffa. Io lo so, ho i documenti, ho anche la chiave. È terra nostra: i campi, gli alberi, le case". [Tel Aviv venne fondata nell'aprile 1909da una sessantina di famiglie ebree su dune sabbiose totalmente disabitate, acquistate a nord di Giaffa, come mostrano anche le immagini dell'epoca].

9.05 - Presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad: "Il regime sionista è un cadavere in putrefazione" destinato a scomparire. "L'esistenza dell'entità sionista è messa in discussione ed è sulla via della distruzione".

11.05 - Nel "racconto della chiave", film d'animazione realizzato dalla JohaToon (casa di produzione gestita da un gruppo di donne di Gaza legate a Hamas), gli ebrei vengono definiti "nemici della religione e nemici della patria", e "sacro" viene definito il "diritto al ritorno" dei palestinesi all'interno di Israele. Le autrici sostengono di non essere "politicamente schierate".

13.05 - TV Al-Jazeera, professore dell'Università di Giordania Ibrahim 'Alloush: "Coloro che sono riusciti a mandare un martire a Dimona con esplosivo convenzionale dovrebbe considerare come mandare martiri a Dimona e altrove con armi non convenzionali, magari piccole bombe atomiche. Sono favorevole alle operazioni di martirio in Iraq, in Palestina e dovunque vi sia un'occupazione. Esistono prove scientifiche che dimostrano che l'Olocausto è una menzogna".

15.05 - Leader di Hamas Mahmoud Zahar: "Il diritto al ritorno [all'interno di Israele] è più vicino che mai. Palestinesi e arabi hanno infranto il complesso di superiorità degli ebrei. Lo dico e lo ripeto ora più che mai: non riconosceremo mai Israele. Costruiremo uno stato palestinese su tutte le terre di Palestina. E il sole della libertà incenerirà i sionisti. Io dico loro: sarete sconfitti. Scapperete e noi vi daremo la caccia".

15.05 - Presidente iraniano Mahmoud Ahmedinejad: Israele è "agonizzante". "Quei criminali, con i loro festeggiamenti, si illudono di salvare il regime sionista dalla morte. Ma dovrebbero sapere che le nazioni del Medio Oriente odiano quel regime falso e criminale e che, appena si presenterà anche solo la minima occasione, lo distruggeranno".

16.05 - Messaggio audio di Osama bin Laden: "Continueremo la lotta contro Israele. Finché ci sarà anche un solo vero musulmano sulla terra, non rinunceremo neanche a un centimetro di Palestina".

22.05 - Il generale Michel Sleiman, capo di stato maggiore e presidente in pectore del Libano, ha dichiarato che il suo paese ha un solo nemico: Israele. "Nella sua totalità - ha detto - il popolo libanese sostiene il conflitto armato contro l'entità sionista". [Israele si è completamente e unilateralmente ritirato dal Libano meridionale sin dal maggio 2000]
(FONTE:
NES n. 5, anno 20 - maggio 2008)

Tanto perché si sappia, visto che sui nostri giornali non è che queste notizie abbondino.


barbara


28 maggio 2008

SERGIO ROMANO, OVVERO L’ARTE DELLA DISINFORMAZIONE

Comunicato Honest Reporting Italia 28 maggio 2008

Si è sempre nel dubbio, quando si leggono le ricostruzioni storiche di Sergio Romano, se sia più grande l'ignoranza o la malafede. Quello che è certo ed evidente è che massicce dosi di disinformazione non mancano mai. E non mancano neppure in questa sua risposta a un lettore che chiede chiarimenti sulla strage di Sabra e Chatila, pubblicata sul Corriere della Sera di martedì 27 maggio.

I CAMPI DI SABRA E SHATILA LA TRAGEDIA E I SUOI EFFETTI
Grazie a un recente film è tornato alla ribalta, dopo 26 anni, il massacro degli arabi palestinesi nei campi di Sabra e Shatila alla periferia di Beirut. Contrastanti sembrano essere le opinioni sulle effettive responsabilità dell’accaduto, ma comunque non convincenti: può aiutarmi a capire come andarono realmente le cose?
Michele Toriaco, Torremaggiore (Fg),

Caro Toriaco, L’esercito israeliano invase il Libano nel giugno 1982 mentre da sette anni infuriava in quel Paese la guerra civile.
Guerra civile scatenata dai palestinesi scampati al massacro messo in atto dall'esercito giordano nel Settembre Nero (oltre diecimila morti, secondo le stime più attendibili), che avevano qui trovato rifugio: perché non ricordarlo? Guerra civile che ha provocato circa 160.000 morti, la cancellazione di intere comunità cristiane e la distruzione di uno dei più ricchi, belli e civili Paesi del Medio Oriente: perché non ricordarlo?

Israele voleva impedire alle formazioni palestinesi di utilizzare il territorio libanese per operazioni di guerriglia,
Israele voleva impedire alle formazioni TERRORISTICHE palestinesi di CONTINUARE A UTILIZZARE il territorio libanese per incursioni armate e attacchi terroristici in territorio israeliano, come stavano facendo da anni

ma si proponeva altresì uno scopo meno confessabile: la tutela di un piccolo Stato vassallo, nel Libano meridionale, governato per procura dalle milizie cristiane del maggiore Saad Haddad.
più che altro la creazione di un cuscinetto che proteggesse Israele dai continui assalti terroristici. Cuscinetto corrispondente al 5% del territorio libanese, mentre il restante 95% era occupato dalla Siria, fatto che non sembra però turbare troppo il signor Romano.

Vi fu quindi, sin dall’inizio dell’operazione, una sorta di collusione tra forze israeliane e gruppi cristiani.
Che cosa significa esattamente "gruppi cristiani"? Non sarebbe auspicabile una maggiore chiarezza, tanto perché si sappia di che cosa si sta parlando?

Dopo avere sconfitto rapidamente le forze siriane e palestinesi schierate alla frontiera, i 75.000 uomini del corpo di spedizione israeliano puntarono sui campi profughi, vivaio delle reclute che Yasser Arafat arruolava tra le famiglie di coloro che avevano abbandonato la Palestina nel 1948 e nel 1967.
Forse, più che "vivaio di reclute" sarebbe più corretto chiamarli "covi di terroristi", considerando che al momento dell'evacuazione dei campi furono trovati 5630 tonnellate di munizioni, 1320 fra carri armati e altri veicoli pesanti, 623 pezzi di artiglieria e lanciamissili, 33.303 armi leggere, 1352 armi anticarro, 2387 attrezzature ottiche, 2024 apparecchi di telecomunicazione, 215 mortai, 62 lanciarazzi katiuscia (elenco non definitivo, fornito nel comunicato ufficiale israeliano del 18 novembre 1982).

Gli invasori speravano che l’operazione avrebbe permesso l’annientamento dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina)
organizzazione nata nel 1964, quando NON c'erano i "territori occupati", ma il signor Romano si guarda bene dal precisarlo, poiché tale precisazione rende lampante il fatto che questa organizzazione non è nata allo scopo di creare uno stato di Palestina, ma unicamente per quello di distruggere Israele essendo, all'epoca, lo stato di Israele l'unico territorio occupato da Israele.

e la cattura, «vivo o morto», di Arafat. Ma dovettero accontentarsi di un accordo, negoziato grazie alla mediazione degli Stati Uniti, che avrebbe permesso a una parte delle milizie palestinesi (circa 15.000 uomini) di lasciare il Paese verso la fine di agosto.
Detto in altri termini, ancora una volta il mondo intero - Stati Uniti compresi - si è mobilitato per salvare i terroristi, per impedire a Israele di averne ragione e di chiudere finalmente una volta per tutte la partita, e per perpetuare quindi questa guerra che sembra ormai non poter avere fine.

In quegli stessi giorni il Libano ebbe finalmente un nuovo presidente nella persona di Bashar Gemayel,
Bashir Gemayel

leader delle Falangi cristiane. Ma la sua presidenza durò soltanto sino al 14 settembre quando il capo dello Stato morì con venticinque uomini in un attentato organizzato forse dai siriani.
Forse? Come mai quando si tratta della Siria sono sempre d'obbligo le formule dubitative?

Fu quello il momento in cui il governo Begin e il suo ministro della Difesa Ariel Sharon decisero di occupare nuovamente Beirut per espellere i palestinesi rimasti nella città.
Per espellere i terroristi palestinesi rimasti nella città.

L’operazione sarebbe stata condotta dalle milizie cristiane, ma gli israeliani, installati a 200 metri da Shatila, crearono una cinta intorno ai campi e fornirono i mezzi necessari all’operazione.
Il massacro durò due giorni e provocò, secondo stime difficilmente verificabili, circa 3.000 vittime.
"Secondo il rapporto del Procuratore Generale libanese, nei due campi non ci sarebbe stato un massacro di inermi contro armati, ma una vera e propria battaglia che ha coinvolto l'intera popolazione. «... Furono i terroristi palestinesi - riferirà un maggiore dell'esercito danese, Joern Mehedon - a cominciare la sparatoria ... Sapevamo che i guerriglieri si facevano normalmente scudo di donne e bambini. ...»." (Fausto Coen, Israele: 50 anni di speranza, Marietti, p. 160). Naturalmente non abbiamo modo di sapere se questa testimonianza sia attendibile e se questa ricostruzione dei fatti sia corretta, ma in presenza di versioni contrastanti ci si aspetterebbe che un giornalista degno di questo nome le fornisse entrambe. Quanto alle vittime, secondo la Procura Generale della Repubblica libanese sarebbero state 470, per la Croce Rossa 663, mentre la Commissione di inchiesta israeliana - la più severa - in base a sopralluoghi, riprese aeree e testimonianze ha calcolato che le vittime siano state fra le 700 e le 800. La cifra di 3000 vittime non risulta da alcuna "stima": è solo la cifra spacciata dalla propaganda palestinese, ma per qualcuno, evidentemente, è di gran lunga preferibile alle stime vere.

In Israele vi fu una grande manifestazione di protesta, a cui parteciparono quattrocentomila persone,
ossia il 10% dell'intera popolazione israeliana, mentre non si ha notizia di proteste, in altri Paesi, contro gli autori della strage

e venne costituita una commissione d’inchiesta che attribuì a Sharon la responsabilità del massacro e lo costrinse a dimettersi.
che attribuì a Sharon la responsabilità INDIRETTA del massacro, ossia per non averlo saputo prevedere e impedire, scagionandolo invece da quella diretta, appannaggio di Eli Hobeika che aveva guidato le milizie che lo avevano perpetrato. Operazione per la quale fu ricompensato dai suoi padroni siriani - padroni anche dell'intero Libano - con un ministero.

L’operazione non impedì ai palestinesi di riorganizzarsi ed espose Israele alle critiche della società internazionale.
Difficile che Israele non sia esposta alle critiche, finché l'informazione è in mano a personaggi come il signor Romano!

Ma la maggiore e più grave ricaduta politica del massacro fu l’apparizione di un nuovo nemico: un movimento politico e religioso che si chiamò Hezbollah, «partito di Dio», e riunì i gruppi di militanti sciiti che avevano sino ad allora partecipato in ordine sparso alla guerra civile.
Il movimento Hezbollah nasce nel giugno 1982: un po' difficile attribuirne la nascita alla strage di Sabra e Chatila avvenuta fra il 16 e il 17 settembre dello stesso anno.

Fu quello il momento in cui la lotta contro Israele smise di essere prevalentemente laica per divenire anche e soprattutto religiosa.
Le dice qualcosa, signor Romano, il nome Damour? È una cittadina a venti chilometri da Beirut. Quasi seicento cristiani massacrati, donne stuprate, cadaveri smembrati, uomini trovati evirati e coi genitali in bocca, il cimitero devastato, le tombe scoperchiate e le ossa sparse per tutto il campo. L'assalto, ad opera degli uomini di Arafat, era avvenuto al grido di "Allahu akhbar". Era il gennaio 1976 (giusto per fare un esempio. Se ne potrebbero fare molti altri, volendo, magari partendo dal Gran Mufti Haji Amin al Husseini che nel 1948 incitava al jihad contro il neonato stato di Israele).

E fu quello infine il momento in cui l’Iran, dove gli Ayatollah avevano conquistato il potere poco più di tre anni prima, poterono contare su un amico libanese di cui si sarebbero serviti, da allora, per influire sugli avvenimenti della regione.
Cioè, l'Iran ha aspettato Sabra e Chatila per decidere di influire sugli avvenimenti della regione? Ma per piacere, signor Romano!

