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fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza


Diario


30 marzo 2008

ARTICOLO 11: L’ITALIA RIPUDIA LA GUERRA

COSTITUZIONE ITALIANA

Articolo 11
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.


Art. 60
La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni.
La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra.

Art. 78
Le Camere deliberano lo stato di guerra e conferiscono al Governo i poteri necessari.

Art. 87
Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale.
[…]
Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere.
[…]

Art. 103
[...] I tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdizione stabilita dalla legge. [...]

Art. 111
[...] Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra. [...]

E adesso per favore non venitemi a raccontare che la guerra è brutta sporca e cattiva e muoiono gli innocenti: lo so. E non è questo il tema del post. E non venitemi a raccontare che la guerra non si dovrebbe mai fare: sono perfettamente d’accordo che sarebbe bello se la guerra non si facesse mai; non sono invece d’accordo sul fatto che si possa sempre evitare. Ma non è questo il tema del post. Il tema del post è che chi ci viene a raccontare la storiella che la Costituzione italiana escluderebbe dal proprio ordinamento la possibilità della guerra, che non la contempla, che non la prevede, che non la ammette, sta dicendo una puttanata grande come una casa. Costituzione alla mano.

barbara


27 marzo 2008

FINO A QUANDO?

Due anni fa aveva violentato due sorelline, ma era stato scarcerato per decorrenza dei termini. Adesso ha violentato una bambina di quattro anni; l’identificazione è stata fatta per mezzo del liquido seminale trovato addosso alla bambina.
E che non mi si venga a dire che farsi giustizia da soli è una cosa che non si fa.

barbara


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26 marzo 2008

GRANDE DONNA

Grande voce. Grande musica. Grande emozione (no, nessuna ricorrenza, solo la voglia di passare un bel momento insieme).



barbara


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26 marzo 2008

SETTE UOMINI

Se per caso qualcuno si chiedesse se ci sia un nesso tra il fatto che stavo mangiando una crema di funghi in busta – non nel senso che la stavo mangiando nella busta ma nel senso che l’ho comprata nella busta e non fatta io, per mangiarla invece l’ho messa nel piatto – e il ricordo che mi è venuto in quel momento, la risposta è che non lo so. Fatto sta che mi è venuto in quel momento. E il ricordo è di quella domenica pomeriggio a casa di mia nonna, che ad un certo momento si sono messi a parlare di Barbara Hutton – alla quale, per inciso, devo la scelta del mio nome - e del fatto che aveva avuto sette mariti. E M. sembrava davvero sconvolta da questa circostanza, e tra l’incredulo e l’inorridito continuava a ripetere: “SETTE mariti! No, dico, vi rendete conto che quella donna è andata a letto con SETTE uomini?! Quella non è una donna, quella è un mostro!” Io, all’epoca, avevo quindici anni, ed ero profondamente convinta che andare a letto con più di un uomo nel corso della propria vita fosse una cosa molto brutta – solo nel caso che una fosse rimasta vedova il numero totale sarebbe potuto salire fino a due, ma naturalmente se una non si fosse sposata anche uno solo sarebbe stato decisamente troppo. Ero, dicevo, profondamente convinta di questo, e del fatto che Barbara Hutton sarebbe sicuramente andata all’inferno, però chiamarla mostro, sinceramente, mi pareva un tantino esagerato. Poi, qualche anno dopo, sono venuta a sapere che M. di mestiere faceva la squillo, e con sette uomini non arrivava neanche da pranzo a cena. (Volete sapere anche se c’è un motivo per cui ho fatto questo post adesso? Beh, mi dispiace, ma non so neanche questo. Certo che siete ben curiosi voi, eh!)



barbara


25 marzo 2008

MEMENTO

33:26 Ha fatto uscire dalle loro fortezze quelli, fra la gente del Libro [Ebrei e Cristiani, n.d.a.], che combattevano con i coalizzati e ha messo il panico nei loro cuori. Per cui ne uccideste una parte e un’altra la faceste prigioniera.
33:27 Allah vi ha dato in eredità la loro terra, le loro case e i loro beni e anche una terra che mai avevate calpestato.

Poi raccontate al mondo che quella terra è sempre stata vostra e il mondo vi crederà, perché quando ci sono di mezzo gli ebrei il mondo è pronto a credere a Babbo Natale, ad elfi e coboldi, olandesi volanti, sirene, asini che volano, porci con le ali, pietre filosofali, complotti, lobby, mucche caroline che leggono passato e futuro nei fondi di caffè … Basta che serva a far fuori gli ebrei, va bene tutto (e grazie all’amico che mi ha fornito questo e altro materiale).

barbara


25 marzo 2008

CAMICIA DI FORZA

Quella che sembra imprigionare muscoli e legamenti delle mie gambe, delle mie caviglie, dei miei piedi. Tiro fino allo spasimo, tiro fino a piangere dal dolore, e niente si muove. Non mi posso inginocchiare. Non mi posso sedere su appoggi troppo bassi. Non posso scendere gradini alti. Dopo un mese e mezzo di fisioterapia e di esercizi quotidiani. L’altro ieri, dovendo spostare la macchina per dei lavori che devono fare nel garage, ho scoperto che non posso guidare: non riesco a schiacciare la frizione. E lo so che al mondo c’è ben di peggio, però non è che questo sia un gran conforto …

barbara


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24 marzo 2008

BEH INSOMMA, IO BISOGNA CHE LO DICA

Anche se siamo amici, e parlare male degli amici non è bello, ma quando è troppo è troppo, eccheccazzo. Perché se uno decide di convertirsi sono affari suoi, e non c’è niente da dire, ci mancherebbe. Ma se uno invece di farsi battezzare dal parroco del quartiere si fa battezzare dal papa nel bel mezzo delle celebrazioni pasquali e fa in modo che i mass media dell’intero pianeta siano inondati dell’evento con articoli e foto e chi più ne ha più ne metta, beh, allora trovo la faccenda un tantino ripugnante. E non sembra fuori luogo il sospetto che tutto questo abbia uno scopo ben preciso.

barbara


24 marzo 2008

PER UNA VOLTA

rubo il mestiere all'amico Erasmo e vi offro questo. Da ascoltare in religioso silenzio.



barbara


24 marzo 2008

COSÌ, PERCHÉ MI VA



barbara


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23 marzo 2008

SENZA PIETÀ

Non hanno avuto pietà di Chantal viva. Non hanno avuto pietà del suo viso ridotto a una mostruosa massa informe. Non hanno avuto pietà delle sue disumane sofferenze, non attenuabili perché allergica alla morfina. Non hanno avuto pietà del suo disperato desiderio di anticipare una fine comunque inevitabile per risparmiarsi sofferenze ancora peggiori e chiudere con un minimo di dignità.
E non hanno avuto pietà di Chantal morta, imponendo al suo corpo devastato anche l’onta dell’autopsia (che ha rivelato - sorpresa sorpresa! – che non è morta per cause naturali).
E uno si chiede: ma è più infame e crudele uno stato che condanna a morte, o uno stato che condanna a vivere?

barbara


22 marzo 2008

DEDICATO

a milioni di persone meravigliose che qualcuno rivendica il diritto di buttare nel bidone della spazzatura (e la chiamano civiltà).



