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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 aprile 2008

MI PIACE MI PIACE MI PIACE

E questa è l’altra catena, passatami da Vanillina. Il gioco sarebbe di dire sei cose che mi piacciono, ma nonostante il mondo sia una valle di lacrime e la vita una zoccolaccia zozza, le cose che mi piacciono e che amo sono infinitamente di più di sei, e quindi il gioco così non lo posso fare. Ma finché ce l’ho in mano io – absit iniuria verbis – ne faccio quello che mi pare, e dunque lo modifico un po’, e invece di “cose” proporrò delle categorie. In ordine assolutamente casuale.

Una cosa che amo è gratificare gli occhi. Guardando paesaggi, per esempio, come il mare, stupendo sempre e in inverno ancora di più come ho raccontato qui (e già che ci siete andatevi a rileggere – leggere se siete nuovi acquisti – anche questo, che è carino, via). Guardando opere d’arte. Guardando persone belle. E fiori e colori. E il sole e la pioggia e l’erba verde a primavera e gli alberi in autunno e albe e tramonti e nuvole e temporali e laghi e torrenti e cascate e colline dolci e bambini in altalena che salgono e salgono fino a toccare il cielo con gli occhi chiusi e l’aria beata.

E poi amo gratificare le orecchie. Ascoltando musica. E il rumore della pioggia. E il vento, quando fa stormire i rami degli alberi. E le onde del mare. E la neve fresca che scricchiola sotto le scarpe. E il temporale e gli uccelli e il frinire delle cicale e le risate dei bambini.

E gratificare la pelle. Tutta, senza privilegi e senza trascuratezze. Farmi accarezzare dall’acqua. Dal vento. Dal sole. O altro. E toccare e accarezzare cose lisce e cose morbide.

E gratificare il cervello. Leggendo. Ascoltando persone che hanno qualcosa da insegnarmi, o che sanno divertirmi. Discutendo con persone intelligenti. Viaggiando.

E amo gratificare il naso, coi profumi dei fiori, o di sapienti manicaretti, o della resina del bosco, del salso in riva al mare, il profumo della pioggia, la terra bagnata, l’erba tagliata di fresco, la neve. E la bocca, con gli infiniti sapori che la sapienza della natura unita a quella umana hanno saputo creare.

E amo gratificare l’anima. Essere amata, desiderata, ammirata, stimata, ascoltata. Amo la complicità: quella tra automobilisti in una strada di montagna, per esempio, quando la strada è troppo stretta per due macchine, e se due auto si incrociano senza la collaborazione di entrambi non si va da nessuna parte, e con un solo sguardo si comunica “aspetta, ho appena passato uno spiazzo, vado indietro io”. La complicità tra due passanti che guardando la stessa scena si accorgono di stare pensando la stessa cosa, e si sorridono. La complicità con uno scolaro con cui sistemo una porta uscita dai cardini e i movimenti, calibrati al millimetro, si vanno a coordinare, mi verrebbe da dire, quasi da soli, attraverso l’aria, attraverso la pelle che si sfiora nel lavoro comune. Certi giochi di sguardi tra sconosciuti.

E poi amo Israele. Come? Erano già sei? E vabbè, tanto lo sapete che non rispettare le regole è la mia specialità, no?

E questo è il

REGOLAMENTO:
- indicare il link di chi vi ha coinvolti
- inserire il regolamento del gioco sul blog
- citare sei cose che vi piace fare e perché
- coinvolgere altre sei persone
- comunicare l’invito sul loro blog

E queste sono le vittime designate:
un ignorante, che così sarà finalmente costretto a riportare in vita il suo blog in letargo
Astrid, che da un po’ di tempo in qua sta diventando decisamente troppo seria
Beppe Fontana, per distrarlo per un momento dalle tragedie del mondo
Frine, così, perché mi va
Ombra, perché non l’ha ancora fatta
Sannita, perché ci amiamo follemente e presto ci sposeremo, l’ha detto lui

barbara


29 aprile 2008

ISRAELE BOMBARDA GAZA – QUALCHE OSSERVAZIONE

Ancora una volta i terroristi palestinesi sparano da in mezzo alla popolazione civile. Ancora una volta gli israeliani rispondono al fuoco e muoiono dei civili – nel caso specifico quattro bambini. Ancora una volta si scatena, immediata, la campagna mediatica, con titoli quali “Israele bombarda Gaza”, “Cannonate su una casa”, “Famiglia sterminata da un tank israeliano” ecc. ecc. Che dei bambini palestinesi siano morti – anzi, per la precisione, siano stati uccisi – è un fatto certo. Che le cose siano andate come pretendono di raccontarcele, lo è molto meno. Quelle che seguono sono alcune riflessioni su quest’ultimo episodio.