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Per chi desiderasse saperne di più, suggerisco la lettura dei miei post su Damour, sulla strage di Tell al Zatar e sull’altra Sabra e Chatila (sì, ce n’è stata anche un’altra: lo sapevate?) utili anche, per chi è più giovane e non ha vissuto quegli avvenimenti in diretta, per capire un po’ meglio le dinamiche di ciò che è accaduto e sta tuttora accadendo in Libano.

barbara


27 maggio 2008

I REDENTI

Ovvero come inneggiare al duce, come primeggiare fra i suoi entusiastici sostenitori, come aderire a tutte le iniziative del fascismo, come sgomitare per ottenere l’onore di scrivere nei giornali di partito, come implorare – non sempre con eccessiva dignità - la grazia di farsi pubblicare un articolo … e poi rifarsi una verginità. Perché è un fatto: le folle oceaniche che riempivano le piazze in occasione dei discorsi di Mussolini non erano, come quelle che applaudivano Ceausescu, fatte di gente prelevata dalle fabbriche e portata lì a forza con i camion, e tuttavia il giorno successivo al fatidico 25 luglio l’Italia era popolata da decine di milioni di antifascisti, a partire dagli “intellettuali”. Qualcuno ammettendo, sommessamente, di averci creduto e di essersi finalmente accorto di avere sbagliato; molti proclamandosi fieramente antifascisti della prima ora, e spiegando di avere sempre fatto il doppio gioco, di avere intensamente contribuito a erodere il fascismo dall’interno e rivendicando, dunque, il diritto di sedersi dalla parte dei giusti. Menzogne che I redenti svela con abbondanza di documenti dai quali emerge, tra l’altro, un elemento comune a tutti i protagonisti di questa vicenda: un incontenibile, profondo, viscerale antisemitismo. Un libro davvero prezioso per la quantità di informazioni che offre e dunque consigliato a tutti, ma per affrontare il quale è necessario non avere paura di veder crollare un discreto numero di miti, di veder affondare nel fango dell’adulazione, del servilismo, del più becero pregiudizio coloro che per una vita avevamo considerato i cavalieri senza macchia e senza paura della lotta antifascista, gli eroi delle battaglie per la libertà e la democrazia, i rappresentanti duri e puri, senza cedimenti e senza compromessi, del glorioso partito comunista. Se non avete paura di tutto questo, leggetelo.

Mirella Serri, I redenti, Corbaccio



barbara


27 maggio 2008

SUCCEDE IN EGITTO

Viaggio di ebrei in Egitto annullato causa "motivi sicurezza"

A quasi trent'anni dalla firma degli accordi di pace tra Israele ed Egitto, l'istituzione di rapporti "normali e amichevoli" tra i due Paesi, come previsto dal paragrafo 3 di tali accordi, continua a sembrare un miraggio.
Quarantacinque ebrei di origine egiziana, provenienti da Israele e altri paesi, si accingevano ieri notte (domenica) a imbarcarsi sul volo Elal diretto al Cairo, per trascorrere cinque giorni all'insegna del "ritorno alle origini": la maggior parte di essi, dopo essere stati espulsi o aver abbandonato l'Egitto per lo più tra il 1948 e il 1956, vi faceva ritorno per la prima volta. La presidentessa dell'Associazione israeliana amici Israele-Egitto, organizzatrice del viaggio, aveva programmato tutto seguendo le direttive degli ufficiali di sicurezza egiziani, ai quali erano stati trasmessi tabella di marcia e lista dei relatori e che avevano garantito una sorveglianza continua da parte dei servizi di sicurezza egiziani.
Mia mamma, espulsa da Alessandria nel 1949, dopo che suo padre era stato internato per 10 mesi nel campo di Abou Qir per aver pubblicato un libro in cui, tra le altre cose, esprimeva simpatia per gli ideali sionisti, era emozionata all'idea di potersi ricollegare agli scritti di suo padre. L'anno scorso, in un mio viaggio in quella che sono entrata nell'ottica di considerare la mia terra d'origine, ho ritrovato nel cimitero ebraico delle tombe di familiari nonché la sua casa ad Alessandria. Un tempo era in Rue Fouad, oggi si chiama inevitabilmente Sharia' Nasser.
Tra le tappe previste dal viaggio, oltre alle mete prettamente turistiche, vi erano le poche sinagoghe rimaste a testimoniare una presenza ebraica millenaria, che nel 1937 contava 63000 anime, e il Centro Accademico Israeliano del Cairo, un'istituzione stabilita secondo lo spirito degli Accordi Culturali siglati nel 1980 tra i due Paesi. Il Centro, che non ha un corrispettivo egiziano in suolo israeliano, è attivo dal 1982 e si occupa di scambi culturali e accademici che chiaramente rasentano l'unilateralità. L'unico intellettuale egiziano che abbia mai varcato questo confine è stato lo scrittore satirico Ali Salem, che per questo motivo è stato per anni vittima di un boicottaggio nel suo Paese (e pensare che in Israele Ilan Pappe, lo storico israeliano famoso per la sua adesione ai boicottaggi britannici dell'accademia israeliana, ha continuato ad insegnare all'Università di Haifa, fino a quando non ha capito che avrebbe fatto decisamente più soldi in Inghilterra).
Ma giovedì scorso, un noto presentatore televisivo egiziano ha dedicato la sua trasmissione alla presunta "delegazione di ebrei e israeliani" che si accingeva a calcare il suolo egiziano per esigere indietro i beni confiscati dall'Egitto dopo la loro espulsione o fuga. Il presentatore non ha risparmiato i dettagli e ha specificato anche l'albergo nel quale avrebbe dovuto alloggiare il gruppo. La mattina seguente, l'albergo in questione aveva annullato la prenotazione e non si è fatta attendere una comunicazione da parte dell'agenzia viaggi, che non si poteva più fare carico della sicurezza del gruppo. Insomma, saltato tutto, con grande rammarico dei partecipanti. "Avevo rimosso dalla mia mente l'Egitto", mi ha detto mia mamma. "Memore di quanto aveva scritto il nonno e dell'amore e riconoscenza per quella Terra che esprimeva nei suoi scritti, avevo deciso di tornarci. Ma non ho intenzione di rinunciare alla mia identità ebraica né a quella israeliana per poter visitare questo Paese. Belle le Piramidi, ma ci sono tanti altri Paesi che non ho visitato e finché non mi accetteranno per quello che sono, possono aspettare".
E' vero che esistono gruppi che – legittimamente – si occupano della questione del patrimonio perduto degli ebrei che furono costretti ad abbandonare tutto, o quasi, da un giorno all'altro. "Come ladri nella notte", recita il titolo del libro testimonianza di Carolina Delburgo, che lasciò l'Egitto con la famiglia nel 1956, a seguito della crisi di Suez. Lo scopo principale di quest'attività è quello di porre all'attenzione pubblica la questione dimenticata dei profughi ebrei del 1948. Ma, oltre a rappresentare un tentativo limitato e perlopiù sconosciuto, quest'operato non gode nemmeno di alcun appoggio istituzionale, non da parte d'Israele, né della comunità internazionale nella figura dell'ONU, la stessa che invece creò, nel 1949, l'UNRWA, l'"Agenzia ONU di Soccorso e Lavoro per i Profughi Palestinesi nel Vicino Oriente", che singolarmente si distingue dalla UNHCR, ovvero l'Alto Commissariato dello stesso ONU per i rifugiati (ossia tutti gli altri rifugiati del globo, eccetto quelli Palestinesi).
Nonostante ciò, l'esiguo gruppo in questione non era intenzionato minimamente a "battere cassa" alla frontiera egiziana, ma forse, piuttosto, a chiudere i conti con quella che hanno considerato, loro stessi o i loro genitori, la Patria. Visitare per l'ultima volta, per togliersi l'amaro di bocca, per pensare a come ridimensionare i loro sentimenti nel contesto delle relazioni attuali tra Israele e Egitto, per guardare al futuro perché ormai le loro vite se le sono ricostruite al di fuori dell'Egitto, rimboccandosi le maniche, in silenzio, privi di aiuti internazionali e senza bisogno di recitare il ruolo delle vittime perenni.
E invece si trovano a disfare le valigie con un senso d'impotenza e molta rabbia. Ma, d'altro canto, cosa ci si poteva aspettare da uno Stato che vende, quantomeno in una libreria nei pressi della piazza centrale Midan al-Tahrir, i "Protocolli dei Savi di Sion" come se fosse un best seller uscito ieri?
L'afflusso turistico e il tentativo di approccio accademico culturale dimostrano che Israele si aspetta di aprire una nuova pagina, mentre in Egitto per ora aspettano che anche i 120 ebrei che rimangono tra Alessandria e il Cairo schiattino.
Sharon Nizza

Pubblico questo testo perché mi sembra interessante in quanto documenta aspetti della “questione mediorientale” che difficilmente possiamo aspettarci di trovare nei nostri giornali.

barbara


26 maggio 2008

INDOVINATE CHI LO HA SCRITTO

Io ve lo metto tutto, ma non mi offenderò se lo leggerete a rate o se, arrivati a metà, andrete a prendervi un caffè o a farvi un grappino (però mi permetto di consigliarvi di provare a leggerlo tutto, perché merita davvero, dalla prima all’ultima riga).

ONORE A SADDAM !

Messa a punto sul "dittatore sanguinario" a partire da un mondo governato da assassini di massa e che intitola strade a killer mercenari.