                                                      



                                                      



                                                      

barbara


21 marzo 2008

SETTANT’ANNI

Li avrebbe compiuti oggi – e invece non è arrivato neanche a trenta. Lo voglio ricordare con una delle più belle canzoni d’amore mai scritte, e poi questa, e questa, e naturalmente questa.



barbara


21 marzo 2008

E BUONA PRIMAVERA A TUTTI

 

 

 

Anche se siamo sottozero e sta minacciando neve ...

barbara


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21 marzo 2008

PURIM



Buona festa di Purim a tutti, con questa bellissima illustrazione del grande Lele Luzzati.

barbara


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20 marzo 2008

SCHIFO

Leggo sul Corriere di oggi la cronaca della manifestazione organizzata ieri sera a Roma per il Tibet. Dice che c’erano due-trecento persone. E il mio sentimento è quello del titolo: SCHIFO. (Meno male, in parallelo, una notizia confortante: pare che Chantal sia riuscita a trovare un’anima pietosa che ha accettato di porre fine alle sue disumane sofferenze)

barbara


20 marzo 2008

SCHIUMA DELLA TERRA

Di nuovo una metà circa dell’assemblea fu caricata sui cellulari e portata via; soltanto una trentina di noi erano rimasti a passare la seconda notte nella cantina del carbone, per ritornare la mattina dopo, come una processione di spettri, neri di polvere di carbone e di sudiciume, col prurito addosso, gli occhi infiammati, istupiditi dalla mancanza di sonno e dalla nausea, alle vuote file di sedili di quel cinema spettrale. I flics, lavati di fresco, nelle loro linde uniformi ci guardavano con sprezzante disgusto. Leggevano i giornali del mattino, e proprio quella mattina tutti i giornali pubblicavano un comunicato ufficiale che spiegava come la folla di stranieri di cui era stata fatta una retata negli ultimi due giorni dalla «nostra vigile polizia» comprendeva gli elementi più pericolosi dei bassifondi parigini – la vera schiuma della terra.

Parigi, 1940. Seconda guerra mondiale, invasione e occupazione della Francia da parte dell’esercito tedesco. Ad essere ebrei, non c’è da dormire sonni tranquilli. Meno che mai c’è da dormire sonni tranquilli in una Francia dall’inquietante passato, per quanto riguarda l’antisemitismo, che tanto passato non sembra affatto; una Francia che sembra mostrare molta più simpatia per il nemico invasore che per l’alleato; una Francia che, come primo atto all’inizio della guerra, non trova di meglio che arrestare tutti coloro che per motivi politici o per motivi “razziali” da quel nemico era fuggito, cercando lì riparo. Trattandoli da canagliume – la schiuma della terra, appunto. Meno noto del bellissimo “Buio a mezzogiorno” ma non meno valido, “Schiuma della terra” ci racconta molte storie che nella Storia raramente trovano posto e tuttavia autentiche, importanti e meritevoli di essere conosciute.

Arthur Koestler, Schiuma della terra, il Mulino (pubblicato su LibMagazine)



barbara


20 marzo 2008

E INTANTO FANNO IL BAGNO A CESENATICO

Addormentata dopo le cinque, come sempre. Svegliata verso le otto da un infernale martello pneumatico sotto la mia finestra – ho scoperto dopo che stanno rifacendo la pavimentazione dal cancello al portone. Martello pneumatico e martello normale alternati. Per un’ora, per due ore, per tre ore, per quattro ore, per … E sonno e stanchezza da averne la nausea, da sentirmi svenire. E in mezzo a tutto questo delle note in testa, una musichina riemersa da un tempo antico che va e viene e chissà cosa mai sarà, e non riesco a ricordarmelo, e … E poi finalmente di colpo si fa luce, e alle note si accompagnano delle parole e di colpo ricordo: E intanto fanno il bagno a Cesenatico! Quella è! E me la porto dietro tutto il giorno, e penso ma tu guarda che razza di stronzatina mi doveva venire in mente! E poi ci ripenso e mi rendo conto che invece no, in realtà non è proprio per niente una cazzata, non è, anzi, è impregnata di una filosofia profonda. E peccato che in giro non sono riuscita a trovarla da nessuna parte, e se magari qualcuno la pesca fuori mi fa davvero un piacere. Nel frattempo, per quelli nati troppo tardi per poter godere in diretta di certe chicche, eccovi qua il testo: accontentatevi. (E domani, mi sa, si replica)

barbara


19 marzo 2008

QUALCUNO PERÒ DOVREBBE DIRLO A RUTELLI

che per fare finta di pedalare bisognerebbe almeno ricordarsi di tirare su il cavalletto …


(foto rubata a lui – e già che ci siete andate a dare un’occhiata, che c’è un bel po’ di roba interessante da leggere e da vedere)

barbara


18 marzo 2008

VAURO CONTRO NIRENSTEIN: LA DISUMANIZZAZIONE DELL’AVVERSARIO

Comunicato Honest Reporting Italia 17 marzo 2008

Honest Reporting Italia non fa campagna elettorale. Honest Reporting Italia non sostiene candidati, né parti politiche. Honest Reporting Italia non si permette di criticare la satira, chiunque ne sia il bersaglio. Ma quando la satira diventa demonizzazione, quando la satira disumanizza, quando la satira usa i più beceri stereotipi in circolazione, allora, riteniamo, non ha più il diritto di chiamarsi satira. È quanto è accaduto su "il manifesto" di giovedì 13 marzo con questa vignetta di Vauro, intitolata "Mostri elettorali" e con la didascalia "Fiamma Frankenstein", rappresentante Fiamma Nirenstein in versione, appunto, Frankenstein, con sul corpo una stella di David e un fascio littorio: ciò che fa Vauro, dunque, non è una critica - sempre legittima - alle scelte politiche di una persona, bensì la trasformazione di questa persona in una entità non-umana. A questa si aggiunge l'accostamento di un simbolo ebraico e israeliano a un simbolo fascista, che ricalca l'accostamento svastica/stella di David, tanto caro ai demonizzatori di Israele. Honest Reporting Italia ritiene che questo non sia un modo legittimo di attaccare un avversario politico. Honest Reporting Italia ritiene che la disumanizzazione dell'avversario non sia un modo legittimo di fare satira politica. Honest Reporting Italia ritiene che Vauro, e il manifesto, siano andati al di là di ciò che è consentito fare in campagna elettorale: se si ritengono inaccettabili le scelte politiche di un candidato, si provveda a criticare le sue scelte politiche, e non a fabbricare mostri. Invitiamo i nostri lettori a leggere questa presa di posizione di Fiamma Nirenstein e quindi a scrivere non solo al manifesto (redazione@ilmanifesto.it) ma anche a tutti i propri giornali di riferimento per segnalare questo ignobile attacco nei confronti di una giornalista che, non dimentichiamolo, deve già fare i conti con le minacce del terrorismo islamico.