Dopo la cannonata contro la macchina del cameraman (secondo me una tentata bufala, in quanto le uniche immagini a disposizione mostrano un carro armato in lontananza che spara e dopo il bagliore, una scena buia e successivamente si vede l'auto del cameraman colpita non dalla cannonata ma sforacchiata dai proiettili), oggi la cannonata contro la casa della donna di Beit Hanun che sempre a mio avviso è un'altra tentata bufala. Finora con tutti questi bambini morti non vedo immagini né di morti, né di feriti e anche la casa, a parte un foro che però non si capisce se è della casa in questione, altro non vedo. (m.acca) Qui e qui i filmati.

Naturalmente è possibile che altri filmati diano maggiori ragguagli, ma le notizie divulgate sulla “strage” davano come documentazione, almeno all’inizio, unicamente questi filmati.

Se ci sono immagini con cannoni che sparano, seguite dalle immagini di cronaca (la casa bombardata), sono certamente un montaggio. E’ virtualmente impossibile che un cineoperatore abbia filmato la partenza e l’arrivo di un colpo così disastroso. Questi montaggi sono molto frequenti (classico il caso dell’incidente di Gaza Beach, con una persona saltata per aria su una mina antiuomo, e i filmati che facevano credere a un colpo di cannone di una nave militare israeliana), e hanno ovviamente una funzione suggestiva. Sono un ‘falso per accostamento’. (Qui il video con la fabbricazione dell’incidente di Gaza Beach, spacciato per strage compiuta dagli israeliani)
MA l’uccisione di bambini non è oggettivamente rara, per il semplice motivo che i c.d. “militanti” (che sono terroristi inquadrati in formazioni paramilitari e militari) scelgono per tattica precisa quella di operare tra i civili che dicono di ‘proteggere’. In realtà li usano come ostaggi, e qualunque reazione militare non può che rischiare di produrre “danni collaterali”, cioè vittime innocenti. Sono esattamente quelle cercate dai terroristi. Il problema militare che si ha è quello di decidere di volta in volta il tasso di rischio, dato che l’alternativa è solo quella di ricevere attacchi senza restituirli. E’ brutto da dire, ma è oggettivamente così: ci si può consolare con il fatto che le tecnologie militari di oggi (es.: attacchi missilistici mirati) consentono di minimizzare molto questo rischio, ma certo nessuna può eliminarlo. Se si vuole dare una mano a quei poveri bambini si può solo cercare di spiegare (documentandole bene) queste cose, in modo che la tattica dei terroristi di tenere in ostaggio la gente sia resa meno efficace agli occhi del pubblico che cercano. Ieri sera per la prima volta un servizio del Tg2 ha esattamente accennato a questo aspetto.
Nel caso specifico mi pare abbastanza plausibile la spiegazione dell’esercito israeliano, che parla di un colpo di cannone che ha fatto deflagrare esplosivi indossati o trasportati dai terroristi: sarebbe questa seconda esplosione la causa diretta della morte dei bambini. L’indizio (indizio, ripeto) che suffraga questa tesi è il buco mostrato in tv nella casa bombardata. Ma nessuno è in grado di ricostruire da lontano l’accaduto. (Marco Reis*)


A queste cose dovremmo essere abituati, visto che da anni continuano a succedere sempre allo stesso modo: muoiono dei civili palestinesi apparentemente colpiti dagli israeliani, si scatena il finimondo, gli israeliani si scusano, poi le inchieste rivelano che in realtà i civili sono stati uccisi da bombe palestinesi, da esplosivo palestinese, da razzi palestinesi, da mine palestinesi, da proiettili palestinesi. Ma queste cose non ci piace ricordarle, perché se le ricordassimo saremmo costretti a farci venire qualche dubbio, quando sentiamo parlare di strage israeliana di palestinesi, e il dubbio, da certe parti, piace decisamente poco.

* Giornalista. Si occupa specificamente dello smascheramento di bufale e taroccamenti.


barbara


28 aprile 2008

SORRIDERE – PER UNA BUONA CAUSA

Mi sono arrivate due catene in un giorno, anzi, in poche ore. Le ho accettate entrambe e, non potendole fare in contemporanea, farò per prima quella lanciatami dall’amica Cocci, che è per una buona causa.


REGOLAMENTO

Raccontate nella forma che preferite (scritto, audio, video, grafica..)
6 "cose" che vi fanno sorridere.