12/1/06

L'unico mezzo d'informazione che ha difeso la propria dignità, insieme alla verità incontrovertibile dei fatti, è stato - e mi s/piace - "il Manifesto". Di contro avevamo un autentico uragano trasversale, dal fascista Fini a Piero Sansonetti di "Liberazione" (già distintosi per quel suo "nostri ragazzi" di altra occasione), a confermarci una volta di più nella surreale constatazione che non più di due destre si tratta in questo paese, quella che si vanta tale e quella che si mimetizza da centrosinistra, ma addirittura di tre. Perché non mi potrete negare che la vicenda di Fabrizio Quattrocchi, andato in Iraq con i suoi compari, armato come Rambo per ammazzare coloro che non si peritavano di rivoltarsi contro un invasore carnefice, costituisca una pietra di paragone tra chi, necessariamente a sinistra, al di là delle totalmente irrilevanti modalità della morte (manipolate, pare, a fini di "eroismo patriottico"), sta con la Resistenza irachena contro i barbari nazisionisti e chi lo definisce "eroico protettore di gente impegnata nella ricostruzione" (Mensurati, Radio Rai1) e "educato, dignitoso, fiero. ricordo dolente di tutti noi (sic!).ucciso da terroristi. con affetto per la sorella di Fabrizio (sic!).di cui capisco perfettamente e apprezzo la commozione e l'orgoglio (sic!)." Parole del direttore di "Liberazione", quello dei "nostri(sic!)ragazzi", che poi culmina in vette di aberrazione mettendo nello stesso mattatoio dei 200.000 iracheni ammazzati da invasori e loro ascari, mentre difendevano patria, sovranità, dignità, socialismo, libertà, vita, come "vittima di questa guerra" colui e coloro che ne sono stati i macellai e aiuto-macellai. Cosa non si fa per stare al governo con D'Alema e i delinquenti di Tel Aviv e Washington! Chissà se il personaggio ha sentito bruciarsi sulla faccia gli schiaffi di un informato, onesto e coraggioso analista come Manlio Dinucci sul "Manifesto", quando ci parla dei compiti di questi "contractors", come "quello dell'interrogatorio dei prigionieri nelle sale delle tortura di Abu Ghraib", o quando ci ricorda che il correo di Quattrocchi, Salvatore Stefio, offriva "i suoi servizi a governi che necessitano di una rapida risoluzione dei problemi di carattere militare, di difesa e sicurezza interna." Sberle che un anche minimo soffio etico, prima ancora che politico, avrebbe dovuto far rimbalzare sulle mosce guance di un sindaco, noto per amministrare la capitale peggio messa d'Europa e in cambio aver spergiurato "mai stato comunista", dopo una vita di prebende e onori tutta trascorsa nel PCI. Sindaco che è asceso al Parnaso delle facce di bronzo quando ha proposto di intitolare una strada al noto Quattrocchi. Non a Enzo Baldoni, non ai bambini iracheni arrostiti dal fosforo, non ai giornalisti non embedded fucilati o rapiti dagli occupanti. A Quattrocchi. Fa il paio con quel governatore di Puglia, crociato dei diritti PACS, che, coerentemente, intitola l'aeroporto di Bari al compagno Woytila. La ripugnanza monta e noi lasciamo questi sicofanti all'immondezzaio della storia e alla considerazione degli iracheni.
Passiamo a un'altra, questa volta di maggiore rilevanza storica e politica, cartina di tornasole: il presidente legittimo dell'Iraq, Saddam Hussein. Ricordo una riunione dei compagni dell' "Ernesto", corrente che si vuole di sinistra nel PRC, in cui discutemmo di Saddam, con me appena tornato dall'Iraq massacrato da 13 anni di embargo totale, ma sempre in piedi e baluardo antimperialista. Una figura di primissimo piano della dirigenza del partito, Bianca Bracci Torsi, tra l'altro protagonista dell'annosa - e faticosa nel PRC - battaglia per la memoria partigiana ed antifascista, che sentenziò: "Uno che ha sterminato migliaia di comunisti, che ha gassato i curdi e che è servito da strumento degli americani non può certo essere annoverato nel campo dei progressisti". Il tutto condito dai soliti riferimenti al "dittatore sanguinario", al "repressore del proprio popolo", al "torturatore degli oppositori". Insomma, pari pari gli stereotipi della propaganda imperialista elaborata scientificamente dalle centrali governative della disinformazione, a partire dagli anni '80, allo scopo di preparare l'opinione dei complici, degli ingenui e dei fessi allo squartamento del paese più ricco di petrolio del mondo e socialmente, industrialmente, politicamente più avanzato, insieme a Cuba, del Sud planetario. Echi di Bush padre, che bombardò a morte qualcosa come 100.000 civili iracheni, di Clinton che proseguì nella garrota economica e bombarola di 2 milioni di innocenti, di Bush figlio che s'illuse di completare l'opera cancellando l'intero paese dalla faccia della Terra, salvo i pozzi di petrolio, i tagliagole curdi e i preti collaborazionisti di obbedienza iraniana. Ma anche echi, fedelmente ripetuti, dal suo ex-leader Massimo D'Alema, complice di tutto questo e denunciato dai giuristi del PRC come criminale di guerra per la cogestione dello scannatoio jugoslavo. E, decisivi, echi dall'ex-grande punto di riferimento Leonida Brezhnev, che s'inventò la strage dei comunisti per garantire un miserabile alibi al suo tradimento del patto di amicizia e mutua difesa URSS-Iraq (1972), quando si schierò con l'integralista espansionista Khomeini (lui, sì, strumento di Israele e USA: ricordare l'Iran-Contras, le armi e i piloti israeliani a Tehran, gli aiuti finanziari del Congresso USA dal 1980 al 1988, l'aggressione all'Iraq anche stimolando, armando e pagando la rivolta dei curdi iracheni dopo aver sterminato quelli iraniani, il rifiuto per sei anni della pace offerta da Saddam). Echi, tutti questi, che evidentemente hanno saputo far sprofondare nell'oblio l'antica consapevolezza nei compagni di come colonialismo e poi imperialismo tratteggiarono ai propri fini figure come Fidel, Ho Ci Min, Mao, Ben Bella e Boumedienne, Gheddafi, Yomo Keniatta liberatore del Kenia (il "Mau Mau assiso tra i rami vestito di pelli di leopardo, pronto con i suoi finti artigli a strappare il cuore ai civilizzatori britannici") e chiunque abbia guidato il rifiuto armato dei popoli alla schiavitù capitalista straniera. Risparmiando il non violento Ghandi, ovviamente, visto che, persa per persa l'India nel grande processo di decolonizzazione dopo la II guerra mondiale, il nudo digiunatore della casta nobiliare quanto meno ti garantiva la permanenza dell'India nel girone capitalista filobritannico del Commonwealth, così sottraendo la vittoria e il potere alle forze popolari di sinistra che per decenni avevano condotto la lotta vincente contro viceré britannici e marajà indigeni.
Naturalmente il connubio coesistente antiracheno tra URSS e USA aveva delle volgari basi geostrategiche. All'Occidente e ai suoi corifei italioti nel nuovo colonialismo globale conveniva sabotare, con la proiezione di un Saddam cialtrone doppiogiochista, finto antimperialista e servo degli USA, l'eventualità di un'insidiosa solidarietà con l'Iraq assediato, affamato, bombardato e infine calpestato, da parte di "sinistre", un tempo ancora a sinistra, aduse a schierarsi politicamente e anche materialmente a fianco delle lotte di liberazione e per il riscatto dei "proletari di tutto il mondo". A Brezhnev e al suo codazzo terzinternazionalista, rassegnati al socialismo in un solo paese grazie alla vergogna di Yalta, interessava tenersi caro il fanatico oscurantista e anticomunista, confinante con le proprie regioni musulmane già in processo di autonomia dall'Unione e questo valeva, nel 1979-80, il tradimento dei trattati con l'Iraq laico ed antimperialista e la criminalizzazione di Saddam "massacratore di 5000 comunisti", magari "su indicazione Cia". Una balla megagalattica, quanto quella sui curdi di Halabja gassati nel 1988, smentita, oltrechè dai giornalisti sul posto, dagli stessi servizi delle grandi potenze, Cia in testa (furono gli iraniani a lanciare il gas contro truppe irachene vicine a quel villaggio: vedi, tra le altre fonti, il "New York Times" del 31 gennaio 2004). Una balla che si ridusse a quei 140 dirigenti del PC iracheno processati e giustiziati per alto tradimento, secondo le stesse ammissioni dell'attuale PCI collaborazionista e partecipe del governo fantoccio insediato dagli USA, per aver obbedito a Mosca facendo la spia, o essendo andati a combattere contro il proprio paese nella guerra Iraq-Iran.
Non è questa l'occasione per andare a rovistare nell'immenso letamaio di menzogne rovesciate su Saddam e sul partito Baath allo scopo di cancellare un modello sociale e politico incompatibile con Pensiero Unico e Nuovo Ordine Mondiale, rubare il petrolio e normalizzare sionisticamente il Medio Oriente, al di là di ogni ipotesi di riunificazione araba di cui l'Iraq è stato, dopo Nasser e Boumedienne, il massimo polo. Letamaio cui è stato consentito di inquinare e lobotomizzare chi avrebbe dovuto avere maggiore capacità di discernimento, specialmente dopo analoghe campagne di satanizzazione all'indirizzo di difensori di sovranità, progresso sociale, libertà come Slobodan Milosevic o Fidel Castro. Certe idiozie grottesche si sono già dissolte al sole della razionalità o delle rivelazioni dei pochi investigatori sottrattisi all'omologazione praticata dai vocati al servilismo: la finta infermiera e vera figlia dell'ambasciatore del Kuweit a Washington che piagnucola su "neonati kuweitiani strappati dalla soldataglia irachena dalle incubatrici e scagliati a terra a morire"; il tritaplastica in cui "Saddam infilava gli oppositori politici a piedi in giù", inventato da una deputata laburista per agevolare le bugie guerrafondaie di Blair; i calciatori che, persa una partita, venivano prima "picchiati sulle piante dei piedi e poi fatti allenare con palle di ferro" dal presidente della società Uday Hussein, figlio del presidente che, tra le altre efferatezze, girava per Baghdad "sequestrando fanciulle e gettandole nel pozzo dopo averne abusato"; lo sterminio di popolazioni scite in rivolta dopo la prima aggressione imperialista (Bellini e Cocciolone), dove si trattava invece di milizie iraniane infiltrate con la copertura degli ayatollah iracheni oggi al fianco degli occupanti; l'analogo massacro di curdi, laddove il Curdistan iracheno era stato l'unico spazio in cui quel popolo diviso aveva ottenuto autonomia, autogoverno e pari dignità e ruolo nel governo nazionale e si trattava di fermare la rivolta, sotto guida israelo-statunitense, di due capitribù narcotrafficanti, Barzani e Talabani, quest'ultimo oggi capo dello "Stato" in virtù di servigi ai genocidi. Si potrebbe continuare per ore incidendo da tutte le parti il tumore dell'antisaddamismo coltivato con iniezioni ventennali di menzogne, fino a ridurlo alle sue vere dimensioni di truffa dalle proporzioni cristiane ( e gli amici atei sanno cosa intendo).
Ne parlerà con grande conoscenza di causa un libro di Valeria Poletti, di prossima pubblicazione per i tipi di Achab e di cui si darà la più diffusa comunicazione. Un volume documentatissimo che ci racconta l'Iraq dalla colonizzazione, attraverso la rivoluzione, l'incredibile riscatto economico e sociale, fino ai giorni dell'incubo imperialista e dell'eroica resistenza di un popolo che, preparato da tempo alla bisogna, riesce a costruire il fronte avanzato e decisivo dello scontro con i più sanguinari "padroni del mondo" che siano mai comparsi. Non per nulla merita il riconoscimento di tutte le persone perbene, come Fidel e Chavez ci insegnano Un lavoro che svergogna una volta di più la pigra e silente indifferenza della nostra informazione, quella presunta alternativa compresa, verso la realtà di un paese, un popolo, un nodo geopolitico che pure rappresentano il massimo dramma mondiale del dopoVietnam. Ricordo la grande attenzione, gli occhi strabuzzati e le bocche spalancate delle migliaia di persone che ho incontrato durante tre lustri di dibattito e conferenze e con le quali ho dovuto essere il primo a illustrare il vero Iraq, il vero Saddam, la vera ragione di uno scontro epocale, pur essendo i dati che riferivo, a parte la mia trentennale frequentazione del paese, ampiamente disponibili in rapporti e statistiche ONU, Unicef, Unesco, PAM, Banca Mondiale e altre istituzioni internazionali che registrano i percorsi economici e sociali dei popoli.
Qui interessa piuttosto, alla luce di uno dei processi più simili a quelli dell'Inquisizione cattolica e a cui Saddam sta tenendo testa in modo, questo sì, eroico, non meno di Milosevic nella vergognosa burla giuridica dell'Aja, ripercorrere brevemente le orme del cammino di un paese che, lasciato dai colonialisti inglesi nel più abietto sottosviluppo, senza ospedali, senza scuole, senza industria, in pochi anni, cacciati i colonizzatori quasi a mani nude, seppe, attingendo alle radici della più antica e ai suoi tempi progressiva civiltà del mondo, forgiarsi in nazione e diventare un modello di giustizia sociale e di coerenza antimperialista. Saddam sta in un carcere e porta i segni delle torture dei "portatori di democrazia", giudicato da un banda di venduti pseudomagistrati, accusato da testimoni occulti, nascosti, anonimi, che leggono filastrocche preparate dagli sgherri di un occupante che detta ogni aspetto e ogni mossa politica ed economica del paese al fine di completarne la distruzione e il saccheggio. Fuori gli squadroni della morte dei collaborazionisti sciti e curdi, creati dagli angloamericani insieme al fantasmatico burattino Al Zarkawi (cui tutti offrono ormai scandalosa credibilità) e addestrati e pagati dai pasdaran iraniani, giustiziano a migliaia coloro che appartengono a quell'82% di iracheni che rifiutano l'occupazione; il resto sono curdi ammaestrati da Israele e pescicani dell'esilio rientrati per le briciole del banchetto). Fuori, le armate terroristiche degli occupanti, di fronte a un'impossibile vittoria sul terreno e all'indomabile resistenza di città e villaggi, hanno quintuplicato i bombardamenti aerei indiscriminati, le incursioni a fini di rastrellamenti (60.000 i detenuti) pure indiscriminati, gli stupri di massa, il furto ai feriti e uccisi di organi destinati al mercato dei plutocrati statunitensi, gli attentati stragisti da attribuire alla Resistenza la devastazione e rapina degli un tempo smisurati beni archeologici e culturali, l'uso a tutto spiano di armi di distruzioni di massa dai gas al napalm e al fosforo, le torture, insomma tutto quello che dovrebbe servire a terrorizzare e convincere alla resa un popolo che deve pagare per aver già sconfitto una volta la criminalità statuale internazionale e per aver imparato che a resistere si vince.
Dentro sta Saddam. Fuori stanno, a conferma dei peggiori tempi vissuti dall'umanità da secoli a questa parte (il nazifascimo, se non altro, era territorialmente e temporalmente più circoscritto), Sharon, boia di Sabra e Shatila e promotore della "soluzione finale" per palestinesi e arabi; Bush, i suoi santoli e padrini della cabala nazisionista e narcotrafficante, tra i cadaveri e le macerie degli attentati "islamici", da costoro orditi per poter sequestrare e sfoltire l'umanità; Blair, tardovittoriano alla ricerca degli scarti dell'altrui colonialismo, connivente del complotto criminale e che con il socio d'oltreatlantico ha freddamente costruito le bugie della demonizzazione e dell'integralismo islamico; Berlusconi, D'Alema, soldati di ventura Nato-USA, esecutori sul posto degli ordini dei carnefici imperiali; tutta la Grande Armada dello storico terrorismo di Stato USA, fin da coloro che governavano le stragi e i terrorismi in Italia e continuano a governarli, dalla Grecia all'America Latina, a Libano, Spagna, Egitto, Turchia, Giordania, Kosovo e ovunque gli pare funzionale far apparire la propria agenzia di provocazioni, Al Qa'ida: i Rumsfeld, Wolfowitz, Ledeen, Negroponte, North, Abrams, Posada Carriles, Orlando Bosch., Khalilzad e i mille e mille subordinati esteri, da Delle Chiaie in giù.
Saddam sta dentro. Non era un santo, Saddam. Era il governante di un popolo, già annegato nell'uranio, che sopravviveva a forza di lacrime, sudore e sangue, sbaragliando insidie mortali a ogni angolo e da ogni parte, provocatori, spie, affamatori, infiltrati, sobillatori per conto dell'imperialismo, aggressori armati, sabotatori interni e internazionali, durante tutti i quasi cinquant'anni del suo cammino di emancipazione. Un popolo che, dopo aver sparso saggezza e scienza nel mondo, durante gli ultimi mille anni non aveva subito che regimi autocratici imposti da fuori e a cui non si poteva certo chiedere una maturazione illuministica verso la democrazia in quattro e quattr'otto, tanto più che quella democrazia si presentava e si presenta negli abiti marci della democrazia borghese. Un popolo che non poteva "essere gentile", come dice Brecht, non stava a capotavola di un pranzo di gala. Questo lo dico, mentre mi incombono i Bush, gli Sharon della "Sinistra per Israele", i D'Alema del paesicidio jugoslavo, i Giuliano Ferrara che vanno in orgasmo per ogni strage sionista o teocon, le Fallaci onorate di paginoni dal Corriere, i Magdi Allam che sul tabloid scandalistico "La Repubblica" s'inventavano i campi di Al Qa'ida in Iraq là dove c'erano campi militari ufficiali, visitati cento volte da ispettori ONU, vasellinatore del nuovo razzismo universale islamofobico, e tanta, tanta gentaccia. Questo lo dico avendo vissuto di persona, da metà degli anni '70 in poi, tempi dell'unica nazionalizzazione del petrolio, difesa per trent'anni fino al 9 aprile 2003, arrivo dei vandali, l'esaltante esperienza di un popolo che prendeva coscienza di sé, della sua storia offuscata, della sua dignità negata, del suo ruolo da protagonista nello scontro tra giusti e delinquenti. Il processo di acquisizione, dopo secoli di polvere e esclusione, dell'autostima. Qualcosa che oggi si vive nel Venezuela di Chavez. Un popolo, infine. La cui non ultima nobiltà è stata di essere rimasto fino all'ultimo giorno, unico, a fianco del popolo palestinese e alle sue intifade.
E quest'uomo, che non era un santo, ma che, dopo aver partecipato a una rivoluzione e poi guidato l'altra, sfidando l'impossibile e il mondo coalizzato, con l'eccezione, allora, dei paesi socialisti, di questo processo è stato l'inventore, il simbolo, il coagulatore. Per primo, i diritti umani. Non quelli che tanto agitano i nostri vessilliferi di democrazie al polistirolo. Quelli che interessano ai popoli, agli esclusi, ai fuori-dalla-storia. Agli eterni proletari. La conoscenza per essere soggetto di cultura e quindi di politica e quindi di destino. Un'alfabetizzazione totale in un paese totalmente analfabeta. Una sanità di altissimo livello con professionisti che dal processo in cui erano inseriti avevano tratto un'etica un po' diversa dai nostri primari d'ospedale e dalle nostre larve nel formaggio delle cliniche private, tanto da dover essere ammazzati dagli occupanti perché smettano di curare un popolo destinato all'estinzione. Orari di lavoro, sindacati, maternità, previdenza, pensioni, anziani, bambini, donne libere e ad ogni livello di produzione e direzione; scienza, agricoltura, industria, arti che invadevano e accendevano il mondo arabo e oltre. E orgoglio. E consenso. E come si potrebbe non avere consenso quando un partito, il Baath, socialista, arabo e la sua direzione, per la prima volta nella storia e nella regione, distribuiscono la ricchezza in maniera equa, senza satrapi e senza mendicanti. Diritti umani che hanno consentito al governo di distribuire le armi da tenere in casa a sei milioni di cittadini, praticamente tutti quelli in grado di impegnarsi nella difesa, senza temere quell'insurrezione che si sarebbe verificata se solo il "regime" fosse stato quello descritto, o strumentalmente o vilmente, dall'universo mondo. Sei milioni che oggi tengono testa, in nome di noi tutti, alla più possente criminalità di Stato di tutti i tempi. Diritti umani che hanno messo un popolo in condizione di difendersi oltre ogni immaginazione, oltre ogni ottuso e ignorante pregiudizio, sulla base di una coscienza politica, sociale e nazionale che ne fa oggi l'avanguardia della risposta degli uomini ai loro terminator. Sicuramente non tutto è stato fatto da Saddam, chè corollario della costruzione di una nazione è la formazione di una classe politica all'altezza. Il merito massimo va a un popolo che in Saddam si è riconosciuto, ma che per la meta dell'emancipazione e della sovranità si è battuto incessantemente, con coraggio e intelligenza, tra sacrifici inenarrabili. Ovviamente i media non ce le raccontano le mille manifestazioni con i ritratti del presidente in tante città irachene, e la sinistra, intrisa di spocchia eurocentrista, avvitata nella sua opportunistica "spirale guerra-terrorismo". ovviamente le snobba, attribuendole a un perverso indottrinamento, non ancora risanato dalla "democrazia".
Guardiamo Saddam nella gabbia dello pseudoprocesso condotto da chi, dopo aver ammazzato due milioni di iracheni e tentato di disintegrare l'anima di quel popolo liquidandone la memoria storica, la cultura, l'intelligenza, tutto il patrimonio umano, spera, con un'esecuzione prestabilita da colui che è il vero dittatore sanguinario d'Iraq, quello a stelle e striscie, di decapitarlo definitivamente e di consegnarne le membra sparse ai tirapiedi con turbante che già lo avevano servito quando recava la britannica croce di Sant'Andrea. Guardiamo e ascoltiamo Saddam, senza farci ottundere dai veleni somministratici dai cerusici di tutti gli inganni e di tutte le superstizioni. Da un uomo senza l'ombra di una paura, ma con tutta la sacrosanta collera che, dopo aver fatte sue le aspirazioni del suo popolo alla giustizia e al benessere, ne soffre l'agghiacciante ingiustizia e tragedia, ascoltiamo: "Ovviamente non sono colpevole, ma so benissimo che mi vogliono morto. Ma essendo il comandante in capo, preferisco essere fucilato da un plotone d'esecuzione. Combatto la tirannia USA in nome degli iracheni, degli arabi, dei popoli di tutto il mondo. Sono certo che gli Stati Uniti non saranno in grado di imporre un Nuovo Mondo. Quanto a me, ho operato per gli arabi e ho fatto il mio dovere. Sono convinto che il popolo iracheno combatterà fino all'ultimo. Non accetterà mai un dominio straniero. All'aggressione si resisterà fino a quando l'ultimo degli americani, dei loro alleati e fantocci, sarà stato cacciato dall'Iraq.
Non m'importa di morire, non è che sono molto attaccato a questa vita. Per ogni essere umano c'è un tempo per andare. La vita di ogni singolo iracheno vale quanto la mia."Ascoltiamo. E forse non ci scandalizzeremo del titolo di questo articolo.
Saddam verrà ucciso. Ma io, che mi sono mescolato a quelle genti quando rinascevano, crescevano, resistevano, morivano, so che non finiranno di piangerlo mai. C'è qualcuno che possa dire lo stesso di Bush, Blair, Clinton, D'Alema, Prodi? A dispetto della spaventosa regressione in cui papi, ayatollah, rabbini, presidenti serial killer, generali fosforizzanti, terroristi travestiti, mercenari torturatori, finte sinistre, idolatri ed egolatri, dirittiumanisti, stanno trascinando il mondo intero, gli iracheni non si arrendono. Continuano ad andare avanti. Magari non con i diktat delle tavole di Mosè, piuttosto con il Codice di Hammurabi che, primo, fece gli uomini uguali davanti alla legge. Merito anche di Saddam Hussein. La storia gliene renderà merito.