Invitiamo i nostri lettori a scrivere ai mass media per protestare contro servizi scorretti e faziosi, e a inviarci copia dei loro messaggi e delle eventuali risposte ricevute, presso HR-Italia@honestreporting.com

HonestReportingItalia
vi invita inoltre a proporci eventuali critiche ai media per una possibile inclusione nei futuri comunicati. Assicuratevi di includere l'URL dell'articolo in questione o l'articolo stesso e invialo a: HR-Italia@honestreporting.com

Il nostro sito/libreria Israele - Dossier è dedicato alle informazioni dettagliate, dati storici e geografici sul conflitto medio orientale.

* Vi consigliamo di scrivere sempre con le proprie parole; inoltre potete finire la vostra lettera con: "Gradirei una risposta che mi aiuti a capire come un giornale notoriamente equilibrato e pertinente come il Vostro possa cadere in questi grossolani errori".

HonestReporting ha oltre 155.000 membri nel mondo, ed è in continua crescita.
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Per iscriversi a HonestReportingItalia inviare una e- mail vuota a:
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barbara


17 marzo 2008

E LO SO CHE NON LO DOVREI DIRE,

però, abbiate pazienza, io veramente non riesco più a trattenermi. E la cosa che devo dire è questa: in giro per i blog e in ogni dove, oltre che nelle competenti sedi istituzionali, vedo tutto un fiorire di commemorazioni del Grande Statista, del Grande Uomo Politico eccetera eccetera assassinato trent’anni fa. E io mi chiedo – e forse anche qualcun altro che all’epoca aveva superato l’età del biberon si chiede: come è possibile che l’uomo più sporco, più corrotto, più intrallazzatore dell’intera storia politica italiana venga spacciato, oltre che per un grande statista, addirittura per un uomo retto?

barbara

AGGIORNAMENTO E PROSECUZIONE:

LUI, SE FOSSE DIO

[…]
Ma io se fossi Dio,
non mi farei fregare da questo sgomento
e nei confronti dei politicanti
sarei severo come all'inizio,
perché a Dio i martiri
non gli hanno fatto mai cambiar giudizio.

E se al mio Dio che ancora si accalora,
gli fa rabbia chi spara,
gli fa anche rabbia il fatto
che un politico qualunque
se gli ha sparato un brigatista,
diventa l'unico statista.

Io se fossi Dio,
quel Dio di cui ho bisogno come di un miraggio,
c'avrei ancora il coraggio di continuare a dire
che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia Cristiana
è il responsabile maggiore di vent'anni di cancrena italiana.

Io se fossi Dio,
un Dio incosciente enormemente saggio,
avrei anche il coraggio di andare dritto in galera,
ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora
quella faccia che era!
[…]

Giorgio Gaber, 1980

Grazie all’amico M.M.

barbara


17 marzo 2008

MA PORCA ZOZZA!

Perché lui può farlo e io no?



barbara


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16 marzo 2008

MA QUALCUNO MI SA SPIEGARE

che cos’hanno in comune la palma e l’ulivo?

    

 

barbara


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15 marzo 2008

IL MIO VIAGGIO COL MACELLAIO DELLA JIHAD

di Fiamma Nirenstein

Ucciso dagli israeliani Mohammed Shahade, 43 anni: era la mente dell'attacco alla scuola rabbinica di Gerusalemme costato la vita a otto giovani studenti israeliani. Era uno dei capi della Jihad islamica, ricercato da otto anni per numerosi attentati

Da Mohammed Shahade mi portarono su una macchina scassata facendomi fare mille giri dentro e fuori Betlemme. Mi aspettava, un tipo atletico di 42 anni, un gigante con la barba nera seduto su un divanetto in una casa a due piani, con le galline nel cortile e voci di ragazzini al piano superiore. Aveva l'aria sbattuta, le occhiaie nere, l'M16 a fianco; mi parlò con tono gentile, si scusò nel dirmi: «Ci dovremo spostare fra quaranta minuti, sono quindici anni che mi cercano, ormai mi sanno individuare alla svelta, qualcuno che mi ha visto qui potrebbe telefonare agli israeliani». I suoi uomini sogghignano, si agitano un po', mi controllano i documenti, cominciano ad abbozzare qualche domanda su quel cognome così strano per essere italiano. Shahade era uno dei grandi capi della Jihad islamica: lo cercai fino a trovarlo il 25 gennaio del 2006 perché, da latitante super ricercato, aveva fatto una strana scelta: candidarsi alle elezioni dell'Autonomia palestinese. Aveva fatto attaccare i manifesti nelle vie di Betlemme in cui il suo faccione feroce prometteva unità: già, lui non era né di Fatah né di Hamas, ed era un buon voto in favore del terrorismo religioso comunque. Sapevo che era stato implicato in due attentati grossi nel dicembre 2001 e nel marzo del 2002, più in molti altri attacchi, era un maestro in bombe, brandelli di corpi che volano, cinture. Un perfetto mandante, e anche uno che non faceva lo schizzinoso nell'agire personalmente. Sapevo anche che si era fatto sciita, una cosa straordinaria, quasi un tradimento per un sunnita: le due parti infatti si odiano. Lui lo ammise malvolentieri. Conosceva bene l'importanza politica della cosa: era il primo di quei palestinesi «iraniani» che hanno segnato il nuovo corso del terrorismo. La notizia di questa conversione, dopo la mia intervista, finì sul tavolo di Cheney per mano di un suo consigliere, l'orientalista David Wurmser. E fu studiata a fondo, secondo Wurmser.
Shahade mi spiegò con voce bassa, esausta, mentre io sedevo rigida su una poltrona alla sua destra e il mio stringer Nadem sudava, ambedue nel mirino di tre uomini che non si misero mai a sedere durante la nostra conversazione, che aveva 7 figli ed era stufo di scappare sempre; quindi, se Abu Mazen fosse riuscito a trattare con Israele la riabilitazione dei ricercati, lui era pronto a cedere le armi. Armi affilate, che nell'80 gli erano costate 25 anni di prigione, interrotta da uno scambio di prigionieri nell'85. Non mangiò nulla mentre i suoi uomini addentavano un panino con la shawarma; assaggiò alla fine un po' di yogurt, svogliatamente, mi disse che anche se ricercato aveva sempre comunicato con mezzi elettronici e così avrebbe seguitato a fare in Parlamento. Parlava molto rapidamente. Si agitò molto quando gli chiesi se era vero che si era convertito alla Shia. Era vero, disse, ma che c'entra?
Passarono quaranta minuti. Grande e grosso, imbacuccato in una giacca di pelle nera, sollevò appena le palpebre quando i suoi gli mostrarono l'orologio: «Via, fuori di qui». Andiamo, mi caricano su un vecchio pulmino scassato, tutti tengono il mitra puntato fuori, comincia un interrogatorio serrato sul mio cognome, dico che ci sono tanti immigrati con cognomi stranieri in Italia. Uno di loro insiste: chiede se ci sono ebrei in Italia. Fu per fortuna che mentre mugugnavo «Pochi», una macchina rossa ci venne incontro troppo velocemente. L'attenzione cambio focus. Bloccarono di schianto, spalancarono le porte, saltarono giù pronti a sparare temendo che si trattasse di una pattuglia israeliana: penso sia stata la stessa scena esatta di ieri. Ma quella volta, la macchina rossa era, o finse di essere perché vide me e il mio stringer sull'ultimo sedile, una macchina normale. Ieri, è andata diversamente. Il terrorista della Jihad Islamica Mohammed Shahade, che aveva coltivato per qualche giorno nel 2006 l'idea di smettere di spostarsi ogni 40 minuti, è stato eliminato. (Il Giornale, 13 marzo 2008)