Chiedete a 6 blogger di fare altrettanto passando la catena a 6 amici
Dopo aver pubblicato il post, segnalatelo all'anello che vi ha agganciato

Allegate al vostro post questa immagine.
http://www.comicomix.com/images/loscarabocchio/Regala_un_sorriso.jpg




Ecco dunque le mie sei “cose”:
1. I bambini. Quelli piccoli piccoli, in carrozzina, o che caracollano aggrappati a un dito, aprendo sul mondo i loro grandi occhi curiosi. Questo mi fa sorridere.
2. Le donne incinte, quella vita che germoglia e cresce in loro. Questo mi fa sorridere.
3. Le persone Down. La loro straordinaria dolcezza. L’incredibile serenità che riescono a diffondere intorno a sé. Questo mi fa sorridere.
4. Il mio ex scolaro M., autistico. Non parla, non piange, non ride, non sorride, non comunica in alcun modo. L’ho avuto in classe non più di tre o quattro volte in tutto, quando la collega di sostegno aveva una riunione all’ultima ora e allora lasciava B., più problematica, con l’assistente e portava M. in classe da me. Ogni volta che mi incontra per strada – e mi riconosce anche se mi vede di spalle – mi viene vicino e si incanta a guardarmi a bocca spalancata. Se gli si chiede se mi conosca scuote tanto energicamente la testa, in segno di diniego, da scuotere tutto intero il suo grosso corpo di ventenne, senza smettere di guardarmi con aria rapita. Questo mi fa sorridere.
5. Il sorriso. Le persone che mi sorridono, conosciute o sconosciute, con o senza un qualche motivo specifico per sorridere, perché è un fatto: il sorriso è contagioso, e genera sorriso. Questo mi fa sorridere.
6. Il sole. Da queste parti non ce n’è grande abbondanza, e quando la mattina, alzando le tapparelle, lo vedo, che abbia o non abbia dormito, che abbia o non abbia riposato, che stia bene o stia male, mi è impossibile, almeno per un momento, essere di cattivo umore. Questo mi fa sorridere.

La catena passa ora a Ciro, Bippì, Dilwica, don Ivano, esperimento, Raissa.

barbara


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28 aprile 2008

POLIGOTTI A CONFRONTO

E uno. E due. (Così, perché mi va) (E perché vi voglio bene, smack!)

barbara


27 aprile 2008

BREATHLESS 3











barbara


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26 aprile 2008

A PROPOSITO DI 25 APRILE

Il signore anziano con occhiali e berrettino blu che si vede in primo piano è Piero Terracina, ebreo, sopravvissuto ad Auschwitz, dove ha perso tutta la famiglia. È stato fischiato e contestato e insultato, in quanto “invasore della Palestina”. Non aggiungo commenti: mi auguro che non ne servano. PER NESSUNO.



barbara


25 aprile 2008

GUIDA (politicamente scorretta) ALL’ISLAM E ALLE CROCIATE

Il terrorismo islamico è una risposta alle crociate? No: le crociate sono state una risposta, troppo tarda e troppo blanda, a quattro secoli e mezzo di terrorismo islamico.
Il mondo arabo vittima dell’imperialismo e colonialismo del mondo cristiano? Falso: il mondo cristiano è vittima dell’imperialismo e colonialismo islamico, che ne ha in breve tempo fagocitato ben due terzi.
Esiste un islam moderato? No. Esistono, certo, musulmani moderati, anche perché la lettura del Corano è consentita solo in arabo, lingua che circa l’80% dei musulmani ignora totalmente, e quindi conoscono magari il Corano a memoria però non sanno che cosa dica. Ma da quando l’Arabia Saudita, coi proventi del petrolio, ha cominciato a investire miliardi di dollari per istruire i musulmani in tutto il mondo, il cosiddetto estremismo, ossia l’applicazione delle norme e dei principi del Corano, è aumentato, non a caso, in maniera esponenziale.
Ma nel Corano ci sono anche versetti tolleranti, no? No. Ossia ci sono, ma non contano. Perché Dio, nel Corano, rivendica il diritto di cambiare idea. E dunque se due versetti sono in contrasto, quello valido è il più recente, che va ad abrogare e sostituire il precedente.
Ma la scienza, almeno, è compatibile con il Corano? No. Perché Dio potrebbe, per esempio, decidere che la somma degli angoli interni di un triangolo sia diversa da 180°, e dunque affermare che la somma degli angoli interni di un triangolo non possa essere diversa da 180° significa porre dei limiti all’onnipotenza di Dio, il che è blasfemia.
Ma è vero almeno che i musulmani hanno inventato l’algebra, lo zero, l’astrolabio, e hanno mantenuto in vita la filosofia aristotelica! No, non esattamente, non proprio.
Ma ci sono stati tempi in cui l’islam è stato tollerante. Falso.
Ci sono stati tempi in cui sotto il dominio islamico le altre religioni hanno potuto vivere in pace. Falso.
Ma anche nella Bibbia ci sono violenze paragonabili a quelle islamiche. Falso
Esiste la possibilità, almeno teorica, di arrivare ad accordarsi col mondo islamico? No.
Il rispetto dei diritti umani è compatibile con l’islam? No.
La democrazia è compatibile con l’islam? No.
Ma si vuole forse insinuare che il problema sarebbe l’islam? No, nessuna insinuazione: semplicemente si dimostra e si documenta che il problema è l’islam. Come è da sempre sotto gli occhi di tutti, del resto, ma si sa, quos vult Iupiter perdere, dementat prius, e quando il Titanic affonda si preferisce ballare piuttosto che preparare le scialuppe di salvataggio. E tuttavia c’è sempre qualcuno, come ora Robert Spencer, che ostinatamente si dedica all’ingrato compito di tentare di aprire gli occhi a chi di aprirli non ne vuole sapere, di tentare di arrestare la corsa verso il disastro. Ci riuscirà? Si continua a sperarlo, nonostante tutto. E nel frattempo si consiglia di leggere questo ottimo, illuminante e documentatissimo libro. (Pubblicato su LibMag)