Vero che valeva la pena di arrivare fin qui?

barbara


26 maggio 2008

PROMEMORIA

E intanto nel Darfur si continua a morire.



barbara


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25 maggio 2008

RIFONDAZIONE COMUNISTA VUOLE LA GRAZIA PER ANNAMARIA FRANZONI

Una sola domanda: perché?

barbara


24 maggio 2008

CONTRO ISRAELE L’ARMA GROTTESCA DEI DIRITTI UMANI

Un vecchio articolo che non è però, purtroppo, un articolo vecchio.

di Harry Wall*

Gli attivisti per i diritti umani hanno molto per cui essere allarmati in queste settimane. Le bande di Hamas hanno conquistato Gaza con incredibile violenza. In Iran, secondo nuovi rapporti, c'è il più alto tasso al mondo di esecuzioni di bambini. In Cina, il New York Times ha pubblicato un devastante reportage sulla schiavitù minorile nelle miniere gestite dallo stato. In Darfur il genocidio continua.
Ma la comunità internazionale preferisce ignorare tutto questo, e molte altre violazioni dei diritti umani ad opera di entità statali. Piuttosto concentra ancora una volta la sua attenzione su Israele. Nel Regno Unito, il maggiore sindacato ha lanciato una campagna di boicottaggio contro Israele. A Ginevra, il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu ha adottato un'agenda da cui ha eliminato la Bielorussia e Cuba dalla lista di verifica permanente e vi ha lasciato un solo paese: Israele.
Entrambe queste azioni non sono solo un capo d'accusa contro coloro che proclamano la loro preoccupazione verso i nemici della democrazia. Ma rivelano che l'accanimento contro Israele è il frutto dell'eterna malattia dell'antisemitismo.
Cominciamo dal boicottaggio inglese. La decisione dell'esecutivo nazionale del UNISOM stabilisce di tagliare "tutte le relazioni economiche, culturali, accademiche e sportive con Israele fino a quando il muro dell'apartheid e l'occupazione non saranno terminate". L'azione del sindacato segue di qualche settimana altre iniziative di boicottaggio anti-israeliano in Inghilterra. La più grande organizzazione dei docenti universitari ha recentemente chiesto ai suoi membri di interrompere qualsiasi rapporto con i loro colleghi israeliani, presumibilmente per la loro "collaborazione" con l'occupazione della Palestina.
Tom Friedman, l'autorevole columnist del NYT, ha così criticato quella parte dell'Università inglese che ha sostenuto il boicottaggio: "Isolare l'Università israeliana con un boicottaggio punitivo è frutto del peggiore anti-semitismo. Diamoci un'occhiata in giro: la Siria è sotto inchiesta dell'Onu per l'assassinio dell'ex primo ministro libanese, Rafik Hariri. Agenti siriani sono sospettati dell'uccisione di alcuni tra i migliori giornalisti democratici libanesi, Gibran Tueni e Samir Kassir. Ma niente di tutto ciò smuove la sinistra per chiedere un boicottaggio delle università siriane. Perché? Il Sudan persegue il genocidio nel Darfur. Perché non si boicotta il Sudan?"
Il fatto che alcuni tra i migliori medici e ricercatori del mondo non potranno più avere a che fare con le Università del Regno Unito, non fa differenza per questi fanatici (forse dovrebbero spegnere anche i loro computer visto che il chip IntelPentium che molti usano è stato sviluppato in Israele). Neppure interessa loro il gran numero di bambini palestinesi che vengono curati negli ospedali israeliani o che presso le Università di quel paese studiano moltissimi arabi e palestinesi. La logica e la verità non hanno spazio quando sono all'opera sentimenti anti-israeliani e anti-semiti.
Ma non sono solo i sindacati inglesi a operare boicottaggi contro Israele. Il mese scorso anche l'unione dei giornalisti inglesi ha chiesto l'isolamento di Israele. Pensateci solo un momento. I giornalisti dovrebbero essere imparziali e cercare notizie e fatti per le loro storie, invece chiedono il bando di Israele. Non della Russia di Putin dove la libera stampa è stata annientata; non dei paesi arabi dove i media sono solo organi di propaganda del governo; non in Cina dove addirittura internet è censurata per proteggere il governo dalle critiche. No, il bando si chiede per Israele, l'unico paese del Medio Oriente ad avere una stampa libera e indipendente.
Questi boicottaggi non hanno in realtà niente a che fare con l'occupazione o con la solidarietà verso i palestinesi. Qualcuno di costoro ha notato che Israele si è ritirata da Gaza l'anno scorso? E hanno visto i risultati?
A Ginevra, dove il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu è stato smantellato l'anno scorso visto che i paradossi erano divenuti eccessivi anche per Kofi Annan (la Libia aveva la presidenza), è stato istituito un nuovo organismo. Ma il nuovo consiglio si è subito dimostrato altrettanto viziato come il precedente. Il rispetto per i diritti umani non è richiesto per farne parte: Russia, Cuba, Angola e Arabia Saudita sono tutti membri del consiglio. E anche questa volta il genocidio nel Darfur è ignorato: neppure una risoluzione contro il Sudan è stata proposta, mentre nove risoluzioni sono state approvate in un anno contro Israele.
Il Consiglio per i Diritti Umani dell'Onu ha sorpassato il precedente in ipocrisia nella sua ultima sessione. Ha fatto uscire la Bielorussia e Cuba dalla lista dei paesi che richiedono una sorveglianza permanente e vi hanno lasciato solo Israele.
Gli Stati Uniti, hanno visto che il nuovo consiglio non differisce in nulla dal precedente e hanno preferito rimanerne fuori. Un alto funzionario del Dipartimento di Stato ha accusato il consiglio di avere "una ossessione patologica verso Israele". Per raggiungere il "consenso", l'Unione Europea ha dato il via libera alla decisione di rendere permanente i monitoraggio sugli abusi commessi da Israele. Solo il Canada si è opposto a questa grottesca decisione.
E così è passata un'altra settimana in cui il concetto di diritto umano è stato capovolto. Nessuno degli oppressi della terra trarrà alcun vantaggio dalle continue condanne contro Israele. L'Isolamento di Israele, previsto dal boicottaggio inglese e la demonizzazione del paese perpetuata dall'Onu a Ginevra, contengono in realtà gli elementi chiave per un solo scopo: delegittimare lo Stato degli ebrei. Si tratta di una minaccia senza tempo e si chiama anti-semitismo. Solo che oggi si ammanta con vesti della difesa dei diritti umani. È troppo pericoloso per essere ignorato.
_______________