Si noti che non cercano di capire se per caso possa essere israeliana: vogliono sapere se è EBREA – ma tanto lo sappiamo che chi non ha voglia di capire continuerà a non lasciarsi distrarre dai fatti.


barbara


14 marzo 2008

LE NONNE DI PLAZA DE MAYO

                        

Le Abuelas - le nonne di bambini dati alla luce da donne se­
questrate e assassinate dopo il parto, adottati da militari o da persone della loro cerchia - hanno dato vita a molti procedi­menti legali, individuando più di trecento casi di ragazzi e ra­gazze che oggi hanno tra i venticinque e i trent'anni. Con l'a­dozione dei bambini, il progetto di sopprimere definitiva­mente l'opposizione si estendeva al neutralizzarne la proge­nie, assimilandola al regime. I figli diventarono dunque un bottino di guerra di cui - con la stessa volontà di occulta­mento usata con le prove dei sequestri - la burocrazia milita­re cancellò nomi, date di nascita e origini. Quei neonati era­no destinati a diventare uomini e donne del tutto ignari del­la propria identità e della propria storia e ad essere cresciuti secondo i sani principi dell'autorità costituita ai quali si rifa­ceva il 'Processo di riorganizzazione nazionale'.
Un ex prigioniero della Scuola di meccanica della Mari­na testimoniò che questa "si trasformò in una sorta di luogo di concentramento di donne incinte. Quando prendevano una donna sul punto di partorire, la portavano nel sotterra­neo dell'Esma, in un luogo accanto alla sala di tortura che fungeva da infermeria. Se aveva bisogno di un taglio cesa­reo, la portavano invece all'ospedale della Marina, dove ve­niva operata e poi subito riportata all'Esma. In quel caso intervenivano i ginecologi e i medici tanto dell'Esma che del­l'ospedale della Marina. [...] In quell'ospedale, avevano un elenco di familiari di gente della Marina che, non potendo avere figli, si metteva in lista di attesa per prendere i figli delle prigioniere incinte."
Il 5 agosto 1978, el dia del nino, il giorno dedicato all'infan­
zia, due quotidiani pubblicarono a pagamento l'appello in cui le Abuelas rivolgevano una supplica "alle coscienze e ai cuori delle persone che detengono i nostri nipotini scomparsi, o li hanno adottati, o sanno dove si trovano. [...] Restituiteli alle fa­miglie. Che il Signore illumini coloro ai quali le creature ruba­te sorridono ignare". I militari risposero minacciando chiun­que si intromettesse in quella faccenda, e i tribunali per i mino­ri dissero che i genitori di quei bambini erano terroristi, assas­sini, e che, avendo cresciuto simili figli le nonne non sarebbero state in grado di allevare neanche i nipoti, che invece sarebbe­ro cresciuti sani in famiglie capaci di educarli correttamente.
Una nonna di La Plata in cerca della nipotina di tre mesi - rapita dai militari dopo che ne avevano ucciso la madre nel corso dell'assalto a una tipografia clandestina - venne rice­vuta da monsignor Montes, l'ausiliario del cappellano della polizia monsignor Plaza. "Signora, lasci le cose come stanno" la ammonì il prelato. "Eviti di irritare le brave persone che allevano sua nipote, e preghi, preghi molto."
Nel 1982, due nonne, Estela Carlotto e Chicha Mariani, conobbero a Berkeley una genetista che intuì che una ricer­ca sul Dna, la molecola ereditaria trasmessa dai genitori ai fi­gli, avrebbe potuto stabilire se tra nonna e nipote 'reaparecido' vi fosse davvero un legame di sangue. L'Istituto di im­munologia di Buenos Aires, in seguito a un decreto dell'allora presidente Alfonsín, fondò una Banca nazionale di dati genetici, alla quale i tribunali avrebbero potuto ricorrere per dirimere i casi controversi.
Nel 1987, un giudice decise per la restituzione alla nonna di una bambina sottratta dieci anni prima alla madre desaparecida e affidata a una poliziotta. "Si è disposto a volontà del­la vita di una neonata come parte del saccheggio cui si ab­bandonavano i sequestratori" recitava la sentenza.
Le Abuelas si unirono e cominciarono a pedinare chiunque apparisse loro sospetto, e qualcuna riuscì perfino a intrufolarsi nelle case dei nuovi genitori, fingendo di chiedere lavoro come domestica; in alcuni casi, fotografarono i bambini da lontano, con il teleobiettivo. "I nostri sospetti si consolidano" spiega una delle nonne che si occupa della parte investigativa dell'as­sociazione, "quando emerge che la madre, benché di famiglia benestante, non partorì in clinica ma in casa, assistita per di più da un medico militare coinvolto nella repressione."
Fino a oggi, le Nonne di Plaza de Mayo hanno recuperato settantacinque bambini dei cinquecento che ritengono siano stati rapiti, e sostengono che sia giusto continuare a cercarli fino all'ultimo: per smascherare i responsabili della menzogna imposta come un marchio alle loro esistenze, dicono, per dare ai nipoti la possibilità di conoscere la loro ve­ra famiglia e la loro storia, e per far condannare gli assassini dei padri e delle madri. (Le pazze, pp.303-305. Suggerisco di seguire tutti i link)

Fra pochi giorni ricorrerà l’anniversario, il trentaduesimo, del golpe militare che ha portato al potere, in Argentina, una delle più spietate dittature fasciste del dopoguerra. Ed è bello che a trentadue anni di distanza stia finalmente succedendo una cosa, legata a quell’inferno in terra, che forse riuscirà a portare una briciola, almeno una, di giustizia. Io ci spero. Io ci conto.