Robert Spencer, Guida (politicamente scorretta) all’Islam e alle Crociate, Lindau



barbara


24 aprile 2008

CHE UNA POI SI DOMANDA

ma come diavolo fa una donna a lasciarsi toccare da uno con questa faccia



e con queste mani?

barbara


24 aprile 2008

BREATHLESS 2











barbara


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23 aprile 2008

ADESSO DO I NUMERI

Gli ebrei d’Europa hanno subito un genocidio, gli armeni hanno subito un genocidio, i cambogiani hanno subito un genocidio, i tutsi hanno subito un genocidio, i palestinesi stanno subendo un genocidio.
Gli ebrei d’Europa prima del genocidio erano 12 milioni, dopo il genocidio erano 6 milioni. Gli armeni prima erano tre milioni, dopo uno e mezzo. I cambogiani prima erano quattro milioni e mezzo, dopo erano tre. I tutsi prima erano un milione e mezzo, dopo mezzo milione.
I palestinesi prima del genocidio erano un milione e duecentomila; oggi, dopo sessant’anni di ininterrotto genocidio, sterminio (lo ha detto anche il papa buonanima: “… la terra del Risorto messa a ferro e fuoco … un’occupazione che si fa sterminio …”), pulizia etnica, sono, a quanto pare, un po’ più di dieci milioni: due e mezzo in Cisgiordania, uno e mezzo a Gaza, uno e tre in Israele, e circa cinque milioni di profughi. Interessante, no?

barbara


22 aprile 2008

BREATHLESS













barbara


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21 aprile 2008

E UN ALTRO DI NOI

che se ne va – e a ventotto anni la morte è davvero oscena. Qui e qui e qui e qui qualche testimonianza.



piccola aggiunta: in perfetta sintonia con l'amica muffin che ne ha postato il testo, io aggiungo la musica di una delle più belle canzoni mai scritte, dedicandola al ricordo dell'amico che ci ha lasciati per sempre.

barbara


20 aprile 2008

CHE COSA NE PENSATE?

È una domanda che rivolgo a tutti voi, a proposito di un caso avvenuto qui in regione.
Succede che una ragazza, arrivata intorno ai vent’anni, comincia a mostrare segni di disagio, di scarso equilibrio, disturbi psicologici. Dopo qualche tempo inizia una psicoterapia; un giorno, nel corso di una seduta, racconta un sogno, che la psicologa interpreta come manifestazione di una violenza sessuale subita, e a questo punto la ragazza “ricorda” che quando era bambina il parroco l’aveva violentata, e lo denuncia. Normalmente in questi casi la denuncia fa immediatamente scattare l’effetto domino: non appena il primo ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto, subito ne spuntano altri dieci a dire sì, anch’io, è successo anche a me. Questa volta no, non succede: nessuno, né ragazzo né ragazza, denuncia scorrettezze, né tanto meno molestie, da parte del parroco, anzi, in molti si fanno avanti per testimoniarne l’assoluta correttezza. Tutti quelli che avevano a che fare con la ragazza all’epoca dei presunti fatti – insegnanti, amici, vicini – la ricordano come allegra, serena, solare, entusiasta nel sostenere varie attività parrocchiali, nessuno ha mai notato segni di disagio. Si vanno a ripescare i suoi diari dell’epoca: anche lì nessuna traccia di turbamenti o disagi; quando, nel raccontare le sue attività, si trova a nominare il parroco, ne parla sempre con grande entusiasmo, lo definisce “una persona meravigliosa”. Si arriva al processo. Di prove neanche l’ombra, indizi praticamente zero, salvo il ricordo indotto della ragazza e l’interpretazione della psicologa, e il prete viene assolto. La famiglia, che si è costituita parte civile e ha chiesto un risarcimento milionario, ricorre in appello, e il processo si è finito di svolgere in questi giorni. Nessun ulteriore elemento a carico del parroco è emerso nel frattempo, mentre alcuni altri conoscenti sono venuti a portare la loro testimonianza di una adolescente assolutamente serena. Ciononostante il parroco è stato riconosciuto colpevole e condannato a sette anni e mezzo di galera e a un risarcimento di settecentomila euro. A me viene da dire solo: boh.