* Harry Wall è consigliere della Anti-Defamation League

(L'Occidentale, 29 giugno 2007)

Ma non è che sia in atto una Delegittimazione di Israele, nooo! Non è che sia in atto una Demonizzazione di Israele, nooo! Non è che qualcuno stia facendo Due pesi e due misure, nooo! Si sta solo operando una legittima critica, esattamente come si sta facendo con tutti gli altri. O no?

barbara


24 maggio 2008

SVOLTA EPOCALE

Ieri mia madre e sua cognata, dopo cinquantotto anni di parentela e di costante, anche se non particolarmente assidua, frequentazione, hanno improvvisamente deciso di darsi del tu. Scusate questa momentanea caduta nel personale, ma ho sentito il bisogno di condividere con voi lo storico evento.

barbara


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23 maggio 2008

UN MODO COME UN ALTRO PER RICORDARE IL TIBET



che da quasi sessant’anni sta vivendo una tragedia come poche altre al mondo, che da quasi sessant’anni sta vivendo un’infame occupazione e repressione e persecuzione dei propri abitanti nell’indifferenza pressoché totale dell’opinione pubblica, dei mass media, dei politici, dell’Onu, di Amnesty International.
(E, vista la data, ricordiamo anche lui)

barbara

AGGIORNAMENTO: guardare anche questo.


22 maggio 2008

A PROPOSITO DEL SIGNOR AMBASCIATORE SERGIO ROMANO

[…] l’occhiuta dittatura della precettistica ebraica, […] il catechismo fossile («duecentoquarantotto precetti affermativi e trecentosessantacinque precetti negativi» ricorda il rabbino Toaff) di una delle più antiche introverse e retrograde confessioni religiose mai praticate in Occidente. […] È apparso, per reazione all’Illuminismo, un ebraismo arcigno, arcaico, psicologicamente impermeabile a qualsiasi forma di tolleranza e convivenza.

È possibile immaginare l’esplosione dell’odio in Polonia, nel Baltico, in Bielorussia, in Ucraina, dove una invisibile linea di frontiera ha lungamente diviso il cristiano dall’ebreo dello shtetl, dove ebrei e cristiani erano separati dagli abiti, dall’apparenza fisica, dalle liturgie, dalle regole dietetiche, dalla lingua.

La prima di esse è la posizione privilegiata di cui lo Stato d’Israele, grazie al sostegno delle comunità ebraiche, gode nella società internazionale. […]
La seconda causa del nuovo antisemitismo è paradossalmente lo spazio che il genocidio è andato progressivamente occupando nella storia del secolo.

Da Spinoza in poi l’ebreo più intelligente, originale e seducente è sempre, per certi aspetti «marrano» (ebreo convertito al cristianesimo, ndb).

L’ebreo è orgoglioso, radicale, spesso miope e intollerante.

Per quasi cento anni la principale ambizione della maggior parte degli ebrei della penisola fu quella di buttare alle ortiche il ghetto, il cibo kasher, le pratiche religiose, i tic mentali e tribali della loro tradizione culturale e religiosa (allo scopo, secondo Romano, di poter diventare veri italiani, essendo evidentemente impossibile essere contemporaneamente veri ebrei e veri italiani, ndb).

Queste citazioni sono tratte da “Lettera a un amico ebreo” di Sergio Romano. Risparmio di ricordare tutte le prove, in questo libro, di crassa ignoranza della storia, della religione, della cultura ebraica. Mi accontento di proporvi queste per dimostrare che sì, ha perfettamente ragione chi afferma che dobbiamo proprio essere paranoici per poter anche solo sospettare che Sergio Romano possa nutrire sentimenti antisemiti.



barbara


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21 maggio 2008

COLPA NOSTRA? NO: DEGLI EBREI!

Comunicato Honest Reporting Italia 21 maggio 2008

Per una volta Honest Reporting Italia non si occuperà di Israele, bensì di ebraismo. Vogliamo segnalare ai nostri lettori questa lettera apparsa sul Corriere della Sera di martedì 20 maggio, nella rubrica delle lettere curata da Sergio Romano. Non inseriremo, contrariamente al solito, commenti all'interno del testo, in quanto questo, riteniamo, si commenta sufficientemente da solo: la signora Burkhardt tiene a precisare che i tedeschi non hanno le "colpe" loro attribuite in quanto i responsabili sono ebrei, ai quali non basta "la presenza fisica in un Paese" per poter essere considerati suoi cittadini; Sergio Romano, nella sua risposta, fa cortesemente notare che alcuni dei "colpevoli" in realtà non sono ebrei e che comunque nella storia ci sono stati, in Germania, anche degli "ebrei buoni", che hanno acquisito qualche merito. E non una parola, in questa risposta apparentemente pacata, per stigmatizzare il manifesto antisemitismo che permea tutta la lettera. Leggiamo lettera e risposta:

Sono tedesca di nascita e italiana di matrimonio. Avendo letto la sua risposta sui rapporti tra la Russia e la Germania, vorrei però precisare che Marx, Engels e la Luxemburg non erano tedeschi ma ebrei, quindi i tedeschi non hanno nessuna responsabilità rispetto alla rivoluzione russa del 1917, come non sono responsabili della rivoluzione studentesca della Scuola di Francoforte(Adorno,Marcuse e Horkheimer). O basta forse la presenza fisica in un Paese per essere russi, tedeschi, italiani, ecc...?
Helga Burckhardt-Agnoli
tiziano.agnoli@gmx.it

Cara Signora,
Engels non era ebreo. Nacque in una famiglia protestante da un padre rigorosamente pietista e fece le sue prime apparizioni nella vita pubblica ribellandosi all'integralismo evangelico dell'ambiente familiare. Karl Marx era nipote di rabbini, ma figlio di genitori convertiti al cristianesimo e considerava gli ebrei come la perfetta incarnazionale del capitalismo; quindi, secondo la filosofia del suo "Manifesto", "nemici di classe". Certo la "presenza fisica" in un Paese non è sinonimo di nazionalità.Ma quella dei tedeschi in Germania fu molto più di una semplice presenza fisica. Fu qui, nel clima culturale tedesco del Settecento, che Moses Mendelssohn dette il via al grande rinascimento ebraico. La sua lettura di Locke, il filosofo inglese della tolleranza, la sua familiarità con Leibniz e con Kant, e i suoi dialoghi con Gotthold Lessing inserirono l'ebraismo nella cultura europea. La sua traduzione tedesca del Pentateuco ebbe per le comunità ebraiche della Germania una importanza comparabile alla traduzione che Lutero fece della Bibbia fra il 1522 e il 1534. Mentre Moses si affermava come filosofo, il nipote Felix Mendelssohn-Bartholdy creava con Schubert e Schumann la grande musica romantica. E un altro ebreo convertito, suo contemporaneo, Heinrich Heine fu per alcuni decenni il più popolare, amato e imitato poeta tedesco.
Nella Germania del Settecento esisteva ancora "l'ebreo di corte", apprezzato per la sua abilità finanziaria, spesso chiamato a rimpinguare con i suoi prestiti la cassa del principe, ma trattato come un estraneo o, nella migliore delle ipotesi, come un ospite. Con la grande ascesa della casa dei Rothschild durante l'epoca napoleonica, il banchiere ebreo s'inserisce nella società della nuova Germania, collabora allo straordinario sviluppo industriale e sociale del Paese. Dopo la pubblicazione di un libro di Fritz Stern apparso nel 1977 sappiamo quale importanza abbia avuto la lunga amicizia fra Bismarck e il banchiere Gerson Bleichroder nella costruzione della Grande Germania. Non vi è altro Paese europeo in cui una popolosa comunità ebraica abbia avuto altrettante occasioni di affermare la propria presenza e salire rapidamente i gradi della scala sociale. Alla vigilia della Grande guerra, nonostante le prime avvisaglie di antisemitismo alla fine dell'Ottocento, gli ebrei del Secondo Reich si sentivano tedeschi, erano fieri della loro patria, partecipavano con eguale convinzione a tutte le sue manifestazioni culturali e politiche dal nazionalismo al socialismo, dai movimenti conservatori ai movimenti rivoluzionari. Un grande industriale e uomo politico ebreo-tedesco, Walter Rathenau, disse un giorno che gli ebrei della Germania erano semplicemente "un'altra tribù tedesca".
La Grande guerra, la rivoluzione d'ottobre e l'avvento di Hitler al potere hanno cambiato la storia della Germania e dell'ebraismo tedesco oscurando ciò che era accaduto nel secolo precedente. Ma non credo che gli storici possano tagliare il cordone ombelicale che ha lungamente legato alla Germania l'ebraismo illuminista di Moses Mendelssohn. Non lo hanno tagliato i 130000 ebrei che hanno fissato la loro residenza nella Repubblica federale dopo la fine della Seconda guerra mondiale.

Le lettere, firmate con nome, cognome e città, vanno inviate a:
lettere@corriere.it oppure sromano@rcs.it



Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

Honestreporting è stato fondato da un gruppo di persone che non appartengono né alla destra, né alla sinistra e non è affiliato ad alcuna organizzazione politica. Il nostro unico interesse è quello di assicurare che le notizie riguardanti Israele siano presentate in modo corretto nei media. Noi esaminiamo i media; quando troviamo esempi di evidente parzialità informiamo i nostri iscritti sugli articoli scorretti, chiedendo di protestare direttamente presso le testate interessate.

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barbara


20 maggio 2008

L’AMICO EBREO DI UN SACCO DI GENTE

A gentile richiesta, si ripubblica questo vecchio, splendido pezzo.

Mi sto facendo lentamente la convinzione che esista da qualche parte un gruppo di persone specializzate nell'essere l'amico ebreo di un sacco di gente, e nel pensarla esattamente come loro.
Se avessi visto gente che dice "ho un sacco di amici ebrei e qualcuno mi dà torto", allora potrei pensare che, essendo l'ebreo statisticamente diffuso nella popolazione, sia possibile che la gente conosca sempre almeno un ebreo.
Invece, tutti questi signori hanno un amico ebreo con le seguenti caratteristiche sistematiche:
1) L'amico ebreo la pensa come te quando pensi male degli ebrei, pardon di Israele.
2) L'amico ebreo non ha un nome. Che so, Giuseppe o Francesco. No, l'amico ebreo non è mai "Il mio amico Giuseppe". È sempre un generico ed anonimo "amico ebreo".
3) L'amico ebreo è un drago, è uno figo, nel senso che gode indistintamente della stima di chi ha questo amico. Non si sente mai dire "ho un amico ebreo ed è un po' pirla", ma sempre "ho un sacco di amici ebrei che stimo moltissimo". Questo fa onore al mondo ebraico, ma non è statisticamente possibile che sia anche casuale.
4) L'amico ebreo è l'unico ebreo ad essere benvoluto. Tutti gli altri sono degni di critica, mentre l'amico ebreo no, lui non sbaglia. Si tratta quindi di un amico ebreo fortemente atipico, se non addirittura perfetto, visto che non è mai lui ad essere oggetto di critica, ma sempre e solo tutti gli altri ebrei.
5) Anche se non si dice esplicitamente, è sempre al maschile. Questo non esclude che possa anche essere una donna, tuttavia nessuno parla mai dell'amica ebrea o delle amiche ebree, ma sempre dell'amico ebreo o degli amici ebrei. Insomma, è statisticamente maschio.
6) Sono persone coltissime. Quando ci si riferisce all'amico ebreo, quasi sempre si fa riferimento ad una sua grande cultura.
7) Non si fidanzano mai. Tutti hanno un amico ebreo, o più amici ebrei, ma stranamente nessuno dice mai "ho avuto/ho un fidanzato/a ebrea". Probabilmente si tratta di una corrente ebraica molto casta.
8) L'amico ebreo passa la giornata a leggere la posta. Nella media, circa 600 metri cubi di carta stampata al giorno in tutto il mondo sono "lettere ad un amico ebreo". Probabilmente per leggere tale immane mole di scritti usa un metodo simile a quello di Babbo natale, con il quale peraltro condivide la caratteristica 9.
9) L'amico ebreo fa regali. Il 60% di coloro che dicono di avere un amico ebreo sostengono di aver ricevuto almeno un dono, generalmente un libro, da lui. Considerando il fatto che legge lo stesso volume di lettere di Santa Claus, si potrebbe sospettare un qualche legame, tuttavia non ci sono fonti riguardanti amici ebrei di eschimesi come si ci potrebbe aspettare se babbo natale fosse ebreo.
Ora, i casi sono due:
A) Esiste un'organizzazione di persone colte, caste, stimate, critiche, amichevoli, e anonime il cui lavoro consiste nell'essere gli anonimi, casti, stimati, critici ed amichevoli amici ebrei di ogni persona che critica Israele: come tu critichi Israele questa organizzazione ti assegna un "amico ebreo" d'ufficio, a meno che tu non ne abbia uno di fiducia purché iscritto all'ordine.
B) Il cosiddetto amico ebreo a volte si sveglia dicendo "fiat lux" e altre volte crea il mondo in 6 giorni e si riposa il settimo. Questo spiegherebbe come mai sia anonimo, come mai sia così stimato, casto, e specialmente come mai sia così critico verso gli ebrei.
Poiché la seconda ipotesi è troppo metafisica, devo pensare che la risposta giusta sia la "A", e allora mi chiedo quanto guadagnino questi per fare questo lavoro.
Non poco, spero....
Lev

È un po’ vecchiotta, ma sempre godibile. E soprattutto estremamente realistica.
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Aggiunta alla seconda passata, come direbbe Giorgio Gaber. Ci sono cose che, come direbbe Stefano Rosso – che oggi sono in vena di citazioni - sono come i bluejeans e la sessoautonomia: nun passa mai de moda. Una di queste è l’amico ebreo. Un’altra è “lo dicono anche gli ebrei”, che sono sempre, savasandir, ebrei molto molto molto autorevoli. Vabbè, buon divertimento. E già che ci siete guardatevi anche questo.


barbara


20 maggio 2008

SELF-HATING JEW? NOOOOO, MA QUANDO MAI!!