María Eugenia Barragán Sampallo con la nonna e il fratello ritrovati

barbara


13 marzo 2008

INSALATA MISTA

Grazie
Innanzitutto vi ringrazio per gli auguri, e per concludere bene la giornata invito tutti a un festoso brindisi.

                                                       

bbona = oca?
Non sempre, a quanto pare


(avevo cercato una foto vecchia, di quando esibiva la sua fresca e prorompente bellezza mediterranea in minigonne mozzafiato – ne ricordo una, in particolare, in cui D’Alema seduto al suo fianco con gli occhi incollati a ventosa sulle sue cosce letteralmente sbavava - ma non ne ho trovata neanche una, e forse vorrà dire qualcosa)

Signor arcivescovo, ma vaffanculo, va’
Al funerale di due ragazzine e della loro madre, assassinate a martellate dal rispettivo padre e marito, il signor arcivescovo ha detto che “non dobbiamo avere paura di chi uccide il corpo, perché non potrà mai uccidere l’anima”. Immagino che se vado in Piazza del Santo a Padova e mi prendo uno di quei bei ceri lunghi un metro e rotti e con dodici centimetri di diametro e lo infilo nel culo al signor arcivescovo, il suddetto signor arcivescovo non avrà una sola ragione al mondo per avere paura, visto che non esistono ceri al mondo in grado di uccidere l’anima. Neanche quella degli arcivescovi.

Mafia? Quale mafia?
Leggo sul Corriere di oggi che “In Sicilia suore e preti difendono Cuffaro”. Nessuna sorpresa: l’arcivescovo di Palermo, cardinale Ruffini, zio di un pezzo MOLTO grosso della mafia, ha passato la vita intera a ripetere che la mafia non esiste.

Ogni tanto anche una buona notizia
È di ieri ma rimane buona lo stesso la notizia che l’esercito israeliano ha fatto togliere il disturbo al mandante della strage dei ragazzini della scuola talmudica di Gerusalemme. Immagino che qualcuno condannerà questo atto di “terrorismo di stato” predicando che l’unica soluzione è il dialogo: a questo qualcuno sono pronta ad offrire a spese mie un cero come quello dell’arcivescovo di cui sopra.

E poi no
Di lei parlerò domani, perché questo davvero non si può infilare in una insalata mista.

barbara


13 marzo 2008

E ANCORA UNA VOLTA

Tanti auguri a meee, tanti auguri a meeeee!



(Si ringrazia per la grafica, come sempre, l’ex scolaro Julian, web designer d’eccezione)

barbara


12 marzo 2008

HO VINTO UN PREMIO



Si tratta del Premio D.eci e lode Me lo ha assegnato l’amica Marzia, in riconoscimento del fatto che le sono stata inviata dal destino, il che è vero e indubitabile: un destino, per una volta, non cinico e baro bensì tenero e delicato, giunto a bordo di un paio di scarpette rosa e accompagnato da una ballata per pianoforte. Ma che cos’è questo premio? È presto detto:

"D eci e lode" è un premio, un certificato, un attestato di stima e gradimento per ciò che il premiato propone.

Come si assegna?

Chi ne ha ricevuto uno può assegnarne quanti ne vuole, ogni volta che vuole, come simbolo di stima a chiunque apprezzi in maniera particolare, con qualsiasi motivazione (è o non è abbastanza elastico e libero?!) sempre che il destinatario, colui o colei che assegna il premio o la motivazione non denotino valori negativi come l'istigazione al razzismo, alla violenza, alla pedofilia e cosacce del genere dalle quali il "Premio D eci e lode" si dissocia e con le quali non ha e non vuole mai avere niente a che fare.

Le regole:

Esporre il logo del "Premio D eci e lode", che è il premio stesso, con la motivazione per cui lo si è ricevuto. E' un riconoscimento che indica il gradimento di una persona amica, per cui è di valore (sotto c'è il pratico "copia e incolla");

Linkare il blog di chi ha assegnato il premio come doveroso ringraziamento;

Se non si lascia il collegamento a questo post già inserito nel codice html del premio provvedere a linkare questa pagina (sotto c'è il pratico copia e incolla);

Inserire il regolamento (sotto c'è il pratico "copia e incolla");

Premiare almeno 1 blog aggiungendo la motivazione.


Queste regole sono obbligatorie soltanto la prima volta che si riceve il premio per permettere la sua diffusione, ricevendone più di uno non è necessario ripetere le procedure ogni volta, a meno che si desideri farlo. Ci si può limitare ad accantonare i propri premi in bacheca per mostrarli e potersi vantare di quanti se ne siano conquistati.

Si ricorda che chi è stato già premiato una volta può assegnare tutti i "Premio D eci e lode" che vuole e quando vuole ( a parte il primo), anche a distanza di tempo, per sempre. Basterà dichiarare il blog a cui lo si vuole assegnare e la motivazione. Oltre che, naturalmente, mettere a disposizione il necessario link in caso che il destinatario non sia ancora stato premiato prima.


Ecco, questo è il premio, e ora devo a mia volta premiare. Come detto in altra occasione, tra le decine di migliaia di blog in circolazione molti sono quelli interessanti, molti sono quelli intelligenti, molti sono quelli che stimolano la mente e aiutano a crescere e dunque, come diceva quel tale, che fare? Faccio che ne cito uno solo, particolare, speciale, diverso, certa che nessuno degli amici titolari di blog con tutte le caratteristiche dette sopra avrà ad offendersene. Il mio premio D.eci e lode va al blog Topgonzo. Ecco. Adesso fate voi quello che dovete.

barbara


11 marzo 2008

L’ESPRESSO, OVVERO COME RIVOLTARE I FATTI DI 180°

Comunicato Honest Reporting Italia 11 marzo 2008

Immaginate di guardare una partita di scacchi in cui i neri siano stati resi invisibili, e voi possiate vedere solo i bianchi: vi troverete ad assistere ad avanzate incomprensibili, scarti immotivati, arrocchi inspiegabili, "mangiamenti" ingiustificati. È esattamente ciò che ci troviamo di fronte in questo articolo di Paola Caridi pubblicato alle pagg. 92-95 dell'ultimo numero dell'Espresso, dal titolo La terza Intifada: una parte degli elementi in campo è stata eliminata, annullata, nascosta alla nostra vista. In questo articolo non esiste il terrorismo e non esistono i terroristi, non esistono i loro attacchi, non esistono morti, feriti e distruzioni da loro provocati: zero. A questo si aggiunge una continua altalena tra le operazioni israeliane e le faide interne tra fazioni palestinesi, con una totale confusione tra le une e le altre, in modo tale che tutte le conseguenze, alla fine, risultino a carico di Israele. Un articolo talmente assurdo, talmente fuori dal mondo, talmente avulso dalla realtà che non si sa neppure da dove cominciare a commentarlo. Ma ci proveremo, tuttavia.