barbara


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19 aprile 2008

HAG PESACH SAMEACH

Nel ricordare che fummo schiavi in Egitto e ora, baruch ha-Shem, non lo siamo più; nel rinnovare una fede capace di aprire i mari e varcare i millenni; nel gioire per la patria rinata che difenderemo e che ci difenderà, un pensiero vada anche a quei nostri fratelli che, schiavi ancora nelle mani del nemico, di questa festa non potranno godere.
Hag Pesach sameach a tutti.



barbara


19 aprile 2008

HO VISTO COSE (4)

E pensare che non era neanche cominciato tanto bene, questo viaggio: si era inaugurato, infatti, con la perdita della coincidenza. Un piccolo disguido in internet mi aveva fatto credere di avere 14 minuti, e invece ne avevo esattamente cinque. Con la valigia grande da tirare giù dal treno e arrivare al sottopassaggio e trascinarmela giù per la scala e poi il sottopassaggio e poi su per la scala con lo zaino sulla schiena e la borsa della macchina fotografica sulla spalla e la mia borsona gigante e il bastone e non un cane a cui sia venuta l’idea di darmi una mano e insomma mi sono vista il treno partire sotto il naso. Poi però è andato tutto bene, niente terzo grado all’aeroporto ma solo una piacevolissima chiacchierata con un tipo tanto tanto tanto figo, volo tranquillo, arrivo gradevole, a cominciare dalla vista che ho potuto godere dalla mia finestra, in albergo.









Qualche problema l’ho avuto, la mattina dopo, a trovare il modo di stendermi sull’asciugamano in spiaggia con le mie zampe molto poco flessibili ma alla fine ci sono riuscita, anche se in maniera un tantino goffa. Molto più problematico è stato rialzarmi, impresa per la quale ho dovuto seriamente studiare ed elaborare tutta una strategia; in conclusione è venuto fuori che l’unico sistema era di mettermi inverecondamente a pecorina e compiere poi da lì tutta una serie di manovre, se possibile ancora più invereconde. Ma se quello che conta è il risultato, posso senz’altro dire che sono fiera di me e delle mie invenzioni.
E non parlerò del sale della spiaggia e del fondo del mare che mi ha martoriato le piante dei piedi; non parlerò del meraviglioso caldo che mi accompagnava mentre qui, a casa mia, nevicava e si andava sotto zero e del bel tempo costante mentre qui capitava di tutto; non parlerò delle quattro piscine e delle dozzine di dolci, uno più bello e buono dell’altro, che l’albergo offriva. Dirò solo due parole sul mio arrivo, quando sono scesa dal taxi e mi sono accinta a prendere su valigia e zaino e borsa e macchina fotografica e bastone, con un certo impaccio, mentre un tizio vicino all’entrata dell’albergo stava lì a guardarmi e alla fine ha detto: “Ma guardi che può entrare a chiedere che la aiutino” e io mi chiedevo: e perché diavolo non ci pensa lui, a darmi una mano? Poi, dopo un momento, ho capito: lui era quel tizio che di mestiere fa quello che, in caso di necessità, muore al posto mio. E non si può distrarre ad aiutare turiste handicappate a prendere su i bagagli, perché il caso di necessità può presentarsi in qualunque momento, e naturalmente non dà preavvisi. E lui deve essere lì pronto. E – naturalmente - mi sono commossa.

barbara


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18 aprile 2008

MA CHE PALLE

Possibile che ogni volta che un deficiente crepa di sballo tocchi regolarmente assistere all’interminabile starnazzamento dei “era la prima volta” e “non era un drogato” e, immancabile, “ne aveva presa solo mezza pasticca”? Già, mezza, sempre. Mai uno che ne avesse presa una, o tre quarti, o una e un quarto, no: sempre mezza, tutti. Si direbbe che sia quella la dose letale, ne prendi una e vai col liscio, ne prendi mezza e crepi. Dopodiché parte, altrettanto immancabile, la caccia al famigerato assassino che ha venduto la dose fatale. Come se fosse stato lui a rincorrere la povera vittima. Come se fosse stato lui a infilarle a forza la morte in bocca. Come se fosse stato lui a decidere della sua vita e della sua morte. Aggiungendo così un altro tassello alla disintegrazione di quella cosa che si chiama senso di responsabilità, in atto ormai da tempo immemorabile nelle famiglie, nelle scuole, nelle aule di tribunale, in ogni dove.
Poi penso che magari in quello stesso momento qualche povero innocente colpito da infarto o da ictus non ha potuto trovare posto in sala rianimazione perché il posto era occupato da un coglioncello che ha voluto provare l’ebbrezza dello sballo, e allora mi incazzo ancora di più.

barbara

AGGIORNAMENTO OT (forse): e si ricomincia con le figure di merda internazionali (avrà mai sentito il nome di Anna Politkovskaya, quello?)