Il self-hating jew non esiste! Il self-hating jew è un’invenzione dei fanatici sionisti per svilire le critiche!

Così si spiega inoltre ciò che vien detto arroganza ebraica: con la mancanza della consapevolezza di un io e col bisogno di aumentare ad arbitrio il valore della propria persona sminuendo l’altrui; poiché il vero ebreo non ha un io e quindi nemmeno un valore proprio. Donde la sua donnesca sete di titoli – a dispetto della sua incommensurabilità con tutto quanto è aristocratico – ciò che è perfettamente in linea con la sua boria. […]
L’ebreo è sempre più lascivo, più libidinoso, pur se stranamente di minor potenza sessuale e certo meno capace d’ogni grande piacere che non l’uomo ariano. […]
Che la ruffianeria sia una predisposizione organica nell’ebreo lo suggerisce anche la sua incomprensione per ogni ascesi. […]
Nel cristiano sono in lotta orgoglio e umiltà, nell’ebreo superbia e servilismo; in quello consapevolezza di sé e contrizione, in questo arroganza e sottomissione. Dalla completa mancanza di umiltà nell’ebreo dipende la sua incomprensione per l’idea della grazia. Dalla sua disposizione servile scaturisce la sua etica eteronoma, il decalogo, il codice più immorale del mondo. […]
Questa mancanza di profondità chiarisce anche perché dagli ebrei non possa venir fuori nessun uomo veramente grande, spiega perché all’ebraismo sia interdetta la massima genialità.


No, queste righe non le ha scritte un nazista, né un musulmano integralista. E neanche un fanatico cattolico.

I goyim ricevono un trattamento diverso. Non appena il politico in visita - che sia americano, europeo, africano o asiatico - atterra all'aeroporto Ben Gurion, riceve una kippah, il minuscolo zucchetto di maglia, e viene subito spedito a fare penitenza allo Yad Vashem, il museo dedicato alla memoria dell'Olocausto, dove staziona in posa con l'aria contrita. I morti innocenti vengono branditi come fiches per ottenere prestiti a un tasso vantaggioso o accordi commerciali. I sei milioni sono una garanzia sul capitale.

No, neanche queste righe sono state scritte da un nazista, né da un musulmano integralista. E neanche da un fanatico cattolico.

barbara


19 maggio 2008

MUHAMMED, CAPO VILLAGGIO BEDUINO

Un vecchio articolo, che ritengo di qualche interesse.

Muhammed è figlio dell'ultimo muktar di un villaggio beduino dell'Alta Galilea; il muktar al tempo dell'impero ottomano e del Mandato britannico era l'autorità civile di ogni comunità araba, un po' come il nostro sindaco: oggi Muhammed è il capo, democraticamente eletto, del suo villaggio, nonché l'esponente locale del partito laburista israeliano. È un uomo non molto alto, dalla carnagione simile al cuoio, magrolino, e al mio arrivo per prima cosa si alza in piedi e mi offre il bocchino del narghilè dal quale proviene uno squisito profumo fruttato.
Siamo davanti alla sua casa, una bella villa in fase di ampliamento e ristrutturazione e mentre lo saluto e lo ringrazio per l'offerta mi accorgo che mi sta scrutando con occhi neri, incredibilmente duri, che in nessun modo incoraggiano la confidenza. Ha la bocca sdentata, con solo qualche mozzicone annerito di dente e Luigi, il medico ebreo che mi accompagna e mi fa da interprete, mi sussurra in italiano che lui manda tutti i suoi figli regolarmente dal dentista ma che personalmente continua a rimandare probabilmente, a sentire i pettegoli maligni, per timore del trapano e delle punture. Subito, con il braccio sollevato, Muhammed ci invita a seguirlo poco distante, presso il recinto dove con evidente orgoglio ci indica il bel gregge di pecore e agnelli belanti, munti e accuditi dalla moglie e dalla figlia adolescente. Luigi mi spiega che si tratta di un beduino molto ricco proprietario del bestiame e inoltre di molte terre.
Saliamo al secondo piano della sua casa, l'unico già terminato. Ci accomodiamo in un comodo salotto con una finestra che corre lungo tutta una parete sul panorama dolce della Galilea.
Dal divano bianco Muhammed mi osserva con i suoi occhi pieni di sospetto mentre Luigi gli spiega in arabo chi sono e il motivo della mia visita. Io gli chiedo se è d'accordo a permettermi di rendere pubblico il suo nome sulla Stampa italiana o se, per parlare più liberamente, preferisce l'anonimato. Con un gesto della mano pieno di alterigia insofferente risponde che un uomo come lui non ha paura di nessuno e che mi dirà ciò che pensa senza esitare. (*) Poi inizia a raccontare, e man mano che il mio intercalare mi rende più comprensibile e più simpatica, si lascia andare a ridere di tanto in tanto e osservo che il suo sguardo sopra i folti mustacchi si addolcisce alquanto.
"Quando ero giovane, tanti anni fa andai al mercato di Jenin con mio padre per vendere del bestiame e chiesi agli arabi "Con chi si sta meglio con i giordani o con gli ebrei?" e loro mi dissero "Con gli ebrei è meglio". Perché, durante le feste, mentre la gente era distratta e pensava a divertirsi arrivavano i soldati dell'esercito Giordano e rubavano il bestiame e poi facevano i prepotenti, entravano nelle case, prendevano da bere e da mangiare e facevano da padroni. Nell'esercito israeliano chi si comportava molto male erano i reparti drusi. In tutti gli eserciti c'è qualcuno che si comporta male, molti invece si comportano bene, però anche gli ebrei a volte si sono comportati male. Non tutti, però qualcuno sì, quando ci sono state delle tensioni qualcuno si è comportato male e basta uno solo a sporcare il nome di tutti. La Guerra è sempre una cosa brutta e chi la deve fare fa un mestiere incivile. Ci sono anche delle donne arabe che oggi entrano nell'esercito. Quest'anno per la prima volta una ragazza beduina ha scelto di andare sotto le armi come le ragazze ebree e ci sono donne arabe anche nella polizia perché le donne non sono più quelle di una volta, adesso vogliono comandare anche in casa.
Le leggi dello Stato israeliano sono buone però per quanto riguarda la donna non sono buone perché danno dei vantaggi alle donne e così hanno rovinato la famiglia. Oggi le leggi in Israele favoriscono la donna, va bene la parità, però in Israele se c'è un problema in una casa araba danno sempre ragione alle donne perché pensano che le donne debbano essere protette di più e gli uomini sono molto rammaricati per questo. Secondo la tradizione araba, se c'è un problema in casa, è la donna che deve andare via, tornare dai suoi genitori e lasciare al marito la casa e i figli. Nei paesi arabi la donna non può uscire di casa, deve stare sempre dentro e tutto quello che vuole il marito glielo compra e glielo porta in casa e così è molto meglio. La donna è la regina della casa e l'uomo ha l'esterno. Invece quando escono di casa le donne parlano tra di loro e si mettono in testa l'una con l'altra ogni sorta di idee sbagliate. Per questo il mondo va male e per questo negli ultimi dieci anni ci sono state tante donne arabe uccise. Perché quando una donna tradisce suo marito il rapporto è finito. Lei dovrebbe lasciare la casa, i figli e il villaggio e andare a vivere in un altro villaggio dove il capo trova il modo di sistemarla con discrezione. Perché lei ha portato vergogna alla famiglia. Adesso invece, le donne vanno dalla polizia e la polizia da retta alle donne e così i mariti le uccidono. Una volta le cose si potevano sistemare in silenzio non come oggi con i giudici che danno ragione alle donne e gli danno il diritto sulla casa e sui figli e così gli uomini impazziscono. Tu vuoi sapere cosa succedeva se un uomo tradiva la moglie? Be! Prima, anche un uomo non doveva tradire. Se un uomo tradiva sua moglie, se la moglie poteva dimostrarlo, tutto il villaggio lo disprezzava ed era contro di lui e la donna lo poteva cacciare di casa. Questa era la legge antica dei beduini.
Una volta le donne portavano rispetto al marito e agli uomini. Prima non c'era l'acqua in casa e allora le donne andavano con l'asino alla sorgente a prendere l'acqua ma se lungo la strada vedevano da lontano un padre di famiglia scendevano dall'asino e proseguivano a piedi in segno di rispetto verso di lui e per rendergli onore. Oggi non c'è più questa tradizione di rendere onore e rispetto al padre di famiglia perché le leggi dello Stato danno forza alle donne. A me non dispiace però il cambiamento è stato tanto veloce, il salto è stato tanto alto che dà alla testa e crea dei problemi. Se hai tenuto una bestia sempre chiusa e poi la lasci libera di colpo lei fa dei salti enormi che sono pericolosi. Io sono contento che mia figlia vada a scuola e poi all'Università però il cambiamento deve essere graduale. Dagli anni '80 ai '90 c'è stato un cambiamento enorme e i giovani beduini non riuscivano a capire e ad assimilarlo. Ora comincia ad andare un po' meglio, però il problema più grande è che a scuola non si insegna più la tradizione beduina, si insegnano invece solo le materie tecniche e scientifiche.
Una volta il capo villaggio comandava a tutti gli abitanti e tutti gli ubbidivano, oggi invece un capo villaggio non riesce a comandare neppure in casa sua e i giovani vogliono fare quello che gli pare. Quando io ero bambino una volta mia madre ha bisticciato con mio padre e se n'è andata via a casa dei suoi genitori, però suo fratello le ha ordinato di tornare da suo marito e di comportarsi bene in casa e di portare la pace invece di litigare. Oggi se io litigo con mia moglie lei va dai suoi genitori e anche se lei ha torto loro la difendono. Io sono per la parità però se la donna esagera e va fuori strada ci vogliono le redini e il marito deve tirare le redini e riportarla sulla strada giusta. Ognuno deve sapere quali sono i suoi limiti. Io non voglio comandare però ci sono delle regole in famiglia sennò si divorzia e poi i figli sceglieranno con chi andare. Una volta appartenevano al marito ma oggi non più. Oggi le donne invece di affrontare i problemi con il marito se ne tornano a casa dai genitori e le loro famiglie invece di riportarle dal marito e di dirgli "Risolvi i problemi con tuo marito." le sostengono. L'ottanta per cento delle famiglie oggi ha questi problemi e la mia famiglia fa parte di questo ottanta per cento. Le donne si sono emancipate troppo in fretta. Lo Stato ha rovinato tutto con le sue leggi sulla parità. Tu vuoi parlare con mia moglie là in cucina? Be! Parlaci pure se vuoi, tanto non può diventare peggiore di quello che è già, neppure se parla con una donna occidentale, con una donna italiana!
E se una famiglia si sfascia chi soffre? I bambini. Se ci si sposa e si mettono al mondo dei figli bisogna essere responsabili e tirare avanti cercando di farli crescere bene. Perché se i genitori divorziano i figli non crescono bene, hanno troppi pensieri e debbono prendere posizione e si rovinano e poi non vanno bene a scuola. Se non ci sono bambini si può divorziare senza problemi ma quando ci sono bambini, ci sono delle responsabilità.
I beduini sono intelligenti e sono furbi, pensano sempre avanti invece i fellahin (contadini palestinesi ndr) sono buoni per andare dietro al mulo. Per questo con loro non andiamo molto d'accordo. I fellahin non sono intelligenti. Prima gli ebrei avevano paura dei beduini e quando passavano vicino al nostro villaggio si spaventavano e andavano velocemente con la macchina e i ragazzi gli tiravano le pietre per farsi rispettare ma poi un po' alla volta ci siamo conosciuti e adesso tutto è cambiato e siamo diventati veri amici, come fratelli e Luigi lo sa che può venire da me per qualsiasi cosa, anche a notte fonda, e se io ho bisogno di soldi glieli chiedo in prestito senza problemi.
Ci sono gravi problemi religiosi qui. O Hamas o Fatah debbono scomparire, non possono vivere tutt'e due. È una lotta tra laici e religiosi. Se vincerà Hamas sarà un grosso problema, non ci sarà mai pace. Non è possibile trovare con loro un punto d'accordo. Loro vogliono Haifa e Tel Aviv ma noi siamo israeliani e non vogliamo dargliele e quindi che accordo trovare? Le buone prospettive di pace che c'erano non torneranno più.
Barak aveva fatto una buona proposta ad Arafat. Gli arabi e gli israeliani erano soddisfatti di Barak, tutti erano contenti delle sue proposte. Barak aveva promesso al popolo di uscire dal Libano entro un anno e l'ha fatto, ha mantenuto la sua promessa. Ma qual è stato l'errore di Barak? Voleva fare le cose troppo in fretta. Chi va troppo veloce inciampa e cade e si rompe la mano. Dopo l'uscita dal Libano avrebbe dovuto aspettare un anno o due, aspettare di avere l'appoggio di tutto il popolo. Barak è andato direttamente da Arafat invece di andare dal popolo. Nella sua testa voleva fare tutto in fretta come in Libano e così si è creata una tensione tra lui e Arafat. Perché le persone che sono molto distanti nella loro vita non possono risolvere in un giorno tutti i problemi. Anche gli arabi non erano pronti all'autonomia, li doveva lasciar respirare un po' di più. Si sarebbe dovuto prima aumentare il rapporto, la collaborazione e poi fare un passo alla volta. Arafat ora è morto, lui non aveva abbastanza forza per decidere a nome di tutti e ha avuto paura del suo popolo. Per esempio non aveva la forza di prendere decisioni su Gerusalemme.
Il problema è la guerra, qui se non ci fosse la guerra noi potremmo essere felici e saremmo molto più ricchi. Quanti soldi spesi per le bombe! Se non ci fosse la guerra potremmo prendere la macchina e andare in Turchia, andare a Damasco, fare bei viaggi, fare la bella vita e invece così non ci possiamo muovere. Hamas ha molti soldi e io non so chi glieli dà, però Hamas ha molti soldi e li usa in opere caritatevoli per conquistare il popolo. Fino a quando non si creeranno dei posti di lavoro per i giovani, la gente povera verrà spinta sempre nelle mani dei religiosi. Più la gente è povera più i "religiosi" trovano terreno fertile.
Abu Mazen non ha molta forza, non è stato eletto e non rappresenta nessuno. È presidente ma Hamas fa quello che vuole. Gli israeliani dovrebbero cercare di rafforzare Abu Mazen. Se io fossi stato al posto di Olmert avrei liberato i prigionieri palestinesi per dare prestigio ad Abu Mazen.
Io non è che voglio comandare, io quando debbo decidere qualcosa ci penso sopra due o tre giorni e poi prendo la decisione giusta. Per questo so comandare e così dovrebbero fare tutti i politici.
_____________