Sassi, ragazzi e kefiah. La terza Intifada può cominciare.
Sembra l'OK del regista per l'inizio delle riprese.

E i segnali ci sono da parecchio tempo. Arrivati alla superficie quando, da Gaza controllata da Hamas, sono rimbalzate nella Cisgiordania di Abu Mazen immagini di guerra. Le macerie delle case distrutte dai missili israeliani, i feriti portati a braccio, i bambini uccisi avvolti nelle bandiere di Hamas o di Fatah.
E il terrorismo non c'è. I Qassam non ci sono. Gli attacchi alla popolazione civile di Israele non ci sono. Così come non ci sono le scene di guerra tra Fatah e Hamas cui abbiamo assistito per tempi molto più lunghi - e con molti più morti - di quelli delle operazioni israeliane, con persone buttate giù dai tetti, bambini assassinati a sangue freddo e molto, molto altro ancora.

Allora la rabbia è montata.
Tipico ribaltamento: non i palestinesi attaccano e Israele risponde, bensì Israele attacca - non si sa perché - e allora loro, i poveri palestinesi, si arrabbiano.

Allora i ragazzi sono scesi per strada. Leggeri, felpa, jeans, gel sui capelli e kefiah poggiata sul sorriso da adolescenti.
Che immagine poetica per dire che hanno la faccia coperta, come fanno rapinatori e terroristi! (E come farà poi a sapere del sorriso, se la faccia è coperta?) E quanta simpatia, quanta tenerezza, quanto amore per questi giovani aspiranti terroristi!

Pronti a sfidare i soldati di Tsahal.
Sfida facile, visto che i soldati di Tsahal, a differenza dei terroristi palestinesi, non sparano sui ragazzini - cosa che loro sanno molto bene, per esperienza diretta vecchia di decenni.

A Hebron, a Ramallah, a Betlemme. Persino a Gerusalemme, a due passi dalla porta di Damasco. Uguali i comportamenti, codificati da decenni: i sassi a terra, il fumo dei copertoni o dei cassonetti bruciati,
(poi, dell'inquinamento che si ritrovano, danno la colpa a Israele!)

i ragazzi in attesa. Poi gli slogan, e "Allah u akbar". Un fischio. E parte la sassaiola. Pietre lanciate il più lontano possibile. Verso i soldati in assetto antisommossa e le loro camionette. Sfidano gli israeliani senza paura.
Vedi sopra.

Rischiando lacrimogeni, pallottole o l'arresto. Magari a 15 anni.
E la signora Caridi non trova scandaloso che a 15 anni siano lì a fare la guerra?

Niente armi, per ora, nelle mani dei ragazzi che non sono andati a scuola, alle superiori o all'università, per protestare davanti alla chiesa della Natività o nei campi profughi.
E perché protestano contro gli israeliani, nei campi profughi costruiti dagli arabi?

Ma le pietre usate da padri e fratelli maggiori vent'anni fa. È solo rabbia per Gaza, un fuoco di paglia che si estinguerà, o c'è qualcos'altro che cova sotto la cenere?
Che ci sia aria da terza Intifada, lo si dice da prima dell'ultima incursione israeliana a Gaza.
E qui inizia il balletto, che continuerà fino alla fine dell'articolo, del mischiamento tra problemi e disordini causati dalle incursioni israeliane e quelli causati dalle faide intestine, fino a renderli indistinguibili gli uni dagli altri.

La Cisgiordania di Abu Mazen e del premier Salam Fayyad non è né pacificata né normalizzata. Le manifestazioni sono vietate dallo scorso giugno, da quando Hamas prese il potere nella Striscia. Gli arresti politici sono diventati pratica comune. Le accuse di torture nei confronti di chi passa negli uffici del mukhabarat, dei servizi d'intelligence, sono tante. E forse hanno trovato la loro prima vittima in un imam di Hamas, morto dopo alcuni giorni di prigionia a Ramallah. Poi a nord, tra Nablus e Jenin, il coprifuoco è pratica ricorrente, perché quello è il laboratorio dove le forze di sicurezza, addestrate sotto la supervisione del generale americano Keith Dayton, devono dimostrare che si può riportare "legge e ordine" tra le fazioni palestinesi. Mentre l'esercito israeliano continua le retate contro i miliziani.
Contro i terroristi (ma non si stava parlando delle faide interne tra fazioni palestinesi?)

Ma è soprattutto la frustrazione, la mancanza di qualsiasi speranza verso una soluzione pacifica con gli israeliani a rendere la Cisgiordania un animale ferito.
Che sia la dirigenza palestinese ad avere rifiutato fin dal 1936 non solo una soluzione pacifica, ma ogni proposta di costituzione di uno stato di Palestina, persino quando lo stato proposto comprendeva tutta l'area, con cancellazione del precedente progetto di istituzione di uno stato ebraico (1939), è un dato di fatto che l'autrice non pensa neppure a prendere in considerazione.

Da Annapolis, sul campo, non è cambiato niente: le costruzioni nelle colonie continuano, i 500 checkpoint non sono diminuiti,
è forse cambiato qualcosa sul fronte del terrorismo, da dover cambiare i provvedimenti messi in atto da Israele per arginarlo?

e solo un infimo numero degli 11 mila palestinesi detenuti nelle carceri israeliane è uscito.
Nelle carceri israeliane sono detenuti terroristi palestinesi, non "palestinesi". E in nessuna parte del mondo si fanno uscire di galera i terroristi; quindi, per quanto pochi ne abbia liberati Israele, sono sempre troppi, soprattutto considerando il fatto che appena liberati sono corsi a compiere nuovi atti di terrorismo.

Risultato: il governo di Ramallah si indebolisce. I commenti su Abu Mazen non sono teneri, e ancora più duri sono i giudizi verso chi sta attorno al presidente. Volano accuse di collaborazionismo, corruzione, e di attaccamento alla poltrona. E gli uomini dell'Anp, l'Autorità nazionale palestinese, sono consapevoli del malcontento crescente, come dimostra il commento di Saeb Erekat, negoziatore da sempre: «Le trattative di pace sono state sepolte sotto le macerie delle case di Gaza».
Le macerie delle case di Sderot, invece, sono leggere come piume ...

«Si sente l'odore della rivolta. Ma soprattutto contro gli israeliani», dice un ex ragazzo che tirava pietre durante quella che i palestinesi chiamano "intifada al oula", la "prima": «La gente è stanca, dopo due anni di grandi, continue difficoltà economiche.
"Grandi, continue difficoltà economiche" con le decine di miliardi di dollari che hanno ricevuto? Qualcuno potrebbe spiegare questo straordinario mistero?