17 aprile 2008

HO VISTO COSE (3)

E ho visto il terribile vento del deserto, quello che sposta le dune e cancella le piste e confonde le rotte e condanna inesorabilmente gli incauti che lo sfidano senza rispetto; quello che piega le palme e ti stordisce e ti acceca e non ti lascia avanzare; quello che solleva nuvole di sabbia sufficienti a coprire il mare e spegnere le rassicuranti e ammiccanti luci di Giordania.



E ho visto un mucchietto di passeri – i passeri più piccoli mai visti in vita mia – contendere un pezzo di pitta a una banda di arroganti colombi e venirne respinti a spintonate e tornare all’attacco, infilarsi nei pertugi tra un colombo e l’altro, saltare sulla pitta, riuscire a strapparne un bel pezzetto prima di venire nuovamente buttati fuori e ancora una volta ripartire all’attacco, instancabilmente, senza mai lasciarsi scoraggiare dal fatto di dover fronteggiare un avversario tanto più grande di loro.
E ho camminato in un viale di palme di notte, accompagnata dal frinire delle cicale – quanto era che non le sentivo, in queste nostre lande inquinate e inospitali! – e le narici sfiorate dal sentore aromatico e lieve del fango del mar Morto e la pelle sfiorata dall’aria calda e leggera, qualche auto, qualche passante, silenzio e pace.
E ho fatto l’esperienza – ne avevo letto, ma quale differenza tra il leggere e il vivere! – di montagne e valli senza eco: luogo unico al mondo, la depressione del mar Morto, si grida, e risponde solo il silenzio più assoluto. Nessuna eco, nessun ritorno, solo la pace assoluta.
E mi sono dondolata nell’acqua, senza peso, con la pelle resa seta da quell’acqua magica, me ne sono fatta accarezzare e coccolare e baciare e viziare, in una bolla senza spazio e senza tempo. Senza, per un momento, umane miserie.
E ho visto l’accoglienza riservatami dal mar Morto, la notte del mio arrivo: sì, questo hanno fatto, pensate un po’; e non venitemi a dire che è stata una pura e semplice coincidenza: non ci credo neanche morta (e abbiate pazienza per la qualità: sono cinque secondi di esposizione a mano libera, e anche i cinque secondi li ho decisi a naso, ché fare foto non è il mio mestiere, e meno che mai in notturna):







Devo dirlo? Sì, mi sono (quasi quasi) commossa.

barbara


16 aprile 2008

NUNTIO VOBIS GAUDIUM MAGNUM

Oggi per la prima volta sono uscita senza bastone. Mi sentivo abbastanza insicura e un paio di volte per un momento mi sono anche quasi pentita di averlo fatto, ma alla fine è andata. Per l’occasione ho anche inaugurato un rossetto nuovo. E adesso fatemi andare a fare un po’ di stretching, va’.

barbara


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16 aprile 2008

HO VISTO COSE (2)

E ho sentito una babele di lingue, ma su tutte dominava il russo, anche più dell’ebraico. Molti fortunatamente parlavano anche l’inglese, ma non tutti. Non per esempio Tania, la massaggiatrice terapeutica che mi lavorava i fasci muscolari e le articolazioni – ma con una specialissima predilezione per il culo, che mi massaggiava con l’olio caldo con particolare intensità ed energia, salendo ogni tanto con le ginocchia sul lettino, a volte dalla parte della testa, a volte dalla parte dei piedi, creando aggrovigliamenti sulla cui innocenza un eventuale ignaro spettatore che fosse entrato all’improvviso difficilmente avrebbe scommesso cinque lire. E non lo parlava la bellissima etiope che mi rifaceva la camera: parlava solo ebraico, e di conseguenza non sono mai riuscita a trovare il modo di farle capire che nel letto, per coprirmi, volevo un lenzuolo.
E poi ho visto arabi: centinaia di migliaia di milioni di miliardi di arabi, sciami di arabi, maree di arabi, nel mio albergo e in tutti gli altri, pieno di arabi dappertutto. Le donne alcune con preziosi broccati di seta, altre con palandrane lerce luride bisunte, ma tutte, tranne una, rigorosamente velate. Gli uomini alcuni con la tunica candida e quella particolare specie di keffiya bianca fissata con due anelli neri intorno alla testa che portano normalmente nella penisola araba, altri con il camicione grigio, un paio in maniche di camicia; la maggior parte con una moglie ma qualcuno con due. Una volta ne ho addirittura visto uno che si portava da solo il piatto con il cibo al tavolo, mentre la moglie portava solo il proprio. Arrivati loro, si è finito di dormire perché per tutta la notte dalle loro camere arrivavano strepitamenti e televisioni a tutto volume. Non sto dicendo che tutti gli arabi siano incivili o che solo loro siano incivili, per carità, però è un fatto che a sbraitare e a tenere la televisione a tutto volume per tutta la notte erano solo loro. Così come con nessun altro mi era mai capitato, in tutta la mia vita, di vedere qualcuno pretendere di entrare nell’ascensore senza lasciar prima uscire chi ci sta dentro – se non per educazione, almeno per praticità. E dato che io ero davanti alla porta perché dovevo, appunto, uscire, e in due nell’apertura di un ascensore non ci si sta, sono stata scaraventata in un angolo con una violenta spintonata. Comunque ho finalmente capito perché fra gli arabi l’aspettativa di vita è inferiore a quella degli europei e di altri popoli: schiattano a forza di ingozzarsi nella maniera più inverosimile che abbia mai visto. Magari con un uso, non di rado, alquanto approssimativo delle posate. In spiaggia ci andavano poco o niente, più che altro stazionavano nel salone dell’albergo – uomini e donne rigorosamente separati – dalla mattina alla sera, salvo brevi uscite delle donne, che tornavano poi cariche di gigantesche borse piene di creme oli sali fanghi unguenti maschere …
E ho visto mutilati, tanti tanti mutilati, orrendi moncherini maciullati portati con immensa dignità, non esibiti e tuttavia non nascosti, semplicemente tenuti con la naturalezza con cui si tiene ciò che fa parte della normale quotidianità. Con visi sorridenti. Sereni. Solari. E mi sono commossa.