(*) Alcuni giorni prima di questo colloquio con Muhammed, tre bambini palestinesi erano stati assassinati a Gaza, all'uscita da scuola, da uomini di Hamas, allo scopo di punire il padre colpevole di essersi opposto alla pratica di giustiziare senza processo gli arabi accusati di collaborazionismo con gli ebrei.
Muhammed, il cui vero nome non è Muhammed, amico fraterno di un medico ebreo che non si chiama Luigi, capo-villaggio di un villaggio beduino che non si trova in Alta Galilea ma da qualche altra parte entro la Linea verde, secondo le sue altere parole, si considera il genere d'uomo che non ha paura di nessuno; l'intervistatrice, che dichiara apertamente di avere paura del terrorismo islamico, dopo attenta riflessione, ha preso la decisione unilaterale di pubblicare l'intervista priva di ogni riferimento al reale e utilizzando uno pseudonimo. (Anna Rolli, Agenzia Radicale, 13 gennaio 2007)

Nessuna di noi, certamente, vorrebbe questo signore per marito, e tuttavia come non provare un moto di simpatia per quest’uomo eletto a governare un villaggio che confessa candidamente di non essere in grado di governare la propria moglie? E vale, in ogni caso, la pena di ascoltarlo.


barbara


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18 maggio 2008

SUSY

Anche lei se n’è andata.



barbara


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18 maggio 2008

TROVATO IN UN BLOG

Enrico Medi fu uno scienziato cattolico e fisico sperimentale. Primo allievo di Enrico Fermi, insegnò nelle Università Palermo e Roma. Deputato alla Costituente. E' nato a Porto Recanati e visse a lungo a Roma.

(Cercò di dimostrare con le leggi della termodinamica la verginità di Maria, insomma nessuno è perfetto....)

(È una cosa di parecchio tempo fa, che ho ritrovato riordinando gli archivi, per cui non so quale fosse il blog. Se per caso l’autore passasse di qui e si riconoscesse, sarò lieta di citarlo, come è giusto)



barbara


17 maggio 2008

MAMMA NON M’AMA

Purtroppo esistono mamme cattive. Mamme che non amano e non riescono a coltivare amore.
Nella mia esperienza professionale ne ho incontrate tante, troppe. E ho sentito, come è successo per gli altri li­bri, l'urgenza istintiva di penetrare l'ipocrisia e il buonismo che nascondono questi dolori.
So di entrare in un terreno infido, di avvicinarmi al tabù per eccellenza, quasi all'indicibile.
Ma il silenzio è
connivenza colpevole. Parlarne, tentare di capire, è importante, magari per evitare a molti di trascorrere il resto della vita alla ricerca dell'amore perduto, di una sempre sognata carezza nel cuore, di un affetto non tradito dal dubbio. Di qualcuno che ti ami come la mamma avrebbe dovuto.
Queste che racconto sono storie di madri che hanno perduto o compresso l'anima. Che hanno archiviato l'in­tuito e la potenza femminile per seguire l'orma di un pia­cere, di un interesse o di un mito ingannevole.
Nelle loro vite ci sono dolori, sogni infranti, obiettivi malintesi, feticci fabbricati dall'equivoco, solitudine. Sto­rie vere, che non richiedono giudizi inappellabili ma sug­geriscono l'ascolto. Ci si può entrare dentro, senza indi­gnarsi o emettere sentenze, con garbo e rispetto, animati dalla voglia di capire.
Nel dipanarsi di queste esistenze c'è la possibilità di intuire i rimedi al male che le segna, si intravede la map­pa di sofferenze della maternità maltrattata. È proprio questo che ho cercato di fare, scegliendo alcune tra le vi­cende di madri cattive che ho conosciuto: cogliere il senso - il momento, forse - che trasforma una mamma buona in una sbagliata.

Ed è esattamente questo che troviamo nel libro: non un indice puntato a giudicare e condannare la mamma-mostro, bensì un tentativo di capire che cosa porta una madre a trasformarsi da fonte di vita in fonte di sofferenza, e talora di morte. E lo fa con partecipazione, con passione, e con competenza. Nella prima parte presenta, analizzandola, la vasta casistica di madri inadeguate, che provocano sofferenza nei figli; nella seconda abbiamo modo di ascoltare la voce dei figli feriti da madri inadeguate, distratte, violente, egocentriche, narcisiste; nella terza viene esposta la legislazione relativa alle tematiche trattate. Vuole essere, questo libro, un aiuto per tutti noi: per noi parenti, amici, conoscenti, colleghi di lavoro, vicini di casa, un aiuto a cogliere i segni della tragedia in atto, i segni della catastrofe imminente affinché possiamo intervenire prima che la tragedia si compia anziché ritrovarci, sgomenti e inorriditi, a condannare dopo, quando tutto si è compiuto e nessun rimedio è più possibile.

Annamaria Bernardini De Pace, Mamma non m’ama, Sperling & Kupfer


barbara





 



 


16 maggio 2008

DUE PESI E DUE MISURE? NOOOOO, MA QUANDO MAI!!

1. L’Italia ha aggredito la Yugoslavia, ha perso la guerra, e di conseguenza ha perso l’Istria e la Dalmazia, passate alla Yugoslavia. Centinaia di migliaia di italiani hanno dovuto abbandonare quelle terre, lasciandovi case, negozi, fabbriche, terreni e ogni altra proprietà. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle terre all’Italia. A nessuno è mai passato per la testa di chiedere un qualsiasi risarcimento per quei profughi, meno che mai a qualcuno è venuto in mente di invocare un ridicolo e grottesco “diritto al ritorno”, o di istituire un’apposita agenzia dell’Onu che in nome e per conto di questi profughi facesse girare miliardi di dollari.
2. La Germania ha aggredito la Polonia, ha perso la guerra, e di conseguenza ha perso la Prussia orientale, passata alla Polonia. Milioni di tedeschi hanno dovuto abbandonare quelle terre, lasciandovi case, negozi, fabbriche, terreni e ogni altra proprietà. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle terre alla Germania. A nessuno è mai passato per la testa di chiedere un qualsiasi risarcimento per quei profughi, meno che mai a qualcuno è venuto in mente di invocare un ridicolo e grottesco “diritto al ritorno”, o di istituire un’apposita agenzia dell’Onu che in nome e per conto di questi profughi facesse girare miliardi di dollari.
3. Il Giappone NON ha aggredito l’Unione Sovietica. Però ha perso la guerra. E ha dovuto cedere le isole Kurili all’Unione Sovietica, che gli aveva dichiarato guerra pochi giorni prima della capitolazione, all’unico scopo di impossessarsi di quelle isole. A nessuno è mai passato per la testa di reclamare la restituzione di quelle isole al Giappone.
4. Il numero quattro completatelo voi, che siete sicuramente molto più bravi di me.

barbara


16 maggio 2008

PALESTINA: QUALCHE DOMANDA

By Yashiko Sagamori

Se siete così convinti che "la Palestina, come Paese, ha una storia lunga di secoli", mi aspetto che siate capaci di rispondere ad alcune domande molto semplici relative a questo Paese.
Quando è stato fondato e da chi?
Quali erano i suoi confini?
Qual era la sua capitale?
Quali erano le sue città principali?
Qual'era la base della sua economia?
Qual'era la sua forma di governo?
Sapete indicarmi almeno un altro leader palestinese prima di Arafat?
La Palestina è stata mai riconosciuta da un altro Paese la cui esistenza, allora e oggi, non lascia adito a dubbi?
Qual era la lingua del Paese Palestina?
Qual era la religione prevalente?
Qual era la sua moneta?
Scegliete una qualunque data e ditemi qual era il tasso di scambio della moneta palestinese nei confronti del dollaro americano, del marco tedesco, della sterlina britannica, dello yen giapponese o dello yuan cinese.
Infine, visto che non c'è nessun Paese con quel nome oggi, che cosa ha causato la sua sparizione e quando questo è avvenuto?
Vi lamentate di quanto sia "scesa in basso" una nazione "una volta così orgogliosa". Vi chiedo, quando questa nazione esisteva così orgogliosa e di che cosa era così orgogliosa?
E arriviamo alla domanda meno sarcastica di tutte: se il popolo che voi, sbagliando, chiamate "palestinesi", non sono genericamente degli arabi provenienti da parti diverse - o buttati fuori da parti diverse - del mondo arabo, se veramente hanno una identità etnica autentica che gli conferisce il diritto all'auto-determinazione, perché non hanno mai provato a diventare indipendenti prima della spettacolare sconfitta araba nella guerra dei sei giorni?
Mi auguro che evitiate la tentazione di identificare i moderni "palestinesi" con i Filistei dei tempi biblici: usare l'etimologia per evitare la storia non funziona.
La verità dovrebbe essere evidente a tutti coloro che vogliono conoscerla. I paesi arabi non hanno mai abbandonato il loro sogno di distruggere Israele; ancora oggi lo tengono caro. Visto che hanno provato più volte, fallendo miseramente, a realizzare il loro sogno militarmente, hanno quindi deciso di combattere Israele per interposta persona.
A tal fine, hanno creato una organizzazione terroristica, chiamandola cinicamente "il popolo palestinese" e l'hanno portata a Gaza, in Giudea e in Samaria. Come vi spieghereste altrimenti il rifiuto della Giordania e dell'Egitto di riprendersi incondizionatamente la "Cisgiordania" e Gaza, rispettivamente?
Il fatto è che gli arabi che popolano Gaza, la Giudea e la Samaria hanno meno diritti ad una nazione di una tribù indiana che spunta in Connecticut per mettere in piedi un casinò esentasse: almeno quella tribù ha un obiettivo costruttivo alle sue radici. I cosiddetti palestinesi hanno una sola motivazione: la distruzione di Israele, e nel mio modo di vedere le cose, questo non è un motivo sufficiente per essere considerati una nazione - o nient'altro se non quello che sono: una organizzazione terroristica che verrà un giorno smantellata.
In realtà, c'è solo un modo per ottenere la pace in Medio Oriente. I Paesi arabi devono riconoscere e accettare la loro disfatta nella guerra contro Israele, e, come ogni sconfitto nella storia, pagare ad Israele un risarcimento per più di 50 anni di guerra guerreggiata. La forma più appropriata di risarcimento sarebbe il rimuovere la loro organizzazione terroristica dalla terra di Israele ed accettare la antica sovranità di Israele su Gaza, la Giudea e la Samaria.
Questa sarebbe la fine del concetto di popolo palestinese.
Ma mi dicevi, qual era il suo inizio?