Senza soluzioni all'orizzonte. Quello di questi giorni può essere un movimento spontaneo, senza capi riconosciuti che guidano i ragazzi. Ma non mi stupirei se entro due mesi emergesse una leadership giovane».
No, neanche noi ci stupiremmo se entro due mesi, o entro due ore, o un paio d'anni fa "emergesse" una leadership in una guerra che si sta fabbricando fin dai giorni di Oslo.

Come esattamente vent'anni fa, insomma. Quando l'Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina)
organizzazione - cerchiamo di non dimenticarlo - nata tre anni prima che Israele "occupasse" Gaza e Cisgiordania, tanto per ricordare che cosa i signori dell'Olp intendono per Palestina, e che cosa vogliono "liberare"

era all'estero, e a tirar pietre si formarono i leader dell'interno. Marwan Barghouti in testa.
Terrorista con molto sangue sulle mani. Ma non sta bene ricordarlo.

Il parallelo lo fa un altro Barghouti, Mustafa, anche lui protagonista di quella stagione: «Sta crescendo un movimento pacifico, non violento.
Ah, certo, chi potrebbe immaginare qualcosa di più pacifico di sassi e molotov!

Al 100 per cento popolare. È la gente che sta davanti alle fazioni, non viceversa. E ricrea un movimento di liberazione nazionale». È la rivolta, dice l'ex mediatore del breve governo di unità nazionale, che nasce da «uno stato di apartheid, dai bantustan in cui Israele ha diviso la Cisgiordania».
Ma se il problema è questo, perché non hanno costruito lo stato di Palestina quando Israele NON occupava la Cisgiordania? Perché non lo hanno costruito nel 1967, quando hanno rifiutato la 242 che chiedeva di negoziare con Israele il ritiro e la definizione dei confini? Perché non lo hanno costruito nel 2000 quando a Camp David era stato offerto il ritiro totale in cambio della cessazione dello stato di guerra?

Aleggia una evidente vena di nostalgia per i bei tempi andati nel richiamo alla prima Intifada. Quella più eroica. Ma non c'è bisogno di riandare col pensiero a vent'anni fa. È la seconda Intifada, quella delle armi e dei kamikaze, che non è mai finita. «Va e viene, come un'onda. Da quasi otto anni», commenta con una vena di tristezza Sanar Khalifah.
Esatto: otto anni. Cioè dal momento in cui i palestinesi hanno avuto di fronte, concreta e immediata, la possibilità di avere lo stato di Palestina e la pace. E hanno scelto la guerra, mostrando al mondo intero, chiaro come il sole, che non solo non vogliono la pace ma, soprattutto, NON VOGLIONO LO STATO DI PALESTINA.

La più grande scrittrice palestinese, autrice del commovente "Primavera di fuoco", appena uscito in Italia,
sicuramente molto commovente questa storia di cattivissimi israeliani e poveri bravi palestinesi costretti loro malgrado, nella primavera del 2002, a resistere all'esercito israeliano che, non si sa perché, invade le loro terre

tiene per cara la generazione perduta: «Sono loro che hanno pagato il prezzo più alto. La questione non è la numerazione delle Intifade. Quello che sogno è liberarmi dall'occupazione e arrivare a una soluzione pacifica».
E perché non se la prende con chi ha annientato ogni possibilità di arrivare a una soluzione pacifica - di arrivare a una soluzione tout court - allora?

Che nessuno considera possibile.
Verissimo, a questo punto. Difficile davvero immaginare una soluzione pacifica in mezzo all'inferno del terrorismo - soprattutto quello scatenato dal territorio che, nella speranza di una soluzione pacifica, si era smesso di occupare.

Che le sassaiole e gli attacchi con le molotov, in aumento esponenziale negli ultimi mesi, possano essere comunque il germoglio di una Intifada è, forse, l'auspicio di chi ha nostalgia di un colpo di reni.
Ma non si era appena detto che loro vorrebbero una soluzione pacifica?

«Per avere un’Intifada ci deve essere un programma e una leadership. Qui, per ora, c'è solo gente frustrata e rabbiosa», dice Mahdi Abdul Hadi, uno degli intellettuali palestinesi più acuti, liquidando l'enfasi come una pia illusione. Ma se ha ragione Abdul Hadi, se è vero che c'è bisogno di un programma, qualcuno che lo ha definito c'è già. E non a Ramallah, bensì a Gaza City. Dove per la terza Intifada è stata individuata anche una data di nascita. Il 23 gennaio, quando gli uomini di Hamas hanno fatto saltare il muro di Rafah.
E solo con una gigantesca dose di malafede si può far finta di credere che quel muro possa essere stato abbattuto in qualche ora e senza la complicità, almeno passiva, degli egiziani. Soprattutto dopo avere constatato che lo scopo principale, se non unico, dell'apertura era quello di far passare armi e terroristi. (A parte questo, come si concilia l'inizio di un'intifada contro Israele con lo sfondamento del muro verso l'Egitto? Non c'è qualche confusione di troppo in questo resoconto?)

Poi c'è stata la catena umana con cui donne e bambini hanno simbolicamente unito sud a nord, Rafah e Beh Hanoun.
Quaranta chilometri "coperti" da quattromila persone: una ogni dieci metri: un po' poco per chiamarla catena umana.

E altro ci sarà, «in gran parte pacifico», come spiega Ahmed Youssef, il consulente più stretto del leader di Hamas Ismail Haniyeh, che preannuncia una settimana di azioni nonviolente per l'anniversario della Nakba, cioè la "catastrofe" del 1948, la sconfitta araba, a metà maggio. Da mettere in parallelo ai Qassam sulle città israeliane di confine.
E non sia mai che ci si soffermi a dire che cosa fanno i Qassam, quante persone uccise, quante ferite, quanti invalidi e mutilati, quante case distrutte. Non sia mai che si perda tempo a dire che i Qassam sono diretti sempre e solo contro la popolazione civile. Non sia mai che si voglia ricordare che i Qassam provengono da una terra non occupata. Non sia mai che scappi di dire che i Qassam vengono lanciati da zone densamente abitate e circondandosi di bambini. Ah già, ma i Qassam sono "in parallelo" con le "azioni nonviolente": quindi anche loro, dobbiamo intendere, sono un'azione non violenta.

«Perché», precisa, «è l'unica arma che abbiamo.
Beh, volendo ci sarebbe anche un'altra arma: l'accettazione di costruire lo stato di Palestina. O no?

E speriamo che così gli israeliani si rivoltino contro i loro generali». Hamas, dunque, non segue la rivolta spontanea. Semmai la canalizza.
Rivolta spontanea? Canalizza? Signora, ma lei sa di che cosa sta parlando? Lei sa di chi sta parlando? Lei ha una qualche vaga idea di che cosa sia Hamas?