aspettando l'alba 1


aspettando l'alba 2


aspettando l'alba 3 (tanto con gli arabi in circolazione non è che ci fosse molto altro da fare ...)

barbara


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15 aprile 2008

L’AMAVO MOLTO



Addio.

barbara


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13 aprile 2008

HO VISTO COSE CHE VOI UMANI

avete già visto prima di me almeno un miliardo di volte, lo so, ma non me ne frega niente e ve le racconto lo stesso. E se non vi interessano tanto peggio per voi: dovevate pensarci prima; adesso siete qui e ve le beccate.
Ho visto gente, tanto per cominciare (no, non “visto gente fatto cose”: il viaggio me lo sono pagato col mio stipendio). L’ebreo ortodosso tutto impalandranato, per esempio, adescato alla fermata dell’autobus perché mi risolvesse un problema del quale da sola non riuscivo a venire a capo. E me lo ha risolto, naturalmente.
E la tipa arrivata sulla spiaggia con addosso una camicia da notte bianca lunga fino al polpaccio a fiorellini azzurri e una giacca nera senza maniche. Si è tolta la giacca ed è entrata in acqua in camicia da notte facendosi il segno della croce (avrà mica confuso il mar Morto col Giordano?).
E la musulmana spudorata che giunta sulla riva si è inverecondamente liberata del chador ed è andata a fare il bagno coperta da nient’altro che da un paio di pantaloni verdi che le lasciavano scoperte quasi tutte le caviglie e una maglia nera che lasciava vedere almeno mezzo collo.
E quella che è entrata in acqua con addosso una sottoveste nera a mezza coscia e in mano un ombrello nero aperto.
E il tipo che mi ha invitata ad andare alla sua tenda per parlare insieme, bere qualcosa insieme, mangiare insieme … Per essere più convincente mi ha anche offerto un olio speciale col quale prendere il sole senza scottarsi (io non mi scotto mai, neanche all’equatore, ma non gliel’ho detto per non fare troppo pesare la mia superiorità sui comuni mortali).
E ho visto gente comprare nei negozi del mar Morto buste di fanghi del mar Morto e spalmarsene tutto il corpo e a volte anche la faccia (un po’ come andare a far vacanze in un agriturismo e per la colazione andarsi a comprare al vicino supermercato del latte liofilizzato – ricavato beninteso dal latte delle vacche dell’agriturismo). E poi, spesso, farsi fotografare in posa col fango addosso.
E la coppia islamicamente corretta: lei con gonna lunga fino ai piedi, blusa, giacca chiusa fino al collo, hijab, lui in mutande da bagno. Però poi, mentre lui sguazzava allegramente in acqua, si è concessa di portare una sedia sulla riva e scoprire interamente i piedi per metterli a bagno.
E lo strano gruppo che un giorno si è accampato a un metro dal mio asciugamano: due donne giovani, una di mezza età, due uomini giovani e un bambino. Aspetto indiano-zingaresco le donne, indiano e basta gli uomini. Lingua inglese, anche parlando tra di loro, molto disinvolto i più giovani, fluido ma con accento la donna più anziana. Le donne gonne zingaresche lunghe a molti strati; le due più giovani con uno strano hijab che scendeva come una mantella fino ai gomiti, la più anziana coi capelli liberi, neri, folti, bellissimi. Uno degli uomini invece se ne stava lì con l’uccellone in vetrina nella braga bianca, sottile, bagnata (e diciamolo una buona volta: ma saranno poco brutti i cazzi in vetrina, e tanto più inestetici quanto più cospicui?) La scena più esilarante si è vista quando le donne sono andate coi piedi in acqua e poi, per lavarli dal sale, sono andate sotto la doccia, dovendo conciliare l’esigenza di non mostrare le gambe con quella di non bagnare troppo le gonne. La conclusione, ovviamente, è stata che sono state costrette a scoprirsi fin sopra il ginocchio e si sono infradiciate le gonne fino a mezza coscia.
E due ragazzini che arrivano alla mia fetta di spiaggia. Sono stanchi e accaldati; prendono due sedie, le mettono all’ombra di un gazebo e si siedono a riposare un momento. Se ne stanno lì seduti per un po’, appoggiati allo schienale, le gambe divaricate, rilassati. Parlano, sorridono. Sono giovani. Sono belli. Sono dolcissimi. Uguali a tanti altri ragazzini, a parte il mitra delicatamente posato sulle ginocchia: loro sono quelli che pattugliano la spiaggia e la percorrono avanti e indietro, indietro e avanti e ancora avanti e indietro. Per proteggerci. Per proteggermi. E mi sono commossa.