Ecco, queste sono delle buone domande. Adesso aspettiamo delle risposte. E risposte vuol dire risposte, non slogan e mantra.

barbara


15 maggio 2008

IL FONDAMENTALISMO ISLAMICO, MACCHINA DI VIOLENZA E DISCRIMINAZIONE CONTRO LE DONNE

Il sito delle donne iraniane è sempre una miniera di notizie che, chissà perché, ai nostri mass media non arrivano mai. Per questo ritengo giusto pubblicare questo articolo, questa ennesima denuncia dell’inaudita violenza perpetrata contro le donne nel regno degli ajatollah.

14 maggio 2008

ICNnews.com
2008-05-11 ROMA
Da Karimi Davood riceviamo e pubblichiamo:
DUE DOLOROSE STORIE DI VIOLENZA FAMILIARE, EFFETTO DEL MALIGNO REGNO DEL FONDAMENTALISMO ISLAMICO DEI MULLAH

La signora Akram, condannata a morte per aver ucciso suo marito, piu grande di lei di 50 anni.
Ha una figlia di 17 anni che ha lanciato un grido di aiuto per salvare la vita della mamma. I familiari del marito hanno chiesta 50 mila euro per amnistiare la nuora! Ho già raccolto il grido di aiuto della figlia e ho lanciato una campagna di raccolta per salvare la vita della signora Akram Mahdavi.

Nella scorsa settimana sono avvenuti in Iran due episodi assai dolorosi che hanno scosso fortemente la coscienza degli iraniani. Il primo riguarda una ragazza tossicodipendente di 22 anni, picchiata violentemente dal padre e seppellita viva sotto una montagna di macerie. Salva per miracolo perché alcuni cacciatori che passavano da quelle parti hanno sentito le strani voce provenienti dalle macerie. Hanno rimosso le pietre e hanno trovato una ragazza ridotta in fin di vita dalle violenze del padre. I cacciatori hanno subito chiamato i soccorritori che hanno immediatamente trasferito la ragazza all'ospedale. Secondo i medici la ragazza si sta riprendendo e si salverà. Una lacrima di gioia è un segno di amore e sensibilità umana. Una merce, di cui il regno del regime di Khomeini nei suoi trent'anni di leggi discriminatori misogini, non ha lasciato Più alcun traccia nella mente dei padri che una volta amavano la figlia Più della loro vita e dei loro occhi. Sarebbero stati disposti a difenderle fino alla morte.
Sì questo era la società iraniana. Non voglio generalizzare ancora oggi ci sono dei genitori che fanno altrettanto. Ma le leggi discriminatorie dei mullah autorizzano l'uccisione dei figli da parte del padre senza rischiare nulla perché è il padrone del sangue dei figli E poi se esiste anche una forte giustificazione la cosa va molto liscio e il padre non rischia nemmeno un impreco da parte della "ingiustizia della teocrazia iraniana". Come un padre ho pianto per la salvezza di questa amatissima figlia e sono contento che ha avuto l'amore di altri uomini anche se le è venuto mancare quello del "padre-assassino". Tantissimi auguri per questa ragazza.

Il secondo episodio è doloroso altrettanto ma purtroppo ha avuto una fine tragica per una ragazza di 17 anni vittima dell'ignoranza del padre e dell'amore della ragazza verso il pudore della famiglia. La storia. Città di Isfahan. Il centro della cultura e della tessitura dei Più belli tappeti persiani.
In una famiglia normale, il genero si invaghisce della sorella 17enne della moglie e in giorno qualsiasi sequestra la ragazza e la porta via. Dopo due settimane grazie all'intervento delle forze dell'ordine la ragazza viene liberata e consegnata alla famiglia.
I genitori della ragazza essendo trovati dentro una storia molto complicata con dei protagonisti principali la figlia Più grande , il consorte e la figlia Più piccola appunto quella che alla fine ci ha messo la pelle in un rito incredibile tra amore e la voglia di cancellare il segno della vergogna.
In seguito alla liberazione della ragazza, lei si rinchiude dentro la casa e per la vergogna non vuole Più incontrare nessuno.
Ma dal momento che la magistratura si era messa in macchina per la causa del rapimento, i familiari dell'accusato hanno iniziato a infangare presso l'opinione pubblica la famiglia di questa povera ragazza. Il padre 53enne e la figlia di 17 anni si consultano per il da farsi. Alla fine arrivano alla conclusione che uno dei due deve morire. Tra il padre e la figlia si infittisce la consultazione e le proposte e alla fine la povera ragazza riesce a convincere il padre che sarebbe meglio che se ne vada lei anche perché lei è stata la causa di questa tragedia familiare.
Una notte, quando la ragazza si addormenta, il padre chiama la figlia maggiore e insieme vanno a commettere l'omicidio concordato della amatissima figliola di 17 anni. La ragazza si sveglia e guarda negli occhi del padre e in segno dell'amore dà il suo benessere e il via libera. Ma volle stringere la mano della sorella. Il padre, cresciuto in un paese in cui il valore della donna è nulla, stringe le sue mani intorno al collo della figliola e la fa addormentare in un lungo sonno che diventerà poi un ennesimo caso della violenza familiare per cancellare il disonore colpito la famiglia.

Questa è la cultura del fondamentalismo islamico che da trent'anni sta mangiucchiando la cultura e la mentalità di un popolo libero e laico. Questo è il segno tangibile del tumore del fondamentalismo islamico che a migliaia di distanza agisce allo stesso modo.
A Bergamo la famiglia pakistana sgozza la figlia, ad Ahwaz sempre in Iran colpito dal tumore maligno del fondamentalismo islamico di matrice khomeinista, quasi un mese fa un padre uccide con la lapidazione la figlia di 14 anni, a Teheran, nella capitale, 4 anni fa un padre sgozza la figlia di 8 anni sospettata di essere stata violentata dallo zio (in questo caso a detta del padre la ragazzina per non far svegliare il fratellino Più piccolo che lo amava tanto non fece nessun segno di grido). Vi risparmio il tempo e mi fermo a questi due episodi recenti.
Secondo me finché regna il fondamentalismo islamico in Iran non devono stupire l'avvenuta di casi del genere.
Il fondamentalismo è una macchina di produzione della violenza e della discriminazione contro le donne. Del fondamentalismo islamico e dei suoi sintomi e pecularietà ed effetti devastanti sociali e umani scriverò ancora.
karimi davood

Mi auguro che qualcuno non avrà la geniale idea di venirmi a dire che le violenze sulle donne avvengono dappertutto e quindi non ci sono differenze fra qui e lì.

barbara


14 maggio 2008

ULTIMISSIME DA ISRAELE

Attentato ad Ashkelon, colpito grande centro commerciale: il missile è entrato al terzo piano; 96 feriti, tra cui 4 in coma. Fra i feriti gravi anche alcuni bambini.

http://ws.collactive.com/points/point?id=IBJlqDcgAN8b

barbara


14 maggio 2008

DUE COSE NON HO CAPITO

Non ho capito per quale ragione tutti si indignano e protestano e strepitano per le indebite ingerenze del papa, e poi ogni volta che il papa starnutisce o sbadiglia o scorreggia tutti i giornali e tutte le televisioni e tutte le radio e tutti i siti e tutti i blog si precipitano a riferirlo, ossia a fargli da cassa di risonanza, da megafono, da altoparlante. E questa è una. L’altra cosa che non ho capito è perché tutti strillano all’indebita ingerenza tutte le volte che il papa si esprime su questioni relative alla morale, ossia al suo campo specifico di guida spirituale, e quando invece si esprime su questioni inerenti al governo, sia di politica interna che di politica estera, non fiata nessuno. Ma sarà poco strana la gente?

barbara


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13 maggio 2008

C’ERA TRAFFICO

C’era traffico sulla nazionale, ha detto. Ed è stato per questo, per evitare il traffico, che ha imboccato, con la sua moto da cross, la pista ciclabile. Ora – so che è difficile crederlo, ma mi dovete credere sulla parola – sulle piste ciclabili a volte capita che ci siano degli sconsiderati che ci vanno in bicicletta. Quella volta lì c’era un bambino di sei anni, e lui lo ha centrato in pieno. Due giorni di coma, e stamattina è morto. Sebbene i medici, fin dall’inizio, non avessero dato alcuna speranza, tutti i notiziari regionali (uno ogni ora), durante questi due giorni di agonia, hanno continuato a dare gli aggiornamenti sulle condizioni del bambino. Decine di notiziari, dunque. E non uno che abbia detto qualcosa su eventuali provvedimenti presi nei confronti del diciassettenne che freddamente, lucidamente, ha scelto di mettersi in condizione di uccidere (sì, lo so che si chiama omicidio colposo, ma andate a raccontarlo a quella mamma. Andate a raccontarlo a quel cuore che aveva una vita davanti e invece non batte più. Magari, se avete abbastanza fegato, venire a raccontarlo a me).

barbara


13 maggio 2008

HO VISTO COSE 5

Naturalmente – e chi mi conosce sicuramente non avrà difficoltà a capire perché dico “naturalmente” – il quarto giorno mi sono beccata una bella sinusite. E siccome mi ero portata dietro gli antibiotici ma non il cortisone, me la sono dovuta sostanzialmente tenere. Colpita e affondata, insomma. Ed è stato per cause direttamente o indirettamente collegate a questa circostanza che alla fine mi sono ritrovata a fare 51 ore senza dormire – ma si sa, noi vecchie carampane abbiamo la scorza dura, e si regge a questo e altro. Gli ultimi giorni, comunque, li ho dedicati alla pesca miracolosa, e questi sono i risultati



                                                        

(sì, lo vedo, sono ancora mezzi vuoti. Vorrà dire che dovrò per forza tornare per provvedere)
Poi l’ultimo giorno è venuto a prendermi il mio solito – ormai personale – tassista, che mi ha portata a fare un bellissimo giro: ho visto l’oasi di Ein Gedi e i panorami mozzafiato che già vi ho fatto vedere. E i palmeti da cui escono i meravigliosi datteri israeliani.



E una autentica rarità, uno di quei miracoli che solo la Terra d’Israele sa produrre: questa splendida piscina naturale nei pressi di Gerusalemme



piena di un’acqua della quale non si conosce la provenienza. Esce da una fessura nella roccia, ma nessuno è ancora riuscito a capire da dove arrivi. Dalla piscina poi defluisce in questo ruscello;







periodicamente accade che si svuoti e rimanga vuota per alcune decine di minuti, poi l’acqua riprende a fluire e la piscina si riempie di nuovo, e nessuno sa perché. Ragazzi e ragazze ci sguazzano dentro allegramente: alcuni entrando morbidi da in fondo alla scala, altri tuffandosi dall’alto. Ci vanno, in particolare, gli studenti della vicina Yeshivà: bellissimi in mutande da bagno, peot e kippà.



E questa è un’altra delle cose belle dalla Terra d’Israele: le kippot. Uomini, ragazzi, bambini, tanti, tanti davvero, con la kippà. E quando vedo una kippà io mi commuovo, cosa ci devo fare.
E poi via, verso Gerusalemme,



le costruzioni di Maale Adumin in lontananza,



una sbirciatina su un matrimonio musulmano,



e infine l’arrivo a casa dell’amica Sharon, dalla quale ho passato l’ultima serata, in cui la cena di Shabbat si è combinata con il festeggiamento, un po’ in ritardo, del suo compleanno. Splendida serata in cinque - iniziata con la benedizione delle luci, fatta da me, e del vino, fatta da Sharon e Dafna - chiacchierata un po’ in italiano, un po’ in inglese, un po’ in ebraico, tedesco, francese, russo, yiddish, e condita dall’ottima cena preparata da Sharon, cuoca eccezionale.
Poi abbiamo ciondolato fino alle quattro di mattina, quando è passato a prendermi lo sherut che mi ha portata all’aeroporto. Fine del viaggio. Ma tornerò, oh se tornerò!

barbara

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”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




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