Tutto molto diverso dalle sassaiole della Cisgiordania. Dove gli studenti che protestano non hanno bandiere. Nonostante qualcuno della vecchia guardia tenti di metterci il proprio marchio. Hamas, Fatah, Fronte popolare, tutti insieme. Almeno tra i ragazzi. Che hanno incarnato quello che i sondaggi sostengono: che i palestinesi sono stanchi non solo dell'occupazione israeliana, ma anche delle divisioni tra le fazioni. E soprattutto tra l'autorità di Hamas e l'Autorità di Abu Mazen. A farne le spese, soprattutto Fatah. Il consenso è in discesa, perché ancora una volta l'uomo della strada schiaccia Fatah sull'Autorità Nazionale, sul governo. II partito che fu di Yasser Arafat diventa, così, il bersaglio di quello che succede in Cisgiordania. E di quello che non si riesce a ottenere dagli israeliani.
E di nuovo si torna a mischiare Israele con le faide interne tra fazioni palestinesi.

Il disagio è evidente, tra chi dentro Fatah è più legato alla base. Quando è morto sheikh Majid Barghouti, mentre era sotto interrogatorio dell'intelligence palestinese, c'erano tutti ai suoi funerali, nel piccolo paese di Kobar, sulle colline attorno a Ramallah. L'accusa, su cui ancora indaga una commissione parlamentare d'inchiesta, è che Majid, l'imam del paese, sia stato torturato. E nel paese di Marwan Barghouti sono scesi tutti per seppellire il corpo dell'imam di Hamas. «La situazione nel partito è veramente brutta», accusa Muqbal Barghouti, il fratello di Marwan. Sullo sfondo, il fantasma del sesto congresso di Fatah, che sta spaccando il partito. E sta facendo montare l'opposizione contro la vecchia nomenklatura. «Vogliono riprodurre la stessa malattia», dice seccato Qaddura Fares, uno di quelli che dentro Fatah ci è entrato a 16 anni. E che rappresenta la generazione dei sindacalisti, dei prigionieri, delle università. Dell'Intifada, appunto. Stop ai negoziati, resistenza agli israeliani come priorità del programma.
Ma non si stava parlando del disagio all'interno di Fatah? Non si stava parlando dell'imam di Hamas torturato e ucciso da Fatah? Non si stava parlando dell'insofferenza nei confronti della nomenklatura di Fatah e dei rischi di spaccatura? Da dove sbuca adesso la "resistenza agli israleiani"?

«Il 95 per cento di Fatah condivide le mie idee, ma sta con la bocca chiusa». Per quanto ancora? Chissà. Forse, sembra di capire, il tempo necessario perché la terza Intifada entri nella sua fase più calda.
Cioè che la guerra contro il capro espiatorio Israele risolva la questione delle faide interne. Ma questo la signora Caridi si guarda bene dal dirlo.

A completare l'opera, immancabili, le foto: "Un giovane palestinese nella sua casa dopo il ritiro degli israeliani dalla Striscia di Gaza"; "Palestinesi arrestati dai soldati israeliani" (e, si noti: gli israeliani sono soldati, i palestinesi sono solo palestinesi); "Palestinesi intorno alle rovine di una moschea usata da Hamas" (sembra ragionevole supporre che se la moschea fosse stata distrutta dall'esercito israeliano, il giornale non avrebbe mancato di informarcene esplicitamente; di conseguenza, se si riflette, non appare del tutto irragionevole sospettare che le cause dell'attuale stato della moschea risiedano altrove. Ma l'immagine, sdraiata su tutta la pagina, non è fatta per invitare alla riflessione, bensì per indurre alla deprecazione da una parte e alla commiserazione dall'altra); "Palestinesi catturati a Gaza dagli israeliani"; "Soldati israeliani in un campo di grano vicino al confine tra Gaza e Israele" (e non viene precisato se a Gaza o in Israele, quindi la didascalia NON è un'informazione); "Giovani palestinesi che bruciano copertoni e tirano pietre"; "Soldati israeliani" (che NON sono in azione ma stanno chiacchierando tra di loro, ma l'importante è che siano in divisa e armati, a differenza di TUTTI i palestinesi delle foto).

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A leggerlo, poi, alla luce degli ultimi avvenimenti …

                                         

barbara


11 marzo 2008

TERRORISMO

Da molti anni il terrorismo impazza. Da molti anni il terrorismo si espande. Da molti anni il terrorismo aumenta. Da molti anni si combatte il terrorismo ma, sembrerebbe, senza risultati apprezzabili. Perché? La risposta è così semplice che la potrebbe dare anche un bambino: perché lo si combatte nel modo sbagliato. Eppure sembra che chi è preposto alla lotta al terrorismo non riesca proprio ad accorgersene, visto che più i metodi scelti per combattere il terrorismo contribuiscono ad incrementarlo, e più si insiste a metterli in atto e a proporre, anzi, di ampliarli. Avviandoci, così, verso la catastrofe.
Il libro non è recentissimo (la prima edizione italiana è del 2003) ma purtroppo, visto che per combattere il terrorismo sono state praticate politiche clamorosamente sbagliate, ancora drammaticamente attuale. E vale dunque la pena di leggere questa spietata e lucida analisi della situazione e delle possibili vie per uscirne senza mettere a repentaglio le nostre libertà individuali e i nostri regimi democratici ma anche senza offrirci, legati mai e piedi, a coloro che desiderano unicamente il nostro annientamento. (pubblicato in LibMag)



Alan M. Dershowitz, Terrorismo, Carocci

barbara


10 marzo 2008

SE PER CASO QUALCUNO PENSASSE

che sto parlando di politica, la risposta è: sì, sto parlando di politica.

barbara


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Hadas Fogel, colona ebrea di mesi 3, giustiziata (sgozzata) a Itamar l'11 marzo 2011 dai combattenti per la libertà palestinesi





MEGLIO UN MURO OGGI
CHE UN ATTENTATO DOMANI

Ugo Volli

”Tu dichiari, amico mio, di non odiare gli ebrei, di essere semplicemente ‘antisionista’. E io dico: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei. E che cos’è l’antisionismo? È negare al popolo ebraico un diritto fondamentale che rivendichiamo giustamente per la gente dell’Africa e accordiamo senza riserve alle altre nazioni del globo. È una discriminazione nei confronti degli ebrei per il fatto che sono ebrei, amico mio. In poche parole, è antisemitismo… Lascia che le mie parole echeggino nel profondo della tua anima: quando qualcuno attacca il sionismo, intende gli ebrei, puoi starne certo.” M.L. King




Israele e il mondo arabo


Lo stato ebraico e il mondo islamico





Ruth Halimi – Émilie Frèche, 24 giorni La verità sulla morte di Ilan Halimi, Belforte
Trad. Barbara Mella, Elena Lattes, Marcello Hassan





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