barbara


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12 aprile 2008

ECCOMI


barbara




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1 aprile 2008

A PRESTO

Me ne vado per un po’ a offrire alle mie povere zampe martoriate un po’ di sole e di caldo. All’ultimo controllo, quattro giorni fa, è risultato che a destra ho ancora l’osso rotto e l’articolazione parzialmente scardinata, mentre a sinistra i legamenti si sono aggiustati ma sono rimasti rattrappiti, e da entrambe le parti ho diversi altri problemi. Vabbè, io vado, dunque. Voi statemi bene, e ci si rivede un po’ più in là.

barbara




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1 aprile 2008

OSSA NEL DESERTO

Il deserto è quello che circonda Ciudád Juarez,



cittadina al confine tra il Messico e gli Stati Uniti.



E le ossa sono quelle delle centinaia di donne rapite, violentate, assassinate, mutilate (ma forse, a volte, prima mutilate e poi assassinate). Ogni tanto questa drammatica vicenda che si trascina ormai da una buona quindicina d’anni fa capolino nei nostri mass media, ogni tanto qualcuno tenta di denunciare questo incredibile dramma, ma l’attenzione dura poco, e si rivolge presto altrove. Si sa poco di questa storia, ci viene raccontato. È tutto avvolto nel mistero, ci viene detto. È una vicenda dai contorni sfumati, ci viene dato a bere. Non è vero: di questa storia si sa tutto. Si sa chi, si sa quando, si sa come, si sa dove, si sa perché. Il problema non è la mancanza di notizie, il problema è un altro: il problema è che i nomi coinvolti sono troppo grossi, e troppo vasti gli interessi collegati, e troppo stretti i legami con i vertici delle istituzioni. Ed ecco allora spuntare dal nulla il colpevole perfetto: arabo, alcolizzato, pregiudicato per tutta una serie di violenze sessuali. E se poi, quando lui è in galera, sparizioni e uccisioni continuano? Niente paura, abbiamo la spiegazione: è lui che paga dei sicari per far credere che non era stato lui neanche prima - ma noi che siamo furbi non ci lasciamo mica abbindolare. Ecco, non appena qualcuno denuncia la scomparsa della figlia, o non appena viene ritrovato un cadavere, prima ancora che si sia cominciato a indagare, o prima ancora che sia stato identificato il corpo, provvedere immediatamente a informare l’opinione pubblica che lei comunque era una poco di buono, aveva una doppia vita, e insomma se l’è proprio andata a cercare. Ecco conferenze stampa in cui si annuncia che i casi sono praticamente tutti risolti. Ecco sparire, oltre alle donne, anche giornalisti e investigatori. Ecco che, quando un’avvocatessa coraggiosa si rifiuta di lasciarsi intimidire, si spara a suo figlio. Ecco, quando uno scrittore con molto pelo sullo stomaco scrive un libro – questo – con nomi e cognomi e indirizzi e fatti e circostanze e documenti, e le minacce di morte non bastano a fermarlo, passare agli agguati. C’è tutto, in questo libro – ci sono anche quelle terrificanti venti pagine del capitolo 18, “Vite spezzate”, riempite unicamente di nomi, età e condizioni del cadavere – o di ciò che ne è rimasto – al momento del ritrovamento. Serve uno stomaco piuttosto robusto, per affrontare questo libro, però bisogna leggerlo: almeno come omaggio postumo alle centinaia di vittime innocenti di persone senza cuore e senza scrupoli, e di una cultura in cui basta nascere donne per perdere ogni diritto al rispetto, ogni diritto alla dignità, ogni diritto alla vita. (Pubblicato – pubblicando? Pubblicaturo? – su LibMagazine)

Sergio González Rodríguez, Ossa nel deserto, Adelphi



barbara

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Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


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